giovedì 4 agosto 2016

Alcune riflessioni sul crepuscolo dell'era del petrolio – parte prima

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR




Guest post di Louis Arnoux

Questo post in tre parti è stato ispirato dal recente post di Ugo riguardo a “Un mondo 100% rinnovabile è possibile?” e dalla recente discussione nel gruppo di discussione di Ugo su come mai gli “Economisti ancora non capiscono?” Il post integra anche numerose discussioni e scambi che ho avuto con colleghi e partner d'affari negli ultimi tre anni.

Introduzione
Almeno dalla fine del 2014 c'è stata una confusione crescente su prezzi del petrolio, se il cosiddetto “picco del petrolio” si fosse già verificato o se si verificherà in futuro e quando, per questioni di valori di EROI (o EROEI) delle attuali fonti energetiche e delle alternative, cambiamento climatico e fantasmatico limite di riscaldamento di 2°C e riguardo alla fattibilità del passare rapidamente a fonti di energia rinnovabili o sostenibili. In generale, conta molto se un orizzonte temporale ragionevole per agire è, diciamo, di 50 anni, nel complesso i guai che stiamo contemplando si verificano ben oltre il 2050, o se siamo già in guai seri e il quadro temporale per cercare di tirarci fuori è di circa 10 anni. Rispondere a questo tipo di domanda richiede di fare molta attenzione alle definizioni di limite di sistema ed esaminare tutte le cose date per scontate.

Ci sono voluti oltre 50 anni perché i climatologi venissero ascoltati e che i politici raggiungessero l'Accordo di Parigi sul cambiamento climatico (CC) e la chiusura della COP21 l'anno scorso. Come senza dubbio potere cogliere dal titolo, io sono dell'idea che non abbiamo 50 anni per disperarci per il petrolio. Nelle tre sezioni di questo post per prima cosa esaminerò accuratamente dove ci troviamo in senso petrolifero; poi considererò in che modo questa situazione ci richieda di fare del nostro meglio per districarci dall'attuale confusione prevalente e pensare direttamente al nostro dilemma e nella terza parte offrirò alcune considerazioni a proposito del breve termine, i prossimi 10 anni – come affrontarlo, cosa non funzionerà e cosa potrebbe e l'urgenza di agire, senza ritardi.


Prima parte – Alice guarda il fondo del barile
Nel suo recente post, Ugo ha contrastato il punto di vista dei lettori di Doomstead Diner con quella degli esperti di energia a proposito della fattibilità della sostituzione dei combustibili fossili in un quadro temporale ragionevole. Dal mio punto di vista, gli ospiti di Doomstead avevano una percezione della situazione molto migliore di quella degli “esperti” del sondaggio di Ugo. Ad essere franchi, lungo le attuali linee prevalenti non ce la faremo. Qui non mi riferisco solo ai partiti del BAU (Business As Usual) che sostengono la bella vita basata su combustibili fossili e nucleare. Includo anche tutti gli attuali sforzi per implementare le alternative e combattere i CC. Ecco il perché.

Il costo della sostituzione di sistema
Ciò che un gran numero di specialisti di tecnologie energetiche non colgono sono le sfide della sostituzione di un intero sistema – passare da un basato sui combustibili fossili ad un 100% sostenibile in un dato periodo di tempo. Naturalmente, la prima domanda riguarda la necessità o meno di una sostituzione dell'intero sistema. Per coloro di noi che hanno già concluso che questa è una necessità urgente, se solo dovuta al CC, non c'è bisogno di discuterne qui. Per coloro che non hanno ancora chiarezza su questo punto, spero che la cosa diventerà molto più chiara fra qualche paragrafo.

Quindi tornando per ora alla sostituzione dell'intero sistema, la prima sfida ai quali molti rimangono ciechi è l'enorme costo energetico della sostituzione dell'intero sistema in termini di 1° Principio della Termodinamica (cioè quanta energia netta serve per sviluppare ed dispiegare un intero sistema alternativo, mentre quello vecchio deve essere mantenuto in funzione e progressivamente sostituito) e che riguarda anche il 2° Principio della Termodinamica (cioè, il calore di scarto implicato nel processo di sostituzione dell'intero sistema). I problemi implicati sono per prima cosa capire quanta energia primaria fossile richiede un tale passaggio, in aggiunta a quella richiesta dal BAU in corso e fino al momento in cui una qualsiasi alternativa sostenibile sia riuscita a diventare auto sostenuta, poi accertarsi da dove potrebbe provenire quest'energia addizionale.

La fine dell'era del petrolio è adesso
Se avessimo un intero secolo di fronte a noi per fare la transizione, sarebbe relativamente facile. Sfortunatamente, non abbiamo più quell'agio visto che la seconda sfida chiave è il quadro temporale rimanente per la sostituzione completa del sistema. Ciò che sfugge a molti è che la fine rapida dell'era del petrolio è iniziata nel 2012 e sarà finita entro 10 anni. Al meglio della mia conoscenza, il materiale più avanzato su questo argomento è l'analisi termodinamica dell'industria petrolifera (IP) come sistema complessivo intrapresa da The Hill's Group (THG) più o meno negli ultimi due anni (http://www.thehillsgroup.org). Il THG sono degli ingegneri petroliferi statunitensi con grande esperienza condotti da B.W. Hill. Trovo la sua analisi elegante e dura. Per esempio, una delle sue uscite riguarda i prezzi del petrolio. In un periodo di 56 anni, il suo fattore di correlazione coi dati storici è di 0,995. Di conseguenza, hanno cominciato ad avvertire circa il crollo del prezzo del petrolio che è iniziato nel 2014 già nel 2013 (vedete: http://www.thehillsgroup.org/depletion2_022.htm). In ciò che segue mi baso sul rapporto del THG e sul mio lavoro.

Tre figure che riassumono la situazione in cui ci troviamo piuttosto bene, dal mio punto di vista.



Figura 1 – Fine del gioco

Per ragioni puramente termodinamiche, l'energia netta consegnata al mondo industriale globalizzato (MIG) per barile dall'industria petrolifera (IP) sta rapidamente tendendo a zero. Per energia netta intendiamo qui ciò che la IP consegna al MIG, essenzialmente sotto forma di carburanti per il trasporto, dopo che è stata sottratta l'energia usata dall'IP per esplorazione, produzione, trasporto, raffinazione e consegna dei prodotti finali. Tuttavia, le cose precipitano ben prima di raggiungere “ground zero”, cioè, entro 10 anni l'IP come la conosciamo si sarà disintegrata. In realtà, diversi analisti di enti come Deloitte Chatham House, che fanno vaticini finanziari, stanno progressivamente raggiungendo lo stesso tipo di conclusione. [1] L'era del petroliosta finendo adesso, non in una lenta, dolce e lunga discesa dal “Picco del petrolio”, ma un in rapido esaurimento dell'energia netta. Questo ora si combina con cose come il cambiamento climatico e i problemi di debito pubblico per generare quella che chiamo un “tempesta perfetta”, grande abbastanza da mettere in ginocchio il MIG.


In un mondo come quello di Alice

Al momento, sotto il paradigma prevalente, non esiste alcun modo conosciuto per uscire dalla tempesta perfetta entro i limiti di tempo emergenti (il tempo disponibile si è contratto di un ordine di grandezza, da 100 a 10 anni). E' qui che penso che il lettori di Doomstead Diner prevedono bene. Molti lettori hanno senza dubbio famigliarità col cosiddetto effetto “Regina rossa”, illustrato nella figura 2 – dover correre forte per rimanere nello stesso punto ed ancora più forte per riuscire ad andare avanti. L'IP è pienamente alle prese con questo effetto.






Figura 2 – Bloccati su un binario che va verso il nulla


La parte alta della Figura 2 evidenzia che, a causa del declino dell'energia netta per barile, l'IP deve continuare a correre sempre più veloce (vedi pompare petrolio) per continuare ad alimentare il MIG con l'energia netta di cui necessita. Ciò che a molti sfugge è che a causa dello stesso rapido declino dell'energia netta per barile verso lo zero, l'IP non può continuare a “correre” per più di qualche anno – per esempio B.W. Hill considera che entro 10 anni il numero di pompe di benzina negli Stati Uniti si sarà ridotto del 75%...

Ciò che a sua volta molti trascurano, raffigurato nella parte bassa della Figura 2, è ciò che chiamo l'effetto regina rossa inverso (1/RR). Costruire un intero sistema alternativo richiede energia, che inizialmente deve provenire in larga parte dall'attuale sistema alimentato a combustibili fossili. Se il passaggio avviene troppo rapidamente, il drenaggio di energia netta uccide letteralmente il sistema BAU esistente. [2] Più il tempo della transizione è breve, più duro è l'effetto 1/RR.

Stimo che il tasso di crescita limite di tutto il sistema alternativo sia del 7% di crescita all'anno. In altre parole, gli attuali tassi di crescita del solare e dell'eolico, ben al di sopra del 20% e in alcuni casi oltre il 60, non sono praticabili globalmente. Tuttavia, il tipo di tassi di crescita necessari per una transizione molto breve nel quadro temporale della tempesta perfetta, nell'ordine del 35%, sono ancora meno praticabili – se ci atteniamo al paradigma prevalente, cioè. Come suggerisce la parte finale della Figura 2, c'è una via d'uscita concentrandosi sull'attuale enorme spreco di energia, ma attualmente questa strada non viene presa.

Sulla strada per Olduvai
Dal mio punto di vista, dato che quasi tutto all'interno del MIG richiede trasporto e che detto trasporto dipende ancora per circa il 94% da carburanti derivati dal petrolio, il rapido esaurimento dell'energia netta del petrolio deve essere considerata come l'evento che definisce il XXI secolo – governa la funzionalità di tutte le altre fonti di energia, così come quella dell'intero MIG. A questo proposito, il parametro cruciale da considerare non è la quantità assoluta di petrolio estratto (come fanno persino i “picchisti”), come i milioni di barili prodotti all'anno, ma l'energia netta proveniente dal petrolio pro capite della popolazione globale, visto che quando questa si avvicina troppo allo zero ci dobbiamo attendere un collasso sociale completo, globalmente.

Il quadro complessivo, come descritto nella Figura 3, è quello della “Madre di tutte le curve di Seneca” (per usare l'espressione di Ugo). Presenta l'energia netta pro capite della popolazione globale. [3] La Gola di Olduvai come sfondo è un ammiccamento allo scenario del dottor Richard Duncan (egli ha usato i barili di petrolio equivalenti, che è stato un errore) e utile a sottolineare le terribili conseguenze nel caso raggiungessimo “il fondo della gola” - una specie di destino da “cacciatori-raccoglitori postmoderni”.

Il petrolio è stato usato per migliaia di anni, in modo limitato nelle aree in cui questo sgorgava naturalmente o dove potevano essere scavati piccoli pozzi. Si è iniziato ad estrarre sabbie bituminose in maniera industriale nel 1745 a Merkwiller-Pechelbronn, nel nordest della Francia (il luogo di nascita di Schlumberger). Da tali inizi molto modesti ad un picco all'inizio degli anni 70, l'ascesa ha impiegato oltre 220 anni. La ricaduta verso lo zero impiegherà circa 50 anni. L'incredibile crescita economica nei tre decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale è stata di fatto alimentata da una crescita del 321% dell'energia netta pro capite. Il picco di 18 GJ a testa circa nel 1973 è stato in realtà di circa 40 GJ a testa per coloro che avevano accesso al petrolio in quel momento, cioè la parte industrializzata della popolazione globale.






Figura 3 – La “Madre di tutte le curve di Seneca”


Nel 2012 l'IP ha cominciato ad usare più energia per barile nei suoi processi (dall'esplorazione petrolifera al trasporto dei carburanti alle pompe di benzina) del netto che consegna al MIG. Ora ci troviamo al di sotto dei 4 GJ di energia a testa e diminuisce rapidamente.


In realtà è questo ora che governa i prezzi: dal 2014, tramite milioni di transazioni commerciali (che fungono da “mano invisibile” dei mercati), sta progressivamente filtrando la realtà secondo cui il MIG si può permettere solo prezzi del petrolio in proporzione alla quantità di crescita del PIL che può essere generato da un'energia netta consegnata per barile in rapida contrazione, che non è più molta. Presto sarà zero. Quindi i prezzi del petrolio sono in realtà in una tendenza al ribasso verso lo zero.


Per farvi fronte, l'IP ha cannibalizzato sé stessa dal 2012. Questa tendenza sta accelerando ma non può continuare molto a lungo. Persino gli analisti mainstream hanno cominciato a riconoscere che l'IP non sta più rifondendo le proprie riserve. Siamo entrati in tempi di svendita, come mostrato dai recenti annunci dell'Arabia Saudita (il cui giacimento principale, Ghawar, è probabilmente esaurito per oltre il 90%) per vendere parte della Aramco e fare un rapido passaggio da una dipendenza del 100% dal petrolio verso il “solare”.

Dato ciò che descrivono le Figure da 1 a 3, dovrebbe essere ovvio che riprendere la crescita lungo le linee del BAU non è più fattibile e che affrontare il CC come previsto alla COP21 di Parigi è a sua volta non fattibile e che esporsi ad ancora più debito che non potrà mai essere rimborsato non è più una soluzione, nemmeno sul breve termine.

E' tempo di “quagliare” e ciò richiede un cambiamento di paradigma in grado di evitare entrambi i limiti di gli effetti RR e 1/RR. Dopo quasi 45 anni di ricerca, i miei colleghi ed io pensiamo che questo sia ancora fattibile. A meno di questo, no, non ce la faremo, in termini di sostituzione delle risorse fossili con quelle rinnovabili all'interno del quadro temporale rimanente o in termini di sopravvivenza del MIG.


A seguire:


Parte seconda – Indagare l'appropriatezza della domanda

Parte terza - Trovarsi leggermente oltre il bordo del dirupo


[1] Vedete per esempio, Stevens, Paul, 2016, Società petrolifere internazionali: la morte del vecchio modello di business, Energia, saggio di ricerca, Energia, Ambiente e Risorse, Chatham House; England, John W., 2016, A corto di capitale? Il rischio di mancanza di investimento in petrolio e gas è amplificato dalle priorità di cassa in competizione, Deloitte Center for Energy Solutions, Deloitte LLP. La Banca di Inghilterra ha recentemente commentato: “L'industria del petrolio greggio e del gas naturale assediate hanno tagliato le spese di capitale fino ad un punto al di sotto dei livelli minimi necessari per sostituire le riserve – la sostituzione di riserve provate nel passato ha costituito circa l'80% della spesa dell'industria. Tuttavia, l'industria ha tagliato le sue spese di capitale di un totale del 50% nel 2015 e nel 2016. Secondo il nuovo studio di Deloitte [di cui si è parlato sopra], questa mancanza di investimento esaurirà rapidamente la disponibilità futura di riserve e di produzione”.

[2] Questo effetto viene anche definito “cannibalizzazione”. Vedete per esempio, J. M. Pearce, 2009, Strategie di mitigazione dei gas serra per sopprimere il cannibalismo energetico, Seconda conferenza sulla tecnologia del cambiamento climatico, 12-15, Hamilton, Ontario, Canada. Tuttavia, nell'industria petrolifere e più in generale nell'industria estrattiva, il cannibalismo di solito si riferisce a ciò che fanno le società quando stanno raggiungendo la fine delle riserve estraibili e tagliano sulla manutenzione, svendono beni o ne acquisiscono alcuni da società fallite per cercare di sopravvivere un po' più a lungo. Attualmente sono in corso molte cessioni di beni per rattoppare il petrolio e il gas di scisto, stessa cosa fra le major, Lukoil, BP, Shell, Chevron, etc… Fra i tagli di spesa e le cessioni di beni le quantità coinvolte sono nell'ordine di 1-2 trilioni di dollari.

[3] Questo grafico è basato sui dati di energia netta di THG, sui dati di produzione della BP e sui dati demografici dell'ONU.

lunedì 1 agosto 2016

Quanto effetto serra genera un bambino in più?



Da“OSU”.Traduzione di MR (via Bodhi Paul Chefurka)
31/07/2009


CORVALLIS, Oregon. – Alcune persone che sono serie riguardo al voler ridurre la propria “impronta di carbonio” sulla Terra hanno a disposizione una scelta che potrebbe fruttare un beneficio a lungo termine – avere un figlio di meno.

Uno studio degli statistici dell'Università di Stato dell'Oregon (USO) ha concluso che negli Stati Uniti, l'impatto e l'eredità di carbonio e gas serra di un figlio in più è quasi 20 volte più importante di alcune delle altre pratiche ambientali sensibili che le persone potrebbero impiegare per tutta la loro vita – cose come guidare una macchina che consuma poco, riciclare, o usare elettrodomestici energeticamente efficienti e lampadine a basso consumo.
La ricerca chiarisce anche che gli impatti potenziali del carbonio variano drammaticamente di paese in paese. L'impatto a lungo termine del carbonio di un bambino nato negli Stati uniti – insieme a tutti i suoi discendenti – è più di 160 colte l'impatto di un bambino nato in Bangladesh.
Nelle discussioni sul cambiamento climatico tendiamo a concentrarci sulle emissioni di carbonio individuali durante il suo ciclo di vita”, ha detto Paul Murtaugh, un professore di statistica della USO. “Quelli sono problemi importanti ed è essenziale che debbano essere considerate. Ma una sfida aggiuntiva di fronte a noi è la continua crescita della popolazione e l'aumento del consumo globale di risorse”.
In questo dibattito è stata prestata pochissima attenzione all'enorme importanza della scelta riproduttiva, ha detto Murtaugh said. Quando un individuo mette al mondo un bambino – e quel bambino potenzialmente metterà al mondo altri discendenti in futuro – l'effetto sull'ambiente può essere di molte volte l'impatto prodotto da una persona durante il proprio ciclo di vita.
Nelle condizioni attuali degli Stati uniti, per esempio, ogni bambino alla fine aggiunge 9.441 tonnellate di biossido di carbonio all'eredità di carbonio di un genitore medio – circa 5,7 volte le emissioni di un ciclo di vita di cui è responsabile, in media, una persona.

Ed anche se alcune nazioni in via di sviluppo hanno popolazioni molto maggiori e i tassi di crescita della popolazione maggiori di quelli degli Stati Uniti, il loro impatto complessivo sull'equazione globale viene spesso ridotto da aspettative di vita minori e da minore consumo. L'impatto a lungo termine di un bambino nato in una famiglia in Cina è meno di un quinto dell'impatto di un bambino nato negli Stati Uniti, ha scoperto lo studio.
Man mano che il mondo in via di sviluppo aumenta la sua popolazione e i suoi livelli di consumo, questo potrebbe cambiare.
La Cina e l'India ora stanno aumentando costantemente le loro emissioni di carbonio e lo sviluppo industriale ed altre nazioni in via di sviluppo potrebbero a loro volta continuare ad aumentare alla ricerca di standard di vita più alti”, ha detto Murtaugh.
Lo studio ha esaminato diversi scenari di cambiamento dei tassi di emissione, il più aggressivo dei quali è stato di una riduzione del 85% delle emissioni globali di carbonio da adesso al 2100. Ma le emissioni in Africa, che comprendono 34 dei 50 paesi meno sviluppati del mondo, stanno già più del doppio di quel livello.

I ricercatori chiariscono che non stanno sostenendo controlli governativi o l'intervento sui problemi della popolazione, ma dicono che vogliono semplicemente rendere le persone consapevoli delle conseguenze ambientali delle loro scelte riproduttive.
Molte persone sono inconsapevoli del potere della crescita esponenziale della popolazione”, ha detto Murtaugh. “La crescita futura amplifica le conseguenze delle scelte riproduttive dei oggi delle persone, allo stesso modo in cui l'interesse composto amplifica un saldo bancario”.
Murtaugh ha osservato che i loro calcoli sono rilevanti per altri impatti ambientali oltre alle emissioni di carbonio – per esempio, il consumo di acqua potabile, che molti credono stia già scarseggiando.


sabato 30 luglio 2016

Il confronto fra scienziati del clima e i loro detrattori: non c'è proprio partita



La società chimica italiana ha preso una netta posizione in favore della scienza del clima


Ho raccontato in un post precedente della figuraccia che ha fatto la società italiana di fisica rifiutandosi di firmare un documento condiviso da 14 società scientifiche italiane a sostegno della scienza del clima. Poi, hanno fatto anche di peggio con le giustificazioni che hanno dato. Non certamente una bella figura per la fisica italiana, il cui prestigio era già scosso dall'appoggio che il Dipartimento di Fisica dell'Università di Bologna aveva inizialmente dato alla storia del'E-Cat.

Al contrario, la società di chimica italiana ha preso una netta posizione in favore della scienza del clima. Nell'articolo riportato qui di seguito, "Saperescienza" racconta la storia, sfortunatamente dandone un'interpretazione un tantino semplificata, come se fosse una partita di calcio fra la società di chimica e quella di fisica. In realtà, nel campo della scienza del clima, se si mettono a confronto i veri scienziati e i loro detrattori, non c'è proprio partita. Per fortuna, l'articolo termina in modo corretto dicendo che " astensioni come quelle della Società Italiana di Fisica rischiano di alimentare lo scetticismo con gravi effetti sulle politiche ambientali di contenimento di un fenomeno che è tutt'altro che sottovalutabile."

(U.B.)

I cambiamenti climatici e l' "astensione" della Società Italiana di Fisica

13 Luglio 2016

I cambiamenti climatici sono un'emergenza da fronteggiare, determinata dall'attività umana? "Sì", per i chimici italiani, "ni" per i fisici. Almeno questo è quello che sembra emergere dalle prese di posizione della Società Chimica Italiana (SCI) e della Società Italiana di Fisica (SIF). O meglio, dalla non presa di posizione di quest'ultima.

Mentre la SCI, in un documento, riconosce infatti nei cambiamenti climatici una delle "principali minacce per lo sviluppo sostenibile" e si associa alla necessità, globalmente percepita, di ridurre le emissioni di gas serra e di adottare adeguati piani di adattamento agli impatti negativi previsti dagli attuali modelli climatici, la SIF preferisce non esprimersi in modo così netto.

Alla fine dell'anno scorso, dodici associazioni scientifiche italiane hanno sottoscritto la "Dichiarazione sui cambiamenti climatici" approvata alla vigilia della COP21 di Parigi, con la vistosa eccezione della SIF, che ha fatto togliere il suo logo. Pomo della discordia, una parola: "inequivocabile".

Nella dichiarazione, presentata in occasione dello "Science Symposium on Climate" che si è tenuto a Roma nella sede FAO, infatti, si trova questo passaggio: "l'influenza umana sul sistema climatico è inequivocabile ed è estremamente probabile che le attività umane siano la causa dominante del riscaldamento verificatosi a partire dalla metà del XX secolo". Ma, secondo la SIF, "alcune certezze non sono certezze, occorre fare attenzione" ha dichiarato la presidentessa Luisa Cifarelli, che continua: "non esistono le equazioni del clima. E io non mi trovo d'accordo con l'affermazione che il ruolo dell'uomo nel riscaldamento sia inequivocabile". La SIF avrebbe preferito parole come "verosimiglianza" o "probabilità", ma la proposta non è stata accolta dagli altri scienziati, anzi Cifarelli è stata, come riferisce lei stessa, "trattata male".

L'IPCC (Intergovernmental panel on climate change) organo ufficiale dell'ONU e autorità di riferimento in fatto di cambiamenti climatici, sostiene essere "molto probabile che l'influenza umana sia la causa dominante del riscaldamento osservato nel XX secolo", dove "molto probabile" corrisponde a una probabilità del 95 per cento. E' sufficiente per usare la parola "inequivocabile"?

Al di là della terminologia, la posizione della SIF è stata molto criticata ed è stata in alcuni casi definita "irresponsabile", per esempio da Ferdinando Boero, professore di biologia dell'università del Salento e dell'Istituto di scienze marine del Cnr. Quello che è sicuro è che i negazionismi sui cambiamenti climatici non sono certo stati superati e hanno un discreto peso, a livello scientifico e politico, e astensioni come quelle della Società Italiana di Fisica rischiano di alimentare lo scetticismo con gravi effetti sulle politiche ambientali di contenimento di un fenomeno che è tutt'altro che sottovalutabile.


lunedì 25 luglio 2016

Il fotovoltaico è una vera fonte energetica!

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR

Questo è un commento di Luis De Souza su un recente articolo di Ferroni e Hopkirk che hanno riportato un rendimento energetico negativo degli impianti fotovoltaici in Svizzera (in altre parole, un ritorno energetico, EROEI, minore di 1). E' un risultato anomalo, considerando che un'analisi complessiva del campo ha riportato valori di EROEI di 11-12 per la tecnologia fotovoltaica più comune. Quindi cosa c'è di sbagliato nell'articolo di Ferroni e Hopkirk? Molte cose, pare. Qui, De Souza mostra che il fotovoltaico è una fonte di energia, persino in un paese non molto soleggiato come la Svizzera. De Souza conclude che qualcosa è andato incredibilmente storto nella procedura di revisione della rivista che ha pubblicato l'articolo di F&H, “Energy Policy”. Questo sembra essere vero e potrebbe interessarvi di sapere che è stata preparata e sottoposta alla rivista una confutazione di quell'articolo da parte di un gruppo di ricercatori esperti nel campo dei calcoli energetici. La confutazione scopre molte cose sbagliate in più nell'articolo di F & H che in quelli identificati da De Souza. In breve, Energy Policy è riuscita a pubblicare uno studio pieno di errori che non avrebbe mai dovuto essere pubblicato in una rivista scientifica. Sfortunatamente è stato fatto ed ora un sacco di persone lo usano a supporto della guerra alle rinnovabili. (U.B.)




Il fotovoltaico non è uno spreco energetico in Svizzera

Di  Luis De Souza

Energy Policy ha di recente pubblicato uno studio condotto sul EROEI delle tecnologie fotovoltaiche (FV) installate in Svizzera. Il risultato finale è una cifra notevolmente bassa, cioè 0,8:1. Ben al di sotto di qualsiasi valutazione del EROEI mai condotta su questa tecnologia energetica.

Un tale valore ha naturalmente deliziato coloro che fanno campagne contro l'energia rinnovabile, che prende per oro colato qualsiasi indizio di prestazione negativa. Tuttavia, da questo studio emerge immediatamente un numero: il rendimento energetico medio del ciclo di vita di 106kWh/m2/a. A quanto pare, uno sguardo più ravvicinato a questo singolo valore è sufficiente a negare l'ipotesi che il fotovoltaico in Svizzera sia un pozzo energetico.

giovedì 21 luglio 2016

Uguaglianza e sostenibilità: possiamo averle entrambe?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR

Di Diego Mantilla




Guest post di Diego Mantilla

Recentemente, in questo blog, Jacopo Simonetta ha sollevato una domanda molto importante: una più giusta distribuzione del reddito in tutto il mondo diminuirebbe il danno che gli esseri umani stanno facendo alla terra? La sua risposta, che non lo farebbe e in realtà renderebbe le cose molto peggiori, mi ha intrigato. Quindi ho deciso di guardare i dati migliori disponibili.

Simonetta ha guardato nello specifico alla questione del se una distribuzione piì giusta del reddito ridurrebbe le emissioni globali di CO2. Nel 2015, Lucas Chancel e Thomas Piketty (da ora in avanti C-P) hanno scritto un saggio ed hanno messo online una serie di dati relativi che hanno affrontato la distribuzione globale del consumo delle famiglie e le emissioni di CO2e (biossido di carbonio equivalente = CO2 ed altri gas serra) nel 2013. I dati non sono perfetti, ma sono i migliori che esistono. La serie di dati di C-P coglie i valori delle Household Final Consumption Expenditures – HFCE (spese finali delle famiglie per il consumo) forniti dalla Banca Mondiale, usando la distribuzione del reddito della serie di dati di Branko Milanovic (che riguardano il 99% di quelli bassi) e quella del World Wealth and Income Database (che riguardano l'1% di quelli alti). (Il reddito non equivale al consumo e C-P ipotizzano che la distribuzione del reddito sia la stessa di quella del consumo. Inoltre, ipotizzano che la stessa distribuzione del reddito che c'era nel 2008 esistesse anche nel 2013. Come ho detto, la serie di dati non è perfetta).

lunedì 18 luglio 2016

In punta di piedi nel campo minato dell'energia rinnovabile

Da “Post Carbon Institute”. Traduzione di MR

Di Richard Heinberg


Ho impiegato l'anno passato a lavorare con David Fridley e lo staff del Post Carbon Institute ad un libro appena pubblicato, Il nostro futuro rinnovabile. Il processo è stato un piacere: è stato un piacere lavorare con tutte le persone coinvolte (compresi i circa 20 esperti che abbiamo intervistato o consultato) e personalmente ho imparato moltissimo nel percorso. Ma abbiamo anche incontrato una sfida spinosa nell'elaborare un tono che informasse ma non alienasse il pubblico potenziale del libro.

giovedì 14 luglio 2016

La fine del “boom della popolazione”: il collasso di Seneca della popolazione irlandese durante la grande carestia

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR

di Ugo Bardi

La storia della Grande Carestia in Irlanda è un chiaro esempio di “Collasso di Seneca”, cioè di un caso in cui il declino è più rapido della crescita. E' una cosa che ci aspetta a livello globale? (Fonte dell'immagine Rannpháirtí anaithnid - vecchio - presso la English Wikipedia) 


In un post precedente, ho sostenuto che molte proiezioni attuali sulla popolazione globale sono erroneamente basate sull'idea che la “transizione demografica” funzionerà al contrario. Cioè, spesso si ipotizza che le persone impoverite tendano a fare più figli e che quindi la popolazione mondiale continuerà a crescere anche nel bel mezzo delprofondo declino economico che potrebbe accompagnare una crisi di risorse e climatica (questa, per esempio, era l'ipotesi dello studio originale del 1972 “I limiti della crescita”).


Ho invece proposto che l'inizio di una grande crisi economica/climatica causerà una immediata riduzione dei tassi di nascite, in parte in conseguenza della salute in declino delle donne fertili e in parte di una reazione razionale da parte delle famiglie che capirebbero che possono prendersi cura solo di un numero limitato di bambini in una condizione di aumento di povertà in aumento.

Ovvero, non ci sarà un aumento della popolazione nel bel mezzo di una crisi e il declino dei tassi di nascite porterebbe immediatamente all'inizio di un declino mondiale della popolazione che potrebbe potrebbe anche assumere la forma di un vero e proprio “Collasso di Seneca”. Per sostenere la mia tesi, ho portato l'esempio della ex Unione Sovietica, la cui popolazione ha cominciato a declinare persino prima del collasso politico dell'Unione. Ho menzionato anche diversi esempi di altri paesi occidentali (vedi l'Italia) in cui i tassi di nascite sono scesi in parallelo col peggioramento delle condizioni economiche, al punto che stiamo cominciando a vedere un declino generale della popolazione.

Questa interpretazione è stata criticata nei commenti da alcuni che obbiettavano che sì, la mia idea potrebbe essere giusta per paesi relativamente moderni ed “Occidentalizzati”, ma non per le aree più povere come l'Africa e l'Asia. Questi commentatori hanno obbiettato che le persone di quelle aree continueranno a fare quanti più figli possibile a prescindere da cosa succede intorno a loro, apparentemente in conseguenza degli Imam che dicono loro di farlo (o a causa del malvagio dittatore Erdogan, o persone del genere).

Non credo che questa critica sia giusta e posso ribattere con un esempio. Conosciamo tutti la storia della carestia irlandese che ha avuto luogo fra il 1845 e il 1852 e che ha ucciso una grande percentuale della popolazione irlandese. Sappiamo qualcosa sul numero di morti e su quanti irlandesi sono emigrati, ma sappiamo relativamente poco sul modo in cui la carestia ha condizionato i tassi di nascite. Le donne irlandesi hanno cercato di compensare la mortalità più alta facendo più figli?

Su questo punto ho trovato uno studio completo fatto da Phelim P. Boyle e Cormac O Grada sul volume 23, n° 4 del novembre 1986 di “Demography”, pp. 543-562 (qui il link). Servono alcune ipotesi ed estrapolazioni per determinare i tassi di nascite irlandesi prima e dopo la carestia. Non riportano nemmeno dei grafici, ma solo tabelle. Tuttavia, la loro conclusione è chiara: il tasso di natalità è sceso con la carestia in Irlanda. In altre parole, le famiglie irlandesi non hanno cercato di compensare la loro maggiore mortalità facendo più figli, niente affatto.

Ciò è confermato da quello che sappiamo della popolazione irlandese nei decenni dopo la carestia. Anche se le forniture alimentari smisero di essere un problema, la popolazione continuava ancora a declinare o rimanere stabile ben oltre l'inizio del XX secolo. Gli irlandesi di allora non avevano buoni contraccettivi, ma sembra che ci siano riusciti principalmente ritardando l'età del matrimonio ed adottando uno stile di vita che scoraggiasse l'attività sessuale fra i giovani.

Ciò è rilevante per il caso di cui discuto qui. Nel XIX secolo, i contadini irlandesi erano cattolici (o, se preferite, “papisti”). La visione cattolica del matrimonio doveva essere allora (come è ancora oggi in alcune cerchie) quella per cui una coppia sposata debba avere quanti figli quanti gliene manda il Signore – cioè il maggior numero possibile. Dopo la carestia, gli irlandesi sono rimasti cattolici, ma hanno completamente trascurato il consiglio che potrebbero aver ricevuto dai loro preti. Si è trattato di una scelta del tutto razionale – gli irlandesi non erano stupidi.

Stiamo chiaramente discutendo di qualcosa di difficile da quantificare, ma tendo a pensare che la maggior parte delle persone su questo pianeta non siano così stupide come credono gli specialisti di pubbliche relazioni. Così, da questi esempi storici (Russia ed Irlanda) direi che una crisi economico/climatica futura sarà immediatamente accompagnata da un declino dei tassi di nascite e quindi della popolazione. Se questo succede, sarà una cosa buona in quanto la pressione sull'ecosistema verrà ridotta. Ciò non significa che avremo risolto tutti i problemi che abbiamo di fronte, ma perlomeno non dobbiamo preoccuparci del fatto che le persone peggiorino la situazione riproducendosi come conigli.




martedì 12 luglio 2016

Il bello delle grandi opere - come andrà a finire con il nuovo aeroporto di Firenze?


L'auditorium di Piazza del Mercato, a Fiesole, in provincia di Firenze. Annunciato nel 2003, avrebbe dovuto essere finito in due anni. Oggi, dopo oltre un decennio, questo gigantesco arnese in vetro e cemento giace abbandonato in una piazza, mai terminato. Un destino che potrebbe abbattersi su altre "grandi opere" in programmazione nella provincia di Firenze, incluso il nuovo mega-aeroporto nella piana di Sesto.


Alle volte ti sentiresti contento a poter dire di aver avuto ragione, anche se non ti hanno dato retta. In realtà, vedere che tutto è andato come tu e altri avevano previsto - ovvero malissimo - non ti da nessuna soddisfazione. Questo è il caso dell'auditorium di Fiesole, edificio che fu annunciato in pompa magna nel 2003 dall'allora sindaco come "una necessità irrinunciabile per la città."

A questo annuncio, molte associazioni locali reagirono con critiche; principalmente sulle dimensioni previste per l'auditorium. Fiesole è una piccola cittadina in cima a una collina: non ha gran che in termini di ricettività alberghiera, non ha grandi parcheggi adiacenti a dove doveva sorgere l'auditorium, e il servizio di autobus dal centro di Firenze non solo è scomodo, ma anche inesistente negli orari in cui opera di solito un auditorium. E allora, a cosa poteva servire un auditorium di 312 posti?

Ma, come vi potete immaginare, quelli di noi che si opponevano furono accusati di tutto e di più: di essere contro lo sviluppo, di essere contro i posti di lavoro, di volere il male di Fiesole; di essere nemici del popolo lavoratore. Mi ricordo che ci infamarono anche alcuni dei vecchietti della società filarmonica di Fiesole, la cui sede è stata inglobata poi nell'edificio. Sembravano convinti che il comune stesse costruendo l'auditorium apposta per fare un regalo a loro.

Così, i lavori per l'auditorium sono partiti e i "due anni" sono diventati oltre un decennio. Oggi, dopo 13 anni dal primo annuncio, se fate una passeggiata nella piazza del Mercato, a Fiesole, ci troverete l'oggetto in vetro-cemento che vedete nella foto, più sopra. Non c'è che dire, un bel pugno in un occhio; assolutamente sproporzionato per una piccola cittadina come Fiesole. Ma, peggio della sproporzione è il fatto che non è ancora finito e probabilmente non lo sarà mai.

In questo momento, l'amministrazione comunale di Fiesole sta lottando disperatamente per evitare la bancarotta dovuta a certe operazioni finanziarie alquanto disinvolte delle amministrazioni precedenti. Non è detto che ci riesca, ma anche se ci riuscisse non ci sarebbero certamente i soldi per finire l'auditorium. E, anche se qualcuno li trovasse, chi si prenderebbe all'anima di gestire un arnese del genere? Il comune, no di certo; un privato, forse? Ma chi prenderebbe in gestione un grande cinema-teatro in cima a una collina quando ci sono già decine di cinema e teatri nel centro di Firenze? Insomma, ti trovi a camminare davanti a questo arnese e ti viene lo sgomento (e dicono anche che ci piove dentro!).

Credo che ci sia più di una cosa da imparare da questa storia. Una è che io credo che quelli che hanno spinto per costruire l'auditorium non avevano il guadagno personale come obbiettivo - perlomeno non il principale. L'hanno fatto in perfetta buona fede; in nome della crescita economica. E, 15 anni fa, quando si cominciò a parlarne, sembrava in effetti abbastanza ovvio che quella fosse la giusta direzione. Se qualcuno avesse detto, allora, che il comune di Fiesole non si sarebbe potuto permettere di gestire un cinema-teatro, ti avrebbero guardato come un marziano. Si dovrebbe imparare da questo (ma non lo si imparerà) che il futuro è sempre diverso da quello che ti aspetti.

A proposito di non imparare dagli errori del passato, oggi è il turno del nuovo aeroporto di Firenze: guardate il progetto (foto da Kelebek)


Notate come la nuova pista va a piazzarsi nel mezzo di una zona altamente urbanizzata, con il centro storico di Firenze a pochi chilometri di distanza. Fra le altre cose, se realizzata, la nuova pista costringerà a spostare gran parte degli edifici del Polo Scientifico dell'università di Firenze, per non parlare della distruzione delle ultime zone verdi della piana.

Ma, a parte queste cosucce; la nuova pista non vi sembra una cosa sproporzionata? Serve, essenzialmente, a fare atterrare i grandi aerei carichi di turisti che oggi non possono atterrare sulla pista esistente. Evidentemente, nove milioni di turisti all'anno a Firenze sono considerati troppo pochi. Ma quanti turisti può effettivamente gestire una città come Firenze prima di scoppiare per il sovraffollamento? E siamo sicuri che continueranno ad aumentare per sempre?

Eppure, quando sentite il presidente della regione Toscana dichiarare “C’è una priorità assoluta: aeroporto, aeroporto, aeroporto” sembra di sentire il sindaco di Fiesole (fra l'altro suo compagno di partito) quando dichiarava che l'auditorium era una "priorità irrinunciabile."

Andrà a finire nello stesso modo?












domenica 10 luglio 2016

La sabbia del mondo scompare

Da “New York Times”. Traduzione di MR (via Maurizio Tron)

Di Vince Beiser




Sally Deng 

La maggior parte degli occidentali che affrontano accuse penali in Cambogia ringrazierebbero le loro stelle fortunate nel ritrovarsi al sicuro in un altro paese. Ma Alejandro Gonzalez-Davidson, che è mezzo britannico e mezzo spagnolo, sta supplicando il governo di Phnom Penh di permettergli di presenziare al processo con tre colleghi cambogiani. Sono stati accusati, essenzialmente, di interferire con la raccolta di una delle risorse più preziose del XXI secolo: la sabbia. 

sabato 9 luglio 2016

Distruzione della domanda e picco del petrolio

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR



Roger Baker è un sostenitore della riforma del trasporto e dell'energia che vive in texas, ad Austin. Da tempo membro di ASPO, ci siamo incontrati nella vita reale ad una delle prime conferenze di ASPO, quella tenuta a Pisa nel 2006. Qui discute dell'attuale situazione del petrolio greggio e dell'economia globale.  (U.B.)

Di Roger Baker

Siamo pienamente sotto l'influenza della distruzione della domanda di petrolio. Il mercato globale del petrolio non può funzionare senza conoscere il vero prezzo di produzione del petrolio, che non è un dato che esiste nell'attuale economia globale deflazionaria, cosa che spinge i produttori indebitati a vendere ben al di sotto del costo.

giovedì 7 luglio 2016

La Brexit e l'equazione energetica

Da “Resource Insight”. Traduzione di MR

Di Kurt Cobb

La preoccupazione dei mercati finanziari dopo che i votanti del Regno Unito hanno deciso di misura di lasciare l'Unione Europea (UE), un passo denominato Brexit, è stata in misura minore per gli effetti immediati – non ce ne sono, visto che ci vorrebbero fino a due anni perché la Gran Bretagna si distacchi – e in misura maggiore per un presagio che altri paesi vorranno a loro volta uscire.

Inoltre, alcuni pensano che sia probabile che l'indipendenza scozzese sarà di nuovo nell'agenda. Gli scozzesi erano fortemente a favore di rimanere nell'UE. Le forze politiche centrifughe sono negative per gli affari visto che gettano incertezza ed alla fine disgregazione se giungono a compimento come accaduto in Gran Bretagna riguardo alla UE. E, naturalmente, la Gran Bretagna non è il solo paese in Europa che ha movimenti secessionisti. Il popolo della regione della Catalogna, in Spagna, per qualche tempo ha inseguito un referendum per l'indipendenza dalla Spagna. Solo lo scorso anno i separatisti catalani hanno ottenuto la maggioranza del governo regionale. Il movimento cita ragioni culturali e linguistiche per dichiarare l'indipendenza, ragioni che potrebbero esse sostenute da molti gruppi in tutta Europa e portare ad ulteriore instabilità.

mercoledì 6 luglio 2016

Il grande complotto delle mucche sul cambiamento climatico



Da “Union of Concerned Scientists”. Traduzione di MR

Di Doug Boucher, consigliere scientifico su clima ed energia.

Serata cinematografica lo scorso fine settimana a casa mia, proiezione di Cowspiracy. Il nome dice tutto. Il film del 2014/2015 con quel nome - “Il film che le organizzazioni ambientali non vogliono che voi vediate”, secondo il suo sito web – ha scoperto un'immenso complotto ordito in combutta dai governi e le più grandi organizzazioni ambientali, per ingannare l'opinione pubblica sulla causa principale del riscaldamento globale. Ma la premessa del film è basata su interpretazioni gravemente viziate – e rifiutate quasi in modo unanime – della scienza. Lasciate che vi spieghi...

lunedì 4 luglio 2016

L’economia della navicella spaziale “Terra”



Riassunto e chiose di Jacopo Simonetta.


"Chiunque creda che la crescita esponenziale può durare per sempre all'interno
di un mondo delimitato è un pazzo, oppure un economista."














Ho sempre trovato interessante andare ogni tanto a rileggere ciò che hanno detto persone particolarmente intelligenti in un passato più o meno remoto. Qui vorrei proporre il riassunto di un importante articolo di Boulding, frutto di un accorto “taglia e cuci” del testo originale, lungo circa il doppio. Prego notare che è del 1966, dunque parecchi anni prima che fosse pubblicato “I limiti dello Sviluppo”.  Mi sono permesso di inserire qualche chiosa personale basata sul quello che è successo nei circa 50 anni seguenti la prima pubblicazione di questo storico articolo.


Boulding era un economista e, soprattutto,  uno studioso di dinamica dei sistemi (come i Meadows), ma era anche un filosofo ed un mistico.  Una rara combinazione che rende il suo pensiero particolarmente stimolante.

Oggi ci troviamo nel mezzo di un lungo processo di transizione circa l’immagine che l’uomo ha di se stesso e dell’ambiente che lo circonda. Gli uomini primitivi, e in gran parte anche gli uomini delle civiltà antiche, immaginavano di vivere in uno spazio virtualmente illimitato. C’era sempre qualche altro posto dove andare quando le cose si complicavano per il deterioramento dell’ambiente o delle strutture sociali.  L’immagine della frontiera è probabilmente una delle più antiche del genere umano e non ci deve quindi sorprendere se facciamo fatica ad abbandonarla.

(Anche nell'antichità spesso emigrare voleva dire farsi largo con le armi.   Una dinamica che accomuna moltissime specie, ma che nella nostra è particolarmente importante )

Tutti gli organismi viventi, compreso l’uomo, sono dei sistemi aperti.   Devono cioè prelevare dall'esterno input in forma d’aria, cibo, acqua e restituire output in forma di urina ed escrementi. La mancanza d’input, come l’aria, è fatale; ugualmente la mancanza di capacità di espellere gli output è fatale in un tempo relativamente breve. Tutte le società umane sono dei sistemi aperti.   Esse ricevono input dalla terra, atmosfera e acqua e restituiscono output in questi stessi ambienti. I sistemi possono essere aperti o chiusi in rapporto alle classi di risorse che operano da input ed output.

Ci sono tre classi principali di risorse: materia, energia ed informazione.   Strettamente connesse fra loro dal fatto che possono essere in parte trasformate le une nelle altre, ma soprattutto perché il flusso di tutte e tre provoca un aumento di entropia che danneggia il sistema, a meno che non venga scaricato all'esterno del medesimo.   Parlando di società umane, questo di solito avviene a danno della Biosfera, ma anche a scapito di altri popoli e paesi, oppure classi sociali subalterne e pesino di future generazioni.

L’attuale economia mondiale è aperta rispetto a tutti tre.   Possiamo pensare l’economia mondiale, o “econosfera”, come sottocategoria della categoria “mondo”, la quale ingloba tutto.  Quindi pensiamo l’econosfera come lo stock di capitale totale.   Cioè lo stock di tutti gli oggetti, persone, organizzazioni, ecc. rilevanti dal punto di vista del sistema di scambio.   Questo stock di capitale totale è chiaramente un sistema aperto, con input ed output: la produzione, come input, aggiunge valore allo stock di capitale e il consumo, come output, ne sottrae valore.

Dal punto di vista materiale, nel processo di produzione osserviamo oggetti che passano dal campo non-economico verso quello economico.   Allo stesso modo, osserviamo prodotti che escono dal campo economico man mano che il loro valore tende a zero.Così osserviamo l’econosfera come un flusso di materia che inizia con la scoperta e l’estrazione delle materie prime e finisce quando gli effluenti del sistema confluiscono come inquinamento nelle riserve non economiche quali, ad esempio l’atmosfera e gli oceani.

Dal punto di vista del sistema energetico, l'econosfera comprende input di energia, disponibili sotto forma di potenza idraulica, combustibili fossili e luce solare, che sono necessari alla creazione della totalità dei materiali e per generare il passaggio della materia dal piano non economico a quello economico o, nuovamente, al di fuori di esso.   Inoltre, l'energia stessa è condivisa dal sistema in forma, meno fruibile, di calore. Nelle società avanzate lo sfruttamento della fotosintesi è potenziato in modo esponenziale dall'uso dei combustibili fossili, che rappresentano in pratica uno stock di energia solare immagazzinata.  Grazie a questa riserva di energia, negli ultimi due secoli, si è potuto disporre di un input di energia molto più consistente di quanto si sarebbe potuto ottenere sfruttando soltanto l'energia solare.   Ma questo contributo supplementare è per sua stessa natura esauribile.

Gli input ed output di informazione sono più subdoli da individuare, ma rappresentano in ogni caso un sistema aperto che si relaziona con la trasformazione di materia ed energia. La maggior parte del sapere e della conoscenza è in-generata dalla società umana.

(Qui Boulding sembra dimenticare l’immensa quantità di informazione contenuta nel genoma e nei tessuti degli organismi viventi. Uno stock di informazione che è attualmente in caduta libera a causa dell’estinzione di massa in corso. All'epoca in cui scriveva Boulding la “mass extinction” era già cominciata, ma procedeva assai più lentamente di ora e non se ne parlava ancora.)

E' la conoscenza generatasi all'interno del pianeta, ad ogni modo, e in particolare quella generata dall'uomo stesso, che costituisce la maggior parte del sistema del sapere.  Possiamo pensare al sapere, o come lo indica Teilhard de Chardin, la "noosphere", e considerarlo un sistema aperto, che cede nozioni con l'invecchiamento e la morte e ne acquisisce con la nascita, l'educazione e l'esperienza ordinaria di vita.

Dal punto di vista umano, il sapere (o conoscenza) è di gran lunga il più importante dei tre sistemi. La materia acquisisce significato ed entra nella sociosfera o nell'econosfera in proporzione al suo divenire oggetto dell'umana conoscenza.   Possiamo così pensare al capitale come a una forma di conoscenza imposta al mondo materiale sottoforma di imperfetta organizzazione, mediante la dissipazione di energia.   L'accumulo di conoscenza, che consiste nell'eccesso di produzione rispetto al suo consumo, è la chiave di ogni tipo di sviluppo del genere umano, in particolare di quello economico.
Per "conoscenza" intendo, ovviamente, la totalità della struttura cognitiva, che include valutazioni e motivazioni, così come le immagini del mondo reale.

Il concetto di entropia, usato in un senso alquanto ampio, può essere applicato a tutti e tre questi sistemi aperti. Nel caso della materia, possiamo fare la distinzione tra i processi entropici, che prendono materia concentrata e la disperdono.   E processi anti-entropici, che prendono materia disgregata e la concentrano, dissipando però energia durante il processo.

Per quanto riguarda l’energia, non si può che fare riferimento alla seconda legge della termodinamica.  Se non ci fossero input di energia, sulla terra sarebbe impossibile qualunque processo di sviluppo.   Il principale input di energia, ottenuto con il combustibile fossile, è temporaneo. La questione del tempo è una questione complessa ma intrigante, che corrisponde in qualche maniera all'entropia nel sistema dell’informazione.

 (fu poi Prigogine a dimostrare la stretta correlazione fra l’entropia e la freccia del tempo).


Ci sono sicuramente molti esempi di sistemi sociali e culture di cui abbiamo perso conoscenza nel passaggio da una generazione ad un'altra, con effetti degenerativi.  Un esempio è la migrazione della cultura popolare dei contadini appalachiani verso le città americane.   Vi si vede una cultura che ha avuto origine da una cultura popolare europea del periodo elisabettiano relativamente ricca perdere nel giro di dieci generazioni le sue abilità, adattabilità, i racconti e le canzoni e quasi ogni elemento di ricchezza e complessità.

D’altro canto, nella maggior parte della storia dell’umanità, la crescita del sapere nella sua interezza sembra essere stato un processo continuo, anche se ci sono stati periodi di crescita lenta e altri più rapidi. Ci sono particolari condizioni che generano la crescita generale del sapere.   Si tratta di fattori molto sofisticati e complessi per i quali è difficile individuare elementi specifici che accrescono o provocano il declino del sapere. Un esempio di questo è ad esempio, l’avvento delle scienze nella società europea del XVI° secolo, piuttosto che in Cina, che all’epoca era senz’altro più progredita. Questa è una questione cruciale nella teoria dello sviluppo sociale che, bisogna ammettere, è assai poco compresa.

Forse il fattore più significativo è l’esistenza di sfasature nella cultura che permettono una divergenza da modelli consolidati e facilitano azioni destinate a cambiare la società. La Cina infatti era troppo ben organizzata e aveva sfasature troppo piccole per produrre l’accelerazione che troviamo nella società europea: più povera, meno organizzata, ma più diversificata,.

(Un’altra differenza importante fu che in Europa già esistevano lingue scritte relativamente semplici e fu sviluppata la stampa a caratteri mobili.   Il Cinese dell’epoca aveva l’immenso vantaggio che, scritto, era quasi una lingua universale in quanto le lingue di tutti i popoli assoggettati e confinanti potevano essere scritte in caratteri cinesi e lette in qualsiasi altro idioma. Ma questo era stato realizzato a costo di un sistema estremamente complesso di ideogrammi che poteva essere compreso solo da specialisti. Questo e la mancanza di metodi di stampa a buon mercato resero il flusso di informazione molto più modesto di quel che contemporaneamente avveniva in Europa.)

La terra chiusa del futuro richiede principi economici diversi da quelli della terra aperta del passato. Sia pure in modo pittoresco chiamerò ‘economia del cowboy’ l’economia aperta.   Il cowboy è il simbolo delle pianure sterminate, del comportamento instancabile, romantico, violento e rapace che è caratteristico delle società aperte.

L’economia chiusa del futuro dovrà rassomigliare invece all'economia dell’astronauta. La Terra va considerata una navicella spaziale in cui la disponibilità di qualsiasi cosa ha un limite; sia per quanto riguarda la possibilità di uso, sia per la capacità di accogliere i rifiuti. In questa navicella, bisogna perciò comportarsi come in un sistema ecologico chiuso, capace di rigenerare continuamente i materiali, usando soltanto un apporto esterno di energia.
Le differenze tra i due tipi di economia diventano più evidenti nell'atteggiamento verso il consumo. Nell'economia del cowboy, il consumo è considerato cosa positiva e la produzione altrettanto. Il successo dell’economia è misurato sulla produttività dei fattori di produzione parte dei quali, ad un certo prezzo, sono estratti dalle riserve di materie prime e di beni non di mercato.   Mentre un’ altra parte è output che va a costituire le riserve di inquinanti. Se vi fossero riserve infinite da cui estrarre le materie prime e in cui depositare gli effluenti, allora la produttività sarebbe una misura attendibile del successo dell’ economia.

Il prodotto interno lordo è una rozza misura della produttività.  Dovrebbe essere possibile distinguere la parte del PIL originata da risorse irriproducibili rispetto a quella originata da risorse riproducibili, così come la quota di scarti nel consumo rispetto alla quota di beni di riciclo.  Nessuno, a quanto so, ha mai tentato di suddividere il PIL in questo modo, malgrado l’interesse e l’importanza di questo esercizio. Di contro, nell'economia dell’astronauta, la produttività è considerata come qualcosa da minimizzare, piuttosto che massimizzare. La misura essenziale del successo dell’economia non sono la produzione ed il consumo, ma la natura, l’estensione, la qualità e la complessità dello stock totale di capitale.   Comprese le risorse umane nella loro dimensione fisica e mentale. Nell'economia dell’astronauta siamo fondamentalmente interessati alla conservazione degli stock e ogni cambiamento tecnologico che dia come risultato il mantenimento di un dato livello totale degli stock con una diminuzione del prodotto (cioè meno produzione e meno consumo) è un vantaggio. L’ idea che sia la produzione che il consumo siano un male più che un bene è molto strana per gli economisti che sono ossessionati dal concetto di flusso di reddito, spesso fino all'esclusione del concetto di stock di capitale.

(Interessante come molte economie del passato erano organizzate in questo modo, avendo come scopo principale la stabilità e non la crescita.)

La questione coinvolge molti problemi delicati ed irrisolti.  Ad esempio se il benessere umano debba essere considerato uno stock o un flusso.  Esso in realtà sembra comprendere qualcosa di entrambi ma, per quanto ne so, non ci sono praticamente stati studi diretti ad identificare queste due dimensioni della soddisfazione umana. Ad esempio, è più corretto parlare di mangiare o di sentirsi sazi? Il benessere economico è misurato dall'avere bei vestiti, belle case, buone attrezzature e così via, o dal continuo ricambio di questi beni?
Tendo a considerare il concetto di stock come fondamentale, il che significa considerare più importante essere ben nutrititi che mangiare; oltre che considerare essenziali quei servizi che portano al ripristino del capitale psichico.
Procedendo con il ragionamento, noi mangiamo innanzitutto per ripristinare l’omeostasi del nostro corpo, ovvero per mantenere una condizione di sazietà.   In questa visione non c’è assolutamente nulla di desiderabile nel consumo.   Se avessimo vestiti che non si logorano, case che non si deteriorano e se potessimo persino mantenere la nostra condizione fisica senza mangiare, potremmo stare meglio.

Tuttavia, rispetto a quest’ultima considerazione, occorre fare una riflessione.   Per esempio, desidereremmo veramente un’operazione che ci permetta di nutrire il nostro corpo cibandoci per endovena mentre dormiamo? Certamente desideriamo delle variazioni. Altrimenti non ci sarebbero richieste di varietà di cibo, di scenari, di proposte di viaggi, di contatti sociali, e cosi via. La richiesta di varietà può, certamente, essere costosa, qualche volta anche troppo per essere tollerata o legittimata.  Come nel caso di partner sessuali, dove il mantenimento di uno stato omeostatico nella famiglia è di solito considerato molto più desiderabile della varietà e dell’eccesso di libertinaggio. Questi problemi sono stati trascurati con particolare testardaggine dagli economisti che continuano a pensare ed agire come se le strategie di produzione, di consumo, dei processi di lavorazione e del PIL siano una sufficiente ed adeguata ricetta per il successo economico.

Ci si può chiedere: perché preoccuparsi di tutto ciò, quando l’economia dell’ “uomo dello spazio” è ancora lontana (almeno rispetto al nostro tempo di vita), tanto da permetterci di mangiare, bere, dormire, estrarre risorse ed inquinare, essere più felici possibile e lasciare che le generazioni future si preoccupino dell’astronave terra.   (Mica tanto, sono passati solo cinquant’anni.) E’ sempre un po’ difficile trovare una risposta convincente alle persone che dicono “Cosa hanno fatto i posteri per me?” Coloro che propugnano la conservazione hanno sempre risposto insistendo su principi etici piuttosto generali, che postulano l’identificazione dell’individuo con comunità o società i cui valori si estendono non solo nel passato, ma anche nel futuro.   Se l’individuo non si identifica con questi principi, il concetto di conservazione è “irrazionale”.

L’unica risposta che posso dare è puntualizzare che il benessere di un individuo dipende dalla misura in cui riesce ad identificarsi con gli altri, e l’identità individuale più soddisfacente è quella che riesce ad identificarsi non solo con la comunità nello spazio ma anche con le comunità estese nel tempo, dal passato al futuro.  Se questo genere di identità è apprezzato, i posteri avranno una voce.   E nella misura in cui la loro voce potrà influenzare le nostre decisioni, anch'essi decideranno. L’intero problema è collegato con quello più grande della definizione di un’etica, di una legittimità e delle radici di una società.   C’è un grande accordo sull'evidenza storica che suggerisce che una società che perde la sua identificazione con le generazioni future e che non possiede una positiva immagine del futuro, perde anche la capacità di affrontare i problemi del presente, e presto si avvierà al declino.

(Ricordo che l’articolo è del 1966.   All'epoca sarebbe stato teoricamente possibile stabilizzare popolazione e consumi, perlomeno dal punto di vista tecnico.   Non è detto che fosse possibile dal punto di vista politico, visto che c’era un rischio molto concreto di guerra totale con l’URSS.)

Se ammettiamo che sia importante considerare le esigenze delle generazioni future nell’affrontare i nostri problemi attuali, dovremmo di conseguenza affrontare il problema della discontinuità di tempo e della correlata incertezza.   Ma è ben noto il fenomeno per cui gli individui tendono a non considerare il futuro nel loro agire quotidiano. Se  ci preoccupiamo poco del nostro futuro, è logico che non ci preoccuperemo della nostra discendenza, anche se le attribuiamo un grande valore. Questo spiega forse perché le politiche conservatrici danno sempre priorità ad obiettivi immediati che vengono spacciati per urgenti, lasciando sempre in subordine le politiche che riguardano il futuro.

Da vecchio pensatore sul futuro non posso accettare questa visione.   Per di più, sostengo che il domani non solo è molto vicino, ma per alcuni versi è già qui.   Infatti l’ombra della futura navicella spaziale si allunga già sopra i nostri allegri spendaccioni.  Abbastanza stranamente, sembra che il problema dell’inquinamento abbia il sopravvento su quello delle esaurimento delle risorse.  Los Angeles è a corto di aria e il lago Erie è diventato un pozzo nero.   Gli oceani stanno diventando pieni di piombo e di DDT e l’atmosfera può diventare il problema maggiore delle prossime generazioni, visto che la stiamo riempiendo di rifiuti.

(Geniale anticipazione.   Ad oggi sono poche le risorse che effettivamente scarseggiano, mentre i danni derivanti dalla crescita dell’entropia terrestre sono già devastanti  - clima, perdita di biodiversità, inquinamento, ecc.)

Argomenterei con forza anche sul fatto che la nostra ossessione per la produzione e il consumo non tiene conto degli aspetti dello stato sociale, con l'effetto di distorcere il processo di cambiamento tecnologico verso esiti indesiderabili. Consideriamo ormai abituali i processi di obsolescenza pianificati, la pubblicità competitiva e la bassa qualità dei beni di consumo.   Quello che è chiaro è che nessun serio tentativo è stato fatto per stimare l'impatto sull'intera vita economica del cambiamento della durabilità, esaltando così la sola dimensione del reddito immediato. Sospetto che, nella nostra società spendereccia, abbiamo sottovalutato i guadagni derivanti dall'aumento di durabilità e che questo punto meriti una correzione supportata da ricerche patrocinate dal governo.

I problemi che la nave spaziale Terra dovrà affrontare non  sono tutti nel futuro, e molto può essere fatto per prestar loro attenzione oggi, al contrario di ciò che stiamo facendo. Il nostro successo nel trattare con i maggiori problemi, tuttavia, non è estraneo allo sviluppo di esperienza nel risolverne di immediati e forse meno complessi.   Spero, pertanto, che una successione di "crisi crescenti", in particolare legate all'inquinamento, desti l'opinione pubblica e mobiliti il sostegno alla soluzione di problemi immediati.   Un processo di apprendimento che verrà attivato e potrà portare ad un apprezzamento e forse a soluzioni maggiori.

(Vana speranza)

Un modesto ottimismo, ma forse un ottimismo modesto è meglio del pessimismo.



domenica 3 luglio 2016

Brexit: la cecità è totale, devastante e volontaria.


Questo pezzo di Barbara Spinelli è in pieno accordo con l'impressione che ho avuto negli ultimi anni del parlamento e della commissione Europea (UB): "Non hanno memoria del passato –né quello lontano né quello vicino. Sono come gli uomini vuoti di Eliot: “Uomini impagliati che s’appoggiano l’un all’altro, la testa riempita di paglia”. La loro ignoranza si combina con una supponenza senza limiti."



Così sono falliti i sogni dell’Unione Europea

di Barbara Spinelli 29 Giugno 2016


«Il risultato del referendum britannico è la vendetta della realtà sulle astrazioni e i calcoli errati dei burocrati comunitari». Il Fatto Quotidiano, 29 giugno 2016

Nel Parlamento europeo di cui sono membro, quel che innanzitutto colpisce, osservando la reazione alla Brexit, è la diffusa assenza di autocritica, di memoria storica, di allarme profondo – e anche di qualsiasi curiosità – di fronte al manifestarsi delle volontà elettorali di un Paese membro. (Perché non va dimenticato che stiamo parlando di un Paese ancora membro dell’Unione). Una rimozione collettiva che si rivela quanto mai grottesca e catastrofica, ma che dura da decenni. Meriterebbe studi molto accurati; mi limiterò a menzionare alcuni punti essenziali.

1. Quel che manca è l’ammissione delle responsabilità, il riconoscimento esplicito del fallimento monumentale delle istituzioni europee e dei dirigenti nazionali: tutti. La cecità è totale, devastante e volontaria. Da anni, e in particolare dall’inizio della crisi del 2007-2008, istituzioni e governi conduconopolitiche di austerità che hanno prodotto solo povertà e recessione. Da anni disprezzano e soffocano uno scontento popolare crescente. Non hanno memoria del passato –né quello lontano né quello vicino. Sono come gli uomini vuoti di Eliot: “Uomini impagliati che s’appoggiano l’un all’altro, la testa riempita di paglia”. La loro ignoranza si combina con una supponenza senza limiti. Il suffragio universale ha tutte le colpe e le classi dirigenti nessuna. È come se costoro, trovandosi a dover affrontare un esame di storia al primo anno d’università, dicessero che le cause dell’avvento del nazismo sono addebitabili solo a chi votò Hitler, senza mai menzionare le istituzioni di Weimar. Sarebbero bocciati senza esitazione; qui invece continuano a dare lezioni magistrali.

2.Nessun legame viene stabilito tra la Brexit e l’evento disgregante che fu l’esperimento con la Grecia. Nulla hanno contato le elezioni greche, nulla il referendum che ha respinto il memorandum della troika. Dopo i negoziati del luglio scorso il divario tra volontà popolare ed élite europea si è fatto più che mai vasto, tangibile e diffuso. Con più peso evidentemente della Grecia, il Regno Unito ha posto a suo modo la questione centrale della sovranità democratica, anche se con nefaste connotazioni nazionalistiche: il suo voto è rispettato, quello greco no. Le lacerazioni prodotte dal dibattito sulla Grexit hanno contribuito a produrre il Brexit, e il ruolo svolto nella campagna dal fallito esperimento Tsipras è stato ripetutamente ostentato. Ma nelle classi politiche ormai la memoria dura meno di un anno; di questo passo tra poco usciranno di casa la mattina dimenticandosi di essere ancora in mutande. È per colpa loro che la realtà ha infine fatto irruzione: Trump negli Usa è la realtà, l’uscita inglese è la realtà. Il voto britannico è la vendetta della realtà sulle astrazioni e i calcoli errati di Bruxelles.

3. La via d’uscita prospettata dalle forze politiche consiste in una falsa nuova Unione, a più velocitàe costituita da un “nucleo centrale” più coeso e interamente dominato dalla Germania. Le parole d’ordine restano immutate: austerità, smantellamento dello Stato sociale e dei diritti, e per quanto riguarda il commercio internazionale – Ttip, Tisa, Ceta – piena libertà alle grandi corporazioni e ai mercati, distruzione delle norme europee, neutralizzazione di contrappesi delle democrazie costituzionali come giustizia, Parlamenti e volontà popolari. Lo status quo è difeso con accanimento: nei rapporti che sto seguendo come relatore ombra per il Gue mi è stato impossibile inserire paragrafi sulla questione sociale, sul Welfare, sulla sovranità cittadina, sui fallimenti delle terapie di austerità.

4. Migrazione e rifugiati. È stato un elemento centrale della campagna per il Leave – che ha puntato il dito sia su rifugiati e migranti extraeuropei, sia sull’immigrazione interna all’Ue –, ma le politiche dell’Unione già hanno incorporato le idee delle destre estreme, negoziando accordi di rimpatrio con la Turchia (e in prospettiva con 16 paesi africani, dittature comprese come Eritrea e Sudan) e non hanno quindi una visione alternativa a quella dell’Ukip. La Brexit su questo punto è un disastro: rafforzerà, ovunque, la paura dello straniero e le estreme destre che invocano respingimenti collettivi vietati espressamente dalla legge internazionale e dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Quanto ai migranti dell’Unione che vivono in Inghilterra, erano già a rischio in seguito all’accordo dello scorso febbraio tra Ue e Cameron. Le politiche dell’Unione sui rifugiati sono un cumulo di rovine che ha dato le ali alla xenofobia.

5. Il ritorno alla sovranità che la maggioranza degli inglesi ha detto di voler recuperare mette in luce un ulteriore e più vasto fallimento. L’Unione doveva esser un baluardo per i cittadini contro l’arbitrio dei mercati globalizzati. La scommessa è perduta: le sovranità nazionali escono ancora più indebolite e l’Unione non protegge in alcun modo. Non è uno scudo ma il semplice portavoce dei mercati. La globalizzazione ha dato vita a una sorta di costituzione non scritta dell’Unione, avversa a ogni riforma-controllo del capitalismo e a ogni espressione di scontento popolare, e in cui tutti i poteri sono affidati a un’oligarchia che non intende rispondere a nessuno delle proprie scelte. Sarà ricordata come esemplare la risposta data dal Commissario Malmström nell’ottobre 2015 a chi l’interrogava sui movimenti contrari a Ttip e Tisa: “Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo”. Questa costituzione non scritta si chiama governance e poggia su un concetto caro alle élite fin dagli anni 70 (il vero inizio della crisi economica e democratica): obiettivo non è il governo democratico ma la governabilità. Il cittadino “governabile” è per definizione passivo.

6. L’intera discussione sulla Brexit si sta svolgendo come se l’alternativa si riducesse esclusivamente a due visioni competitive: quella distruttiva dell’exit e quella autocompiaciuta e immutata del Remain. Le cose non stanno così. C’è una terza via, rappresentata dalla critica radicale della presente costruzione europea, dalla denuncia delle sue azionie dalla ricerca di un’alternativa. Era la linea di Tsipras prima che Syriza andasse al governo. È la linea di Unidos Podemos, che purtroppo non è stata premiata. Resta il fatto che questa tripolarità è del tutto assente dal dibattito.

7. La democrazia diretta, i referendum, la cosiddetta e-democracy. Il gruppo centrale del Parlamento li guarda con un’ostilità che la Brexit accentuerà. La democrazia diretta è certo rischiosa, ma quando il rischio si concretizza, quasi sempre la causa risiede nel fallimento della democrazia rappresentativa. Se per più legislature successive e indipendentemente dall’alternarsi delle maggioranze la sensazione è che sia venuta meno la rappresentatività e con essa la responsabilità di chi è stato incaricato di decidere al posto dei cittadini, i cittadini non ci stanno più.

sabato 2 luglio 2016

Una spiegazione grado per grado di cosa succederà quando la Terra si riscalda





Da “Global warming, our future”. Traduzione di MR (via Bodhi Paul Chefurka)

Anche se le emissioni di gas serra si fermassero nottetempo, le concentrazioni già in atmosfera significherebbero ancora un aumento fra 0,1 e 1°C. Uno spostamento di un solo grado è a malapena percettibile per la pelle umana, ma non è della pelle umana che stiamo parlando. Parliamo del pianeta; ed un aumento medio di un grado su tutta la sua superficie significa cambiamenti enormi degli estremi climatici. 

Seimila anni fa, quando il mondo era di un grado più caldo di adesso, il centro agricolo americano intorno al Nebraska era deserto. Ha subito una breve ripresa durante gli anni del dustbowl, negli anni '30 del 900, quando il suolo superficiale è stato spazzato via e centinaia di migliaia di rifugiati si sono trascinati in mezzo alla polvere verso un'accoglienza incerta verso ovest. L'effetto di un grado di riscaldamento, pertanto, non richiede grande immaginazione. 

“Gli Stati Uniti occidentali soffrono di nuovo di siccità perenni, di gran lunga peggiori di quelle degli anni 30 del 900. I deserti riappariranno, specialmente in Nebraska, ma anche nel Montana orientale, in Wyoming ed Arizona, Texas settentrionale ed Oklahoma. Man mano che le tempeste di sabbia trasformano il giorno in notte per migliaia di miglia di ex prateria, cascine, strade e persino intere città verranno inghiottite dalla sabbia”. 

giovedì 30 giugno 2016

Se la Svizzera avesse un deserto del Sahara sarebbe una piccola Africa. Il mondo ha davvero un “problema di sovrappopolazione”?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


di Ugo Bardi

E' già politicamente difficile affrontare problemi come esaurimento del petrolio e cambiamento climatico ma, perlomeno, questi sono problemi fisici che possiamo esaminare usando il metodo scientifico. Ma la sovrappopolazione? E' la ricetta per una lite politica o religiosa istantanea.