Troia non Cadde per Colpa degli Immigranti


domenica 17 novembre 2019

Note di teologia Gaiana: la Dea è un superorganismo?



La bellezza della teologia gaiana è che, contrariamente alla teologia ordinaria, non dovete fidarvi soltanto di di testimonianze di seconda mano circa il soggetto dei vostri studi. Gaia esiste e potete percepirla tutt’intorno a noi. Allora, la domanda è: che cosa è, o anche: chi è Gaia?

Come sapete l’idea moderna di Gaia in quanto cittadina della sfera terrestre è stata sviluppata negli anni 1970 da James Lovelock. Si è poi evoluta in differenti versioni ed è stata fraintesa in vari modi. Per esempio, Toby Tyrrell ha scritto un intero libro cercando di dimostrare che “Gaia “non esiste. Ed è riuscito solo a dimostrare che si può scrivere un intero libro su qualcosa che non si capisce affatto.

Ma è vero che certi modi di comprendere Gaia sono insostenibili alla luce di ciò che sappiamo della biologia. Si parla a volte di Gaia come di un “superorganismo” e a volte di come si impegni a ottimizzare l’ecosistema per gli esseri viventi. Questo non è possibile, come spiega per esempio un testo di Victor Gorshkov e Anastasia Makarieva del 2003 nel quale gli autori notano correttamente che se si suppone che Gaia sia un superorganismo, allora non può esistere.

Però, un attimo. Chi ha detto che Gaia è un superorganismo? E poi, che cos’è un superorganismo? Il termine è sufficientemente vago per poter essere usato e capito male. In generale si tratta di un assemblaggio di sottounità biologiche che non si riproducono individualmente, ma che dipendono da organi specializzati. Una cellula eucariota è un superorganismo, così come una colonia di formiche. E se tu, caro lettore, sei un essere umano, allora anche tu sei un superorganismo. Ma questo non vuol dire che Gaia lo sia. Per esempio, ho tra le mani il libro di Lovelock del 1988 “Gli anni di Gaia “e non trovo il termine “superorganismo,” che si riferisca a Gaia.

All’opposto, Lovelock aveva un’idea molto chiara di quello che è Gaia e lo ha descritto con il suo modello “Daisyword" un ecosistema molto semplificato composto da margherite che possono essere nere o bianche. Notate che le margherite non sono di due specie, come si spiega chiaramente nel libro, sono una sola specie con un grado di polimorfismo nella loro pigmentazione. Il meccanismo gaiano di Daisyworld consiste nel modificare leggermente la frequenza di uno dei loro alleli – cioè che l’allele tinta bianca diventa più frequente o prevalente- per contrastare un aumento progressivo della radiazione solare. Esse lo fanno per mantenere una temperatura ottimale, ma questo influenza anche l’ambiente. Con un maggior numero di margherite bianche, l’albedo del pianeta aumenta, la luce del sole è maggiormente riflessa nello spazio e il pianeta si raffredda. Un evento raro nell’ecosistema reale, ma certe alghe possono utilizzare questa strategia.



Immagine da gingerboot.com

Il modello Daisyword è una di quelle idee geniali che possono essere del tutto incomprese. È stata capita male: è stata percepita come un giocattolo, o come se non avesse rapporto col mondo reale, o semplicemente come insignificante. Però attenti: potete dire che è troppo semplice, rozza, ingannevole, quel che volete, ma tutti i modelli sono falsi e tutti i modelli sono utili se si tiene conto dei loro limiti. Questo è il caso di Daisyworld, un modello “a livello Zero” che apre per noi una visione completamente nuova sul funzionamento dell’ecosistema terrestre – Gaia. Un vero colpo di genio da parte uno degli spiriti più brillanti della nostra epoca.

Comunque ciò che discutiamo qua è il fatto che le margherite di Daisy World NON sono un superorganismo. Non hanno nulla della struttura complessa delle sottounità che costituiscono un superorganismo. Non si tratta che di una popolazione di individui vagamente accoppiati. In questo caso agiscono sull’ambiente modificando leggermente il loro genoma, Lovelock aveva in mente una scala temporale di milioni di anni, dunque c’era tempo a sufficienza perché il genoma cambiasse. Ma questa non è una condizione indispensabile, in una scala temporale più breve non abbiamo bisogno di intervenire sul genoma per far scattare il meccanismo gaiano. Ecco come Gorshkov e Makarieva descrivono il concetto che chiamano “regolazione biotica”.

Supponiamo che gli oggetti viventi capaci di controllare l’ambiente siano gli alberi e che la caratteristica ambientale da regolare sia la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. Supponiamo inoltre che durante una grande perturbazione atmosferica (eruzione vulcanica, attività antropiche), la concentrazione globale dell’anidride carbonica dell’atmosfera diventi notevolmente superiore all’ottimale biotico. Tutti gli alberi del pianeta coperto di foreste affrontano delle condizioni ambientali sfavorevoli più o meno uguali per tutti. Gli alberi normali cominciano immediatamente a lavorare per eliminare il carbonio dall’atmofera allo scopo di ristabilire la concentrazione ottimale di anidride carbonica. Questo può avvenire per esempio depositando l’eccesso di carbonio atmosferico sotto forma organica nel suolo e nei sedimenti.

Un diverso meccanismo Gaiano potrebbe non coinvolgere soltanto la biosfera ma l’insieme del metasistema formato dalla geosfera, dall’atmosfera e dalla biosfera. È il caso del ciclo geologico del carbonio che sembra essere stato fondamentale per mantenere la temperatura della terra all’incirca costante su una scala temporale di centinaia di milioni di anni, come ho spiegato in un articolo precedente.

Nessuno di questi meccanismi implica un controllo centralizzato, né altruismo, né intelligenza, né pianificazione o altre cose di questo genere – nessun superorganismo di nessun genere. Ed ecco che Gaia ci appare. È una proprietà sviluppata dall’ecosistema che si traduce in retroazioni interne che tendono a mantenere il sistema in uno stato omeostatico.

Tornando alla teologia, adesso possiamo rispondere alla domanda posta all’inizio, chi è Gaia? In quanto fenomeno collettivo dell’ecosistema, assomiglia molto ai demoni che Gesù incontra nel paese dei Geraseni quando gli dicono “Il mio nome è legione, perché noi siamo molti”. Allora, Gaia è un demone? Forse. Nell’antichità, il concetto di demone (δαίμων) non aveva in sé la valenza negativa che gli verrà poi attribuito in seguito dal Cristianesimo. Un demone è una forza, un aggregato, un’egregora della natura, generalmente benevolo, ma non onnipotente.

Le parole hanno il significato che noi vogliamo attribuire loro: possiamo dire che Gaia e “solo” un ecosistema e che non è affatto una dea, nel senso che certamente non è benevola e misericordiosa e che non deve essere adorata (certamente no!). Ma c’è anche il concetto di “deferenza” definito come un “un sentimento di profondo rispetto con sfumature di paura”. Il rispetto dovrebbe essere un atteggiamento appropriato nei confronti di una creatura estremamente potente che può spazzar via l’umanità in breve tempo.

Se voi non venerate o peggio disprezzate la Dea, male ve ne incoglierà: gli antichi avevano il concetto di hubris (ὕβρις) che provocava la Nemesi (Νέμεσις), la dea della vendetta, che dava un castigo appropriato a coloro che si rendevano colpevoli di un’eccessiva confidenza. Potrebbe essere che Nemesi non sia che un altro nome di Gaia, ma a ben guardare non abbiamo bisogno di una Dea in collera per distruggere l’umanità, sembriamo perfettamente in grado di farlo da soli. In conclusione tutto è nelle mani delle Moire (Μοῖραι) che svolgono dalle loro mani il filo del destino.





venerdì 15 novembre 2019

Lettera aperta ai giovani che lottano per la salvezza della biosfera


di Bruno Sebastiani

Cari ragazzi
voi avete dato vita a una rivoluzione, ed è la prima volta nella storia che una rivoluzione ha come obiettivo la salvezza della biosfera.
Questo è un avvenimento che rappresenta una svolta epocale nella vicenda umana e deve pertanto essere supportato da una base ideologica che rappresenti una svolta altrettanto epocale nella storia del pensiero.
Per tale motivo vi propongo alcuni spunti per la costruzione di una valida base ideologica.
1.  Nessun essere vivente ha mai creato squilibri ai danni della biosfera come quelli causati dall’uomo. Questo perché gli animali sono guidati dall’istinto e gli “interessi” contrapposti delle varie specie si sono sempre autoregolati nell’ambito del mondo della natura.
2.   Ad un certo punto della sua evoluzione biologica il cervello dell’uomo ha superato le dimensioni che gli consentivano di vivere seguendo semplicemente l’istinto e tale crescita gli ha permesso di iniziare ad intervenire sul mondo della natura modificandolo a suo piacimento.
3.     L’istinto di sopravvivenza unito alle nuove facoltà intellettuali ha dato vita alla volontà di potenza. Nella lotta per la vita Homo sapiens ha sconfitto con questa nuova arma, la super intelligenza, tutti i suoi concorrenti ed è diventato il re del mondo.
4.   Per giustificare questa nuova condizione gli antichi si sono inventati miti e religioni secondo i quali saremmo stati investiti di questo potere nientemeno che dal creatore dell’Universo.
5.     In base a tali convincimenti sin dagli albori della storia abbiamo iniziato a distruggere i tessuti sani del pianeta, portando all’estinzione un gran numero di specie animali ed intervenendo pesantemente sul mondo vegetale con l’invenzione dell’agricoltura.
6.   L’opera di distruzione è andata via via aumentando di intensità parallelamente alla crescita e alla diffusione della cosiddetta “civiltà”, fino ad oggi, momento storico in cui stiamo prendendo coscienza di essere molto vicini al punto di “non ritorno”.
7.     Questa tragica situazione si è verificata perché l’intelligenza umana è cresciuta fino a consentirci di modificare l’ambiente a nostro favore e a sfavore di tutti gli altri esseri viventi, ma non è cresciuta a sufficienza per ristabilire un equilibrio altrettanto duraturo.
8.    Abbiamo operato come le cellule di un tumore: siamo cresciuti a dismisura e abbiamo distrutto i tessuti sani dell’organismo planetario che ci ospita, ed ora ci accorgiamo di aver portato questo organismo in prossimità della fine, che costituirebbe anche la nostra fine.
9.   Pur in presenza di una situazione tanto grave è doveroso tentare di mettere in atto ogni azione che possa scongiurare, o quanto meno ritardare, la distruzione della biosfera. Per tale motivo è assolutamente necessario avviare sin da subito ogni iniziativa volta alla decrescita.
È compito della vostra rivoluzione individuare sistemi e strumenti con i quali intervenire nei confronti dei governanti per richiamare la loro attenzione alle vere priorità. Ma nel fare questo non dovete farvi ingannare da negazionisti e falsi ecologisti, e il modo migliore per restare saldi nei vostri propositi è di ancorare il vostro movimento ad una solida base ideologica.
Quella che vi ho indicato è solo una traccia di un percorso tutto da scrivere, ma credo che contenga in sé i punti fondamentali da approfondire.

venerdì 8 novembre 2019

Rapporto dall'Iran: un paese che non possiamo ignorare




Tradotto da "Cassandra's Legacy"  Sopra, Ugo Bardi tiene una conferenza all'Università di Teheran, ottobre 2019


L'Iran è un paese che conserva qualcosa del fascino che aveva nei tempi antichi quando era favoloso che remoto. Ai nostri tempi, è rimasto ancora un po 'remoto ma anche un paese che non poteva essere ignorato mentre attraversava una serie di eventi drammatici, dalla rivoluzione del 1979, la crisi degli ostaggi, la guerra Iraq-Iran dal 1980 al 1988, e molto di più. L'ultima convulsione politica è stata la "Rivoluzione verde" del 2009 che si è rapidamente esaurita, ma il paese continua a evolversi, soprattutto nelle sue relazioni con l'Occidente. È impossibile per chiunque, compresi forse gli stessi iraniani, valutare tutto ciò che accade nel loro paese. Di sicuro, l'Iran è complesso, mutevole, vario e affascinante, forse altrattanto di quanto lo era ai tempi di Marco Polo, quando era il fulcro delle carovane dei mercanti che trasportavano seta e spezie dalla Cina. Queste sono alcune note di un viaggio a Teheran dove ho soggiornato per una settimana a ottobre 2019.


La prima impressione che hai quando arrivi a Teheran è di caos: traffico intenso, folle di persone, movimento e rumore ovunque. Ma ci vuole poco tempo per capire che si tratta di un caos amichevole. Soprattutto se ti capita di essere italiano, ti trovi rapidamente a tuo agio nella confusione. Teheran è appropriatamente esotica nei bazar, ma tranquilla anche nei sobborghi e molto moderna in luoghi come il centro commerciale vicino al lago Azadi, dove si potrebbe pensare di essere a Parigi.

Una cosa sull'Iran è che è un posto straordinariamente amichevole. Non è una cosa inaspettata: la maggior parte delle persone in tutto il mondo sono naturalmente amichevoli se non si sentono minacciate o hanno l'impressione di essere truffate o prese in giro. Normalmente, sono anche in grado di separare i veri visitatori stranieri dall'immagine che la loro TV gli presenta. Se, come visitatore, ti avvicini alle persone locali in modo amichevole, ricambieranno quasi sempre allo stesso modo. In Iran, i governi occidentali sono spesso percepiti (per buoni motivi) come entità malvagie, ma questo non si applica ai singoli visitatori stranieri.

Solo per darvi un'idea dell'atteggiamento iraniano, vi posso raccontare che ero seduto con mia moglie in un ristorante locale (a proposito, se vi capita di essere a Teheran, provate il Reza Loghme sulla via Mirza Kurchak Khan: Fast food iraniano, assolutamente fantastico!). Lì, ci siamo messi a chiaccherare con un altro cliente che si è rivelato essere un ingegnere civile. Quando ha saputo che stavamo andando a vedere il Museo Abgineh (vetri) di Teheran (di nuovo, un posto altamente raccomandato da visitare), ci ha accompagnato e poi ha insistito per pagare i nostri biglietti "per mostrarci la tradizionale ospitalità iraniana." Questo fa sicuramente salire l'Iran su di diverse tacche nella classifica dei paesi amici, ma non è stato l'unico esempio della nostra esperienza a Teheran. Quella cordialità può estendersi anche ai visitatori americani: gli iraniani erano amichevoli con loro anche nel momento in cui gli Stati Uniti erano indicati come il "Grande Satana", come riporta Terence Ward nel suo libro "Alla ricerca di Hossein" (2003).

Detto questo, l'Iran non sembra essere solo amichevole con gli stranieri, sembra amichevole anche con gli iraniani - almeno in questo periodo. Certo, per uno straniero può essere difficile rilevare le tensioni sociali che sobbolliscono sotto la superficie, ma quello che posso dire è che a Teheran non si vedono i pesanti apparati di sicurezza militari tipici delle capitali occidentali. Ci hanno portato a vedere da fuori la residenza del presidente Hassan Rouhani in un edificio nella zona settentrionale di Teheran: la sicurezza del presidente sembrava richiedere solo pochi poliziotti intorno all'edificio. Naturalmente, potrebbero esserci state altre misure di sicurezza invisibili. Ma è impressionante come non si aspettino seri problemi.

In termini di tensioni sociali, la cosa ovvia che viene in mente a un occidentale sull'Iran, come per tutti i paesi islamici, è lo status delle donne. L'Iran e l'Arabia Saudita sono probabilmente gli unici stati al mondo a far rispettare per legge la tradizione islamica che le donne devono andare in giro a testa coperta. Tuttavia, il tempo in cui le donne erano tartassate dalla polizia se non si coprivano il capo sembra appartenere al passato. In Iran, se a una donna piace indossare uno chador nero che la fa sembrare una suora europea, è libera di farlo e molte lo fanno. Ma la maggior parte delle donne iraniane, perlomeno a Teheran, tende a interpretare le regole in modo creativo. Il velo, l'hijab, è indossato a metà sopra la testa ed è spesso leggero e colorato. L'abito è anche quello colorato e decorato, le donne indossano anche gioielli e trucco. Il risultato è spesso molto elegante e vivace. Mia moglie riferisce che dopo alcuni giorni a Teheran si sentiva completamente a suo agio indossando l'hijab e che si è sentita persino un po' strana quando lo ha dovuto abbandonare, tornando in Europa.


Certo, le impressioni di una settimana possono essere fuorvianti, ma ciò che ho notato in termini di struttura sociale del paese sembra essere coerente con i dati. In Iran, le donne sono ancora una minoranza in termini della forza lavoro, ma il loro ruolo è importante e più ampio rispetto ad altri paesi del Medio Oriente. Inoltre, il divario sembra sparire rapidamente. L'Iran rimane un paese relativamente povero: in termini di PIL pro capite (PPP), si colloca a circa la metà di quello italiano e a un terzo del valore degli Stati Uniti. Tuttavia, in termini di uguaglianza sociale, misurata dal coefficiente di Gini, l'Iran fa meglio degli Stati Uniti, sebbene non così bene come l'Italia. Gli iraniani hanno anche un buon servizio di sanità pubblica.

Il sistema educativo di un paese è un buon indicatore della coesione sociale: i governi dittatoriali non hanno interesse in una cittadinanza istruita: tendono piuttosto a sterminare i loro cittadini o ad usarli come carne da cannone. L'Iran, invece, brilla in quest'area con lo stato che fornisce istruzione gratuita a tutti i cittadini con risultati impressionanti. Circa 4,5 milioni di studenti sono iscritti ai corsi universitari, che è un valore solo leggermente inferiore rispetto agli Stati Uniti in termini relativi e molto più grande che in Italia. L'Iran ha uno dei più alti rapporti di studenti con la forza lavoro al mondo.

Ovviamente, una valutazione del sistema educativo iraniano dovrebbe considerare il livello scientifico delle università ed è vero che, in questo momento, non ottengono punteggi così alti come quelli occidentali. Ma le università che ho visitato sembravano essere gestite da persone competenti e il livello di ricerca era buono. Qui, si deve tener conto della barriera linguistica che spesso mette quelli che non sono di madrelingua inglese in una posizione di svantaggio nella competizione per lo spazio nelle migliori riviste scientifiche. Ho anche notato che gli istituti di ricerca che ho visitato avevano un organico massiccio di donne anche se, come accade in Europa, le posizioni di alto livello sono ancora per lo più nelle mani degli uomini. Questo però potrebbe cambiare rapidamente.

Anche l'Islam fa parte della cultura nazionale iraniana: visitare l'Iran al momento della celebrazione dell'Arba'een ti dà un'idea dell'importanza di alcune tradizioni religiose: non importa essere un musulmano sciita per capire quanto siano profondi i sentimenti per queste tradizioni affascinanti. Tuttavia, direi che l'attuale società iraniana è notevolmente secolarizzata. Non posso quantificarlo, prendetelo come un'impressione personale.

E ora qualcosa sulle prospettive. La prima questione è la popolazione: ha raggiunto 80 milioni e continua a crescere, anche se a un ritmo progressivamente più lento. L'Iran si sta muovendo verso la sua transizione demografica, ma non c'è ancora. Questo potrebbe essere un grave problema in futuro: l'Iran è un grande paese, ma in gran parte arido e solo una parte della sua terra è arabile. Il risultato è che gli alimenti devono essere importati dall'estero. Finora questo non è stato un problema: la globalizzazione ha reso possibile acquistare cibo ovunque e il risultato è stato la quasi scomparsa della fame e delle carestie in tutto il mondo. 


Ma le cose continuano a cambiare: la globalizzazione se ne sta andando e potremmo vedere un ritorno alla vecchia massima che dice "Tu Affamerai il Tuo Nemico". Recentemente, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha suggerito che affamare gli Iraniani era l''obiettivo delle sanzioni economicha, anche se in seguito lo ha negato. In ogni caso, il problema dell'offerta alimentare è riconosciuto dal governo iraniano, da cui l'enfasi sulla ricerca sulla dissalazione e sulla gestione delle risorse idriche (per inciso, il motivo per cui ero a Teheran). L'acqua desalinizzata, finora, è stata troppo costosa per essere utilizzata in agricoltura, ma ciò potrebbe cambiare in futuro e, in ogni caso, la gestione delle risorse idriche è un elemento vitale nel futuro dell'Iran.

Poi, c'è la questione della produzione di petrolio. Ecco gli ultimi dati disponibili per l'Iran. (Da "peakoilbarrel.com" - la scala Y è in migliaia di barili al giorno)

Al suo picco, intorno al 1978, la produzione di petrolio iraniana aveva raggiunto circa 6 milioni di barili al giorno rendendo l'Iran uno dei principali produttori di petrolio al mondo. Dopo la rivoluzione e la guerra, la produzione ha raggiunto una certa stabilità a circa 4 Mb / giorno. Ma vedete l'effetto delle sanzioni economiche: la produzione dell'Iran è stata quasi dimezzata e le esportazioni quasi azzerate. Ai prezzi attuali del petrolio si tratta di una perdita di entrate di decine di miliardi di dollari, per nulla trascurabile per un PIL di circa 500 miliardi di dollari.

L'economia iraniana può sopravvivere alla perdita di entrate dal petrolio: sta sopravvivendo proprio ora, anche se con difficoltà. Ma, in un certo senso, le sanzioni non sono una cosa del tutto negativa: possono essere viste come uno stimolo a muoversi in una direzione in cui l'Iran deve comunque muoversi. Le risorse petrolifere nazionali non sono infinite e la graduale perdita della domanda in tutto il mondo porterà l'Iran a un punto in cui dovrà cessare di essere un'economia basata sul petrolio. Queste sono le stesse sfide affrontate da tutti i paesi del mondo: abbandonare il petrolio e passare a un'economia basata sull'energia rinnovabile. È una sfida difficile
che probabilmente non verrà vinta senza traumi e sofferenze, ma non è una scelta. Volenti o nolenti, dobbiamo tutti andare in quella direzione.

Un problema, qui, è l'evidente mancanza di ciò che chiamiamo "consapevolezza ambientale". Naturalmente, i ricercatori universitari e gli insegnanti in Iran sono consapevoli dei cambiamenti climatici ma la maggior parte della gente sembra pensare che sia solo un'altra bufala occidentale inventata per costringerli alla sottomissione. Vedendo il mondo dalla parte iraniana, non li posso criticare per essere un po' troppo complottisti. In tempi recenti, i governi occidentali hanno fatto del loro meglio per perdere anche gli ultimi brandelli di credibilità che erano riusciti a mantenere. E i risultati sono facilmente rilevabili: ho chiesto a un gruppo di circa 30 studenti della facoltà di ingegneria dell'Università di Teheran cosa ne pensassero di Greta Thunberg. E' venuto fuori che nessuno di loro aveva la minima idea di chi fosse.

Nel complesso, tuttavia, non sono pessimista riguardo al futuro dell'Iran. Di fronte a una sfida difficile, l'Iran ha alcuni vantaggi. Uno è quello di essere al centro della nascente zona di scambio eurasiatica. Un altro è essere un paese ben soleggiato, cosa che lo rende particolarmente adatto per l'energia solare. Alla fine, sarei d'accordo con l'idea proposta da Hamid Dabashi in "Iran, la nascita di una nazione" (2016) in cui nota che l'Iran era una nazione prima che fosse uno stato. La nazione iraniana è tenuta insieme da forti tradizioni culturali e legami linguistici. È sopravvissuta a enormi sfide nel recente passato, ha la possibilità di sopravvivere a quelle nuove che verranno.



Ringraziamenti: Ali Asghar Alamolhoda, Ati e Soroor Coliaei, Grazia Maccarone, Fereshteh Moradi, Mohammad Mohammadi Hejr, Hossein e Samaneh Mousazadeh, Bijan Rahimi e molti altri.


domenica 3 novembre 2019

Vivere in un esperpento.



di Jacopo Simonetta

L’Esperpento, si studia al liceo, è un genere letterario spagnolo dei primi decenni del XX secolo.   La sua caratteristica è quella di creare quadri in cui personaggi ridicoli e intimamente miserabili danno vita ad atmosfere inquietanti, finanche decisamente lugubri, dominate da una morte sempre incombente.  La sua peculiarità è proprio che ridicolo e tragico, delirio e realtà scaturiscono gli uni dagli altri; sono mostrati come l’amalgama inscindibile che forma la lega di cui è fatta la vita umana.

Passando dalla letteratura alla storia contemporanea, è difficile trovare una più appropriata metafora per descrive l’assurda e tragica commedia di cui siamo tutti comparse. Cercherò di spiegare meglio questa sensazione che mi accompagna oramai da qualche anno tramite due esempi molto diversi.

Nel primo la farsa prevale tanto sulla tragedia che solo pochi spettatori la vedono mentre incombe sulla scena. Mi riferisco alla “Settimana della Ribellione” del movimento Extinction Rebellion che si è svolta a Roma dal 7 al 13 di questo ottobre.   L’iniziativa ha coinvolto anche una sessantina di altri paesi del mondo ed in molte città, anche vicine come Londra e Bruxelles, i manifestanti sono stati arrestati, bersagliati con i cannoni ad acqua, malmenati  ed altro.   Qui abbiamo già un evidente paradosso: persone che si preoccupano di convincere i governi a fermare (o perlomeno rallentare) la corsa collettiva verso il baratro vengono trattate come dei facinorosi.  Ma torniamo a Roma, che si presta particolarmente bene come esempio proprio perché qui nessuno si è fatto male e tutto si è svolto in modo molto rilassato.

L’elemento farsesco è stato rappresentato da decine di poliziotti armati fino ai denti schierati a controllare un numero assai più esiguo di ragazzi e qualche vecchietto.  L’oggetto più pericoloso che circolava fra i manifestanti era un tamburo.   Anche la DIGOS era presente in forze ed i suoi agenti erano ben mascherati per potersi mescolare alla folla; solo che non c’era nessuna folla e così sono rimasti a chiacchierare tranquillamente con i colleghi in uniforme.

Ma il paradosso non basta a creare l’esperpento.  Per questo è indispensabile la tragedia, nella fattispecie ben rappresentata dalle splendide giornate di sole, con temperature che sarebbero state piacevoli se fossimo stati alla fine di Agosto, non alla metà di ottobre. L’ultimo, striminzito corteo si è concluso in un luogo molto particolare e simbolico, dove l’avidità dei palazzinari ha finito per far nascere un lago.

Alla manifestazione c’erano poche decine di persone, ma alla grigliata sul prato ce ne erano centinaia, tutte allegre e felici: uomini in canottiera e bambini che correvano seminudi.  Solo i cani, vistosamente affannati, sembravano percepire uno sconvolgimento del clima che è già ampiamente in corso.  Pochi, perfino fra gli attivisti spersi nella folla, sembravano rendersi conto che il prezzo per  le belle giornate di sole fuori stagione sono la siccità cronica, i ricorrenti nubifragi e quell'estinzione di massa contro cui il movimento si batte.  Invero, lo spettro della morte pervadeva l’intera  gaia scena, senza che nessuno lo notasse.

Il secondo esempio è di natura assolutamente opposta.  Qui la morte e la ferocia dominano completamente la scena al punto che è difficile vedere dietro la cortina di fumo il marchio della stupidità e del ridicolo. La scena principale inquadra i panzer turchi che aprono la strada a bande di miliziani, moderni bashi-bauzuk, oggi come in passato incaricati di fare il “lavoro sporco” che le truppe di linea di solito non fanno.   Un’altra ondata di bombardamenti, stupri, massacri, in tutto uguali a quelli che da 8 anni vanno in scena in Siria.

Dietro il fumo ed il sangue, spicca però il piccolo megalomane che ha scatenato questa offensiva e l’assurdo di una grande potenza che, per il capriccio di un mentecatto, rinuncia all'unico brillante successo conseguito da 20 anni a questa parte, riconsegna un territorio strategico ai propri nemici di sempre ed apre le porte a nuove minacce verso i suoi alleati ed ai suoi stessi interessi vitali.
'Grande successo. Una zona sicura è stata creata' ha twittato Trump a chiosa di una delle peggiori disfatte subite dagli USA dalla fine della guerra in Vietnam.  Se non è esperpento questo!

Ma non è ancora tutto.  Gli USA hanno autorizzato l’invasione turca della Siria settentrionale, di fatto indipendente e controllata da milizie alleate degli States.   Poi, sempre gli americani, hanno presentato all’ONU una mozione di condanna dell’invasione, mozione che però è stata bocciata per il veto congiunto di Russia e Cina, mentre le truppe di Assad e di Mosca entravano in Kurdistan da sud, non si sa bene se come alleati o come conquistatori. In tutto questo, chi vince è la Russia che recupera quasi integralmente la sua vecchia colonia d’oltremare senza sforzo alcuno. 

Chi perde sono i curdi, certo, ma ancor più gli Stati Uniti e la Turchia, promotori dell’operazione.  La fascia di territorio che Erdogan voleva conquistare è infatti passata quasi del tutto sotto controllo russo, non turco. Così, invece di confinare con un territorio occupato da milizie curde non particolarmente ostili e controllato da un alleato, i turchi si trovano a confinare con un territorio brulicante di guerriglieri che anelano vendetta, pattugliato da una potenza che se non è apertamente nemica, certamente non è amica.  Non a caso le sparatorie stanno continuando, mentre i russi bombardano i miliziani filo-turchi di Idlib.

Nel frattempo, i guerriglieri dell’ISIL sono evasi in massa e probabilmente si stanno riorganizzando.
Tombola!

Gli esempi si potrebbero moltiplicare all'infinito, dalla tragicommedia della Brexit, fino a quasi tutto ciò che succede.  L'intreccio fra ridicolo, grottesco e tragico forma l'intima natura della politica.

Il termine “esperpento” fu inventato da Ramón María del Valle-Inclán nell’opera teatrale "Luces de Bohemia", il cui protagonista, Max Estella,  muore di sconforto al termine di una lunga notte, riassuntiva di molti anni di calamità e follie nazionali.

Ma Estella era il protagonista, non aveva scampo.  Nell’esperpento reale che stiamo vivendo non ci sono protagonisti, solo comparse; a cominciare da quelli che si credono di guidare un onda che li porta senza che capiscano dove.  E nessuno si cura del destino delle comparse.  Un vantaggio, perché è proprio questo che ci consente di sbirciare fra le quinte per cercare una scappatoia verso un altro genere letterario.   Si spera più felice o, perlomeno, più sensato.

giovedì 31 ottobre 2019

Il Vero Responsabile


Guest post di Bruno Sebastiani.  

La gran parte degli ambientalisti accusa la rivoluzione industriale e il capitalismo di essere i responsabili del dissesto che sta conducendo verso il baratro la biosfera di questo pianeta.
Questi due sistemi, uno tecnologico e l’altro economico, sarebbero i “super colpevoli” impersonali che, di generazione in generazione, si tramandano la responsabilità della crescente distruzione planetaria.
Calandoci poi nei singoli periodi storici degli ultimi duecento anni, nel corso dei quali è maggiormente esplosa l’aggressività dell’uomo contro la natura, constatiamo che industrialismo e capitalismo si sono impersonificati in singoli personaggi del mondo produttivo, politico e finanziario, via via accusati di essere i responsabili “fisici” della catastrofe.
Da Napoleone Bonaparte a Edison, dai Rothschild ai Krupp, da Benz a Ford, dagli Agnelli a Berlusconi, solo per citare una serie di nomi estratti a casaccio da un elenco di centinaia, migliaia di personaggi che, per un verso o per un altro, avrebbero contribuito allo stravolgimento dell’equilibrio che regolava la vita di tutti gli esseri viventi.
Ora è la volta di Trump e di Bolsonaro.
Il primo è accusato di essere il numero uno di tutti gli imperialisti che negano i danni del cambiamento climatico e dello sfruttamento eccessivo delle risorse.
Il secondo viene ritenuto colpevole di un danno circoscritto ma di estrema gravità: la dissoluzione dell’ultimo polmone verde del pianeta, la foresta amazzonica.
Ma davvero sono costoro i veri responsabili dei guai che stiamo passando noi e tutte le altre specie di piante ed animali?
Relativamente al sistema produttivo – economico che sta divorando le cellule sane del pianeta sarà appena il caso di accennare a alcuni differenti contesti storico-politici che ci inducono quantomeno a dubitare sulla unilateralità delle colpe.
Il comunismo, ad esempio, cercò in tutti i modi di accelerare l’industrializzazione dell’URSS con i famosi piani quinquennali di staliniana memoria e, relativamente ai Paesi aderenti all’ex Patto di Varsavia, sono ben note le tragiche condizioni ecologiche in cui furono lasciati dopo il dissolvimento dell’Impero sovietico (il disastro di Chernobyl ne fu la testimonianza più eclatante);
Inoltre i maggiori inquinatori attuali del pianeta sono i Paesi asiatici, con la Cina in prima fila. Dei dieci fiumi che riversano negli oceani il maggior quantitativo in assoluto di materie plastiche ben otto sono asiatici (e due africani). Anche riguardo al dramma della deforestazione dell’Amazzonia la Cina ha gravi responsabilità: gran parte della soia colà prodotta è infatti destinata ad ingrassare i maiali che si trasformano in cibo sulle tavole dei cinesi.
Quest’ultima annotazione ci introduce all’approfondimento di ciò che sta accadendo nel cuore del Brasile.
Da semplici ricerche in rete apprendiamo che l’opera di deforestazione dell’Amazzonia è iniziata a partire dagli anni Quaranta del Novecento, con il fine dichiarato di avere più terra a disposizione per l’agricoltura, di guadagnare con la vendita del legname e di sfruttare i giacimenti minerari esistenti.
Anche la costruzione di numerose vie di comunicazione per collegare le grandi città ha contribuito all’opera di disboscamento ed ha incoraggiato la costruzione di nuovi villaggi, peggiorando la situazione.
All'inizio del XXI secolo l’opera di deforestazione ha subìto una consistente riduzione, salvo ripartire negli ultimi mesi mediante l’incendio di vaste aree.
Complessivamente in poco meno di un secolo più di un quinto della foresta è stato distrutto.
Tutto ciò, ovviamente, non assolve Bolsonaro per le sue azioni nefaste, ma sta a significare che il problema era preesistente e continuerà ad esistere dopo la dipartita del signor Bolsonaro, ammesso che la biosfera del pianeta sopravviva a tale data.
Sul tema della deforestazione sarà utile fare anche un’altra riflessione.
L’Europa, il continente in cui viviamo, era completamente ricoperto da foreste fin quando “homo sapiens” introdusse l’agricoltura 10-12 mila anni fa, costruì villaggi, città e vie di comunicazione, nonché fece spazio ad ampi pascoli per gli animali destinati a nutrirlo.
Ho già trattato questo tema nell’articolo “La distruzione della natura nell’antichità”, pubblicato su Effetto Cassandra il 13 luglio 2019.
Il “delitto” di Jair Bolsonaro, dunque, è stato già commesso dai nostri padri migliaia di anni fa e, nel nostro piccolo, anche noi continuiamo a commetterlo ogni volta che abbattiamo un albero perché le sue radici sollevano l’asfalto di una strada o perché intralcia il passaggio delle onde della rete 5G.
Chiedere ai brasiliani di non deforestare o ai cinesi di non mangiar carne è come dire: noi abbiamo sfruttato tutte le nostre risorse, ci siamo abbuffati fino ad ora e continuiamo a farlo, ma voi, per cortesia, non fatelo, sennò il clima cambia e la biosfera, noi compresi, muore.
Noi abbiamo sfruttato le vostre risorse anche a casa vostra, con il colonialismo e l’imperialismo ed oggi vorremmo continuare a farlo con il “land grabbing”, ma voi per cortesia rispettate l’ambiente e mangiate poco, altrimenti andiamo incontro al collasso.
Non avvertite l’ipocrisia di un tale ragionamento?
Ma quindi la colpa di tutti i disastri che ci circondano è di Trump, di Bolsonaro e dei loro simili o non siamo piuttosto noi, tutti noi, specie “homo sapiens”, ad essere i veri responsabili di ciò che accade?
E più in particolare. Lo siamo sempre stati o vi fu un momento nella nostra preistoria in cui deviammo dalla strada maestra per imboccare il vicolo cieco e senza ritorno in cui ci troviamo?
Il secondo capitolo del mio libro Il Cancro del Pianeta è titolato: “Il cervello: l’origine di tutti i mali”. In esso ho cercato di argomentare come il nostro encefalo a un certo punto della preistoria abbia iniziato gradualmente ad accrescersi, fino a consentirci di contravvenire alle leggi di natura (alias, a deviare dalla strada maestra).
È lui il vero responsabile, e con esso tutti noi che lo ospitiamo.
Prendersela con Trump e Bolsonaro o contro il capitalismo e l’industrialismo significa individuare falsi bersagli per cercare di sfuggire alle nostre responsabilità di specie.
Io combatto questi cattivi capi di stato, quindi sto dalla parte dei buoni. Purtroppo non è così!
Solo una teoria che dimostri all’essere umano la sua vera natura di cellula maligna di Gaia può renderci consapevoli della nocività di “homo sapiens” in quanto “homo sapiens”.
A tale teoria ho dato il nome di cancrismo. Spero che possa contribuire a risvegliare le coscienze e quantomeno a rallentare la nostra folle corsa verso il baratro.

venerdì 25 ottobre 2019

L'utopia oltre lo specchio



Quando terminai il mio libro ‘Il Secolo Decisivo: storia futura di un’utopia possibile’, l’utopia era lì, a un palmo dal mio naso, pronta per essere afferrata e trascinata a forza nella realtà. Un anno dopo, appare in qualche modo allontanarsi. La chiamo, lei si gira. Mi guarda con un’espressione fra speranza e rassegnazione, il volto stanco, come quello di chi crede in un sogno ma è consapevole dell’entità degli ostacoli. E cosi ci guardiamo l’un l’altra, occhi negli occhi. ‘Mi hai mentito?’ le chiedo. Silenzio.
L’utopia, scrisse una volta qualcuno, è la realtà che si guarda allo specchio senza trucco, e rivela a se stessa il proprio inganno. Oppure era il contrario? Quando immaginiamo un’utopia o osserviamo la realtà proiettiamo qualcosa nello specchio, è certo: una cosmesi fatta di speranze e paure, informazioni parziali e convinzioni precarie, di cui non siamo del tutto consapevoli. E poi dimentichiamo di togliere il trucco, e scambiamo lo specchio per una finestra sul futuro o sul presente. Ma se utopia (e realtà) è un riflesso di noi stessi, non possiamo giudicarla al di fuori di noi. Ovvero: l’utopia di qualcuno è la distopia di qualcun altro. Una Terra senza esseri umani: un eden per gran parte degli esseri viventi che popolano il pianeta. Il sistema socio-economico vigente: un paradiso per chi si trova nel giusto emisfero e ha il giusto numero di zeri sul proprio conto in banca. L’utopia del mio libro, invece, nasce come un compromesso: alcuni ci perdono, ma in generale gli esseri umani ne uscirebbero più felici, vedendo garantita la propria sopravvivenza sul lungo periodo. Sfortunatamente, coloro che oggi posseggono il potere necessario a cambiare le cose sul serio sono anche quelli che più avrebbero da perderci nel farlo.
Perché ha due facce, utopia, ed è futile negarlo: una è idee e progetti, e si può riversare nelle pagine di un libro. L’altra è azione ed opere, e ha poco a che vedere con inchiostro e tastiere. Una è il sogno, l’altra è la realizzazione del sogno: un non-luogo che diventa possibile abitare solo attraverso il lavoro e l’impegno di molti. Il problema, privilegiati a parte, è convincere le persone ad agire per il giusto cambiamento. Sì, giusto, perché anche un ritorno al fascismo rompe con lo status quo, ma chi lo vuole un ritorno al fascismo (elettori italiani esclusi)?
Convincere la gente circa la necessità di un cambiamento è in realtà poca cosa. Oh, la gente è già convinta, convintissima! Non importa nemmeno quale, purché sia un cambiamento. Ciò che manca è un dibattito informato su quali cambiamenti sono migliori, o almeno più auspicabili, di altri. Se tale dibattito non esiste al di fuori di taluni circoli accademici e intellettuali, è perché esigerebbe di gettare luce su due elementi che la ´politica del cambiamento´ ama nascondere sotto il tappeto: i costi che suppone una reale transizione a un modello alternativo, da una parte, e i pregi del sistema vigente, dall’altra. Che il modello socio-economico attuale non sia il male assoluto e che il paese delle meraviglie faccia pagare il biglietto d’ingresso sono verità che la gente non vuole assolutamente sentire. Gli assoluti sono più facili da digerire, e non confondono. Male assoluto o sogno ad occhi aperti. Il primo fornisce un nemico esterno, facilmente strumentalizzabile a fini politici, il secondo una comoda via di fuga dalla realtà. Entrambi sono illusioni, per distogliere lo sguardo dal qui-e-ora.
L’utopia, quella possibile, non può invece cedere al sogno. Non può essere un punto d'arrivo, ma solo un sentiero (da seguire adesso, cautamente e con mente critica). È instabile, e viene cancellata dal tempo, se si attende troppo a lungo, confusa dal procedere incessante delle illusioni della politica. Non è perfetta, perché è possibile. La sua risposta alla mia domanda è quasi impercettibile nel clamore del presente, ma non un silenzio. No, ora lo so. La risposta, inutile dirlo, siamo noi.

sabato 19 ottobre 2019

Stop alla Formula 1 e a tutte le altre gare motoristiche


Mi scuserà l'amico Sebastiani se precedo questo suo post con una mia critica personale. Non che io sia un appassionato di uno sport dove il momento più eccitante è quando le macchine si fermano a far benzina. Ma, onestamente, questa idea di abolire la formula 1 è una nuova incarnazione dell'autolesionismo dei vari ambientaisti/ecologisti/rossoverdisti/ eccetera. Ovvero, come farsi danni con le proprie mani inventandosi cose che li rendono ancora più fastidiosi e supponenti di quanto non siano normalmente considerati.





Spesso gli interlocutori a cui espongo l’idea che l’uomo sia il cancro del pianeta mi chiedono quale sia la “pars costruens” del cancrismo, ovvero cosa io proponga per porre rimedio alla tragica situazione in cui ci troviamo.
Nessuno vuol sentirsi dire che non c’è niente da fare, che il caso ci ha condotti a distruggere il pianeta e a rompere irreparabilmente l’equilibrio della biosfera, punto e basta.
E allora io suggerisco, perché ci credo, di mettere in atto delle cure palliative, di tentare di alleviare le sofferenze del mondo vegetale e animale per rinviare il più a lungo possibile il “redde rationem”, cioè la presentazione del conto che la Natura prima o poi ci esibirà per il sontuoso banchetto che abbiamo consumato ai suoi danni.
Ridurre i consumi, riciclare i rifiuti, inquinare il meno possibile ecc. ecc., queste sono le azioni concrete che possiamo mettere in atto. Ma non molto di più: non siamo in grado di tornare indietro, la via che abbiamo imboccato è senza ritorno. L’impero che abbiamo edificato è di una tale complessità ed interconnessione che non possiamo abbattere delle colonne portanti senza correre il rischio che l’intero edificio ci crolli addosso.
Il nostro stesso fisico si è modificato, gli agi di cui ci siamo circondati sono diventati delle vere e proprie necessità.
Come potremmo vivere senza elettricità, riscaldamento, auto, aerei e treni?
Ma se non possiamo rinunciare a dei mezzi di collegamento che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana, potremmo quantomeno rinunciare all’esibizione di questi mezzi a fini “spettacolari”.
Ecco allora una proposta concreta che promana dalla teoria cancrista come simbolo “forte” del nostro rifiuto di tutti i danni compiuti in nome del progresso: diciamo STOP a tutte le gare automobilistiche, ad iniziare da quelle di Formula 1!
Sono ovviamente consapevole che il fermo di queste manifestazioni non risolverebbe minimamente i problemi del pianeta, ma l’iniziativa avrebbe il vantaggio di lanciare un segnale importante senza alcuna controindicazione.
Se, ad esempio, chiedessimo di abolire le monocolture, di eliminare l’uso dei pesticidi e dei fitofarmaci, di chiudere gli allevamenti intensivi – tutte ottime e sacrosante battaglie – produrremmo, in caso di vittoria, conseguenze disastrose sul piano alimentare per l’umanità, rischieremmo di scatenare carestie e incontrollabili sconvolgimenti nella catena della distribuzione del cibo.
Al contrario il fermo delle gare motoristiche non comporterebbe alcuna conseguenza dannosa per la popolazione ma assesterebbe un bel colpo psicologico ad uno dei miti più deleteri della nostra epoca, il mito della velocità, della potenza artificiale e, in definitiva, del progresso tecnologico.
E poiché gli uomini, i giovani soprattutto, si nutrono abbondantemente di miti, il sollevare una bandiera con su scritto STOP ALLA FORMULA 1 e portarla in battaglia costituirebbe già di per sé un ottimo catalizzatore di energie da impegnare poi nella mischia di lotte più importanti.
Tra il 20 e 27 settembre 2019 milioni di giovani e meno giovani sono scesi nelle piazze di tutto il mondo per attirare l’attenzione dei governanti sul cambiamento climatico e sulle cause che lo hanno scatenato.
A tutti costoro offro come mio personale contributo questa proposta di campagna molto “concreta” ma anche molto “ideologica”: se è vero, come è vero, che gran parte dei problemi ambientali derivano dall’uso dei combustibili fossili, colpiamo chi di questi combustibili fa un uso tanto inutile quanto smodato (2 - 300 kg di carburante a gara – prove comprese - da moltiplicarsi per una ventina di auto e per una ventina di gare solo per la Formula 1, più le infinite altre gare automobilistiche e motociclistiche!)
Loro amano la velocità, il rumore, la competizione, noi amiamo il procedere lento, il silenzio, la contemplazione.