venerdì 29 maggio 2020

Le balene e io: la strana storia di un libro

"Il Mare Svuotato" di Ugo Bardi e Ilaria Perissi (con Ugo in mezzo alle balene). Si può già ordinare dall'editore. Disponibile dagli altri distributori a partire dal 4 Giugno. Qui vi racconto qualcosa dell'origine di questo libro che non parla solo di balene, ma parecchio di balene. Poi vi darò qualche ulteriore dettaglio di cosa contiene il libro in futuri post.


Tutta la storia comincia, credo, negli anni 1980, quando mi trovai al largo di San Francisco in una crociera di "Whale Watching". L'idea era di vedere le balene dal vero. Quel viaggio è stata la mia unica esperienza come baleniere e vi posso raccontare che non abbiamo visto neanche una balena -- solo qualche spruzzo in lontananza, e forse solo nell'immaginazione di chi ha detto di averlo visto. Per quanto riguarda me, per la maggior parte del viaggio sono stato a pregare che finisse presto e con quello finisse il mal di mare che mi ha fatto star male come non ero mai stato prima in vita mia. Le onde dell'Oceano Pacifico non perdonano i marinai dilettanti.

Eppure, vi devo anche dire che ho un certo feeling per le balene nonostante non ne abbia mai vista una viva e vegeta nel suo ambiente naturale. Non solo un feeling, proprio una cosa particolare, un interesse che non so da dove venga fuori, ma c'è. Altro che se c'è! Per le balene ci sento enormemente, tantissimo, una cosa che mi manda fuori di testa!

Forse sarà che uno dei primi libri che ho letto da piccolo è stato "Moby Dick", forse perché ho vissuto in California, dove le balene sono un vero culto. Ma credo di non essere il solo ad avere questo feeling particolare. Le balene sono creature aliene, ma veramente tanto aliene. Eppure, abbiamo un antenato comune che ha vissuto su questo pianeta forse 65 milioni di anni fa. Ed è questa la cosa affascinante. Noi siamo esseri umani, loro balene: siamo così diversi ma abbiamo qualcosa in comune.

Non so se questo spiega perché mi sono messo a scrivere questo libro insieme alla mia collaboratrice Ilaria (una terragna anche lei). Il libro non parla solo di balene, parla anche di tante altre cose, ma le balene ricompaiono qua e là praticamente in tutti i capitoli. Ma, come per tante cose, si trova una ragione anche dove forse non c'è. O forse si. Ma andiamo avanti.

Allora, le balene sono qualcosa di ricorrente nella mia vita, ogni tanto mi ritrovo a ragionarci sopra per un motivo o per un altro. E così, anni fa è successo che quando ho cominciato a occuparmi di petrolio mi sono messo a cercare un modello matematico che descrivesse il processo di estrazione. E, non so come, mi sono trovato a cercare dati sull'industria baleniera. Li ho trovati e mi sono sorpreso a scoprire che le curve di produzione dell'olio di balena avevano la stessa forma di quelle di produzione del petrolio. Si, la "curva a campana" detta la "curva di Hubbert" -- quella del famoso "Picco del Petrolio."

E così succedono le cose: impegnarsi in un nuovo campo di studio è un po' come innamorarsi. Prima una certa persona non la consideravi neanche, poi trovi che ha degli aspetti che ti incuriosiscono. Poi ti accorgi che è una persona interessante, poi che è anche bella, in effetti molto bella. E poi ti trovi completamente preso: non riesci a pensare a niente altro che a quella persona. Nel mio caso, erano le balene. Ci si può innamorare delle cose più cose strane, sapete? In effetti, si dice che l'amore e cieco (e le balene non è che ci vedano bene).

La storia prosegue con il primo modello che ho fatto della caccia alla balena che ho sperimentato un giorno che ero a letto con l'influenza. Non sapevo che fare e avevo tra le mani un computer portatile così vecchio e brutto che non so come è stato comunque in grado di far girare un algoritmo di fitting fatto alla buona. E, miracolo, dimostrando che il modello funzionava. Da lì, sono nati altri modelli e, si, anche quello dell' Effetto Seneca di cui parlo spesso.

Poi c'è stato il mio allievo e poi collaboratore Alessandro Lavacchi, molto più bravo di me a maneggiare numeri ed equazioni che mi ha aiutato a fare un modello migliore. E poi Ilaria Perissi, anche lei mia allieva e poi collaboratrice, anche lei molto più brava di me in tante cose, che ha applicato il modello a casi diversi di pesca oltre a quello delle balene, trovando che funzionava quasi sempre. A furia di lavorarci sopra, abbiamo trovato che gli esseri umani stanno veramente svuotando il mare. Proprio così, distruggendo ogni forma di vita che nuota, e va sempre peggio. E non solo quello, abbiamo scoperto tantissime cose che hanno a che vedere non solo con il mare, ma con come stiamo distruggendo mezzo pianeta, anzi, piano piano, proprio tutto.

E alla fine ci siamo detti, io e Ilaria, "Beh, se abbiamo trovato tutte queste cose interessanti, perché non ci scriviamo un libro sopra? Una cosa semplice, magari che piaccia ai bambini, senza perderci troppo tempo. Abbiamo troppe altre cose da fare." Ma scrivere un libro è come avere un figlio, è un impegno che non è mai leggero, e non ti puoi mai aspettare di non perderci troppo tempo. E così è stato. L'abbiamo scritto, è stato un gran lavoro, ma ora c'è -- come un bambino che è nato (fra le altre cose, è il primo libro di Ilaria).


Quindi, ci siamo trovati con questo manoscritto in mano, un po' titubanti. Il curioso di questa faccenda è che né io né Ilaria siamo esperti di pesca o di cose marine. Siamo tutti e due terragni fiorentini e Firenze non è che sia nota come una città di mare. Anzi, si diceva una volta che c'erano tanti fiorentini che non avevano mai visto il mare. E, chissà, forse c'è ancora qualche vecchio fiorentino che davvero non il mare non l'ha mai visto. E allora, come fanno due fiorentini a scrivere un libro sul mare?

A quel punto mi è venuto in mente di sentire quello che è probabilmente il più grande esperto mondiale di pesca, Daniel Pauly, che sta in Canada e che mi era capitato di incontrare una volta in Svizzera. Sempre un po' titubanti, gli abbiamo chiesto, "ma tu che ne penseresti di un libro così e così?" Lui ci ha risposto, "mandatemelo. Io non parlo italiano, ma sono di madrelingua francese, forse una scorsa glie la posso dare."

Il bello della vicenda è che il libro gli è piaciuto talmente tanto che si messo a decifrarlo parola per parola anche senza sapre bene l'Italiano e poi si è offerto di scrivere l'introduzione. E nell'introduzione ha scritto qualcosa tipo, "guardate, questi due tali, Bardi e Perissi, non sono esperti di pesca, ma proprio per questo gli esperti di pesca dovrebbero leggere il loro libro per imparare certe cose che non sanno. Come ne ho imparate io!"

Beh, nella vita ci sono delle soddisfazioni e questa è stata piuttosto notevole, ma non la sola. Alla fine, è venuta fuori anche una versione in inglese del libro che sarà stampata da Springer e che diventerà anche un "Rapporto al Club di Roma" della stessa serie che ha come capostipite il famoso, famosissimo, "I Limiti dello Sviluppo" del 1972. Uscirà prima dell'estate. Anche questa è stata una bella soddisfazione!

E così questa è la storia del libro. Piano, piano, vi racconterò altre cose in proposito su questo blog, nel frattempo stiamo già pensando al prossimo, anche se non abbiamo ancora deciso quale sarà il soggetto. La vita è tutta una scoperta e continui sempre a innamorarti di cose nuove. Così, vi lascio con una foto di io e Ilaria davanti alla statua in grandezza naturale del capodoglio Giovanni che è stato per un po' di tempo nel "Giardino dei Semplici" a Firenze. Il vantaggio della statua è che per vederla da vicino non c'è bisogno di farsi venire il mal di mare!





15 commenti:

  1. Leggerò senz'altro con grande interesse il vostro libro. Per combinazione un capitolo del mio prossimo libro "L'impero del cancro del pianeta" è dedicato ai problemi del nutrimento che ricaviamo dal mare, ed uno specifico paragrafo alla caccia alle balene. Molto materiale per questo capitolo l'ho ricavato dal saggio di Stefano Liberti "I signori del cibo" e dagli studi di Daniel Pauly, che poi ho scoperto essere un "cancrista" ante litteram (ho tradotto il suo scritto "Homo sapiens: cancro o parassita?" e l'ho inserito nel mio blog (https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/08/22/homo-sapiens-cancro-o-parassita/). Nell'approfondire la storia della caccia alle balene mi sono anche imbattuto nella simpatica vignetta del gran ballo tra balene e capodogli per festeggiare l'estrazione del petrolio in Pennsylvania nel 1961. Speravano che l'utilizzo del cherosene per illuminare le città al posto del grasso di balena ponesse fine alla loro caccia. Povere illuse! Lo sterminio andò avanti sino ai nostri giorni e ha rallentato solo per mancanza di "materia prima".

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  2. Segnalo l'esperienza di Paolo Fanciulli a Talamone (GR) e i suoi lustri li lotta tenace per una pesca sostenibile.

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    1. Sto iniziando a pensare che, per ora e per un bel po', la cosa migliore sarebbe non mangiarlo proprio il pesce. Soprattutto per chi vive lontano dal mare. La situazione è davvero così grave. Inoltre, la pesca è una pratica molto violenta: essendo noi animali terrestri, ci viene molto più facile ammazzare velocemente un altro animale terrestre che uno acquatico, che dobbiamo tirare fuori vincendo le sue a volte strenue resistenze, e poi sopprimere (anche se nella pesca su larga scala, viene semplicemente schiacciato o lasciato soffocare, quindi morti lente).
      Per non parlare dei pesci di allevamento, ammassati e nutriti di pesce pescato.

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    2. è da un po' che scrivo da qualche parte che il pesce bisogna mangiarne poco proprio poco.
      inoltre il governo dovrebbe emanare una legge stringente, che dica che nei supermercati il pesce va venduto a prezzo intiero, altro che scontarlo. lasciare dei mesi vuoti di pesca così si ripopola , ecc. ecc. non voglio essere noioso. a buon intenditor... un saluto.

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    3. quando mio nonno alle 11 prendeva il bilancino e diceva alla mia nonna di preparare la teglia coll'olio caldo per le 12, che lui sarebbe tornato colla zucca piena di pesciolini da frittura, era proprio un altro mondo. E sono passati poco più di 60 anni. Sembra impossibile che in così poco tempo l'umanità sia passata da un paradigma arcaico durato migliaia di anni alla disperata situazione attuale.

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    4. Gaia, se tu smetti di mangiare pescato, il prezzo si abbassa e ne mangia di più un prolifico che mette al mondo anche il quinto o il terzo figlio.
      Una paradosso simile a quello di Jevons.

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  3. meno male che il capodoglio Giovanni sarà sicuramente stato in un giardino chiuso, sennò chissà come lo avrebbero conciato.

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  4. Vi dò io un'idea, anche se non l'avete chiesta :)
    Bisognerebbe parlare dei fiumi e dei laghi svuotati - non di pesci, proprio di acqua!
    La memoria corta umana è spaventosa. Nessuno si ricorda più che fino a pochi decenni fa i fiumi e i laghi erano pieni di pesci, molluschi e uccelli, su cui si sostenevano intere economie e diete locali, per non parlare degli ecosistemi. I boschi e le campagne erano freschi, i fiumi larghi, possenti, alcuni cantavano passando. I fiumi definivano non solo la nostra geografia, ma anche la nostra identità. Adesso, per l'agricoltura, l'industria, e l'uso domestico, abbiamo fatto sparire gran parte della loro acqua e ci siamo dimenticati che sia mai esistita. Come sarebbe bello riaverli, quei fiumi e quei laghi... E invece continuiamo l'assalto, con eufemismi come "energia rinnovabile" o "messa in sicurezza" disboschiamo e cementifichiamo argini, intubiamo acqua...
    In Friuli, dove vivo, scorre il Tagliamento, il Re dei fiumi alpini, il Serengeti d'Europa, e chi più ne ha più ne metta. Vengono da tutto il mondo a studiarlo, e tutti, esperti o poeti che siano, non fanno che dirci di quanto è intatto, di quanto è unico... Ebbene, io il Tagliamento lo vedo spesso, dalla montagna fino quasi al mare, lui e i suoi affluenti. Praticamente non ha quasi più acqua. Neanche quando piove. È "intatto", è "selvaggio" è un "vanto" addirittura, ma non ha più acqua! È andata tutta in centrali idroelettriche e campi di mais. È una cosa che fa pena a vederla... ma nessuno la vede. Siamo al punto veramente orwelliano in cui un fiume può essere considerato intatto anche se nel suo letto non scorre niente.

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    1. mah! Ho fatto il militare a Codroipo nei Lancieri di Novara, nel lontano 1985 e i nostri carri facevano le esercitazioni nel Tagliamento, che mi pareva già allora simile ai torrentelli pietrosi delle mie montagne dove ho lavorato per più di 30 anni. Sarà perchè il FIUME cogli attributi per me è l'Arno che vedevo scorrere a Firenze e nel pisano. Comunque, se da allora è stato prosciugato ancora di più, sarà proprio ridotto ad un rigagnolo e probabilmente farà la fine del Colorado, che non arriva più al mare, e del lago d'Aral. L'unica speranza è, mi dispiace dirlo, che all'impero della locusta umana si sostituisca l'impero del virus. Questo è il momento di riflettere sulle parole del defunto biologo Joseph Lederberg, vincitore del premio Nobel, quando scrisse: "Viviamo in competizione evolutiva con batteri e virus. Non vi è alcuna garanzia che saremo noi i sopravvissuti". E visto che ormai si è capito che appellarsi all'intelligenza umana per cambiare il paradigma è impossibile, la guerra è solo all'inizio.

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    2. Penso che il danno sia stato fatto dal dopoguerra (il "boom" tanto celebrato oggigiorno) in poi, lì come altrove.

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    3. Gaia, il problema zero è e resta sempre quello: il numero di bocche da sfamare, da dissetare, da climatizzate, etc. .
      Se in Italia ci fossero 6M di persone, sulle sponde del Mediterraneo un decimo della popolazione attuale e così nel pianeta, semplicemente non ci sarebbe alcun problema perché il "troppo" pescato farebbe calare drasticamente i prezzi e renderebbe la pesca non solo non redditizia ma attività economica in perdita, repellente invece che attraente.
      Idem per colture idrovore come il mais, idem per le "rinnovabili" usate per gli effetti findus d'estate e tropicoincasatua d'inverno per masse urbane artificializzate, etc .
      Si torna sempre al problema zero

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    4. In questo caso, però, non c'è un automatismo tra riduzione della popolazione e riduzione del prelievo di acqua. Per esempio, la popolazione nel comune dove vivo è calata moltissimo rispetto ai livelli storici, ma c'è sempre meno acqua perché ne viene prelevata e poi sprecata un'enorme quantità. E, se non ne viene sprecata, comunque il prelievo è predeterminato e quindi viene tolta ai corsi d'acqua lo stesso. Poi magari è così tanta che finisce a far pozzanghere sulle strade da quanta ce n'è, ma nessuno pensa di lasciarla nel fiume. C'è una segheria che usa l'acqua dell'acquedotto per bagnare la legna tutto il giorno...
      Quindi, non basta lasciar calare la popolazione: bisogna assolutamente ridurre i consumi di acqua pro capite e ridurre il prelievo alla fonte.

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    5. Come osservai in "L'ecologia? anti egalitaria" anche se sei ricca sfondata non puoi farti 18 bagni si piscine da 250mc di acqua delle sorgenti himalayana raccolta in luna piena cambiata rinnovata ogni volta.
      Alla 4ª volta ti verrebbe a noia e smetteresti.
      Esiste un limite fisico superiore al consumo personale di risorse (non puoi essere contemporaneamente su tre aerei o elicotteri personali in volo).
      Aggiungo una cosa: evaporazione a parte, l'acqua non sparisce e... ritorna, per gravità, nelle falde e nei corsi d'acqua.
      A parte i costi energetici di pompaggio (quando presente), essa ritorna nel proprio ciclo.
      Non voglio negare che sia scellerato sprecarla ma solo che esiste una percentuale di scellerati, cretini e bacati mentali che è ineliminabile.
      Diminuisce la popolazione ad un decimo, diminuiscono ad un decimo pure i coglioni.

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  5. https://www.strategic-culture.org/news/2020/05/29/german-official-leaks-report-denouncing-corona-as-global-false-alarm/?fbclid=IwAR38WTecCLZ1fCtMZU6Yf3A92cdytlv87inSKyuXyF
    se di montatura o esagerazione si tratta, speriamo che non usino qualcosa di più letale, anche per sedare tutte le rivolte a giro per il mondo.

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