venerdì 20 maggio 2022

Costruttori di nicchie e di mondi


Un post di Fabio Vomiero

Non occorre chiamare in causa degli astrusi discorsi filosofici e nemmeno le diverse interpretazioni più o meno realistiche della meccanica quantistica per poter affermare con una certa ragionevolezza che, al di fuori della nostra singolarità di esseri soggettivi, esiste certamente una qualche realtà, o meglio, un mondo fisico che possiamo in qualche modo percepire, conoscere e rappresentare.

Un mondo che peraltro, quando viene inteso semplicemente come ambiente fisico che ci circonda, costituisce notoriamente anche il principale driver del cambiamento evolutivo delle specie, le quali reagiscono ai suoi continui mutamenti mettendo in atto quel noto processo biologico universale chiamato "adattamento".

La cosa interessante, però, è che gli organismi non soltanto si adattano all'ambiente, ma possono essi stessi contribuire a modificarlo e a ri-costruirlo in modi diversi a seconda delle loro necessità strutturali e funzionali, formando in alcuni casi delle relazioni dinamiche così strette tra organismo e ambiente tali da poter essere considerate nello stesso modello descrittivo di cambiamento evolutivo.

Questa possibilità di formazione di una nuova unità sistemica evolutiva organismo-ambiente è contemplata oggi in quella rivisitazione dell'attuale teoria dell'evoluzione che dovrebbe essere la "Sintesi Estesa" ed è descritta in particolare dalla "Teoria della costruzione di nicchia" ¹. Di solito questo processo viene formalizzato da un sistema di due equazioni differenziali in cui il cambiamento dell'ambiente rilevante per l'organismo dipende ora sia dallo stato dell'ambiente, sia dall'azione modificante operata dall'organismo stesso (nicchia ecologica).

Ci sono moltissimi esempi in natura che rappresentano bene la costruzione della nicchia, i nidi, le tane, le strutture protettive di vario genere, le dighe dei castori, oppure i vari casi di piante e di altre forme vegetali o batteriche, in grado di modificare anche il regime idrico e trofico dei suoli e persino le concentrazioni dei gas atmosferici.

A questo punto diventa del tutto ovvia e banale la logica implicazione, sulla quale è pertanto inutile soffermarsi, che richiama inevitabilmente le disastrose conseguenze ecologiche tipiche di una costruzione di nicchia umana evidentemente autopoietica e fuori controllo.

Ma questo interessante schema teorico, che riesce a legare insieme in uno stesso modello evolutivo un organismo o una specie con il suo ambiente, può tornarci però utile anche quando vogliamo provare a estendere il discorso e spostarci dalle scienze biologiche alle scienze sociali e persino alla fisica teorica. Per esempio, non si può non notare che la specie umana essendo la specie in assoluto più plasmata dall'evoluzione culturale, che si è prepotentemente sovrapposta a quella biologica, non costruisce soltanto delle nicchie ecologiche e fisiche, ma, analogamente, crea continuamente anche delle nicchie intellettuali, concettuali, comportamentali e sociali.

Ciò significa che se anche siamo tutti d'accordo nel riconoscere che esiste certamente un mondo fisico al di fuori di noi, il problema è che questo mondo non può essere percepito, conosciuto e descritto senza un sistema cognitivo che sia in grado di farlo ². Pertanto, in generale, il mondo come struttura univoca, oggettiva e onnicomprensiva pensata lì, senza una scelta osservazionale, non è oggetto di conoscenza. In un certo senso il mondo, dove tutto è interconnesso e niente si colloca al di fuori di una logica processuale ed evolutiva in cui anche noi stessi siamo "processi che osservano processi", deve essere "costruito"³ prima di essere conosciuto, e questa "costruzione" non può che dipendere dalle scelte possibili e plurali dell'osservatore ⁴.

Ma perchè dicevamo anche la fisica teorica... perchè per esempio la Meccanica Quantistica è abbastanza emblematica in questo senso. Esistono infatti almeno tre forme della teoria che sono equivalenti sotto il profilo formale (Heisemberg, Schrödinger e Dirac), ma che in realtà nascondono approcci, stili e mondi concettuali in realtà molto diversi tra di loro ⁵.

Ciò mostra quindi che in generale anche una teoria fisica, così come un'opera d'arte, non è soltanto un semplice formalismo granitico, asettico e astorico, ma è piuttosto rappresentata dal formalismo insieme alla sua interpretazione, la quale generalmente ne stabilisce anche le potenzialità descrittive e le modalità d'uso.

Lo stesso discorso vale per il dato (dal latino datum, dono, cosa data)... Non esistono dati che parlino da soli, perchè il dato è semplicemente un segnale con cui il mondo in qualche modo ci stimola, ma è spesso di poca utilità se non viene interpretato e rielaborato all'interno di un costrutto teorico o di una strategia conoscitiva che ne faccia acquisire forma e significato.

Quando noi studiamo un sistema complesso siamo costretti necessariamente a semplificarlo, a ridurlo e a isolarlo dal resto di una serie di processi interconnessi, se vogliamo riuscire a costruire dei modelli che possano essere in qualche modo utili a capire il sistema in generale e a cercare di predirne l'evoluzione di massima. Come studiosi e sperimentatori facciamo sempre, quindi, delle scelte più o meno arbitrarie, anche se consapevoli, su quali osservabili prendere in considerazione per costruire poi i nostri modelli e le nostre rappresentazioni ⁶.

Ebbene, da questi semplici ragionamenti possiamo allora dedurre logicamente che il nostro rapporto con il mondo, un po' come accade in un certo senso per le specie costruttrici di nicchia, non è mai neutro, ma piuttosto, in particolare nel nostro caso di specie culturale e intelligente per eccellenza, è sempre carico di teoria, di aspettativa, di background, di pregiudizio, di anticipazione concettuale, tutte manifestazioni espressive di quella ricchezza cognitiva che ci rende unici e così profondamente diversi da una semplice macchina di Turing (computer).

Ma se tutto questo è vero persino per la pratica scientifica, e attenzione perchè ciò non significa allora sposare delle forme ingenue di relativismo o di costruttivismo ⁷, che cosa dire invece del mondo, tipicamente soggettivo per definizione, delle arti e delle scienze sociali?

Perchè è proprio qui, in fondo, che si sviluppa principalmente il gioco complesso delle diverse narrazioni e rappresentazioni del mondo, nel bene e nel male, ed è sempre qui, ancora, che purtroppo prendono forma con estrema facilità, vista la particolare predisposizione sociobiologica umana, anche tutte le ideologie, le illusioni, le credenze, le fantasie, le filosofie, grazie alle quali può essere vero tutto e il contrario di tutto.

Una costellazione di nicchie culturali diversificate e cangianti in cui le soggettive e parziali scelte osservazionali conducono a descrizioni del mondo che, come possiamo facilmente rilevare e sperimentare quotidianamente, possono essere tra di loro anche incommensurabili.

Tutto lascia allora pensare che, a parte il mondo della scienza (quella vera e non la sua caricatura) in cui, per una questione di formazione e di metodo, è almeno diffusa una certa consapevolezza di queste problematiche epistemologiche, e infatti esistono delle procedure operative rigorose che mirano a gestirle, per il resto non è che si potrà fare poi molto.

Anche perchè, probabilmente, l'unica possibilità per tentare di fare avvicinare queste variegate "prospettive culturali", anzichè allontanarle, sarebbe proprio quella di rendere più scientifica l'immagine stessa del mondo e soprattutto la mente dei suoi osservatori, cosa che molti, per varie ragioni a loro volta non prive di venature ideologiche, non sarebbero comunque disposti a fare.



BIBLIOGRAFIA:

1 M. Ferraguti e C. Castellacci, Evoluzione. Modelli e processi, Pearson 2011

2 G.Vitiello, Dissipazione e coscienza, Atque,16, 1997

3 N.Goodman, Vedere e costruire il mondo, Laterza 2008

4 H.Maturana e F.Varela, Autocoscienza e realtà, Cortina 1993

5 L.Krauss, L'uomo dei quanti, Codice 2011

6 I.Licata, Complessità. Un'introduzione semplice, Di Renzo editore 2018

7 M.Galavotti e R.Campaner, Filosofia della scienza, Egea 2018




giovedì 12 maggio 2022

Amo la Chimica -- Non amo le rinnovabili. La campagna contro l'energia pulita continua


Un sito molto artigianale a favore delle rinnovabili -- non è finanziato da nessuno. Ma se vogliamo veramente che l'energia rinnovabile si diffonda, dobbiamo fare molto meglio di così


Ho scoperto recentemente un Web sito intitolato "io amo la chimica" del quale non sto a darvi il link, per non portargli ulteriore traffico.  Sembra un sito informativo "pro bono" e ci sono anche degli articoli interessanti. Ma è anche un sito pro-nucleare e anti-rinnovabili. Ci trovate un articolo che critica pesantemente Armaroli e Balzani, i massimi esperti italiani di energia rinnovabile, dicendo che le rinnovabili, in sostanza, non servono a nulla. C'è anche un articolo pro-inceneritori (anzi, i "termovalorizzatori"), ci sono articoli favorevoli all'energia nucleare e cosette del genere.

Non è che ci sia niente da criticare se una persona che la pensa in un certo modo esprime le sue idee sul Web. Ma non posso fare a meno di notare che questo sito è un lavoro evidentemente professionale. Esiste in almeno quattro versioni: sito Web, Facebook, Instagram, e Twitter (e mi sembra che ci sia anche su YouTube). Su Facebook ha 12.000 followers, su Instagram ne ha 4000. Allora, è facile fare un sito Web artigianale come "Effetto Seneca," che state leggendo, ma tirar su oltre 10000 followers su FB richiede una gestione professionale. Lo stesso per un sito Web professionale che abbia un impatto. Non sono costi trascurabili e qualcuno li deve aver pagati. 

Nulla vieta di pensare che il gestore di "Amo la Chimica" abbia tirato fuori di tasca propria i soldi per questa impresa, o per mezzo di una colletta fra i suoi amici che "amano la chimica." Ma mi sembra più probabile che qualcuno abbia finanziato il sito e la sua gestione per ragioni commerciali. Intendiamoci, anche questa è cosa perfettamente lecita. Se l'industria dei fossili e quella dell'energia nucleare vogliono fare una campagna pubblicitaria per affossare i loro concorrenti principali, le rinnovabili, nulla glie lo impedisce.

Questo tipo di campagna pubblicitaria sta avendo successo, anche perché è fatto in modo intelligente e prende ispirazione da certi concetti cari al movimento ecologista, cercando di presentare le rinnovabili come il vero nemico dell'ambiente. Allora, non ci stupiamo se ci sono rallentamenti e ostilità di ogni sorta contro le rinnovabili. Finché l'industria delle rinnovabili non reagisce con gli stessi metodi, continueremo a dipendere dai combustibili fossili. 

Nel seguito, Luca Pardi (ricercatore CNR) esamina il sito in questione facendo alcune interessanti osservazioni, tipo quella dei "conformisti dell'anticonformismo" che "disegnano un conformismo inesistente, in questo caso l'ecologismo pro-rinnovabili, e si schierano con la conformità esistente: fossili + nucleare, per difendere lo status-quo".  

Ecco qua il pezzo di Luca Pardi


Amo la Chimica -- Non amo le Rinnovabili
di Luca Pardi


(Quelle del sito "Amo la Chimica") sono cose già dette in molte occasioni. In parte sono determinate anche da una presa di coscienza, non negativa, della limitatezza delle geo-risorse, oltre ai combustibili fossili, che è un tema che hai trattato anche tu nei tui libri: "La terra svuotata" (2011) ed "Extracted" (2014). Senza risalire a LTG, il primo specifico allarme sul ciclo di feedback energia- minerali- energia che io ricordo è quello del testo "Quel futur pour le metaux?" (2010) di Bihouix e de Guillebon.

Quello che è venuto dopo è una presa d'atto dell'allarme, a volte usata per dimostrare che le rinnovabili non sono più sostenibili delle altre fonti energetiche e, soprattutto, del nucleare. Il che è evidentemente una forzatura con una base di verità, i limiti delle geo-risorse appunto.

Quello che questa visione non tiene in debito conto sono due aspetti:

1) molti materiali sono riciclabili in modo efficace quasi ad libitum, basta volerlo. Le terre rare utilizzate in una turbina eolica possono essere recuperate facilmente, un po' meno il litio degli accumulatori, ma sicuramente le cose miglioreranno (anche se credo che la Scienza in quanto investigazione del mondo sia ad un punto di stallo, penso che ci sia largo margine per lo sviluppo tecnologico). Se non si fa è per un transiente storico- economico che farà presto a passare. Il vecchio slogan, riparazione- riuso -riciclo non è retorica ecologista, è quanto fanno tutte lo società umane (e non?) quando si trovano a toccare i limiti della propria espansione.

2) Molti materiali sono sostituibili. Non è detto che un motore elettrico debba contenere terre rare, i magneti permanenti esistevano anche prima del neodimio. Non è detto che si debba usare solo rame, anche l'alluminio è un buon conduttore (anche se farci dei fili non è semplice) e così via. Silicio? Non avremo mica il problema del silicio vero?

Il tipo di messaggio di "Io amo la chimica" è tipico di un genere di conformisti dell'anticonformismo. Disegnano un conformismo inesistente, in questo caso l'ecologismo pro-rinnovabili, e si schierano con la conformità esistente: fossili + nucleare, per difendere lo status-quo, facendo la figura dei guerrieri solitari della razionalità scientifica. Di persone di questo tipo nel nostro ambiente accademico ne ho incontrate a centinaia ormai. E hanno sempre dei nuovi allievi.

Un altro discorso del genere si verifica sui temi economici: l'anticonformista-conformista stabilisce che tutto ciò che è pubblico (Lo Stato) è male, poi cerca di convincere che i problemi dipendono dal troppo Stato (dopo oltre tre decenni di smantellamento) per perorare la superiorità del mercato e, soprattutto, la necessità di abbassare le tasse (ai ricchi). Il fondo di verità dipende dal fatto che gli stati tendono ad essere inefficienti e corrotti, burocratici ecc.

Far funzionare bene la cosa pubblica è come far funzionare un sistema energetico sostenibile, ci vuole la volontà politica, e per arrivare a questo esito si devono sconfiggere i nemici, quelli che remano contro. Non credo ci sia una via diversa.

A questo tipo di messaggio non c'è altra via che contrapporre un messaggio razionale e scientifico:

1) I materiali che estraiamo dalla crosta terrestre, al contrario dei fossili, sono riciclabili e il riciclo può, e dovrebbe, essere spinto al limite termodinamico (II principio)

2) I materiali possono essere sostituiti (un argomento che va rubato ai cornucopiani)

3) Le tecnologie hanno ampio margine di miglioramento. Quelle relative alle rinnovabili possono solo migliorare la situazione, quelle legate alle fossili no. Secondo me su questa strada si possono fare concessioni verbali anche al nucleare che secondo me si affossa da solo (ma posso sbagliare).

4) "Amo la vita", più della chimica, perché noi ne siamo parte, l'unica sostenibilità è un rientro all'interno della capacità di carico (che abbiamo ampiamente superato). La transizione energetica deve traghettare l'umanità a questo approdo, quindi le rinnovabili sono sostenibili, come qualsiasi cosa, solo nel quadro di un rientro di popolazione e consumi nell'alveo della sostenibilità. Il resto sono discorsi da accademici.


Luca Pardi



sabato 7 maggio 2022

Il Ritorno di Madonna Povertà: con la storia della "decrescita felice" ci hanno pesantemente imbrogliato.

 


Vi ricordate la storia di Pinocchio? Negli anni, ci è rimasto in mente il naso lungo, la fatina buona, il grillo parlante, e robe del genere. Ma non ci ricordiamo spesso di come il libro di Collodi sia crudele e violento e, soprattutto, della desolazione della povertà estrema del tardo '800. Per esempio, quando si descrive la casa di Geppetto, leggiamo che: 

La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia non poteva essere più semplice: una seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c’era dipinta una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero.

Insomma, povertà abbietta. Da notare come nell'immagine all'inizio di questo post, dalla versione di Comencini di Pinocchio del 1972, il regista non ha interpretato correttamente la descrizione di Collodi. Nell'immagine, si vede un caminetto, ma non è che Geppetto aveva un caminetto che accendeva di rado, non ce l'aveva proprio! E, d'altra parte, non avrebbe avuto senso dipingere qualunque cosa sulla parete interna di un caminetto, l'immagine si sarebbe subito annerita. Il regista del film di Walt Disney, poi, se ne è proprio fregato. Fin dalla prima scena ci fa vedere un caminetto acceso, pieno di tizzoni ardenti e con una bella scorta di legna. E della povertà di Geppetto, nel film non è rimasto assolutamente niente. 


A parte i dettagli, mi sa che ci stiamo muovendo esattamente verso questo tipo di cose: povertà abbietta. In sostanza, con la storia della "decrescita felice" ci hanno imbrogliato in modo molto pesante. Ci vogliono far fare la fine di Geppetto -- anzi, peggio, perché bene o male Geppetto nel romanzo era riuscito a sopravvivere alle varie peripezie che gli arrivavano addosso. Noi, non è detto che ci riusciremo. 

Vi segnalo il mio recente post sul "Fatto Quotidiano" col suo titolo originale, che poi i titolisti del Fatto mi hanno cassato perché era un po' troppo sovversivo, ma comunque il post è questo


Il Ritorno di Madonna Povertà – Saremo veramente felici quando saremo poveri?




Di Ugo Bardi

Vi ricordate sicuramente di aver studiato, al liceo, la descrizione di Dante nel canto XI del Paradiso delle nozze di Francesco di Assisi con Madonna Povertà. Un matrimonio felice, secondo Dante, ma anche una libera scelta di Francesco e dei suoi seguaci. Per la maggior parte di noi, tuttavia, la “povertà,” nel senso di mancanza dei beni essenziali, non è che sia proprio una scelta che vorremmo fare. Si può certamente ragionare in termini della necessità di una vita più sobria, ovvero senza gli eccessi della società dei consumi, ma mi sa che quello che ci sta arrivando addosso non è una questione di sobrietà. E’ proprio un matrimonio obbligato con la signora Povertà. Un matrimonio che potrebbe non essere per niente felice, anche se è così che molti ce l’hanno presentato.

La situazione è difficile: la crisi in cui ci troviamo non è molto pubblicizzata sui giornali, ma ci siamo dentro fino al collo. Dopo la grande legnata del 2020, quando l’Italia ha perso quasi il 10% del prodotto interno lordo, stiamo faticosamente riguadagnando un po’ di terreno. Ma non siamo ancora tornati ai livelli “pre-Covid” e il bello deve ancora venire. L’aumento – in questo momento è praticamente il raddoppio – dei costi dell’energia, riverbera su tutte le attività economiche. Non è una cosa temporanea che finirà quando finisce la guerra in Ucraina (sperando che finisca presto). E’ una tendenza strutturale che è cominciata prima della guerra e durerà ancora per molto tempo. E non te la cavi semplicemente abbassando il termostato del riscaldamento di casa, come il governo ci ha raccontato. Nemmeno per idea: un privato cittadino può anche decidere di starsene al freddo indossando due paia di calzini di lana, ma non puoi far funzionare dei macchinari industriali usando dei calzini di lana.

La produzione industriale richiede energia e molte attività che potevano dare dei profitti con un certo costo dell’energia non hanno più senso con i costi attuali, molto più alti. Se le industrie italiane non riescono più a produrre a costi competitivi, sono costrette a chiudere. I dipendenti se ne vanno a casa senza stipendio e questo va a impattare su altri settori: trasporti, turismo, commercio, eccetera. Questo succede anche per l’agricoltura, che ha enormi costi energetici per i fertilizzanti, trattori, pesticidi, refrigerazione, imballaggio, trasporti, eccetera. E non diciamo niente di cosa potrebbe succedere se si arrivasse alla disgrazia dell’arresto delle forniture di gas dalla Russia. A quel punto, non è nemmeno più una questione di costi: l’energia manca proprio. Potremmo arrivare ai blackout periodici, alle code davanti ai distributori di benzina, al razionamento dei beni di prima necessità, questo tipo di cose. Sarebbe una decrescita molto, molto rapida e per niente felice.

Senza voler dir male di Madonna Povertà, sicuramente persona di grandi virtù, forse per la maggior parte di noi come fidanzata andrebbe meglio Madonna Energia Rinnovabile. Una donna assai più “elettrizzante” e che ci risolverebbe tanti problemi se mettiamo su casa insieme a lei.


martedì 3 maggio 2022

La società del girasole: un nuovo paradigma per la transizione energetica

 


Non abbiamo molto tempo. Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C sembra quasi irraggiungibile poiché il bilancio di carbonio rimanente si sta rapidamente esaurendo. Al contrario, emettiamo sempre più gas serra nell'atmosfera; ogni minuto che passa ci avvicina alla catastrofe climatica.


Di Harald Desing ( riprodotto da Medium )

La finestra d'azione si sta rapidamente riducendo, quindi mi chiedevo: possiamo accelerare la transizione energetica e quindi ridurre i rischi climatici?

Considerando l'energia disponibile come unico fattore limitante, la transizione può essere sorprendentemente veloce, nell'ordine di anni e non di decenni. Tuttavia, l'accumulo di energia è decisivo: più ne vogliamo, più lenta diventa la transizione, perché le attuali tecnologie di accumulo sono energeticamente costose da costruire, come le batterie, o da far funzionare, come i combustibili sintetici. Possiamo affrontare questo dilemma in due modi: o investendo nello sviluppo di nuove tecnologie di accumulo sia a bassa energia incorporata che ad alta efficienza. Ma lo sviluppo tecnologico richiede tempo, che non abbiamo più. Oppure, allineiamo la nostra domanda di energia alla fornitura rinnovabile nel miglior modo possibile, riducendo al minimo la domanda di stoccaggio.

Negli ultimi decenni, ci siamo abituati a usare l'energia ogni volta che lo desideriamo. Ciò mette a repentaglio una rapida transizione, poiché l'abbinamento dei nostri attuali modelli di consumo alla fornitura rinnovabile richiederebbe un'enorme quantità di stoccaggio. Nel dibattito sulla transizione, questo è spesso considerato l'ostacolo chiave per raggiungere un sistema energetico privo di fossili.

In contrasto con le limitazioni biofisiche per salvare un clima ospitale, i nostri modelli di consumo non sono scontati. Possiamo e dobbiamo ripensare fondamentalmente al modo in cui utilizziamo l'energia. Seguendo il corso del sole, proprio come fanno i girasoli, possiamo programmare le nostre attività più energivore intorno a mezzogiorno e in estate, riducendo al minimo la domanda di notte e in inverno.

Un tale cambio di paradigma richiede principalmente una visione diversa; una visione che spezza le catene del sempre più veloce, più alto, più grande, migliore; tenendoci in una spirale futile di distruzione ambientale, angoscia mentale, avidità e competizione. Con più tecnologia, più produzione e lavorando di più, non salveremo il pianeta né creeremo un futuro desiderabile.

Invece, abbiamo bisogno di meno di tutto ciò che è fisico e più di tutto ciò che è umano. Introdurrò qui la visione di una società del girasole, che mira al raggiungimento della stabilità climatica attraverso i seguenti principi:

  • Evita la domanda di energia, evita anche di immagazzinarla: sufficienza negli stili di vita; migliorare l'efficienza energetica per una domanda difficile da spostare, come l'illuminazione notturna.
  • Fornisci tutta l'energia solare fotovoltaico sulla superficie già sigillata di edifici, parcheggi e altre infrastrutture: questo evita la conversione del suolo e non danneggia la fauna; la costruzione di una capacità fotovoltaica di grandi dimensioni comporta costi molto inferiori per l'energia e i materiali e può aiutare a evitare lo stoccaggio attraverso la riduzione.
  • Concentra la domanda di energia intorno alle ore di punta del sole: stimolata da tariffe energetiche orarie che riflettono i reali costi di stoccaggio; passaggio da operazioni continue a batch dei processi industriali; cambiare i modelli di comportamento e concentrare le attività fisiche nelle ore di sole.
  • Utilizza tecnologie che non richiedono stoccaggio: ad esempio, modalità di trasporto connesse alla rete, come treni e filobus, anziché veicoli elettrici a batteria.
  • Sposta la domanda di energia attiva in energia passiva incorporata nei materiali: trasformare le case in case passive; leggere libri, condivisi attraverso le biblioteche, invece di contenuti online la sera.

Poiché tendiamo a percepire il “meno” come sacrificio, sono convinto che qualsiasi visione per un futuro sostenibile debba essere percepita come un vero passo avanti. In contrasto con la narrativa tecno-ottimista prevalente, la visione di una società del girasole può portare a un aumento sostanziale di tutto ciò che conta veramente nella vita: tempo di qualità, cooperazione, comunità, riconoscimento, supporto, amicizia, amore,...

Meno è meglio: ad esempio, vivere in uno spazio piccolo riduce fondamentalmente la domanda di energia per persona. E si ha meno spazio per accumulare cose inutili, riducendo i consumi e tutte le preoccupazioni associate in cambio. Riduce il tempo speso a lavorare per permettersi la propria casa e per mantenerla in buono stato. Semplicemente, c'è più tempo di qualità e capacità mentali disponibili per se stessi, la propria famiglia e la comunità.

La riduzione e lo spostamento della mobilità ha un effetto simile. Viaggiare e muoversi sono essenziali per aprire e arricchire la propria mente, nonché per costruire e interagire nelle comunità. Tuttavia, questo può essere ottenuto molto meglio con i mezzi di trasporto lenti e pubblici: il viaggio è la ricompensa. Incontrare persone che altrimenti non avresti incontrato, vivere la distanza e la natura che altrimenti saresti semplicemente precipitato lascia sicuramente un'esperienza più ricca e diversa del previsto. E inutile dire che non possedere un'auto ti fa risparmiare un sacco di tempo perso per guidare, lavorare per permetterselo, prendersene cura, stare negli ingorghi, cercare parcheggio,... Inoltre, il trasporto pubblico ha un rischi mille volte inferiori che guidare la propria auto. E cosa abbiamo contro il noleggio o la condivisione di un'auto per quelle occasioni in cui ne hai davvero bisogno?

Immagina le città senza auto: che miglioramento della qualità della vita potrebbe essere! Immagina lo spazio pubblico che possiamo recuperare per le nostre comunità: giardinaggio urbano, parchi, parchi giochi, aree sportive, feste all'aperto, mercatini delle pulci, tutto davanti alla nostra porta. Nessun inquinamento atmosferico, nessun inquinamento acustico, nessun incidente stradale: chi può davvero dire che questo sarebbe un passo indietro piuttosto che un enorme balzo in avanti?

Costruire una società del girasole ci consentirà di sbarazzarci dei combustibili fossili nel giro di pochi anni, riducendo le emissioni cumulative di carbonio e di conseguenza i rischi climatici. Libererà ulteriormente la capacità per il prossimo gigantesco compito dopo l'urgente transizione energetica: rimuovere la CO2 in eccesso dall'atmosfera e ripristinare gli ecosistemi.


sabato 30 aprile 2022

Un Saluto da Stoccolma

 


Una testimonianza diretta dal paese che ci divertiamo a demonizzare e insultare. Sarà perché ci dovremmo vergognare se facessimo un serio confronto? (Grazie a Daniele Caruso per la Segnalazione)



https://www.soloriformisti.it/un-saluto-da-stoccolma/

Un saluto da Stoccolma…

Una testimonianza diretta dal modello liberale scandinavo nella gestione della pandemia. Quassù l’inflazione sul costo della vita è ora molto più bassa perché il lavoro, la fiducia e le relazioni sociali ed economiche non sono stati rovinati da estreme ed onerose misure anticovid.

Con la mia famiglia italo-svedese abbiamo sempre vissuto e lavorato a Firenze. Da giugno 2020 abbiamo ritenuto di spostarci temporaneamente a Stoccolma – pur con grandi sacrifici. Lo abbiamo fatto soprattutto per garantire una vita scolastica e sociale normale ai nostri figli. Come facciamo noi genitori, proviamo a mettere al primo posto la salute mentale dei propri figli, se possibile. E noi due, potendo lavorativamente farlo, lo abbiamo fatto, pensiamo con successo. Tra poche settimane torneremo a casa nostra definitivamente.

Fin dall’inizio dell’epidemia, non siamo stati interventisti del lockdown duro e siamo rimasti molto spaventati dal diffuso consenso di molti ad un tale livello di severità, intravedendo il rischio che il superamento di così tanti limiti avrebbe avuto gigantesche conseguenze psicologiche e quindi politiche per lunghissimo tempo. Abbiamo invece sempre ascoltato l’avviso scientifico delle agenzie di sanità scandinave, che hanno ispirato l’azione dei governi nordici per politiche di contenimento dell’epidemia ben più caute, immensamente meno costose per le tasche dei cittadini e le finanze pubbliche, e soprattutto – ora lo possiamo dire – perfino più efficaci nel contenimento dell’impatto del covid sulla generale mortalità annuale in eccesso. (Nella classifica di questo fondamentale indicatore, la Svezia è fra i migliori paesi europei sia nel 2020 che nel 2021, come verificabile su Eurostat, l’ufficio statistico ufficiale dell’Unione Europea).

I leader scandinavi non hanno attuato politiche anticovid draconiane, interminabili e dai costi titanici. In questo approccio soft, lontanissimo da quello italiano, quello svedese si è distinto per essere anche più leggero. Ciò è stato possibile pure in un’area metropolitana molto grande e densa come quella di Stoccolma, la più grande città della Scandinavia, dove fa freddo quasi tutto l’anno, si vive molto al chiuso anche d’estate e si utilizzano moltissimo i mezzi pubblici, tanto sviluppati quanto usati e affollati. La vita media è pari a quella italiana. C’è una diffusissima cultura delle case di cure per gli anziani. Insomma, tutti fattori svantaggiosi rispetto ad un’epidemia di covid, infatti la malattia ha colpito duro, per quanto un pò meno di altre capitali europee che hanno usato restrizioni ben più dure. Giova ripeterlo: dopo due anni, in Svezia, la mortalità in eccesso è una delle più basse in Europa, e ciò pure nonostante il peso della grande area metropolitana della capitale sul totale della popolazione. Inoltre anche qui è stato rilevato che la normale influenza stagionale è praticamente scomparsa in questi due anni (senza mascherine).

Siamo testimoni del fatto che in Svezia le poche raccomandazioni che ci furono, vennero scarsamente rispettate dalla popolazione. Vivendo qui a Stoccolma, è sempre sembrato tutto completamente normale, anche tutto l’anno scorso e quello precedente, una metropoli particolarmente viva e affollata in tutte le sue attività, anche se le persone del posto ci hanno spiegato che in realtà c’erano un pò meno flussi di gente del solito durante l’inverno e per alcuni mesi ci sono state delle restrizioni: restrizioni che non vi sto nemmeno a riepilogare data la loro leggerezza, brevità e scarsissima applicazione. A Stoccolma la routine e il tempo delle persone, le relazioni interpersonali e la fiducia per le attività sociali e di lavoro di ogni tipo non sono state mai sconvolte. Inoltre, successivamente, mentre la campagna vaccinale raggiungeva un buon ritmo, il tema covid scompariva via via dall’agenda dei media.

Anche durante le fasi più dure dell’epidemia, abbiamo visto che gli svedesi sono stati essenzialmente un popolo “indisciplinato” e in realtà poco incline al rispetto delle raccomandazioni anticovid. Però sarebbe sbagliato accusarli di essere stati “presuntuosi” nella lotta al covid. Non si può infatti che gioire del loro successo.  C’è da aggiungere che quassù l’inflazione sul costo della vita è ora molto più bassa perché il lavoro, la fiducia e le relazioni sociali ed economiche non sono stati rovinati da estreme ed onerose misure anticovid. Ora loro hanno pure le spalle larghe per affrontare le gravi conseguenze umanitarie ed economiche seguenti alla terribile guerra in Ucraina. Non arrivano a questo appuntamento con la storia impoveriti e sfiancati.

E poi le scuole… In questi due anni a Stoccolma abbiamo potuto garantire il completo diritto allistruzione e all’attività fisica dei bambini, considerando noi rischiosi per la salute mentale dei giovani i severissimi protocolli sanitari, le chiusure e le quarantene domiciliari di classe cui sono stati sottoposti i bambini e i ragazzi. In Italia purtroppo il covid è infatti diventato un pensiero continuo per tutti gli studenti attraverso la incessante presenza delle regole” ogni singolo secondo della giornata scolastica: il non vedersi in faccia, il dover stare distanziati, luscire in sicurezza” in cortile scaglionati per classe e in mini settori assegnati all’interno di “bolle” durante tutta la giornata, gli obblighi a stare quasi sempre seduti nellaula senza sgranchirsi, a portare cibo e acqua da casa, ad andare a mense scaglionate e distanziate, le quarantene a casa senza poter uscire, la didattica a distanza, e così via, chi più ne ha più ne metta. Molti genitori sanno benissimo di che si parla, ne hanno visto e ne sentono le conseguenze sui loro figli. Chi non ha figli in età scolare, difficilmente può capire quello che sta avvenendo su molti giovani. Noi da Stoccolma lo vediamo lucidamente, avendo sempre potuto comparare quello che succedeva. Qui a Stoccolma non ci sono mai state regole “per precauzione” non utili alla felicità psicologica, al benessere fisico e quindi all’apprendimento degli studenti. Ad esempio, non ci sono mai state, non ci sono – e quindi non ci saranno mai – le mascherine ai giovani, mascherine che qui sono state assenti nelle scuole di ogni ordine e grado, nemmeno per il personale e nemmeno all’università. Come noto, noi italiani siamo tra i paesi europei che le hanno messe nelle scuole per più tempo e pure ai bambini sotto i dodici anni. Indossate peraltro davvero e severamente tutto il giorno. E ancora si continua.

Per intenderci, rimpiangiamo le scuole pre-covid italiane che abbiamo personalmente sempre giudicato come buone per i nostri figli. Non possiamo ignorare però che la quotidianità dei bambini alle elementari, ma anche alle medie e al liceo, è stata ed è ancora inquietante se paragonata alla scuola normale che esisteva prima. Meglio scuole “in presenza”, certo, ma erano proprio necessari le  lunghe chiusure e protocolli così duri? Guardando a quello che è successo, succede e alle scelte fatte in varie altre democrazie, a questo punto direi senzaltro di no. Del resto, sono passati due anni e i conti ormai si possono facilmente fare. Sarebbe bello che tutto questo fosse oggetto di un dibattito scientifico e parlamentare sereno e dai toni pacati. E’ vero che il successo dei paesi nordici può mettere in discussione il “modello italiano” di lotta al covid, ma potremmo comunque farci delle domande, abbracciare il dubbio e magari trarre delle indicazioni utili soprattutto per il presente e per il futuro.

sabato 23 aprile 2022

Ma da dove ci si aspetta che arrivi il gas naturale?

 Da "Unconditional Blog"

I limiti delle risorse e il nostro strano gioco delle sedie musicali

Kurt Cobb è un esperto di risorse minerarie e, in particolare, di combustibili fossili. Tiene un blog molto seguito dove racconta le cose come stanno in modo semplice e diretto. Niente storie, niente propaganda, niente politica. Qui, domanda ai lettori: “ma da dove pensano gli europei che arriverà il gas naturale di cui hanno bisogno se tagliano le forniture dalla Russia? Non si rendono conto che il gas di scisto americano non basta? Non si rendono conto che anche quel gas non è infinito”? Ma, certe volte, rispondere a delle domande molto semplici è una cosa talmente difficile da essere impossibile, specialmente per i politici.

Fra le altre cose, Kurt Cobb fa notare qui un trucchetto interessante. L’amministrazione Biden ha dato via libera alla miscelazione di etanolo (alcol etilico) con la benzina sul mercato nazionale. Questo dovrebbe servire a ridurre la domanda di una materia prima, i derivati del petrolio, che comincia a scarseggiare. Ma l’etanolo si produce dal mais, e anche il mais potrebbe cominciare a scarseggiare, soprattutto considerando i costi sempre in aumento dei fertilizzanti artificiali. Andrà a finire che la gente non avrà da mangiare per aver voluto dare cibo alle automobili? Anche questa è una di quelle domande alle quali i politici sembrano in difficoltà a dare delle risposte.

(Prof. Ugo Bardi)

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I limiti delle risorse e il nostro strano gioco delle sedie musicali

di Kurt Cobb (articolo originale da Resource Insights)

Traduzione a cura del Prof. Ugo Bardi per The Unconditional Blog

Con un’ampia gamma di materie prime in offerta limitata, varie regioni del mondo si stanno comportando come se fossero impegnate in un gioco delle “sedie musicali” con le carenze di materie prime.

Ci sono molteplici giochi in corso che differiscono a seconda delle materie prime e delle regioni, ma tutti condividono una caratteristica: Come in un gioco di sedie musicali, a un certo punto qualcuno si trova in difficoltà. Nel gioco delle sedie, qualcuno rimane senza sedia, nel gioco delle materie prime qualcuno si trova a non averne a disposizione.

Una svolta interessante in questi giochi è che ora alcune sedie vengono trasferite da un gioco all’altro. Per esempio, l’amministrazione Biden ha dichiarato che le esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) degli Stati Uniti verso l’Europa saranno intensificate per sostituire il gas naturale proveniente dalla Russia, che è diventata una fonte sospetta a causa del conflitto tra Russia e Ucraina e delle ampie sanzioni economiche contro la Russia. Il gas continua a fluire per ora. Ma la Russia userà un taglio del gas come arma? Questa è una domanda che agita tutta l’Europa.

Ecco cosa intendo per spostare le sedie da un gioco di sedie musicali ad un altro. Si scopre che tutta la capacità di esportazione di GNL degli Stati Uniti è già in uso. Non ce n’è di disponibile per aumentare le esportazioni. Ad aggravare il problema c’è la limitata capacità dell’Europa di accettare carichi di GNL poiché questi carichi devono essere rigassificati e messi nei gasdotti in speciali impianti di ricezione e lavorazione che richiedono anni per essere costruiti. Ci vorranno anche anni per costruire una capacità statunitense abbastanza consistente da intaccare la dipendenza europea dal gas naturale russo. La minaccia russa di un taglio rimane e rimarrà un’arma potente per un po’ di tempo a venire.

Nel frattempo, i prezzi del gas naturale negli Stati Uniti hanno levitato ai livelli visti l’ultima volta nel mercato del gas naturale solo verso la fine degli anni 2000. Quei prezzi potrebbero anche salire ulteriormente e rimanere a livelli molto alti mentre gli utenti nazionali si contendono le forniture di gas naturale che non vanno all’estero. È un altro gioco di sedie musicali, in questo caso per i consumatori statunitensi di gas naturale.

C’è una persistente ma errata convinzione che la cosiddetta rivoluzione del gas di scisto negli Stati Uniti sia permanente e non un fenomeno temporaneo guidato da troppo capitale “stupido” che insegue una proposta perdente. Prezzi più alti incentiveranno l’estrazione di gas più difficile da ottenere. Ma questa difficoltà significa anche che i volumi ottenibili saranno probabilmente inferiori per ogni nuovo pozzo. Nel frattempo, la produzione dai pozzi esistenti continua a diminuire dal 75 al 90 per cento entro tre anni. Tutta quella produzione persa deve essere sostituita PRIMA che la produzione statunitense possa crescere. Impegnando la produzione statunitense per la consegna all’Europa, gli Stati Uniti si sono quasi certamente condannati ad un’economia con costi energetici più alti – a meno che non rinneghino la loro promessa.

Come ho detto, ci sono solo tante sedie in questo gioco delle sedie musicali del gas naturale e gli Stati Uniti hanno appena dato via alcune delle loro sedie.

L’amministrazione Biden ha anche annunciato che sta “rinunciando alle regole che limitano la miscelazione dell’etanolo” nella benzina. Il significato pratico è che la percentuale di etanolo nel carburante a base di benzina aumenterà dal 10 al 15 per cento nelle aree in cui questo era stato precedentemente proibito tra il 1° giugno e il 15 settembre perché si ritiene che il tempo estivo aumenti lo smog dei veicoli che utilizzano questa più alta concentrazione di etanolo. Il cambiamento avrà solo un piccolo impatto sul prezzo – forse 10 centesimi per gallone – e interesserà circa 2.300 delle oltre 100.000 stazioni di servizio del paese.

Ci sarà anche un altro effetto. L’industria dell’etanolo avrà bisogno di più mais per produrre etanolo di mais da mescolare alla benzina. Questo sta accadendo quando i prezzi del mais stanno raggiungendo i massimi storici perché le forniture sono state limitate da una combinazione di maltempo, sanzioni legate al conflitto Russia/Ucraina e aumento dei prezzi dell’azoto e di altri fertilizzanti necessari per massimizzare le rese.

In questo gioco delle sedie musicali delle materie prime, l’amministrazione statunitense ha appena spostato una sedia dal gioco delle sedie musicali del mais a quello dell’etanolo. I prezzi dell’etanolo e quindi della benzina saranno controllati, in parte, ma i prezzi del mais e quindi il prezzo di molti alimenti contenenti mais leviteranno.

Questo è l’aspetto della scarsità a livello mondiale e il sistema globale di produzione e logistica sta cercando di adattarsi ai molti fattori di questa scarsità. Poiché il cambiamento climatico continua a minare la produzione di cibo e, allo stesso tempo, le fonti di energia da combustibili fossili, incluso il gas naturale, continuano ad esaurirsi, potremmo trovarci di fronte non ad un rimpasto di sedie nel mio metaforico gioco delle sedie musicali, ma a qualcosa di più simile al riordino delle sedie a sdraio sul Titanic. Tieni presente che ci volle del tempo dopo che la nave colpì l’iceberg fatale perché i passeggeri e l’equipaggio si rendessero conto che la nave stava affondando. La nostra attuale situazione dovrebbe essere presa come un avvertimento non troppo precoce. Ma sarà così?

Kurt Cobb

Kurt Cobb è uno scrittore freelance e consulente di comunicazione che scrive spesso di energia e ambiente. Il suo lavoro è apparso su The Christian Science Monitor, Resilience, Common Dreams, Naked Capitalism, Le Monde Diplomatique, Oilprice.com, OilVoice, TalkMarkets, Investing.com, Business Insider e molti altri. È autore di un romanzo sul tema del petrolio intitolato Prelude e ha un blog molto seguito chiamato Resource Insights. Può essere contattato all’indirizzo kurtcobb2001@yahoo.com.

martedì 19 aprile 2022

La Profezia di Bankageddon

 


Alex Ricchebuono è uno dei pochi esperti di finanza che ha capito come stanno le cose. Ovvero, qual'è il ruolo del picco di Hubbert, del dirupo di Seneca, e cosette del genere. (o perlomeno uno dei pochi esperti di finanza che ammettono di aver capito come stanno le cose).

Il romanzo di Ricchebuono, "Bankageddon" del 2018 è una storia interessante che si legge volentieri e che descrive molti elementi che suonano "veri" anche a quelli di noi che non hanno mai lavorato come operatori finanziari nella city di Londra. Anche se, ovviamente, la storia è parecchio drammatizzata. 

Comunque, fra le varie cose interessanti, a pagina 334 del libro, possiamo leggere un'esternazione del cattivo della storia (appropriatamente identificato come "KZ1" come nella tradizione degli agenti nemici dei romanzi di spionaggio).

"Da quando il petrolio è diventato sempre più caro, il problema è esploso in tutta la sua ferocia. .. Significa la fine di un era che ci porterà a dover rivoluzionare i nostri attuali modelli di vita quotidiana. Senza crescita dovrete radicalmente reinventare la vostra esistenza. .. Il cambiamento che abbiamo contribuito ad avviare è stato creato per dare una forte sforbiciata alla classe media dei paesi ricchi. Forzare un'immediata crisi controllata è un'opzione preferibile a un inevitabile tracollo seguito dal caos. .. Una volta separati i soldi dalle persone, per completare l'opera potremmo anche eliminare un po' di gente di troppo, così da fare spazio e ridurre finalmente i consumi. .. Di certe cose si può occupare direttamente madre natura. Magari con un piccolo aiutino .. Non è così improbabile che possa svilupparsi in qualche momento una mortale pandemia a causa della mutazione di qualche virus mai sentito prima. Qualche esperimento lo abbiamo già fatto. .. Per il momento ci limitiamo a immaginare un futuro nel quale qualsiasi pagamento si verifichi in modo elettronico e completamente automatizzato. Al posto dei documenti di identità tutti saranno riconosciuti tramite la scannerizzazione delle retine e delle impronte digitali. Inoltre i chip sottocutanei svolgeranno la funzione di carta di credito." Etc, etc..

Considerando che il libro è stato pubblicato nel 2018, fa abbastanza impressione. Ma, prima di pensare che Ricchebuono ha il numero di telefono dell'Onnipotente, aspettate un attimo. Queste idee sono state in giro per la memesfera per lungo tempo e sono il pane e salame di tanta fantascienza classica e moderna. Il che vuol dire che sono parte di certe idee diffuse e che qualcuno probabilmente ci sta lavorando sopra per davvero. E, in effetti, un tantinello di impressione la fa. 


venerdì 15 aprile 2022

La Scienza e lo Scarafaggio: Come Imbrogliare sul Covid



Fate un piccolo esperimento. Prendete una scodella di minestra e buttateci dentro uno scarafaggio. Risultato? Una scodella di roba disgustosa. Ora, prendete una scodella piena di scarafaggi e buttateci dentro un cucchiaio di minestra. Risultato? Una roba disgustosa lo stesso. Certe cose, quando le mischiate non fanno media. Si adeguano al peggio dei due fattori.

Lo stesso vale quando si mescola la Scienza con la Politica. Se la scienza è la minestra e la politica lo scarafaggio, viene fuori che qualsiasi miscela delle due cose è sempre politica: ovvero una roba disgustosa.

Così, in questi giorni si fa gran rumore in Italia sui giornali a proposito di un curioso articolo apparso recentemente su Nature basato, come gli autori stessi dichiarano, sulla "narrativa". Una "narrativa"? Su Nature? Ma Nature non era un giornale scientifico che si doveva basare su dati e modelli?

Eppure è così, Nature pubblica un articolo quasi completamente privo di dati, tutto basato su una serie di affermazioni, in effetti narrative, in cui si dice che se in Svezia si fossero prese misure più drastiche, le cose sarebbero andate meglio. Ma perché? Perché gli autori pensano che sia così e citano altri autori che (secondo loro) la pensano così.

L'unico dato che troviamo nell'articolo è proprio all'inizio dove dice che nel 2020 il rapporto fra la mortalità in Svezia e Norvegia era 10 a 1. Ora, per prima cosa, oggi questo rapporto è 4 a 1, non 10 a 1 -- troppo facile scegliere il periodo che ti fa più comodo, giusto? Per non menzionare poi che la Svezia si trova al 57 posto della classifica mondiale per mortalità relativa, ben al di sotto di stati che hanno invece preso provvedimenti draconiani (tipo Francia, Inghilterra, Spagna, e altri). Cosa dovrebbero aver scritto questi qui a proposito dell'Italia che ha avuto quasi il doppio della mortalità Svedese?

Ma è proprio il concetto che non va bene per un articolo scientifico. Se dici che la Norvegia ha fatto meglio della Svezia, il che è vero, dovresti spiegare perché. Forse la Norvegia ha chiuso più della Svezia? Nemmeno per idea. Andatevi a vedere il "Covid Stringency Index" su "Our World in Data" e troverete che l'indice di severità delle restrizioni è esattamente UGUALE fra Norvegia e Svezia. E questo gli autori non lo nominano nemmeno vagamente. Incidentalmente, l'Italia ha un indice di severità cinque volte maggiore, e il doppio della mortalità -- le conclusioni sono lasciate ai lettori. 

Insomma, un articolo zombie che fa finta di essere un articolo scientifico, ma ne ha solo l'aspetto esteriore. È un articolo politico. Purtroppo, è quello che sta accadendo: la politica sta invadendo la scienza e la sta distruggendo. Poi ci si mette il giornalismo con il suo sensazionalismo e questi sono i risultati. C'è poco da fare: sulla mancanza di cultura scientifica del pubblico ci marciano sopra in tanti.


(h/t Paolo Cesaretti)


https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/22_aprile_12/svezia-covid-fallimento-prove-6d259266-ba30-11ec-ac09-3ceafb137606.shtml



martedì 12 aprile 2022

La fine della società dei consumi


Repost da "Unconditional Blog"

 ATTUALITÀ,  ECONOMIA,  SOCIETÀ

La fine della società dei consumi

È impressionante quanto poco sia bastato per cambiare tutto. La “società dei consumi” sembrava l’unico paradigma possibile fino a due anni fa, la crescita l’unico modo di uscire dalle varie crisi, spendere soldi era lo strumento necessario per far marciare l’economia.

Poi il Covid ha trasformato la società dei consumi in una società di reclusi che, peraltro, rimanevano convinti che saremmo tornati a “consumare” non appena l’epidemia se ne fosse andata. E invece siamo usciti di casa per accorgerci che non c’è rimasto quasi niente da consumare. Addirittura, rischiamo la fame.

Beh, è stato bello finché è durato, bisognerà farsene una ragione.

Qui, ne discute Kurt Cobb

(Prof. Ugo Bardi)

***

L’accaparramento è improvvisamente di moda, le operazioni “lean” sono fuori moda, mentre le carenze si ripercuotono in tutto il mondo

Da “Resource Insights” di Kurt Cobb (articolo originale)

Traduzione a cura del Prof. Ugo Bardi per The Unconditional Blog

L’Ucraina, uno dei maggiori esportatori di cereali e altre colture alimentari, ha annunciato subito dopo l’invasione russa del paese che avrebbe vietato le esportazioni di molte colture alimentari per assicurare che l’Ucraina abbia abbastanza da sfamare la sua popolazione.

La Russia, un altro grande esportatore di cereali, specialmente di grano, ha ridotto le sue esportazioni di grano, segale, orzo e mais. Ha anche ridotto le esportazioni di zucchero.

La lista dei paesi che vietano o riducono le esportazioni di prodotti alimentari sta aumentando così rapidamente che comincia a sembrare un ingorgo in autostrada:

L’Argentina, uno dei maggiori esportatori di soia, ha bloccato le esportazioni di olio e farina di soia.

L’Ungheria ha vietato le esportazioni di grano.

La Moldavia ha bloccato le esportazioni di grano, mais e zucchero.

L’India, il secondo più grande produttore di zucchero al mondo, sta pensando di limitare le esportazioni di zucchero fino alla fine di settembre. Il limite di 8 milioni di tonnellate taglierebbe effettivamente le esportazioni di zucchero dopo maggio.

L’Indonesia, il più grande esportatore mondiale di olio di palma, ha ridotto le esportazioni per tenere sotto controllo i prezzi locali che sono aumentati del 50% quest’anno.

La Serbia smetterà di esportare grano, mais, farina e olio da cucina.

La Turchia ha bloccato la riesportazione di cereali, semi oleosi, olio da cucina e altri prodotti agricoli provenienti da altri paesi che sono ora nei magazzini e che erano destinati ad altri paesi prima del divieto.

La Giordania ha vietato l’esportazione o la riesportazione di riso, zucchero, latte in polvere, legumi secchi, foraggi, grano e prodotti di grano, farina, mais giallo, ghee e tutti i tipi di olio vegetale.

Naturalmente, c’è una vasta gamma di risorse naturali, manufatti e altri prodotti che non si muovono più verso la Russia a causa delle sanzioni derivanti dall’invasione russa dell’Ucraina. E ci sono delle contro-sanzioni, in particolare il divieto di esportazione di fertilizzanti dalla Russia che è il quarto produttore mondiale di fosfati e fertilizzanti azotati.

La Cina, il più grande produttore al mondo di fertilizzanti fosfatici, ha vietato le esportazioni l’anno scorso fino alla fine del 2022 per assicurarsi che la Cina ne abbia abbastanza per i propri agricoltori. E la Cina stava accumulando grano molto prima del conflitto Russia/Ucraina, accumulando quelle che ora si pensa siano la metà delle riserve mondiali di grano. Infatti, il governo cinese è arrivato al punto di esortare il pubblico cinese a fare scorta di cibo alla fine dello scorso anno con risultati prevedibili e caotici.

Poi ci sono le minacce alle colture alimentari non collegate al conflitto internazionale e ai livelli effettivi di fornitura. Uno sciopero dei lavoratori ferroviari della Canadian National ha minacciato di ridurre le spedizioni di fertilizzanti canadesi verso gli Stati Uniti prima che l’azienda facesse delle concessioni che hanno messo fine allo sciopero.

Parte della ragione dell’improvvisa corsa al cibo e ad altre risorse è che dall’inizio degli anni ’90 la parola d’ordine tra l’industria, alcuni governi e anche alcune organizzazioni di servizi non profit è stata “snello” (“lean”). Gestire organizzazioni snelle – vedi la definizione qui – è stato un modo per migliorare la redditività riducendo i costi e snellendo i processi per far sì che le organizzazioni facciano di più con meno. Sembra perfettamente sensato, vero?

Ora, ecco la cosa più importante che dobbiamo sapere sui principi di organizzazione “snella”: “L’inventario è considerato uno dei più grandi sprechi in qualsiasi sistema di produzione“.

Questo spiega molto su come praticamente tutto il mondo (tranne la Cina) sia stato colto alla sprovvista durante lo sconvolgimento dei sistemi logistici e di produzione alimentare di fronte ad una pandemia e ora quello che è probabilmente l’inizio della terza guerra mondiale (anche se, come ho spiegato in un pezzo precedente, questa non è la guerra mondiale che ci aspettavamo). Il cibo, ovviamente, non è l’unica cosa che è stata colpita. In particolare, anche i semiconduttori che si trovano in una miriade di elettrodomestici, veicoli, dispositivi elettronici e sistemi industriali sono a corto di scorte.

Ma non abbiamo bisogno di mangiare semiconduttori per vivere. Il cibo è al centro di ogni società per ovvie ragioni. È un merito dell’ideologia lean-organization-free-trade-without-borders che è durata così a lungo di fronte ai fatti ovvi sulla natura stessa della civiltà. Lasciatemi concludere con un estratto da un pezzo precedente che rende l’idea:

Si pensa che la civiltà, cioè la congregazione di persone in grandi insediamenti che chiamiamo città, debba le sue origini in parte all’invenzione dell’agricoltura. Coltivando eccedenze di colture alimentari, gli agricoltori hanno permesso la creazione di una classe urbana non agricola che si è impegnata in tutti i tipi di attività culturali, governative e commerciali. Queste attività ora occupano la stragrande maggioranza delle persone nelle economie avanzate.

Di anno in anno i nuovi insediamenti delle antiche civiltà assicuravano la loro continuità attraverso una misura molto importante: l’immagazzinamento delle colture alimentari in eccesso, specialmente il grano. Questo permetteva di sopravvivere a un cattivo raccolto o anche due o tre senza affrontare il collasso.

Che suprema ironia quindi che la conditio sine qua non della civiltà – mantenere un deposito di materiali essenziali – sia considerata ai nostri giorni una fonte di inefficienza e di spreco da evitare a tutti i costi.

Mi aspetto che più paesi e organizzazioni abbandonino l’ideologia “lean” e facciano scorte nei prossimi mesi.

Kurt Cobb

Kurt Cobb è uno scrittore freelance e consulente di comunicazione che scrive spesso di energia e ambiente. Il suo lavoro è apparso su The Christian Science Monitor, Resilience, Common Dreams, Naked Capitalism, Le Monde Diplomatique, Oilprice.com, OilVoice, TalkMarkets, Investing.com, Business Insider e molti altri. È autore di un romanzo sul tema del petrolio intitolato Prelude e ha un blog molto seguito chiamato Resource Insights. Può essere contattato all’indirizzo kurtcobb2001@yahoo.com.


martedì 5 aprile 2022

Basta parole: ora contano i Watt!

 

Un ottimo post di Luca Mercalli. Basta chiacchiere, ora contano i Watt!! 


https://www.facebook.com/LucaMercalli.Nimbus/posts/517506429735237


Luca Mercalli

RISPOSTE ALLE DOMANDE SUI PANNELLI FOTOVOLTAICI DA BALCONE
1) in genere un impianto integrato su tetto ha un'inclinazione fissa attorno ai 20-25 gradi che fornisce una produzione un po' inferiore all'ottimale (a 45 gradi di latitudine sarebbe attorno a 40 gradi), con massimo estivo.
2) un pannello esposto a Sud con inclinazione più verticale su ringhiera di balcone, in genere attorno ai 65 gradi, perde poco in termini di producibilità totale annua rispetto al tetto (meno del 5%) ma presenta il vantaggio di una produzione distribuita in modo omogeneo in tutti i mesi, quindi con maggior produzione invernale - quando l'energia serve di più.
3) il pannello su balcone permette una produzione FV anche a chi sta in appartamento e non ha disponibilità di tetto.
4) il pannello che ho installato, in silicio monocristallino, ha potenza di picco di 340 W ed eroga a mezzogiorno di una giornata soleggiata 300 W. Ciò che conta è peraltro la producibilità giornaliera che per il giorno 10 marzo a 45 gradi di latitudine è stata di 2 kWh. La stima di produzione annua è di circa 400 kWh.
5) si possono installare su balcone fino a 3 pannelli per una potenza totale di circa 1 kWp, e una producibilità annua di 1200 kWh che rappresenta quasi metà del consumo di una famiglia media italiana (2700 kWh/anno).
6) i pannelli da balcone rappresentano un'alternativa che amplia la superficie utile di fotovoltaico nei centri urbani e bilancia la produzione invernale. Non è una bacchetta magica ma una soluzione che va applicata secondo il contesto. Nei centri storici non avrebbe senso per ragioni estetiche (anche se qualche bravo architetto sono certo troverebbe un design creativo più che accettabile...), ma abbiamo in Italia immense periferie urbane post 1950 che non ne soffrirebbero per nulla. Ovviamente non ha senso installarlo se il balcone è in ombra, ma se è soleggiato non ha controindicazioni. Non avendo batterie di accumulo accoppiate bisogna consumare l'energia nel momento in cui è prodotta, cioè accendere gli elettrodomestici a mezzogiorno e non di sera...
7) noto moltissima confusione su unità di misura e funzionamento tecnologico del sistema, che portano spesso a errate aspettative o molta aggressività che come sempre non produce conoscenza. Il mio suggerimento è di affidarsi a consulenti del settore.
8 ) noto ancora far le pulci su costi, convenienza in bolletta e così via. Ma quando i prezzi dell'energia raddoppiano in poche settimane e si rischia il blackout, ha ancora senso fare i conti solo economici o non c'è un valore intrinseco più importante nella scelta di essere un po' più autosufficienti? E poi c'è anche il risparmio di CO2 che salverà i vostri figli dalla crisi climatica, il che non ha prezzo...
9) nel 2011 ho scritto il libro Prepariamoci (Chiarelettere): chi si è preparato oggi è meno in ansia per la crisi energetica. Di parole se ne fanno sempre troppe, ciò che contano ora sono i Watt!