martedì 17 maggio 2016

Cinismo, resilienza e transizione

di Jacopo Simonetta

Il cinismo non è mai stato popolare.  Si può capire, ma un po’ di cinismo potrebbe invece essere uno strumento molto utile da tenere nella propria cassetta degli attrezzi per la transizione.

Cinismo Vintage

“Cinico”  oggi si usa per indicare qualcuno interessato esclusivamente al proprio tornaconto personale, del tutto privo di scrupoli morali e di qualsivoglia empatia per il prossimo.   Insomma, un sociopatico grave, o un astuto farabutto che dir si voglia.  

Interessante è il fatto che la seconda definizione (astuto farabutto) può essere usata sia in senso dispregiativo che come complimento, a seconda dell’ambiente di riferimento.   Cioè a seconda della percentuale di suoi simili fra coloro che ne parlano.

Tuttavia non era questo il significato originale del termine.   I cinici greci erano fior di filosofi che perseguivano la felicità tramite una strada particolarmente impervia, ma proprio per questo interessante per chi si pone il problema di essere felice in tempi difficili.

Punto primo: niente utopie, niente illusioni, niente “bicchieri mozzo pieni” quando hai sete.   Soprattutto imparare a guardare la realtà per come è e non per come ci piacerebbe che fosse.   Contare solo su sé stessi, non perché sociopatici, ma perché non puoi mai prevedere cosa davvero farà un’altra persona.   Del resto, è capitato a tutti di ricevere un aiuto da dove meno te lo aspettavi, mentre anche i più fidati amici e parenti qualche volta ti piantano in asso.   Magari senza neanche accorgersene.   E noi stessi, non facciamo esattamente così?

Questo non significa negare che esistano cose come l’altruismo e la fortuna, significa imparare a non farci troppo conto.   Del resto, i cinici non faceva affidamento neppure sugli Dei che, secondo loro, non potevano essere né influenzati, né previsti.   Dunque poco avevano a che fare con quella felicità che cercavano.

Altro punto fermo era infatti  che la felicità dipende sostanzialmente dal soddisfacimento dei propri desideri.   Quali che siano, altamente spirituali o puramente materiali non fa gran differenza; siamo felici nella misura in cui li realizziamo.

Ma se è così, quale mezzo migliore per raggiungere la felicità che far piazza pulita dei propri desideri?    Magari non riusciremo ad eliminarli tutti, ma è positivo che meno numerosi e più semplici sono i nostri desideri, più facilmente saranno soddisfatti.   Un concetto questo cardinale anche in numerose altre scuole filosofiche europee e non.   Ma oggi anche il modo di “portare l’attacco al cuore del sistema” che è basato sull'esatto contrario: l’infelicità costante di chi desidera sempre qualcosa di più di quello che ha.

Un terzo punto fondamentale del cinismo era il plateale disprezzo per tutte le convenzioni e convenienze sociali.   Spesso spinto fino all'aperta e ricercata provocazione, come il celebre Diogene di Sinope che, se ne aveva voglia, andava in giro nudo ed insultava la gente che gli rivolgeva la parola.   Così, tanto per insegnare loro che la buona educazione non è che un orpello inutile.   Penso che se Diogene fosse vissuto oggi sarebbe stato un grande troll su internet.

Cinismo e resilienza

Dunque il cinismo è una filosofia che fornisce una solida base d’appoggio per contenere le inevitabili ondate di depressione che prendono chi, volente o nolente, vive la decrescita.  Quella vera:  fatta non solo di orticelli e baratto, ma soprattutto di perdite e rinunce,  di sogni infranti ed illusioni perdute.

Tutte cose che possono anche portare una persona al suicidio, senza nemmeno una ragione dal momento che, perlopiù, in realtà non sono neanche mai esistite.   E se anche sono esistite, ma non vi sono più i presupposti perché possano esistere in futuro, a che vale soffrirne?   Il passato esiste solamente nelle conseguenze di ciò che è stato e restarci attaccati ha l’unico risultato di popolare il nostro presente di fantasmi.

Dunque lasciare cadere tutto ciò come un albero le foglie d’autunno è la migliore difesa che abbiamo contro la rabbia e la disperazione; così come contro le illusioni.   Cioè contro tutti i nostri peggiori consiglieri.

Ma, si badi bene, nell'ottica del cinismo non si tratta di una rinuncia sofferta come in tanta mistica cristiana, specialmente rinascimentale.   Niente di più lontano dalla filosofia cinica che il cilicio; oppure la rinuncia ed il sacrificio in attesa di un premio che seguirà.   I discepoli di Antistene non si aspettavano niente da questa vita ed ancor meno dalla prossima.   Anzi, probabilmente neanche credevano che una vita post-mortem esistesse.

Al contrario, il cinico cerca di vivere secondo natura, come gli animali cui basta avere la pancia piena ed un posto tranquillo dove riposare fra amici per essere felici.   Liberarsi dei desideri e delle illusioni serve al cinico per rimuovere altrettante cause di sofferenza e preoccupazione.   Insomma un atteggiamento semmai simile a quello degli eremiti della prima cristianità, al punto che alcuni studiosi come John Dominic Crossan hanno suggerito che lo stesso Cristo fosse in realtà un maestro cinico.   Un’ipotesi con ogni probabilità sbagliata, ma interessante in quanto dimostra la compatibilità di questa filosofia con le religioni monoteiste moderne.

Meno utile, a mio avviso, è il disprezzo per le convenzioni sociali, fino alla ricercata maleducazione.   Le forme sono infatti importanti per mitigare e contenere gli inevitabili attriti all’interno di un gruppo sociale qualunque.   E’ pur vero che sono largamente il risultato di processi inconsci di stratificazione culturale.  Vero anche che spesso sono stupide e noiose, ma è anche vero che rispettarle risparmia scontri diretti e magari violenti.   In pratica, evolutivamente, si tratta né più né meno che di un processo di ritualizzazione, fondamentale per ridurre i conflitti interni e, quindi, aumentare la capacità collettiva di resistere e reagire alle minacce esterne.

Esercizi di cinismo

Se qualcuno avesse trovato questo approccio interessante, cinicamente, gli consiglio di fare subito un esercizio: pensare a qualcosa che gli sta particolarmente a cuore sfrondandolo di  tutto ciò che normalmente usa per esorcizzare la paura ed il dolore.   La via del cinismo non è infatti facile.   E’ vero che se riuscissimo a rinunciare alla nostre illusioni smetteremmo di soffrire per le delusioni.   Ma questo risultato passa necessariamente attraverso la rinuncia alla consolazione che le illusioni ci possono temporaneamente dare.

Facciamo un esempio pratico.   Mario Rossi paga ogni mese un terzo delle sue magre entrate per la previdenza sociale.   Ogni volta che paga soffre, ma si consola pensando che fra 15 o 20 anni toccherà a lui essere pensionato e saranno altri a pagare per lui.   Ha ricevuto una busta arancione: non avrà molto, ma meglio di niente.  

Un cinico gli farebbe però osservare che nella busta non c’è scritto quanto potrà comprare con quella cifra fra 15 0 20 anni.  Ed anche che l’INPS continuerà ad esistere a condizione che il sistema politico, economico e finanziario attuale continui ad esistere e funzionare più o meno come ora. Davvero Mario può contare sul fatto che nel 2030 il sistema attuale sia ancora abbastanza funzionale da occuparsi di lui?  Non c’è bisogno di immaginare i 4 cavalieri dell’apocalisse, basta osservare in maniera disincantata le tendenze in atto e quello che sta succedendo in un numero rapidamente crescente di paesi.

Ma allora in cosa il cinismo può aiutare Mario?    A deprimerlo adesso invece che dopo?
A mio avviso lo può aiutare perché se riesce a farsi una ragione del fatto che oggi paga, ma che domani non avrà nulla, può prepararsi almeno psicologicamente, e magari anche materialmente, ad una vecchiaia breve e povera.   Ma non necessariamente tragica.

Ad esempio, Mario potrebbe rinunciare ad acquistare quella casetta che non avrebbe mai potuto finire di pagare e così, perlomeno, potrebbe non avere debiti.   Potrebbe anche imparare a vivere di poco e scoprire che non ha nessun vero bisogno del 90% delle cose che possiede, dunque perché piangerne l’eventuale perdita?

Per di più, imparando a vivere poveramente adesso che ha ancora dei margini di manovra, sarà esperto domani, quando quei margini non ci saranno più.   Anche il fatto di vivere presumibilmente meno dei suoi genitori potrebbe smettere di terrorizzarlo.    Un cinico non teme la vita che è oggettivamente pericolosa, figuriamoci se può temere la morte che rappresenta la fine di ogni pericolo e sofferenza!

L’esercizio va ripetuto con argomenti via via più delicati, fino a quelli cui attribuiamo la nostra stessa identità.   Chi siamo?   Gente buona ed altruista?   Oppure siamo solo gente che si illude di poter far del bene agli altri senza rinunce per se o per i propri figli?   Stiamo pensando di condividere il nostro benessere o l’altrui miseria?   Quali e quante favole ci stiamo raccontando a proposito di decrescita, transizione, immigrazione, accoglienza, pace e guerra?

E’ importante pensarci perché molto spesso si fanno oggi cose che poi si rimpiangono, solo perché ci siamo ostinati a credere nelle nostre illusioni personali e collettive.


Cinismo versus buonismo e cattivismo

Il buonismo è una grave malattia sociale, che induce le persone a compiere scelte autolesioniste nella certezza che questo non avrà conseguenze negative per loro, per l’ambiente o per altro che si voglia. In pratica, un’idea di almeno parziale invulnerabilità.  Come se l’essere miti e condiscendenti ponesse automaticamente al riparo dalle aggressioni altrui o, più semplicemente, dalle conseguenze delle nostre scelte.

Le reazione ai disastri provocati dal buonismo è di solito il cattivismo, che non è che l’errore eguale e contrario.   Anche il cattivismo è infatti basato su di un’illusione di invulnerabilità.  Come se essere delle carogne rendesse più forti.   Oppure, come se aggredire ponesse automaticamente al riparo dalle aggressioni altrui o, anche in questo caso, dalle conseguenze delle nostre scelte.   Di solito, il contrario di una cattiva idea è un’altra cattiva idea e questo è un caso tipico.

Il cinismo, o meglio una certa dose di cinismo, può invece rappresentare un’alternativa costruttiva ad entrambe queste illusioni.   Per capirsi, un eccellente esempio di vero cinismo è quello di un medico del pronto soccorso che si vede recapitare 10 feriti e ne può curare solo uno per volta.   Se sa fare il suo lavoro, sceglierà chi operare per primo perché è grave, ma può farcela, lasciando indietro quelli meno gravi ed in ultimo quelli che sono comunque spacciati.

E forse è proprio questa l'ultima soglia che rifiutano di varcare anche la maggior parte di coloro che cercano di prepararsi ad un futuro "postpicco".   L'accettare che ci sono situazioni che possono essere modificate ed altre che no, per quanto doloroso questo possa essere.   In Inglese si usa il termine di "predicament" per dire "situazione ineluttabile".

Essere cinici aiuterebbe a distinguere quando si può fare qualcosa e quando no.   Chi possiamo aiutare e chi no (o quando possiamo essere aiutati e quando no).   Una capacità questa che nessun corso di transizione o di resilienza sviluppa, che io sappia, ma che è vitale.    Dedicarsi all'impossibile non solo toglie risorse al possibile, ma facilmente peggiora considerevolmente la situazione di alcuni, mitigando assai poco quella di altri.





domenica 15 maggio 2016

E tanti saluti anche al ghiaccio artico.






Dall'Artico, arrivano notizie sempre peggiori., con il rischio che l'Oceano Artico si trasformi da bianco in completamente blu in un futuro non lontano. A commento di una situazione ormai fuori controllo, un articolo di Sam Carana.




Da “Arctic News”. Traduzione di MR (via Sam Carana)

Creato da Sam Carana, parte del poster di AGU 2011

La situazione pericolosa nell'Artico è descritta dall'immagine sulla destra che mostra che l'Artico è colpito da tre grandi sviluppi, leggi tre tipi di riscaldamento:

- Riscaldamento Globale
- Riscaldamento accelerato dell'Artico
- Riscaldamento globale fuori controllo

I rettangoli blu descrivono gli eventi che alimentano questi sviluppi, in alcuni casi su su diversi altri eventi. Dove gli sviluppi e gli eventi si alimentano a vicenda, queste interazioni sono descritte da linee con la direzione dell'alimentazione indicata dalla freccia. Tali alimentazioni possono trasformarsi in anelli di retroazione positivi (auto rinforzanti), per esempio uno sviluppo o evento che alimenta sé stesso, o direttamente o attraverso una serie di altri eventi.

Due anelli di retroazione positiva di questo genere sono descritti nell'immagine sopra e sono anche sottolineati nell'immagine sulla destra.


L'anello di retroazione #1 si verifica dove la perdita di ghiaccio marino porta a cambiamenti dell'albedo che accelerano il riscaldamento nell'Artico, chiudendo l'anello causando ulteriore perdita di ghiaccio.

L'anello di retroazione #2 si verifica quando il riscaldamento accelerato dell'Artico indebolisce i depositi di metano, portando a rilasci di metano che accelerano ulteriormente il riscaldamento nell'Artico.

venerdì 13 maggio 2016

Collasso, collasso, collasso!!!!

Da “Counterpunch”. Traduzione di MR

1 aprile 2016 [ma purtroppo non è un pesce d'Aprile in ritardo...]

Di Pete Dolack

Gli scienziati del clima ed altri negli ultimi anni hanno pubblicato un flusso costante di analisi che mostrano che, senza azioni immediate per rimediare, abbiamo sul nostro cammino un futuro disastroso. Uno studio di 40 anni fa si dimostrerà preveggente?

Quello studio, pubblicato nel libro del 1972 “I limiti della crescita”, prevede che la produzione industriale avrebbe declinato all'inizio del XXI secolo, seguita in veloce successione da un aumento dei tassi di morte dovuti alla ridotta disponibilità di servizi e cibo che porterebbe ad un drammatico declino della popolazione mondiale. Ad essere precisi, la produzione industriale pro capite è stata prevista in declino “precipitoso” a partire circa dal 2015.

Bene, eccoci qua. Nonostante anni di stagnazione a seguito della peggiore crisi economica dalla Grande Depressione, le cose non sono andate così male. Perlomeno non ancora. Anche se gli autori originali de “I limiti della crescita”, condotti da Donella Meadows, mettono in guardia dall'attenersi in modo troppo stretto ad un anno specifico, le tendenze reali degli ultimi quattro decenni non sono troppo lontane da quanto era stato previsto dai modelli dello studio. Un recente articolo che esamina lo studio originale del 1972 si sbilancia tanto da dire che le previsioni dello studio sono perfettamente sulla strada della conferma.

mercoledì 11 maggio 2016

Sovrapopolazione? Quale problema di sovrapopopolazione?




Se avete 4 minuti e riuscite a sopportare l'orribile musica di sottofondo, vale la pena di guardarlo fino in fondo. Se è profetico, come io credo che sia, dimostra come il "problema della sovrappopolazione" cesserà di porsi a breve scadenza. (link all'articolo originale)



h/t Luis de Souza

martedì 10 maggio 2016

La storia del pescatore e del contadino

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


Immagine da “Contadini e pescatori” di Daniel Vickers, 1994.
di Ugo Bardi

Mentre sto seduto sul podio con gli altri relatori, di fronte a me ho circa 30 ragazzi e ragazze. Non sono nemmeno adolescenti, gran parte di loro sembra avere intorno ai 12 anni. Siedono, mentre i relatori raccontano loro di cambiamento climatico ed energie rinnovabili. Viene detto loro ciò che crediamo sia buono per loro: che siamo in pericolo, che dobbiamo agire, che dobbiamo riciclare i nostri rifiuti, risparmiare energia e ridurre le emissioni. Ma, allo stesso tempo, non posso evitare di pensare che, la fuori, al di là del mondo confortevole della scuola e dei loro insegnanti, c'è un mondo diverso. Un mondo in cui il solo albero che ha valore è quello che è stato tagliato e venduto. Un mondo dove la misura del successo è quanto può consumare una persona. Un mondo in cui la cosa fragile che chiamiamo “l'ambiente” è sempre l'ultima delle preoccupazioni.

domenica 8 maggio 2016

Maledetti Catastrofisti: un'Estate Rovente alle Porte?



Il catastrofismo butta bene per incassare qualche click e quelli de "Il Meteo" ce la mettono tutta per spaventare la gente prevedendo un'Estate del 2016 "simile a quella del 2003". Vi ricordate? Quella che provocò 18.000 morti in Italia.

Purtroppo, non è detto che abbiano torto. Peccato però che si guardino bene dal menzionare la causa ultima di cotanto possibile disastro: il riscaldamento globale.

venerdì 6 maggio 2016

Il cambiamento climatico spazzerà via 2,5 trilioni di dollari in patrimoni finanziari.

Da “The Guardian”. Traduzione di MR (via Cristiano Bottone)

Le perdite potrebbero volare a 2,4 trilioni di dollari è distruggere l'economia globale, nello scenario peggiore, suggerisce la prima modellizzazione economica




L'impatto economico del cambiamento climatico potrebbe devastare l'economia mondiale, secondo uno studio della London School of Economics (LSE). Foto: Carlo Allegri/Reuters

Di Damian Carrington

Il cambiamento climatico potrebbe tagliare il valore dei patrimoni finanziari mondiali di 2,5 trilioni di dollari, secondo la prima stima proveniente dalla modellazione economica. Negli scenari peggiori, spesso usati dai legislatori per verificare la salute finanziaria delle aziende e delle economie, le perdite potrebbero aumentare vertiginosamente a 24 trilioni di dollari, o il 17% dei patrimoni mondiali, e distruggere l'economia globale.

La ricerca ha anche mostrato il senso finanziario dell'intraprendere un'azione per mantenere il cambiamento climatico diminuirebbe a 315 miliardi di dollari in meno, anche includendo i costi del taglio delle emissioni.

“Il nostro lavoro suggerisce agli investitori a lungo termine ci andrebbe meglio in un mondo a basso tenore di carbonio”, ha detto il professor Simon Dietz della London School of Economics, l'autore principale dello studio. “I fondi pensione dovrebbero essere al vertice di questo problema e molti di essi lo sono”. Ha detto, tuttavia, che la consapevolezza nel settore finanziario è stata bassa.

martedì 3 maggio 2016

Decrescita: cosa ci possiamo aspettare esattamente?

i limiti della decrescita
No, mi spiace, non so cosa succede sotto.
Tutti conoscono, o dovrebbero conoscere, “I limiti della crescita”, ma oggi credo che studiare i limiti della decrescita sarebbe ancor più interessante.   Quasi 50 anni or sono, infatti, si cominciavano ad avvertire i primi sintomi del graduale impatto con i limiti della crescita, mentre oggi si avvertono chiaramente le avvisaglie di una decrescita che sappiamo inevitabile, ma della quale non sappiamo molto.

Sempre più gente cerca di scrutare il futuro, ma la nebbia è davvero molto fitta. Neppure il formidabile Word3 ci può aiutare molto.   Se, infatti, la fase ascendente delle curve si è dimostrata molto affidabile, la fase discendente sappiamo già che non lo è affatto.   Lo sappiamo perché lo dissero chiaro e tondo, fin da subito, gli autori.   Per di più, il modello incorpora una teoria (la transizione demografica) che descrive efficacemente la crescita di una popolazione umana, mentre si è dimostrata del tutto inaffidabile nel descriverne anche solo le prime fasi del declino.
Dunque su cosa ci possiamo basare per fare delle ipotesi che non siano del tutto campate in aria?   Che io sappia non esistono, ad oggi, modelli affidabili di decrescita.   Esiste però una vasta conoscenza di come funzionano i sistemi complessi e su questa base si può lavorare. Non pretendo certo qui di sviscerare un problema così complicato.   Sarei già molto contento di riuscire a sollevare la questione affinché se ne occupasse chi dispone dei mezzi tecnici e finanziari necessari per affrontarlo in modo approfondito.

Da dove possiamo partire

Direi che i punti di partenza potrebbero essere i seguenti.
1 – Non abbiamo modelli di decrescita testati, ma sappiamo che il comportamento dei sistemi tende a restare costante fintanto che le condizioni al contorno lo consentono.   Quando si superano delle soglie, la medesima struttura produce effetti diversi, talvolta opposti, in ragione della diversa interazione con i sotto-sistemi a monte ed a valle.   Per fare un esempio pratico, il credito è un fattore di crescita economica fintanto l’estrazione di risorse è facile e lo stoccaggio dei rifiuti non comporta retroazioni che danneggiano in qualche modo il sistema economico stesso.    Viceversa, in un contesto in cui l’estrazione di risorse dall’ambiente diventa difficoltosa; oppure l’inquinamento comincia a produrre “effetti collaterali” consistenti, il credito diventa un efficiente sistema per distruggere la ricchezza accumulata durante la fase di crescita.
Il fatto interessante è che miglioramenti sostanziali nelle tecnologie possono modificare in maniera importante i tempi con cui avviene questa evoluzione, ma non possono in alcun caso modificare il destino finale del sistema.   Solo una sostanziale modifica nella struttura interna del medesimo potrebbe farlo.
2 - Sappiamo che la freccia del tempo è irreversibile (perlomeno a scala super-atomica).    Dunque la decrescita  potrà anche presentare situazioni diciamo “vintage”, ma sarà comunque un fenomeno del tutto sconosciuto e sorprendente.   Certamente non sarà il film della crescita girato al contrario poiché tutte le condizioni al contorno sono cambiate irreversibilmente.   Per fare un esempio banale, non torneremo a “vivere come i nostri nonni”, come talvolta si sente dire.   Rispetto ad un secolo fa c’è il quadruplo della gente, la metà della terra fertile e delle foreste, una minima parte dell’acqua potabile, i principali banchi di pesca sono estinti, eccetera.   Non ultimo, nessuno o quasi sa più fare le cose che sapevano fare loro.  E se è vero che è possibile imparare, è anche vero che questo richiede tempo.
3 - Da almeno 50.000 anni, l’evoluzione tecnologica ha drasticamente modificato i rapporti fra la nostra specie ed il resto dell’ecosistema.   In pratica, abbiamo trovato il modo di superare costantemente i limiti impostici dall’ambiente tramite lo sviluppo di tecnologie più efficienti.   Attenzione!   Questo è un punto fondamentale.   Il fatto che la nostra popolazione continui ad aumentare viene spesso citato come prova che, in realtà, non abbiamo ancora raggiunto i limiti della crescita possibile.   Qualcuno ipotizza addirittura che non li raggiungeremo mai perché il progresso tecnologico è un prodotto dell’inventività umana che si suppone inesauribile. Questo ragionamento è però viziato da un errore di fondo.    La tecnologia consente infatti di estrarre una percentuale maggiore di risorse a nostro vantaggio, ma ciò provoca un degrado dell’ecosistema.   In altre parole, la tecnologia ci consente di strizzare più forte il limone,  ma non di aumentare il succo che c’è.  Catton chiamava questo fenomeno “Capacità di carico fantasma”.
4 – La crescita economica e quella tecnologica sono due elementi strettamente sinergici che formano una delle retroazioni più forti della nostra storia.   Ed entrambe hanno trainato la crescita demografica.
Man mano che la decrescita economica prenderà piede, questa retroazione continuerà presumibilmente a funzionare, ma non sappiamo bene in che modo.   Da un lato, infatti, ci dobbiamo aspettare che, riducendosi la ricchezza disponibile, le tecnologie più costose dovranno essere man mano abbandonate per tornare a tecnologie meno sofisticate, ma anche più economiche e robuste.   D’altronde, tecnologie meno spinte sono anche meno efficienti nell’estrazione delle risorse che, nel frattempo, si sono degradate e rarefatte. Per fare un solo esempio, il primo pozzo di petrolio fu trivellato a Titusville a circa 19 metri di profondità, utilizzando una trivella estremamente rudimentale.   Oggi siamo arrivati a perforare rocce a chilometri di profondità, ma ciò è stato possibile perché l’energia “facile” ci ha messi in condizione di sfruttare quella via via più difficile.   Siamo così passati da pozzi profondi decine di metri, ad altri di centinaia ed infine di chilometri senza soluzione di continuità.   Ma se la retroazione si interrompesse, ad esempio per una grave crisi economica od una guerra che comporta l’abbandono delle tecnologie d’avanguardia, non saremmo mai in grado di recuperare, semplicemente perché le risorse raggiungibili con tecnologie più semplici non esistono più.
D’altronde, le conoscenze accumulate nella fase ascendente non saranno dimenticate tanto presto.   Anche a fronte di crisi estremamente gravi, una parte consistente del patrimonio scientifico e tecnico sopravvivrebbe a lungo.    Diciamo che, probabilmente, siamo oggi nella fase di “picco del sapere”, ma la decrescita culturale sarà presumibilmente più graduale di quella economica grazie all’inerzia rappresentata dalle scuole e dai libri.   Altri tipi di supporto, in particolare quelli informatici di ultima generazione, rischiano invece di svanire molto rapidamente a fronte di un netto peggioramento nelle condizioni economiche e, dunque, nella disponibilità di energia e nella manutenzione delle reti.
5 – Il processo di decrescita avverrà presumibilmente per catastrofi di diverso ordine e grado.   Questo si può arguire dal fatto che tutti gli sforzi dell’umanità sono concentrati nel mantenimento dello status quo e molti dei tecnocrati che se ne occupano sono persone di grandissima professionalità.   Questo tende ad irrigidire il sistema che, anziché adattarsi al mutare delle condizioni al contorno, reagisce per restare il più possibile uguale e se stresso.   Ciò consente di ritardare la decrescita, ma quando ciò non è più possibile il processo di riequilibrio avviene in maniera rapida e solitamente traumatica.    Insomma, la storia dell’elastico che, tirato troppo, si spezza facendo male a chi lo tiene.

Dunque, quanta decrescita ci aspetta?

A quanto pare, alcuni sono stati molto bravi a capire quanta crescita ci sarebbe stata nei decenni scorsi.   Ma quanta sarà la decrescita nei decenni a venire?   Le ipotesi variano da una stabilizzazione dell’economia e della popolazione a livelli addirittura superiori all’attuale (la cosiddetta “stagnazione secolare” di cui parla l’FMI), fino alla completa estinzione del genere umano.
Due ipotesi del tutto antitetiche che hanno in comune un punto fondamentale: portare alle estreme conseguenze una serie di fenomeni in corso o previsti a breve.    Nel primo caso si spera che la popolazione si stabilizzi per una graduale riduzione della natalità, mentre la tecnologia potrebbe trovare il modo di garantire una vita decente più o meno a tutti.  Nel secondo caso, si suppone invece che il collasso dell’economia globalizzata e/o il riscaldamento del clima generino delle retroazioni capaci di sterminare completamente la più resiliente e adattabile delle specie viventi.
Entrambi gli scenari non tengono conto del fatto che i cambiamenti provocati da una retroazione in un sottosistema  cambiano i rapporti di questo con il meta-sistema di cui fa parte.   Ciò significa che è probabile che la forza relativa delle diverse retroazioni in azione cambino in rapporto alla dimensione della popolazione, la disponibilità di risorse, la resilienza degli ecosistemi, l’evoluzione del clima e molto altro ancora.

Consideriamo quindi alcuni punti solamente.

Primo punto: la capacità di carico fantasma.
Capacità di carico fantasmaLasciando da parte la più fantasiosa delle due ipotesi (stabilizzazione simile all’attuale), occupiamoci della seconda.    Questa si basa infatti su di una molto verosimile retroazione positiva fra decrescita economica → minore accesso alla risorse → decrescita della popolazione.   In pratica, la decrescita comporta una riduzione della capacità di estrarre a nostro vantaggio bassa entropia dall’ambiente, il che genera ulteriore decrescita.
Questo anello spinge effettivamente verso l’estinzione, ma ne esistono contemporaneamente altri.   Ad esempio: maggiore mortalità → minore pressione sulle risorse residue → riduzione dell'inquinamento → parziale recupero della biosfera → minore mortalità.   Questo secondo anello tende evidentemente a contrastare il precedente.  Personalmente, penso che il primo (destabilizzante) sarà predominante in questo secolo, mentre il secondo (stabilizzante) acquisterà forza man mano che la pressione antropica si ridurrà.
Nessuna previsione, naturalmente.   Solo l’osservazione che, probabilmente, il sistema tenderà ad un nuovo equilibrio una volta che la popolazione e l’economia si saranno contratte in misura sufficiente.   Ovviamente, al netto di altre forzanti quali, ad esempio, un eventuale evoluzione del clima del tipo “sindrome di Venere”.   Possibile, ma per ora solo un’ipotesi.
Secondo punto: Gradiente energetico.
gradiente energeticoUn altro aspetto della questione, che si interfaccia strettamente col precedente, è quello dell’energia.   Dal momento che la crescita economica e demografica è dipesa interamente o quasi da disponibilità crescenti di energia pro capite, appare evidente che al calare di questo parametro dovrà diminuire anche la popolazione.   Ma non possiamo sapere di quanto perché giocano due ordini di fattori contrastanti ed è arduo decidere quale dei due prevarrà.   Non è neanche detto che la stessa cosa debba accadere in tutte le zone del mondo.
Il primo ordine di fattori è che le tecnologie e conoscenze attuali potrebbero permettere una produttività superiore a quella registrata in passato, a parità di energia pro capite. Il secondo è che il degrado subìto dalle risorse riduce la produttività, sempre  a parità di energia utile disponibile.
Di solito, la questione dell’energia del futuro viene discussa a colpi di valutazioni circa quello che si potrebbe estrarre, dati certi parametri che variano secondo gli autori.   Cambiando i parametri (ad es. se si considera o meno l’esauribilità di determinati minerali), cambiano notevolmente le stime.
Personalmente non sono in grado di verificare tali valutazioni, ma vedo una difficoltà intrinseca al tipo di energie che si voglio sfruttare.

Per fare qualunque cosa, è necessario far fluire energia lungo un gradiente: cioè da dove è più concentrata a dove lo è meno.   Le energie fossili di buona qualità e l’idroelettrico posizionato bene hanno una cosa in comune: sono forme di energia che hanno il grado di concentrazione, e dunque un gradiente, ottimale.   Basta prenderle e dissiparle per i nostri scopi.   Un gradiente minore riduce più che proporzionalmente il rendimento, mentre un gradiente maggiore aumenta il rischio di incidente.
Viceversa, sole e vento, pur essendo quantitativamente molto più abbondanti, sono estremamente diffuse.   Occorre quindi prima concentrarle (dissipando altra energia già concentrata in precedenza) per poterla poi trasportare dove serve e dissipare per fare quel che vogliamo.   In pratica, un doppio passaggio che in nessun caso potrà quindi dare gli stessi risultati del passaggio singolo permessoci dalle fonti che abbiamo prevalentemente sfruttato negli ultimi 200 anni. Ciò non significa che sole, vento eccetera siano inutili.   Anzi, proprio il fatto che l’economia industriale subirà un drastico ridimensionamento, forse un collasso, rendono preziosi degli oggetti che potranno mitigare gli effetti della decrescita almeno per alcuni decenni.
Terzo punto: la ruralizzazione.
ruralizzazioneUn altro aspetto della medesima questione è rappresentato dal tipo di insediamento umano del futuro.   Man mano che l’economia industriale procederà a perdere pezzi, è probabile che una massa crescente di persone cercheranno salvezza in campagna.   Un fenomeno che forse sta cominciando proprio in questi anni.   Un processo possibile,ma la densità mondiale attuale è di una persona ogni circa 2000 mq di terreno agricolo, che stanno diminuendo di giorno in giorno.   La media europea è analoga ed anche questa in rapido calo.   Un ritorno massiccio all’agricoltura ed un riallineamento a standard di vita analoghi a quelli dei contadini poveri attuali rappresenta quindi uno scenario di decrescita possibile, ma non per tutti.
Anche in questo caso, è facile prevedere almeno alcune retroazioni, di segno opposto.   Un primo anello spingerebbe verso un’accelerazione della decrescita: decrescita economica → aumento della popolazione rurale → maggiore pressione sulle aree marginali e le foreste → degrado del territorio → ulteriore decrescita economica.    Molti entusiasti dell’orto domestico non condivideranno questo punto, ma l’esperienza di tutte le epoche e di tutte i paesi lo conferma.

Tuttavia, anche in questo caso, sono possibili anche anelli tendenti a stabilizzare il sistema.   Per esempio: riduzione degli standard di vita → contese per il controllo delle zone migliori e dell’acqua → riduzione/scomparsa dei servizi sanitari moderni → decrescita demografica → miglioramento degli standard di vita.

Sono molti i fattori che spingerebbero per una rapida decrescita demografica, cosa che a sua volta ridurrebbe la pressione sugli ecosistemi e la competitività territoriale, oltre a mitigare la miseria.
In altre parole, più rapido il declino numerico, più alto il livello di relativo equilibrio che si potrebbe raggiungere, al netto di altri fattori qui non considerati (clima, guerre, epidemie, ecc.).

Conclusioni.

Profeta di malaugurioNoi profeti del malaugurio veniamo spesso accusati di avere un gusto perverso nell’annunciare catastrofi.   Generalmente no, ma possiamo dare questa impressione a causa dalla frustrazione.   Capita quando hai visto ignorati tutti gli avvertimenti lanciati quando c’era ancora il tempo di reagire ed evitare il peggio.   Comunque, cercando di essere il più razionali possibile, direi che la decrescita è inevitabile ed anzi è già cominciata, ma che difficilmente condurrà il genere umano all’estinzione.
A mio avviso, le difficoltà maggiori nell’indagare la decrescita sono due: la scala spaziale e quella temporale.
Per quanto riguarda la prima, abbiamo numerosissimi precedenti storici di decrescita e anche di collasso di popoli e civiltà, ma nessuno a livello globale.   In un modo costituito da un mosaico di organizzazioni scarsamente comunicanti, il collasso di una di esse può trovare mitigazione (ad es. tramite emigrazione) o aggravamento (a es. tramite invasione) dai suoi rapporti con i sistemi vicini.   Ma comunque non si può verificare il simultaneo collasso dell’intera umanità.  Il fatto che il collasso attuale stia avvenendo in un contesto globalizzato cambia radicalmente i termini della questione, almeno nelle fasi di avvio.   Da una parte, infatti, sta consentendo di mitigarne e rallentarne considerevolmente gli effetti. Dall’altra, rischia di portare all’inferno l’intera umanità quasi contemporaneamente.

Una seconda difficoltà inerente la scala spaziale, risiede proprio nel fatto che il principale effetto della prima fase di decrescita sarà la frammentazione del sistema globale in sotto-sistemi di varia misura.   Un processo che potrebbe reiterarsi fino alle estreme conseguenze o meno, a seconda di una miriade di fattori perlopiù locali.   Dunque diversi da zona a zona.
Per quanto riguarda la dimensione temporale, il problema è che avremo due curve in calo: quella della capacità di carico e quella della popolazione.   Cioè vivremo una specie di gara di corsa in cui la popolazione tenderà a stabilizzarsi su dei livelli tanto più alti, quanto più precoce e rapido sarà il decremento. Questo perché proprio la decrescita economica e la decrescita demografica sono forzanti che tendono a stabilizzare il sistema, mentre il degrado della Biosfera e l'alterazione del clima sono le principali forzanti che spingono verso l’annientamento umano.
Se davvero avessimo a cuore noi stessi, dirotteremmo tutte le risorse possibili verso la conservazione della Biosfera e del clima, anziché sulla nostra.   
Decisamente contro-intuitivo, ma spesso la Natura lo è.


domenica 1 maggio 2016

USA: primi al mondo per terre accaparrate






Estensione delle terre accaparrate dagli USA : equivale alla superficie di Toscana, Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo evidenziata in verde.


Di Silvano Molfese


L’accaparramento di terre, in inglese land grabbing, da parte dei paesi più ricchi consiste nel comprare o affittare estese superfici di terreno all’estero per produrre cibo per se stessi. (1)

Gli Stati Uniti, con primati in ogni ramo della scienza e della tecnologia, prima potenza nucleare, con una superficie territoriale estesa oltre trenta volte l’Italia ed una densità di 34 abitanti per km2 (rispetto agli oltre 200 abitanti per km2 che caratterizza il nostro paese), all’avanguardia nella ricerca e nella coltivazione delle sementi OGM, sono indotti, nonostante tutto, ad accaparrarsi ben 6,9 milioni di ettari di terre in altri stati per far fronte ai propri fabbisogni alimentari, addirittura più del triplo di quanto si è accaparrata l’India! (2)

E dire che, da almeno tre lustri, le multinazionali delle sementi sostengono a spada tratta i vantaggi dei semi OGM: aumenterebbero le rese delle produzioni agricole.

Lo hanno gridato ai quattro venti ma Lester Brown, come diversi altri autorevoli analisti di fama internazionale, smentì questa diceria:

“In relazione all’aumento delle rese si cita spesso il potenziale delle biotecnologie ma, nonostante da venti anni i genetisti stiano selezionando nuove varietà di piante, non hanno ancora prodotto una sola varietà di grano, riso o mais che porti ad un reale aumento delle rese. ” (3) .

Ho ripreso il dato statunitense perché mi sembra emblematico di una diffusa ed eccessiva fiducia nella tecnologia che pervade il mondo intero.

Tutto ciò è più che un campanello d’allarme per tutti noi italiani, nonché per la nostra classe dirigente: affascinati (o distratti?) da auto, cellulari ecc., di fatto, trascuriamo da almeno due decenni l’agricoltura.

La cementificazione imperante, con milioni di vani vuoti, l’ipertrofica e ridondante infrastrutturazione stradale, hanno rubato e rubano centinaia di migliaia di ettari di fertile suolo.

La cosa è ancor più grave se consideriamo il riscaldamento globale in atto e la conseguente crisi idrica sempre più diffusa anche in Italia.

Le nostre importazioni di cereali, al netto delle esportazioni dei prodotti di molitura e di quelle per la produzione della pasta, si aggirano intorno ai 7,8 milioni di tonnellate. Con le attuali rese ci vorrebbe una superficie di circa 1,5 milioni di ettari per soddisfare gli attuali consumi interni di cereali. (*)

Certamente i consumi alimentari, anche in Italia, eccedono i reali fabbisogni di circa il 30% (4) ma è pur vero che le rese delle produzioni agricole, con l’agricoltura biologica, si riducono grosso modo di circa il 20% rispetto all’attuale industria agricola: quest’ultima impiega in modo diretto e indiretto elevate quantità di combustibili fossili. (5)

Con il cambiamento climatico in atto e la conseguente scarsità idrica, di quanto si ridurranno le nostre produzioni agricole? Quanta terra in più ci vorrà? Con l’aumento delle bocche da sfamare ed avendo raggiunto i limiti produttivi su tutto il pianeta, quanto pagheremo in più i cereali importati? 



Bibliografia 

Brown L, 2011. – Un mondo al bivio – Edizioni Ambiente, 98


Gardner G., 2015 – Mounting losses of agricultural resources – State of  the World 2015, Islandpress, 71

Brown L., 2001 – Cancellare la fame: una sfida sempre più dura - State of the World 2001, Edizioni Ambiente, 82

Affamati di spreco, giovedì 15 ottobre 2015, ore 23.30 - Rai Storia

Dossier Fibl - L’agricoltura bio accresce la fertilità del suolo e la biodiversità –Supplemento a biodinamica n. 51 – novembre/dicembre 2003


(*) I dati sono desunti dall’ISTAT e riferiti al 2013. Ho fatto i calcoli in base allo scambio commerciale con l’estero: dei cereali, dei prodotti della molitura e delle paste alimentari. Per le rese dei cereali ho considerato sempre il 2013.

giovedì 28 aprile 2016

Già troppo vicini alle soglie climatiche pericolose

Troppo vicini alle soglie climatiche pericolose – L'Agenzia Meteorologica Giapponese mostra che tre mesi del 2016 sono stati di circa 1,5°C al di sopra della linea di base preindustriale dell'IPCC

Da “Robert Scribbler”. Traduzione di MR (via Alexander Ač)

Dovremmo dedicare un momento a renderci conto di quanto sia stato realmente caldo finora nel 2016. Per pensare cosa significhi vivere in un mondo che è già dannatamente caldo. Per pensare a quanto siamo messi male nel rispondere al cambiamento climatico spinto dagli esseri umani. E per considerare quanto sia urgente smettere rapidamente di bruciare carbone, petrolio e gas. Per smettere di mettere più combustibile in un incendio globale che sta già infuriando.

******

I decisori politici globali, gli scienziati e molti ambientalisti hanno identificato che una media annuale di 1,5°C al di sopra del livello preindustriale segna un livello di calore che dovremmo cercare di evitare. Il summit sul clima di Parigi ha preso un impegno verbale di cercare almeno di evitare delle gamme di temperatura così estreme. Ma anche gli impegni per le più forti riduzioni delle emissioni da parte delle nazioni del mondo, ora non si attengono all'impegno. Ed è discutibile il fatto che avrebbero mai potuto eliminare l'enorme sovraccarico in quantità di gas serra che si è già accumulato e sta già rapidamente riscaldando l'aria, l'acqua, il ghiaccio e le riserve di carbonio del pianeta.

Gli attuali impegni per la riduzione delle emissioni, anche se significative se prese nel contesto della dimensione e del potenziale di crescita di tutte le industrie che sputano carbonio, non vanno neanche vicino all'obbiettivo dichiarato degli 1,5°C. Secondo la nostra comprensione attuale della sensibilità climatica, e ad eccezione di qualsiasi risposta da parte delle riserve globali di carbonio non previste dalla scienza, le riduzioni promesse nell'uso dei combustibili fossili da parte delle nazioni del mondo secondo Parigi limiterebbero il riscaldamento intorno ai 3°C per la fine di questo secolo. I tassi di riduzione delle emissioni di carbonio dovrebbero necessariamente essere accelerati oltre gli impegni degli obbiettivi di Parigi per restare al di sotto dei 3°C nel 2100 – molto di più per evitare i 2°C.

In quanto agli 1,5°C al di sopra delle medie preindustriali – sembra già che quest'anno, il 2016, vedrà temperature scomodamente vicine ad un livello che gli scienziati mainstream hanno identificato come pericoloso.

martedì 26 aprile 2016

Il populismo è di moda, ma sappiamo cos'è?





di Jacopo Simonetta.

Oggi  “pupulista” è un insulto e lo era spesso anche in passato.   Eppure proprio questa eterogenea matrice ha prodotto l’unica seria opposizione a quegli ideali di “progresso” perseguendo i quali siamo giunti esattamente dove siamo oggi.
George OrwellCon questo non intendo certo idealizzare la tradizione.   Chi ha vissuto in un paese ancora 40 o 50 anni fa, ha un’idea di quando schiacciante può essere quella “common decency” tanto cara ad Orwell.   Tengo però a far presente è che il populismo odierno ha ben poco in comune con quello del passato.   In particolare per la passione che i movimenti populisti odierni hanno per i capi autoritari, le fantasie nazionaliste e l’ assistenzialismo di stato.   Tutti elementi che i populisti del passato disprezzavano profondamente.

Una differenza che probabilmente dipende dal fatto che i movimenti populisti del passato sorsero ed insorsero in difesa di una tradizione popolare all'epoca ben viva e profondamente radicata.   Una tradizione che la trasformazione dei contadini ed degli artigiani prima in proletari e poi in consumatori ha distrutto.   Della radice antica ed identitaria della gente comune rimane oggi solo un sentimento vago e rabbioso, su cui fanno leva gli "arruffapopolo" di professione. 

Il populismo ieri.

A scuola, sembra che il storia del pensiero politico moderno si riassuma nello scontro fra due grandi scuole: quella liberal-capitalista e quella socialista che né è uscita sconfitta.   La realtà è, come sempre, parecchio più complicata.
Tanto per cominciare, le due citate scuole di pensiero non erano poi così antitetiche.   Condividevano infatti una comune ideologia di fondo: il progresso inteso come inarrestabile processo di miglioramento della condizione umana.   Del resto, entrambe si rivendicavano legittime eredi dell’Illuminismo, visto come la grande rottura fra un “prima” fatto di miseria morale e materiale, oscurantismo, persecuzione e quant'altro.   Ed un “dopo” proiettato in un futuro radioso.   Un concetto nato e maturato nei circoli aristocratici e finanziari del XVIII° secolo che erano quanto di meno "popolare" si potesse immaginare.
Dunque lo scontro fra le due scuole, non di rado sanguinoso, fu sostanzialmente su quali fossero i mezzi più efficaci per raggiungere lo scopo condiviso.   Se mediante un’accumulazione di capitale privato oppure di capitale statale, se tramite una liberalizzazione delle attività economiche, oppure una pianificazione delle medesime, eccetera.   Ma per entrambe contrastare il progresso era affare di aristocratici parassiti, nostalgici, romantici perdigiorno, retrogradi, corporazioni oscurantiste, borghesi bigotti, masse abbrutite dall'ignoranza o nemici del popolo, secondo il caso.
In una serie di post pubblicati su “Effetto Risorse” (qui, e qui) ho cercato di tracciare l’origine di questa singolare visione del mondo.   Qui vorrei accennare invece a quelle “forze oscure della reazione in agguato” che le si opposero.
Secondo la vulgata, in prima fila ci sarebbe stata l’aristocrazia molle e parassita dell’”Ancien régime”, retaggio di un mondo feudale sinonimo di ogni orrore.   Solo che, sorpresa, nel '700 l’Ancien Régime era quanto mai moderno.   Ed era nato proprio dallo sforzo di molti stati di chiudere definitivamente i conti con gli ultimi strascichi di una tradizione feudale oramai decotta.  

La modernità, teorizzata e caldeggiata dai progressisti, nella seconda metà del XVIII secolo erano gli stati nazionali retti da autocrati “illuminati”.   Vale a dire promotori a tempo pieno di quella rivoluzione industriale che cominciava a delinearsi.   Del resto, le grandi famiglie dell’epoca erano composte perlopiù da banchieri, industriali ed alti funzionari.   Le proprietà terriere ed i castelli in qualche caso erano una pittoresca eredità; in altri un acquisto recente destinato a dare lustro a nomi e cognomi privi di storia.
Chi, invece, si oppose fieramente, da subito e per oltre un secolo alla visione progressista del mondo fu un’eterogenea accozzaglia di movimenti in cui confluirono e defluirono personaggi molto diversi.   Anche un certo numero di latifondisti ed intellettuali certo, ma principalmente artigiani, operai e contadini proprietari della terra.   Ivi compresa parte della piccola aristocrazia di campagna, marginalizzata ed impoverita dallo sviluppo dell’industria e della finanza.
rivolte luddiste
Uno dei primi e più famosi di questi movimenti fu quello dei “Luddisti” che sfociò in vere e proprie sommosse represse nel sangue.   Lo scopo che animava questi ribelli era soprattutto la salvaguardia della dignità del lavoro artigianale e manuale.   La meccanizzazione e la specializzazione dei ruoli in fabbrica erano visti infatti come degradanti per i lavoratori.   Ma ancor più era avversata l’istituzione del lavoro dipendente salariato.
Oggi che sempre più gente anela ad un salario che non può avere sembra incredibile.   Ma fin’oltre la metà del XIX secolo l’imposizione del regime salariale era visto da molti dei diretti interessati come una vera e propria forma di schiavitù.
Solo in alcuni casi da questi movimenti nacquero dei veri partiti, come il People’s Party in USA ed il Narodničestvo in Russia, spesso confusi con partiti di matrice socialista.   Ma al contrario dei marxisti, i populisti vedevano nella grande industria, nella meccanizzazione ed elettrificazione nient’altro che potenti mezzi per meglio proletarizzare e sfruttare i lavoratori.
Come fondamento dell’edificio sociale proponevano non già la dittatura del proletariato od il benessere, bensì quell'insieme di valori e comportamenti radicati nella tradizione popolare che davano identità, struttura sociale e resilienza alle classi lavoratrici.  Difendevano quindi la piccola proprietà privata e gli antichi diritti d’uso civico.   Avversavano invece i monopoli ed il latifondo, tanto quanto la statalizzazione dei mezzi di produzione.  In alternativa, tentarono di costituire cooperative che quasi sempre fallirono perché avversate sia dai liberali che dai socialisti, sia pure per opposte ragioni.  Rifiutavano l’ingerenza nelle loro faccende tanto dello stato, quanto dei sindacati di partito.   Preferivano invece organizzarsi autonomamente in strutture di remota tradizione e spesso divenute illegali come le ghilde, le confraternite e le società di mutuo soccorso.
StalinSicuramente il più tragico evento legato a questa tradizione fu l’Holomodor (dai 3 ai 9 milioni di morti secondo le stime) con cui tra il 1932 ed 1933 Stalin chiuse definitivamente la partita con la pretesa dei contadini ucraini di rimanere economicamente autonomi.


Il populismo domani?


Nei due secoli che hanno preceduto la totale egemonia dell’ideologia progressista ci furono anche altri ed importanti movimenti politici, basti citare gli anarchici ed i monarchici, su barricate opposte.   Qui ho voluto rievocare fugacemente il populismo delle origini perché tutti noi stiamo scivolando giù per la china del “dirupo di Seneca” senza reagire.  Le ragioni sono molte e una fra queste penso sia una terribile carenza di idee politiche. Forse conoscere meglio il passato potrebbe stimolare la nostra creatività.  Purtroppo, il fallimento dei sistemi socialisti è stato erroneamente interpretato come la dimostrazione della giustezza del sistema capitalista.
Perfino il movimento ambientalista, che avrebbe potuto rappresentare la vera novità politica del XX secolo, si è dissolto nella matrice progressista, disgregato in un ala filo socialista (maggioritaria in Europa occidentale) ed una filo-liberale (maggioritaria in Europa orientale). E man mano che diventa evidente che anche il capitalismo ha fallito e con lui il progressismo tutto, ci troviamo nel vuoto completo.
E dal vuoto, come diceva Gramsci, nascono i mostri.
neonazisti

sabato 23 aprile 2016

Ci spiace annunciare l’apocalisse: ma meglio Cassandra che Pangloss

( tratto dal giornale l'erba Emergenze )


di Matteo Minelli

I profeti dell’Apocalisse non hanno mai avuto vita facile. Si sa: chi predice sventure e terrore finisce per non star simpatico alla gente. Eppure la storia, più o meno mitologica, è piena di oracoli, eretici, scienziati, vecchi saggi e matti che, inascoltati e ingiuriati, hanno previsto sciagure immani che si sono poi effettivamente verificate.
Aiace prende con la forza Cassandra in un dipinto di Solomon Joseph Solomon
Aiace prende con la forza Cassandra in un dipinto di Joseph Solomon
Per prima toccò a Cassandra, sacerdotessa di Apollo e principessa di Troia. Pregò il padre di uccidere il neonato Paride, futuro distruttore dell’amata patria, e non fu ascoltata. Urlò ai quattro venti che la spedizione dei suoi fratelli a Sparta, ove venne rapita Elena, sarebbe stato l’inizio della fine e nessuno le credette. Si strappò le vesti e imprecò per convincere i suoi concittadini che nel famigerato cavallo erano nascosti i soldati greci eppure, a parte il povero Laocoonte, non si alzò una voce a sostenere la sua tesi. Ebbene sappiamo tutti com’è finita la storia: la città in fiamme, i troiani sterminati, Cassandra stuprata dal barbaro Aiace.
Purtroppo la celebre sacerdotessa non è che la capostipite di una progenie di profeti senza seguaci. E non stiamo parlando soltanto di figure epiche o di isterici predicatori medievali, stiamo parlando di tutti quei piccoli uomini, le cui vicende spesso sono ignote alla grande storia, che avevano previsto eventi funesti di ogni sorta ma che dinnanzi alla cieca, stupida sicumera di qualcuno con troppe certezze non hanno potuto impedire che il disastro avvenisse. Nessuno si ricorda di loro e talvolta risulta perfino impossibile risalire ai loro nomi, fagocitati da quell’oblio in cui i medesimi colpevoli dei disastri li hanno relegati.
Ci riferiamo a persone come il telegrafista del mercantile California che alle ore 23.00 del 14 aprile 1912 avvisò il marconista del Titanic, un certo Philips, della presenza di pericolosi iceberg sulla rotta del transatlantico. Fu rimproverato dal suddetto Philips per il suo zelo.
tina merlinPensiamo a donne come Tina Merlin, staffetta partigiana e giornalista, che denunciò la pericolosità della diga del Vajont ripetutamente per ben dieci anni prima che si celebrasse la tragedia. Processata per turbamento dell’ordine pubblico fu censurata per un altro quarto di secolo. Ci vengono in mente uomini come l’ingegner Canovale di Genova, che già nel 1907, stimò la portata del Bisagno in piena intorno ai 1200 metri cubi al secondo. Se invece di deriderlo le autorità lo avessero ascoltato, il torrente cittadino non sarebbe stato rinchiuso in una gabbia di cemento incapace di trattenere le sue acque e probabilmente la tragedia dell’ottobre 2014 si sarebbe potuta evitare.
Potremmo continuare molto a lungo, citare decine di eroi (perché è questo l’appellativo che meritano) che si sono battuti nel corso dei secoli, nel silenzio e nella polvere, per raccontare all’umanità qualcosa che non voleva sentirsi dire. Ed è così che arriviamo ai giorni nostri e al tentativo, direi disperato, operato da pochi coraggiosi lungimiranti di far transitare il concetto che se la nostra specie non modificherà radicalmente il suo rapporto col pianeta Terra finirà per estinguersi in tempi relativamente brevi. Eppure nessuno li prende seriamente in considerazione. Perché tanto è più grave la denuncia, tanto più troverai persone che si volteranno dall’altra parte e alzeranno le spalle disinteressate. Per questo sono convinto che gli illustri uomini di scienza che portano prove su prove a sostegno della loro tesi sulla fine della specie umana debbano sentirsi un po’ come la povera Cassandra. Sai di aver ragione, sai di essere supportato da schiaccianti prove empiriche, sai di essere tremendamente nel giusto ma nonostante ciò assumi le sembianze di uno di quegli uccellacci del malaugurio che vanno zittiti, anche a colpi di fucile, se serve.
Purtroppo oggi come ieri i profeti dell’Apocalisse sono circondati da una infinità di Pangloss che, convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, finiranno sempre e comunque per negare l’imminenza del pericolo. Che i panglossisti moderni siano mossi più da interessi personali che dallo spirito ottimistico che caratterizzava il personaggio partorito da Voltaire è sicuramente un fatto, ma è altrettanto vero che una pericolosa superficialità serpeggia all’interno della nostra specie.
Chi altri se non un superficiale infatti non considererebbe mortale la bomba ecologica che abbiamo innescato e irriderebbe gli studi scientificamente tragici che ci sono forniti. Ogni anno 18 milioni di ettari di foreste se ne vanno in fumo ( Global Forest Watch), 250.000 km quadrati di oceani sono diventate aree senza vita (Global Ocean Commission), il 43% del globo è prossimo alla desertificazione (ONU), entro quindici anni la disponibilità di fonti idriche calerà di oltre il 40% (World Water Developement), i ghiacciai si sciolgono, la temperatura sale, l’erosione dilaga e gli ecosistemi collassano.  Tutto ciò mentre gli uomini da soli consumano metà della produttività netta primaria del pianeta, ovvero si appropriano della metà di tutti i composti organici presenti nell’atmosfera o nell’acqua da cui direttamente o indirettamente dipende tutta la vita sulla Terra.
Giunti a questo punto anche noi potremmo smetterla di parlare di estinzione della nostra specie, potremmo sederci su quel comodo divano che non conosce ancora la forma del nostro fondoschiena, potremmo prendere quel telecomando che non ricorda le nostre impronte e accendere quel televisore che non ci ha mai visto in faccia. Diventare, anche noi, tanti piccoli Pangloss che tra una foresta in fiamme, una contaminazione d’amianto e una discarica a cielo aperto, aspettano col sorriso dello stolto la dipartita degli uomini.
Ma noi non lo faremo, anzi continueremo a parlare di deforestazione, zone morte nei mari, desertificazione, impoverimento del suolo e soprattutto continueremo ad annunciare il collasso dell’umanità. Saremo ancora Profeti dell’Estinzione, non per emulare la povera Cassandra, ma semplicemente perché non vorremmo fare la sua stessa fine: morire in mezzo a coloro che non hanno mai voluto ascoltarci.



venerdì 22 aprile 2016

Abbiamo meno tempo del previsto per evitare il disastro climatico

Da “University of Queensland”. Traduzione di MR (via Bodhi Paul Chefurka)



Le emissioni di CO2, e quindi il riscaldamento globale, potrebbero aumentare più rapidamente di quanto previsto, secondo un nuovo modello dei ricercatori dell'Università del Queensland e dell'Università di Griffith. Il modello include l'”uso di energia per persona” come fattore di previsione, invece di concentrarsi sulle economie o le popolazioni.

Prevede che la crescita della popolazione ed economica insieme con l'aumento dell'uso di energia per persona potrebbero aumentare significativamente la domanda globale di energia e le emissioni di CO2, causando un aumento della temperatura media del mondo di 1,5° già nel 2020. Il modello è stato sviluppato dal professor Ben Hankamer dell'Istituto per le Scienze Biomolecolari dell'Università del Queensland (IMB) e dal dottor Liam Wagner dell'Università di Griffith.

A piedi nell'Universo, nella giornata della terra



Ce ne dessero una a testa
come la vorresti che cosa ne faresti
chi vorresti ospite chi rifiuteresti
me lo sono chiesto e la risposta
ho sempre preferito rimandarla
domandarmi invece se d'un posto
per un tempo lungo come ferie
d'un Luglio o d'un Agosto sulla Luna
avrei per vedervi da lì la Terra
questo mi ritorna in mente spesso
m'accontento per ora dei racconti
di chi quel posto l'ha ottenuto
certo che é uno strano luogo
dove stipati siamo e per tutti una
ne abbiamo e dover fare che ci basti
e l'astrale resto
fatto di tanto sprecato vuoto
rende sul terrazzo il vaso del basilico
un terreno dal prezzo inestimabile
un solo giorno che di questo ci si scordi
basterebbe da solo a condannarci
a raggiungere un  altro pianeta simile
a piedi nell'Universo.

Marco sclarandis


giovedì 21 aprile 2016

Nel frattempo, in Groenlandia......

Da “The Washington Post”. Traduzione di MR (via Skeptical Science)


Di Chris Mooney

In questa foto del 19 luglio 2011 si formano pozze di ghiaccio fuso sopra il ghiacciaio Jakobshavn, vicino al bordo della vasta calotta glaciale della Groenlandia. (AP Photo/Brennan Linsley)

Un nuovo studio scientifico pubblicato giovedì ha dato l'ennesima botta di cattive notizie sulla Groenlandia – la grande calotta glaciale settentrionale che contiene 6 metri di potenziale aumento del livello del mare. La calotta glaciale si sta “scurendo”, ovvero sta perdendo la sua capacità di riflettere sia la radiazione visibile sia quelle invisibile, man mano che fonde sempre di più, scopre la ricerca. Ciò significa che sta assorbendo maggiore energia solare, cosa che poi alimenta ulteriore fusione. “Lo chiamo cannibalismo di fusione. La fusione alimenta se stessa”, dice Marco Tedesco, l'autore principale dello studio, che è un ricercatore dell'Osservatorio Terrestre Lamont Doherty dell'Università della Columbia. La ricerca è stata pubblicata su The Cryosphere da Tedesco e cinque altri autori di università statunitensi e belghe. Gli scienziati hanno a lungo temuto che, per quanto riguarda la fusione della calotta glaciale della Groenlandia, ci sono numerose delle cosiddette “retroazioni positive”, o processi di auto amplificazione, che possono renderla peggiore.

martedì 19 aprile 2016

Giorgio Nebbia: dopo il referendum, abbiamo bisogno di un vero piano energetico


di Giorgio Nebbia


Prima di tutto voglio dichiarare che il 17 aprile sono andato a votare per il referendum: ho sempre votato per tutti i referendum perché sono chiamati non da un governo, o da un presidente, o da un partito, ma, una volta tanto nella vita, è il popolo “We the People”, che chiede a me personalmente che cosa penso di un certo problema. Da bambino mi hanno insegnato che quando qualcuno chiede qualcosa è buona educazione rispondere, a maggior ragione se è “il popolo” che mi interroga. Poi voglio chiarire che ho votato SI --- inutilmente --- insieme a molti altri milioni di persone, dopo aver ascoltato attentamente le ragioni dei sostenitori del SI, ma anche quelle dei sostenitori del NO, convinto che l’ostinazione nell’estrazione di petrolio e gas a ridosso delle coste dal fondo di un mare che si muove continuamente (i cui “confini” sono un nonsenso ecologico), da giacimenti in via di esaurimento, non giova all’economia dell’Italia, all’occupazione e tanto meno all’ambiente.

Adesso, a mio parere, un governo dovrebbe fare un sensato “piano” energetico, parola che abbiamo sentito ripetere infinite volte; talvolta nei decenni passati i governi hanno fatto dei piani energetici, ma tutti con previsioni di produzione e di consumo di energia sbagliati, il che ha provocato costi pubblici e dolori privati.

L’energia è una cosa che non si vede; si vedono, si comprano e vendono il petrolio, i pannelli solari, il carbone, i rifiuti (si anche quelli vengono bruciati e contabilizzati come fonti di energia, addirittura “rinnovabili”), le pale eoliche, eccetera. Ma l’energia non si vede né si tocca; se ne vedono soltanto gli effetti sotto forma di merci e di servizi, di scatole di conserva di pomodoro e di luce, di carta e di mobilità e conoscenza, eccetera. Un piano energetico ha senso se si comincia a stabilire quali merci e quali servizi si vogliono rendere accessibili ad una comunità e solo dopo si può decidere con quali forme e fonti di energia è bene “fabbricarli” e renderli disponibili ai cittadini con vantaggio per l’economia o per l’occupazione o per l’ambiente.

A tal fine occorre andare su e giù per le 65 righe e colonne delle tavole intersettoriali dell’economia, quelle che contengono i soldi che passano da un settore all’altro e da cui, alla fine, si calcola il Prodotto Interno Lordo.

I soldi di ciascuno scambio sono accompagnati da uno scambio di materiali e di energia sotto forma di calore o di elettricità, milioni di tonnellate di materiali, fra cui carbone e petrolio e gas, prodotti agricoli e legno e minerali e metalli e gomma, eccetera, e 150 milioni di tonnellate di rifiuti solidi che vanno da un posto all’altro, dai campi alle stalle, dalle strade ai negozi, dalle fabbriche alle abitazioni, tutti mossi dall’energia.

A mio modesto parere, senza un simile “piano”, nato dalla capacità di pensare al futuro di un paese e dei suoi abitanti, tutto resta al livello di chiacchiere, fertile terreno per speculazioni e frodi.