Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 10 febbraio 2015

Il ruolo dei collassi sociali nei cicli storici (II)

DaThe Oil Crash”. Traduzione di MR




Cari lettori,

nel post di oggi vi presento la seconda parte dell'estratto della sezione 9.1 del libro “Nella spirale dell'energia”, di Ramón Fernández Durán e Luis González Reyes. Nel post di oggi si analizza l'inevitabilità del collasso della società industriale e le sue fasi.

Saluti.
AMT

Inevitabilità del collasso della civiltà industriale

La vulnerabilità del capitalismo fossile (capitalismo basato sui combustibili fossili, ndt) globale

Il sistema socioeconomico attuale ha elementi di resilienza importanti. Uno è che l'alta connettività aumenta la capacità di rispondere rapidamente alle sfide. Per esempio, se manca il raccolto in una regione, la fornitura alimentare si può dislocare in un altro luogo del pianeta (se interessa, la stessa cosa si potrebbe dire di una parte sostanziale del sistema industriale. Un'altra espressione della resilienza è il dislocamento del rischio in altri luoghi esterni agli spazi centrali e del presente attraverso l'ingegneria finanziaria. Tuttavia, la connettività aumenta anche la vulnerabilità del sistema, visto che, a partire da una certa soglia, non si possono più compensare gli squilibri e il collasso dei singoli sottosistemi colpisce il resto. Il sistema funziona come un tutto interdipendente e non come parti che si possano analizzare isolate (Stati Uniti, UE, Cina) e molto meno che possano sopravvivere da sole. Inoltre, si è raggiunta la connettività massima: non esiste più un “fuori” del sistema-mondo, il mondo è “pieno”. Non c'è più la possibilità di migrare ne di ricevere aiuto da altri luoghi. La figura 9.3 visualizza le implicazioni di questa connettività. Si può partire da un nodo qualunque, come la mancanza di accessibilità a gas e petrolio (in alto a sinistra) e seguire come questa carenza si trasmetta a tutto il sistema.



Figura 9.3: Complessità ed interdipendenza del sistema attuale.



Inoltre, una maggiore connettività implica che ci siano nodi nei quali si può scatenare il collasso. Per esempio, il sistema economico altamente tecnologico dipende sempre di più dalla disponibilità di materei prime, di modo che la possibilità che ne manchi una aumenta e, con esso, il rischio sistemico. Questa è un'applicazione del minimo di Liebig, secondo la quale la risorsa che è disponibile in minore quantità è quella che determina tutte le altre. In questo senso, troppe interconnessioni fra sistemi instabili possono produrre di per sé stesse una cascata di errori sistemici.

Ma il capitalismo globale non solo è interconnesso, ma è una rete che ha pochi nodi che sono centrali. Il collasso di uno di quei nodi sarebbe (quasi) impossibile da correggere e si trasmetterebbe al resto del sistema. Alcuni esempi sono: 1) Tutta la struttura economica dipende dalla creazione di denaro (credito) da parte delle banche. Inoltre, dipende dalla creazione di denaro da parte di pochissime banche, quelle che sono “troppo grandi per fallire”. Inoltre, il sistema bancario si è fatto più opaco, pertanto più vulnerabile, con il primato del mercato nascosto. 2) La produzione in catene globali dominate da poche multinazionali fa sì che l'economia dipenda dal mercato mondiale. Queste catene funzionano just in time (con poco magazzino), sono fortemente dipendenti dal credito, dall'energia a basso costo e da molte materie prime diverse. 3) Le città sono spazi di alta vulnerabilità per la loro dipendenza da ogni tipo di risorsa esterna che si possono acquisire solo grazie ad una fonte energetica economica e ad un sistema economico che permetta lo sfruttamento della ricchezza. Ma, a loro volta, sono un agente chiave di tutta la struttura tecnologica, sociale ed economica.

In questo groviglio interconnesso, il collasso non avrà una sola causa, ma si produrrà per l'incapacità del sistema di risolvere una moltiplicazione di sfide in diversi piani in una situazione di mancanza di resilienza: collassi di stati, crisi monetarie e finanziarie, blocco di infrastrutture (caduta della rete elettrica, sciopero nei trasporti), rialzi dei prezzi dell'energia o di determinate materie prime, ecc. Il collasso avviene in situazioni di alti livelli di stress su diversi piani del sistema. E' quello che è accaduto all'Impero Romano e alla civiltà Maya.

Pertanto, la connettività gerarchizzata è un elemento intrinseco del capitalismo fossile globalizzato che lo rende più vulnerabile, anche se non è l'unica causa di vulnerabilità. Una seconda causa è la velocità. In una società capitalista, che è qualcosa di più di un'economia capitalista, il beneficio a breve termine è la prima cosa. E questi benefici si valutano in tempi sempre più brevi: anni, trimestri, settimane, giorni, ore. Ciò implica che la capacità di previsione e di proiezione futura sia poca. Inoltre, il capitalismo ha bisogno di crescere in modo accelerato.

Un terzo elemento di debolezza è che la società capitalista globalizzata si è trasformata in una estrattrice efficiente di risorse del pianeta, pertanto non ha un cuscinetto con cui affrontare le sfide ha ha di fronte. Sotto questo punto di vista, le società del passato erano molto meno vulnerabili di quella attuale ad un cambiamento climatico e, tuttavia, questo è stato un innesco di grandi cambiamenti. A questo si somma la legge dei rendimenti decrescenti.

Inoltre, questa è una situazione di ritorno indietro molto difficile. Analogamente a come indichiamo quando parliamo dell'apparizione dell'agricoltura, dell'industrializzazione e dell'uso massiccio di energia,  il capitalismo fossile ha segnato un punto di quasi non ritorno. Una volta stabilito un modo di vivere urbano, un'economia mondializzata, un consumo materiale in aumento e una dimensione della popolazione elevata, sganciarsi da questo consumo energetico richiede un grande cambiamento di civiltà, per cominciare perché l'energia abbondante è l'elemento nodale dell'incremento di produttività che sta dietro al sostentamento dei benefici capitalisti.

La probabilità del collasso dipende anche dalle tecnologie che si utilizzano. Per esempio, una tempesta solare non produrrebbe effetti in una società agraria e invece sarebbe devastante in una società super tecnologica. Così, il crollo del sistema elettrico sarà disastroso.

I sistemi sociali, essendo complessi, evolvono in modo non lineare, ma anche questo avviene con elementi centrali per il loro supporto. Per esempio, abbiamo già analizzato come nella diminuzione del EROEI appare un “precipizio energetico” a partire da 10.1. Questo elemento può essere anche più grave nella misura in cui si mascheri con agrocarburanti e i petroli non convenzionali.

Una grande stratificazione sociale genera un incremento delle tensioni ed è stato dietro a grandi cambiamenti sociali. In molte occasioni, i conflitti di classe sono anche conflitti ambientali, poiché lo sfruttamento dell'ambiente e dell'essere umano hanno proceduto in parallelo. A questo si deve aggiungere che, nelle società diseguali, la preservazione dello status quo assorbe quasi tutti gli sforzi delle élite.

Per ultimo, nella storia della vita, l'apparizione di forme più complesse non ha comportato la sparizione delle forme più semplici, ma si è verificata un risistemazione simbiotica (dalla prospettiva "macro"). Questo ha permesso ai sistemi di avere più resilienza. Tuttavia, nelle società dominatrici, l'incremento di complessità ha distrutto le forme meno complesse, perdendo diversità culturale e biologica. Non è solo che non esiste più un “fuori” come dicevamo, ma che il capitalismo non può coesistere con altre forme organizzative che va fagocitando nella sua crescita inarrestabile.

Prima di tutto questo, si pone (più col cuore che col cervello) la question se l'intelletto umano sarà capace di schivare il collasso. Per questo, alcuni degli strumenti principali saranno i progressi tecnologici. Ma abbiamo già mostrato l'insostenibilità di questa opzione. Inoltre, il cervello umano ha dei limiti nel comprendere i sistemi, le cose lontane e lente  (Homer-Dixon, 2008; Boyd, 2013b; Cembranos, 2014b), il che non significa che non le possa intuire e comprenderle in modo rudimentale. Questo problema è ancora più sentito nella società dell'immagine e dell'intrattenimento nella quale i problemi vengono negati o distorti e si modella un pensiero semplice. La mancanza di comprensione completa della complessità è uno di principali impedimenti alla previsione del collasso, poiché suppone che i limiti sono difficili da percepire. Si può essere in transito verso una situazione senza ritorno senza notarlo e, quando si supera il punto di biforcazione, i cambiamenti sono già rapidi e inarrestabili.

La difficoltà umana coi processi lenti parte dal fatto che il sistema nervoso, di fronte ad un pericolo repentino, incita alla difesa (se vede la possibilità di far fronte al pericolo) o a scappare (se non la vede), ma non ha una buona preparazione di fronte ad una minaccia che si sviluppa lentamente. Il collasso di una civiltà impiega molti decenni, anche vari secoli, e la riduzione è abbastanza graduale per la percezione umana, anche se in termini storici è rapida. All'inizio, i segni del collasso sono difficili da percepire per la maggior parte della società; poi si tende a pensare che un qualsiasi periodo di stabilità significhi che il collasso si è fermato; alla fine, quando si accumula il degrado sociale, è questo lo stato che si percepisce come “naturale”. Una prova storica dell'incapacità delle società umane, comprese le meno complesse che dovevano analizzare meno dati o forse nessuno per prevedere ed evitare il collasso, è che pochissime, o forse nessuna, sono state consapevoli del fatto che entravano in una crisi di civiltà. I grandi cambiamenti dei sistemi socioeconomici sono considerati come tali retrospettivamente. Nel caso dell'Impero Romano, la popolazione non è sembrata essere consapevole di tutto il processo di decadenza. Delle sconfitte militari sì, ma non della situazione di fondo.

Ma, anche nei casi in cui si è verificata una risposta, questa ha sofferto di una visione a lungo termine, specialmente nelle società al di fuori dello stato stazionario. Queste hanno adottato “soluzioni” per i problemi del presente spostando i problemi nel futuro. E' successo così con la Rivoluzione Industriale. Il finale di questo comportamento è che i problemi sono di grandezza tale che l'unica soluzione è il collasso del sistema.

Oltre alle sue limitate capacità intellettuali, l'essere umano non si muove solo con la ragione, nemmeno in prevalenza. Prima ci sono le emozioni. Siccome le emozioni primeggiano, le risposte rapide, in molti casi una ricompensa immediata o un pericolo imminente, si muovono di più che altre spostate nel tempo. Inoltre, l'essere umano ha un rifiuto innato per ciò che causa disagio, il che porta persino al blocco della percezione di ciò che sta succedendo, e la transizione verso una società meno complessa che usi meno energia, molta meno energia, non è una situazione desiderabile a priori. A questo si aggiungerà la pigrizia e l'apatia quando non si trova il senso dell'azione. Sommati alla ragione e all'emozione (che non sono separabili) sono cruciali i sistemi di valori. Quello predominante manca di una visione oltre all'io. Più avanti torneremo su questi concetti.

Alla fine, il collasso può arrivare ad essere desiderato da ampi strati sociali, poiché supporrebbe lasciare il pesante e crescente carico materiale, energetico ed economico di sostenere la complessità. In contrapposizione, le élite avranno invece una perdita netta e, per evitarla, proietteranno l'immagine del collasso come disastro per tutto il mondo.

Il collasso caotico e profondo come opzione più probabile

Di fronte alla Crisi Globale, appaiono quattro opzioni teoriche che abbiamo già indicato per i sistemi complessi: 1) che rientri tutto dopo una crisi; 2) fare un salto in avanti; 3) collasso ordinato o 4) caotico. Ora le analizzeremo per il capitalismo globale e per la società industriale.

La prima opzione è che non ci sia un cambiamento sistemico e che la Crisi Globale non vada oltre una normale crisi. Potrà accadere qualcosa come quello che abbiamo visto nella Cina imperiale, nella quale le risorse disponibili avevano un tasso di recupero rapido, principalmente per la sostenibilità dell'agricoltura, perché la base del lavoro era umana ed animale e perché le infrastrutture potevano servire da cave di nuove risorse. Questo permetteva che, dopo i periodi di crisi, arrivassero nuovi momenti di espansione. In realtà, le crisi cinesi non provenivano da un esaurimento delle risorse, ma da un leggero uso eccessivo che poteva tornare con una certa facilità a tassi sostenibili. Nessuna delle condizioni che hanno permesso alla Cina di evitare il collasso esistono oggigiorno, specialmente perché il livello di uso eccessivo delle risorse è più accentuato e il degrado ambientale molto profondo.

La seconda opzione sarebbe realizzare un salto in avanti. Per esempio, all'inizio della Rivoluzione Industriale, l'Inghilterra era di fronte ad un problema di limite delle risorse (legno). Tuttavia, non ha subito un collasso, ma ha realizzato una progressione impressionante: ha sostituito il legno con il carbone, cosa che le ha permesso inoltre di espandere l'estrazione di risorse a molti altri territori. Fare questo oggi implicherebbe cambiamenti di organizzazione a livello sociale e, soprattutto, un maggiore consumo e più intensivo. Ma questo è impossibile, specialmente sul piano materiale ed energetico, ma anche dal punto di vista economico.

Pertanto, l'unico modo di evitare il collasso caotico del capitalismo globale è ridurre la complessità in modo ordinato. Sarebbe qualcosa di simile ad una giusta decrescita (Herrero e González Reyes, 2011; González Reyes, 2012b). ma crediamo che questo non si verificherà per molteplici ragioni, nelle quali entriamo in seguito.

Non ci sono esempi storici di qualcosa di simile in società dominatrici, quelle che si potrebbero avvicinare di più, come la forte diminuzione negli stati Uniti e nel Regno Unito del consumo energetico delle loro popolazioni durante la Seconda Guerra Mondiale in modo pianificato e in grande misura volontario, non le ha rese più resilienti, poiché supponevano un aumento degli eccessi: i risparmi domestici sono stati destinati, in modo più ampio, alla guerra. Le società dominatrici in modo ricorrente sono state incapaci di affrontare le cause ultime delle crisi sistemiche.

L'opzione delle élite è quella del business as usual, con una tonalità verde, violetta o di inclusività, nel migliore dei casi. Questa intenzione di mantenere le proprie politiche della fase di crescita (potenziamento su grande scale, urbanizzazione, velocità, specializzazione, competizione), al posto di altre e più adeguate a questa congiuntura (riduzione, ruralizzazione, efficienza, cooperazione), produrrà un deterioramento ancora maggiore delle condizioni sociali, istituzionali ed ambientali e renderà più inevitabile il collasso improvviso.

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In un'altra sezione, abbiamo mostrato la debolezza dei movimenti sociali rispetto al potere delle élite. Una debolezza che è anche maggiore se ci concentriamo alla sua limitazioni come capacità e desiderio di affrontare una diminuzione del consumo materiale ed energetico. Non è prevedibile che questa carenza si risolva a breve termine, fra le altre ragioni perché probabilmente le interrelazioni di tutto il sistema non si mostreranno al grande pubblico e si continuerà a presentare ogni problema in modo isolato e con una soluzione parziale. A questo si somma la penalizzazione della cooperazione nelle società capitalistiche rispetto alla gratificazione e alla competitività. Il fatto è che le classi media ed una parte sostanziosa della popolazione più sfruttata hanno aderito (o “le hanno aderite”) al mito del progresso. Questa debolezza della mobilitazione sociale ha come rovescio la sensazione di invulnerabilità nelle élite e, in parallelo, la percezione accresciuta di mancanza di potere da parte delle classi popolari, rendendo più difficile l'articolazione antagonista.

Probabilmente, la ragione più strutturale è che la giusta decrescita implicherebbe uno smontaggio ed un abbandono di gran parte dell'infrastruttura costruita (del capitale fisico), dei mezzi di riproduzione del capitale (finanziari e produttivi, soprattutto quelli globalizzati) e della cultura del progresso e della crescita. In fondo, vorrebbe dire l'abbandono della pulsione della società capitalista a non concepire ed ipotizzare i limiti ambientali ed umani.

Così, resta solo il collasso caotico, la decrescita ingiusta. Come è avvenuto in altri momenti storici di fallimento di diverse organizzazioni sociali, ci saranno forti crisi economiche e tagli nei mercati; ribellioni e cadute di regimi; riduzione della stratificazione sociale e semplificazione degli stili di vita; de-urbanizzazione; aumento delle migrazioni e diminuzione della popolazione. Anche se, all'interno di questo grande quadro ci sono molti grigi, che saranno i risultato delle articolazioni sociali che si mettono in marcia. Inoltre, questo processo potrà evolvere verso gli ecomunitarismi, come suggeriremo.

Se la decrescita ingiusta sembra la cosa più probabile, la questione seguente sarebbe chiarire quanto il cambiamento sarà profondo. Delle tre condizioni che segnaliamo (tempo di riparazione, sinergia dei cicli e grado di eccesso), le ultime due sono chiaramente presenti. Da un punto di vista panarchico, la vulnerabilità si produce in cicli distinti. Per cominciare, perché attualmente la capacità di influenza umana in questi è vitale, poiché siamo nell'Antropocene. L'essere umano è condizionato da macro sistemi come il clima e da micro sistemi come l'impollinazione delle api. Ma si verifica anche la relazione opposta, poiché le catastrofi ambientali hanno una ripercussione economica che, a sua volta, è globale e si espande in tutto il corpo sociale, nelle istituzioni e nei valori.
Abbiamo già argomentato sul grado di forzatura ecosistemica, minerale e fossile del pianeta. Così, la cosa più probabile è che questo fallimento, che si sta già producendo, sia profondo e che copra una vasta gamma di sistemi.

Inoltre, crediamo che sarà un collasso di una dimensione mai vista prima nelle società umane, poiché comporta elementi assolutamente nuovi: 1) Le società industriali sono le prime nella storia umana che non dipendono da fonti energetiche e materie prime rinnovabili, il che rende enormemente difficile la transizione e il recupero, poiché implicherà un cambiamento aggiunto della matrice energetica e materiale. 2) Il grado di complessità sociale (specializzazione, interrelazione) è molto maggiore e, di conseguenza, il percorso di semplificazione lo sarà a sua volta. 3) La centralizzazione dei nodi del sistema (concentrazione di potere) e il grado di eccesso sono qualitativamente inediti. 4) Il recupero degli ecosistemi sarà molto lento e complesso. Inoltre, probabilmente i nuovi equilibri che si raggiungono saranno diversi da quelli del passato. 5) Non solo non c'è un “fuori” nel sistema-mondo, ma non c'è un “fuori” nella Terra. Non ci saranno zone di rifugio. Così, anche se durante tutto il capitolo raccoglieremo esempi di collassi passati, questi possono illustrare solo alcuni aspetti di ciò che sta cominciando a succedere.

Tappe del collasso

I diversi sistemi che abbiamo analizzato nel libro (città, Stati, soggettività, tecnologia, economia) non collasseranno tutti insieme, ma saranno gli elementi più vulnerabili che lo faranno per primi e, a partire da quelli, si estenderà il processo mediante molteplici anelli di retroazione positiva che produrranno delle irreversibilità che renderanno impossibile tornare indietro nel cambiamento di civiltà. La velocità di caduta di ognuno dei sistemi sarà diversa, poiché le velocità dei loro cicli a loro volta lo sono. In questo modo, mentre il fallimento del sistema finanziario sarà rapido, il cambiamento delle soggettività sociali sarà più lento e l'emersione di nuovi equilibri ecosistemici e climatici molto di più. Anche se non ci sarà una sequenza chiara, ma un groviglio di processi interconnessi in parallelo, andiamo ad abbozzare una certa concatenazione di eventi. Il resto del capitolo segue, con una certa flessibilità, questa sequenza, che inoltre è l'unità di analisi che abbiamo mantenuto per tutto il libro:

  1. Fine dell'energia abbondante, concentrata ed economica come esponente del degrado della biosfera, che peggiorerà nel corso del XXI secolo.
  2. Collasso monetario-finanziario. Crisi delle banche, dei mercati speculativi e del credito. Anche delle monete globali.
  3. De-globalizzazione e decrescita. L'energia cara e lo strangolamento del credito affogheranno il commercio, specialmente quello internazionale. L'economia si rilocalizzerà e comincerà a produrre un cambiamento del metabolismo sociale. 
  4. Riduzione demografica a causa della crisi alimentare e sanitaria e delle guerre. Questa sarà una delle tappe lente che comincerà con l'aggravamento della crisi economica, delle condizioni ambientali e dall'assistenza, ma che si andrà approfondendo a seconda di come trascorrano le nuove fasi.
  5. Nuovo ordine geopolitico. Guerre per le risorse e regionalizzazione.
  6. Fallimento degli Stati fossili. Il sistema politico non sarà in grado di continuare a funzionare e perderà la propria legittimità. Lo Stato si riconfigurerà e, in alcuni territori, scomparirà. 
  7. Declino urbano. Senza ordine economico globalizzato, né stati forti Nè energia abbondante, le grandi urbe saranno abbandonate progressivamente e si trasformeranno in miniere.
  8. Incapacità di sostenere l'alta tecnologia. Perdita massiccia di informazioni e di conoscenze. Questa tappa sarà lenta e si svilupperà dopo il crollo dell'economia globale.
  9. Cambiamento dei valori dominanti. Fine del mito del progresso e nascita di nuoi riferimenti nei quali la sostenibilità e una svolta verso una concezione più collettiva dell'esistenza saranno elementi centrali, il che implicherà necessariamente una maggiore liberazione umana.
  10. Da tutto questo emergeranno nuove lotte ed articolazioni sociali che si muoveranno fra neofascismo e attenzione per la vita comunitaria. Le prime saranno maggioritarie fino al fallimento dello stato fossile. Le seconde potranno aprirsi la strada a partire da questa tappa. In qualsiasi caso, i nuovi ordini sociali non si coaguleranno finché il congiunto sociale non cambierà “dei”. 

Anche se molti dei processi sono già cominciati (fine dell'energia abbondante e a buon mercato, crollo finanziario, crisi del commercio globale, nuovo ordine geopolitico, delegittimazione degli stati), crediamo che, intorno al 2030, si produrrà un punto di inflessione nel collasso della civiltà industriale come conseguenza dell'impossibilità di evitare una brusca caduta del flusso energetico. Abbiamo già visto che, intorno a questa data se non prima, si produrrà il picco dei tre combustibili fossili e dell'uranio. Inoltre, se si considera l'EROEI, nel 2030 l'energia proveniente dal petrolio potrebbe essere un 15% di quella del picco. A partire da allora, sarà materialmente impossibile che funzioni un sistema economico globale. Ed abbiamo già analizzato che non esiste un sostituto energetico possibile al petrolio e men che meno all'insieme dei combustibili fossili, il che include i combustibili di scisto o da altre sorgenti simili. Se questo non bastasse, per il 2030 si potrebbe aver superato la soglia che porta il cambiamento climatico verso un altro stato di equilibrio del sistema Terra notevolmente più caldo (Combes e Haeringer, 2014), anche se, nell'ipotesi che la crisi economica sia molto profonda e rapida, questo potrebbe non accadere.

Fino a quel momento si cercherà di mantenere le stesse politiche di crescita, adattate e condizionate dalle circostanze, questo sì. Continueranno gli scenari business as usual e ilcapitalismo verde”. In realtà sarà solo una cosa: un business as usual con qualche tinta di transizione post-fossili, ma non post-capitalista. Le diminuzioni reali della disponibilità di combustibili fossili saranno più pronunciate di quelle che ci si attende per cause geologiche. Inoltre, la loro disponibilità sui mercati internazionali sarà minore dell'estrazione, perché progressivamente ci saranno più paesi che smettono di esportare. Per questo, avanzerà la de-globalizzazione. Gli Stati che possono, entreranno in una guerra interna ed esterna per sostenere la propria struttura, cercando di controllare la popolazione e le risorse fondamentali. Il mantenimento di queste politiche suicide comporterà che il declino energetico finisca con un collasso più brusco a partire da questo punto di inflessione che, come dicevamo, può trovarsi intorno al 2030.

Tuttavia, nei mondi contadino e indigeno meno alterati, dove già in parte ci si trova in un metabolismo non fossile, il collasso sarà molto meno brusco e gli impatti meno duri. Ci saranno anche regioni che sentiranno un alleggerimento della pressione che subiscono a livello statale ed economico. Anche se la lotta per le loro risorse naturali continuerà ad essere forte.

Più avanti di questo punto di inflessione, il carbone sarà caro e verrà esportato sempre di meno, anche se più del gas, che sarà chiaramente in declino. Il commercio internazionale di petrolio quasi scomparirà. In questo contesto, il capitalismo ed i sui possibili derivati potranno ormai mantenersi solo precariamente e in base alla violenza. Sarà a partire da allora che si materializzano gli scenari più duri, si rendono inabitabili le città e crolla Internet. Si produrrà un collasso progressivo della civiltà industriale globale. Detto collasso sarà un Lungo Declino verso società post-fossili che probabilmente durano secoli, con piccoli recuperi momentanei e periodi lunghi e profondi di depressione e crisi che produrranno delle irreversibilità.

Crediamo che le società e-comunitarie si potranno sviluppare soltanto, oltre a esperienze piccole e straordinarie o in spazi non modernizzati, quando si sia prodotto il fallimento dei poteri economici e politici, oltre il decennio del 2030. Cioè, che prima di avere un'opportunità reale di cambiamento e-comunitario bisognerà attraversare una tappa molto dura di distruzione sociale e molti livelli. Il compito dei movimenti sociali in questa fase sarà cruciale per seminare i progetti che potranno affiorare in seguito, rendere possibili le condizioni sociali perché questo sia fattibile e far sì che il collasso sia il meno profondo possibile, soprattutto a livello ecosistemico. Senza questo lavoro, è improbabile che possano sorgere queste nuove società emancipatrici. E non sarà per niente facile nemmeno dopo, anche se il contesto darà più opportunità. Ci sarà una grande diversità di organizzazioni sociali, che si potrà muovere in varietà intermedie molteplici fra ecofascismi ed ecomunitarismi.

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Naturalmente, l'anno si deve intendere come un riferimento di stima. La cosa più rilevante non è se questo punto sarà nel decennio del 2030 o in quello del 2040, ma i processi che si scateneranno e che verranno vissuti da gran parte della popolazione attuale.

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