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venerdì 14 novembre 2014

Lo studio “I Limiti dello Sviluppo” aveva ragione. Una nuova ricerca mostra che ci stiamo avvicinando al collasso


DaThe Guardian”. Traduzione di MR (h/t Emilio Martines)

Quattro decenni dopo la pubblicazione del libro, le previsioni de “I Limiti dello Sviluppo” sono state vendicate da una nuova ricerca australiana. Ci si aspetta che le prime fasi di un collasso globale cominciano a manifestarsi presto 

Di Graham Turner e Cathy Alexander 


Mucchi di automobili rottamate in un sito di riciclaggio dei metalli a Belfast, Irlanda del Nord. Foto: Alamy

Il libro del 1972 “I Limiti dello Sviluppo” (The Limits to Growth), che ha previsto che la nostra civiltà probabilmente collasserà ad un certo punto in questo secolo, è stato criticato come fantasia catastrofista sin dalla sua pubblicazione.

Nel 2002, il sedicente esperto ambientale Bjorn Lomborg lo ha consegnato alla “pattumiera della storia”. Non è quello il suo posto. Una ricerca dell'Università di Melbourne ha scoperto che le previsione del libro sono precise, su 40 anni. Se continuiamo a restare il linea con lo scenario del libro, possiamo aspettarci che le prime fasi del collasso globale comincino presto. I “Limiti dello Sviluppo” è stato commissionato da un think tank chiamato Club di Roma. I ricercatori al lavoro al MIT, compresi i coniugi Donella e Dennis Meadows, hanno costruito un modello computerizzato per tracciare l'economia mondiale e l'ambiente. Chiamato World 3, questo modello computerizzato era all'avanguardia.

L'impresa era molto ambiziosa. La squadra ha tracciato l'industrializzazione, la popolazione, il cibo, l'uso di risorse e l'inquinamento. Hanno modellato i dati fino al 1970 e poi hanno sviluppato una gamma di scenari fino al 2100, a seconda del fatto che l'umanità intraprendesse un'azione seria sui problemi ambientali e di risorse oppure no. Se questo non fosse accaduto, il modello prevedeva un “superamento e collasso” - dell'economia, dell'ambiente e della popolazione – prima del 2070. Questo è stato denominato lo scenario “business-as-usual”. Il punto centrale del libro, da allora molto criticato, è che “la Terra è finita” e la ricerca della crescita infinita di popolazione, beni materiali, ecc. alla fine avrebbe portato ad un collasso.

Allora, avevano ragione?Abbiamo deciso di controllare quegli scenari dopo 40 anni. Il dottor Graham Turner ha raccolto dati dall'ONU (dal suo dipartimento di economia e affari sociali, Unesco, dall'organizzazione dell'alimentazione e dell'agricoltura, FAO e dall'annuario statistico dell'ONU). Ha anche controllato i dati della statunitense NOAA, della revisione statistica della BP ed altro. Quei dati sono stati messi a fianco degli scenari de “I Limiti dello Sviluppo”. I risultati mostrano che il mondo sta viaggiando molto vicino allo scenario “business-as-usual” dei Limiti dello Sviluppo. I dati non corrispondono ad altri scenari. Questi grafici mostrano i dati del mondo reale (prima dal lavoro del MIT, poi dalla nostra ricerca), tracciati in una linea continua. La linea punteggiata mostra lo scenario “business-as-usual” dei Limiti dello Sviluppo fino al 2100. Fino al 2010, i dati sono sorprendentemente simili a quelli delle previsioni del libro.



Linea continua: MIT e ricerca in grassetto. Linea tratteggiata: scenario “Business-as-usual” de “I Limiti dello Sviluppo”.



Linea continua: MIT e ricerca in grassetto. Linea tratteggiata: scenario “business-as-usual” de “I Limiti dello Sviluppo”. Foto in dotazione.


Linea continua: MIT e ricerca in grassetto. Linea tratteggiata: scenario “business-as-usual” de “I Limiti dello Sviluppo”. Foto in dotazione.

Come hanno spiegato i ricercatori del MIT nel 1972, sotto quello scenario, la popolazione in crescita e le richieste di nuova ricchezza materiale avrebbe portato a più produzione industriale e a più inquinamento. I grafici mostrano che questo è in effetti accaduto. Le risorse vengono usate ad un tasso veloce, l'inquinamento aumenta, la produzione industriale e il cibo pro capite stanno aumentando. La popolazione sta aumentando rapidamente. Finora, I Limiti dello Sviluppo collimano con la realtà. Quindi cosa succederà? Secondo il libro, per alimentare la crescita continua dei produzione industriale ci deve essere un uso di risorse sempre in aumento. Ma le risorse diventano più costose da ottenere man mano che vengono usate. Visto che sempre più capitale viene diretto verso l'estrazione, la produzione industriale pro capite comincia a scendere – nel libro, circa dal 2015.

Mentre l'inquinamento aumenta e l'input industriale nell'agricoltura diminuisce, la produzione di cibo pro capite diminuisce. I servizi sanitari ed educativi vengono tagliati e questo si mette insieme portando un aumento nel tasso di morte da circa il 2020. La popolazione globale comincia a diminuire circa dal 2030, di circa mezzo miliardi di persone a decennio. Le condizioni di vita scendono a livelli simili a quelli del primo 900. Sono essenzialmente i limiti delle risorse che portano il collasso globale nel libro. Tuttavia, II Limiti dello Sviluppo tengono conto delle ricadute dell'aumento dell'inquinamento, compreso il cambiamento climatico. Il libro ha avvertito che le emissioni di biossido di carbonio avrebbero avuto un “effetto climatico” attraverso “il riscaldamento dell'atmosfera”. Come mostrano i grafici, la ricerca dell'Università di Melbourne non ha trovato prove di collasso fino al 2010 (anche se la crescita era già in stallo in alcune aree). Ma ne “I Limiti dello Sviluppo” quegli effetti cominciano a farsi sentire solo intorno al 2015-2030. I primi stadi del declino potrebbero essere già cominciati. La Crisi Finanziaria Globale (CFG) del 2007-2008 e l'attuale malessere economico potrebbero essere dei precursori di conseguenze dovute ai limiti delle risorse. La ricerca di ricchezza materiale ha contribuito a livelli di debito insostenibili, con improvvise impennate dei prezzi di cibo e petrolio che hanno contribuito ai default – ed alla CFG.

Il problema del picco del petrolio è cruciale. Molti ricercatori indipendenti concludono che la produzione di petrolio convenzionale “facile” abbia già superato il picco. Anche la prudente IEA ha avvertito riguardo al picco del petrolio. Il picco del petrolio potrebbe essere il catalizzatore del collasso globale. Alcuni vedono le nuove fonti di combustibili fossili come il petrolio di scisto, le sabbie bituminose e il gas dai giacimenti di carbone come i salvatori, ma il problema è la rapidità con la quale possono essere estratte queste risorse, per quanto tempo e a quale costo. Se risucchiano troppo capitale per la loro estrazione, le conseguenze sarebbero diffuse. La nostra ricerca non indica che il collasso dell'economia, dell'ambiente e della popolazione mondiali sia una certezza. Né dichiariamo che in futuro si manifesterà come hanno previsto i ricercatori del MIT nel 1972. Potrebbe scoppiare la guerra, come invece potrebbero sopravvenire delle vere leadership ambientaliste. Entrambe potrebbero condizionarne drammaticamente la traiettoria. Ma le nostre scoperte dovrebbero risuonare come un campanello d'allarme. Sembra improbabile che la ricerca di una crescita sempre in aumento possa continuare senza limiti fino al 2100 senza causare gravi effetti negativi  - e quegli effetti potrebbero arrivare prima di quanto pensiamo. Potrebbe essere troppo tardi per convincere i politici mondiali e le élite ricche di intraprendere un corso diverso. Quindi per il resto di noi è forse tempo di pensare a come proteggerci, dal momento che siamo diretti verso un futuro incerto.

Come concludeva “I Limiti dello Sviluppo” nel 1972:

Se le attuali tendenze di crescita di popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione di cibo ed esaurimento delle risorse continuasse immutata, i limiti della crescita su questo pianeta verrebbero raggiunti ad un certo punto entro i prossimi 100 anni. Il risultato più probabile sarebbe un declino piuttosto improvviso e incontrollabile sia della popolazione sia della capacità industriale. 

Finora, poche cose indicano che avessero capito male.



venerdì 13 maggio 2016

Collasso, collasso, collasso!!!!

Da “Counterpunch”. Traduzione di MR

1 aprile 2016 [ma purtroppo non è un pesce d'Aprile in ritardo...]

Di Pete Dolack

Gli scienziati del clima ed altri negli ultimi anni hanno pubblicato un flusso costante di analisi che mostrano che, senza azioni immediate per rimediare, abbiamo sul nostro cammino un futuro disastroso. Uno studio di 40 anni fa si dimostrerà preveggente?

Quello studio, pubblicato nel libro del 1972 “I limiti della crescita”, prevede che la produzione industriale avrebbe declinato all'inizio del XXI secolo, seguita in veloce successione da un aumento dei tassi di morte dovuti alla ridotta disponibilità di servizi e cibo che porterebbe ad un drammatico declino della popolazione mondiale. Ad essere precisi, la produzione industriale pro capite è stata prevista in declino “precipitoso” a partire circa dal 2015.

Bene, eccoci qua. Nonostante anni di stagnazione a seguito della peggiore crisi economica dalla Grande Depressione, le cose non sono andate così male. Perlomeno non ancora. Anche se gli autori originali de “I limiti della crescita”, condotti da Donella Meadows, mettono in guardia dall'attenersi in modo troppo stretto ad un anno specifico, le tendenze reali degli ultimi quattro decenni non sono troppo lontane da quanto era stato previsto dai modelli dello studio. Un recente articolo che esamina lo studio originale del 1972 si sbilancia tanto da dire che le previsioni dello studio sono perfettamente sulla strada della conferma.

mercoledì 2 aprile 2014

Studio finanziato dalla NASA: la civiltà industriale è diretta verso un “collasso irreversibile”?

Da “The Guardian”. Traduzione di MR (h/t Luca Lombroso)

Nota di UB. Su questo sudio ci sono parecchie cose da dire e anche parecchie critiche da fare, inclusa l'enfasi esagerata sul fatto di essere "finanziato dalla NASA," cosa che - di per se - non vuol dire affatto che sia uno studio valido. Con calma, sto preparando un piccolo esame critico di questi risultati. Nel frattempo, potete leggervi anche l'ottimo articolo di Dario Faccini in proposito sul blog di ASPO-Italia. 

 

Di Nafeez Ahmed

Gli scienziati del mondo naturale e sociale sviluppano un nuovo modello di come la “tempesta perfetta” di crisi potrebbe disfare il sistema globale


Questa immagine dell'Osservatorio della Terra della NASA mostra un sistema tempestoso che circola intorno ad un'area di bassa pressione estrema  nel 2010, che molti scienziati attribuiscono al cambiamento climatico. Foto: AFP/Getty Images


Un nuovo studio sponsorizzato dal Centro per il Volo Spaziale Goddard della NASA ha evidenziato la prospettiva che la civiltà industriale globale possa collassare nei prossimi decenni a causa dello sfruttamento insostenibile delle risorse e la distribuzione sempre più iniqua della ricchezza. Osservando che gli avvertimenti di “collasso” sono spesso marginali o controversi, lo studio cerca di dare un senso a dati storici convincenti che mostrano che “il processo di ascesa e collasso è di fatto un ciclo ricorrente che si ritrova lungo tutta la storia”. I casi di distruzione grave di civiltà dovuti al “collasso precipitoso – spesso della durata di secoli – è stato piuttosto comune”.

Il progetto di ricerca è basato su un nuovo modello di disciplina incrociata “Dinamiche esseri umani-natura” (Human And Nature DYnamical – HANDY), condotto dal matematico applicato Safa Motesharri del Centro Nazionale di Sintesi Socio-Ambientale, in associazione con una squadra di scienziati del mondo naturale e sociali. Lo studio basato sul modello HANDY è stato accettato per la pubblicazione peer-reviewed nella rivista di Elsevier, Economia Ecologica. Questa scopre che secondo i dati storici, anche le civiltà avanzate e complesse sono soggette al collasso, sollevando domande circa la sostenibilità della moderna civiltà:

“Il crollo dell'Impero Romano e quello dei parimenti avanzati (se non di più) Imperi Han, Maya e Gupta, così come molti altri Imperi avanzati mesopotamici, testimoniano tutti il fatto che civiltà avanzate, sofisticate, complesse e creative possono essere sia fragili si impermanenti”. 

Investigando le dinamiche della natura umana di questi casi di collasso passati, il progetto identifica i fattori interrelati più salienti che spiegano il declino della civiltà e che potrebbero aiutare a determinare il rischio di collasso oggi: cioè, Popolazione, Clima, Acqua, Agricoltura ed Energia. Questi fattori possono portare al collasso se convergono per generare due caratteristiche sociali cruciali: “lo stress delle risorse dovuto alla tensione posta sulla capacità di carico ecologica” e “la stratificazione economica della società in Elite [ricche] e Masse o 'cittadini comuni' [poveri]”. Questi fenomeni sociali hanno giocato “un ruolo centrale nel carattere o nel processo del collasso”, in tutti quei casi durante “gli ultimi 5.000 anni”. Attualmente, gli alti livelli di stratificazione economica sono direttamente collegati al consumo eccessivo di risorse, con “Elite” che si trovano in gran parte in paesi industrializzati responsabili di entrambe le cose:

“... il surplus accumulato non è solo distribuito in modo iniquo nella società, ma piuttosto è stato controllato da una élite. Alla massa della popolazione, mentre produce la ricchezza, viene assegnata una piccola porzione della stessa da parte delle élite, di solito a livelli di sussistenza o poco al di sopra”. 

Lo studio sfida coloro che sostengono che la tecnologia risolverà queste sfide aumentando l'efficienza:

“Il cambiamento tecnologico può aumentare l'efficienza dell'uso della risorsa, ma tende anche ad aumentare sia il consumo pro capite della risorsa sia la scala dell'estrazione della risorsa, cosicché, assenti gli effetti delle politiche, gli aumenti del consumo spesso compensano l'aumento di efficienza nell'uso della risorsa”.

Gli aumenti di produttività dell'agricoltura e dell'industria degli ultimi due secoli sono venuti da “un aumento (piuttosto che da una diminuzione) della produzione”, nonostante dei guadagni di efficienza straordinari durante lo stesso periodo. Facendo modelli su una gamma di diversi scenari, Motesharri e i suoi colleghi concludono che in condizioni “che riflettono da vicino la realtà del mondo di oggi... scopriamo che il collasso è difficile da evitare”. Nel primo di questi scenari, la civiltà:

“... appare trovarsi su una strada sostenibile per un periodo piuttosto lungo, ma anche usando un tasso di esaurimento ottimale e cominciando con un numero davvero piccolo di élite, Le élite stesse alla fine consumano troppo, col risultato di una carestia fra i cittadini comuni che alla fine causa il collasso della società. E' importante osservare che questo collasso di Tipo L è dovuto ad una carestia indotta dall'iniquità che causa una perdita di lavoratori, piuttosto che a un collasso della Natura”.

Un altro scenario si concentra sul ruolo dello sfruttamento continuo delle risorse, scoprendo che “con un ampio tasso di esaurimento, il declino dei cittadini comuni avviene più rapidamente, mentre le élite prosperano ancora, ma alla fine i cittadini comuni collassano completamente, seguiti dalle élite”. In entrambi gli scenari, i monopoli della ricchezza da parte delle élite significano che queste sono protette dagli “effetti più negativi del collasso ambientale fino a molto più tardi rispetto ai cittadini comuni”, permettendo loro di “continuare col 'business as usual' nonostante la catastrofe imminente”. Lo stesso meccanismo, sostengono, potrebbe spiegare il perché “le élite hanno permesso che avvenissero i collassi storici che sembrano essere ovvi dalla traiettoria catastrofica (più chiaramente evidente nei casi Romano e Maya)”. Applicando questa lezione al nostro dilemma contemporaneo, lo studio avverte che:

“Mentre alcuni membri della società potrebbero dare l'allarme che il sistema si muove verso un collasso imminente e pertanto richiedere cambiamenti strutturali della società per evitarlo, le élite e i loro sostenitori, che si opporrebbero a questi cambiamenti, potrebbero indicare la traiettoria lunga e sostenibile 'fino ad ora' a sostegno del non fare nulla”. 

Tuttavia, gli scienziati evidenziano che gli scenari peggiori non sono affatto inevitabili e suggeriscono che una politica appropriata e dei cambiamenti strutturali potrebbero evitare il collasso, se non spianare la strada verso una civiltà più sostenibile. Le due soluzioni chiave sono quella di ridurre l'iniquità economica così come quella di una più equa distribuzione delle risorse e di ridurre drammaticamente il consumo di risorse affidandosi a risorse rinnovabili meno intensive e riducendo la crescita della popolazione:

“Il collasso può essere evitato e la popolazione può raggiungere un equilibrio se il tasso di esaurimento pro capite della natura viene ridotto ad un livello sostenibile e se le risorse vengono distribuite in modo ragionevolmente equo”. 

Il modello HANDY finanziato dalla NASA offre un campanello d'allarme credibile ai governi, alle multinazionali e alle imprese – e ai consumatori – per riconoscere che il 'business as usual' non può essere sostenuto e che sono richiesti immediatamente politiche e cambiamenti strutturali. Anche se lo studio è ampiamente teorico, numerosi altri studi empiricamente focalizzati – da parte del KPMG e dell'Ufficio Governativo della Scienza del Regno Unito, per esempio – hanno avvertito che la convergenza delle crisi alimentare, idrica ed energetica potrebbero creare la 'tempesta perfett' entro circa 15 anni. Ma queste previsioni 'business as usual' potrebbero essere molto prudenti.


giovedì 8 dicembre 2016

Trump: verso lo “Scenario 3”

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR

Margarita Mediavilla ed i suoi collaboratori hanno svolto delle simulazioni del futuro usando i modelli della dinamica dei sistemi (vedete qui). Uno dei loro scenari, denominato “Scenario 3”, è basato sull'ipotesi di un ritorno della competizione fra nazioni, del protezionismo, della deglobalizzazione e cose simili. Lo Scenario 3 è il meno costoso in termini di energia richiesta, ma anche il più dannoso a livello ambientale. E, con l'elezione di Trump, sembra che ci stiamo dirigendo esattamente in quella direzione. Che altro vi sareste aspettati? (UB)

 
Di Margarita Mediavilla

La vittoria di Donald Trump, così come molte altre cose che sono avvenute in anni recenti (l'ascesa dell'estrema destra in Europa, il crollo del mercato asiatico, la Brexit, la guerra in Siria e in Yemen), mostra che stiamo seguendo il sentiero dello Scenario 3. Non avrebbe potuto essere diversamente, visto che i nostri “scenari” erano narrazioni che abbiamo usato per intravedere il futuro e l'energia ci ha detto che lo Scenario 3 era quello più realistico.

venerdì 2 ottobre 2015

Geoingegneria? Quale geoingegneria?

Da “The Guardian”. Traduzione di MR (via Cristiano Bottone)

I ricercatori hanno dimostrato che anche se venisse scoperta una soluzione geoingegneristica per le emissioni di CO2, non sarebbe abbastanza per salvare gli oceani 


“L'eco chimica dell'inquinamento da CO2 di questo secolo riecheggerà per migliaia di anni”, ha detto il coautore del rapporto Hans Joachim Schellnhuber Foto: Doug Perrine/Design Pics/Corbis

Di Tim Radford

Dei ricercatori tedeschi hanno dimostrato ancora una volta che il modo migliore per limitare il cambiamento climatico è quello di smettere di bruciare combustibili fossili adesso. In un “esperimento mentale” hanno cercato un'altra opzione: la drammatica rimozione in futuro di enormi volumi di biossido di carbonio dall'atmosfera. Ciò riporterebbe l'atmosfera alle concentrazioni di gas serra esistite per gran parte della storia umana – ma non salverebbe gli oceani, hanno concluso.

lunedì 9 settembre 2013

Scienza del clima: i costi enormi dei cambiamenti dell'Artico

Di Gail Whiteman, Chris Hope e Peter Wadhams

Da “Nature” del 24 luglio 2013. Traduzione di MR 


Il metano rilasciato dalla fusione del permafrost avrà impatti globali che devono essere modellizzati meglio, dicono Gail Whiteman, Chris Hope ePeter Wadhams (pdf originale).


ALEXANDER/ARCTICPHOTO
Tubi che trasportano petrolio dai pozzi di Endicott Island in Alaska.

A differenza della perdita di ghiaccio marino, della vulnerabilità degli orsi polari e dell'aumento della popolazione umana, gli impatti economici di un riscaldamento dell'Artico sono stati ignorati. Gran parte delle discussioni economiche finora ritengono che l'apertura della regione sarà benefica. L'Artico viene pensato come il luogo dove si trovano il 30% del gas e il 13% del petrolio non ancora scoperti e dove le nuove rotte di navigazione aumenterebbero il commercio [1, 2]. Il mercato assicurativo dei Lloyd's di Londra stima che gli investimenti nell'Artico potrebbero raggiungere i 100 milioni di dollari entro dieci anno [3].

Il costo eccessivo del danno ambientale proveniente dallo sviluppo viene riconosciuto da alcuni, come i Lloyd's [3] e il gigante petrolifero francese Total, e i pericoli di perdite di petrolio nell'Artico sono tema di studio da parte di un gruppo di investigazione del Consiglio Nazionale della Ricerca degli Stati Uniti. Ciò che manca nell'equazione è una prospettiva planetaria sul cambiamento dell'Artico. La modellizzazione economica degli impatti risultanti sul clima mondiale, in particolare, è stata scarsa. Abbiamo calcolato che i costi di una fusione dell'Artico saranno enormi, perché la regione è centrale per il funzionamento dei sistemi terrestri come gli oceani e il clima. Il rilascio di metano dal permafrost che si scongela sotto al Mare Siberiano Orientale, a nord della Russia, ci costa da solo un prezzo medio globale di 60 trilioni di dollari, in assenza di un'azione di mitigazione – una cifra comparabile alla dimensione dell'economia mondiale del 2012 (di circa 70 trilioni di dollari). Il costo totale del cambiamento dell'Artico sarà molto più alto. 

JOSH HANER/THE NEW YORK TIMES/REDUX/EYEVINE
Bolle di metano emergono da sedimenti al di sotto di un lago gelato in Alaska. 

Gran parte del costo sarà sostenuto dai paesi in via di sviluppo, che dovranno far fronte ad eventi atmosferici estremi, peggior salute e minore produzione agricola, quando il riscaldamento dell'Artico condiziona il clima. Tutte le nazioni saranno colpite, non solo quelle nel profondo nord, e tutte dovrebbero preoccuparsi dei cambiamenti che avvengono in questa regione. Servono più modelli per capire quali regioni e quali parti dell'economia mondiale saranno più vulnerabili.

Bomba economica ad orologeria

Mentre la quantità di ghiaccio artico declina ad un rimo senza precedenti [4, 5], lo scongelamento del permafrost in mare aperto rilascia metano. Sotto la Piattaforma Artica della Siberia Orientale c'è una riserva di circa 50 gigatonnellate (Gt), immagazzinata sotto forma di idrati di metano. Quando il fondo del mare si scalda, è probabile che venga rilasciata, in modo continuativo nel corso di 50 anni oppure improvvisamente [6]. Concentrazioni di metano più alte nell'atmosfera accelereranno il riscaldamento globale e solleciteranno cambiamenti localizzati nell'Artico, accelerando il ritiro del ghiaccio marino, riducendo la riflessione dell'energia solare ed accelerando la fusione della calotta glaciale della Groenlandia. Le ripercussioni saranno percepite ben lontano dai poli.

Per quantificare gli effetti del rilascio di metano artico sull'economia globale, abbiamo usato PAGE09. Questo modello integrato di valutazione calcola gli impatti del cambiamento climatico e i costi delle misure di mitigazione ed adattamento. Una versione precedente del PAGE era stata usata nella Stern Review del governo del Regno Unito del 2006 sull'Economia del Cambiamento Climatico per valutare l'effetto delle emissioni di gas serra supplementari sul livello del mare, sulla temperatura, sul rischio di alluvioni, sulla salute e sugli eventi atmosferici estremi tenendo conto dell'incertezza [7]. Il modello valuta in che modo il valore netto attuale degli effetti climatici vari per ogni tonnellata di biossido di carbonio emesso o risparmiato.

Abbiamo eseguito il modello PAGE09 10.000 volte per calcolare intervalli di sicurezza e per valutare la gamma di rischi provenienti dal cambiamento climatico fino all'anno 2200, tenendo conto dei cambiamenti del livello del mare, dei settori economici e non economici e delle discontinuità come la fusione della Groenlandia e della calotta glaciale dell'Antartico Occidentale (guardate le Informazioni Supplementari). Abbiamo sovrapposto un impulso di un decennio di 50 Gt di metano, rilasciato in atmosfera fra il 2015 e il 2025, su due scenari standard di emissione. Il primo è stato uno scenario “business as usual”: emissioni di CO2 e di altri gas serra in aumento senza un'azione di mitigazione (lo scenario usato dal Rapporto Speciale del IPCC sugli Scenari di Emissione A1B). Il secondo scenario è stato un caso di “basse emissioni”, in cui c'è un 50% di possibilità di mantenere l'aumento delle temperature medie globali al di sotto dei 2°C (lo scenario basso 2016r5 proveniente dal Met Office). Abbiamo anche esaminato l'impatto di impulsi di metano successivi, di maggior durata o più piccoli.


In tutti questi casi c'è un cartellino del prezzo globale esorbitante attaccato ai cambiamenti fisici nell'Artico, malgrado i guadagni economici a breve termine per le nazioni Artiche e per alcune industrie.

L'impulso di metano anticiperà di 15-35 anni la data media per la quale l'aumento della temperatura media globale eccede i 2°C al di sopra dei livelli preindustriali – al 2035 nello scenario business as usual e al 2040 nel caso basse emissioni (leggi “metano Artico”). Ciò porterà ad altri 60 trilioni (al valore netto attuale) di impatti del cambiamento climatico per lo scenario senza mitigazione, o al 15% costi totali medi previsti per gli impatti del cambiamento climatico (circa 400 trilioni). Nello scenario a basse emissioni, il valore medio netto attuale degli impatti del cambiamento climatico è di 82 trilioni di dollari senza il rilascio di metano; con l'impulso, altri 37 trilioni di dollari, o il 45%, viene aggiunto (vedete Informazioni Supplementari).

Questi costi rimangono gli stessi a prescindere dal fatto che le emissioni di metano vengano ritardate di 20 anni, colpendo nel 2035 piuttosto che nel 2015, oppure spalmato su due o tre decenni, piuttosto che su uno. Un impulso di 25 Gt di metano ha metà dell'impatto di un impulso di 50 Gt.

Le conseguenze economiche saranno distribuite in tutto il globo, ma i modelli mostrano che circa l'80% di esse avverranno nelle economie più povere di Africa, Asia e Sud America. Il metano in più amplifica le inondazioni nelle aree basse, gli stress di caldo estremo, le siccità e le tempeste.

Problema globale

Gli impatti completi dell'Artico che si scalda, compresi, per esempio, l'acidificazione degli oceani e l'alterazione della circolazione oceanica e atmosferica, saranno molto più grandi del costo da noi stimato per il solo rilascio di metano.

Per trovare il costo reale, sono necessari modelli migliori per includere le retroazioni che non sono state incluse su PAGE09, come collegare l'estensione del ghiaccio artico all'aumento della temperatura media dell'Artico, l'aumento del livello globale del mare e l'acidificazione degli oceani, così come includere le stime dei costi economici e dei benefici della navigazione. Lo sviluppo di gas e petrolio nell'Artico dovrebbe anche, per esempio, tenere conto degli impatti del carbonio nero, che assorbe la radiazione solare ed accelera la fusione del ghiaccio, proveniente della navigazione e dalla combustione in torcia del gas.

Dividere le cifre globali dell'impatto economico in paesi e settori industriali potrebbe aumentare la consapevolezza dei rischi specifici, compreso l'allagamento di piccole isole stato o di città costiere come New York da parte dell'aumento dei mari. Le economie di media latitudine come quelle di Europa e Stati Uniti potrebbero essere minacciate, per esempio, da un collegamento proposto fra il ritiro del ghiaccio marino e la forza e la posizione della corrente a getto (jet stream) [8], che porta inverni estremi e tempo primaverile. Si pensa che l'inusuale posizionamento del jet stream sull'Atlantico abbia causato il periodo di freddo protratto di quest'anno in Europa.  Tali analisi integrate del cambiamento dell'Artico devono entrare nella discussione globale sull'economia. Ma né i Forum Economico Mondiale (FEM) nel suo Rapporto sul Rischio Globale né il Fondo Monetario Internazionale (FMI) nella sua Prospettiva Economica Mondiale [9] riconoscono la potenziale minaccia economica proveniente dai cambiamenti nell'Artico.

Nel 2012, notando che il profondo nord sta aumentando la propria importanza strategica  e citando il bisogno di dialogo informale fra i leader mondiali, il FEM ha lanciato il suo Consiglio per il Programma Globale sull'Artico. Ciò è benvenuto, ma serve più azione. Il FEM dovrebbe dare il via a investimenti nella modellizzazione economica rigorosa. Deve chiedere ai leader del mondo di considerare la bomba economica ad orologeria che c'è al di là dei guadagni a breve termine provenienti dalla navigazione e dall'estrazione.

Il FEM dovrebbe anche incoraggiare i piani di adattamento e mitigazione innovativi. Sarà difficile – forse impossibile – evitare grandi rilasci di metano nel Mare della Siberia Orientale senza grandi riduzioni delle emissioni globali di CO2. Dato che il metano proviene dal riscaldamento del letto del mare, ridurre i depositi dei carbonio nero sulla neve e sul ghiaccio potrebbe farci guadagnare del tempo prezioso [10]. Ma fattori sconosciuti potrebbero anche significare che le nostre stime di impatto siano prudenti. Il metano che emerge in un'esplosione improvvisa potrebbe permanere più a lungo nell'atmosfera e innescare cambiamenti di temperatura più rapidi che se il gas fosse rilasciato gradualmente.

La scienza dell'Artico è un bene strategico per le economie umane, perché la regione conduce effetti cruciali sui nostri sistemi biofisici, politici ed economici. Senza riconoscere questo, i leader e gli economisti mondiali non vedranno il quadro generale.

Riferimenti

1. Gautier, D. L. et al. Science 324, 1175–1179 (2009).
2. Smith, L. C. & Stephenson, S. R. Proc. Natl Acad. Sci. USA 110, E1191–E1195 (2013).
3. Emmerson, C. & Lahn, G. Apertura dell'Artico: Opportunità e Rischio nel Profondo Nord (Chatham House–Lloyd's, 2012); disponibile su http://go.nature.com/ruby4b.
4. Wadhams, P. AMBIO 41, 23–33 (2012).
5. Maslowski, W., Kinney, J. C., Higgins, M. & Roberts, A. Annu. Rev. Earth Planet. Sci. 40,625–654 (2012)
6. Shakhova, N. E, Alekseev, V. A, & Semiletov, I. P. Doklady Earth Sci. 430, 190–193 (2010).
7. Hope, C. Clim. Change 117, 531–543 (2013)
8. Francis, J. A. & Vavrus, S. J. Geophys. Res. Lett. 39, L06801 (2012).
9. Fondo Monetario Internazionale. Prospettiva Economica Mondiale (FMI 2013)
10. Shindell, D. et al. Science 335, 183–189 (2012).

domenica 22 maggio 2011

La fusione fredda e il problema energetico


Nel 1989, la copertina di "Newsweek'" mostrava l'apparecchiatura che, secondo Martin Fleischmann e Stanley Pons, era in grado di fondere insieme nuclei di deuterio producendo energia utilizzabile. Era soltanto un caso di "scienza patologica" ma la ricerca di un metodo semplice di pardroneggiare l'energia della fusione nucleare continua ancora oggi. (image from Jeanemanning.com)

La settimana scorsa, ho postato su "The Oil Drum" un commento riguardo all'annuncio di due ricercatori italiani, Andrea Rossi and Sergio Focardi, della scoperta di un apparecchio in grado di produrre energia che hanno chiamato: "Energy Catalyser" (o "E-Cat"). Secondo quanto dichiarato dagli scopritori, l'apparecchio produce energia per mezzo di una reazione di fusione nucleare che avviene a bassa temperatura e che coinvolge nuclei di nickel e nuclei di idrogeno. L'EROEI dell'apparecchio è detto essere molto elevato, perlomeno dell'ordine di 30, tenendo conto che il calore generato è perlomeno "100 volte" più grande del calore in ingresso in forma di energia elettrica.

Il mio commento su TOD era piuttosto neutrale. Sono, e rimango, piuttosto scettico ma lascio la porta aperta alla possibilità che esistano fenomeni fisici dei quali non conosciamo niente oppure conosciamo pochissimo. Più che altro, la mia idea era di dare inizio a una discussione e non sono rimasto deluso. La sezione dei commenti di TOD è una mostruosa macchina che demolisce le fesserie. Se avete un po' di tempo date un'occhiata agli oltre 250 commenti arrivati da un gruppo di persone veramente in gamba (secondo la mia modesta opinione).

La reazione è stata prevalentemente scettica. La maggior parte dei commentatori lasciano la porta aperta alla possibilità che ci possa essere qualcosa nell "E-Cat" che potrebbe farlo diventare una vera rivoluzione nella produzione di energia. Ma, nel complesso, l'idea è stata classificata come "scienza patologica" in ragione di alcune sue caratteristiche, come l'ossessione per la segretezza, il basarsi su fenomeni sconosciuti, promesse da mantenere un giorno ma non subito. Personalmente, dopo essermi letto questa serie di commenti, ne sono uscito più scettico di quanto non fossi stato all'inizio (ed ero partito scettico). Come dicevo, lasciamo pure la porta aperta alla possibilità che esistano fenomeni di cui non sappiamo niente. Ma non scommetterei sul fatto che l'apparecchio di Rossi e Focardi si riveli il genio atomico redivivo, apparso per risolvere il problema energetico.

D'altra parte, che cosa vuol dire, esattamente "risolvere il problema energetico?" Qui, la discussione su TOD ha preso un andamento molto interessante, con alcuni commentatori che hanno sostenuto che se, per qualche miracolo, ci trovassimo ad avere energia a buon mercato e in abbondanza "daremmo fuoco alla casa." In altre parole, continueremmo a distruggere tutto, dal suolo fertile alle specie non umane, così come abbiamo fatto durante tutta la storia umana - ma con particolare energia negli ultimi secoli. Il commentatore che si firma "Greenish" ha detto "Continuo a vedere il picco dell'energia come una caratteristica, non come un difetto." Il mio commento su questo punto è stato

Ho pensato a lungo alla promessa del Kitegen che, come sappiamo, ci darebbe energia abbondante e a buon mercato se dovesse funzionare come promesso. Il kitegen ha il vantaggio di lavorare su principi fisici noti, ma non è ovvio che noi conosciamo tutti i principi della fisica che esistono nell'universo. Allora, immaginiamo che potessimo avere energia elettrica abbondante e a buon mercato, forse per mezzo del kitegen, oppure per mezzo dell'apparecchio di rossi e focardi. Allora cosa succederebbe?


Beh, immaginando uno scenario "Business as usual" (BAU), la simulazione è già stata fatta nella prima edizione dei "Limiti dello Sviluppo" del 1972. Cresceremmo, cresceremmo di èiù, e cresceremmo ancora. E poi crolleremmo come il risultato dell'inquinamento che abbiamo generato, proprio come batteri in una piastra di Petri. Sarebbe un disastro molto peggiore di quello che ci aspettiamo che ci arrivi addosso causato dalla mancanza di energia.


Personalmente, tuttavia, non credo che il futuro sarebbe questo tipo di BAU. Lo sviluppo di energia elettrica a buon mercato ci darebbe quella "finestra" di qualche decennio sufficiente per rimpiazzare gli esseri umani con creature artificiali: Sta già succedendo sui campi di battaglia e non si fermerà certamente a quelli. Non credo che avremo veramente la possibilità di distruggere il pianeta - saremo rimpiazzati molto prima.

Come vedete, è una storia molto interessante. Il futuro non è determinato - abbiamo ancora una serie di possibilità che si ramificano: dalla conquista della galassia al ritorno alla gola di Olduvai. Certamente è una cosa che vale la pena di discutere.

Qui di seguito, il mio post su TOD. In fondo ci sono link a ulteriori informazion.



The return of cold fusion?

Posted by Ugo Bardi on May 20, 2011


Back in 1989, during the craze of the “cold fusion” announcement by Martin Fleischmann and Stanley Pons, a colleague of mine told me about the theory he had developed. It was based on quantum mechanics, he said, and it would explain everything that had been observed in cold fusion on the basis of an adjustable parameter.


Alas, in the real universe parameters cannot be adjusted at will as in the memory of a computer. Cold fusion proved elusive; I myself spent some months at that time with a home-made contraption that should have produced it; looking for the helium atoms that should have been created. I found none and I was not the only one who was disappointed. At that time, practically everyone who had a physics or chemistry lab available tried. But nobody could reproduce the claims about fusion taking place in an electrochemical cell, not even the authors of the claims themselves. So, the idea of cold fusion died out rapidly; surviving mostly in the dreams of crackpots and conspiracy theorists. A few serious scientists kept working on it; there were more claims scattered over the years and a whole new term “LENR” (low energy nuclear reactions) was coined to describe the field. However, after more than 20 years it seems clear that it is not possible to obtain useful energy by cramming deuterium atoms into palladium, as Fleischmann and Pons had tried to do.


So, it would seem that cold fusion as a way of producing energy is something made of the same stuff dreams are made of. That was my conclusion after having worked on it and the reason of my initial reaction of total disbelief when I first heard of the claims of having attained just that dream by two Italian researchers, Andrea Rossi and Sergio Focardi. Yet, in physics there are no absolutes: everything known can be disproved and, in the end, it is the experimental reality that counts. So, I noted that Rossi and Focardi, unlike Pons and Fleischmann, seem to be able to reproduce their result according to several reports that appear reliable. Then, a friend and colleague of mine went to visit Focardi. My friend is not an easily duped person and he went there ready to debunk the hoax. He came back rather perplexed, saying something like, “well, there may be something in this story.”


So, what is happening? Have we really made a giant step forward in our quest for a clean and abundant form of energy? Nuclear fusion, after all, is a common physical reality – it can be made to occur in the laboratory in a variety of ways and not just with the giant machine of the “ITER” project which attempts to reproduce the reaction that takes place in the sun. Another kind of fusion is well known and almost commercial: it is the version where a nucleus of boron and one of hydrogen react to form three helium nuclei in a high energy plasma. This system goes under the name of “plasma focus” fusion. It could be used to generate soft x-rays, or neutrons when deuterium is used in the place of hydrogen. But can it be used to generate energy? Some people claim that it can; but surely it has to be difficult because the technology was invented in the 1960s and so far no energy producing prototype seems to be around.


Still, the “plasma focus” technology may be the prototype of a different class of fusion machines which don't try to fuse hydrogen isotopes together. They, rather, try to fuse protons (hydrogen nuclei) with heavier nuclei. Boron is the choice in plasma focus, but there are other possibilities. What Rossi and Focardi have claimed is that they have been able to fuse a proton with a nickel nucleus. It is a reaction that could, indeed, produce large amounts of energy. The problem with this idea is that there is a tremendous electrostatic barrier that prevents the positively charged proton from entering the positively charged nickel (or other) nucleus. Overcoming these electrostatic barriers in a practical device, usually, requires the use of high energy plasmas which need much more energy to be created and sustained than it can be obtained from fusion. Yet, if it were possible to reduce this potential using some kind of “nuclear catalyst,” then one could tap fusion as an energy source. It can be done and it has been done using exotic particles known as “muons,” which act as catalysts, indeed. It is an extremely complicated process which takes a lot of energy to create and maintain. Yet, at least it shows that “nuclear catalysis” is possible.


This is what Rossi and Focardi have claimed to have been able to do with their device that they called “Energy Catalyser”. They don't claim to be using muons but, somehow, they claim to have been able to activate and maintain the nuclear reaction of hydrogen with nickel by providing much less energy than the reaction then generates. They claim that the EROEI of the device could be around 30 or even larger once the thermal energy generated by the reaction is converted into electrical energy.


So, have we found the magic trick to get abundant and clean energy? Could people go back to speak of electric power “too cheap to meter” as in the heyday of nuclear energy? Perhaps, but it is too early to tell. There are several details that just don't click together in Rossi and Focardi's claims (see, e.g., the article by Kjell Aleklett cited below). If we have to reconcile the energy catalyser concept with what we know of nuclear physics, we have to think of some truly exotic phenomenon that takes place in the reaction chamber. In physics, the experiment reigns, but the possibility of the experimental error is always present. That's why no claim can be considered as validated until the relative experiment is independently reproduced. That will take some time, you can't do physics in a hurry, but in the end we will know.


Some references on the “Energy Catalyser”


Kjell Aleklett's article. http://aleklett.wordpress.com/2011/04/11/rossi-energy-catalyst-a-big-hoa...


Wikipedia has a good page on the story: http://en.wikipedia.org/wiki/Energy_Catalyzer


More info


http://www.physorg.com/news/2011-01-italian-scientists-cold-fusion-video...


http://peswiki.com/index.php/Directory:Andrea_A._Rossi_Cold_Fusion_Gener...


http://www.nyteknik.se/nyheter/energi_miljo/energi/article3111124.ece


http://www.journal-of-nuclear-physics.com/


http://www.express.gr/news/business/434458oz_20110316434458.php3

lunedì 9 maggio 2011

ASPO-9: il fantasma del cambiamento climatico



L'associazione per lo studio del picco del petrolio, ASPO, ha ormai più di 10 anni di storia, essendo stata concepita da Colin Campbell per la prima volta a una conferenza in Germania nel 2000. In questi anni, ASPO è cresciuta a partire da un piccolo gruppo di geologi petroliferi, diventando una notevole di persone altamente qualificate in vari campi della scienza. Ora, la IX conferenza ASPO in Brussels è terminata. Organizzata da ASPO-Belgio e ASPO-Olanda, ha presentato oratori di alto livelli, presentazioni interessanti e un'udienza interessata e attiva.


Tuttavia, un fantasma aleggiava sulla conferenza: quello del cambiamento climatico.

Non che non se ne sia discusso. Gli organizzatori hanno fatto un buon lavoro nel dare visibilità nel programma a una presentazione di Jean-Pascal van Ypersele, vice-presidente dell'IPCC. Nella prima sessione della conferenza, Van Ypersele ha dato una buona presentazione di quello che sappiamo oggi sul cambiamento climatico. Ma la visione dell'IPCC, apparentemente, non è la stessa di quella di ASPO e il contrasto è venuto fuori durante la discussione. Kjell Aleklett, presidente di ASPO, ha accusato Van Ypersele e l'IPCC di seguire un approccio"business as usual." Avendo trascurato il picco del petrolio (e di tutti i combustibili) negli scenari, Aleklett ha sostenuto che l'IPCC sta presentando degli scenari non realistici e eccessivamente pessimistici.

Aleklett non aveva torto a sollevare il problema e ha il merito di essere stato uno dei primi a far notare la contraddizione. Tuttavia, il problema è molto più profondo di quanto non se ne potrebbe dedurre da una visione semplicistica che vede il picco del petrolio come la salvezza dal riscaldamento globale, come Aleklett sembra volerci dire in alcune delle sue dichiarazioni. Può darsi benissimo che molti degli scenari dell'IPCC siano scorretti in questo senso, ma è anche vero che l'IPCC produce correttamente un "ventaglio" di scenari che considerano molteplici possibilità.  Basarsi su certe proiezioni specifiche sul "picco dei combustibili" per negare of sottovalutare gli avvertimenti dell'IPCC è un gioco pericoloso. Secondo gli studi su questo argomenti (vedi questo mio articolo) anche prendendo in considerazione una visione "stile ASPO" della disponibilità futura di combustinbili, arriviamo comunque pericolosamente vicini alla soglia del "cambiamento climatico irreversibile". I modelli non possono determinare con certezza dove si trova questa soglia, ma potrebbe essere molto più vicina di quanto pensiamo, anche tenendo conto del picco del petrolio. In effetti, la IPCC potrebbe benissimo essere troppo cauta nelle sue stime degli effetti dei feedback positivi che risulterebbero, per esempio, dal rilascio di metano dal permafrost. .

Il cambiamento climatico e il picco del petrolio non sono entità separate: una è lo specchio dell'altra. Sono due "forcing" importanti che hanno effetti sull'ecosistema e sono destinati a interagire l'uno con l'altro in modi difficili da prevedere. Potrebbe darsi che il picco del petrolio rallenterà le emisisioni di CO2 e, allo stesso tempo, il riscaldamento globale avrà effetti negativi sull'economia, riducendo ulteriormente le emissioni. Questi due effetti combinati ridurrebbero la minaccia del cambiamento climatico irreversibile. Ma la loro interazione potrebe essere più complessa e condurre a effetti opposti. Per esempio, Euan Mearns ha correttamente notato nella sua presentazione alla conferenza che persino l'efficienza energetica, una strategia apparentemente benigna per risolvere il problema del picco del petrolio, potrebbe in effetti peggiorare la situazione liberando risorse che potrebbero essere utilizzate per bruciare ulteriori quantità di combustibili fossili. E, ovviamente, il sistema economico potrebbe rivolgersi a combustibili sporchi e inefficienti per compensare il declino della produzione petrolifera. 
Il problema è apparso con grande chiarezza con la presentazione di Darren Bezdek, coautore con Robert Hirsch di uno studio sulla mitigazione del picco del petrolio. Nel mondo di Bezdek e Hirsch, il cambiamento climatico non esiste e non c'è altra soluzione alla minaccia del picco che aumentare la produzione di combustibili liquidi con metodi come la trasformazione del carbone, del gas, o dell'estrazione dalle sabbie bituminose. E' un buon esempio di "pensiero linear, (opposto al concetto di "pensiero sistemico, o dinamico") che vede un problema e la sua soluzione come isolati, senza preoccuparsi del sistema nella sua intereza. In questo caso, passare ai combustibli sporchi, come suggerit da Bezdek, vorrebbe dire un aumento importante delle emissioni di gas serra con effetti imprevedibili (ma quasi certamente orribili) sul sistema climatico. Sperabilmente, uno scenario del genere non sarà mai messo in pratica, ma il solo fatto che venga proposto è preoccupante. L'udienza di ASPO-9 è parsa preoccupata su questo punto. La presentazione di Bezdek è stata fortemente criticata nel dibattito e i commenti più negativi hanno ricevuto applausi a scena aperta.

In fin dei conti, è proprio l'approccio "picco del petrolio" che può essere accusato di prendere un atteggiamento "business as susual" Dopotutto, se è vero che gli scenari dell'IPCC non prendono in considerazione il picco, è anche vero che la maggioranza degli scenari focalizzati sul picco non prendono in considerazione il cambiamento climatico. In effetti, nella maggioranza delle presentazioni sul picco che si sono sentite a ASPO-9, la questione climatica non è stata menzionata.

C'è qualcosa di sbagliato con ASPO se questo problema è rimasto un fantasma, visto occasionalmente, ma nascosto la maggior parte del tempo? Probabilmente no; è soltanto una difficoltà oggettiva quella di fronteggiare l'enorme problema dell'influenza umana sull'ecosistema. Tutti tendiamo a specializzarci in qualche cosa; è il normale destino di un professionista. Ma, quando è il momento di capire il comportamenteo di un sistema dove molteplici effetti interagiscono fra loro in una cascata di feedback, è difficile rendersi conto dei limiti della nostra visione. Quindi, è normale che gli specialisti nel picco del petrolio non riescano a includere il cambiamento climatico nella loro visione, così come i climatologi tendono spesso a trascurare il ruolo del picco nei loro scenari.

Alla fine della conferenza, i problemi che abbiamo di fronte sono stati ben riassunti da Philippe Lambert, rappresentante dei verdi al parlamento europeo, che ha elencato una serie di gravi problemi che ci troviamo davanti. Non solo il picco del petrolio e il cambiamento climatic, ma anche la disponibilità di acqua. la sovrappopolazione e la perdita di biodiversità (e non ha menzionato la minaccia delle armi nucleari). Nessuno di questi problemi può essere risolto se lo vediamo come isolato - concentrarsi su un singolo problema può peggiorare la situazione con gli altri; come quando si propone di sostituire il petrolio con combustibili sporchi e a forti emissioni di gas serra.

Quindi, siamo di fronte a enormi problemi e spesso non abbiamo l'atteggiamento giusto per capire quali sono le soluzione. Vedremo cosa succederà nei prossimi anni, ma le probabilità che prendiamo la strada giusta verso la sostenibilità non sembra molto alta. Ricordiamoci comunque che si può vivere senza petrolio; i nostri antenati sono vissuti così per migliaia ddi anni. Ma i nostri antenati non sono mai vissuti in un mondo due gradi più caldo di quello attuale. E, sicuramente, non potremmo sopravvivere in un mondo che è più caldo di 6 gradi rispetto all'attuale. Forse il picco del petrolio ci salverà da questi scenari estremi, ma non lo possiamo sapere con certezza.

martedì 10 febbraio 2015

Il ruolo dei collassi sociali nei cicli storici (II)

DaThe Oil Crash”. Traduzione di MR




Cari lettori,

nel post di oggi vi presento la seconda parte dell'estratto della sezione 9.1 del libro “Nella spirale dell'energia”, di Ramón Fernández Durán e Luis González Reyes. Nel post di oggi si analizza l'inevitabilità del collasso della società industriale e le sue fasi.

Saluti.
AMT

Inevitabilità del collasso della civiltà industriale

La vulnerabilità del capitalismo fossile (capitalismo basato sui combustibili fossili, ndt) globale

Il sistema socioeconomico attuale ha elementi di resilienza importanti. Uno è che l'alta connettività aumenta la capacità di rispondere rapidamente alle sfide. Per esempio, se manca il raccolto in una regione, la fornitura alimentare si può dislocare in un altro luogo del pianeta (se interessa, la stessa cosa si potrebbe dire di una parte sostanziale del sistema industriale. Un'altra espressione della resilienza è il dislocamento del rischio in altri luoghi esterni agli spazi centrali e del presente attraverso l'ingegneria finanziaria. Tuttavia, la connettività aumenta anche la vulnerabilità del sistema, visto che, a partire da una certa soglia, non si possono più compensare gli squilibri e il collasso dei singoli sottosistemi colpisce il resto. Il sistema funziona come un tutto interdipendente e non come parti che si possano analizzare isolate (Stati Uniti, UE, Cina) e molto meno che possano sopravvivere da sole. Inoltre, si è raggiunta la connettività massima: non esiste più un “fuori” del sistema-mondo, il mondo è “pieno”. Non c'è più la possibilità di migrare ne di ricevere aiuto da altri luoghi. La figura 9.3 visualizza le implicazioni di questa connettività. Si può partire da un nodo qualunque, come la mancanza di accessibilità a gas e petrolio (in alto a sinistra) e seguire come questa carenza si trasmetta a tutto il sistema.



Figura 9.3: Complessità ed interdipendenza del sistema attuale.

mercoledì 2 maggio 2018

Dall'Economia alla Resilienza (è troppo tardi per lo sviluppo sostenibile)

(Pubblicato anche sul blog Appello per la Resilienza)
Risultati immagini per sustainable development

Sono passati quasi cinquant’anni da quando è uscito il primo Rapporto sui Limiti dello sviluppo. Se si va a vedere che cosa da allora è stato fatto per invertire la nota rotta del Business As Usual (che secondo quel rapporto ci avrebbe portato sul baratro), che cosa si potrebbe dire?

Si potrebbe dire che la “consapevolezza” verso certi temi e problemi è aumentata. Per esempio oggi nei paesi ricchi c’è molta più attenzione sul tema dei rifiuti rispetto ad allora.

Si potrebbe ricordare di battaglie che sono state vinte, come quella di impedire la diffusione di gas che minacciano di creare il buco nell’ozono.

Bisogna ricordare che nell'ultimo decennio sono decollati progetti e investimenti in energie rinnovabili.

Si potrebbero anche elencare tutte le buone pratiche che sono state attivate; tutte le associazioni, gli enti, le istituzioni che sono state create a tutela dell’ambiente e che quotidianamente fanno qualcosa di utile. 

Molto è stato fatto (e l'elenco è insufficiente), ma è abbastanza per "invertire il BAU"? Come mai la sensazione che non stia cambiando nulla in fondo? Si può avere l’impressione che l’umanità non riesca in fondo a compiere sforzi davvero “significativi” per cambiare i suoi comportamenti a livello globale.

Ma chiediamoci, cosa significa invertire la tendenza al BAU? Prima di tutto cambiare modo di fare business. In secondo luogo, secondo il pensiero dominante significa rendere sostenibile lo sviluppo (1). In altri termini, rendere pulita la crescita, renderla “green”.

Ma si può veramente? Non è lecito, arrivati a questo punto, porsi la questione se tutto ciò non sia stato un errore o un abbaglio?

Il punto è: si possono cambiare i connotati all'economia? Ricordiamo dapprima in che cosa consiste la crescita economica. E’ semplice: ogni anno il Prodotto Interno Lordo di un paese deve aumentare in maniera esponenziale (si cade facilmente nella trappola di immaginarsi una crescita lineare, perché la nostra mente ragiona più arcaicamente quando non è allenata o costretta).

Questo implica che due elementi devono crescere a loro volta: la produzione (offerta) e il consumo (domanda). 

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 E’ come la doppia elica del DNA che sale, infatti qujando le due linee cominciano a divergere iniziano i problemi (crisi, recessioni, depressioni, ecc).

Risultati immagini per DNA

In realtà è peggio ancora, perchè poi di fatto e per ragioni sistemiche vi sono molti altri fattori che crescono in correlazione.



Bene. C’è un modo di rendere sostenibile questo processo?

Vi è un filone del pensiero economico che sempre nei '70 si è sforzato in tal senso. I più famosi sono Georgescu-Roegen e poi Herman Daly. Avevano compreso che le componenti fisiche non potevano generare una crescita economica perpetua. Veniva ripresa l'idea dei neoclassici secondo cui il sistema avrebbe inevitabilmente raggiunto uno “stato stazionario” (Steady-State economy).

Ma la soluzione a questo punto, da buoni economisti, non poteva essere quella di rifiutare il concetto stesso di crescita – e dunque di economia! - bensì di “arrangiare” la crescita in qualche altro modo. 

Un'economia ecologica poteva fondarsi allora sulla crescita delle componenti non-fisiche, in quanto ritenute non soggette a vincoli materiali(1).

L’economia “ecologica” oggi ha preso il nome di economia circolare. La consapevolezza che non è possibile prendere dal mondo e poi gettare via in eterno i materiali ha creato il "mostro verde" di un’economia circolare in cui i rifiuti diventano risorse al fine di alimentare la crescita.

La sfida qui non si gioca solo dal lato del consumo (che il consumatore impari a riciclare meglio), ma nel migliorare a monte le catene di produzione. Così è possibile che gli infiniti oggetti e merci di cui è composta la nostra vita vengano creati già in modo che una volta consumati possano essere recuperati senza troppe perdite (2).

Ma come non vedere che il sistema economico è concepito per accelerare i tempi di consumo degli oggetti al fine di generare sempre nuovo valore (aumentare il PIL)? Come non vedere che affinché il sistema viva è necessario che gli oggetti muoiano e rinascano continuamente?(3) L’economia circolare si vuole fare furba nel cercare come di “ibernarli” e dargli nuova vita.

Risultati immagini per economia circolare

Stiamo mettendo la polvere sotto al tappeto. Una cosa sembra chiara: non è possibile uno sviluppo che sia sostenibile per il Pianeta (e per noi). Non c'è modo di generare una crescita del PIL senza scatenare processi distruttivi.

Ad essere più precisi bisognerebbe dire che non è possibile uno sviluppo economico sostenibile, perché forse è concepibile che una società possa svilupparsi in maniera etica e giusta in altri modi. La faccenda allora riguarderebbe l’inerzia e la poca creatività che ha l'umanità nel trovare soluzioni ai suoi problemi. 

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Ugo ha scritto a settembre dopo l'incontro del Club di Roma che:

"[...] più si cerca di stare al di sopra del limite, più veloce e severo sarà il rientro. Quello che si deve fare è rendere più leggero il collasso, seguirlo, non cercare di fermarlo. Altrimenti sarà peggio"


Tutta questa retorica dello sviluppo sostenibile invece consiste nel crearci un “mito”, un'alibi che ce la faremo a mantenere questa stessa società ma più pulita, più green e forse anche più ricca. In fondo non siamo convinti che in un modo o nell'altro la svangheremo?


Che la società stia collassando significa che è anche e soprattutto il sistema economico che sta man mano cedendo e sostenere lo sviluppo sostenibile significa cercare di rallentarne l'inevitabile crollo - rendendolo così ancora peggiore! 

Questo non significa che bisogna rassegnarsi, ma che piuttosto bisogna rimboccarsi le maniche in direzioni nuove. Quali? Se l'economia non è concepita per durare (poiché l'obsolescenza programmata è la sua legge) dobbiamo puntare sul creare strutture capaci di durare e di sopravvivere, in altre parole reti e organizzazioni modulari e veramente resilienti (4). 

"E' troppo tardi per lo sviluppo sostenibile. Dobbiamo mettere più enfasi sulla resilienza del sistema" (Dennis Meadows a Pisa nel 2006)

Non bisogna chiedersi “Come possiamo tenere in piedi l'economia?” ma “Che cosa sopravviverà al crollo dell'economia?”: questa a me sembra la domanda e la sfida, entusiasmante e drammatica al tempo, che si dovrebbero porre oggi gli ambientalisti (5).


NOTE
(1) Era in quel periodo che cominciava l'era dei computer e la finanziarizzazione dell'economiache l'ha accompagnata. La “conoscenza”(nel senso del Terziario) diveniva quel serbatoio che avrebbe fatto decollare ancora l'economia e così è stato. Tuttavia la conoscenza era ed è ben lungi dall'essere svincolata dal legame con la Terra poichè è pur sempre una forma di “lavoro” e dunque richiede energia. La comunità scientifica tarda ad ammettere che il sistema economico richiede in primo luogo energia per essere mantenuto e crescere implica un ammontare esponenziale di energia
(2) Emanuele Bompan ha scritto un libretto semplice in cui spiega “che cos'è l'economia circolare?”.
(3) Jean Baudrillard aveva scritto di questo in particolare nel suo straordinario libro La società dei consumi.
(4)Penso in particolare ai tre lavori di Pablo Servigne e Raphael Stevens: Comment tout peut s'effondrer?; Nurrir l'Europe en temps de crises; Petit manual de resilience local
(5) Anche senza essere magari al corrente del tema del picco del petrolio, molti Comuni italiani, soprattutto al Sud, si stanno organizzando in “comunità di Autoproduzione” dell'energia elettrica rinnovabile in sistemi, mi par di capire, anche off-grid; fonte: Legambiente, comunirinnovabili.it

lunedì 16 giugno 2014

Il nuovo libro di Ugo Bardi, "Extracted," commentato da Nafeez Ahmed sul "Guardian"

Da “The Guardian” (1, 2). Traduzione di MR

Di Nafeez Ahmed

L'esaurimento delle risorse minerali a buon mercato sta trasformando la Terra – un rapporto scientifico

L'aumento dei costi dell'estrazione di risorse richiede una transizione ad una 'economia circolare' post industriale per evitare il collasso




L'umanità potrebbe aver esaurito le risorse minerali a basso costo della Terra entro la fine di questo secolo – ma una migliore gestione delle risorse può evitare i rischi peggiori. Foto: REX

Un nuovo rapporto scientifico fondamentale che attinge dal lavoro dei migliori esperti di minerali prevede che l'estrazione da parte della civiltà industriale di minerali cruciali e combustibili fossili sta raggiungendo i limiti della fattibilità economica e potrebbe portare a un collasso delle infrastrutture chiave, a meno che non vengano attuati nuovi modi di gestire le risorse.

Lo studio peer-reviewed – 33° Rapporto al Club di Roma – è opera del professor Ugo Bardi del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Firenze, dove insegna chimica fisica. Lo studio contiene contributi specialisti da parte di 15 scienziati ed esperti che coprono i campi di geologia, agricoltura, energia, fisica, economia, geografia, trasporti, ecologia, ecologia industriale e biologia, fra le altre cose. Il Club di Roma è un gruppo di pensiero globale con base in Svizzera fondato nel 1968 composto da capi di stato (in carica ed ex), funzionari dell'ONU, funzionari di governi, diplomatici, scienziati, economisti e capi d'impresa.

Il suo ultimo rapporto, che verrà pubblicato il 12 giugno, fa una panoramica globale della storia e dell'evoluzione dell'estrazione mineraria e sostiene che l'aumento dei costi di estrazione dei minerali dovuti a inquinamento, rifiuti ed esaurimento delle fonti a basso costo alla fine renderanno l'attuale struttura della civiltà industriale insostenibile. Gran parte del focus del rapporto è sul concetto di EROEI, che misura la quantità di energia necessaria per estrarre le risorse. Mentre chiarisce che “non stiamo finendo nessun minerale”, il rapporto scopre che “l'estrazione sta diventando sempre più difficile man mano che i minerali facili si esauriscono. Serve più energia per mantenere i tassi di produzione passati e ne serve ancora di più per aumentarli”. Di conseguenza, nonostante le grandi quantità di riserve minerali rimaste:

“La produzione di molti beni minerali sembra essere sulla via del declino... potremmo essere sul punto di entrare in un ciclo di un secolo che porterà alla scomparsa dell'estrazione mineraria come la conosciamo”.

L'ultimo decennio ha visto il passaggio del mondo a risorse di combustibili fossili più costosi e più difficili da estrarre, sotto forma di petrolio e gas non convenzionali, che hanno livelli di EROEI molto più bassi del petrolio convenzionale. Anche con gli avanzamenti tecnologici nel fracking e le relative tecniche di trivellazione, questa tendenza è improbabile che si inverta significativamente. Un ex dirigente dell'industria petroloifera, del gas e del carbone australiano, Ian Dunlop, descrive nel rapporto come il fracking possa “aumentare rapidamente la produzione fino al picco, ma poi declina anche rapidamente, spesso dal 80 al 95% nei primi tre anni”. Ciò significa che spesso sono necessari “diverse migliaia di pozzi” per un singolo sito di scisto per fornire “un ritorno sull'investimento”.  L'EROEI medi per far funzionare “la società industriale per come la conosciamo” va da 8 a 10 circa. Il petrolio e il gas di scisto, le sabbie bituminose e il gas da giacimento di carbone sono tutti “a quel livello, o sotto, se si tiene conto dei suoi costi complessivi... Così il fracking, in termini energetici, non fornirà un fonte sulla quale sviluppare una società globale sostenibile”.

Il Club di Roma applica l'analisi del EROEI anche all'estrazione di carbone e uranio. La produzione mondiale di carbone raggiungerà il picco al più tardi nel 2050 e potrebbe farlo anche nel 2020. La produzione statunitense di carbone ha già raggiunto il picco e la produzione futura sarà in gran parte determinata  dalla Cina. Ma l'aumento della domanda interna di quest'ultima, e da parte dell'India, potrebbe generare prezzi più alti e scarsità nel prossimo futuro: “Pertanto, non ha assolutamente senso sostituire il petrolio e il gas col carbone”.

Per quanto riguarda l'offerta globale di uranio, il rapporto dice che l'attuale produzione di uranio dalle miniere è già insufficiente ad alimentare i reattori nucleari, una mancanza che  che viene compensata recuperando uranio dagli arsenali militari e dalle vecchie testate nucleari. Mentre si è potuto sopperire alla mancanza di produzione agli attuali livelli di domanda, un'espansione mondiale dell'energia nucleare sarebbe insostenibile a causa degli “enormi investimenti” necessari. Il collaboratore al rapporto Michael Dittmar, un fisico nucleare al CERN, l'Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare, sostiene che nonostante le grandi quantità di uranio nella crosta terrestre, solo un “numero limitato di depositi” sono “sufficientemente concentrati da poter essere estratti con profitto”. Estrarre depositi meno concentrati richiederebbe “di gran lunga più energia di quella che l'uranio estratto potrebbe alla fine produrre”. L'aumento dei costi dell'estrazione dell'uranio, fra gli altri costi, ha significato che gli investimenti in energia nucleari si stiano gradualmente assottigliando.

Le proposte di estrarre uranio dall'acqua di mare sono al momento “inutili” perché “l'energia necessaria per estrarre e processare l'uranio dall'acqua di mare sarebbe più o meno la stessa che potrebbe essere ottenuta dallo stesso uranio usando l'attuale tecnologia nucleare”. Pertanto entro questo decennio il rapporto prevede un “inevitabile” declino della produzione delle attuali miniere di uranio. I dati del USGS analizzati dal rapporto mostrano che cromo, molibdeno, tungsteno, nichel, platino-palladio, rame, zinco, cadmio, titanio e stagno avranno un picco di produzione seguito da declini entro questo secolo. Questo perché le riserve dichiarate sono spesso “più ipotetiche che misurate”, il che significa che “l'assunto di una cuccagna dei minerali... è lontano dalla realtà”. In particolare, il rapporto evidenzia il destino di rame, litio, nichel e zinco. Il Fisico professor Rui Namorado Rosa prevede nel rapporto un “imminente rallentamento della disponibilità di rame”. Anche se la produzione è cresciuta esponenzialmente, la densità dei minerali estratti è in costante declino, facendo lievitare i costi di estrazione. Il 'picco del rame' è probabile che arrivi nel 2040, ma potrebbe anche avvenire entro il prossimo decennio.

La produzione di litio, attualmente usato per le batterie delle auto elettriche, verrebbe a sua volta messa sotto stress in caso di una elettrificazione dell'infrastruttura e dei veicoli da trasporto su larga scala, secondo la collaboratrice Emilia Suomalainen, un'ecologista industriale dell'Università di Losanna, in Svizzera. La produzione sostenibile di litio richiede un 80-100% di riciclaggio – attualmente siamo a meno del 1%. Nichel e zinco, che vengono usati per combattere l'erosione di ferro e acciaio e per l'accumulo di elettricità nelle batterie, possono a loro volta affrontare picchi di produzione in soli “pochi decenni” - anche se il nichel potrebbe essere esteso per circa 80 anni – secondo l'ingegnere e specialista di metalli Philippe Bihoux:

“La parte facilmente sfruttabile delle riserve è già stata rimossa e quindi sarà sempre più difficile e costoso investire e sfruttare le miniere di nichel e zinco”.

Mentre la sostituzione potrebbe aiutare in molti casi, sarebbe anche costosa ed incerta e richiederebbe un investimento considerevole. Forse la tendenza più allarmante nell'esaurimento dei minerali riguarda il fosforo, che è cruciale per fertilizzare il suolo e sostenere l'agricoltura. Anche se le riserve di fosforo non stanno finendo, fattori fisici, energetici ed economici fanno sì che solo una piccola percentuale di esso possa essere estratta. Il rendimento delle colture nel 40% delle terre coltivabili del mondo è già limitato dalla disponibilità economica del fosforo. Nello studio del Club di Roma, il Fisico Patrick Dery dice che diverse grandi regioni di produzione di rocce di fosfato – come l'isola di Nauru e gli Stati uniti, che sono il secondo produttore mondiale – sono post picco ed ora sono in declino, con forniture globali di fosforo che diventano potenzialmente insufficienti a soddisfare la domanda agricola entro 30-40 anni. Il problema può potenzialmente essere risolto in quanto il fosforo può essere riciclato. Una tendenza parallela documentata nel rapporto dall'agronomo della FAO Toufic El Asmar è un declino accelerato della produttività della terra causata da metodi di agricoltura industriale che stanno degradando il suolo, in alcune aree, del 50%.

Il professor Rajendra K. Pachauri, presidente del IPCC, ha detto che il rapporto è “un lavoro molto efficace” per valutare la ricchezza minerale del pianeta “all'interno del quadro della sostenibilità”. Le sue scoperte offrono una “base preziosa per le discussioni sulle politche sui minerali”. Ma la finestra per un'azione politica significativa si sta rapidamente chiudendo. “L'allarme principale è la tendenza dei prezzi dei beni minerali”, mi ha detto il professor Bardi.

“I prezzi sono aumentati di un fattore 3-5 e sono rimasti a queto livello negli ultimi 5-6 anni. Non scenderanno di nuovo, perché sono causati da degli aumenti irreversibili dei costi di produzione. Questi prezzi stanno già causando il declino delle economie meno efficienti (diciamo Italia, Grecia, Spagna, ecc.). Non ci troviamo ancora al punto di inversione, ma siamo vicini – meno di un decennio?”.

Gli scienziati vendicano “I Limiti dello Sviluppo (Crescita)' – urgono investimenti in “economia circolare”


Le prime avvisaglie di collasso sociale dall'inizio alla metà del 21° secolo sono stati sorprendentemente preveggenti – ma si aprono opportunità per la transizione




La Terra ha risorse minerali finite, ma gli esseri umani le stanno usando troppo velocemente che non riescono a rigenerarsi, con l'aumento dei costi economici ed ambientali. Foto: Corbis

Secondo un nuovo rapporto scientifico peer-reviewed, è probabile che la civiltà industriale esaurisca le risorse minerali a basso costo entro il secolo, con impatti debilitanti sull'economia globale e sulle infrastrutture chiave entro i prossimi decenni. Lo studio, il 33° rapporto al Club di Roma, è stato scritto dal professor Ugo Bardi del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Firenze e comprende contributi di una vasta gamma di scienziati delle discipline rilevanti. Il Club di Roma è un gruppo di pensiero con sede in Svizzera di attuali ed ex capi di stato, funzionari dell'ONU, funzionari di governo, diplomatici, scienziati, economisti e capi d'azienda.

Il suo primo rapporto del 1972, I Limiti dello Sviluppo (Crescita), è stato condotto da una squadra scientifica al MIT ed ha avvertito che la disponibilità limitata di risorse naturali in relazione all'aumento dei costi avrebbe minato la crescita economica continua circa nel secondo decennio del 21° secolo. Anche se è stato fortemente ridicolizzato, recenti revisioni scientifiche confermano che le proiezioni del rapporto originale, nel suo scenario “caso base” rimangono robuste. Nel 2008, l'Agenzia per la Ricerca Scientifica del governo federale dell'Australia CSIRO ha concluso che la previsioni de I Limiti della Crescita di potenziale “collasso ecologico ed economico in arrivo a metà del 21° secolo” dovuto alla convergenza di “picco del petrolio, cambiamento climatico e sicurezza alimentare e dell'acqua” è “in arrivo”. Le tendenze reali attuali in queste aree “risuonano fortemente con lo scenario 'business-as-usual' di superamento dei limiti e collasso mostrato nel libro”.

Nel 2009, l'American Scientist ha pubblicato scoperte simili da parte di altri scienziati. Quella analisi, fatta dall'eminente ecologo dei sistemi professor Charles Hall dell'Università dello Stato di New York e dal professor John W Day dell'Università di Stato della Louisiana, concludeva che mentre le “previsioni del modello dei limiti della crescita di inquinamento estremo e di declino della popolazione non si sono avverati”, i risultati del modello sono:

“... quasi esattamente in linea circa 35 anni dopo nel 2008 (con qualche assunzione appropriata) … è importante riconoscere che le sue previsioni non sono state invalidate e infatti sembrano propri aver centrato l'obbiettivo. Non siamo a conoscenza di nessun modello fatto dagli economisti che sia altrettanto preciso in un lasso di tempo così lungo”.

Il nuovo rapporto al Club di Roma dice che:

“La fase dell'estrazione mineraria da parte degli esseri umani è un episodio spettacolare ma breve nella storia geologica del pianeta... I limiti dell'estrazione mineraria non sono limiti di quantità, sono limiti energetici. Estrarre minerali richiede energia e più questi sono dispersi, più energia è necessaria... Solo i minerali convenzionali possono essere estratti in modo redditizio con le quantità di energia che possiamo produrre oggi”.

La combinazione dell'esaurimento minerario, associato all'inquinamento da radiazioni e da metalli pesanti, e l'accumulo di gas serra dallo sfruttamento dei combustibili fossili sta lasciando ai nostri discendenti una “eredità pesante” di un mondo virtualmente trasformato:

“La Terra non sarà mai più la stessa, è stata trasformata in un pianeta nuovo e diverso”.

Attingendo al lavoro di emeinenti scienziati climatici, compreso james Hansen, l'ex capo dell'Istituto Goddard per gli Studi Spaziali della NASA, il rapporto avverte che continuare lo sfruttamento 'business-as-usual' dei combustibili fossili del mondo potrebbe potenzialmente innescare un riscaldamento globale fuori controllo che, in alcuni secoli o migliaia di anni, distrugge permanentemente la capacità del pianeta di ospitare la vita. Nonostante questo verdetto, il rapporto sostiene che né un “collasso” dell'attuale struttura della civiltà Nè “l'estinzione” della specie umana sono inevitabili. Una riorganizzazione di fondo del modo in cui le società producono, gestiscono e consumano le risorse potrebbe sostenere una nuova civiltà ad alta tecnologia, ma ciò comporterebbe una nuova “economia circolare”, basata su pratiche su vasta scala di riciclaggio attraverso le filiere di produzione e consumo, un passaggio completo all'energia rinnovabile, l'applicazione di metodi agro-ecologici di produzione del cibo e, con tutto questo, tipi molto diversi di strutture sociali.

In assenza di un grande salto tecnologico nella produzione di energia pulita come la fusione nucleare – che finora sembra improbabile – riciclaggio, conservazione ed efficienza nella gestione delle risorse minerali rimaste accessibili del pianeta dovranno essere intrapresi con attenzione e in modo cooperativo, con l'aiuto della scienza avanzata. Limiti alla crescita economica, o persino “decrescita”, dice il rapporto, non devono implicare una fine della prosperità, ma piuttosto richiedere una decisione consapevole, da parte delle società, di ridurre il proprio impatto ambientale, di ridurre il consumo superfluo e di aumentare l'efficienza – cambiamenti che potrebbero di fatto aumentare la qualità della vita e diminuire le disuguaglianze. Queste scoperte del nuovo rapporto al Club di Roma sono state confermate da altri grandi progetti di ricerca. Nel gennaio dello scorso anno, un dettagliato studio scientifico dell'Istituto per la Sostenibilità Globale dell'Università Anglia Ruskin commissionato dall'Istituto dei periti, ha scoperto prove “schiaccianti” dei limiti delle risorse:

“... su una gamma di risorse sul breve (anni) e medio (decenni) termine... I limiti delle risorse aumenteranno, bene che vada, i prezzi dell'energia e dei beni durante il prossimo secolo e, male che vada, innescheranno un declino a lungo termine dell'economia globale e il disordine civile”.

La buona notizia, però, è che “Se i governi e gli agenti economici anticipano i limiti delle risorse ed agiscono in modo costruttivo, molti degli effetti peggiori possono essere evitati”. Secondo il dottor Aled Jones, autore principale dello studio e capo dell'Istituto per la Sostenibilità Globale:

“I limiti delle risorse, bene che vada, aumenteranno costantemente i prezzi di energia e beni durante il prossimo secolo e, male che vada, potrebbero rappresentare un disastro finanziario, con i patrimoni dei regimi pensionistici di fatto spazzati via e le pensioni ridotte a livelli trascurabili”.

E' imperativo riconoscere che “la riduzione di risorse aumentano la possibilità di un limite alla crescita economica nel medio termine”. Nel suo rapporto del 2014 al Club di Roma, il professor Bardi adotta una visione a lungo termine delle prospettive per l'umanità, osservando che le molte conquiste tecnologiche delle società industriali significano che c'è ancora una possibilità ora di assicurare la sopravvivenza e la prosperità ad una futura società post industriale:

“Non è facile immaginare i dettagli della società che emergerà su una Terra spogliata dei sui minerali ma che mantiene ancora un alto livello tecnologico. Possiamo dire, tuttavia, che gran parte delle tecnologie cruciali per la nostra società possono funzionare senza minerali rari o con delle quantità molto ridotte di quei minerali, anche se con modifiche e con un'efficienza minore”.

Anche se strutture industriali costose e ambientalmente invasive “come autostrade e viaggi aerei” diventeranno obsoleti, tecnologie come “Internet, computer, robotica, comunicazioni a lungo raggio, trasporti pubblici, case confortevoli, sicurezza alimentare ed altro” potrebbero rimanere accessibili col giusto approccio – anche se le società attraversano crisi disastrose nel breve termine. Bardi è sorprendentemente pratico circa il significato del suo studio. “Non sono un catastrofista”, mi ha detto. “Sfortunatamente, l'esaurimento è un fatto della vita, come la morte e le tasse. Non possiamo ignorare l'esaurimento – proprio come non è una buona idea ignorare la morte e le tasse...”


“Se insistiamo nell'investire gran parte di ciò che rimane per i combustibili fossili, allora siamo davvero condannati. Tuttavia penso che abbiamo ancora tempo per gestire la transizione. Per contrastare l'esaurimento, dobbiamo investire le risorse che ci rimangono in energia rinnovabile e tecnologie di riciclaggio efficienti – cose che non sono soggette ad esaurimento. E dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi, cioè prima che il ritorno energetico dei combustibili fossili sia declinato così tanto che non ci rimane altro da investire”.