Effetto Seneca

Il futuro secondo la filosofia stoica

mercoledì 29 luglio 2020

Un olobionte felice è un olobionte che si prende cura del proprio microbioma


Un olobionte chiaramente infelice impegnato nello sterminio del suo microbioma. Una cattiva idea.



L'epidemia di biofobia sta ancora imperversando in tutto il mondo, con persone che si lavano continuamente le mani con sostanze velenose convinte di fare qualcosa di buono, o costrette dalla legge a farlo.

Non è una buona idea, Il microbioma cutaneo è prezioso per noi, tra l'altro è la prima vera barriera contro le infezioni. Alcune persone stanno riconoscendo il problema, come è descritto in un recente articolo su " The Guardian "

Ecco un estratto:
Anche se non hai ancora letto a proposito del nostro microbioma - i trilioni di microbi che conducono vite simbiotiche con gli umani, colonizzando la nostra pelle e il nostro intestino - potresti aver notato scritte un po' vaghe come "delicato sui microbiomi" stampato su bottiglie di gel doccia. Questo perché i microbiologi - e le ditte - stanno imparando sempre di più sulla complessa relazione che abbiamo con i nostri germi. Questi includono i loro ruoli da protagonista nello sviluppo del nostro sistema immunitario, proteggendoci dagli agenti patogeni (creando sostanze antimicrobiche e competendo con loro per spazio e risorse) e diminuendo la probabilità di condizioni autoimmuni come l'eczema. Quindi, c'è una crescente consapevolezza che rimuoverli, insieme agli oli naturali di cui si nutrono, o bagnarli con prodotti antibatterici, potrebbe non essere l'idea migliore dopo tutto.
Prenditi cura del tuo microbioma e sii un olobionte felice!




(scappellata: Miguel Martinez -- tradotto dal blog "The Proud Holobionts")

venerdì 24 luglio 2020

La adattabilità del genere umano


Osservo in questi giorni il nuovo look degli spot pubblicitari che passano in TV. Oltre al rinnovato green-washing di cui mi sono già occupato (articolo “Il Green business che ci aspetta”) vedo un grande sfoggio di mascherine e di slogan inneggianti alla ripartenza dell’Italia. In pieno lockdown il ritornello era “io resto a casa”, ora è tornata la speranza e, con l’invito a mantenere il distanziamento sociale, si assiste a spot che mostrano ogni genere di attività lavorativa in corso di riapertura.
Fin qui nulla di strano. In fondo la pubblicità e la televisione rispecchiano i comportamenti della società, esattamente come i comportamenti della società sono influenzati dalla pubblicità e dalla televisione, similmente al classico girotondo del cane che si morde la coda.
Ma l’osservazione di questo stato di cose può offrire lo spunto per considerazioni di più ampio respiro.
Così come stiamo superando una pandemia che ci ha costretti all’isolamento sociale per tre lunghi mesi, in passato l’umanità ha superato crisi ben più micidiali.
Ricorderò solo alcune delle emergenze più gravi che hanno afflitto i nostri antenati:
  • le glaciazioni. L’ultima, Wurm, interessò il pianeta tra 110.000 e 12.000 anni fa. Nel periodo che va dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo la Terra fu caratterizzata da un clima freddo denominato PEG, piccola era glaciale
  • le pandemie. Andando a ritroso nel tempo, il genere umano è stato afflitto dal virus dell’Hiv/Aids (tra i 25 e 35 milioni di morti), dall’influenza Spagnola (tra i 40 e i 50 milioni di morti), dal Vaiolo (oltre 50 milioni di morti), dalla Peste e dal Colera (oltre 200 milioni di morti), solo per citare le malattie più letali
  • le guerre. Inutile qui fare il riassunto degli eventi e del numero di morti di cui è pieno ogni manuale di storia.
Ebbene, nonostante tutti questi eventi catastrofici e i tanti altri che per brevità ho omesso di annoverare, la popolazione umana ha continuato a crescere a dismisura, raggiungendo il ritmo parossistico di riproduzione che ben conosciamo.
Che interpretazione dare a questa realtà? Una e una sola: l’abnorme evoluzione patìta dal nostro encefalo (conseguenza di alterazioni casuali intervenute ai danni di alcuni geni) ci ha messi in grado di superare gli ostacoli che la natura ha posizionato via via sul nostro cammino, consentendoci di proseguire lungo il nostro folle itinerario distruttivo anziché fermarci, come sarebbe accaduto in assenza di quella abnorme evoluzione.
Scienza, tecnica, industriosità e lavoro sono riusciti nell’intento di farci sopravvivere a ogni disastro naturale e artificiale. Non solo. Ci hanno consentito di dilagare in ogni angolo del pianeta.
L’autoriflessione, altra peculiarità del genere umano derivata da quella abnorme evoluzione, ci consente inoltre di modificare le nostre piccole abitudini quotidiane in modo da adattarci ad ogni nuova consuetudine impostaci dalle circostanze esterne.
Per la verità questa è una caratteristica che abbiamo in comune anche con gli altri animali. Basti pensare a come questi ultimi si siano adattati per secoli a vivere nelle gabbie degli zoo, a esibirsi nei circhi o a lottare nelle arene.
È dunque l’istinto a sospingere ogni essere vivente a modificare il proprio stile di vita, pur di sopravvivere in ogni nuova situazione imposta dal destino.
Ma in noi questa adattabilità è mediata dalla autoriflessione, che ci induce a comprendere e condividere le nuove realtà in cui veniamo a trovarci e, quindi, a viverle più coscientemente.
Il nuovo look degli spot televisivi cui accennavo in apertura è la riprova più evidente di questa realtà.
La “plasticità” del nostro cervello, e quindi del nostro corpo, ci consentirà di affrontare prove ben più impegnative di Covid19. Mi riferisco ai disastri ecologici e alla distruzione dell’ambiente naturale che stiamo compiendo. Il collasso non avverrà di colpo e la lunga agonia che attende i nostri pronipoti sarà assai graduale.
Ad ogni effetto negativo per l’uomo causato dagli squilibri nella biosfera, verranno poste in atto contromisure che controbilanceranno per un certo periodo l’effetto di cui trattasi. Ma poi queste contromisure comporteranno a loro volta nuovi squilibri che causeranno nuovi effetti negativi, in una catena di azioni e reazioni sempre più stringente.
E nel corso di questa lotta disperata per la sopravvivenza, a ogni tappa l’essere umano modificherà i suoi comportamenti per adattarsi alle nuove situazioni.
Altro che isolamento e distanziamento sociale! Bisognerà cambiare le abitudini alimentari (finché ci sarà cibo), modificare il modo di viaggiare (torneranno in auge i cavalli?), vestirsi diversamente e imparare a coltivare parchi e giardini.
Non amo avventurarmi nel campo della fantascienza, ma qualche volta le immagini terrificanti del futuro che ci aspetta possono essere utili per indurci a tirare i freni di un veicolo che sta correndo a folle velocità.
Le mascherine e i nuovi slogan degli spot televisivi ci facciano riflettere su come potrà essere il nostro domani.

mercoledì 22 luglio 2020

A cosa servono i modelli? Pillole di ottimismo di Sara Gandini e Ugo Bardi



 
Questo post è il risultato di una collaborazione con Sara Gandini, direttrice dell’unità "Molecular and Pharmaco-Epidemiology" presso il dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (IEO). E' un grande onore per me avere la possibilità di collaborare con una persona di tale livello scientifico. E' anche un grande piacere notare come Sara trovi il tempo e la voglia di dedicarsi alla divulgazione scientifica, cosa che tutti gli scienziati dovrebbero fare ma che, purtroppo, molti ancora considerano al di sotto della loro dignità professionale. (e poi non si lamentino se qualcuno protesta).
 
Dal sito Facebook Pillole di Ottimismo

Covid, i modelli predittivi servono? Ecco cosa è andato storto.

 Di Ugo Bardi e Sara Gandini.

Molte decisioni prese per fronteggiare l’epidemia di Covid-19 sono state basate su modelli predittivi. Questi modelli sono stati criticati per non aver preso in considerazione una serie di variabili che avrebbero migliorato le previsioni, ma anche per non avere tenuto in conto il benessere della comunità nel suo complesso, non solo la salute dei singoli, ma anche il benessere sociale ed economico della società intera. Che cosa è andato storto? È mancata l’intelligenza collettiva che arriva dal coinvolgimento di tutta la comunità scientifica e i politici hanno preferito affidarsi ad una ‘epidemiologia difensiva’ basata sullo scenario peggiore, alle volte a spese del reale benessere della popolazione.
 


Molto tempo fa, i nostri antenati aruspici cercavano di prevedere il futuro esaminando il fegato di una pecora. C’erano poi varie sibille, profetesse e pitonesse che facevano del loro meglio basandosi sulle stelle, le foglie degli alberi, il volo degli uccelli, o chissà che altro. Oggi, tendiamo a non dare molta retta a questo tipo di approccio alle previsioni però, pur con tutto il rispetto per la scienza moderna, va detto che la previsione del futuro rimane una cosa molto difficile e che, certe volte, la scienza non sembra fare molto meglio dell’antica pitonessa di Delfi.

Questo è vero soprattutto considerando come si tende a usare modelli per descrivere quei sistemi che chiamiamo “complessi” che hanno come caratteristica principale quella di sorprenderti sempre. Per questi sistemi, non c’è un’equazione semplice che li descriva, come c’è invece per esempio, per il moto dei corpi celesti nello spazio. Immaginatevi cercare un’equazione che descriva, per esempio, il vostro gatto. Non facile, di certo! Tuttavia, non è che il comportamento di un gatto sia del tutto imprevedibile. Provate ad agitare la scatola dei croccantini e sapete benissimo cosa succede. Si tratta di capire che non bisogna avere la pretesa di fare previsioni quantitative a lungo termine quando sappiamo bene che tutto può cambiare alla svelta.

Un buon esempio della difficoltà che abbiamo nel prevedere il futuro si è visto con i modelli epidemiologici applicati alla pandemia di coronavirus, che sono risultati spesso troppo ottimisti o troppo pessimisti. Tanto per fare un paio di esempi, il modello di IHME (Institute for Health Metrics and Evaluation) in Aprile, prevedeva meno di 20.000 vittime dell’epidemia in Italia mentre, a oggi, il numero reale è stato di 35.000. Al contrario, Greco riporta come “Il modello [dell’Imperial College di Londra] prevedeva in Italia oltre mezzo milione di morti per Covid-19 se non si fosse preso alcun provvedimento, e “soltanto” 283 mila decessi applicando, come di fatto è stato fatto, “il più rigido lockdown.” Per fare un altro esempio, per la Svezia il modello di IHME era arrivato a prevedere quasi 20.000 morti in Aprile, mentre il numero reale si è assestato a poco oltre 5000.
Sulla base di questi e altri risultati Guido Silvestri è arrivato al punto di proporre che bisognerebbe promettere che tali modelli non saranno più usati per prendere decisioni politiche. Si riferiva ai modelli che sono stati usati per prevedere l’andamento di COVID-19 in Italia con la “riapertura” e che non hanno tenuto sufficientemente conto di fattori come “la stagionalità dei coronavirus, la migliorata capacità di gestire COVID-19 dal punto di vista medico/epidemiologico, e la herd immunity, a cui potrebbero contribuire la cross-reactivity con altri coronavirus umani”. Altrettanto critico è stato l’epidemiologo Donato Greco su Scienza in Rete dove ha descritto il fallimento del modello dell’Imperial College che è stato alla base delle decisioni politiche che sono state prese in Italia e in altri paesi. Donato Greco sottolinea l’importanza di prendere decisioni che riguardano il benessere della comunità tenendo conto non solo della salute dei singoli, ma anche del benessere sociale ed economico della società intera.

Mentre con il coronavirus i modelli hanno semplicemente “dato i numeri.” Se volete la nostra opinione, che su dati e modelli ci traffichiamo da un pezzo, questi modelli non hanno aiutato perché dipendono da dati e assunzioni in larga parte non verificabili, da una parte hanno tenuto fuori dal quadro aspetti importanti, come ad esempio le enormi differenze geografiche che si osservano anche per la mortalità da influenza stagionale, dall’altra hanno inserito troppi parametri che rendono difficile interpretare i modelli. E il risultato è un po’ quello che succede quando uno va a vedere un museo tipo il Louvre a Parigi. Dopo che hai visto centinaia di quadri e sculture, non capisci più nemmeno cosa stai vedendo.

Ora, non è che i modelli non siano utili per prevedere il futuro, ma vanno capiti. Vi ricordate quando il ministro Francesco Boccia chiedeva alla comunità scientifica “certezze inconfutabili” sull’epidemia? Evidentemente, pensava che gli scienziati potessero vedere il futuro nel fegato di qualche pecora e venirsene fuori spiattellando il volere degli Dei, ma non funziona così. Il ministro non aveva capito nulla di come funzionano i modelli. Ma non era solo un problema del ministro. Succede spesso che, invece di usare i modelli come fonte di informazione e comprensione della realtà, i politici li strumentalizzano per supportare programmi di “epidemiologia difensiva” che soffre dello stesso problema della “medicina difensiva,” ovvero la volontà di agire principalmente con lo scopo difendersi da possibili rischi giuridici, alle volte a spese del reale benessere del paziente. Così l'epidemiologia difensiva segue la strategia di adottare lo scenario peggiore come se fosse esente da rischi. Ma ogni scelta comporta effetti sulle persone che sono non meno importanti e non meno drammatici dell’impatto diretto del virus. Questo problema è descritto in una recente “Pillola di Ottimismo.”

I modellisti dovrebbero quindi sottrarsi al gioco di presentare le proiezioni ottenute dai modelli come se fossero certezze in modo tale che ai politici non sia più consentito scaricare la responsabilità sui modelli o sugli scienziati stessi. Al contrario i ricercatori dovrebbero mettere in chiaro le ipotesi da cui si parte, e le misure di precisione, quindi di variabilità delle stime che si fanno, inclusi i limiti intrinsechi in ogni lavoro. In particolare, una grave limitazione dei modelli epidemiologici è stata quella di non tentare di quantificare gli effetti collaterali dei rimedi proposti sulla base dei risultati delle simulazioni: danni alla salute causati dal lockdown, dal trascurare altre forme di malattie, dalla depressione causata dall’isolamento delle persone anziane e molti altri effetti. Questo problema non è stato capito né dai politici né dal pubblico

Su questo punto, è uscito recentemente su Nature un articolo interessante che presenta un manifesto per le migliori pratiche per la modellazione matematica responsabile: Cinque semplici principi per aiutare la società a richiedere la qualità di cui ha bisogno dalla modellistica:
-attenzione alle assunzioni
-attenzione all’arroganza
-attenzione al contesto
-attenzione alle conseguenze
-attenzione a tutti gli aspetti sconosciuti
-attenzione a usare i modelli per porre domande non per dare risposte

Nelle conclusioni gli autori spiegano che questo testo non auspica la fine della modellistica quantitativa, né modelli apolitici, ma una divulgazione completa, schietta e responsabile. Soprattutto bisogna fare in modo che i modelli siano discussi all’interno della comunità scientifica in modo che si crei una intelligenza collettiva che includa come scrive Donato Greco “l’incertezza, i rischi, gli effetti collaterali, quindi l’assunzione di responsabilità pesanti”. Per questo, quanto più ricca è “l’Intelligence” più appropriate saranno le scelte che questa emergenza richiede.

Alla fine dei conti, ricordiamoci che se è vero che il futuro non si può prevedere, è anche vero che per il futuro si può sempre essere preparati.

https://covid19.healthdata.org/italy
https://www.scienzainrete.it/…/scar…/donato-greco/2020-05-11
http://maddmaths.simai.eu/comu…/risposta-di-guido-silvestri/
https://www.ilfattoquotidiano.it/…/coronavirus-il-…/5769710/
https://www.facebook.com/pillolediottimismo/posts/143815370692276
https://www.nature.com/articles/d41586-020-01812-9

sabato 18 luglio 2020

Liti eccellenti. Gli esseri umani sono sempre degli attaccabrighe


Rubens, "La testa di Medusa", 1617

di Bruno Sebastiani

Recenti fatti di cronaca … religiosa mi offrono lo spunto per fare qualche riflessione sulla miseria della natura umana.
Non mi riferisco a beghe parrocchiali di basso livello o a bisticci tra confraternite per il posto da occupare in processione.
No, qui mi riferisco alla contesa che ha visto recentemente coinvolti nientemeno che il fondatore ed ex-priore della Comunità di Bose, Fratel Enzo Bianchi (e suoi seguaci), e l’attuale priore, Fratel Luciano Manicardi (e suoi seguaci).
A chi abbia un minimo di dimestichezza con il dibattito politico, culturale, religioso italiano il fatto non sarà passato inosservato, non fosse altro per la posizione pubblica di alto livello di Enzo Bianchi, definito dal Messaggeroeditorialista di punta del quotidiano La Repubblica, amico personale di Eugenio Scalfari e di tantissimi intellettuali, autore super gettonato di libri di teologia e storia del cristianesimo, uomo di punta dell'ecumenismo mondiale”.
E che la contesa fosse ai massimi livelli è testimoniato anche dal fatto che il Vaticano ha inviato per un mese intero tre “visitatori apostolici” nel monastero a indagare sulla vicenda.
C’è da immaginare che le giornate dei tre “super–ispettori” siano trascorse tra interrogatori più o meno amichevoli ed esame di ogni documento utile a far luce sulla querelle.
La sentenza è stata a dir poco eclatante: Fr. Bianchi dovrà abbandonare il monastero da lui fondato e con lui tre dei suoi più stretti collaboratori. Ancor più eclatante se si tiene conto che è stata avallata da Papa Francesco in persona e che porta la dicitura di “definitiva” e “inappellabile”.
Non entro nel merito della sentenza nè di tutta la vicenda, i cui i reali termini non sono neppure di pubblico dominio, ma risultano ben occultati dietro a frasi del tipo “sempre obbediente, nella giustizia e nella verità” o “invochiamo una rinnovata effusione dello spirito”.
Lo scopo del mio interessamento non concerne la vicenda in sé ma ciò che rivela dell’animo umano, delle sue miserie e meschinerie, al di là delle parole altisonanti, degli sguardi alteri, penetranti, della fama e dell’odore di santità.
È ben noto che situazioni conflittuali esistono a ogni livello nel mondo degli affari, della politica, dello sport ecc. Ci si poteva illudere che il mondo dello “spirito” fosse immune da questa tara. Ora questa illusione è venuta meno.
Non sarà per caso che ciò è accaduto perché in Occidente siamo intrisi di competitività, di materialismo e di utilitarismo?
Per rispondere a questa domanda provo a volgere lo sguardo altrove, ma ritrovo casi di conflittualità esasperata anche in movimenti che si ispirano alla religiosità orientale, la più pacifica del mondo.
Il movimento creato da Paramhansa Yogananda, la Self-Realization Fellowship, alcuni anni dopo la morte del fondatore si spaccò in due tronconi a causa dell’insanabile contrasto tra le “madri” che dirigevano il movimento e Swami Kriyananda, nato James Donald Walters. Quest’ultimo si separò per fondare una nuova comunità denominata Ananda, presente in vari paesi tra cui Stati Uniti, Italia, e India. La vicenda sfociò anche in spiacevoli vicende giudiziarie. Nonostante che Kriyananda sia morto nel 2013, esiste ancora un sito con tutta la documentazione delle malefatte del santone, probabilmente gestito dalla fazione avversa (vedi http://www.anandauncovered.com/IndexITA.htm), anche perché il movimento fondato da Kriyananda è tuttora vivo e vegeto, presente in varie parti del mondo con il nome di Ananda (in Italia ad Assisi).
Altre liti eccellenti che agitarono l’ambiente dei guru si verificarono tra i seguaci di Osho. Su queste vicende è stato realizzato un docufilm con interviste ai diretti protagonisti. Si intitola “Wild Wild Country” ed è reperibile anche su Netflix.
Potrei trovare molti altri esempi di questo tipo di contrasti tra personaggi “insospettabili”, cioè uomini o donne che predicano amore e fratellanza e che poi si dividono su questioni di potere o, peggio, di interessi personali.
Che morale trarre da queste vicende?
Una e una sola. Nessuno di noi, vivente o vissuto, può ritenersi “diverso” da ogni altro contemporaneo. Questo perché il cervello di ogni uomo ha struttura analoga a quello di ogni altro. Qualche neurone in più, qualcuno in meno, qualche connessione inter-sinaptica in più, qualcuna in meno. Tutto ciò influisce sul livello di intelligenza, di capacità di analisi, di sintesi, di abilità oratoria, ma poi il cervello limbico e quello rettiliano, al di sopra dei quali si è sviluppata la neocorteccia, reclamano la loro parte di influsso, che si estrinseca in prepotenti istinti di autoconservazione, di predominio, di sopravvivenza. Tutto ciò può forse essere tradotto con la locuzione “volontà di potenza” di nietzschiana memoria?
Come si inserisce questa riflessione nella teoria cancrista che da anni vado elaborando?
È un tassello in più che dimostra come, pur con tutta la buona volontà possibile, non avremmo potuto esimerci dal devastare il pianeta.
Se neppure tra le ovattate mura di un chiostro conventuale è possibile sfuggire al demone della prepotenza e della sopraffazione, come si può immaginare che Homo sapiens, una volta in possesso dell’arma suprema della ragione, avrebbe potuto astenersi dall’usarla contro ogni altra realtà per trarne i massimi benefici a proprio vantaggio?

martedì 14 luglio 2020

Ci sentiamo unici e speciali, ma lo siamo veramente?


Di Fabio Vomiero


Sono almeno 50.000 anni e cioè da quando la specie Homo sapiens ha iniziato a differenziarsi culturalmente dagli altri primati in modo evidente e sensibile (espressione pittorica astratta, manufatti creativi ecc.), che l'uomo stesso, in un modo o nell'altro, si sente un essere unico e speciale.

Del resto, questa particolare percezione di sè, che si traduce poi spontaneamente in un umanesimo autoreferenziale di impostazione antropocentrica, è sempre stata ben strutturata e rappresentata nell'ambito di quasi tutte le culture, religioni e filosofie.

Ma mentre sul concetto di "unicità" non c'è alcun problema di carattere interpretativo, ogni specie infatti è certamente unica rispetto a tutte le altre, su quello di "speciale" si potrebbe invece dibattere a lungo, senza probabilmente riuscire mai a trovare un accordo unico e condiviso.

Ma perchè, in effetti, l'uomo dovrebbe essere così speciale rispetto alle altre specie animali, per esempio... Perchè è più intelligente? Perchè possiede un'autocoscienza? Può darsi, ma che cosa sono allora l'intelligenza e la coscienza... E come è possibile riuscire a stabilire dei criteri di demarcazione tra uomo e animali tali da giustificare una presunta "superiorità" umana... E chi avrebbe il diritto eventualmente di deciderlo...

Il problema nasce dal fatto che, seppure in un contesto culturale e sociale ancora dominato da posizioni fortemente antropocentriche, i risultati della recente ricerca scientifica nei campi principalmente della biologia evolutiva, neuroscienza, psicologia cognitiva, etologia umana, sociobiologia, stanno invece mostrando una prospettiva completamente diversa.

Gli animali più simili a noi, infatti, principalmente i primati e gli altri mammiferi, ma in parte anche gli uccelli e i pesci, oltre che a condividere con noi il codice genetico, la morfologia e il funzionamento cellulare e grandi tratti di anatomia, fisiologia e strutture nervose, condividono anche alcune abilità cognitive e certi aspetti comportamentali che esprimono una qualche forma di coscienza.

Tutte le evidenze, infatti, inducono oggi a pensare alla coscienza non più come a uno schema unico e fisso esclusivo della specie umana, ma piuttosto come a una proprietà di espressione di una serie di facoltà mentali e intellettive che possano manifestarsi in modi e livelli diversi in più specie anche filogeneticamente lontane.

Risultati che fino a qualche decennio fa sarebbero stati impensabili, ma che recentemente hanno invece spinto una commissione di illustri scienziati a concordare addirittura la Dichiarazione di Cambridge sulla coscienza, un documento del 2012, in cui si afferma che «... il peso delle prove indica che gli esseri umani non sono gli unici a possedere i substrati neurologici che generano la coscienza. Anche animali non umani, ivi compresi tutti i mammiferi e gli uccelli e molte altre creature, per esempio i polpi, possiedono tali substrati».

Si potrebbero riportare, infatti, decine di esempi di comportamenti animali che suggeriscono azioni intenzionali e coscienti, tuttavia, senza entrare nel merito dei lavori scientifici, possiamo almeno dare qualche indicazione generale sul tipo di evidenze che sono state raccolte.

Innanzitutto si è dimostrato che è il cervello a produrre le facoltà mentali, nell'uomo come negli altri animali, concetto niente affatto scontato visto ancora il diffuso convincimento in base al quale l'uomo sarebbe costituito invece da un corpo materiale e da una mente (o anima) immateriale (dualismo cartesiano). Si è anche capito che i comportamenti simili presenti in specie diverse sono in realtà spesso influenzati dagli stessi meccanismi ormonali e dagli stessi neurotrasmettitori, e ancora, che alcune specie animali oltre che a possedere abilità cognitive in certi casi superiori a quelle dei nostri bambini di età prescolare, mostrano di essere dotati anche di stati emozionali e sentimentali di tipo simil-umano, amicizia, paura, sofferenza, gratitudine, gioia, gelosia, tristezza, lutto, empatia, solidarietà, in particolare nel caso delle specie a spiccata vocazione sociale.

Riguardo invece la capacità di costruire manufatti e di utilizzare utensili, nonchè di modificare l'ambiente a proprio vantaggio, argomenti generalmente riportati come esempi di esclusività umana, basta soltanto ricordare l'uso di diversi utensili anche da parte degli scimpanzè, oppure guardare ai nidi degli uccelli, alle dighe dei castori, alla geometrica complessità degli alveari, ai comodi giacigli costruiti dai gorilla. E che dire inoltre dei termitai, queste sorprendenti strutture ingegneristiche alte alcuni metri, la cui architettura, fatta di stanze e cunicoli, permette un ottimo ricircolo dell'aria e quindi il mantenimento di una temperatura ottimale costante.

Si tratta semplicemente di istinto? E che cos'è allora l'istinto... Come facciamo a riconoscere il sottile confine che esiste tra istintualità e intenzionalità... E in fondo, non siamo anche noi degli animali in parte istintuali? E se non sono l'intelligenza, la coscienza e la capacità di utilizzare utensili a renderci speciali, in che cosa consiste allora l'evidente diversità umana che comunque ci rende l'unica specie apparentemente capace di un pensiero astratto simbolico e di una vita mentale estremamente complessa?

Ovviamente si tratta della classica domanda da un milione di dollari, tuttavia si può plausibilmente supporre che queste proprietà emergenti uniche e speciali siano state acquisite da Homo sapiens nel corso della sua storia evolutiva in seguito a qualche particolare e fortunata combinazione co-evolutiva tra genetica, linguaggio e socializzazione, che in qualche modo è riuscita poi a gettare le basi per una rapida e inarrestabile evoluzione culturale.

Una volta infatti selezionati i caratteri per l'adattamento alla fonazione e acquisita una predisposizione cognitiva al linguaggio articolato in seguito alla mutazione di alcuni geni regolatori tipo il FOXP2, il resto non è così difficile da immaginare. Abbozzi strutturali che generano abbozzi culturali, e conquiste culturali che a loro volta retroagiscono sul sistema stimolando ulteriormente la plasticità neuronale e la comparsa di nuove abilità cognitive in un continuo processo autopoietico di selezione e adattamento culminato infine nella straordinaria encefalizzazione degli esseri umani.

Se si considerano inoltre, una modalità di comunicazione sempre più complessa e raffinata in grado di trasformare un protolinguaggio gestuale in un linguaggio codificato e la determinante acquisizione della capacità di insegnamento intenzionale che amplifica esponenzialmente la trasmissione dei saperi, il quadro teorico è così delineato.

Se tutto questo è vero, allora anche molti comportamenti umani che sembrano dettati da una qualche forma variabile e soggettiva di "libero arbitrio" potrebbero invece essere più semplicemente spiegati su basi biologiche, come peraltro sarebbe suggerito dal semplice fatto che, molto spesso, si tratta di schemi comportamentali sostanzialmente rintracciabili anche in altre specie animali.

Per esempio l'ambizione al comando, la ricerca del potere, l'esibizione di sè, le risposte alle provocazioni, la competizione, la subordinazione, la diffidenza nei confronti del diverso e dell'estraneo, l'adulterio, l'accaparramento egoistico di beni, la predisposizione ad alimentarsi oltre il necessario, lo scontro per la conquista del territorio e per il controllo delle risorse, le dipendenze, ma anche la solidarietà e la cooperazione all'interno del gruppo, il bisogno di curare i rapporti sociali, le cure parentali e molto altro ancora.

In altre parole, pare proprio che al di sotto della plurimillenaria polvere di un umanesimo per certi versi un pò naif, esista invece un evidente continuum biologico tra le specie, che, senza sminuirlo, rende l'essere umano molto meno speciale di quanto comunemente si creda.




domenica 12 luglio 2020

Gli Amish, il "popolo semplice" che rifiuta il progresso


Tutti abbiamo sentito parlare degli Amish, per lo più come di una comunità folcloristica che vive in America rispettando usi e tradizioni di alcuni secoli fa.
Sappiamo che rifiutano il progresso, che si spostano usando calessi trainati da cavalli e che si vestono in modo eccentrico.
In genere le nostre conoscenze di questo popolo non vanno molto più in là.
Credo invece che la loro stessa esistenza e resistenza in pieno XXI secolo meritino un doveroso approfondimento, non fosse altro come testimonianza del fatto che è possibile vivere consumando poco e rispettando la natura nel bel mezzo degli Stati Uniti d’America, e non in una remota landa della foresta pluviale brasiliana.
A chi volesse effettuare questo approfondimento consiglierei di leggere il libro di Jacques Légeret “Amish, una comunità fuori dal tempo” (Claudiana Editrice) e quello di Andrea Borella “Amish” (Xenia Edizioni). Nel web sono disponibili anche numerosi siti sull’argomento e qualche film (tra cui il famoso “Witness” del 1985).
Il quadro risultante è di estremo interesse.
Innanzitutto, i numeri. Stiamo parlando di una popolazione di oltre 300 mila individui, distribuita in decine di Stati USA. La gran parte in Indiana, Ohio e Pennsylvania (qui si trova uno dei nuclei più consistenti, nella contea di Lancaster, a soli 250 km. da New York).
Non sono numeri eclatanti, ma sufficienti a far ritenere gli Amish qualcosa di ben diverso da un semplice fenomeno di costume. Il loro tasso di crescita demografica, oltretutto, è assai elevato, uno dei maggiori in assoluto: ogni coppia Amish mette al mondo una media di 7 – 8 figli.
Ma che non si tratti di un semplice fenomeno di costume lo testimonia anche tutta la storia degli Amish che affonda le sue origini nell’Europa di fine XVII secolo e, ancor prima, nel movimento anabattista del XVI secolo.
Non è il caso qui di scendere nei dettagli di queste origini, basti dire che l’anabattismo nacque dal rifiuto di elargire il battesimo ai neonati, riservando la celebrazione di questo sacramento ai soli adulti consenzienti.
Al giorno d’oggi, nella nostra società secolarizzata, questa controversia può apparire banale, ma all’epoca fu sufficiente a scatenare una vera e propria persecuzione contro i sostenitori di questa tesi (e di altre, tra cui l’egualitarismo e il disconoscimento delle autorità ecclesiastiche) e contro i vari movimenti che nacquero dalle scissioni prodottesi in seno all’anabattismo.
Una di queste, promossa da un vescovo svizzero di nome Jacob Ammann, diede vita al movimento Amish.
I seguaci Ammann, come quelli di Menno Simons (i Mennoniti), per sfuggire alle persecuzioni emigrarono a partire dal 1720 nel Nuovo Mondo, quell’America che era ancora una colonia inglese, ma nella quale vi erano enormi spazi in cui insediarsi.
Negli anni successivi l’ondata migratoria proseguì, al punto che in Europa non rimase nessun Amish.
Nelle nuove terre, il movimento si mantenne coeso, conservando tutta una serie di tradizioni religiose e sociali, a partire da una particolare lingua, il Pennsyilvania Dutch, sviluppatasi nell’America del XVIII secolo a seguito dell’immigrazione di decine di migliaia di persone di lingua tedesca.
La fonte principale di sostentamento di questo popolo è sempre stata l’agricoltura, attività nella quale gli Amish eccellono; nel praticarla utilizzano attrezzi e tecniche di secoli addietro e questa particolarità mi consente di introdurre l’argomento che vorrei maggiormente approfondire nel limitato spazio di un articolo, e cioè il rifiuto della modernità e del consumismo da parte degli Amish.
Per dissodare i campi usano un aratro trainato da un cavallo. “Per gli Amish soltanto il lavoro con il cavallo permette all’uomo di “rispettare” la terra, perché il trattore “schiaccia” troppo il suolo e non rispetta l’equilibrio divino.” (Jacques Légeret, cit., p. 129) Anche l’uso di fertilizzanti e pesticidi è ridotto al minimo. Ovunque possibile sono privilegiati i rimedi naturali.
Analogo discorso vale per tutte le altre attività produttive, relativamente alle quali gli attrezzi e le procedure manuali sono preferiti a quelli automatici.
Ma il rifiuto della modernità e della mondanità è ben più radicale, giunge a rigettare l’uso dell’elettricità pubblica. Per illuminare le case usano candele o lampade a olio o altri combustibili, per riscaldarsi accendono camini e stufe.
Se devono utilizzare per motivi particolari e inderogabili una fonte di energia elettrica, fanno ricorso a piccoli generatori autonomi che installano a una certa distanza dalla casa.
La mancanza del collegamento alla rete elettrica comporta il non utilizzo di televisione, radio e computer.
Ma la rinuncia a questi strumenti non è una questione puramente tecnica. In una delle periodiche riunioni per valutare l’impatto delle nuove tecnologie sulla vita della comunità, i maggiorenti Amish con potere decisionale tanti anni fa stabilirono che portare nelle case dei fedeli i messaggi della radio (e poi quelli della televisione, e poi ancora quelli di internet) avrebbe costituito un grave pericolo per la saldezza dei principi religiosi e morali del popolo Amish.
Essi temono i contatti con il mondo esterno, vedono come la vita degli “inglesi” (così chiamano gli americani e tutti gli altri stranieri) sia stressante, piena di preoccupazioni, banale, e cercano il più possibile di restarne lontani.
Non usano tutti quegli elettrodomestici e strumenti che funzionano con la corrente elettrica, dalla lavatrice alla lavapiatti, dall’aspirapolvere al frullatore, né quelli che funzionano con motore a scoppio, a iniziare dall’automobile fino alla gran parte degli strumenti agricoli.
La rinuncia all’automobile ha tanti significati: il non volersi allontanare dalla propria comunità, il dispregio per il mito della velocità, il non voler competere con chicchessia relativamente al modello di veicolo posseduto e così via.
Laddove vi sia una grave necessità di raggiungere luoghi lontani, gli Amish possono prendere il treno, l’autobus o un’auto a noleggio con conducente.
Conoscono le tecnologie più moderne e non escludono, in casi eccezionali, di farvi ricorso, ma non intendono utilizzarle nella quotidianità, ritenendosi soddisfatti di ciò che hanno e della vita che conducono.
Potrei elencare tante altre particolarità interessanti del popolo Amish, ma lo scopo di questo articolo è un altro, rispondere alla seguente domanda: è possibile esportare il modello sociale e comportamentale degli Amish in altri contesti, in modo da rallentare la folle corsa verso il disastro che contraddistingue la nostra era?
Gli Amish sono l’esempio di come sia possibile vivere bene consumando poco (e avendo quindi un’impronta ecologica assai leggera) nel bel mezzo del Paese più consumista del mondo.
Da noi e in tanti altri Paesi esistono movimenti che predicano la cosiddetta decrescita, ma hanno scarso seguito nonostante propongano uno stile di vita ben meno rigoroso di quello degli Amish.
Perché questa illogicità? A mio avviso i motivi sono due.
1) Il fattore religioso. Tutta la vita degli Amish ruota intorno alla fede in Dio, al rispetto delle tradizioni religiose ereditate dagli antenati e alla lettura e interpretazione della Bibbia condivise dalla comunità;
2) Il fattore sociologico. La rinuncia alle comodità offerte dal progresso tecnologico affrontata all’interno di un gruppo omogeneo di persone che parlano la stessa lingua, vestono i medesimi abiti e condividono le stesse abitudini, è più facilmente sostenibile di altre rinunce, magari più blande, ma da affrontare individualmente all’interno di una società che non le condivide.
Come fare dunque per convincere l’uomo contemporaneo a consumare meno e ad assumere uno stile di vita analogo a quello del popolo Amish?
Riportare in auge il vecchio Dio è impresa impossibile. Una volta che la ragione ha scalzato la fede, a quest’ultima rimane ben poca voce in capitolo e viene ascoltata da un numero sempre più ristretto di persone. Per mantenersi in vita, la fede deve scendere a compromessi continui, accettando le novità tecnologiche imposta dalla società dei consumi (con la solita scusa che non è lo strumento in sé a essere cattivo, ma l’uso che se ne fa …).
Dunque la ragione ha prevalso e l’“isola” Amish può sopravvivere proprio in quanto “isola”.
Ma l’assunzione di stili di vita meno consumistici non è un “optional”. Se vogliamo che la nostra specie (insieme alle altre) viva un po' più a lungo su questo pianeta, volenti o nolenti dovremo rinunciare a tanti gingilli tecnologici che oggi ci appassionano.
E se la riflessione individuale non è sufficiente a portarci in questa direzione, allora forse una teoria come il Cancrismo può aiutarci nell’intento.
Avere la consapevolezza di rappresentare per la biosfera una sorta di malattia, di disfunzione, può essere la molla in grado di far scattare in noi il desiderio di devastare meno l’ambiente e di preservare un po' di più la natura.
Ma questo è un altro discorso, da sviluppare in altra sede.

giovedì 9 luglio 2020

Covid-19: Cosa Rischiano i Bambini e i Ragazzi a Scuola?






Vi passo qui di seguito un testo scritto da un gruppo di ricercatrici italiane che è veramente una boccata di ossigeno nello tsunami di fesserie e di bugie che ci sta sommergendo. Non un testo facile, non un testo annacquato. Un esame approfondito della letteratura scientifica. Non è un testo di opinioni, è un testo di dati e di fatti. E che arriva alla conclusione che il rischio di un ritorno a scuola per i nostri bambini è minimo o inesistente, e che -- soprattutto -- è trascurabile rispetto ai danni psicologici che i bambini ricevono standosene isolati a casa.

La cosa più bella è il successo che questo testo ha avuto. Pubblicato sul sito Facebook "Pillole di Ottimismo" è stato condiviso oltre 2500 volte in 24 ore. E' un risultato eccellente considerato il marasma che è Facebook al momento attuale. Dei circa 500 commenti, praticamente tutti sono favorevoli, molti ringraziano per la spiegazione. Soprattutto, sono genitori e mamme preoccupate per i loro bambini costretti in una situazione innaturale di isolamento e segregazione. 

Come sappiamo, l'informazione pubblica in Italia è dominata da sorgenti di informazione completamente inaffidabili e di solito impegnate nel raccontarci bugie. Ma quest storia ci fa vedere come c'è ancora spazio per raccontare le cose come stanno. C'è ancora gente in grado di recepire un messaggio anche complesso quando capiscono che gli autori (le autrici, in questo caso) hanno lavorato seriamente per fare un servizio di informazione pubblica. (UB)



Covid-19: cosa è successo ai bambini e ai ragazzi?


Da "Pillole di Ottimismo", 8 Luglio 2020

Alessandra Basso (TINT, Università di Helsinki), Valentina Flamini (Biologa molecolare) Eleonora Franchini (docente di scuola secondaria di secondo grado), Sara Gandini (IEO, SEMM)

I bambini non sono i più colpiti da questa pandemia, ma rischiano di essere le sue più grandi vittime”. Così apre il report delle nazioni unite dedicato all’impatto del Covid-19 sui bambini (1).
Effetti della chiusura delle scuole

La chiusura delle scuole e il confinamento domestico hanno rappresentato un grosso sacrificio per le categorie più giovani che hanno subito un cambiamento repentino e prolungato della loro quotidianità. Bambini e ragazzi sono stati costretti a rinunciare alla scuola, luogo insostituibile non solo per il loro bisogno di apprendimento, ma anche di crescita sociale ed emotiva. Questa rinuncia ha generato una sofferenza che è stata comunicata in modi diversi, spesso con segnali di iperattività e irrequietezza, oppure, al contrario, con la comparsa di abulia, stanchezza, disturbi del sonno (2).

Numerosi studi hanno dimostrato che il confinamento domestico e la chiusura delle scuole hanno avuto conseguenze negative gravi e di lunga durata sulla salute fisica e psicologica dei bambini. Gli effetti sulla salute fisica sono legati soprattutto ad una alimentazione meno sana, una diminuita attività fisica e all’aumento dell’uso di dispositivi elettronici: televisione, cellulare e video-giochi (3).

Gli effetti sul benessere psicologico ed emotivo erano già stati ampiamente documentati durante le epidemie di SARS e Ebola, e sono stati confermati dalle indagini condotte nei mesi scorsi. Il confinamento domestico, infatti, ha causato un aumento del livello di stress che può avere effetti a lungo termine sul benessere di bambini e ragazzi e aumenta il rischio di sviluppo di malattie mentali nell’età adulta. Uno studio del 2013, per esempio, ha evidenziato un livello di stress-post traumatico quattro volte superiore nei bambini sottoposti a misure di confinamento domestico rispetto a quelli non sottoposti alla quarantena (4). Tra i sintomi più diffusi, ci sono l’insorgenza di nuove paure (come la paura di essere contagiati), l’ansia da separazione, segnali di regressione, disturbi del sonno, irritabilità e comportamento oppositivo.

Una recente indagine condotta dal Gaslini di Genova rileva problematiche comportamentali e sintomi di regressione nel 65% dei bambini minori 6 anni, e nel 71% di bambini e ragazzi compresi tra i 7 e i 18 anni (5). Sempre in Italia, lo studio osservazionale condotto da Pisano, Galimi e Cerniglia ha fatto emergere una prevalenza di comportamenti oppositivi (il 53% dei bambini mostra segni di irritabilità e intolleranza alle regole), e anche di comportamenti adattivi (il 49% è apparso capace di adattarsi alle regole del confinamento), ma ammonisce che questi indizi di resilienza possano in realtà nascondere un maggiore disagio psicologico (6). La chiusura delle scuole, inoltre, causa un ritardo nel conseguimento degli obiettivi scolastici e più in generale dello sviluppo socio-emotivo nell’età evolutiva. Un mese di vita pesa in modo molto differente nell’età dello sviluppo rispetto all’età adulta.

Non si tratta solo delle opportunità di apprendimento andate perdute, ma anche del rischio di dimenticare quello che è stato acquisito fino a quel momento con il risultato di un regresso duraturo che difficilmente potrà essere recuperato. In passato, studi sulla chiusura estiva e sull’interruzione dei servizi scolastici causata da eventi metereologici hanno dimostrato effetti duraturi nell’apprendimento scolastico: ogni 10 giorni di chiusura straordinaria provocano una diminuzione del 5% del numero di studenti che raggiungono gli obiettivi di fine anno (7, 8).

Un recente articolo di Guido Neidhöfer, inoltre, mette in luce come la pandemia e le misure restrittive abbiano effetti differenziati sui bambini, colpendo più gravemente quelli provenienti da contesti svantaggiati, e di conseguenza possano inasprire le disuguaglianze sociali nel lungo periodo (9).

L’articolo rileva che la pandemia e le conseguenti misure restrittive possono ingrandire le disuguaglianze economiche e sociali agendo su più livelli. Da una parte, la riduzione del rendimento scolastico associata alla chiusura delle scuole incide sulle future competenze professionali e sui redditi una volta entrati nel mondo del lavoro. Negli Stati Uniti, il costo della chiusura delle scuole in termini di mancati rendimenti futuri è stato stimato al 12,7% del PIL. Gli studenti provenienti da contesti svantaggiati hanno minori opportunità educative oltre alla scuola e pertanto sono più esposti a questo effetto collaterale. Un secondo veicolo di inasprimento delle disuguaglianze sociali è legato agli effetti del lockdown sul lavoro dei genitori. I lavoratori meno qualificati, e ancora di più quelli del settore informale, sono i più vulnerabili alla riduzione dei salari e alla perdita del lavoro. Di conseguenza, le famiglie in fondo alla distribuzione reddituale affrontano una riduzione più accentuata delle risorse economiche e questo ha un impatto profondo sulle opportunità dei figli.

Un documento firmato da 9 reti di associazioni (circa duecento in tutto) che lavorano con bambini e ragazzi in Italia sottolinea le disuguaglianze nelle opportunità di crescita, di apprendimento e di sviluppo nel nostro paese: secondo dati Istat 2018/2019, il 12,3% dei ragazzi di 6-17 anni vive in case prive di pc o tablet; secondo dati Eurostat 2019, il 10,7% dei giovani di 15-19 anni non sono occupati e non sono in formazione. Il documento evidenzia inoltre che l’educazione è cruciale per ridurre le disuguaglianze: secondo l’ONU e un’ampia letteratura scientifica nazionale e internazionale, l’investimento in educazione, in particolare quella dei bambini in età 0-2, è quello maggiormente in grado di prevenire le ineguaglianze nel corso della vita.

Che ruolo hanno i bambini nella trasmissione del virus?


Stanti gli studi scientifici e le evidenze dagli altri paesi ad oggi disponibili sul ruolo dei bambini nella trasmissione del virus, l’apertura delle scuole non dovrebbe creare paure perché i dati sono rassicuranti: i bambini e i ragazzi si ammalano meno e hanno meno probabilità di trasmettere il virus alle persone con cui entrano in contatto. Mentre è noto che i bambini siano veicolo di infezione per malattie come l’influenza stagionale, gli studi finora condotti mostrano che ciò non sia vero nel caso del COVID-19 (10, 11, 12).

Una indagine condotta nella regione francese Crépy-en-Valois, a nord-est di Parigi, recentemente pubblicata, ha analizzato l’andamento dell’epidemia su un campione di 1.340 persone, di cui 510 bambini di sei diverse scuole elementari. Prima che le scuole chiudessero per le vacanze di febbraio e per il successivo lockdown, sono stati riportati solo tre casi di infezione riconducibile al Sars-Cov-2 nei bambini i quali, peraltro, hanno manifestato sintomi lievi della malattia (11). La bassa percentuale degli infettati tra il personale docente (7,1%) e non docente (3,6%), contrapposta all’alta percentuale degli infetti tra i genitori dei bambini (61,0%) ha portato alla conclusione che i bambini non siano stati il veicolo per la trasmissione del virus. I ricercatori ipotizzano che, al contrario, possano essere stati i genitori ad infettare i figli e non viceversa.

Un altro studio condotto tra aprile e maggio a Parigi, la regione più colpita dall’epidemia in Francia, su 605 bambini e ragazzi di età compresa fra gli zero e i 15 anni conferma i risultati dell’indagine preliminare appena descritta: i bambini sembrano essere meno suscettibili alla malattia e sono probabilmente anche poco contagiosi (10). I ricercatori hanno combinato i risultati di tamponi e test sierologici con lo scopo di valutare la diffusione del virus tra i più giovani. Si è visto che fratelli e sorelle all’interno di famiglie con almeno un membro affetto non risultavano più facilmente positivi al tampone né all’esame sierologico e questo conferma che il contagio dei bambini avvenga attraverso i genitori.

Anche un recente studio condotto da Andrea Crisanti a Vò Euganeo, che uscirà a breve su Nature, conferma che i bambini non si ammalano anche in presenza di una forte esposizione: dei 234 bambini sotto i 10 anni presi in considerazione, nessuno è risultato positivo al virus, nemmeno i 13 che hanno vissuto a contatto con positivi in grado di trasmettere l’infezione (13).

Le scuole hanno ricominciato la didattica in presenza in diversi stati europei. In Germania la spinta alla riapertura è seguita ai risultati di uno studio preliminare di quattro università tedesche (Heidelberg, Friburgo, Tubinga e Ulm) su 2.500 bambini di età compresa fra uno e dieci anni e i loro genitori. Dai test effettuati è emerso che nel periodo preso in esame, tra aprile e maggio, un bambino e un genitore si sono ammalati, mentre 64 sono risultati positivi al test sugli anticorpi, dunque avevano contratto il virus senza accorgersene. Meno di un terzo dei contagiati erano bambini. Nella maggioranza di casi di genitori contagiati, poi, non si osservava l’infezione nei figli, confermando che i bambini sono meno suscettibili al virus Sars-Cov-2 (14).

In Olanda alla riapertura delle scuole, avvenuta gradualmente fra l’11 maggio e l’8 giugno, senza misure di distanziamento sociale stringenti, non è conseguita l’insorgenza di focolai e i test condotti sul personale scolastico dal 6 maggio in poi non ha mostrato un aumento dei casi in percentuale positivi al Sars-Cov-2 (12). L’esperienza olandese conferma, ancora una volta, l’impatto minimo della riapertura delle scuole sull’evoluzione della pandemia.

Conclusioni

Alla luce delle recenti evidenze scientifiche rispetto ai rischi di contagio da parte dei bambini e ragazzi, possiamo concludere che la riapertura delle scuole non sembra influire in maniera determinante sull’andamento della pandemia da Sars-Cov-2 mentre la chiusura rischia di minare la salute psico-fisica, l’apprendimento scolastico e la socialità delle future generazioni, soprattutto per i bambini e ragazzi provenienti da contesti più difficili. Resta aperta la riflessione sulle “modalità di apertura” che auspichiamo tengano conto dei dati scientifici prodotti, oltre che delle esperienze già in atto nei paesi citati, e mirino a ristabilire in bambini e ragazzi la serenità e spontaneità nell’incontro con l’altro.

Referenze


(1) UN Policy Brief: The Impact of COVID-19 on children, 15 April 2020
(2) Pellai, Alberto (2020) Il distanziamento fisico e i bisogni evolutivi del bambino.
(3) Pietrobelli A, Pecoraro L, Ferruzzi A, et al. Effects of COVID-19 Lockdown on Lifestyle Behaviors in Children with Obesity Living in Verona, Italy: A Longitudinal Study [published online ahead of print, 2020 Apr 30]. Obesity (Silver Spring). 2020;10.1002/oby.22861. doi:10.1002/oby.22861
(4) Sprang G, Silman M. Posttraumatic stress disorder in parents and youth after health-related disasters. Disaster Med Public Health Prep. 2013;7(1):105-110. doi:10.1017/dmp.2013.22
(5) Uccella, Sara, Fabrizio De Carli, Lino Nobili et al. Impatto Psicologico e Comportamentale sui Bambini delle Famiglie in Italia. Gaslini, Università degli Studi di Genova.
(6) Pisano, Luca, Domenico Galimi e Luca Cerniglia (2020) A qualitative report on exploratory data on the possible emotional/behavioral correlates of Covid-19 lockdown in 4-10 years children in Italy.
(7) Marcotte, Unscheduled School Closings and Student Performance
(8) Cooper, H., Nye, B., Charlton, K., Lindsay, J., & Greathouse, S. (1996). The Effects of Summer Vacation on Achievement Test Scores: A Narrative and Meta-Analytic Review. Review of Educational Research, 66(3), 227–268. https://doi.org/10.3102/00346543066003227
(9) Long run consequences of the COVID-19 pandemic on social inequality
Portrait of Guido Neidhöfer di Guido Neidhöfer
https://www.latinamerica.undp.org/…/consecuencias-de-la-pan…
(10) Assessment of spread of SARS-CoV-2 by RT-PCR and concomitant serology in children
in a region heavily affected by COVID-19 pandemic.
Robert Cohen, Camille Jung,, Naim Ouldali, Aurélie Sellam, Christophe
Batard, Fabienne Cahn-Sellem, Annie Elbez, Alain Wollner, Olivier Romain,
François Corrard, Said Aberrane, Nathalie Soismier, Rita Creidy, Mounira Smati
Lafarge, Odile Launay, Stéphane Béchet, Emmanuelle Varon, Corinne Levy
(11) SARS-CoV-2 infection in primary schools in northern France: A retrospective cohort study in an area of high transmission, 23 juin 2020.
Arnaud Fontanet, MD, DrPH, Rebecca Grant, Laura Tondeur, MSc, Yoann Madec, PhD, Ludivine Grzelak, Isabelle Cailleau, MSc, Marie-Noëlle Ungeheuer, MD, PhD, Charlotte Renaudat, MD, Sandrine Fernandes Pellerin, PhD, Lucie Kuhmel, MD, Isabelle Staropoli, François Anna, Pierre Charneau, Caroline Demeret, Timothée Bruel, PhD, Olivier Schwartz, PhD, Bruno Hoen, MD, PhD
(12) Children and COVID-19, National Institute for Public Health and Environment
https://www.rivm.nl/…/novel-coronavi…/children-and-covid-19…
(13) https://www.adnkronos.com/…/coronavirus-crisanti-bambini-fi…
(14) Prevalence of COVID-19 in children in Baden-Württemberg Preliminary study report Klaus-Michael Debatin et al.
https://www.klinikum.uni-heidelberg.de/…/Prevalence_of_COVI…

lunedì 6 luglio 2020

Energia e infrastrutture: chi ha diritto di parlare?

L'impianto eolico di Montemigniaio, sull'appennino toscano


In questo testo, il professor Andrea Pase dell'università di Padova ha magistralmente identificato un elemento chiave di un dibattito in corso sull'opportunità di costruire un impianto eolico sull'Appennino. E' una questione che vale per tante altre infrastrutture di utilità pubblica. Chi ha diritto di parlare in proposito? Succede spesso che gli abitanti dei territori interessati si impegnano in una difesa a oltranza di quello che vedono come il "loro" territorio. Ma questo vuol dire che gli altri cittadin italiani, impegnati nella difesa della società che ritengono "civile" non devono avere voce in capitolo? Qui, Pase allarga la sua visione a includere anche quelli che non sono ancora nati, come pure gli orsi polari, i rapaci, e le salamandre, minacciati dal riscaldamento globale che li spazzerà via, come spazzerà via tutti noi se non troviamo il modo di smettere di bruciare i combustibili fossili. Un bellissimo intervento, buona lettura! (UB)




Buonasera Presidente, buonasera a tutte e a tutti.

MI chiamo Andrea Pase. Sono un geografo dell’università di Padova. Mi occupo soprattutto di Africa subsahariana, faccio ricerca nel Sahel: dal Senegal al Sudan, passando per il Mali, il Burkina Faso, il Niger, la Nigeria, il Ciad.

Vi chiederete giustamente perché partecipo a questa inchiesta pubblica, cosa c’entro io con il monte Giogo.

Sono qui per provare a spiegarvelo.

Inizio esprimendo un parere discorde rispetto a quanto affermato nella scorsa seduta, sempre se ho ben capito, dalla collega politologa, professore Donatella Della Porta, quando ha detto che la modalità telematica inficia questa inchiesta pubblica perché permette a tanti, forse a troppi, che non sono abitanti dell’area, di dire la loro. Questo fatto costituirebbe una distorsione profonda del dibattito. Il vero problema è stato così messo sul tavolo: chi veramente ha diritto di esprimersi su questo progetto?

Concordo pienamente invece su un’altra cosa che la collega ha detto: il crinale è un bene comune. Ma che confine ha quel “comune”? Fin dove si estende la comunità di cui stiamo parlando? Riguarda solo chi abita il Mugello, o i due comuni di Vicchio e Dicomano, o addirittura si identifica con gli abitanti di Villore e Corella?

Di chi è il vento che passa sul crinale? A chi appartiene l’acqua che cade sui versanti appenninici?

C’è un problema e il problema è quello della scala: un classico tema geografico.

La scala in realtà crea i fenomeni: la scelta della scala, prima di tutto quella spaziale, è fondamentale nel poter individuare aspetti diversi di una questione, nell’includere o nell’escludere dal computo costi e benefici. Un conto è se si pensa alla scala locale, un altro a quella nazionale e un altro ancora a quella globale.

Le comunità convocate cambiano a seconda della scala scelta. E si tratta di una scelta politica ed etica, oltre che cognitiva.

Poi c’è anche la scala temporale da prendere in considerazione: a chi ci rivolgiamo? Solo a chi vive oggi o anche a chi vivrà domani?

Un capo nigeriano interrogato nel 1912 affermò che la terra appartiene ad una comunità della quale molti membri sono morti, pochi sono vivi e infiniti devono ancora nascere.

Io vorrei convocare in questa inchiesta molte voci che non sono state ancora ascoltate, a scale spaziali e temporali diverse.

Vorrei convocare gli abitanti delle piccole isole oceaniche che l’innalzamento del mare dovuto al riscaldamento climatico rischia di far sparire. Poche persone, mi direte. Bene, allora convoco gli abitanti dei grandi delta fluviali del mondo: del Nilo, del Gange, del Mississippi, dello Yangtse, centinaia di milioni di persone, anch’esse esposte ad inondazioni sempre più frequenti. Poi chiamo a testimoniare le genti del Sahel, i cui volti ho incontrato tante volte. Il cambiamento climatico moltiplica gli eventi atmosferici estremi, le piogge violente e gli intervalli di siccità, complicando la loro già non semplice vita.

Ma poi convoco anche i non umani, e non solo i rapaci e le salamandre degli appennini, convoco gli orsi polari, convoco le centinaia di specie animali e vegetali a rischio di estinzione, per l’impatto del cambiamento climatico. Chiamo a testimoniare anche il mondo inanimato, i ghiacciai che stanno sparendo.

Vorrei, ancora, convocare i nostri nipoti, chi è piccolo e chi non è ancora nato, per chiedergli cosa si aspettano da noi.

Tutto è correlato, non possiamo ritagliare un singolo luogo dal mondo in cui è inserito, dal tempo che attraversa: dobbiamo assumere consapevolezza e responsabilità che ogni scelta, per quanto piccola, ha ripercussioni ad altre scale. Anche la scelta di cui stiamo parlando oggi: vi prego di tenere presente tutti coloro che abbiamo chiamato a testimoniare stasera. Di tener presente le diverse scale spaziali e temporali implicate.

I “conflitti di scala”, come afferma l’antropologo Eriksen, sono inevitabili in un mondo globalizzato: ogni soluzione ha esiti diversi a scale diverse. Non è semplice, ma è indispensabile provare a far dialogare le diverse scale: le emergenze globali e le situazioni locali, i diritti dei viventi e di coloro che ancora devono arrivare su questa nostra terra.

Chiudo dicendovi da dove parlo, ovvero spiegandovi che a un chilometro e mezzo dalla mia abitazione c’è uno dei più grandi impianti di trattamento della parte umida dei rifiuti di tutta la pianura padana. Vi assicuro che, soprattutto d’estate, non è piacevole. Ma gestire i rifiuti è un’altra delle grandi sfide ambientali. Non è comodo avere questo impianto a portata di naso. Devo dirvi che preferirei avere un impianto eolico. Ognuno, però, non può che fare la sua parte.

Sono disponibile ad ogni approfondimento, volentieri venendo di persona a Vicchio e Dicomano, o ancor meglio a Villore e Corella, magari ospite di qualcuno degli abitanti. Come geografo, amo il territorio.

Grazie, buon proseguimento dei lavori.






giovedì 2 luglio 2020

Mascherine: Quando è necessario usarle?




Di Ugo Bardi e Sara Gandini


Nota: in questo post, è un onore per me avere come coautrice la dott.sa Sara Gandini, epidemiologa e biostatistica. Queste note sono basate in gran parte su un articolo apparso su “Pillole di Ottimismo” e che ha Sara Gandini come primo autore e dove potete trovare un'estesa bibliografia a supporto di quello che leggete qui. 


Come sempre nel dibattito, si tende a estremizzare tutto e le mascherine si prestano particolarmente all’estremizzazione e alla strumentalizzazione ideologica (sono di sinistra o di destra? e la cura al plasma?). Questo specialmente dopo la gran polemica fatta da Vittorio Sgarbi, alla fine portato via di peso dall’aula di Montecitorio (anche se non per via della sua opposizione alle mascherine). Allora, vediamo se possiamo fare un po’ di chiarezza.

Cominciamo con esaminare come si propaga il virus detto “SARS-Cov-2.” C’è scarsa evidenza che si propaghi per contatto ma sembra chiaro invece che viaggi nell’aria in forma di “aerosol,” ovvero portato da minuscole goccioline in sospensione. Queste goccioline sono emesse dalla normale respirazione, in particolare quando uno parla. Le goccioline più grandi, quelle visibili quando uno starnuta o tossisce, tendono a cadere rapidamente a terra e non sono molto dannose. Viceversa, un aerosol si spande dappertutto, specialmente in ambienti chiusi dove tende a ristagnare. E, in effetti, la maggior parte dei contagi sono stati riscontrati in ambienti chiusi: case di cura, residenze, ristoranti, bar, e simili. All’aperto, il virus sparisce rapidamente e la luce del sole da un ulteriore contributo a disattivarlo. Così, il modo migliore per evitare il contagio è stare all’aperto. Se uno deve stare in ambienti chiusi, è bene arearli il meglio possibile.

E le mascherine? I dati sono in accordo con quello che sappiamo di come il virus si trasmette. Finché uno sta all’aperto e non è vicino a persone infette, non c’è evidenza che la mascherina serva a qualcosa. Poi, la mascherina fa moltissimo per eliminare le goccioline relativamente grandi, molto meno per quelle molto piccole, le più pericolose. Questo dipende dal tipo di mascherina, che è comunque utile quando ci si prende cura di persone infette, in ambienti chiusi affollati, o comunque in vicinanza di persone che potrebbero essere contagiose.

Ma come possiamo sapere se ci sono persone infette intorno a noi? Certezze non ce ne sono mai perché che il rischio zero non esiste, e quindi non possiamo fare altro che usare il buon senso come prendere precauzioni quando siamo a contatto con le persone più a rischio, per esempio anziani con patologie croniche. Fortunatamente in Italia, ma anche in molti paesi europei, il numero di soggetti con tampone positivo è oramai molto basso e in continuo declino, molti di questi non sono realmente contagiosi. I ‘focolai’ sono tutti contenuti, ma soprattutto il rischio di ospedalizzazione a causa del Covid-19 oramai è minimo. Alcuni sostengono che il virus potrebbe tornare e, in quel caso, sarà bene avere le mascherine a portata di mano. Ma per ora non sta succedendo.

Per finire, è vero che le maschere fanno male a chi le indossa? Molto di quanto è stato detto a questo riguardo è falso o esagerato. Non risulta che le mascherine abbiano controindicazioni fisiologiche comuni. Però ci sono problemi, come la necessità di smaltire centinaia di milioni di mascherine usate, la maggior parte delle quali non sono state pensate per essere riciclate. E potrebbero portare problemi psicologici seri, specialmente nei bambini.

Quindi, indossate pure la mascherina se vi fa piacere o se vi fa sentire più sicuri, ma sappiate che:

  1. All’aperto, la mascherina non è necessaria, a meno che non si sia in condizioni di forte affollamento.
  2. In casa, la mascherina può servire solo se ci sono persone colpite dal virus.
  3. Non è necessario che i bambini indossino la mascherina. Sembra certo i suggerimenti INAIL per un uso continuativo delle mascherine a partire dal prossimo anno scolastico da parte di tutti i bambini sopra i 6 anni nelle ore di permanenza a scuola *non* sono fondati su considerazioni scientificamente solide.
  4. Nei luoghi di lavoro e luoghi pubblici, ci sono regolamenti che vanno rispettati. Ma la necessità di una mascherina è quantomeno discutibile eccetto in ambienti particolari, come gli ospedali e gli ambulatori.



Sara Gandini.  Dal 2018 direttrice (Group leader) dell’unità "Molecular and Pharmaco-Epidemiology" presso il dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (IEO).  Docente dell’European School of Molecular Medicine di Milano (SEMM). Dal 2016 professoressa a contratto di statistica medica presso l'Università Statale di Milano.
http://www.semm.it/content/sara-gandini
https://www.researchgate.net/profile/Sara_Gandini