Troia non Cadde per Colpa degli Immigranti


sabato 15 giugno 2019

Il Problema con l'Economia Circolare.






Senza commenti. (Se non vedete bene il dettaglio cruciale, cliccate per ingrandire)

venerdì 7 giugno 2019

ERA DELLA SOCIOPATIA

Autore : Derrick Jensen - Primavera 2013
Traduzione : Gianni Tiziano

Il termine Antropocene non solo non ci aiuta a fermare questa cultura dall'uccidere il pianeta – esso contribuisce direttamente ai problemi che intende affrontare.
Innanzitutto, è gravemente ingannevole. Non sono gli umani quelli che "trasformano" - leggi, uccidono - il pianeta. Sono gli umani civilizzati. C'è una differenza. È la differenza tra le antiche foreste e New York City, la differenza tra 60 milioni di bisonti su una vasta pianura e campi di cereali geneticamente modificati carichi di pesticidi -ed erbicidi- . È la differenza tra fiumi pieni di salmoni e fiumi uccisi dalle dighe idroelettriche. È la differenza tra culture i cui membri si riconoscono come uno fra i tanti e i membri di questa cultura, che convertono tutto a proprio uso.
Per essere chiari, gli Indiani Tolowa hanno vissuto dove io ora vivo per almeno 12.500 anni e quando il primo dei civilizzati arrivò il luogo era un paradiso. Ora, 170 anni più tardi, i salmoni sono stati portati all'estinzione, le sequoie sono state ridotte al 2% della loro estensione, e i campi (precedentemente foreste) sono pieni di tossine.
Per essere ancora più chiaro: gli Umani non distruggono gli ambienti naturali. Sono gli umani civilizzati che distruggono gli ambienti naturali, e lo hanno fatto fin dall'inizio della civiltà. Uno dei primi miti scritti è di Gilgamesh che sta disboscando quello che ora è l'Iraq - abbattendo foreste di cedri così fitte che la luce del sole non toccava mai il suolo, tutto questo per poter creare una grande città e, più precisamente, per poter fare grande il suo proprio nome.
Tutto questo è cruciale, perché gli autori di atrocità cercano così spesso di convincere se stessi e tutti gli altri che ciò che stanno facendo è naturale o giusto. La parola "Antropocene" tenta di rendere naturale l'assassinio del pianeta fingendo che il problema sia "l'uomo" e non un tipo specifico di uomo collegato a questa particolare cultura.
Il nome manifesta anche il supremo narcisismo che ha caratterizzato questa cultura sin dall'inizio. Naturalmente i membri di questa cultura presenterebbero il loro comportamento come rappresentativo per "l'uomo" nel suo complesso. Le altre culture non sono mai esistite veramente, tranne che come razze minori che stanno semplicemente per accedere alle risorse.
Usando il termine Antropocene si nutre di quel narcisismo. Gilgamesh ha distrutto una foresta e si è fatto un nome. Questa cultura distrugge un pianeta e nomina un'era geologica dopo sé stessa. Che sorpresa.
Dicono che un segno di intelligenza è la capacità di riconoscere gli schemi. Bene, i membri di questa cultura non devono essere molto intelligenti. Abbiamo avuto 6.000 anni per riconoscere il disegno di genocidio ed ecocidio alimentato dal narcisismo e dalla sociopatia di questa cultura, e il comportamento sta semplicemente peggiorando. I membri di questa cultura hanno avuto 6.000 anni per riconoscere che le culture che stavano conquistando erano spesso sostenibili. E continuano a insistere con questo nome che tenta di includere tutta l'umanità nel loro comportamento spregevole.
Il narcisismo si estende con il disconoscimento che esistono altre culture. Comprende anche la credenza che nient'altro sul pianeta esista pienamente. È come se l'adesivo sull'auto dicesse: "Non siamo l'unica specie sulla Terra: ci comportiamo come se lo fossimo". Di recente ho sentito un astronomo che cercava di spiegare perché è importante esplorare Marte. L'esplorazione, disse, "risponderà alla domanda più importante di tutte: siamo noi da soli ?" Su un pianeta traboccante di vita meravigliosa (per adesso), lui fa questa domanda? Ho una domanda più importante. Lui è pazzo? La risposta è si. È un narcisista e un sociopatico.

Naturalmente i membri di questa cultura, che hanno chiamato se stessi senza un brandello di ironia o umiltà Homo sapiens , mentre stanno uccidendo il pianeta, dichiarerebbero questa l'era dell'uomo.
L'Antropocene non dà alcun accenno agli orrori che questa cultura sta infliggendo. "L'Era dell'Uomo"? Oh, questo è carino. Siamo il numero uno, giusto? Invece, il nome deve essere orribile, deve produrre shock, vergogna e indignazione commisurati a questa atrocità di uccidere il pianeta. Deve richiamarci a differenziare noi stessi da questa cultura, per mostrare che questa etichetta e questo comportamento non ci appartengono. Deve richiamarci a dimostrare che non lo meritiamo. Deve richiamarci a dire e intendere: "Non una sola cultura Indigena cacciata dalla propria terra, e nemmeno più una specie estinta!"
Se daremo un nome a questa era, almeno siamo onesti e precisi. Posso suggerire, "L'Era della Sociopatia"?

Derrick Jensen è l'autore di oltre 20 libri, tra cui Deep Green Resistance

sabato 1 giugno 2019

Ma i Giapponesi sono più intelligenti degli Italiani?

Giapponesi molto intelligenti


In questi giorni, mi è capitato davanti un qualcosa abbastanza allucinante, Un rapporto OCSE di cui vi passo qualche dato qui di seguito.


Allora, quello che vedete sono i punteggi ottenuti ai test da italiani e da giapponesi a seconda dei vari livelli scolastici; "secondary" sta per "scuole medie", mentre "tertiary" significa "università"

Vedete come i giapponesi con un titolo di studio liceale hanno un livello medio di alfabetizzazione leggermente superiore di quello dei laureati italiani. Questo mi spiega, fra le tante cose, la ragione di certe esperienze allucinanti che ho avuto con i miei studenti. In ogni caso, è solo uno dei dettagli del rapporto OCSE, dove l'Italia ne esce con le ossa rotte non solo in confronto con il Giappone. Ovviamente, questo non vuol dire che gli Italiani siano più stupidi dei Giapponesi o di altri, però l'intelligenza deve essere accoppiata con un certo grado di cultura e di competenza, altrimenti serve a poco.


In sostanza, niente di nuovo: la scuola italiana è un disastro e lo sappiamo tutti. Non credo che ci siano colpe particolari in questa vicenda, è solamente la combinazione di un certo numero di fattori che si auto-rinforzano. Un paese economicamente debole, strangolato dalla burocrazia e governato da una classe di parassiti ignoranti si trova in difficoltà in una situazione di competizione internazionale sempre più dura.

Ne consegue che l'economia va male e i nostri studenti non trovano che studiare sia un buon investimento del loro tempo. Come dico spesso, prendersi una Laurea oggi vuol dire cinque anni di sofferenze in cambio di una vita di disoccupazione. I migliori se ne vanno a lavorare all'estero, lasciando qui i meno bravi che diventano politici o insegnanti. La scuola ne risente in termini di qualità, quelli che cercano di far qualcosa per migliorare si trovano di fronte a un muro di burocrazia che impedisce di fare qualsiasi cosa.

Ma, consoliamoci, in qualsiasi cosa si può sempre peggiorare. Dopo che qualcuno ha parlato di ritornare al grembiulino per le elementari, qualcuno potrebbe proporre seriamente di tornare al Minculpop. Oppure, potrebbe piovere.












sabato 25 maggio 2019

Chi ha Ucciso la Twizy? Requiem per una Microcar

VI ricordate del film "Chi ha Ucciso L'auto Elettrica?" Racconta di come la General Motors abbia distrutto e eliminato il suo primo modello elettrico, la EV1, negli anni '90. Sarò forse un po' complottista, ma mi sa che qualcosa di simile- sia successa alla microcar elettrica della Renault, la Twizy. I dati disponibili indicano un crollo delle vendite che potrebbe essere il preludion alla fine della produzione della microcar.


La storia comincia quando mi è venuto in mente che forse mi sarei potuto comprare una Twizy per andare in giro per una città sempre più congestionata e invivibile come sta diventando Firenze (e meno male che i nostri amministratori vogliono portarci ancora più gente facendo un nuovo aeroporto). Così, mi sono fatto un giretto su Internet e ho scoperto un po' di cosette. La prima è che la Twizy è stata messa in commercio nel 2012 e che è tuttora in vendita. E che costa veramente tanto. Andate a vedere voi i listini della Renault e mi dite se non è un prezzo fuori di testa per un aggeggio che ha sicuramente i suoi pregi ma, insomma, non ha nemmeno i finestrini!

Allora, ho guardato in giro se ce ne sono di usate. Si, ce ne sono e a dei prezzi che, a prima vista, sembrano molto convenienti. Tenendo conto che il motore di un veicolo elettrico non ha la stessa usura di uno a pistoni, comprare una Twizy usata sembrerebbe un buon affare.. 

E qui è venuto fuori l'inghippo. Fino a qualche anno fa, la Twizy si vendeva esclusivamente con le batterie a noleggio E il contratto di noleggio è per la vita del veicolo, non lo si può interrompere se non restituendo l'intero veicolo alla Renault!. Questo genera una serie di problemi che sono descritti in questo documento. In sostanza, il veicolo invecchia e perde di valore, e le batterie pure, ma tu paghi sempre la stessa cifra. E se tu volessi sostituirle con delle batterie nuove, più performanti, non lo puoi fare. La cosa peggiore è che se vuoi vendere la tua Twizy, devi trovare qualcuno che si accolli il contratto di noleggio a vita delle batterie: ovvero qualcuno che paghi il prezzo di noleggio per batterie nuove ma che si porta a casa delle batterie vecchie. Un po' come nei film dell'orrore, ti puoi liberare di una maledizione soltanto passandola a qualcun altro. Non c'è da stupirsi se le Twizy usate costano poco.

Intendiamoci, non è che sia un imbroglio: la Renault ti propone un contratto con certe clausole e se le firmi è tua responsabilità leggere bene prima che cosa stai firmando. Ma è probabile che molti degli acquirenti delle prime Twizy avessero firmato il contratto di noleggio delle batterie senza rendersi conto che firmavano una specie di matrimonio "finché morte non ci separi" e quando l'hanno capito si sono arrabbiati niente male. Questo ha generato anche una petizione perché la Renault li liberasse dalla maledizione (senza effetto, mi pare di capire).

Così stando le cose, non c'è da stupirsi se i risultati non sono stati brillanti. Dopo il trionfalismo del 2012-2013 in cui si parlava della Twizy come del veicolo elettrico più venduto al mondo, le vendite sono rimaste statiche o in diminuzione - in controtendenza rispetto all'aumento delle vendite di tutti gli altri veicoli. Secondo i dati disponibili sul sito Renault, sembra che nel 2019, fino al 30 Aprile, siano state vendute 2 (dicasi DUE!) Twizy in tutta Europa e poche centinaia in tutto il mondo. Da notare che dell'altro veicolo elettrico Renault, la Zoe, ne sono stati venduti oltre 15.000 in Europa nello stesso periodo. Insomma, le cose vanno decisamente male per la Twizy. Forse c'è qualche errore nei dati, ma se sono giusti è chiaro che la Twizy è al capolinea. A meno di un miracolo, la Renault smetterà presto di produrla.


Ma allora la Twizy era proprio un concetto sbagliato? Io credo di no -- non lo era affatto se fosse stata venduta a un prezzo ragionevole e senza il contratto-capestro per le batterie. La Twizy è (era?) un concetto di veicolo molto interessante: leggero, piccolo, non inquinante, avrebbe potuto essere un buon complemento al trasporto pubblico nelle città e un mezzo utile per le medie distanze fuori città. Sicuramente, la Twizy sarebbe stata particolarmente interessante per il concetto di TAAS (transport as a service). Allora, cosa è successo?

Mi sa proprio che ci fosse qualcuno alla Renault al quale la Twizy gli stava proprio antipatica e che ha fatto di tutto per sabotarla. Non sarebbe una cosa sorprendente dopo la storia dell'EV1 della General Motors. Magari non era una questione di sabotare il veicolo elettrico in se, ma semplicemente un calcolo pratico che la Twizy era in competizione con la Zoe elettrica, macchina più costosa e sulla quale la Renault sicuramente ha pensato di poter fare maggiori profitti. Non sorprende che abbiano deciso di puntare sulla Zoe, anche a costo di affossare la Twizy. Ed è quello che è successo.

Per ora, rimaniamo bloccati sul concetto della "macchina" intesa come un aggeggio che pesa almeno una tonnellata -- tipicamente anche due o tre -- che ti compri come se dovessi correre la Parigi-Dakar mentre invece quello che ci devi fare in pratica è portare il bambino a scuola tutte le mattine. Ma così stanno le cose. Ci vorra tempo per liberarsi da certi veicoli obesi e inutili, ma prima o poi ci arriveremo.


venerdì 17 maggio 2019

Il rumore dell’acqua – viaggiare dove, come, e perché




Matsuo Bashō (1644–1694) ci ha lasciato uno dei più famosi poemi al mondo, tre sole linee nel formato giapponese dell’Haiku:


L’antico stagno
Una rana si tuffa
Il rumore dell’acqua


Il significato del poema ha molto a che vedere col fatto che Bashō era un grande viaggiatore: passò gli ultimi decenni della sua vita a vagabondare per il Giappone sempre alla ricerca della nuova sensazione, di una nuova scoperta che lo ispirava per un nuovo poema.

Bashō era il discendente di una lunga epopea di viaggi che era partita, probabilmente dal centro dell’Africa per gli umani moderni che si sono sparpagliati per tutto il mondo su un arco di tempo di migliaia di anni, sempre camminando, sempre andando avanti. Siamo un popolo di viaggiatori. Lo dimostrano i nostri piedi piatti e larghi, tecnicamente siamo dei plantigradi. Confrontate il piede umano con lo zoccolo di un’antilope: vedete la differenza? Siamo fatti per camminare a lungo e senza stancarci e, quando necessario, possiamo correre fino a sfiancare quasi qualunque preda.

A volte, viaggiamo per pura necessità. Ma spesso lo facciamo perché ci piace, perché ci eccita, perché ci da nuove sensazioni – era probabilmente lo stesso per i nostri remoti antenati. Oggi, vediamo questo piccolo rituale del viaggio svolgersi in estate, verso il mare o verso le montagne, o semplicemente il fine settimana, verso qualche oasi di fresco o di ristoro, a ricordarci i viaggi dei nostri antenati nomadi.

Certo, non viaggiamo più soltanto a piedi, ma il viaggio non è soltanto una questione del mezzo di trasporto che usiamo. E’ una questione di infrastruttura e già al tempo di Bashō si poteva viaggiare perché esisteva in Giappone una rete di monasteri che davano ospitalità al pellegrino. Era un idea che esisteva già in Europa nel Medio Evo al tempo dei pellegrinaggi, lunghissimi viaggi a piedi che portavano i fedeli in Terra Santa e, allo stesso tempo, rivitalizzavano l'economia locale che si attrezzava per ospitare e rifocillare i pellegrini.

E oggi? I pellegrinaggi li chiamiamo turismo, le automobili hanno sostituito i piedi, gli alberghi fanno il servizio che una volta facevano i monasteri. Ma il viaggio rimane non solo un lusso ma una necessità. E allora, dove stiamo andando? Come? Perché? Forse non lo sa nessuno di noi, è solo perché ci piace viaggiare.












venerdì 3 maggio 2019

The song peak


I miei ragazzi
 Ai miei ragazzi di terza media cerco di far capire cosa ci aspetta in termini di transizioni e utilizzi dei materiali, soprattutto in campo energetico. Uno dei concetti che essi imparano, in quest’ambito, è proprio quello del picco, declinato prima sul petrolio e, mano a mano, su altri importanti materie prime (uranio, metalli preziosi e via dicendo).
Mi sono interrogato se questa visione possa essere applicata in altri campi e, da bravo ingegnere dei sistemi, mi sono risposto che andamenti analoghi possono essere trovati in ogni campo in cui ci sia una ricerca condizionata da una dimensione fissa del serbatoio da cui si pesca (almeno nel termine della corrente vita della specie umana).
Fenomeni di questo tipo, purtroppo, non possono che condizionare anche aspettative e speranze delle generazioni: se negli anni ’50 c’era il sogno americano in tutto il suo splendore, adesso abbiamo spesso l’incubo distopico dell’apocalisse declinata in tutte le sue forme (invasioni, guerre globali, virus e simili amenità).
Pare che l’abbondanza relativa di risorse (estraibili e utilizzabili senza sforzi) sia in grado di influenzare i temi che il cinema ci propone, probabilmente anticipando tendenze già visibili.

E la musica?

Cosa c’è di più sottile e insieme corposo che definisce lo stato d’animo di un’epoca? Cosa meglio descrive il sentimento di un’epoca?
Prendiamo in considerazione la cosiddetta musica leggera dalla fine degli anni 40 del XX secolo ad oggi:


Essa si può sommariamente dividere in Rock e Pop e, in entrambi i casi, parte da vincoli non superabili che descrivono il “giacimento” di melodie e ritmica da cui è possibile attingere per creare una canzone. Ancora una volta il giacimento è una super-semplificazione di un fenomeno che porta, tra le migliaia di canzoni prodotte, quelle che fanno veramente successo e che verranno ricordate nel tempo.
La tesi è quindi che le migliori canzoni, quelle da ricordare, abbiano un andamento nel tempo simile a quello che descrive il comportamento di una risorsa mineraria finita: una crescita, un picco, un declino più o meno pronunciato. I migliori motivi saranno scoperti con andamento crescente (maggior impiego di risorse in termini di persone che si mettono a creare attratte dai guadagni, 1945-1965) fino alla saturazione e al declino (1965-oggi) a causa dei maggiori mezzi impiegati su un “serbatoio” di motivi migliori via via in esaurimento (pur in presenza di un numero maggiore di persone impiegate nella creazione con più mezzi).
Ho quindi pensato di analizzare con un po’ di numeri questa tesi, a partire dalla Top 500 Songs del Rolling Stone Magazine, che dovrebbe essere una lista delle migliori canzoni. Dal punto di vista metodologico ho considerato tre indici (lungo i lustri e i decenni), col seguente significato:

1.    Canzoni: numero secco di canzoni presenti in lista nel periodo. È un indice quantitativo della produzione nel periodo, in qualche modo proporzionale alla vastità del serbatoio e delle tecnologie di cattura (numero di persone, mezzi a disposizione)

2.    Valore: somma del valore delle canzoni nel periodo. Il valore è inteso come il complemento a 500 della posizione della canzone nella lista. La prima canzone ha valore 500, l’ultima ha valore 0. Si può considerare come una sorta di momentum della produzione nel periodo considerato.
3.    Valore specifico: Divisione del valore per le canzoni nel periodo. Si può intendere come una misura della qualità della produzione

Analisi su 5 anni

Con il periodo considerato a 5 anni si notano le seguenti cose:
1.    Esiste indubitabilmente un picco della produzione delle canzoni, centrato intorno al 1965
2.    La produzione scende molto ripidamente negli anni 70 e si azzera praticamente dagli anni 80 in poi.
3.    La tendenza è esaltata se consideriamo l’indice relativo al valore complessivo che pesa anche la qualità della canzone
4.    Esiste una costante diminuzione della qualità delle canzoni (valore specifico): sembra essere un trend costante e praticamente indiscutibile

Analisi su 10 anni

Vedere le cose sui decenni esalta le tendenze rendendole immediatamente visibili. Esiste un picco della produzione intorno agli anni 60, i decennio d’oro di questo tipo di musica. Esiste un preoccupante, costante decadimento della qualità musicale negli anni.

Riflessione finale
Una considerazione: da decenni i giovani interpretano il senso della propria vita e della propria generazione grazie alla musica che ascoltano. Se quest’ultima si ripiega, per forzata mancanza di originalità, nei rifacimenti delle cover o in generi derivati… non si può condannare una generazione per mancanza di ideali. I giovani respirano quelle vibrazioni che furono felici negli anni 50, mature negli anni 70, collassate dagli anni 80 in poi.

PS l'immagine sulla composizione delle tendenze è presa da wikipedia, le altre immagini sono di originale composizione dell'autore


Pierluigi Germano



sabato 27 aprile 2019

Greta e dintorni

di Jacopo Simonetta

Greta aveva 15 anni quando cominciò il suo sciopero solitario; ne ha 16 adesso che è un personaggio famoso e conta molte migliaia di seguaci, soprattutto in Europa, USA e Canada (come al solito).

Qui vorrei accennare a due aspetti specifici di questa vicenda: l’attacco massiccio contro la ragazza e quanto c’è di vero in quel che dice.

L’attacco a Greta.

Non mi interessano le posizioni, scontate e spesso triviali, di soggetti come Feltri ed altri, sostenitori da sempre di un anti-ambientalismo fanatico.   Mi intriga di più l’attacco, ben più studiato e subdolo, portato anche da ambientalisti dichiarati, ivi compresi alcuni che, magari, hanno lavorato per anni proprio su questi temi.

Certo, è legittimo chiedersi chi aiuta Greta e perché, ma chi davvero è interessato a questo fa attenzione a informarsi senza collaborare alla “macchina del fango”.   Sulle motivazioni di chi, invece, usa la calunnia e l’illazione come armi contro la ragazza ed il suo nascente movimento si possono fare parecchie ipotesi.  In attesa di delucidazioni dai diretti interessati, ne avanzo due: gelosia e vecchiaia.

Gelosia, perché persone che per anni, magari per decenni, hanno tentato di portare alla ribalta il tema del GW e delle sue conseguenze (o altri temi correlati), potrebbero vedere di malocchio l’essere “sorpassati a destra” da una ragazzina apparentemente qualunque (ma che evidentemente “qualunque” non è).  E’ comprensibile, ma non fa onore a nessuno.

Poi ci sono coloro che, in quanto adulti o anziani, si sentono offesi dalle dichiarazioni decisamente esplicite della ragazza svedese.   “Voi adulti dite di amare i vostri figli, ma state distruggendo il loro futuro” è, in sintesi, uno dei principali messaggi di Greta e, penso, quello che ha fatto maggiormente breccia nel cuore e nella mente di tanti suoi coetanei o quasi.   Beh, ha ragione. 

A livello individuale ognuno ha le sue colpe ed i suoi meriti, ma a livello generazionale è esattamente quello che è accaduto e siamo noi “babyboomers” i principali responsabili perché è gente della nostra generazione che ha ricoperto quasi tutti i ruoli di rilievo negli ultimi 30 anni; cioè nel periodo in cui l’emergenza climatica è diventata una certezza ed è stato deciso di ignorarla.

Personalmente, alla metà anni ’60 facevo collette scuola per il neonato WWF-Italia e da allora non ho mai smesso di occuparmi di ambiente sia come professionista che come attivista, ma proprio per questo dico che se i ragazzi di oggi sono incazzati con la nostra classe di età, hanno semplicemente ragione.

Cosa c’è di vero in quel che dice?

Molto e poco allo stesso tempo.   Lei e quelli che la aiutano conoscono bene i dati ufficiali e le dichiarazioni finali di rapporti o congressi, e ne fanno un estratto utile al tipo di comunicazione che usa Greta.  Dunque, qualcosa di approssimativo,ma sostanzialmente corretto, come è giusto che sia in questo contesto.  Semmai sono proprio i rapporti ufficiali che lasciano i punti essenziali fra le righe, e di questo Greta & co non si possono accorgere.

Mi spiego e, per cominciare: di chi è la colpa del Global Warming?   Se si fa un calcolo dello storico: Europa, Stati Uniti e Russia, in ordine decrescente.   Se si guarda la situazione attuale: soprattutto Cina, USA con distacco; Russia, Europa, Giappone, India molto dietro.   Se invece si guarda il dato tendenziale, Cina e India sono in crescita esponenziale, mentre USA, UE, Russia e Giappone sono in  flessione.

Questo significa che, se volessimo fare sul serio sulle emissioni, faremmo una convenzione a 6, lasciando perdere tutti gli altri che si dovrebbero occupare piuttosto di fermare la loro crescita demografica, la deforestazione, l’erosione ecc., mentre potrebbero aprire qualche centrale elettrica in più senza che muoia nessuno. Però non lo facciamo e si capisce bene anche perché.

Prendiamo ad esempio l’Europa che è il paese che ha maggiormente ridotto le sue emissioni:


Come si vede, negli anni ’90 e 2000 abbiamo ridotto principalmente spostando all'estero buona parte della nostra industria pesante e sostituendo alcune centrali a carbone con altre a metano. Poi siamo rimasti stazionari fino al 2008, quando abbiamo ripreso a ridurre, principalmente in conseguenza della crisi economica e dell’impoverimento delle classi medie e basse.  USA e Giappone presentano dinamiche simili e la Russia ha ridotto drasticamente le sue emissioni quando collassò l’Impero Sovietico. Il "disaccoppiamento" rimane in gran parte una leggenda basata più su trucchi contabili che sui fatti.

Vediamo ora consumi e fonti di energia primaria, ai tempi di Arrhenius ed ai tempi di Greta: la differenza sta nell'enorme crescita del carbone e nell'aggiunta di petrolio e gas. A tutt'oggi, solare ed eolico rappresentano una percentuale assolutamente trascurabile dei consumi energetici globali; molto, ma molto inferiore al legname che utilizziamo da prima ancora di essere veramente umani.

Ciò significa che incrementare le fonti davvero rinnovabili è certamente utile, ma l’unico modo per renderle una percentuale importante dei consumi globali sarebbe dimezzare (almeno) i consumi di carbone, petrolio e metano; che è esattamente quello che ci dicono bisognerebbe fare entro 10 o 20 anni per sperare di stabilizzare il clima entro il +2 C°.  Ma nessuno dice che l’unico modo per farlo è distruggere l’economia globale: un intervento da alcuni miliardi di morti perché tutte le filiere vitali di tutti i paesi del mondo sono fatte di capitalismo globalizzato.

E’ infatti molto vero che il capitalismo globale è esattamente ciò che sta distruggendo il Pianeta e che azzerare molto rapidamente  le emissioni probabilmente stabilizzerebbe (o quasi) il clima, ma significherebbe anche scatenare una situazione di tipo Venezuelano in tutti i paesi del mondo contemporaneamente.   Anche se lasciare che le cose procedano sul binario attuale apre scenari ancora peggiori, quale politico potrebbe proporre di farlo?   Chi potrebbe dire "saltiamo ora dal terzo piano, perché domani dovremo saltare dal quarto"?  E quanti sarebbero disposti a farlo?   Non coloro che ancora sognano una qualche variante di utopia eco-tecnologica, neo-primitivista o che, semplicemente, aspettano che "la scienza trovi la soluzione", trascurando il fatto che la scienza ha già da tempo trovato che la soluzione sarebbe stata fermare la crescita economica e demografica cinquanta anni or sono.

Come disse Curtis Moore (un membro del  “Committee on Environment and Public Works”) nell'ormai lontano 1986: il clima non è un problema politico perché non ha soluzioni politiche praticabili.

Alla fine, se qualcuno è da biasimare per la cattiva informazione, sono dunque gli scienziati, i governi e le grandi associazioni ben più di una cocciuta ragazza di 16 anni od i suoi genitori (che sono artisti e non climatologi).

Allora serve Greta?

Secondo me si; lei e gli altri movimenti nascenti come Extinction Rebellion.   Non potranno salvare la nostra civiltà, ma credo che fra i loro ranghi si formeranno i leader che dovranno guidare la gente attraverso “the mess” che gli lasciamo.  E credo che saranno più bravi di noi, perché nel mondo che viene gli incapaci non dureranno molto.

giovedì 25 aprile 2019

Il Passo Falso di Burioni: Ma chi è Questa Ragazzina con le Treccine che Straparla di Clima?





Un tweet decisamente poco azzeccato di Roberto Burioni. Se è vero che non c'è niente di male nell'avere spiegazioni da un climatologo esperto, è anche vero che queste spiegazioni esistono in grande abbondanza e Burioni ha certamente gli strumenti intellettuali per informarsi e per capire come funziona il cambiamento climatico. E in altri tweet sullo stesso argomento ha dato l'impressione di essere scettico sulla faccenda.

Se permettete un commento da un "addetto ai lavori," quello di Burioni è un atteggiamento tipico dei professori universitari. E' una deformazione professionale. Il prof. Universitario è un iper-specialista nel suo campo, diciamo che si occupa dei granchi della Papuasia e su quello sa tutto e tutti i dettagli e non c'è nessuno che ne sappia altrettanto di lui (o anche lei, le prof. sono soggette alla stessa sindrome).

Ora, data questa situazione, può succedere, e succede, che a) il prof. si convinca che tutti quelli che non si intendono di granchi della Papuasia sono degli incompetenti, b) Il prof. ritenga che la sua competenza sui granchi della Papuasia lo renda automaticamente in grado di pontificare su argomenti vagamente connessi al suo campo, tipo i furetti siberiani o i pipistrelli del Madagascar e c)  (la cosa peggiore) che si ritenga in grado di pontificare anche su argomenti completamente non correlati al suo, come il cambiamento climatico.

Succede. Conosco personalmente professori di un certo valore nel loro specifico campo che si sono totalmente sp******ati, rovinandosi la reputazione di una vita, lanciandosi a criticare la scienza del clima senza averla studiata seriamente.

Burioni non arriva certamente a questo, ma con il suo commento da' prova di una certa supponenza, tipica (di nuovo) del prof. Universitario. Diciamo che tutti abbiamo dei difetti, diamo atto a Burioni dei suoi pregi e speriamo che capisca che qui ha fatto un discreto passo falso. Dagli errori si dovrebbe imparare, in teoria, a parte che una dote che i prof. Universitari dimenticano presto.



E comunque, troppo twittare fa male!!



(h/t Marco Ferrari)

martedì 23 aprile 2019

Distruggere il debito - Agonia del capitalismo 6 -

Articolo di Jacopo Simonetta

Sesto articolo di una serie di dieci. I precedenti sono reperibili qui: primo, secondo, terzo, quarto, quinto.   

 

Il debito.

Veniamo adesso ad un argomento cruciale per la sopravvivenza del capitalismo: il debito.  E’ cruciale perché oggi l’intero sistema si basa su di una crescita costante ed equilibrata di debito e PIL.

La parola magica qui è “equilibrata”, perché l’intera massa monetaria è formata da debito pubblico e privato che dovrà quindi essere restituito con l’interesse affinché si possano fare nuovi debiti e cosi' via, teoricamente all'infinito.

L’idea sottostante è che finché l’economia complessiva (reale e finanziaria) cresce in proporzione al debito, questo sarà ripagato ed il gioco potrà continuare per sempre.   E se per fare questo bisogna distruggere risorse ed ambiente, rendere tossiche l’aria e l’acqua, rendere ostile il clima, spazzare via civiltà e culture, sovvertire strutture sociali pazienza; tanto l’ingegno umano  troverà sempre il modo di rimediare.  Anzi, dal momento che la soluzione dei problemi creati dalla crescita richiede spesso grossi investimenti, i problemi stessi diventano motori di ulteriore crescita.  Evviva!

Un giochino che chiaramente funziona solo se non si tiene conto che gli uomini sono oggetti materiali, cosi’ come tutto ciò che usano, consumano e scartano;  Un “dettaglio” che li rende soggetti alle leggi della fisica, della chimica e dell’ecologia, assai più che alla magia dei modelli teorici.  

Comunque, è un fatto che non solo nelle economie sommergenti, ma anche in quelle emergenti il debito sta crescendo troppo rapidamente rispetto all'economia (o l’economia cresce troppo lentamente rispetto al debito, come si vuole).

Per essere più precisi: in tutto il mondo si vede chiaramente che il rapporto debito-PIL è entrato in una fase di ritorni decrescenti (v. immagine di apertura).  Significa che per ottenere un medesimo livello di crescita, è necessario un sempre maggiore incremento del debito.
Incuranti dei limiti fisici alla crescita, per parecchi anni l’aumento del debito è stato favorito da banche e governi, sperando che ciò rilanciasse la crescita, ma anche quando ha funzionato non è stato abbastanza ed ora tutte le economie nazionali del mondo si trovano alle prese con un debito sostanzialmente fuori controllo.  Che fare?

Distruggere il debito.

Non è certo la prima volta che degli stati si trovano sommersi da un debito impagabile e ci sono parecchi modi per uscire dalla stallo.  Vediamoli brevemente.

L’austerità consiste nel contenere al massimo le spese e, contemporaneamente, cercare di aumentare le entrate con ogni mezzo.  Cosa che, nel caso dei governi, significa tagliare i servizi ed aumentare le tasse.   In alcuni casi ha funzionato.   Per esempio, l’Inghilterra del XIX secolo riuscì in questo modo a ripagare l’enorme (per allora) debito contratto durante le guerre napoleoniche.   Ma la cosa richiese circa un secolo e fu possibile grazie al fatto che, in quello stesso periodo, l’Inghilterra era la maggiore potenza coloniale del mondo e la sua economia cresceva comunque, malgrado un livello di povertà estremo per la maggior parte della sua popolazione.  Per farsi un’idea, niente di meglio che leggere i romanzi di Dickens.

In un contesto di stagnazione o, peggio, di recessione, l’austerità non fa che accrescere le difficoltà delle persone, senza risolvere la situazione debitoria.  In altre parole, l’austerità è un eccellente strumento preventivo se usato per rallentare la crescita (oltre che per ridurre il debito) nei periodi economicamente favorevoli, in modo da alleviare la situazione nei seguenti, immancabili, periodi sfavorevoli.  Se, invece, la si usa crisi economica durante, può aggravare anche di molto la situazione (Grecia e Italia docunt).

La ricusazione significa che il debitore dichiara che non pagherà determinate somme, appellandosi ad una qualche motivazione legale, oppure mediante un accordo con i creditori o ancora con un'azione di forza.   Ad esempio è stato parzialmente fatto per la Grecia (il cosiddetto “haircut”).  Inutile dire che ciò è possibile solo in casi molto particolari e parziali.  Nel caso degli stati, quando la cosa è trascurabile dal punto di vista dei creditori; oppure se questi hanno una contropartita politica di altro genere.  Comunque, bisogna che chi ricusa il debito sia in una posizione di forza nei confronti del creditore o, perlomeno, è necessario sia in grado di concordare con i creditori una strategia di interesse comune poiché, se la ricusazione favorisce chi riduce il proprio debito, danneggia chi vede invece svanire il proprio credito.

La bancarotta significa che il debitore non paga perché non può.  Nel caso di privati, i creditori si rivalgono sui beni del debitore, finché ce ne sono.   Nel caso degli stati, significa che i servizi pubblici, gli stipendi, le pensioni e molto altro svaniscono nel nulla, per poi eventualmente riapparire sotto differenti spoglie, ma comunque drasticamente ridimensionati.  Per i cittadini dello stato in questione si tratta comunque di stringere molto la cintura, ma non solo.  Il rischio sistemico è che la bancarotta di un soggetto importante può provocare effetti a catena imprevedibili.   Il caso di Lehman Brothers è solo il più recente e conosciuto.  La bancarotta di uno stato economicamente importante potrebbe scaraventare nel caos la finanza mondiale.

La crescita è considerata la panacea di tutti i mali.  Se, infatti, l’economia cresce più rapidamente del debito, questo sarà ripagato senza problemi e con grande soddisfazione di tutti.   Solo che se ci sono dei problemi, tipo la progressiva riduzione della produttività dell’energia o l’incremento delle esternalità negative (inquinamento, sanità, bonifiche, ecc.), la crescita economica reale sarà limitata o addirittura negativa (anche a fronte di un PIL positivo).   Cioè la crescita, anche quando ci fosse davvero, non può pagare un debito in territorio di “ritorni decrescenti” (v. sopra).  In altre parole, il keynesismo ha funzionato nel contesto in cui lavorava Keynes.  Nel contesto attuale, almeno in moti casi, no.   Anzi si traduce in un ulteriore accelerazione del debito.

La privatizzazione consiste nella vendita a privati del patrimonio pubblico.   Una cosa che ha senso solo in misura molto limitata.  Abbiamo infatti visto che il patrimonio netto degli stati (perlomeno di quelli occidentali su cui si hanno dati affidabili) è circa zero in quanto il valore del debito pubblico equivale grosso modo al valore del patrimonio pubblico.  Ciò significa che, teoricamente, gli stati potrebbero azzerare il debito vendendo strade, caserme, palazzi ed uffici governativi, navi da guerra, scuole, gendarmerie, ecc.   Ma a parte il fatto che per alcuni di questi “asset” non sarebbe facile trovare compratori, una simile operazione comporterebbe che invece di pagare un interesse sul debito, gli stati dovrebbero pagare degli affitti per continuare ad usare le infrastrutture e le attrezzature essenziali al loro funzionamento.   Non un grande affare.


L’imposta straordinaria sul patrimonio (alias Patrimoniale) consiste nell'imporre un prelievo massiccio sui patrimoni privati.  Piketty valuta che, complessivamente in Europa, un prelievo del 15% dei patrimoni privati sarebbe sufficiente ad azzerare il debito degli stati, liberando ingenti risorse pubbliche per investimenti e/o ridurre la tasse sul reddito.    Apparentemente fattibile, specie se la misura fosse ben studiata nel dettaglio, gradualizzandola nel tempo ed articolandola per scaglioni con quote di imposizione fortemente progressive cosi’ da proteggere i piccoli risparmiatori e torchiare i super-capitalisti.  Del resto, provvedimenti del genere si sono già visti in casi di emergenza.  La tassa straordinaria sui patrimoni imposta dal primo governo De Gaule nel 1945 raggiunse il 25% per lo scaglione più alto.   USA ed Inghilterra, durante la II Guerra Mondiale, arrivarono a tassare per il 90% l'aliquota massima dei redditi.

Dunque perché non si fa?  Lo stesso Piketty, strenuo sostenitore di questo tipo di misura, ammette che non è cosi’ facile come sembra.   Intanto i grandi e grandissimi capitalisti sono persone ben addentro alle stanze del potere, dove hanno ampio margine per influenzare le decisioni politiche.  Ne è buona prova attuale il fatto che un provvedimento che mira a ridurre il carico fiscale per i redditi alti ed altissimi (la cosiddetta “flat tax”) viene oggi portato avanti dalla Lega che si autodefinisce un partito “populista”.

Un secondo motivo per cui sarebbe oggi molto più difficile attuare un simile provvedimento, è che i grossi capitali finanziari mutano in continuazione di natura e localizzazione, cosicché è praticamente impossibile tracciarli con sicurezza.  Ma non basta: anche i capitalisti possono spostarsi con estrema facilità nei paesi che gli offrono le condizioni migliori.  Per citare un solo esempio, Gérard Depardieu ha potuto eludere il fisco e la legge francesi diventando cittadino russo in pochi giorni, laddove un comune mortale non avrebbe avuto scappatoia alcuna.

Un provvedimento di questo genere, oggi, potrebbe essere efficace solo se concordato e coordinato dai tutti gli stati principali. Diversamente, sarebbe un'ulteriore "stangata" alla classe media, come già avvenuto con le patrimoniali che si sono succedute nei decenni scorsi.

L’inflazione è da molti considerata l’ultima e più efficace delle medicine, ampiamente usata da tutti gli stati durante il XX secolo.   Se il denaro perde di valore ad un tasso superiore a quello dell’interesse, il debito gradualmente diminuirà fino a diventare insignificante; cosi da permettere  l’accensione di nuovi debiti a tassi maggiori che, però, saranno a loro volta surclassati dall'inflazione.   E’ sostanzialmente cosi’ che tutti i paesi europei si sono sbarazzati degli immensi debiti conseguenti la II Guerra Mondiale e la ricostruzione.   Ed è la strategia che da un paio di anni ha avviato la BCE, su pressante insistenza di parecchi stati dell’UE (fra cui l’Italia).   Ma anche questa medaglia ha un rovescio: assieme ai debiti svaporano i risparmi, gli stipendi e le pensioni, tranne per coloro che sono in grado di fare investimenti molto redditizi, o di ottenere aumenti frequenti e consistenti.

Nel periodo del “miracolo economico” postbellico, la combinazione di una forte crescita economica e di agguerrite organizzazioni sindacali fece si che la maggior parte delle persone non ebbero a soffrire dell’elevata inflazione (al netto di qualche vecchio possidente).  Viceversa, il contesto di stagnazione (o recessione) in cui vivono e vivranno la maggior parte degli occidentali (e poi anche degli altri) fa si che l’inflazione oggi non sia che un sistema molto efficace per pompare soldi dalle tasche dei cittadini, al netto di coloro che possono contare su stipendi molto elevati e/o di patrimoni molto importanti.

Insomma, come dicevano sia Keynes che Lenin,  l’inflazione è il modo più efficace con cui uno stato può appropriarsi della ricchezza dei cittadini senza che questi si possano difendere.
In altre parole, l’inflazione tende a favorire chi ha molti debiti (a partire dallo stato), chi dispone di grandi patrimoni finanziari e chi è in grado di accrescere rapidamente le proprie entrate, mentre danneggia tutti gli altri e soprattutto le “formichine”.

Se non bastasse, l’esperienza recente di economie fino a poco tempo fa forti, come il Venezuela, ci insegna che l’inflazione è un attrezzo scivoloso che facilmente sfugge di mano, col risultato di distruggere la moneta e l'economia.

Conclusioni 6

Il debito pubblico e privato stanno schiacciando le economie del mondo, sia pure con situazioni molto diverse a seconda dei paesi.   Ci sono molti modi per sbarazzarsene, ma tutti hanno un punto in comune: i super ricchi se la cavano, mentre la gente normale si fa molto male.  Finché il debito permane e cresce, si soffre perché bisogna pagarlo (direttamente od indirettamente); quando cessa, invece si soffre perché svaniscono anche buona parte dei risparmi, degli stipendi e delle pensioni.  Amen.

Unica, parziale, eccezione potrebbe essere rappresentata da un forte aumento delle imposte sui redditi e sui patrimoni molto elevati.  Ma, come giustamente osserva lo stesso Piketty, un simile provvedimento sarebbe possibile ed efficace solamente a due condizioni:

La prima è che la manovra fosse concordata ed attuata in modo unitario perlomeno in tutta l’Europa.  

Vale a dire che, fra le altre cose, presuppone un livello di integrazione transnazionale molto più elevato dell’attuale.  “Solo l’integrazione politica europea permetterebbe di tentare una regolazione efficace del capitalismo patrimoniale globalizzato del secolo che si apre” (Piketty 2013, p 945).  Una prospettiva alquanto remota che, paradossalmente, proprio molti partiti e movimenti di protesta popolare si affannano a rendere più lontana, anziché più prossima.

La seconda è che, conti alla mano, per fornire un gettito quantitativamente efficace, la tassa dovrebbe necessariamente intaccare sensibilmente anche i patrimoni della classe media, risparmiando solo i pesci molto piccoli.  In altre parole, un provvedimento requisitorio solo nei confronti dei miliardari o dei multi-milionari avrebbe un effetto politico importante, ma un effetto sul debito statale marginale.  Lo stesso Piketty stima che la tassa sul patrimonio che caldeggia, dovrebbe incidere su tutti i patrimoni sia pure con una forte progressività.   Una misura che potrebbe avere conseguenze più serie del previsto sul sistema e rivelarsi controproducente in un’ottica di resilienza complessiva della società.  Ci torneremo.


sabato 13 aprile 2019

Morte ecologica e indifferenza umana



Di Federico Tabellini

Scriveva Seneca che la morte, quella vera, è un processo vissuto giorno per giorno, e che per disgrazia gli uomini se ne occupano solo quando i suoi effetti giungono a compimento. Quando l’ultima proverbiale goccia fa traboccare il vaso e l’acqua bagna il pavimento, inzuppandoci le scarpe. Allora sì, notiamo il vaso e l’acqua. Fino ad allora però, e per meglio dire fino ad ora, sono state le piccole morti a dominare i nostri pensieri.

La differenza fra le piccole morti e la vera morte risiede in tre fattori: prossimità spaziale, prossimità temporale e rapidità d’esecuzione. Il vicino scandalizza più del lontano, l’oggi più del domani, l’evento più del processo. È la natura umana. Siamo programmati biologicamente per prestare più attenzione agli eventi contingenti, al dramma imminente, alla tragedia che possiamo toccare con mano. Piangiamo l’albero in fiamme in giardino mentre la foresta all’orizzonte è divorata lentamente dai parassiti.

Il sistema mediatico e la politica, anziché supplire a tale debolezza umana, ne amplificano gli effetti come gigantesche casse di risonanza. I media di massa si concentrano sugli eventi perché questi hanno un pubblico più ampio. Vendono di più. E allora ecco l’alluvione in prima pagina: ventiquattro feriti e tre morti. Facebook è in lutto. La sistematica accumulazione di plastica negli oceani che rischia di compromettere per sempre interi ecosistemi? Quindicesima pagina, dopo lo sport. E ancora: in prima serata speciale sul terremoto, sedici morti e centinaia di feriti. Alle due di notte, mentre dormiamo, va in onda un documentario sulla sesta estinzione di massa: niente meteoriti questa volta, solo scimmie rosa dall’inappagabile appetenza.

Ma mica è colpa nostra se la morte vera è lenta e banale, noiosa, senza dinamismo. Mica è colpa dei media se a guardarla in faccia non possiamo trattenere uno sbadiglio. C'è anche chi ci prova, a renderla più interessante. Il metodo più efficace è trasformarla in un evento: fotografarla in un istante drammatico, quando è più fotogenica, e presentarla come 'news'. Le istantanee più belle le abbiamo viste tutti: la Giornata Mondiale della Terra, l’ultimo infruttuoso vertice internazionale per contrastare il cambiamento climatico, Greta Thunberg. I più politicamente attivi fra noi si sono spinti oltre per invertire il declino: hanno condiviso la notizia su Facebook. Purtroppo i loro indomiti sforzi non hanno ancora cambiato il mondo.

E poi ci sono le moderne democrazie da palcoscenico[1], che funzionano pressoché allo stesso modo. Quel che conta, anche qui, è l’audience. I politici che avanzano soluzioni settoriali e di breve periodo a problemi contingenti – le piccole morti – vengono premiati alle urne. Quelli che propongono soluzioni sistemiche a contrasto del declino del sistema Terra – la vera morte – sono accolti da un silenzio scrosciante. La necessaria complessità di tali soluzioni, del resto, è difficile da spiegare a un elettorato concentrato sul qui e ora. Non si può condensare in un’intervista in tv, in un tweet o in un post su facebook. Non aiuta il fatto che tali soluzioni richiedano, per dare i propri frutti, tempi ben più lunghi di quelli di un singolo mandato elettorale. Proporre e implementare soluzioni di lungo periodo semplicemente non paga a livello politico.

Ma quelle soluzioni salverebbero miliardi di vite nei secoli a venire! E allora? Gli uomini e le donne del futuro non possono votare per i politici del presente. Quindi avanti con le trovate ad effetto, a prova di sbadiglio: preservare la biodiversità nelle aree montane? Inutile, al massimo ti guadagni il plauso di qualche associazione animalista. Piuttosto salva un cane da una zona alluvionata e twitta una foto con lui. Diventa anche tu un eroe nazionale.

E niente, così muore il mondo, sapete? Non freddato in una guerra, ma un pezzettino alla volta, lontano dai riflettori. Mentre noi scimmie rosa saltiamo da un evento all’altro, come zanzare attorno a un albero di natale. Imprigionati nel contingente. Assorbiti dai nostri piccoli problemi, oppure in fuga dallo stress, a cercare un rifugio nell’intrattenimento e nei consumi. Le scarpe belle asciutte. Per qualche anno ancora.

[1] Il concetto di 'democrazia da palcoscenico' e i suoi profondi effetti sulle agende politiche degli stati sono esplorati nel mio libro 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'.


sabato 6 aprile 2019

La Domanda di Enheduanna: che cos'è la violenza? Un commento a un libro di Osvaldo Duilio Rossi





Ci domandiamo che cos'è la violenza dal tempo (4300 anni fa) in cui la sacerdotessa Sumera Enheduanna scriveva un'appassionata preghiera alla Dea Inanna per chiederle giustizia dopo essere stata cacciata dal suo tempio da una ribellione armata. E da allora non sembra che abbiamo trovato una risposta. 

Ci riprova Osvaldo Rossi con questo suo libro del 2018. Veramente un bel libro, una ricerca approfondita, un trattamento dettagliato, una serie di riferimenti storici e di interpretazioni spesso originali e interessanti. Diciamo che il limite dello studio, come di tutti gli studi sociologici, è che è qualitativo. E' una serie di considerazioni supportate e derivate da studi precedenti, ma non c'è dietro un modello quantitativo di cosa sia esattamente la violenza.

Su questo, vi segnalo uno studio recente fatto insieme ai miei collaboratori che sembra portare evidenza sul fatto che la violenza è in qualche modo innata nella società umana. Questo è in accordo in linea generale con le tesi di Rossi, ma ci arriva a partire dai dati quantitativi disponibili.

Chissà, forse un giorno avremo una teoria quantitativa della violenza umana e non ci limiteremo a osservarla e deprecarla. Se ci sarà mai una teoria del genere, sarà probabilmente basata sulla teoria dei network che, incidentalmente, è alla base del nostro studio.

Ma per questo ci vorrà ancora un bel po' di lavoro e, per il momento, non solo siamo lontani, ma non stiamo andando nemmeno nella giusta direzione. Che impatto può avere un libro di taglio accademico, come quello di Rossi, in una società dove la massima virtù civica sembra si sia evoluta a ritenere che sia cosa buona che un gruppo di poveracci su una nave in mezzo al mare affoghi il prima possibile?



lunedì 1 aprile 2019

Dichiarazione-choc di Greta Thunberg. Lo scopo è stato raggiunto: non c'è più bisogno di scioperare per il clima.




Notizia bomba dalla Svezia: Greta Thunberg ha raggiunto il suo scopo e interrompe la sua azione per combattere il cambiamento climatico.

La giovane attivista svedese ha dichiarato che "dopo aver parlato con tanti dei nostri leader, mi rendo conto ora che hanno sotto controllo la crisi climatica, capiscono l'emergenza, e sono pronti ad agire. Quindi, ho deciso di smettere di scioperare e ritornare a scuola come si deve, Niente più sciopero del venerdì" 

giovedì 28 marzo 2019

Un esercizio di decifrazione sul Web: chi è la misteriosa donna del WC da 3 Miilioni di dollari?.

Sull'Internet si trovano le cose più strane e tutti sembrano non avere altra occupazione che cercare di imbrogliarci. Allora, ecco un piccolo esempio di stranezza decifrata



L'altro giorno giravo per Internet quando mi è apparsa davanti l'immagine che vedete qui sopra. Per la cronaca, stavo sull'orribile sito climatonegazionista di Anthony Watts, ma le pubblicità che ti arrivano non dipendono dal sito su cui sei. E, sempre per la cronaca, cliccando sull'immagine mi portava a un sito dove si dicono meraviglie di Silvio Berlusconi -- una tipica foto da "click-bait."

Però, mi è rimasta la curiosità di cosa fosse questa immagine. La tipa è fatta di gomma, o cosa? E poi, che vuol dire "La donna imbarazzata lascia il WC $ 3,3 milioni più ricco!" Eh? Probabilmente il testo ha perso comprensibilità perché è stato tradotto da qualche lingua che non è l'Italiano. Mi era anche venuto in mente che in spagnolo "embarasada" vuol dire "incinta" -- ma la tipa non è certamente incinta. Diciamo che potrebbe essere pre-incinta nel senso dei segnali di richiesta di accoppiamento che manda ai maschi della sua specie, ma questo non è certamente il senso della didascalia.

Sono quelle cose che ti incuriosiscono abbastanza da farci una ricerca sopra. L'Internet è pieno di cose strane, questa è una di quelle. Allora chi è la tizia così ben plastificata e cosa vuol dire quella strana scritta del WC da 3 milioni di dollari? Mi sono messo a lavorarci sopra.

Usando "tineye" un motore di ricerca inverso per immagini, si riesce a ritrovare l'originale della foto duplicata più sopra. Eccolo qui



Dal sito di Getty images, potete anche tirar fuori il nome della signora, che risulta non essere di gomma (perlomeno non tutta) e chiamarsi Maria Yotta, ovvero Maria Hering prima di sposarsi con il sig. Bastian Yotta. E' tedesca ed è nata nel 1988. La trovate facilmente sul Web, spesso vestita in abiti alquanto succinti. Apparentemente, questa signora e suo marito facevano una vita principesca in America, belle case con piscina, Ferrari nel cortile, quel tipo di cose. Poi si sono lasciati, e adesso la trovate su Facebook come Maria Hering.

Trovato chi è la tizia, rimane il mistero del significato della didascalia. Qui, posso fare un ipotesi che mi sembra ragionevole. Maria Yotta è tedesca, quindi può essere che il testo in italiano sia stato tradotto dal tedesco. Ora, in tedesco, WC ha lo stesso significato che ha in Italiano e in Inglese, ma in tedesco si usa anche l'abbreviazione WG, Wohngemeinschaft, che vuol dire "appartamento in comune." Allora, forse un intervento del correttore automatico ha trasformato WG in WC. 

A questo punto, le cose sembrano avere una certa logica. Se la tipa si è lasciata con il suo uomo, Bastian Yotta, deve aver lasciato anche l'appartamento che valeva 3.3 milioni di dollari che avevano in comune. Questo la potrebbe effettivamente avere "imbarazzata" nel senso di "sconvolta" un po'. Allora, questo è il significato della misteriosa didascalia. Vedete il metodo scientifico? Wunderbar!!!

Allora, che cosa si impara da questa storia? Non credo che vi interessi particolarmente sapere altre cose su Maria Hering salvo notare come la poveraccia si è ridotta per avere un po' di notorietà. Chisà, magari è anche una persona intelligente, ma in quello stato non è una qualità che nessuno noterà di lei. 

A parte questo, il punto è che se avete un po' di pazienza abbiamo gli strumenti per capire molte cose di quello che ci raccontano. Su internet tutti cercano di imbrogliarvi, ma avete anche gli strumenti per evitarlo. Se ci cascate, non avete scuse!!



sabato 23 marzo 2019

Perché le società collassano? Uno studio di dinamica dei sistemi


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Perché le società collassano ?

 

Tradotto da "Rosanna" con qualche piccolo ritocco da parte di UB:

DI UGO BARDI

cassandralegacy.blogspot.com

Secondo un nuovo studio, i rendimenti decrescenti sono un fattore chiave.

Nel 1988, Joseph Tainter pubblicò uno studio fondamentale sul collasso delle società, proponendo l’esistenza di un fattore comune, i rendimenti decrescenti, dato che tutti gli imperi e le civiltà del passato alla fine erano collassati. Recentemente con i miei colleghi Sara Falsini e Ilaria Perissi, abbiamo realizzato uno studio sulla dinamica dei sistemi che conferma le idee di Tainter e approfondisce le origini dei rendimenti decrescenti delle civiltà. È stato pubblicato da poco su “Biophysical Economics and Resource Quality “.



Perché crollano le civiltà è una questione che tormenta l’entità nebulosa che noi chiamiamo “Occidente” fin dal tempo in cui Edward Gibbon pubblicò nel 1776 il suo “Declino e caduta dell’Impero Romano”. La questione sottintesa nello studio gigantesco di Gibbon era: “Stiamo per fare la fine dei romani?” Una domanda alla quale generazioni di storici hanno cercato di rispondere, fino ad ora senza pervenire ad una risposta sulla quale possano essere d’accordo tutti. Ci sono letteralmente centinaia di spiegazioni sul declino e la caduta degli imperi, e la stessa confusione regna a proposito della caduta delle civiltà passate che hanno toccato vertici di gloria e poi morso la polvere, diventando poco più che macerie e note a piè di pagina nei libri di storia. C’è una causa unica a questi collassi? Oppure il collasso è il risultato di numerosi piccoli eventi che in un modo o nell’altro si uniscono per spingere la grande bestia verso il precipizio della “Scogliera di Seneca”?.

Una delle interpretazioni più affascinanti riguardante il collasso della civiltà è l’idea di Joseph Tainter che sia dovuta a dei “rendimenti decrescenti”. È questo un concetto ben conosciuto in economia che Tainter adatta al ciclo storico delle civiltà, concentrandosi sulle strutture di controllo ideate per mantenere in funzione tutto il sistema, per esempio la burocrazia. Tainter attribuisce a questi rendimenti decrescenti una proprietà intrinseca delle strutture di controllo che diventano meno efficaci via via che diventano più grandi. Qui sotto potete vedere un grafico molto noto ricavato dal libro di Tainter, “Il collasso delle società complesse” edito nel 1988.



L’idea di Tainter è affascinante per molte ragioni, una è che genera un certo ordine nell’incredibile confusione di ipotesi e di contro ipotesi che si fanno nella discussione circa il collasso sociale. Se Tainter ha ragione, allora i numerosi fenomeni che noi osserviamo durante il collasso non sono che il riflesso di una malattia interiore di cui è affetta la società. Le invasioni barbariche, per esempio, non sono la ragione per la quale è caduto l’Impero Romano, i barbari hanno semplicemente sfruttato l’opportunità che vedevano di invadere un impero indebolito.

Un problema con l’idea di Tainter è che è qualitativa: è basata sui dati storici disponibili come per esempio la perdita di valore della moneta romana, ma la curva dei rendimenti decrescenti è disegnata manualmente. Una domanda che potreste porre è la seguente: d’accordo i “rendimenti decrescenti” esistono, ma dov’è che questa curva precipita? Un’altra domanda potrebbe essere la seguente: se il sistema subisce dei “rendimenti decrescenti”, perché la curva non traccia semplicemente una traiettoria per tornare là dove era all’inizio?

Queste domande e altre sono esaminate nello studio della dinamica dei sistemi che io e le mie colleghe Ilaria Perissi e Sara Falsini abbiamo realizzato utilizzando la dinamica dei sistemi. L’idea è che se una civiltà è un sistema complesso, dovrebbe essere possibile descriverla con un modello che utilizzi la dinamica dei sistemi, un metodo espressamente concepito per questo scopo. Dunque ci abbiamo lavorato sopra costruendo una serie di modelli ispirati dal concetto dei modelli a “dimensione di mente” ovvero dei modelli che non pretendono di essere una descrizione dettagliata del sistema, ma che tentano di interpretare i meccanismi di base che lo fanno muovere e che a volte passano in condizioni di squilibrio e collassano. Abbiamo constatato che, sulla base di una ipotesi semplice, è possibile produrre una curva che assomiglia qualitativamente a quella di Tainter .



Nella figura 6  si confrontano i risultati del modello “two stocks” (2) riportato qui e quelli del modello di Tainter, come descritto nel suo libro del 1988. Le due curve non sono uguali ma la somiglianza è evidente.

Il modello della dinamica del sistema ci dice che l’origine della diminuzione dei rendimenti si trova nell’esaurimento graduale delle risorse che circolano nel sistema stesso. Non è tanto l’effetto di una complessità crescente in sé, il problema è assicurare il buon funzionamento di questa complessità.
Inoltre il modello ci dice anche quello che succede dall’altra parte della curva. Ovvero quello che succede se il sistema continua la sua traiettoria al di là del punto dove si ferma la curva di Tainter. La curva fa vedere chiaramente un’isteresi, ovvero non segue la traiettoria precedente, ma resta sempre su una traiettoria a scarso profitto. Questo significa che ridurre la burocrazia non rende più efficace il sistema.


Questi risultati non sono l’ultima parola sul problema del collasso della società. Ma io penso che forniscano un punto di vista fondamentale. Il fatto è che il sistema è “vivo” finché le sue risorse danno dei buoni rendimenti – in termini di risorse energetiche, questo significa che esse hanno un buon tasso di ritorno energetico. Se cade questo tasso, il sistema cade dallo “scoglio di Seneca”.
Certamente dato che la nostra società dipende dai combustibili fossili, siamo obbligati ad andare in questa direzione perché l’esaurimento delle risorse migliori fa diminuire progressivamente il tasso di ritorno energetico del sistema. Se vogliamo mantenere in vita una società complessa, non possiamo farlo grattando il fondo del barile, cercando disperatamente di bruciare tutto quello che possiamo ancora bruciare. Sfortunatamente, è esattamente questo che la maggior parte dei governanti del mondo cerca di fare. È un buon mezzo per accelerare il cammino verso il baratro.

Ciò che noi dovremmo fare piuttosto sarebbe passare il più rapidamente possibile ad una società fondata sulle energie rinnovabili. Abbiamo la fortuna di avere delle tecnologie energetiche sufficientemente efficaci in termini di ritorno energetico per sostenere una transizione verso un mondo migliore, più pulito e più prospero. Purtroppo sembra che non interessi a nessuno.
Deve esserci qualcosa nel concetto di mantenere lo status quo (“Business As Usual”) che fa sì che sia una delle attrattive più potenti che si possa introdurre in un modello della dinamica di sistema. Ci stiamo dirigendo quindi verso un avvenire incerto ma c’è una cosa di cui possiamo essere sicuri ed è che i combustibili fossili non ci accompagneranno fino a laggiù.

Ugo Bardi

Fontehttps://cassandralegacy.blogspot.com/
Linkhttps://cassandralegacy.blogspot.com/2019/01/why-do-societies-collapse-diminishing.html
21.01.2019

Scelto e tradotto dal francese per www.comedonchisciotte.org  da Giakki49

Nota del Saker Francophone l’analisi fatta dai tre autori, che conferma il lavoro di Tainter, spiega da sé l’interesse di seguire questo autore che lavora alacremente con i suoi metodi per spiegare il passato in base ai fatti reali. Potete leggere il libro di Tainter tradotto in francese nelle edizioni “Le retour aux sources”. Gli ultimi due paragrafi sono anch’essi molto interessanti soprattutto se seguite la serie di articoli di Ben Hunt su Epsilon Theory. Le fonti rinnovabili tanto sospirate da Ugo Bardi sono la sua risposta? Tuttavia ha senza dubbio ragione quando parla di un avvenire incerto, il quarto Cavaliere dell’Apocalisse

Note del Traduttore:

(1) Seneca – Lettere a Lucilio. n°91
Basta un solo giorno a disperdere e distruggere quello che è stato costruito a prezzo di dure fatiche col favore degli dèi in una lunga serie di anni. Dire un giorno è dare una scadenza troppo lunga ai mali che ci incalzano: basta un’ora, anzi, un istante per distruggere un impero. Sarebbe una consolazione per la nostra debolezza e per i nostri beni se tutto andasse in rovina con la stessa lentezza con cui si produce e, invece, l’incremento è graduale, la rovina precipitosa.
(2) – Two stocks model – Modello a due masse (di risorse)
Sebbene molto semplice, il modello a due masse fornisce una panoramica molto importante adatta alla comprensione di come una economia mondiale basata su risorse non rinnovabili (ad es. petrolio) possa funzionare. È, o dovrebbe essere, chiaro per chiunque che lo sfruttamento di una risorsa finita non può durare per sempre, ma non è chiara l’evoluzione che avrà il suo sfruttamento. Il modello fornisce una risposta ipotizzando che ciò avverrà attraverso una fase di “vacche grasse” e di “vacche magre” e che la fase delle vacche magre comincerà ben prima che siano state sfruttate tutte le risorse teoricamente disponibili – (Da un articolo di Ugo Bardi – Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Firenze. C/o Dipartimento di Chimica, Polo Scientifico di Sesto Fiorentino, 50019, Sesto Fiorentino (Fi), Italy su Sustainability 2013)

venerdì 15 marzo 2019

Greta Thunberg: il Volto e la Voce delle Vittime del Cambiamento Climatico


L'articolo che trovate qui di seguito, è apparso Lunedì sul "Fatto Quotidiano."  Per quello che ho detto, mi sono preso qualche accidente da alcuni colleghi che non hanno gradito le mie critiche. Ma meno di quanto mi aspettassi, mi sembra che anche fra gli scienziati si capisca benissimo come la situazione climatica è ormai fuori controllo e che se c'è una vaga speranza di uscirne fuori senza danni spaventosi c'è bisogno di facce nuove, di nuovi messaggi, di un nuovo modo di costruire una consapevolezza di cosa sta succedendo.

E allora, benvenuta Greta Thunberg che sta riuscendo dove i comunicatori ufficiali avevano fallito. Il volto e la voce di quelli che hanno capito che sono le vittime designate del cambiamento climatico e che sperano e credono di avere ancora qualche speranza di invertire la rotta. E si fanno sentire.

La protesta sta muovendo completamente tutto il panorama politico, spostando finalmente l'attenzione sui problemi veri dell'umanità. Riuscirà questa azione a invertire la tendenza? Non lo possiamo dire ancora, ma ci possiamo sperare, anche se non sarà facile. Per una visualizzazione istruttiva del livore e dell'odio che questa ragazza è riuscita a scatenare, leggetevi i commenti  all'articolo.


Dal Fatto Quotidiano

Greta Thunberg ci piace perché è credibile. Gli scienziati molto meno

Greta Thunberg ci piace perché è credibile. Gli scienziati molto meno
Profilo blogger
Docente presso la Facoltà di Scienze MM. FF. NN. a Firenze
Greta Thunberg è una ragazza svedese di 16 anni con un messaggio chiaro: dobbiamo far qualcosa contro il cambiamento climatico, e farlo subito. Il successo che ha avuto è stato al di là di ogni aspettativa. In Italia, i politici che si danno anche vagamente una verniciatina da “progressisti” hanno fatto a gara per lodarla, sperando di guadagnarsi un po’ di visibilità.

Certamente, Greta Thumberg è stata aiutata da una campagna pubblicitaria intelligente, ma la ragione del suo successo è stata che c’era bisogno di un messaggio più efficace. Fino ad ora, il tentativo di far qualcosa di serio sul clima non aveva avuto gran successo, più che altro perché quando i politici si sono accorti che richiedeva sacrifici, tipo aumentare le tasse sui carburanti, si sono defilati (a parte qualche grande discorso). Ed è rimasta agli scienziati la bega di spiegare al pubblico come stanno le cose.
E qui sta uno dei problemi principali. Diciamocelo francamente: gli scienziati sono antipatici. Boriosi, supponenti, e vogliono sempre aver ragione. Ve lo posso dire per esperienza personale: all’università sono circondato da scienziati tutti i giorni e me ne trovo uno di fronte anche quando mi guardo allo specchio.

Ora, questo potrebbe non avere grande importanza. Come diceva Deng Xiaoping, non importa se il gatto è bianco o nero, basta che acchiappi i topi. Quindi, gli scienziati saranno anche antipatici, ma vanno bene a tutti finché fanno il loro mestiere di inventare cose utili. Il problema viene fuori quando cominciano a minaccare disastri climatici spaventosi e a dirti che devi fare dei sacrifici tipo buttar via la tua vecchia automobile diesel. Questo non va bene per niente: è un po’ come se Babbo Natale, invece di portarti i regali, ti lasciasse sotto l’albero la fattura della pulizia della canna fumaria.

Non che gli scienziati non abbiano fatto del loro meglio, ma i risultati sono stati scarsi, se non controproducenti. In primo luogo, non sono bravi a comunicare le cose. Anzi, ci si aspetta che uno scienziato parli ponderosamente di cose astruse e che nessuno capisca niente. Ma il problema vero è un altro: gli scienziati sono poco credibili come messaggeri di un disastro imminente. Se è vero che moriremo tutti per colpa del cambiamento climatico, come ci raccontano, come sta che loro continuano a occuparsi delle loro beghe accademiche, pubblicare cose che nessuno legge e andare in aereo ai loro convegni? Qualcosa non torna e non c’è da stupirsi se c’è stata una campagna denigratoria contro la scienza che è riuscita convincere molta gente che il cambiamento climatico è una cospirazione creata dagli scienziati per instaurare il socialismo a livello planetario.

Chiaramente, non si poteva andare avanti così: bisogna essere più efficaci di fronte a un disastro climatico in corso che ormai rischia di travolgerci tutti quanti. E il cambiamento lo vediamo con Greta Thunberg: non più i noiosi e supponenti scienziati ma una ragazza che non solo parla con chiarezza, ma è un messaggero credibile.

In queste cose, si sa che il messaggero viene creduto quando il suo comportamento è consistente con il messaggio. Ovvero, se qualcuno cerca di convincerti che la povertà è una cosa buona, è bene che sia povero lui stesso: nessuno avrebbe dato retta a San Francesco se non fosse andato in giro a piedi nudi e vestendo un saio. Greta Thunberg e i ragazzi che fanno sciopero per il clima stanno portando un messaggio consistente con la loro situazione. Sono loro quelli che avranno i maggiori danni dal cambiamento climatico: alluvioni, siccità, ondate di calore, e tutto il resto. Stanno lottando per il loro futuro ed è per questo che sono credibili.

Basterà Greta Thunberg a cambiare il mondo? O sarà assorbita anche lei dai poteri forti? Per il momento, è chiaro che ha fatto e detto tutto nel modo giusto per farsi sentire. Non sarà facile ottenere qualcosa di concreto, ma speriamo che Greta abbia successo e diamole una mano se possiamo.