Dettaglio della profetessa di Delfi di John Miller (1891


venerdì 29 maggio 2020

Le balene e io: la strana storia di un libro

"Il Mare Svuotato" di Ugo Bardi e Ilaria Perissi (con Ugo in mezzo alle balene). Si può già ordinare dall'editore. Disponibile dagli altri distributori a partire dal 4 Giugno. Qui vi racconto qualcosa dell'origine di questo libro che non parla solo di balene, ma parecchio di balene. Poi vi darò qualche ulteriore dettaglio di cosa contiene il libro in futuri post.


Tutta la storia comincia, credo, negli anni 1980, quando mi trovai al largo di San Francisco in una crociera di "Whale Watching". L'idea era di vedere le balene dal vero. Quel viaggio è stata la mia unica esperienza come baleniere e vi posso raccontare che non abbiamo visto neanche una balena -- solo qualche spruzzo in lontananza, e forse solo nell'immaginazione di chi ha detto di averlo visto. Per quanto riguarda me, per la maggior parte del viaggio sono stato a pregare che finisse presto e con quello finisse il mal di mare che mi ha fatto star male come non ero mai stato prima in vita mia. Le onde dell'Oceano Pacifico non perdonano i marinai dilettanti.

Eppure, vi devo anche dire che ho un certo feeling per le balene nonostante non ne abbia mai vista una viva e vegeta nel suo ambiente naturale. Non solo un feeling, proprio una cosa particolare, un interesse che non so da dove venga fuori, ma c'è. Altro che se c'è! Per le balene ci sento enormemente, tantissimo, una cosa che mi manda fuori di testa!

Forse sarà che uno dei primi libri che ho letto da piccolo è stato "Moby Dick", forse perché ho vissuto in California, dove le balene sono un vero culto. Ma credo di non essere il solo ad avere questo feeling particolare. Le balene sono creature aliene, ma veramente tanto aliene. Eppure, abbiamo un antenato comune che ha vissuto su questo pianeta forse 65 milioni di anni fa. Ed è questa la cosa affascinante. Noi siamo esseri umani, loro balene: siamo così diversi ma abbiamo qualcosa in comune.

Non so se questo spiega perché mi sono messo a scrivere questo libro insieme alla mia collaboratrice Ilaria (una terragna anche lei). Il libro non parla solo di balene, parla anche di tante altre cose, ma le balene ricompaiono qua e là praticamente in tutti i capitoli. Ma, come per tante cose, si trova una ragione anche dove forse non c'è. O forse si. Ma andiamo avanti.

Allora, le balene sono qualcosa di ricorrente nella mia vita, ogni tanto mi ritrovo a ragionarci sopra per un motivo o per un altro. E così, anni fa è successo che quando ho cominciato a occuparmi di petrolio mi sono messo a cercare un modello matematico che descrivesse il processo di estrazione. E, non so come, mi sono trovato a cercare dati sull'industria baleniera. Li ho trovati e mi sono sorpreso a scoprire che le curve di produzione dell'olio di balena avevano la stessa forma di quelle di produzione del petrolio. Si, la "curva a campana" detta la "curva di Hubbert" -- quella del famoso "Picco del Petrolio."

E così succedono le cose: impegnarsi in un nuovo campo di studio è un po' come innamorarsi. Prima una certa persona non la consideravi neanche, poi trovi che ha degli aspetti che ti incuriosiscono. Poi ti accorgi che è una persona interessante, poi che è anche bella, in effetti molto bella. E poi ti trovi completamente preso: non riesci a pensare a niente altro che a quella persona. Nel mio caso, erano le balene. Ci si può innamorare delle cose più cose strane, sapete? In effetti, si dice che l'amore e cieco (e le balene non è che ci vedano bene).

La storia prosegue con il primo modello che ho fatto della caccia alla balena che ho sperimentato un giorno che ero a letto con l'influenza. Non sapevo che fare e avevo tra le mani un computer portatile così vecchio e brutto che non so come è stato comunque in grado di far girare un algoritmo di fitting fatto alla buona. E, miracolo, dimostrando che il modello funzionava. Da lì, sono nati altri modelli e, si, anche quello dell' Effetto Seneca di cui parlo spesso.

Poi c'è stato il mio allievo e poi collaboratore Alessandro Lavacchi, molto più bravo di me a maneggiare numeri ed equazioni che mi ha aiutato a fare un modello migliore. E poi Ilaria Perissi, anche lei mia allieva e poi collaboratrice, anche lei molto più brava di me in tante cose, che ha applicato il modello a casi diversi di pesca oltre a quello delle balene, trovando che funzionava quasi sempre. A furia di lavorarci sopra, abbiamo trovato che gli esseri umani stanno veramente svuotando il mare. Proprio così, distruggendo ogni forma di vita che nuota, e va sempre peggio. E non solo quello, abbiamo scoperto tantissime cose che hanno a che vedere non solo con il mare, ma con come stiamo distruggendo mezzo pianeta, anzi, piano piano, proprio tutto.

E alla fine ci siamo detti, io e Ilaria, "Beh, se abbiamo trovato tutte queste cose interessanti, perché non ci scriviamo un libro sopra? Una cosa semplice, magari che piaccia ai bambini, senza perderci troppo tempo. Abbiamo troppe altre cose da fare." Ma scrivere un libro è come avere un figlio, è un impegno che non è mai leggero, e non ti puoi mai aspettare di non perderci troppo tempo. E così è stato. L'abbiamo scritto, è stato un gran lavoro, ma ora c'è -- come un bambino che è nato (fra le altre cose, è il primo libro di Ilaria).


Quindi, ci siamo trovati con questo manoscritto in mano, un po' titubanti. Il curioso di questa faccenda è che né io né Ilaria siamo esperti di pesca o di cose marine. Siamo tutti e due terragni fiorentini e Firenze non è che sia nota come una città di mare. Anzi, si diceva una volta che c'erano tanti fiorentini che non avevano mai visto il mare. E, chissà, forse c'è ancora qualche vecchio fiorentino che davvero non il mare non l'ha mai visto. E allora, come fanno due fiorentini a scrivere un libro sul mare?

A quel punto mi è venuto in mente di sentire quello che è probabilmente il più grande esperto mondiale di pesca, Daniel Pauly, che sta in Canada e che mi era capitato di incontrare una volta in Svizzera. Sempre un po' titubanti, gli abbiamo chiesto, "ma tu che ne penseresti di un libro così e così?" Lui ci ha risposto, "mandatemelo. Io non parlo italiano, ma sono di madrelingua francese, forse una scorsa glie la posso dare."

Il bello della vicenda è che il libro gli è piaciuto talmente tanto che si messo a decifrarlo parola per parola anche senza sapre bene l'Italiano e poi si è offerto di scrivere l'introduzione. E nell'introduzione ha scritto qualcosa tipo, "guardate, questi due tali, Bardi e Perissi, non sono esperti di pesca, ma proprio per questo gli esperti di pesca dovrebbero leggere il loro libro per imparare certe cose che non sanno. Come ne ho imparate io!"

Beh, nella vita ci sono delle soddisfazioni e questa è stata piuttosto notevole, ma non la sola. Alla fine, è venuta fuori anche una versione in inglese del libro che sarà stampata da Springer e che diventerà anche un "Rapporto al Club di Roma" della stessa serie che ha come capostipite il famoso, famosissimo, "I Limiti dello Sviluppo" del 1972. Uscirà prima dell'estate. Anche questa è stata una bella soddisfazione!

E così questa è la storia del libro. Piano, piano, vi racconterò altre cose in proposito su questo blog, nel frattempo stiamo già pensando al prossimo, anche se non abbiamo ancora deciso quale sarà il soggetto. La vita è tutta una scoperta e continui sempre a innamorarti di cose nuove. Così, vi lascio con una foto di io e Ilaria davanti alla statua in grandezza naturale del capodoglio Giovanni che è stato per un po' di tempo nel "Giardino dei Semplici" a Firenze. Il vantaggio della statua è che per vederla da vicino non c'è bisogno di farsi venire il mal di mare!





mercoledì 27 maggio 2020

Foreste: ancora una risposta al ministero


Lo sfruttamento delle foreste da parte di Zio Paperone in una classica storia di Carl Barks. (immagine cortesia di Elena Corna)



Qui di seguito, le osservazioni che Jacopo Simonetta a inviato al MIPAAF (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) riguardo alla "predisposione della Strategia Forestale Nazionale". Se avete voglia di scrivere anche voi qualcosa, potete farlo a questo link. Non costa niente ed è una piccola soddisfazione che ci possiamo prendere. Attenzione che la data di scadenza per presentare osservazioni è il 28 Maggio!


OSSERVAZIONI AL DOCUMENTO DI STRATEGIA FORESTALE NAZIONALE.

di Jacopo Simonetta


1 - Osservazioni di carattere generale. 

Il documento di Strategia Forestale pubblicato presenta aspetti interessanti, ma anche difetti di forma e di contenuti.

Per quanto attiene alla forma, si osserva che i documenti pubblicati non sono di facile lettura perché non offrono una visione generale per contestualizzare le azioni previste. Il susseguirsi di elenchi, schemi e sigle, schede tutte uguali disorienta e distrae.

Nei contenuti si osserva che, nonostante siano citati grandi temi come la Biodiversità ed i Servizi Ecosistemici, ciò che emerge come priorità assoluta è l’incremento delle attività commerciali legate al legno, lasciando sullo sfondo la tutela del capitale naturale e degli ecosistemi. Ci si concentra infatti sulle filiere economicamente più promettenti nell’immediato, tralasciando invece quelle filiere che offrono benessere ambientale e sociale, mentre il “valore” degli alberi viene confuso con il “prezzo” del legname.

Si pianifica di soddisfare la domanda crescente di legname, senza porsi il problema della sostenibilità di questa, se non con l’enunciazione di principi validissimi, ma che non trovano poi applicazione in molte delle azioni previste. Sono forniti numeri che indicano quantità senza alcun giudizio di qualità, come il 27 % dei boschi delle aree protette, senza considerare le condizioni di tali foreste, fra l’altro in parte già attualmente sfruttate ben oltre i limiti di sostenibilità.

Il tema del Cambiamento Climatico con le controindicazioni che comporta (siccità e ondate di calore, danni fisiologici a molte specie ed ecosistemi forestali, defoliazione precoce e riduzione dei tassi di crescita, aumento della respirazione e riduzione della fotosintesi in estate, maggiore vulnerabilità ai parassiti e diffusione di patogeni anche esotici, maggiore ossidazione dei suoli, perdita di biodiversità, maggiore frequenza e violenza degli incendi) viene citato come uno dei fattori, anziché costituire l’asse portante della strategia, come invece dovrebbe essere. Termini tipici del gergo commerciale come “competitività”, “sviluppo sostenibile” ed “efficienza” sono parole chiave, mentre scarseggiano termini come “limite” e “sufficienza” che, come sappiamo fin dai tempi di Jevons, è necessario accompagni l’”efficienza” affinché questa sia funzionale a ridurre consumi ed impatti, anziché ad aumentarli come accadrà sicuramente con l’applicazione di questa strategia.

Si chiede quindi che l’impostazione venga rovesciata, dando la priorità al ruolo ecologico e climatico delle foreste, mentre la produzione di legname dovrebbe essere considerato un sotto-prodotto da valorizzare commercialmente nella misura in cui ciò non lede le funzioni prioritarie del bosco.


2 - Osservazioni specifiche.

2-1 – Obbiettivi.

La relazione dichiara di perseguire i medesimi obiettivi indicati dall’UE:

A. Gestione forestale sostenibile e ruolo multifunzionale delle foreste, per offrire molteplici prodotti e servizi in maniera equilibrata e garantire la protezione delle foreste;

B. Efficienza nell’impiego delle risorse, con l’ottimizzazione del contributo delle foreste e del settore forestale allo sviluppo rurale, alla crescita e alla creazione di posti di lavoro;

C. Responsabilità globale delle foreste, con la promozione della produzione e del consumo sostenibile dei prodotti forestali.


Si osserva che già nella pratica attuale l’obbiettivo B è spesso in conflitto con gli obbiettivi A e C; per armonizzarli si dovrebbero elaborare dei sistemi di supporto alle decisioni di cui non si fa cenno nel documento.

Inoltre si pone in evidenza che sembra irrealistico poter soddisfare una domanda prevista in crescita esponenziale (da 3 miliardi di metri cubi annui nel 2020 a 8,5 miliardi nel 2030 e 13 miliardi nel 2050) in un contesto climatico in rapidissimo peggioramento, che già oggi pone le foreste italiane sotto forte stress. Previsioni di crescita di tale importanza dovrebbero essere giustificate anche sul piano economico, tenuto conto tanto delle crescenti difficoltà sia a livello locale che globale, quanto della complessa situazione energetica mondiale.

Riteniamo che gli obbiettivi principali della strategia forestale dovrebbero essere la conservazione ed il miglioramento delle foreste (aumento della biodiversità, aumento dell’età media e massima delle piante, tutela dei suoli e della vita biologica che contengono, protezione contro l’erosione, lotta anti-incendio, ecc.). Queste sono infatti uno dei principali ed di gran lunga il più economico fra gli strumenti che abbiamo a disposizione per contrastare la crisi climatica e l’estinzione di massa.

Chiediamo dunque che tra gli Obiettivi della Strategia Forestale Nazionale non vengano considerati la “valorizzazione” e l’ “impiego innovativo” delle biomasse per la produzione di energia, fatta eccezioni per casi particolarissimi e di nicchia come, ad esempio, l’autonomia energetica di piccole frazioni montane (anche in questo caso sub-condicione, viste le numerose esperienze negative in proposito). Altrettanto dicasi per le bioplastiche, i biocarburanti, i biomedicinali ed altri prodotti “innovativi” la cui validità sotto il profilo energetico è spesso molto discutibile, mentre concorrono ad aumentare la pressione antropica sulle zone boschive sia a livello locale che globale. Non si chiede di bandirli, ma di gestirne la produzione con le dovute regolamentazioni e prudenza.

Inoltre si chiede di sostituire l’elaborazione di “piani di sviluppo” con quella di “piani di resilienza”, con l’obbiettivo di organizzare una gestione delle risorse in linea con la riduzione dell’impronta ecologica nazionale ed un uso sostenibile (in senso proprio) delle risorse. Si ricorda che lo stato spesso scadente in cui si trova la grande maggioranza delle foreste italiane dipende proprio dalla “gestione attiva” che ne è stata fatta in passato.

Quanto al riconoscere e remunerare i servizi di interesse pubblico, si ritiene che la conservazione delle funzioni sociali, ecologiche, idrogeologiche ecc. del bosco debba essere la base per il rilascio dei permessi e non debba quindi essere remunerato. Incentivi possono invece essere previsti per operazioni di vero restauro ambientale che, necessariamente, non possono essere economicamente remunerativi.

A tale scopo si chiede che la contabilità delle esternalità venga inserita quale supporto alle scelte di Piani, Programmi, Interventi grandi e piccoli.



2-2 – Analisi SWOT.

Si rilevano le seguenti incongruità:

Fra i Punti di Forza sono annoverati:

· L’elevata presenza di aree forestali protette. Corretto, ma a condizione di verificare le effettive condizioni ecologiche di questi boschi che, nella realtà, sono assai spesso già sotto forte stress per diverse combinazioni di fattori fra cui, spesso, tagli boschivi eccessivi e/o mal fatti.

· Incremento annuale della provvigione molto superiore ai tassi di utilizzo. Da quello che si desume dal documento, questa valutazione riposa su stime ricavate da medie storiche e non tiene conto né delle conseguenze del brusco peggioramento climatico avvenuto nel corso specialmente degli ultimi 10 anni, né del ben più grave peggioramento che avverrà nel corso dei prossimi 30 anni, né dell’accresciuta pressione speculativa sugli ecosistemi forestali.

· La consolidata tradizione di gestione forestale su basi naturalistiche e la diffusa consapevolezza circa la necessità di gestire il territorio agro-silvo-pastorale in modo sostenibile, con un approccio multidisciplinare. Tutti fattori di cui si parla molto negli atenei, ma che al momento non trovano applicazione alcuna. Semmai, sul terreno, si nota la tendenza opposta.


Fra le Debolezze si ne elencano alcuni fattori che non è detto che lo siano:

· Scarsa gestione del territorio e del patrimonio forestale, anche per abbandono delle attività agro-silvo-pastorali in collina e in montagna, con conseguente allungamento dei turni di gestione. In molti casi, l’allungamento dei turni di gestione non è una debolezza, semmai il contrario; tanto da essere uno dei principali moventi dell’attuale interesse commerciale per i boschi. In altri casi si sono effettivamente create situazioni difficili che però richiedono numerosi interventi molto graduali perché diradamenti improvvisi provocano generalmente il collasso degli ecosistemi, forte erosione e mineralizzazione dei suoli, ecc.

· Insufficiente rete viaria e difficoltà di accesso alla proprietà. Questa è una debolezza solo dal punto di vista commerciale, mentre dal punto di vista dell’ecologia forestale è un punto di forza, dal momento che la viabilità rappresenta uno dei principali fattori di pericolo da molti punti di vista (erosione ed instabilità dei versanti, penetrazione di persone non autorizzate, rischio di incendio, tagli abusivi, ecc.).


Fra le Opportunità si annoverano voci che, nella realtà, spesso costituiscano delle minacce:

· Elevata richiesta di materia prima legnosa per l’industria del legno e della carta. Rappresenta un’opportunità sul piano commerciale, ma è anche una delle principali minacce per la stessa esistenza dei boschi.

· Ottima diffusione delle certificazioni di tracciabilità dei prodotti forestali (Italia: 2° Paese al mondo per numero di certificati). In teoria si, ma l’esperienza sul terreno dimostra che non sempre la tracciabilità è sinonimo di buona gestione forestale.

· Possibilità di miglioramento delle prestazioni energetiche degli impianti termici familiari e di consolidamento di una filiera foresta-legno-energia correttamente dimensionata alle reali capacità di approvvigionamento locale. Una legge economica che risale a Jevons e che non conosce eccezioni di rilievo è che l’aumento di efficienza riduce i consumi unitari, ma aumenta i consumi totali. La cosa costituisce dunque una minaccia, a meno che non si prevedano dei sistemi efficaci per calmierare l’offerta e/o razionare la domanda. Cose che il documento non prevede, semmai il contrario.

· Possibilità di ammodernamento delle dotazioni strutturali ed infrastrutturali nelle utilizzazioni forestali. In genere si traducono in cantieri e macchine operatrici di grandi dimensioni che impattano moltissimo sui suoli.

· Possibilità per sviluppare forme associative e consortili di gestione delle proprietà attraverso l’accorpamento di aree forestali per una gestione unitaria e lungimirante di ampie superfici. Anche questo punto è teoricamente un’opportunità, ma nella pratica attuale i consorzi forestali hanno l’unico scopo di “fare cassa” sfruttando la biomassa accumulata in passato. Inoltre, il nuovo Testo Unico Forestale introduce norme che potrebbero portare allo sfruttamento coatto dei boschi privati, con conseguenze potenzialmente deleterie sia sul piano ecologico-forestale, sia su quello della legalità e dell’ordine pubblico.


Fra le Minacce si annoverano :

· Spopolamento delle aree montane e rurali. Questo è stato esattamente il fattore che ha permesso il raddoppio della superficie boschiva del paese, cioè la creazione di quella risorsa che ora si vuole sfruttare. Annoverarla fra la Minacce appare assolutamente anacronistico.

· Progressiva riduzione di aree aperte con conseguente riduzione di biodiversità floristica e faunistica e di habitat di interesse europeo. Questo è vero in determinati contesti e non in altri. Per non sembrare un mero pretesto, questo punto dovrebbe essere ben circostanziato.



2-3 - Azioni


Si richiede di promuovere in particolar modo le azioni di seguito elencate:

· tutelare la Biodiversità degli ecosistemi forestali e i servizi socio-culturali che offrono (sotto azioni A41, A42, A43).

· Contrastare la produzione e il commercio di legno ed altri prodotti forestali d’origine illegale.

· Favorire la diffusione di Consumi e acquisti responsabili, tenendo presente che il legno è un materiale ecologico con dei limiti nella sua rinnovabilità che nel documento non vengono invece affrontati.

· diffondere la conoscenza con azioni di formazione (sotto-azione B2), informazione e sensibilizzazione pubblica, in sinergia con le azioni mirate a prevenire gli incendi. Evitare invece di investire per la promozione di informazioni surreali sul ruolo svolto dalla selvicoltura nel mantenimento della stabilità delle foreste, quando la gestione forestale mira esattamente a mantenere la vegetazione in stato di disequilibrio per aumentarne la produttività.

· Sostenere la ricerca, la sperimentazione e il trasferimento della conoscenza non limitandola al trasferimento dell’innovazione tecnologica e soprattutto rinunciando alla, “produttività scientifica”. Specialmente in materia di alberi e boschi si applica l’adagio che dice “presto e bene non vanno mai insieme”

· Ridurre i danni di eventi estremi basandosi più sulla prevenzione che non sulla gestione dell’emergenza e della post emergenza, sviluppando meglio le sinergie tra le differenti azioni. Una cosa di cui il documento effettivamente parla, ma solo in modo marginale, mentre pone l’enfasi sull’incremento dello sfruttamento commerciale del patrimonio arboreo e sulla gestione emergenziale che richiede sempre consistenti investimenti. Si potrebbe avere perfino l’impressione che la gestione di fondi pubblici possa essere più interessante della razionale gestione delle foreste.

· Promuovere la prevenzione degli incendi modificando quanto riportato sulla pianificazione forestale di indirizzo territoriale e nei “Piani di gestione forestale” di cui all’Art.6 c.6, D.lgs..n. 34/2017 (sotto azione A.5.2.b ed e). Si tiene a sottolineare che gli incendi si contrastano soprattutto attraverso una responsabilizzazione dei cittadini e il loro coinvolgimento attivo nelle segnalazioni, tramite campagne di formazione e informazione (sotto azione A.5.2.d) ed incremento delle pene previste, così come della vigilanza. Altrettanto importante risulta l’adozione di misure che vietano pratiche agropastorali basate sulla bruciatura di potature e stoppie. Così come fondamentale è il potenziamento del servizio antincendio cui non si fa cenno nel documento.

· Tutelare Il patrimonio genetico forestale con l’individuazione, caratterizzazione e conservazione di popolamenti e singole piante importanti e la conservazione degli alberi monumentali, così come dei boschi vetusti. Le regole di gestione devono proteggere assolutamente sia la biodiversità che le piante di età maggiore rispetto al loro contesto, così come delle piante giovani destinate a sostituire quelle anziane, man mano che moriranno. Dovrebbero essere vietate tutte le operazioni di taglio invasive e distruttive, elaborando una normativa che garantisca una maggiore tutela rispetto la legge 10 del 2013

· Promuovere nuove tecniche silvicolturali basate sulla tutela del “Wood Wide Web”.

· Mirare alla cura degli alberi, e alla diffusione dei filari alberati e delle foreste urbane e periurbane con misure più incisive di quelle previste.

· Favorire lo Stato di conservazione degli ecosistemi insieme alla stesura della Lista Rossa degli ecosistemi provvedendo ad azioni più articolate per fermarne la distruzione

· Prevedere nella Azione Specifica 7 misure specifiche di tutela per Boschi ripariali e planiziali esistenti, oltre che al loro incremento.

· Restaurare situazioni di degrado (sotto-azione A.5.1) e prevenirne la cause (sotto-azione A.5.2), evitando di ricorrere a interventi invasivi come quelli prospettati al punto A.5.2.

· La conservazione/incremento dei Servizi Ecosistemici dovrebbe costituire la “contitio sine qua non” per la concessione dei permessi di taglio, anziché essere incentivata tramite varie forme di defiscalizzazione, come previsto nel documento (v. Sotto-Azione A.2.1).

· Tutelare e ampliare le aree protette come “stock” di Biodiversità, seguendo le nuove direttive ed indirizzi europei.

· Dare importanza e diffusione alle azioni di monitoraggio per verificare la giustezza delle scelte attuate.

· Sviluppare funzioni di difesa del territorio e di tutela delle acque, sviluppando le sotto azioni A31 e A32

· Mitigare i Cambiamenti Climatici come indicato nelle sotto azioni A61 e A62 in particolare:
“Riconoscendo e incentivando l’adozione di pratiche selvicolturali volte a migliorare le capacità di resistenza e resilienza dei popolamenti forestali ai cambiamenti climatici” (disetaneizzazione dei popolamenti, diversificazione della composizione e della struttura, migrazione assistita, ecc.), “Promuovendo l’aumento della diversità forestale al fine di favorire dinamiche naturali in linea con il cambiamento climatico”.
Viceversa, è sicuramente pericoloso che “le molteplici funzioni svolte dal settore forestale siano legate ad una garanzia di redditività della gestione e delle filiere connesse”. Semplicemente, se tagliare in maniera ecologicamente corretta non risulta remunerativo in assenza di incentivi, non si dovrebbe procedere al taglio. La pratica di incentivare pratiche anti-economiche a carico del contribuente non ha senso. Fanno eccezione gli interventi di restauro ambientale da realizzare seguendo progetti specifici che non prevedono la vendita di legname. Questi devono essere necessariamente essere finanziati.

· Curare gli Imboschimenti e i rimboschimenti artificiali realizzati in Italia nel secolo scorso, evitando il ricorso al taglio a raso, per non esporre il sottobosco e il suolo alle alte temperature e ai livelli elevati d’insolazione che, insieme ai periodi prolungati di siccità, si registrano sempre più di frequente in tutta Italia

· Incrementare “la superficie forestale su superfici agricole abbandonate o nude, prioritariamente in aree di pianura, periurbane e degradate, preservando nei territori collinari e montani la diversificazione delle forme d’uso del suolo e valorizzando le specie autoctone di provenienza certificata dando rilievo alle sotto azioni A.” Concordiamo in pieno, salvo il riferimento a “valorizzare” che solitamente significa aprire a pratiche di tipo speculativo sempre molto impattanti sul territorio. Semplicemente, riteniamo che si dovrebbero applicare le sotto azioni A7 (soprattutto per quanto riguarda l’A.7.3.b).

· Proteggere le formazioni forestali artificiali storiche, di elevato valore conservazionistico, sociale, paesaggistico e culturale.

· Sviluppare mercati dei prodotti legnosi dagli scarti di produzione dell’industria del legno, ricercando e promuovendo standard qualitativi elevati per quanto riguarda gli impatti ambientali, ponendosi l’obiettivo non di rincorrere la domanda ma di perseguire la rinnovabilità delle risorse. Modificando in tal denso la Sotto-Azione B.3.1.

· Escludere dalle azioni operative la filiera dell’energia, soprattutto se industriale perché, fatta eccezione di casi particolari, questa filiera ha un bilancio energetico nettamente negativo, con costi esterni elevati in termini di inquinamento atmosferico che minano la salute dei cittadini e li rendono più vulnerabili alle pandemie (Covid 19 insegna). Assolutamente falso è quanto riportato nella nota 4: al contrario, esiste una letteratura scientifica che certifica che l’utilizzo delle biomasse legnose a fini energetici riduce la quantità di carbonio accumulato nella biomassa e nel suolo. Inoltre, generalmente aumenta lo stress climatico sugli ecosistemi, riducendone l’attività fotosintetica, mentre la combustione di pellet è una delle principali fonti di polveri sottili negli ambienti urbani. Sul piano meramente energetico, il legno è ancora meno efficiente del Carbone e gli alberi sono una risorsa rinnovabile, ma limitata ed esauribile. Sensibili riduzioni degli stock possono essere recuperati solo in tempi lunghi, non prevedibili vista la situazione climatica attuale e futura.
La filiera energetica del legno ha senso solo in un’ottica di autoconsumo per le frazioni montane, ma se sviluppata a livello industriale è causa di degrado socioeconomico e non merita alcun tipo di finanziamento. Non ultimo, è in netto contrasto con la sotto-azione B.5.2.b (promozione del “marchio comunitario “zero deforestation” - vd. Conclusioni del Consiglio del dicembre 2019 sulla comunicazione "Intensificare l'azione dell'UE per proteggere e ripristinare le foreste del pianeta")”.

· Educare al concetto di limite, riconoscendo il legno come risorsa rinnovabile, ma limitata. Di conseguenza apprezziamo la sotto-azione B.6.3a sulla promozione della cultura del riciclo e del reimpiego. Meno sostenibile è promuovere l’acquisto di prodotti a base di legno vergine (edilizia, mobili, carta, packaging, ecc.), così come sono da evitare agevolazioni ed incentivi economici e fiscali per l’acquisto dei prodotti legnosi o a base di legno di origine nazionale (sotto-azione B.6.2.a)

· Elaborare nella Gestione della Strategia Forestale norme efficaci che non hanno bisogno di essere semplificate.

· Mirare ad applicare nella pioppicoltura tecniche agricole a basso impatto ambientale nella prima fase d’impianto, specie per quanto riguarda l’uso di prodotti fito-sanutari.


martedì 26 maggio 2020

Foreste: una risposta al ministero




Questo video, prodotto da Walt Disney nel 1958, mostra il mitico boscaiolo americano Paul Bunyan, sconfitto dalla sega a vapore in un orgia di distruzione della foresta -- ovviamente i veri sconfitti sono gli alberi, ma a quel tempo a queste cose non si faceva caso.

Qui di seguito, la lettera che io e Ilaria Perissi stiamo sottomettendo al MIPAAF (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) per invitare a una maggiore cautela nel considerare le foreste soltanto come un "servizio ecosistemico" da sviluppare al massimo possibile. Mi veniva in mente di scrivere alla fine, "e in ogni caso i boschi non sono una risorsa economica ma un dono della Dea" -- ma forse è meglio che non lo faccia. 

Non che ci daranno retta, è solo per farsi sentire. Se avete voglia di scrivere anche voi qualcosa, potete farlo a questo link. Non costa niente ed è una piccola soddisfazione che ci possiamo prendere. Fra i protestatori, anche il nostro Jacopo Simonetta (vi passerò le sue osservazioni nel prossimo post). Attenzione che la data di scadenza per presentare osservazioni è il 28 Maggio!

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Al Mipaaf
Oggetto: strategia forestale nazionale
 

Gentile ministro,
Ci permettiamo con queste osservazioni di far notare alcuni difetti di fondo insiti nella struttura del documento sulla Strategia Forestale Nazionale: quello di considerare la biomassa legnosa come una significativa fonte di energia rinnovabile e di altri usi sostitutivi del petrolio e degli idrocarburi fossili in generale
Questo appare chiaro fin dall’inizio del documento, dove si dice per esempio che si prevede (p. 6):
un aumento, a partire dai Paesi a più alto tasso di sviluppo, dei consumi energetici per produzioni termiche, ma anche di energia elettrica e di bio-fuel per il settore dei trasporti”
E, come si legge nella stessa pagina, si prevede
. un aumento correlato ai consumi di biomasse legnose conseguente alle politiche di de-carbonizzazione e quindi all’affermazione di nuovi impieghi di materie prime rinnovabili nella bio-economia: bio-plastiche, bio-tessili, bio-medicinali, prodotti ingegnerizzati per l’edilizia e tutti gli altri nuovi materiali in grado di sostituire prodotti ricavati da fonti non rinnovabili. “
Questa visione rappresenta un errore fondamentale nel contesto della transizione energetica che il nostro paese sta affrontando, come pure gli altri paesi definiti come ad “Alto tasso di Sviluppo” nel documento. Un errore sottolineato dalla terminologia usata, con l’uso di concetti quali “servizi ecosistemi” – non credo che ci sia bisogno di sottolineare che il concetto che l’ecosistema è “al servizio” dell’umanità è basato su una visione ottocentesca dell’economia e che oggi è, quantomeno, fuori luogo.
Andando nel dettaglio, va detto che è ancora diffusa l’idea che la biomassa legnosa sia sfruttabile come fonte di energia rinnovabile e sostenibile, un valido strumento per mitigare il problema del riscaldamento globale. Ma anche questa si sta rivelando una visione obsoleta. La ricerca più recente (vedi i riferimenti bibliografici) ha evidenziato i limiti di questa idea.
Se è vero che, in teoria, il biossido di carbonio immesso nell’atmosfera dalla combustione delle biomasse verrà prima o poi riassorbito dall’ecosistema, il processo è dinamico e ha un suo ciclo la cui lunghezza decennale incompatibile con gli obbiettivi di decarbonizzazione stabiliti dal trattato di Parigi del 2015.
In aggiunta, i risultati dell’analisi di processo mediante LCA (life cycle analysis) indicano come l’energia da biomassa sia un processo sempre poco efficiente, che alle volte richiede un consumo di energia fossile paragonabile o anche superiore a quello che produce. Ovvero, il parametro noto come EROEI (energy return of energy invested) è spesso vicino a 1 o anche inferiore.
Questo basso ritorno energetico è particolarmente vero per i biocombustibili, i quali sono in ogni caso una tecnologia perdente per via della loro bassa efficienza di produzione (per non parlare del loro uso in motori termici a bassa efficienza anche loro).
In sostanza, bisogna dire con chiarezza che la biomassa NON è una forma di energia rinnovabile e, in particolare, NON è una forma di energia adatta al nostro paese, se non per applicazioni locali e marginali. Sappiamo tutti molto bene che l’Italia non è non un paese che possiede ampie risorse sfruttabili di biomassa. Stabilire una strategia nazionale basata sull’idea di una crescita dello sfruttamento delle foreste rischia di sprecare preziose risorse economiche e danneggiare seriamente l’ecosistema boschivo anche di più di quanto non è danneggiato attualmente e in modi che non sarebbero rimediabili se non in tempi molto lunghi.
L’Italia, come tutti sappiamo, è il paese del sole ed è dal sole che deve trovare l’energia di cui ha bisogno per il futuro usando tecnologie moderne e ad alta efficienza come per esempio, ma non solo, l’energia fotovoltaica.
Dr. Ilaria Perissi
Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e la Tecnologia dei Materiali (INSTM)

Prof. Ugo Bardi,
Dipartimento di Chimica, Università di Firenze



Bibliografia


CO2 emissions from biomass combustion for bioenergy: atmospheric decay and contribution to global warming. F. Cherubini, G.P. Peters, T. Berntsen, A. H. Stromman E. Hertwich
GCB Bioenergy, Volume 3, Issue 5, 2011

Does replacing coal with wood lower CO2 emissions? Dynamic lifecycle analysis of wood bioenergy
John D Sterman, Lori Siegel, and Juliette N Rooney-Varga3
Environmental Research Letters, Volume 13, Number 1

The Biofuel Delusion: The Fallacy of Large Scale Agro-Biofuels Production
Authors Mario Giampietro, Kozo Mayumi, Earthscan, 2009












domenica 24 maggio 2020

Sul piacere di rileggersi: è soltanto narcisismo?


Un post di Bruno Sebastiani


Ho appena terminato di correggere le bozze del mio prossimo libro (al quale dedicherò un articolo a tempo debito) e tale attività ha indotto in me una riflessione che può condurre a interessanti approfondimenti di tipo “neuro-pseudo-scientifico”.

Ho provato -lo confesso- un intimo piacere nel rileggere le pagine da me scritte e con esse ho sperimentato una sincera consonanza.

Bella forza, voi direte! Ci mancherebbe che l’autore non sia d’accordo con le sue tesi!

Ma credo che la questione meriti un’analisi di maggior spessore: essere l’autore preferito di se stessi è semplice manifestazione di narcisismo o sottintende questioni neurologiche più complesse?

Avevo già sperimentato il fenomeno. Ogni volta che prendo in mano un mio libro o un mio articolo, lo leggo e rileggo approvando mentalmente ogni singolo passaggio, e la lettura scorre veloce senza incepparsi come spesso capita con gli scritti altrui.

Certo, quando leggo Dostoevskij o Manzoni vengo rapito dal loro modo di scrivere e riconosco che non sarò mai in grado di raggiungere la loro perfezione stilistica né il loro livello di approfondimento psicologico dei personaggi.

Eppure essi il più delle volte scandagliano abissi al di fuori dei miei interessi primari.

È importante, fondamentale la lettura di altri autori, perché aiuta a mostrarci sfaccettature della realtà da noi poco o per nulla percepite.

Ma poi i nostri pensieri, pur arricchiti da questi apporti, tornano a ruotare intorno ai “perni” propri della nostra visione del mondo.

Cosa si nasconde dietro a questo meccanismo neurologico?

Io credo che nel cervello super-evoluto di ognuno di noi i neuroni e le sinapsi si dispongano e si colleghino in modo tale da rendere più probabile l’insorgere di un determinato tipo di ragionamento anziché di un altro. È una questione “meccanica”, seppur di altissima precisione.

Non chiedetemi quali neuroni, quali sinapsi e quali collegamenti siano responsabili di tutto ciò. Non so rispondervi io, ma temo che non saprebbe rispondervi neppure il più illustre dei neuroscienziati.

Però mi pare indubitabile che dietro ad ogni tipo di ragionamento vi sia un “set” di dispositivi fisici scatenanti. Le idee non nascono dal nulla e l’estrema complessità della nostra materia grigia non deve costituire alibi per “smaterializzare” gli apparati che producono i pensieri.

Le nozioni di hardware e software ci vengono incontro per illustrarci, pur in modo assai approssimativo, quale sia il meccanismo alla base di ogni ragionamento.

E l’hardware di ciascun essere umano è affine a quello di tutti i suoi simili, ma non identico, esattamente come ognuno ha un naso, due occhi, due orecchie, ecc., ma con differenze più o meno marcate.

Le differenze a livello di architettura neuronale si trasformano in differenze di vedute, sensazioni, opinioni.

Che sia così è senz’altro un bene. Pensate alla tristezza di una totale uniformità di vedute abbinata alla completa prevedibilità di ogni comportamento umano.

Ma l’abnorme sviluppo del nostro cervello ha comportato anche l’insorgere di una ulteriore caratteristica nella nostra specie, e cioè la possibilità di modificare l’architettura neuro-sinaptica in base a input di natura culturale. È un po’ come se il software potesse modificare l’hardware di un computer (a chi volesse approfondire questo argomento consiglio la lettura di questo articolo).

Dunque all’interno della nostra scatola cranica non sempre i nostri ragionamenti ruotano attorno ai medesimi perni.

Dal che ne discende un importante corollario alle affermazioni poste in apertura di questo articolo: capita ad alcuni (non a tutti) di prendere in mano propri libri o articoli scritti in anni passati e di non trovarsi più in consonanza con i medesimi. Cosa è accaduto? Non siamo più noi stessi? Perché abbiamo sostenuto certe teorie e ora non le riconosciamo più come nostre?

Semplicemente abbiamo appreso strada facendo nel corso della vita nuove nozioni, siamo entrati in contatto con nuove teorie che hanno modificato il nostro modo di pensare. Probabilmente i neuroni sono gli stessi (o si rinnovano?), ma i collegamenti tra le sinapsi si sono modificati. Il nostro modo di pensare ruota attorno a nuovi perni e ci ha fatto perdere la sintonia con i nostri lavori più o meno giovanili.

Così accadde a Nietzsche nei confronti de “La nascita della tragedia” e della sua infatuazione giovanile per il wagnerismo, così accadde a Lorenz che rinnegò in gran parte “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”, così pare sia accaduto a Lovelock, che all’età di 97 anni avrebbe rinnegato il suo pessimismo di oltre trent’anni prima nei confronti del destino di Gaia (a dimostrazione di come le modifiche “culturali” non conoscano limiti di età).

Dunque noi amiamo il nostro modo di ragionare e siamo in completa sintonia con noi stessi, ma le forme del pensiero non sono fisse.

Le nostre argomentazioni sono in grado di influenzare il modo di pensare altrui, che a sua volta può indurre modifiche nel nostro.

Ognuno sostiene con vigore le proprie affermazioni, ritenendole in assoluto le migliori. Ma vi sono visioni del mondo più coerenti di altre e alla lunga queste tendono a diffondersi, in special modo se avvenimenti del mondo della natura spingono in tal senso.

Oltre che dal pensiero altrui, infatti, il nostro modo di ragionare può essere prepotentemente condizionato da ciò che accade nel mondo reale.

Quest’ultima osservazione rafforza in me il convincimento che la mia teoria, il Cancrismo (ma anche ogni altra visione radicale sulla nocività umana), potrà purtroppo trovare ampia diffusione solo in concomitanza con l’esaurirsi delle risorse e con l’insorgere di gravi crisi economico – sociali – ambientali.

Siete in sintonia con questo modo di pensare? O le vostre connessioni inter-sinaptiche fanno ruotare i vostri pensieri attorno ad altri perni?

giovedì 21 maggio 2020

La Nuova Strategia Forestale Nazionale: Cosa vogliamo fare delle foreste italiane?



 Paul Bunyan è una figura leggendaria del folklore nordamericano. In questo filmato di Walt Disney del 1957, lo vediamo glorificato nella sua forma più classica: un uomo gigantesco e gioviale, in grado di abbattere un albero (anche più d'uno) con un singolo colpo d'ascia. E che non si chiede perché. Possiamo prenderlo come una metafora di un atteggiamento nei riguardi delle nostre foreste che poteva ancora andar bene negli anni 1950 (forse) ma che oggi non dovrebbe più aver spazio nella nostra visione del mondo. Purtroppo, sembra che sia ancora popolare in Italia.


Qui di seguito trovate un testo di Fiorenza Adriano e dei Liberi Pensatori a difesa della natura riguardo alla recente "predisposione della Strategia Forestale Nazionale" da parte del ministero delle politiche agricole. E' un documento che ha anche qualche cosa buona, ma più che altro in termini di chiacchere. Se poi vai a vedere la sostanza, viene fuori che vede ancora le foreste principalmente come una risorsa economica. Una risorsa da tagliare per massimizzare i profitti. E, cosa ancora peggiore, rimane legata alla visione obsoleta che le foreste sono una sorgente di energia rinnovabile che non contribuisce al riscaldamento globale. Ma, come sempre, quando considerazioni di profitto prevalgono, si finisce per fare danni -- anche molto grossi.

La questione è discussa in dettaglio nel testo qui sotto. Se vi sembra che i "Liberi Pensatori a Difesa della Natura" abbiano ragione, potete fare qualcosa anche voi per aiutare. Andate sulla pagina del Ministero e dite la vostra. Al link trovate un modulo da compilare con delle osservazioni, delle critiche, dei pareri. E' un'opportunità di intervenire. C'è tempo fino al 28 maggio per inviare i moduli. (UB).


Su Facebook, trovate il gruppo dei Liberi Pensatori.

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Testo di Fiorenza Adriano e Liberi Pensatori a difesa della natura.


Siamo in Italia, immersi nel verde, in un paese ricco di boschi. Ha senso qui parlare di attacco alle foreste e alla biodiversità? Tenendo conto poi che il nostro stile di vita non può fare a meno del legname e dei suoi molteplici usi, che vanno dalla produzione di carta ai mobili al riscaldamento all'impiego nell'edilizia...Perché dunque da più parte i cittadini, quasi sempre invano, protestano e si oppongono ai tagli? C'è una petizione, sostenuta dal gruppo “Liberi Pensatori a Difesa della Natura” che chiede che la gestione delle foreste passi dalla competenza del Ministero delle Politiche Agricole al dicastero dell'Ambiente, in quanto ora il patrimonio boschivo viene inteso più che altro in modo produttivistico. E come mai, essendo il numero di firme cresciuto fino alle 80.000, la stampa tace e nessuna fonte ufficiale ne parla?

Attualmente è in corso una Consultazione Popolare riguardo alla nuova Strategia Forestale Nazionale proposta dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, consultazione a cui bisogna partecipare, perché è un modo di far valere la nostra opinione.

Vorrei qui far sentire la voce di alcuni rappresentanti del gruppo “Liberi Pensatori a difesa della natura”, impegnato sul fronte della tutela del nostro patrimonio boschivo. Le domande potrebbero essere molte, ma cercherò di limitarmi a quelle, a mio giudizio, essenziali.

PRIMA DOMANDA: Come mai si dice che le foreste italiane siano aumentate, nell'ultimo secolo?

LIBERI PENSATORI. Se teniamo conto soltanto della superficie occupata dai boschi, possiamo dire che le foreste siano in espansione. Il problema è prendere come punto di riferimento la volumetria dei nostri boschi, che dovrebbe essere, come media minima, di 250/300 metri cubi per ettaro. Per le foreste vetuste,anche di 500/600. La media italiana è invece adesso di 150 metri cubi per ettaro, cioè molto bassa e sta ad indicare che gran parte della superficie che noi intendiamo come ricoperta da foreste sia in realtà occupata da boschi poveri, cioè estesi come superficie, ma poveri come biomassa.
Il bosco poi ogni anno cresce, ma mancano dati certi sulla volumetria dei prelievi che, secondo alcune rilevazioni, paiono essere superiori a quelli della ricrescita, andando così ad impoverire costantemente il bosco.

Nella Proposta di Legge del Ministero delle Politiche Agricole notiamo la mancanza di una politica forestale chiara e mirata ad indicare l'incremento dei volumi di biomassa per ettaro, come previsto dagli accordi internazionali, nonché la carenza di fonti ufficiali dirette ed affidabili sulla volumetria dei prelievi legnosi. Lo stato di salute e di effettiva importanza e realtà delle foreste su un territorio sono direttamente indicati dai dati riguardanti la loro volumetria e non solo dalla superficie da esse occupata.

SECONDA DOMANDA: Che cosa comporta per i nostri boschi il fatto che le risorse forestali siano state inserite fra e fonti di energia rinnovabile? Quali sono i dati relativi ai prelievi di biomassa dalle foreste?

LIBERI PENSATORI La definizione “biomassa=rinnovabili”, adottata nel 1997 a Kyoto, con la conseguente erogazione di incentivi per favorire l'uso di tale fonte energetica, ha provocato un eccessivo sfruttamento dei boschi mondiali mettendoli in pericolo. In Italia molti affermano che i boschi siano scarsamente sfruttati e che occorrerebbe incentivare ulteriormente l'uso delle biomasse solide (legna da ardere, altri materiali legnosi e sottoprodotti) per la produzione di energia. I maggiori esperti del settore forestale affermano invece che i dati nazionali ed europei sui prelievi boschivi presentano incertezze anche gravi. In caso di incertezza e indeterminazione sarebbe saggio adottare la cautela, mentre pare prevalga una arbitraria temerarietà.

TERZA DOMANDA:Il taglio e il prelievo degli alberi incidono sul suolo, elemento importante per la biodiversità e pozzo di CO2, nonché deterrente allo scorrere impetuoso delle acque piovane verso valle, in quanto capace di diventare come una spugna che assorbe l'acqua e le consente di penetrare lentamente nel terreno. Come si trasforma il suolo con le ceduazioni e con quali conseguenze per la biodiversità e per gli alberi rimasti?

LIBERI PENSATORI A questo riguardo si parla di “pozzo” e di “fonte” di CO2. Pozzo è un serbatoio di CO2, che la cattura e la trattiene(sequestro). Fonte è l'origine di una diffusione di CO2, che la rilascia nell'aria (emissione).

“Pare dunque che i boschi italiani, e non solo, siano destinati a passare dalla condizione, per noi favorevole, di pozzo di CO2 a quella di fonte di CO2. Invece di trattenere e togliere dall'aria la CO2 possono diffonderla."

Gli effetti della gestione forestale sono rilevanti e possono alterare profondamente il bilancio del carbonio degli ecosistemi forestali. I boschi diventano fonte o pozzo in relazione alla direzione che assumono i flussi di scambio con l’atmosfera. A livello di ecosistema, il bilancio del carbonio è rappresentato dalla quantità fissata attraverso la fotosintesi, detta produzione primaria lorda. Una quota viene respirata dalle piante per i processi di sintesi e di mantenimento, un'altra quota viene respirata dalla componente eterotrofa attraverso la degradazione della sostanza organica. La Biomassa prodotta è uguale alla produzione primaria netta, ossia produzione lorda meno respirazione autotrofa. Una foresta è sink /pozzo o source /fonte a seconda del bilancio produzione primaria netta meno respirazione eterotrofa. Questa si chiama produzione netta di ecosistema. I tagli boschivi riducendo la fotosintesi ed esaltando la respirazione , (maggiore luce e calore nel suolo ) rendono le foreste sorgenti di CO2 per decenni.

In un bosco tagliato tutto il carbonio accumulato nei secoli dentro il suolo , a causa della maggiore luce che passa tra le chiome ridotte, ridiventa pericolosa CO2 , che si riversa nell’atmosfera.”
Per non parlare poi del danno al sottobosco e all'humus che, dopo un disboscamento o un diradamento degli alberi, impiegherà un numero molto alto di anni per ricostituirsi.

QUARTA DOMANDA: Il testo della Nuova Strategia Forestale Nazionale pare non essere adeguato ad una giusta conservazione e tutela delle nostre foreste. In quali punti pensate sia particolarmente carente?

LIBERI PENSATORI L'economia circolare ha come obiettivo la riduzione della pressione sulle risorse naturali. Si può parlare delle tre R: riciclo, riuso, risparmio del legno, per non incentivarne i consumi. Ci pare che invece la Nuova Strategia Forestale sia lontana dai principi dell'economia circolare e che, presupponendo erroneamente che le risorse forestali siano in crescita, si ponga l'obiettivo di incentivarne l'uso, a beneficio delle attività produttive ad esse collegato.

Noi riteniamo invece che le risorse forestali non siano affatto in crescita, ma in sofferenza. La mancanza di dati certi sui prelievi e sull'effettiva volumetria, ci pare molto grave e altrettanto grave la mancanza di esperti del settore che possano compiere studi e ricerche per arrivare a delle conclusioni serie. Non possiamo equiparare un bosco povero, lavorato a ceduo, con alberi radi e giovani, ad una foresta matura con alberi secolari e con una volumetria nella norma fissata dalle direttive europee. Non possiamo quindi accettare il concetto di superficie forestale in espansione. Riteniamo invece che le aree in cui ci sono foreste mature vadano assolutamente tutelate e protette, per favorirne, nel tempo, l'espansione. Riteniamo che non si possa più in alcun modo utilizzare foreste per attività collegate alla filiera del legno né tanto meno per fornire biomassa alle centrali.
Al fine di produrre legname per le attività collegate alla filiera del legno, pensiamo che la soluzione più ragionevole sia un processo graduale che operi il passaggio dalla selvicoltura alla arboricoltura con foreste messe a dimora in spazi agricoli non utilizzati. Pensiamo che le foreste mature debbano essere lasciate alla loro evoluzione naturale, per poter svolgere le loro funzioni ecosistemiche. In questo modo realmente si svilupperebbe un'economia basata su valori di conservazione e non ti taglio delle foreste.

QUINTA DOMANDA: attraverso la Consultazione Popolare ogni cittadino può esprimere la sua opinione riguardo alla nuova Strategia Forestale Nazionale proposta dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. La scadenza per inviare le nostre osservazioni è il 28 maggio. A livello pratico, come possono fare gli interessati per mandare al Ministero le loro osservazioni che, naturalmente, più saranno numerose e più avranno la possibilità di fare la differenza?

LIBERI PENSATORI La Consultazione Popolare è un mezzo di democrazia diretta che dovrebbe stimolare tutti a cercare di conoscere l'argomento. C'è poi un modulo da compilare. Ecco il link: 
https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/15339

ULTIMA DOMANDA: Volendo quindi riassumere in poche parole la vostra critica nei confronti della nuova Strategia Forestale, che cosa potete dire?

LIBERI PENSATORI Chiediamo una politica mirata alla conservazione e alla tutela del nostro patrimonio boschivo, con dati sicuri sui prelievi e sulle volumetrie dei boschi. Chiediamo inoltre che le foreste non siano più intese come fonti di energia rinnovabile per la produzione di energia. Riteniamo infine che la protezione della biodiversità sia un obiettivo primario da perseguire.


martedì 19 maggio 2020

Dopo il Coronavirus: per una visione della scienza più umana e moderna

(Immagine da Wikipedia)

Una cosa che è apparsa chiara con l'epidemia di coronavirus è stata lo scollamento totale fra scienza e politica. Da una parte, la scienza non è riuscita a fare gran cosa contro il virus: un vaccino non arriverà se non fra un anno almeno, se mai arriverà e, nel frattempo, l'epidemia è stata combattuta con metodi di isolamento sociale noti fin dal medioevo. Sono invece arrivate idee strampalate in quantità: cure alla varichina, tunnel sanificanti, barriere di plexiglas, vasche da pesci rossi da portare in testa, app antivirus da telefonino, braccialetti di allerta di prossimità, droni anti-deambulatori non autorizzati. Il tutto, è stato utilizzato più che altro per forzare i cittadini a subire un controllo che non si era mai visto in Italia e forse in nessun altro paese occidentale. Per non parlare del danno spaventoso fatto all'economia che si spera si possa riprendere, ma non è detto.

Abbiamo poi visto il fallimento della politica anche soltanto di capire cosa la scienza poteva dare. Il ministro Boccia ha chiesto agli scienziati "certezze inconfutabili," dimostrando non solo di non avere la minima idea di come funziona la scienza, ma anche la volontà precisa di scaricare sugli scienziati la responsabilità degli errori della politica. Non è stato il solo: i politici italiani si sono basati su un comitato di esperti nominato non si sa con quali criteri mentre il pubblico non ha visto altro che scienziati superstar televisivi che hanno variamente pontificato in onda. D'altra parte, i modelli predittivi si sono rivelati un disastro: troppi parametri variabili, troppe incertezze nei dati. Il famoso "modello di Ferguson" alla base dell'idea del "lockdown" prevedeva centinaia di migliaia di morti, se non milioni per i vari paesi europei. Cosa che non si è vista in nessun posto, indipendentemente dalle differenti politiche di contenimento. 

Insomma, un bel disastro. Fortunatamente l'epidemia sembra ormai passata dopo aver causato un numero di vittime in Italia non molto superiore a quello di una normale influenza stagionale. Può darsi che ritorni, ma per il momento siamo abbastanza tranquilli per cui possiamo anche riflettere su cosa potremmo fare per migliorare. Nel seguito, un post di Fabio Vomiero che è stato scritto prima del coronavirus, ma che ci offre molti interessanti spunti di riflessione (UB). 


Per una visione della scienza più umana e moderna

Guest Post di Fabio Vomiero

Nonostante sia abbastanza evidente come negli ultimi decenni lo sviluppo dirompente dell'attività scientifica abbia contribuito in modo sostanziale ed efficace a migliorare le nostre condizioni di vita e di benessere, la percezione comune della scienza stessa continua però ad essere pervasa e offuscata da diffusi sentimenti di timore, diffidenza e sospetto, che ne contribuiscono a generare un'immagine quantomeno fuorviante e molto spesso ridotta semplicemente alle sue peggiori conseguenze ideologiche.

Che poi anche la scienza, così come ogni altra attività cognitiva e produttiva umana, possa essere in qualche modo legata anche a contesti sociali ed economico-finanziari, o in qualche caso influenzata anche da comportamenti scorretti, è vero, ma non sarebbe comunque intellettualmente corretto interpretarla soltanto in base a questi parametri, laddove siano essi esasperati, così come non sarebbe corretto giudicare una grande religione monoteista in base soltanto alla sua deriva ideologica tendenzialmente belligena.

Ma per cercare allora di capire veramente che cosa sia la scienza alla sua radice, dovremmo per prima cosa cominciare a pensare non soltanto in termini di "esiti" e quindi ponendo l'attenzione sempre e soltanto sui risultati delle applicazioni scientifiche, ma piuttosto sulle "intenzioni", chiedendoci invece, per esempio, quali possano essere lo spirito e le motivazioni che spingono uno scienziato a dedicare la propria vita allo studio e alla ricerca.

La pratica della scienza, infatti, al di là delle etichette prescrittive e di tutta una retorica filosofica che lascia spesso il tempo che trova, è prima di tutto un'impostazione mentale, un gesto cognitivo, una sfida intellettuale, un approccio conoscitivo, un desiderio di mettersi a confronto, in qualche modo, con un mondo complesso che oppone sempre una certa resistenza alla nostra comprensione.

Da questo punto di vista l'attività scientifica non è quindi molto diversa da una forma d'arte, perché entrambe le attività, per esempio, mirano a delle rappresentazioni del mondo utilizzando naturalmente dei linguaggi specifici e servendosi anche della capacità, tipicamente umana, di utilizzare per il loro scopo un'intuizione, un gesto creativo, un ragionamento, una scelta stilistica, un'invenzione procedurale.

Poi naturalmente nella scienza le scelte stilistiche convergono anche verso un rigore metodologico e concettuale di fondo legittimato dalla forza dei fatti, delle dimostrazioni e delle rappresentazioni matematiche e che piano piano è stato condiviso e convalidato da un'intera comunità scientifica.

Ma ciò non significa affatto che la scienza sia riducibile soltanto a questo, o meglio, non si pensi che la scienza sia soltanto un "metodo" astratto, asettico, astorico, oppure, che si tratti soltanto di matematica, la quale è invece semplicemente una forma molto particolare ed efficace di linguaggio, oppure, ancora, che la scienza corrisponda soltanto a tutto ciò che è riconducibile in qualche modo al riduzionismo e al determinismo di stampo fisicalista.

In realtà, l'attuale pratica scientifica è molto più articolata e complessa rispetto a quell'immagine seicentesca che il biologo statunitense Stuart Kauffman definisce brillantemente "incantesimo galileiano" ed è molto più simile a una raffinata pratica artigianale in cui si inventano strumenti specifici su problemi specifici, piuttosto che all'idea di un metodo unico e universale, capace di decifrare un mondo scritto in forma matematica (Galileo), idea, quest'ultima, che all'epoca ben si conciliava con le pressanti esigenze delle sfere filosofico-religiose.

D'altra parte sarebbe quantomeno ingenuo pensare che dai tempi di Galileo e dopo almeno quattro grandi rivoluzioni scientifiche, darwinismo, relatività, fisica quantistica, biologia molecolare, che di fatto hanno riplasmato il nostro modo di guardare al mondo, non sia cambiato niente in termini metodologici e di implicazioni epistemologiche.

Rimane però il fatto che oggi, come ieri, l'attività scientifica più che una sorta di dispensatrice di certezze di ispirazione fisicalista capace di estrarre informazione neutra ed oggettiva sul mondo, visione questa che la avvicinerebbe peraltro pericolosamente a una modalità cognitiva tipica di altre forme di conoscenza, è invece prima di tutto un tentativo consapevole di descrizione intersoggettiva del mondo tramite la costruzione di modelli e teorie, utilizzando, ove possibile, la formalizzazione matematica e dove, evidentemente, è fondamentale la ricerca.

Nessuna Verità ontologica o metafisica, quindi, ma soltanto strade feconde che portano all'aumento della conoscenza e della comprensione teorica ed operativa dei sistemi studiati. Il mondo rimane il territorio da scoprire e da indagare e la scienza costruisce le sue mappe, le quali, per quanto sempre più precise e affidabili, non saranno mai il territorio stesso.

Si potrebbe dire che, in un certo senso, costruendo i nostri modelli e le nostre teorie ricostruiamo ogni volta il mondo. L'idea di un mondo, infatti, pensato già lì come struttura univoca, indipendentemente dalle nostre scelte osservazionali, non è oggetto di conoscenza scientifica; esiste sempre una corrispondenza biunivoca tra il mondo e lo scienziato, costruttore di modelli, una sorta di equilibrio cognitivo instabile, in cui il mondo suggerisce come poter essere osservato, e lo scienziato sviluppa via via nuovi strumenti e metodi di osservazione.

Qualche decennio fa, inoltre, il naturale declino della ricerca nei campi della fisica delle particelle e della meccanica newtoniana a favore, invece, di uno sviluppo esponenziale delle bioscienze, ha inevitabilmente introdotto alcune consapevolezze epistemologiche fino ad allora poco esplorate.

Si è capito, per esempio, che il mondo dei fenomeni naturali mesoscopici collocati tra il micro e il macro, di cui i principali rappresentanti sono i sistemi biologici, più che un libro di matematica, per dirla con Galileo, pare essere invece un libro di storia, in cui si racconta di eventi unici e irripetibili e dove si osservano processi di interazione continua, fluttuazioni, evoluzioni dinamiche, dissipazioni, rotture di simmetria, e dove anche il caso e la contingenza rivestono un ruolo di fondamentale importanza.

Nello studio di un sistema complesso, infatti, si è visto che esiste un accoppiamento strutturale con l'ambiente circostante talmente radicale, che in qualche modo, attraverso continui scambi di materia, energia e informazione, è in grado di cambiare anche le regole e la configurazione del sistema stesso, producendo emergenza di comportamenti nuovi e imprevedibili.

Pensiamo per esempio all'evoluzione biologica, alle dinamiche ecosistemiche, alla progressione di una malattia o a una guarigione, ai fenomeni sociali, economici, alle nostre esperienze, o solamente a quello che potrà essere il nostro pensiero tra cinque minuti.

L'unica possibilità che abbiamo per cercare di comprendere e studiare in qualche modo questi sistemi, è cercare di essere rigorosi nell'osservazione e flessibili nella costruzione di modelli, sapendo bene che ogni modello potrà cogliere benissimo certe osservabili del sistema, ma ignorarne inevitabilmente altre, e che, di conseguenza, una predicibilità completa del sistema stesso sarà pressoché impossibile.

Una situazione certamente molto diversa rispetto all'ingenuo sogno settecentesco di un mondo visto come una sorta di grande macchina (meccanicismo), in cui lo studio dei singoli componenti ci avrebbe permesso di analizzare, capire e prevedere in dettaglio l'evoluzione di ogni singolo fenomeno naturale (riduzionismo).

Teniamone conto, magari, quando l'ignoranza scientifica si scaglia contro una Commissione Grandi Rischi perché non è riuscita a prevedere un terremoto, di per sè impredicibile, o ritiene che i modelli climatici siano palesemente fallaci ogniqualvolta non riescano a prevedere nel dettaglio l'esatto aumento di temperatura globale, che comunque rimane evidente e conclamato.

Anche perchè, è proprio questa socratica dichiarazione di umiltà, di incertezza e di limite da parte della scienza a farne oggi il sistema più adatto alla produzione di una conoscenza utile, affidabile e concreta. Tutte le ipotesi o le congetture coerenti e plausibili, infatti, vengono sempre condivise, vagliate e sperimentate all'interno di un complesso ambito procedurale che ne valuta sempre la validità scientifica con un certo grado di fiducia.

Una volta Leonardo Sciascia scrisse in maniera provocatoria: "Viviamo come cani per colpa della scienza". E probabilmente in molti, non conoscendo bene il significato e il valore del reale fare scientifico, si riconosceranno ancora in questo inno a una presunta "non accettazione" di un qualcosa che sembra in qualche modo minacciare e prevaricare la nostra umanità, i nostri sentimenti, la nostra visione più o meno poetica del mondo.

In realtà, come abbiamo visto, gli aspetti più creativi e costruttivi della scienza stessa, la rendono invece un'attività che, quando fatta seriamente, diventa anche un'esperienza interiore e un motivo di soddisfazione emotiva e intellettuale di uguale dignità e seduzione rispetto per esempio all'arte.

Se si riuscirà pertanto a guardare la scienza da questa più umana e moderna prospettiva, non soltanto se ne potrà cogliere finalmente l'intrinseca bellezza, ma verrà anche a ridursi notevolmente la distanza, più forzata che reale, tra le due culture, senza nulla togliere ovviamente alla potenza conoscitiva ed esplicativa dell'impresa scientifica, che certamente rimane, comunque sia, unica ed esemplare.

domenica 17 maggio 2020

Il punto di vista di UniCredit -- Megatrend di prima dell'era del virus


Questo post di Bruno Sebastiani è stato scritto prima dell' "Era del Virus" ma contiene elementi che rimangono interessanti. Anche dopo il grande scombussolamento che abbiamo vissuto, i "megatrend" di cui ci racconta Sebastiani rimangono in moto.

Guest post di Bruno Sebastiani


Il rischio che si corre parlando di futuri scenari politici mondiali, di cambiamento climatico, di nuovi assetti demografici e di altri argomenti relativi ai “massimi sistemi” è di interloquire con un ristretto numero di fedeli lettori, sempre gli stessi, i quali sono già ampiamente convinti di ciò che si racconta loro.
Se dunque talvolta capita di trovare conferme ai nostri convincimenti sul triste futuro che ci aspetta presso autorevoli istituzioni “terze”, estranee cioè alla nostra abituale cerchia di interlocutori, questo è un avvenimento degno di essere raccontato, ed è ciò che mi accingo a fare.
Giorni addietro mi trovavo in banca per una delle solite noiose operazioni burocratiche che la società “complessa” ci costringe a fare. Davanti a me altre persone erano alle prese con analoghe incombenze e la cosa andava per le lunghe.
Per ingannare il tempo presi in mano il primo opuscolo colorato che si trovava esposto su una mensola. Titolo altisonante: “Avere un punto di vista chiaro sui mercati finanziari”. Gli diedi un’occhiata e mi sembrò che contenesse argomenti di un certo interesse. Lo portai a casa e qui lo sfogliai con maggior calma.
L’opuscolo, “Outlook 2019”, è ancora in distribuzione nelle Filiali UniCredit, anche se a breve sarà sostituito da un “Outlook 2020”. Ma gli argomenti di cui tratta travalicano il breve arco di tempo di 12 mesi e pertanto le considerazioni che riporta sono da ritenersi valide sul lungo periodo.
La sezione dell’opuscolo che ha maggiormente attirato la mia attenzione è stata quella titolata “Megatrend”, definiti come “Forze potenti che, gradualmente ma inesorabilmente, ridefiniscono in modo irreversibile gli scenari economici, sociali e politici entro cui la civiltà evolve.”
Ottima definizione, mi son detto proseguendo nella lettura per capire quali fossero queste “forze potenti” secondo gli analisti di UniCredit, i quali subito dopo precisano: “Istituti di ricerca e organizzazioni internazionali sono sostanzialmente concordi nell’individuare almeno 5 megatrend che sono all’opera in questa fase storica.”
Dunque queste 5 “forze potenti” che ci accingiamo ad esaminare non rispecchiano solo il punto di vista di UniCredit, ma sarebbero condivise a livello mondiale dai portavoce dei cosiddetti “poteri forti”. Motivo in più per approfondire la questione.
1° megatrend - «Un ribilanciamento del potere economico e politico a favore di paesi emergenti, specialmente asiatici, il cui ruolo sta evolvendo da quello di produttori a quello di consumatori. Si stima che entro il 2030 il 59% dei consumi globali sarà riconducibile alla classe media dell’Asia. Se le attuali traiettorie di crescita economica verranno confermate, la Cina sostituirà gli USA nel ruolo di superpotenza nell’arco di un decennio e l’India rivaleggerà con Washington nel 2050
Nulla da eccepire. Ma questo “ribilanciamento” cosa comporterà quantitativamente a livello di consumi mondiali e di conseguente sfruttamento delle risorse? Su questo punto Uni Credit tace, ma l’aver sottolineato la questione ha la sua importanza: significa aver offerto ad altri la possibilità di quantificare le conseguenze dei cambiamenti previsti.
2° megatrend – «Il progresso tecnologico … è un megatrend di cui sono immediatamente percepibili gli effetti. Lo sviluppo di Intelligenze Artificiali sempre più sofisticate, la robotizzazione di un crescente numero di mansioni, la capacità di archiviazione ed elaborazione dei dati in crescita esponenziale, così come l’onnipresenza della rete con lo sviluppo dell’Internet of Things, stanno ridisegnando profondamente dinamiche produttive e assetti sociali. Sviluppi per molti aspetti entusiasmanti e forieri di grandi opportunità che pongono però anche sfide importanti … in tema di lavoro e occupazione …»
La mia opposizione all’ottimismo di UniCredit (gli “sviluppi entusiasmanti forieri di grandi opportunità”) ha già formato oggetto di un paio di articoli (“Verso una rete sinaptica mondiale” e “Verso le macchine pensanti”) che invito il lettore a consultare, per comprendere come i rischi della connettività globale vadano ben al di là dei problemi occupazionali che pur costituiranno grave intralcio al funzionamento della macchina sociale.
3° megatrend – «Aumento e progressivo invecchiamento della popolazione costituiscono il terzo dei megatrend che sta sviluppando i suoi effetti. Oggi appena 4 paesi hanno una quota di popolazione di oltre 60 anni che supera il 30% del totale, ma nel 2050 questo valore salirà al 55%. Per quella data gli over60 nel mondo saranno 2,1 miliardi, oltre il doppio dei 962 milioni attuali. Nel 2042 i soli ultra 65enni dell’Asia supereranno la popolazione di Europa e USA messe assieme. Dinamiche che comportano sfide e opportunità per tutto ciò che riguarda l’assistenza sanitaria e le soluzioni previdenziali.»
Anche questa mega – tendenza è innegabile, come le precedenti, e attiene al delicato settore della “natalità”. Molti auspicano una riduzione della popolazione mondiale attraverso il controllo delle nascite. Ma questo tipo di politica, oltre ad essere di difficile attuazione (richiederebbe provvedimenti coercitivi ben poco liberali), implicherebbe – se attuata – difficoltà socio – organizzative di ampie dimensioni. Pochi giovani dovrebbero sostenere molti anziani, con il rischio che l’aumento dei consumi in certe aree geografiche (vedi 1° megatrend) vanifichi i risultati attesi dalla politica di contenimento della popolazione.
4° megatrend – «Popolazione più numerosa, più anziana ma anche sempre più concentrata nelle grandi città: l’urbanizzazione è il 4° megatrend. Si calcola che nel 2050 i due terzi della popolazione mondiale vivrà nelle grandi città. Nuove dotazioni infrastrutturali, ripensamento della mobilità e nuove soluzioni abitative sono le questioni chiave da risolvere per gestire questi cambiamenti.»
L’estensore di UniCredit, pur indicando correttamente le criticità che ci aspettano, non può fare a meno di alimentare la speranza (è il suo lavoro). Cerca anzi di far intravvedere agli investitori la possibilità di lucrare sulle “nuove dotazioni infrastrutturali, sul ripensamento della mobilità e sulle nuove soluzioni abitative”. Non gli avrebbero certo passato un testo che avesse messo in risalto il dramma che dovranno affrontare i nostri pronipoti nell’inferno di megalopoli sempre più affollate, calde e maleodoranti. Ancora una volta la medesima realtà risulta osservabile da differenti angolature e lo sarà fino al momento in cui la Natura offesa presenterà ad Homo sapiens il conto delle sue malefatte. E, in parte, anche l’estensore di UniCredit è costretto ad accennare a tale problema nell’ultima “forza potente” che prende in esame.
5° megatrend – «Ultimo megatrend, non certo per importanza, è il cambiamento climatico globale, con i rischi di scarsità di risorse idriche e alimentari che implica. Gli anni più caldi delle serie storiche si concentrano al 90% nell’ultimo ventennio, e nel 2030 la domanda di acqua potabile supererà del 40% l’offerta. Saranno quindi indispensabili nuove e più efficienti tecnologie per il controllo delle emissioni così come produzioni idriche, agricole e alimentari meno sensibili agli effetti del clima
Anche in questo caso tutti i danni da noi inferti alla biosfera vengono proposti alla clientela della banca come altrettante occasioni per effettuare lucrosi investimenti in nuovi settori iper – tecnologici. Non viene specificato come si potrà produrre più acqua potabile o far viaggiare camion e aerei con motori non inquinanti ecc. ecc. E si può star certi che invenzioni e applicazioni scientifiche in tal senso varranno escogitate, prodotte e distribuite, così come è stato fatto sin da quando la rivoluzione industriale ha stravolto il nostro modo di vivere. Ma fino a quando?
I tempi dell’economia sono brevi, quelli della finanza brevissimi, quelli della Natura molto più lenti, ma inesorabili!
Al di là delle finalità che hanno mosso la banca a redigere l’opuscolo esaminato, i 5 “megatrend” individuati costituiscono effettivamente i punti nodali con cui l’umanità dovrà confrontarsi nell’immediato futuro. Conviene pertanto approfondirli e sviscerarli in un’ottica di sopravvivenza anziché in quella di profitto proposta da UniCredit. Così riusciremo forse a prolungare per un po’ l’agonia della biosfera e a rinviare la dipartita dell’organismo che ci ospita e che noi irresponsabilmente stiamo divorando dall’interno.

sabato 16 maggio 2020

Lockdown: ma funziona veramente? Il gioco degli specchi

Immagine dal blog di "Tamino" "Open Mind" Dati interessanti che sembrano indicare che l'effetto del lockdown è esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto essere.


Questa faccenda del lockdown è una di quelle che sembrano ovvie e che poi non lo sono affatto. Qui "Tamino" -- pseudonimo di un climatologo americano -- confronta i dati fra la Svizzera e la Svezia e vengono fuori cose veramente difficili da capire.

Per prima cosa notiamo che quando si parla del fatto che in Svezia non hanno fatto il lockdown, ma hanno fatto meglio con il coronavirus, per esempio, dell'Italia, viene sempre fuori che "Si, ma gli svedesi sono differenti." Può anche darsi che gli svedesi abbiano un qualche tipo di "lockdown incorporato" che li rende diversi dagli italiani. Ma certo, in Svizzera non succede che quando due perfetti sconosciuti si incontrano per strada si baciano sulla bocca con grande entusiasmo. Insomma, se compariamo Svizzera e Svezia compariamo cose comparabili.

Allora, notate la differente traiettoria dei due casi. Il numero totale di infezioni è stato più o meno lo stesso, ma in Svizzera abbiamo avuto un "boom" iniziale e poi un declino. In Svezia, i casi sono saliti gradualmente, e ora stanno scendendo lentamente.

Tamino nel suo commento dice: "vedete che il lockdown funziona? Immaginatevi cosa sarebbe successo in Svizzera se non lo avessero fatto!" Forse, ma è un po' un salto carpiato all'indietro di logica. 

Ma non ci avevano raccontato che il lockdown serviva per "abbassare la curva"? Ovvero, doveva rallentare i contagi all'inizio per non sovraccaricare il sistema ospedaliero? E che se un paese non le adottava avrebbe visto un forte picco iniziale, prima del declino?

Perfetto: è proprio il contrario di quello che si vede in questo caso. La Svizzera, con misure di lockdown (*) iniziate il 13 Marzo ha visto un bel picco con un massimo a fine Marzo. La Svezia, senza lockdown, ha visto un aumento graduale dei casi. Appunto. Forse la Svizzera ha soltanto ritardato l'inevitabile? Ma allora perché il picco? E, inoltre, notate come la Svizzera sta gradualmente eliminando il lockdown a partire dai primi di Maggio, ma la curva non risale.

E allora? E allora, boh? Qui siamo sempre a discutere "cosa sarebbe successo se...." e "ma se invece...." e non si conclude niente. Questa faccenda del lockdown sembra sempre di più un gioco di specchi di quelli che usavano nei luna park di una volta. Ti sembra che ci sia una strada verso l'uscita, e invece vai a sbattere contro un vetro. E si vede che così doveva essere.





(*) da notare come in Svizzera il lockdown inteso come stare a casa non è mai stato obbligatorio come in Italia -- soltanto una raccomandazione da parte del governo. Ovviamente, gli Italiani sono tanto più stupidi degli svizzeri che se non ci fosse stata la polizia a costringerli a stare in casa, se ne sarebbero andati in giro a baciarsi sulla bocca per la strada. Meno male che il nostro governo a certe cose ci pensa!



giovedì 14 maggio 2020

Virus e inquinamento atmosferico: la correlazione di due malanni

La Cassandra Placata: viste le questioni interessanti sollevate da questo post di WM, la profetessa mi da il permesso di riaprire i commenti. Per favore rimanete in tema. Post razzisti o semplicemente antipatici risulteranno non solo nella eliminazione degli stessi, ma anche in una maledizione specifica che vi arriva dalla Dea Madre in persona che vi causerà un lieve mal di pancia per un paio di giorni. Maledizioni molto peggiori sono possibili se insistete.


Guest post di WM

All'inizio di marzo ho letto le prime considerazioni sulle possibili correlazioni tra alti livelli di inquinamento e pandemia Covid 19, il primo articolo era su Nimbus. La coincidenza tra zone altamente inquinate e concentrazione di infezioni era, è tuttora, effettivamente allarmante. Provo a riassumere.

Nelle settimane scorse erano anche apparse immagini satellitari che mostravano un significativo calo di NOx, gli ossidi di azoto in Cina, in pianura Padana.

Seguo giornalmente l'andamento del principale parametro che da anni decide le politiche più o meno restrittive alla circolazione automobilistica nelle nostre città: il PM10 (particolato 10 micron). Il valore limite per legge da non superare è di 50 microgrammi/metro cubo da non superare più di 35 giorni (d. lgs 155/2010). Spesso nelle città del nord questo valore raggiunge 60/70 e in alcuni casi supera i 100. Vengono bloccati i veicoli Diesel Euro 4 a volte Euro 5 ma quasi sempre l'effetto è insignificante.

A ottobre dello scorso anno ARPA Piemonte ha presentato uno studio molto interessante che riporto in sintesi:

(estratto da www.arpa.piemonte.it/news/qualita-dell2019aria-e-clima-una-sfida-odierna-con-lo-sguardo-al-futuro)

Se ci soffermiamo sulle emissioni di inquinanti e gas serra a livello regionale:

il traffico è responsabile del
- 67% delle emissioni di ossidi di azoto (di cui il 92% è generato dai veicoli diesel);
- 32% delle emissioni di particolato primario (di cui il 67% legato a risospensione e usura di freni/pneumatici e 30% legato alle emissioni esauste del traffico diesel);
- 23% delle emissioni di CO2 equivalente (di cui il 71% legate ai veicoli diesel).

il riscaldamento è responsabile del
- 9% delle emissioni di ossidi di azoto;
- 53% delle emissioni di particolato primario (di cui il 99% è riscaldamento a biomassa, legna o pellet);
- 17% delle emissioni di CO2 equivalente (di cui l’81% legato agli impianti termici a metano).

l’agricoltura è responsabile del:
- 11% delle emissioni di particolato - sia per la combustione delle stoppie, che per la zootecnia (sistemi di stabulazione degli animali, movimentazione dei mangimi, residui di pelle e piumaggio degli animali, condizioni delle strutture di ricovero);
- 10% delle emissioni di CO2 equivalente, legato alle colture agricole che emettono protossido di azoto e CH4 (come risaie e foraggere) e alla zootecnia (in particolare per la fermentazione enterica dei bovini e per la scorretta gestione dei reflui da allevamento, che producono CH4).

L’industria, che se non è più un problema per quanto riguarda il particolato primario, lo è ancora in parte per gli ossidi di azoto (21%, di cui il 60% è legato alle combustioni industriali che usano il metano come combustibile, in particolare l’industria del vetro, del cemento le centrali termoelettriche), è il maggior problema per la CO2 equivalente (42%, di cui il 62% è legato alle combustioni industriali che usano il metano come combustibile, in particolare l’industria termoelettrica).

Leggendo questi dati ci si chiede per quale motivo sia solo e sempre il motore diesel il colpevole se gli inquinanti e climalteranti hanno una provenienza così varia, ma così vanno le cose e si potrebbe aprire una discussione sulla ricerca del capro espiatorio ma non è la sede.

Torniamo al punto iniziale: il Virus Sars CoV 2 può essere veicolato dal particolato? Non sono un medico e tanto meno virologo, leggendo autorevoli ricercatori è altamente improbabile in quanto il Virus deve legarsi ad una cellula per riprodursi, ha bisogno di ambiente umido e moderatamente freddo. E' una condizione che in Pianura Padana può verificarsi con nebbie e inversioni termiche tipiche degli anticicloni invernali, inoltre il particolato potrebbe funzionare da nucleo di aggregazione se composto da materiale igroscopico. La sua composizione è molto variabile, da composti organici altamente tossici tipo Benzo(a)Pirene fino a granuli silicei passando per gomma, carbonio incombusto ecc.

Dunque non lo possiamo escludere, ma è molto difficile. Credo invece che l'inquinamento possa essere una concausa, gli ossidi di azoto e il particolato non solamente PM10 ma anche il PM2,5 e PM1, ben più penetranti, possono creare situazioni di infiammazioni croniche a livello polmonare favorendo l'attacco virale. Non si può nemmeno trascurare che l'OMS nel 2016 ha dichiarato che solo in Pianura Padana ci fossero 71000 morti/anno per patologie ascrivibili all'aria inquinata e su questo non è mai stata dichiarata zona rossa tutta quest'area.

Un altro fatto mi ha colpito alla fine di Marzo: in condizioni di scarso traffico, minore produzione energetica, meno voli aerei i valori di PM10 sono schizzati su tutta la Pianura Padana, da Veneto/Friuli al Piemonte, a concentrazioni superiori a 100 anche in aree dove sono solitamente basse (colline e montagne). Cosa era successo? Ce lo siamo chiesti in molti e alcuni laboratori delle varie ARPA regionali hanno condotto delle analisi chimico-fisiche. Il particolato era composto principalmente da materiale inorganico, sabbie silicee. La spiegazione relativamente semplice andava vista come effetto meteorologico, in quei giorni eravamo in presenza di una circolazione retrograda con correnti da Est e Nord Est che hanno portato a sbattere nell'imbuto Padano masse d'aria provenienti addirittura dal Caspio.

Questo dato deve far riflettere, potrebbe spiegare perché quasi sempre i blocchi del traffico sono ininfluenti e perché comunque bisogna agire per ridurre l'inquinamento dalle varie fonti e non solamente dal solito imputato: il motore diesel.

Ridurre la mobilità creando le condizioni per il telelavoro stabile, ridurre gli spostamenti non indispensabili per contatti commerciali dove la teleconferenza è possibile, ridurre il turismo mordi e fuggi, lezioni a distanza e così via. Cose possibili come dimostrato in questi mesi. Vedo purtroppo che per alcuni aspetti si sta andando in direzione opposta, eliminare le zone a traffico limitato, togliere vincoli su motori inquinanti, ritardare la applicazioni di norme più severe su nuovi modelli di vetture.

La tentazione di far tornare tutto come prima, il crederlo prima di tutto, dimostra una miopia molto forte. Queste Zoonosi Pandemiche nascono dal nostro modo di vivere, questa è la quinta in vent'anni. L'inquinamento sappiamo da dove viene, i virus anche, sapremmo trarne insegnamento? In questi giorni l'aria pulita, i cieli azzurri e il silenzio che alcuni hanno apprezzato, potrebbero darci un suggerimento?

wm