martedì 19 aprile 2016

La grande sconfitta del referendum: lettera aperta agli ambientalisti



di Ugo Bardi

Ora che il grande rumore del referendum sulle trivelle si è un po' calmato, credo che sia tempo di riflettere su quello che è successo. E, a questo punto, mi sento di poter dire con certezza che è stata una pesante sconfitta per chi, in Italia, si definisce come ambientalista. Non so se questo referendum era nato fin dall'inizio come una trappola contro gli ambientalisti; probabilmente no, ma lo è diventato rapidamente. Arrivati a un certo punto, per il governo (e per la lobby dei fossili che lo sostiene) non c'è stato bisogno di fare altro che stare a guardare mentre gli ambientalisti scavavano la buca nella quale si sarebbero poi seppelliti da soli.

Non servivano particolari virtù profetiche per prevedere come sarebbe andata a finire: bastava guardare la pagina di Wikipedia intitolata "consultazioni referendarie in Italia". Dal 1997, c'erano state sette consultazioni referendarie (oggi sono otto), nessuna delle quali ha raggiunto il quorum, eccetto quella sul nucleare del 2011. Ma, per quel referendum, c'era voluto uno tsunami planetario per smuovere la gente ad andare a votare. Come ci si poteva ragionevolmente aspettare che su un quesito così astruso come quello dell'ultimo referendum si potesse fare di meglio? E allora, non era il caso di prendere un po' le distanze da un referendum che non era nemmeno nato dal movimento ambientalista?

Eppure, non sembra che in molti si siano data la pena di fare questa ricerchina su internet e tutti si sono lanciati a testa bassa a propugnare il "si" anche con iniziative chiaramente fuori misura e controproducenti, tipo quella del "trivella tua sorella." Più che altro, la campagna per il "si" è stata debole, con slogan vaghi e poco efficaci (tipo "difendiamo il nostro mare") che hanno cercato di demonizzare le piattaforme petrolifere, ma senza riuscire a spaventare nessuno. Allo stesso tempo, abbiamo visto fior di rappresentanti del movimento ambientalista: ricercatori, politici, climatologi, gruppi, associazioni e formazioni varie, impegnare il loro prestigio e il loro nome su una battaglia che, come minimo, avrebbe dovuto essere percepita come molto rischiosa, se non completamente senza speranza. E quando uno impegna il proprio nome su una causa, la sconfitta lascia un segno. Un segno che non si cancella facilmente.

Certo, si potrebbe dire, con il Mahatma Gandhi, che in una buona causa non ci sono mai sconfitte. Forse è vero, certo però che ci vuole anche un po' di strategia per vincere una battaglia come quella in cui tanti di noi sono impegnati, quella di salvare il paese dal disastro economico e ecosistemico. Ed è, mi sembra chiaro, proprio quello che manca al movimento ambientalista: un minimo di strategia che non sia dire di no a tutto.

Guardate com'è ridotto il movimento ambientalista inteso come entità politica: a parte fare campagne per il "no" all'energia rinnovabile che "deturpa il paesaggio" cosa fa? Attenzione! Non mi fate dire che non esistono ambientalisti intelligenti: esistono, eccome! E si sta facendo molto, moltissimo lavoro a livello locale. Si sta spingendo per l'efficienza, per le buone pratiche, per la salute di tutti. Il problema, però, è che non tutto si può fare a livello locale, ignorando il problema politico nazionale. La questione della riduzione delle emissioni è una questione politica a livello nazionale ed internazionale: se i governi - incluso quello italiano - non si impegnano seriamente, non si potrà ottenere nulla. Il tentativo, in parte riuscito, del governo di demolire l'industria italiana delle rinnovabili è anche quello un problema politico a livello nazionale: non si installano impianti per l'energia rinnovabile se il governo mette i bastoni fra le ruote, come sta facendo. 

E quindi, il movimento politico che si rifà all'ambientalismo si è autodistrutto in una serie di decisioni sbagliate delle quali l'ultima è stata quella di impegnarsi per il si al referendum. Ma si è autodistrutto, più che altro, non riuscendo a impegnarsi su delle tematiche condivise anche da chi non si ritiene un ambientalista. Se uno vuol decrescere e sostiene di essere "felice", è una sua scelta legittima, ma non è un programma politico che può avere successo.

Allora, permettetemi di domandare se non vi sembra che un movimento ambientalista che voglia avere un minimo di impatto sulla società (e lo sappiamo quanto è disperatamente necessario averlo) dovrebbe essere d'accordo su certe cose fondamentali, soprattutto col fatto che è necessario sostenere l'energia rinnovabile, e sostenerla seriamente e con convinzione.  

Come facciamo a essere allo stesso tempo contro il nucleare e contro il petrolio se non riusciamo a identificare un'alternativa? Ci possiamo riuscire? O continueremo per sempre nella politica del "no a tutto"? Pensateci sopra.








lunedì 18 aprile 2016

Abbiamo perso; è una novità?


pandaCome da pronostico, sconfitta ambientalista.   Un terzo scarso degli aventi diritto è andato a votare ed il referendum non è passato.   Sorpresi?   Quante volte abbiamo già visto questo film?   Non credo che nessuno fra quelli che si sono attivati per il “SI” credesse davvero di poter vincere.

Del resto, questo referendum era nato da una contesa per il potere interna alla macchina dello stato ed al partito di governo.   Allora perché una sconfitta ambientalista?
Innanzitutto direi che bisogna distinguere i due fiaschi che il 17 si sono assemblati: il fiasco dell’istituto referendario ed il fiasco del movimento ambientalista.
referendum 17 aprile 2016Per quanto riguarda il primo, c’è poco da dire se non “Grazie Pannella”.   Fu infatti il leader radicale che, oramai tanto tempo fa, tentò di scardinare la macchina del potere partitico subissando il governo con una massa di referendum che, sperava, avrebbe obnubilato le capacità di reazione dei partiti.   Invece accadde il contrario.   Da un lato, fu messa a punto una tecnica estremamente efficace per boicottare i referendum, come abbiamo visto anche nei mesi scorsi.   Dall'altro, la maggior parte della gente si è stufata di troppe domande, troppo frequenti e troppo tecniche.   Risultato, il più democratico degli istituti è morto ammazzato dal suo più ardente paladino.   Si sapeva anche la settimana scorsa.   Amen.
Il secondo punto è più complicato, a cominciare dal fatto che questo referendum è nato nell'ambito di una lotta per il potere interna al PD ed alla macchina statale.   Tuttavia aveva delle implicazioni ambientali ed il movimento ci si è buttato.   Ha perso, ma quello che mi interessa qui è che non abbiamo perso ieri: abbiamo perso sempre.    Un movimento che 50 anni fa sembrava capace di cambiare l’agenda politico-economica globale si sta disintegrando senza aver ottenuto praticamente nulla.
Un dato questo inoppugnabile alla luce dei fatti: rispetto al 1970, la situazione ambientale del mondo è peggiorata in modo terrificante.   E’ vero, il panda non si è ancora estinto, anzi è in lieve ripresa.   Ma attenzione: ciò non è accaduto in forza di norme ed interventi del governo o di una presa di coscienza popolare.   Bensì come “sottoprodotto” del boom economico ed edilizio cinese che ha drenato verso le grandi città decine di milioni di contadini e montanari.   Questo ha dato temporaneo respiro ai boschi dove vivono i panda, ma intanto è raddoppiato l’inquinamento mondiale e con ogni probabilità abbiamo oramai superato il punto di rottura climatico.   Un po’ quello che è accaduto in Europa negli anni ’50 e ’60, più in grande ed in un contesto globale ben peggiore.
indicatori di crisi
E mentre quasi tutti gli indicatori mondiali di qualità ambientale peggiorano in maniera esponenziale (andate a leggere questo link), perfino sul piano culturale l’ambientalismo ha perso buona parte della la sua forza propositiva.   Ad oggi, in Italia ed in Europa esiste una piccola e radicata nicchia di persone preoccupate per l’ambiente, ma le associazioni storiche stanno scomparendo, quelle nuove non decollano ed alle riunioni si vedono sempre le stesse teste, sempre più bianche.   E mentre sui teleschermi assistiamo alla telecronaca in diretta del collasso della nostra civiltà, continuiamo a ripetere come dei mantra parole ormai prive di senso, come “sostenibilità” ed “efficienza”.   Né servono a molto quei pochi che, viceversa, accettano il ruolo di “foglia di fico” del sistema economico, sempre senza preoccuparsi minimamente di come questo si interfacci con la realtà.
Non è un caso se tutti i testi fondamentali per l’ambientalismo sono vecchi di 50 anni: “Silent Spring” 1962, “The Population Bomb” 1968, “The Entropy Law and Economic Process” 1971, “Limits to Growth” 1972.
Dopo è stato scritto molto e molto a proposito, ma i termini fondamentali della questione erano chiari allora ben più di ora.
Le opzioni possibili invece sono cambiate perché il tempo è passato e molte delle cose che non sono state fatte in passato non potranno essere fatte in futuro.
D'altronde, sull'altro fronte le cose vanno perfino peggio.   Se nel 1970 le principali industrie europee finanziavano lo studio che portò ai “Limiti dello sviluppo”, oggi il panorama economico è dominato da individui che si occupano di grattare il fondo del barile.   Oppure da ingenui che davvero credono che eliminando i pochi brandelli di tutele ambientali e sociali ancora esistenti si possa rilanciare una crescita economica che per noi è finita da anni e per il mondo (probabilmente) sta finendo proprio adesso.   Amen (un’altra volta).
Dunque la domanda che mi pongo è questa:   Ha ancora senso che esista un movimento ambientalista?   Se si, quali gli scopi che si dovrebbe prefiggere?
Non è una domanda nata oggi dalla sconfitta di ieri.   E’ una domanda nata 10 anni or sono dalla sconfitta di 50 anni consecutivi in cui non è stato possibile modificare di un millimetro la traiettoria suicida della civiltà umana.   Oggi semplicemente la ripropongo, perché ancora non ho trovato una risposta.
sconfitta e attesa       La aspetto, non ho fretta.


Come sfottere i referendari.


A commento del referendum di ieri, mi sembra che questo post ci stia tutto e ci stia benissimo!

Dal blog "Argento Fisico" di Er Monnezza

Renzie sfotte i referendari: "sconfitto chi aveva scopi personali" (!!!), #ciaone ...






Tho, che bello eh? Ci sputa pure in faccia, sto sboroncello da canonica del cazzo. Proprio parente stretto dei vari Lupi, Forminchioni ...

Il Fatto - Referendum trivelle, Renzi: “Sconfitto chi aveva scopi personali”.


Chi e' che aveva scopi personali? Io? Poi ti stupisci e fai la vittima e gridi "ai nazisti" se ti mandano a fare in culo? (notere dietro a PittiGrullo, oltre ai culi dei cavalli, tal Guidi ... e vedere sotto il link a tutti gli indagati del PD su trivellopoli)

La Cosa - Lo scandalo #Trivellopoli spiegato in 3 minuti

Total, amici degli amici, mariti non mariti, politici del PD ... a sfregio, proprio, le uscite di sto arrogante cazzoncello faccia da beota, Bertoldo Bertoldino e Cacasenno, mangiapane (e caviale) a tradimento.

Ma perche' agli italiani devono sempre piacere gli sboroncelli cazzoni e furbetti del cazzo, gli sparacazzate paraculati? .. ah, si, perche' cosi' e' l'italiano medio, certo, che sciocco. Ignorante, paraculo, cazzone .. traditore e voltagabbana ... gia'.

Poi leggo dalla Tampieri che su twitter sti renziani si sono anche divertiti a fottere con un bel #ciaone.

Che bello eh? Ora saremo energeticamente indipendenti! Yeah! :D .. e la benza costera' 20 cent al litro :D ... si, credici.

Comunque almeno bisogna ringraziare questa kermes perche' almeno adesso qualcuno in piu' sa come l'Italia e' il paradiso fiscale delle multinazionali petrolifere, che pagano le royalties piu' ridicole del pianeta, roba che persino nelle repubbliche delle banane africane pagano il doppio o il triplo (rimetteranno in pari il bilancio energetico del paese! .. tz) - un po' di persone in piu' sanno che in Romagna le citta' srofondano e si paga gia' piu' in ripascimenti per i bagnini di quanto di guadagna con le royalties, ecc, ecc. ... non si e' comunque mai parlato di quanti posti di lavoro ha massacrato Renzie nelle rinnovabili da quando e' al potere .. si vede che quelli sono posti di lavoro di serie B.

PS: Guarda che simpatica manipolazione delle menti anche qua (RAI 3):




chi non nota di che sto parlando e' radiato dal sito a vita

domenica 17 aprile 2016

Referendum: in una buona causa, non ci sono mai sconfitte





Il Mahatma Gandhi aveva sicuramente ragione quando ha pronunciato la frase che da il titolo a questo post. Credo però che sarebbe d'accordo anche lui che a furia di prendere mazzate sulla testa, uno finisce per sentire anche male.

Me lo aspettavo (vedere il mio post precedente) ma non ne sono certamente contento. Vi dirò che stamattina, quando c'era stato un momento di ottimismo sulla possibilità di arrivare al quorum, avevo avuto un attimo di felicità al pensiero che potevo aver cannato completamente la mia previsione. Ma non è andata così.

Non tutto è perduto, però, se da questa esperienza impareremo come ambientalisti perlomeno che ci sono delle cose che non dovremmo fare, ovvero: a) dire di no a tutto, b) essere quelli che perdono sempre, c) cascare sempre nelle trappole che ci tendono.


giovedì 14 aprile 2016

La trappola della scimmia


Di Jacopo Simonetta.

Questo articolo è già stato pubblicato sul n. 8 della rivista online "Overshoot".   Il numero è scaricabile gratuitamente a questo link:  http://www.rientrodolce.org/

La trappola della scimmia è un recipiente che contiene qualcosa di molto buono da mangiare; la scimmia vi infila la mano per prenderlo, ma il pugno chiuso non può uscire dalla bocca del vaso.   In realtà niente impedisce all'animale di lasciare l’esca e andarsene, ma non vuole rinunciare alla sua leccornia e così continua a stringere.   Ma più si agita, più monta il panico e più si stringono le dita, finché arriva il cacciatore che uccide la scimmia e se la mangia.

Oggetto reale o metafora dell’avidità umana poco importa. Qui vorrei utilizzarla come spunto per una riflessione su qualcosa che a noi umani è molto caro.   Qualcosa da cui siamo abituati ad attenderci ogni bene e che può diventare una trappola mortale.

Per arrivarci vorrei partire da un modello economico proposto da Herman Daly per spiegare come l’incremento della produzione di beni e servizi non necessariamente giova all'economia; anzi può diventare la macchina che la distrugge.  Sembra un paradosso, ma non lo è, come molti dei fenomeni che stanno condizionando il nostro presente ed il nostro futuro.

Partiamo da una semplice considerazione: ad ogni incremento della produzione corrisponde un aumento del vantaggio per il produttore.  Se vendere 100 pizze al giorno porta un determinato vantaggio, poniamo 100 euro di guadagno netto, produrre 200 pizze dovrebbe dare un vantaggio maggiore.   Di solito è così, ma di quanto?   Non di altri 100 €.   Perché?   Perché incrementando la disponibilità di un bene diminuisce il desiderio per il medesimo, mentre aumentano le spese per produrlo e commercializzarlo.

Ad ogni attività commerciale, come ai processi biologici, si applica l’implacabile legge dei ritorni decrescenti.   Qualunque cosa cresca, da un certo momento in poi, comincia ad incontrare una resistenza sempre maggiore al suo sviluppo finché questo necessariamente si arresta.
In termini termodinamici la faccenda si spiega col fatto che, man mano che qualcosa cresce, aumentano le sue necessità e, dunque, le sue difficoltà a reperire abbastanza energia per continuare a crescere.

Contemporaneamente, ogni accrescimento comporta anche un aumento dei costi, siano questi energetici, monetari o d’altro genere.   Per fare più pizze è necessario non solo comprare più farina e mozzarella, ma anche ingrandire il forno ed assumere personale.   Per reperire più cibo è necessario camminare di più.   Per catturare più luce occorre mantenere tronchi e rami sempre più grandi e pesanti.   Per pompare più petrolio è necessario perforare pozzi sempre più profondi eccetera.   Finché le uscite equivalgono alle entrate e la crescita si ferma.    Una legge che gli economisti conosco bene e che chiamano “legge del quando fermarsi”.

Quello che di solito non si dice è che, col tempo, le strutture realizzate per catturare energia si usurano ed aumenta quindi il bisogno di energia per la loro manutenzione.   Man mano che il tempo passa, il fabbisogno di energia aumenta, aumentano le difficoltà a reperirne abbastanza ed i sistemi cominciano a diventare fatiscenti, finché collassano.

Tutte le strutture dissipative, di qualunque natura e dimensione, invecchiano e muoiono; dalle cellule alle galassie.   Ed è un bene, perché è proprio questo che consente l’evoluzione.   “La Morte è l’artificio mediante cui si mantiene la Vita” diceva Goethe.

Tornando alle nostre preoccupazioni economiche, se è assodato che i vantaggi marginali non possono che diminuire ed i costi marginali non possono che aumentare, come è possibile pensare che la crescita economica possa proseguire all'infinito?

Sostanzialmente per due motivi:

Il primo è che, comunemente, si ritiene che i ritorni decrescenti si applichino alle singole attività, ma non alle economie complessive.   Si presume infatti che ci sia sempre la possibilità di inventare nuovi prodotti o servizi, man mano che quelli già disponibili raggiungono il fatidico livello d’arresto.   Un’idea che era perfettamente ragionevole quando fu concepita un paio di secoli or sono.

All'epoca, sulla Terra c’era meno di un miliardo di persone, abbondanza di risorse e spazi apparentemente illimitati in cui disperdere i nostri rifiuti.   Pensare la stessa cosa oggi, in un mondo in cui ogni giorno ci sono 300.000 persone in più a grattare il fondo del barile di risorse come l’acqua, il suolo, la biodiversità e l’aria; un mondo in cui le caratteristiche chimiche e fisiche dell’atmosfera e degli oceani sono state gravemente alterate dall'accumulo di rifiuti è semplicemente una stupidaggine.

Il secondo motivo è più interessante perché è vero che disponiamo di potenti mezzi in grado di spostare il famoso punto di equilibrio del “quando fermarsi” sia a livello di singole attività che di intere economie: la crescita demografica, la pubblicità (e tutti gli altri trucchi del consumismo), il progresso tecnologico.

Per capirne il ruolo dobbiamo osservare con più attenzione il modello di Daly.

a) 1 = Limite economico; 2 = Limite di saturazione; 3 = Catastrofe.  
Da H. Daly modificato.
 All'aumentare dei consumi, il vantaggio marginale diminuisce ed i costi salgono, fino a che si equivalgono.   Oltrepassare questo punto di equilibrio significa investire per distruggere ricchezza, anziché costruirne.  Chi potrebbe fare una cosa simile?   Eppure succede.

Vediamo meglio i tre punti di possibile crisi.

1 - Il “ Limite economico” si raggiunge quando la curva dei benefici calanti incrocia quella dei costi montanti.   E’ questo il famoso punto “quando fermarsi”.   Qui è fondamentale tener presente che, parlando di intere economie e non di singole attività, la curva dei costi include necessariamente anche tutte le esternalità che, invece, non figurano nei bilanci delle imprese.   Questo è uno dei motivi per cui spesso le imprese trovano vantaggioso spingere l’economia generale in territorio collettivamente negativo.

2 – Il “limite di saturazione” può trovarsi in qualunque punto della curva e corrisponde a quando la gente ne ha fin troppo di qualcosa.   Smette di comprare, la curva dei vantaggi precipita e finisce il gioco.   L’economia neoclassica nega formalmente l’esistenza di questo limite con il postulato di “non sazietà” la cui validità è però smentita dai fatti, oltre che dallo sviluppo iperbolico dell’industria pubblicitaria e, più in generale, tutto l’armamentario del consumismo.  



Ma anche altre forzanti, in particolare la crescita demografica, possono facilmente spostare il limite economico ben addentro al territorio della crescita anti-economica.    Cioè in posizioni in cui la somma dei costi, comprese le esternalità, supera i ricavi.   Parlando di economie, il fatto di aver raggiunto od anche superato il punto di equilibrio non significa infatti che tutte le attività siano negative.   Anzi, di solito alcune vanno meglio di prima ed altre nuove nascono, anche se si sviluppano a spese di altre che chiudono.
In pratica, l’economia diventa un gioco a somma negativa, ma ciò non impedisce che vi siano dei vincitori e poiché sono proprio questi che assurgono al potere vi sono ben poche possibilità che fermino la macchina.
Ma quel che è più importante, è che in questo modo ci avvicina al terzo limite.

3 – Il “Limite della catastrofe ecologica”.   Sappiamo, o dovremmo sapere, che qualunque attività umana modifica l’ecosistema da cui preleva le risorse necessarie e scarica i rifiuti risultanti.   Entro certi limiti, l’ecosistema si adatta, mantenendo comunque una sua funzionalità.

Oltre questo limite, l’ecosistema collassa in un sistema quasi privo di vita, completamente incapace di sostenere qualsivoglia attività umana.   L’esempio classico è quello della messa a coltura di territori vergini che può portare allo sviluppo di agro-ecosistemi molto complessi e vitali, così come a lande desolate a seconda dell’intensità con cui si sfruttano i suoli, l’acqua e la biodiversità.

Anche l’esistenza di questo limite viene esplicitamente negata, o perlomeno ridotta ad una possibilità del tutto teorica, dalla scuola economica corrente in base al presupposto che lo sviluppo economico sia in grado di produrre anche i mezzi per riparare i danni che produce.  Il fatto che un’infinità di attività e di economie siano già collassate assieme agli ecosistemi di cui vivevano non sembra interessare i grandi guru del denaro.

Ma ciò che qui ci interessa è il ruolo chiave rivestito dalla tecnologia.   L’effetto principale del progresso tecnico è infatti quello di rendere più efficienti i processi produttivi.

L’intera élite mondiale ed anche buona parte della risicata nicchia ambientalista conta proprio sull'aumento dell’efficienza produttiva per togliere dal fuoco le castagne dell’umanità senza che nessuno si faccia troppo male.

Ma se i processi produttivi diventano più efficienti, i costi di produzione diminuiscono, la curva dei costi marginali si sposta verso il basso ed il punto di equilibrio verso destra.   Eventualmente fino a coincidere con il punto di rottura che scatena la catastrofe.   Oltre, ovviamente, non ci sono più attività economiche di sorta.

Parlando di economia globale, non sappiamo esattamente dove questo “punto” si trovi, anzi potremmo addirittura averlo già superato.   Non possiamo saperlo, ma possiamo essere certi che c’è.


In altre parole, l’aumento di efficienza produttiva e commerciale portano benefici a chi se ne serve, ma a costo di avvicinare progressivamente il sistema alla soglia di collasso.   Finché vi sono ampi margini di manovra, rappresentati da risorse e possibilità di smaltimento prive di forti controindicazioni, i vantaggi superano certamente gli svantaggi.

Non per nulla in ogni società che è collassata i successi del passato hanno indotto la gente a tenersi stretto il suo progresso.   Esattamente come fa la scimmia con la sua pagnotta.

D'altronde, per la scimmia fare diversamente significherebbe rimanere a pancia vuota.   Per una società umana mollare la presa significherebbe avviare volontariamente il proprio declino politico ed economico.   Cioè restare a pancia vuota, essere invasi o, perlomeno, rischiare parecchio.   Ma continuare ad alzare la posta ha sempre avuto il risultato di rimandare la resa dei conti finché non sopraggiunge il cacciatore, nelle vesti di una raffica di catastrofi tanto più devastanti, quanto più a lungo è stato possibile rimandare.

Sono pochissimi e parziali gli esempi storici di società che sono state capaci di fermarsi ad un livello a cui era ancora possibile stabilizzare il sistema per periodi relativamente lunghi.

Dunque il rilancio economico ed ancor più il progresso tecnologico da cui ci attendiamo salvezza sono esattamente quelle cose che hanno già condannato a morte molti di noi e forse l’umanità intera, se non la Biosfera.

Dovremmo allora considerare “cattiva” la tecnologia?    Sarebbe come se un gatto considerasse cattivi i propri artigli perché gli hanno permesso di catturare tutti i topi del quartiere.   Non ha senso.   Tra l’altro, avremo bisogno di tutto quel che abbiamo per scendere la parte destra del “Picco di Seneca”.

Il fatto è semplicemente che abbiamo elaborato una forma di evoluzione troppo efficiente e questo ci ha permesso di distruggere una buona fetta del Pianeta.  Per chi ne ha assaporato i frutti, è stato bello non sentire più la fame, poter guarire da tante malattie, andare in vacanza ed in pensione, viaggiare in automobile o in aereo, eccetera.   Niente di strano che più sentiamo sfuggirci tutto ciò, più forte stringiamo le dita.   E chi è vissuto sperando di realizzare lo stesso sogno, ucciderà e morirà prima di rinunciarvi. La tecnologia ci ha spacciati non già perché sia cattiva, bensì perché funziona troppo bene!

Ci sarebbero, o ci sarebbero stati, a mio avviso almeno due modi per sfuggire alla trappola.   Man mano che la tecnologia riduceva i costi di produzione, si sarebbero dovuti imporre limiti crescenti alla disponibilità delle risorse e/o al diritto di acquistare determinati beni o servizi.   Gli strumenti per ottenere questo erano molti: dalla tassazione al razionamento, ma in ogni caso una cosa simile avrebbe significato semplicemente la fine dell’economia di mercato.

Una mostruosità che solo a dirla scatena derisione e scandalo, ma che accadrà comunque in un futuro non lontano e senza bisogno di riesumare ideologie che hanno già ampiamente fallito.   Basterà che una risorsa insostituibile raggiunga costi di estrazione, raffinazione e trasporto eccessivi per il mercato. Per fare un esempio fra i tanti possibili, che faremo quando il petrolio avrà dei costi di “produzione” di 150 $ al barile?   A quel prezzo non potrà essere venduto, ma neppure se ne potrà fare a meno.   Dunque, semplicemente, l’industria petrolifera sarà in qualche modo nazionalizzata o militarizzata e continuerà a lavorare come potrà, consegnando i suoi prodotti ai servizi essenziali (oltre che ad una ristretta cerchia di oligarchi).

In conclusione, è possibile che nel nostro futuro si verifichi un repentino collasso delle attività economiche.   Molti lo temono, ma personalmente credo più probabile che ad una serie di crisi parziali si risponderà con una progressiva militarizzazione dell’economia e della società.   Perlomeno in quei paesi che al momento avranno i mezzi e la capacità per poterlo fare.   Non sarà piacevole, ma potrebbe andare anche peggio.


mercoledì 13 aprile 2016

Referendum No-Triv: il grande pasticcio



Di Ugo Bardi

Il 17 Aprile vedremo molto probabilmente un'altra sconfitta epocale per il "fronte del no a tutto".



Per cominciare, vi dico che il 17 Aprile andrò a votare e voterò si. Non per convinzione, in quanto mi rendo conto che esistono anche delle buone argomentazioni per il no su un quesito astruso e difficile a capire come quello sul quale siamo chiamati a esprimerci. Ma, nel complesso, mi sembra il caso di andare a votare per personale coerenza con quello che ho sempre sostenuto sulla necessità di una transizione la più rapida possibile verso l'energia rinnovabile.

Detto questo, fatemi dire che questa cosa del referendum è un grande pasticcio che si risolverà probabilmente in una sconfitta per tutti quelli che stanno lavorando seriamente sulla promozione dell'energia rinnovabile per salvare questo paese dal disastro economico e ambientale.

Da che parte posso cominciare per sdipanare questo pasticcio? Diciamo dal concetto stesso di "referendum abrogativo." Cosa significa esattamente un referendum del genere? Evidentemente, se la democrazia funzionasse bene non ce ne dovrebbe essere bisogno. Il fatto che i cittadini vadano alle urne e il risultato sconfessi l'operato del governo che gli stessi cittadini hanno eletto è una seria rottura di fiducia nelle istituzioni.

Ne consegue che il primo significato di ogni referendum abrogativo è proprio questo: è una misura della fiducia che i cittadini hanno nel loro governo. E per esprimersi su questa fiducia, i cittadini hanno la scelta se andare o non andare a votare. E' inutile dire che votare è un dovere civico; forse lo è, in teoria, ma, in pratica, è una scelta. Non andando a votare, i cittadini fanno una scelta abbastanza precisa. Dicono al governo, "su questo argomento, ci va bene che decidiate voi."

Dal 1997 a oggi, ci sono stati sette referendum e sono andati tutti in buca, ovvero non hanno raggiunto il quorum, escluso quello sul nucleare del 2011. E notate che, su quest'ultimo referendum, per spingere i cittadini ad andare a votare c'è voluto niente di meno che uno tsunami planetario. Dati questi precedenti, cosa ci possiamo aspettare dal referendum sulle trivelle del 17 Aprile? A meno di uno tsunami nell'Adriatico (che, ovviamente, nessuno auspica), considerata l'astruseria del quesito, è abbastanza ovvio che non raggiungeremo il quorum. Questo sarà interpretato come una vittoria per il governo e come una sconfitta per i proponenti. A questo punto, il governo si sentirà legittimato a proseguire con la sua politica a favore dei combustibili fossili. In sostanza, una sconfitta totale: l'esatto contrario di quello che i promotori del referendum speravano di ottenere. 

A questo punto, domandiamoci: "com'è che ci siamo messi in questo casino?" In effetti, le colpe non sono tutte del movimento ambientalista. Personalmente credo che l'origine di tutto quello che ci sta succedendo si possa interpretare con l'aumento delle disparità sociali ed economiche della società, un fenomeno particolarmente evidente negli Stati Uniti (come ho descritto qui). Con sempre meno trippa per gatti da distribuire, la competizione per quel poco che resta si fa più accesa e chi ha più potere si accaparra tutto. Ne consegue che la "forbice sociale" si allarga, ovvero i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. E' un fenomeno in corso da decenni in tutto il mondo, e sembra essere inarrestabile.

La reazione politica a una società sempre più divisa fra ricchi e poveri è una polarizzazione che non trova più lo spazio a compromessi (come invece era possibile ai tempi del divino Andreotti). Il risultato è un governo autoritario che non fa più quasi nessun tentativo di mediare. Lo chiamiamo anche "decisionismo" ed è una caratteristica del governo Renzi. Non credo che vi debba fare esempi per notare come questo sia il governo forse più accentratore e autoritario/decisionista dalla nascita della repubblica; anche di più dei vari governi Berlusconi. Il governo Renzi non media, impone. E se ne vanta anche.  E favorisce in tutti i modi la lobby dei fossili rispetto a quella delle rinnovabili.

Di fronte a questa situazione, l'opposizione si trova ad avere sempre meno spazi di operazione a disposizione. In un certo senso è inevitabile, ma è anche vero che questi spazi ancora esistono. Bene o male, abbiamo ancora delle elezioni democratiche, abbiamo ancora un parlamento eletto dal popolo, abbiamo ancora persone in parlamento che lavorano seriamente per il paese, abbiamo ancora governi locali con persone di buona volontà. C'è ancora la possibilità di contrastare la lobby dei fossili in vari modi; per esempio in sede legislativa, dirigendo gli investimenti pubblici e privati, facendo delle scelte a livello locale. Sono tutte armi efficaci e, a lungo andare, la lobby dei fossili deve scomparire per forza.

Il problema è che l'opposizione di stampo ambientalista non si rende conto che a fare a cornate con un rinoceronte si rischia quanto meno un certo mal di testa. Così, tende a farsi del male da sola imbarcandosi in scontri diretti contro poteri molto più forti, lanciandosi in una "politica del no" che ormai dovremmo sapere che non funziona. Dire di no a tutto è un arma che si ritorce contro chi la usa; quante volte è successo? E' andata bene col nucleare - grazie allo tsunami - ma non ha quasi mai funzionato in altre occasioni.

E così il movimento ambientalista si è imbarcato allegramente in questo referendum detto "No-Triv" senza troppo ragionare sull'opportunità di farlo e sui rischi che si corrono a essere percepiti di nuovo come a) il fronte del no a tutto e b) quelli che perdono sempre.

Giusto per fare un esempio, non è mai venuto in mente a nessuno di fare un referendum contro il provvedimento "spalma incentivi" o altri provvedimenti che il governo ha preso specificatamente per distruggere l'industria fotovoltaica italiana? E invece no. Se gli "ambientalisti" si impegnano sull'energia rinnovabile è solo per dire di no: no all'energia eolica, no al fotovoltaico, no a questo e no a quello. Ci sarà mai una volta che si potrà fare un azione politica per dire di "si" a qualche cosa?

E così, andiamo a vedere come andrà questo referendum. Vi dirò che spero di sbagliarmi, che con un guizzo al fotofinish si riesca in qualche modo a passare la magica soglia del 50%. Ma anche se ci riuscissimo - e ci vuole veramente un miracolo - valeva la pena di correre questo rischio?


Nota del 17 Aprile: e infatti non ci siamo riusciti.


lunedì 11 aprile 2016

Votare si al Referendum: L'appello di "Climalteranti"


Documento del comitato scientifico del gruppo "Climalteranti"

Perché votare SÌ al referendum del 17 aprile


L’Accordo di Parigi si basa su un incremento sistematico dell’ambizione nella riduzione delle emissioni. In questo contesto, porre limiti allo sfruttamento di gas e petrolio in Adriatico diventa un modo per iniziare ad implementarlo. Climalteranti suggerisce di votare Sì al referendum del 17 aprile, per segnalare chiaramente l’urgenza di rottamare il modello energetico basato sui combustibili fossili. Una scelta strategica per una nazione come l’Italia, ricca di sole e di mare, con un turismo da salvaguardare e promuovere.





Abbiamo già raccontato in passato come molti scienziati, dopo aver individuato le cause dei cambiamenti climatici (principalmente le emissioni da fonti energetiche fossili e la deforestazione), dopo aver previsto le mutazioni del sistema climatico, dopo aver mostrato le possibilità di opzioni alternative ed averle discusse, sentono di non fare abbastanza per il clima.

Abbiamo visto gli allarmi degli scienziati trattati con sufficienza ed accantonati dal dibattito politico, intriso di attendismi e disinteresse. “Non sono uno scienziato, ma non credo che ci sia un problema climatico”, “il clima è sempre cambiato/ gli scienziati non sono del tutto sicuri”, sono ritornelli sentiti ormai troppo.

Ora il voto referendario sulle concessioni petrolifere entro le 12 miglia dalla costa pone una scelta secca, che riguarda anche le politiche climatiche ed energetiche dei prossimi anni.

Qui sotto sono riportate le ragioni per cui il Comitato Scientifico di Climalteranti ritiene che sia necessario votare Sì.



1. La scienza chiede azioni urgenti e radicali per ridurre le emissioni


Il Quinto rapporto dell’IPCC ha mostrato come, se si vuole limitare l’incremento di temperatura, è necessario ridurre drasticamente le emissioni di gas serra. Si sta chiudendo la finestra temporale di opportunità nella quale possiamo contenere l’aumento delle temperature medie entro i 2°C. Il Sommario per i decisori politici del Quinto Rapporto termina mostrando i percorsi divergenti, le scelte dicotomiche che a breve siamo tutti chiamati a prendere; la prima, l’Accordo di Parigi, è già stata fatta (con un invito a imboccare un preciso percorso di riduzione delle emissioni – art. 4).


2. La produzione di energia è la fonte principale delle emissioni di gas climalteranti, a meno che non si basi su energie rinnovabili


Le statistiche mostrano che ogni volta che petrolio, carbone e gas naturale dominano nella composizione del mix energetico, le emissioni pro-capite sono elevate. In ogni Stato il settore energetico deve compiere una radicale transizione verso le rinnovabili. L’Europa prevede già la decarbonizzazione di questo settore entro il 2050, un impegno senza precedenti e dalla portata rivoluzionaria. Se si vuole raggiungere questo obiettivo, non è più possibile tentennare o prendere tempo.

Il referendum spezza il silenzio assordante nel quale il nostro Paese ha smantellato il sistema di incentivazione alle rinnovabili, che aveva portato grandi successi e 100.000 posti di lavoro, drasticamente ridotti dalle successive scelte governative. E lo fa con un ostacolo peraltro molto blando allo sviluppo delle fonti fossili: con il Sì si vuole impedire ai titolari di concessione per produzione e per ricerca entro le 12 miglia di operare anche oltre la scadenza della concessione.


3. Le riserve di carbone e petrolio devono rimanere in larga misura sotto terra se si vuole che le concentrazioni in atmosfera non superino soglie incompatibili con gli obiettivi di incremento massimo della temperatura media globale

Se una gran parte delle riserve fossili conosciute deve rimanere sotto terra (più di 4/5 delle riserve di carbone, più di metà di quelle di gas e più di un terzo di quelle petrolio), è necessario iniziare da subito lo smantellamento del sistema dei combustibili fossili; con il Sì al referendum si impediscono nuove attività di prospezione e ricerca, e il rinnovo sine die di concessioni già ampiamente sfruttate.


4. L’Accordo di Parigi obbliga ad aumentare il livello di ambizione nelle politiche climatiche ed energetiche


Con l’Accordo di Parigi (qui la traduzione italiana con commenti), sottoscritto da praticamente tutti i governi del mondo (e a breve ratificato da Stati Uniti e Cina, India e Europa), si sono posti degli obiettivi molto ambiziosi alle politiche 

climatiche ed energetiche“mantenere l’incremento della temperatura media mondiale ben sotto i 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali e fare sforzi per limitare l’incremento della temperatura a 1,5 °C”. Questi obiettivi obbligheranno gli Stati a rivedere al rialzo i loro impegni di riduzione delle emissioni, ogni qual volta ne abbiano l’opportunità. Ad esempio anche gli attuali impegni dell’Unione Europea, inclusa la riduzione delle emissioni del 40% entro il 2030, sono insufficienti e dovranno essere aumentati.


Quindi l’Italia deve fare di più, perché non ha ancora definito una politica energetica in linea con gli obiettivi sottoscritti a Parigi, e dovrà rivedere al rialzo le sue promesse settore per settore. L’attuale Strategia Energetica Nazionale non è compatibile con lo scenario post-COP21.


6. L’estensione senza termine delle concessioni è un sussidio alle fonti fossili


I sussidi alle fonti fossili sono da tempo nell’occhio del ciclone, criticati dall’OCSE, dal G20 e dal G8 come una parte da eliminare subito. Durante un side-event alla COP21 sono stati stimati come circa 4 volte maggiori dei sussidi alle rinnovabili, senza contare i decenni passati. Quindi il SÌ inizia a cancellare parti dei sussidi che andrebbero in ogni caso eliminati per evitare una distorsione della concorrenza tra fonti di energia a svantaggio di quelle che producono i minori impatti ambientali. Obbligando ad esempio i detentori di concessioni a smantellare le piattaforme alla fine delle concessioni, non lasciandole operative anche se non funzionanti o con utilizzi molto limitati.


7. Nessun atto individuale può fare la differenza, ma questo non è una scusa per non ridurre qui e subito produzione e consumi di combustibili fossili


Con l’Accordo di Parigi si è riconosciuto che tutti i Paesi e tutti i settori devono fare la propria parte. Non si possono nascondere dietro un dito puntato su altri Paesi ed altri settori. “Tocca a lui per primo e io nel frattempo non faccio niente” è un argomento superato: tutti devono agire. Indipendentemente dall’effetto misurabile, ma proprio per non offrire alibi agli altri.


Le concessioni senza termine consentono di estrarre fino all’ultimo risorse che andranno ad incrementare la concentrazione dei gas climalteranti. Il SÌ – che ne impedisce il rinnovo e quindi lascia sotto il mare quel che resterà alla data di scadenza delle concessioni attuali e di eventuali limitate proroghe possibili – mette appunto un “limite” prima dell’esaurimento totale. Ha quindi un forte valore simbolico (ed un effetto pratico molto superiore ad azioni personali che ciascuno di noi invece compie ogni giorno – rinunciando ad un tragitto in auto, abbassando il riscaldamento in casa, ecc.); rappresenta un chiaro indirizzo politico e strategico nella giusta direzione.


8. Quantità piccole


La quota di consumi di gas e petrolio coperta dalla ventina di centri estrattivi attivi compresi nell’arco delle 12 miglia e che chiuderebbero nell’arco di 10 anni da oggi, man mano che terminano le concessioni e fatte salve alcune proroghe limitate che sarebbero comunque possibili, è fra l’1 e il 2% dei consumi energetici totali del paese; si tratta quindi di una quota molto piccola e per di più diluita in 10 anni da oggi (dati MISE elaborati da Aspo Italia).


9. Qualità scarse e costi alti

Il materiale estratto è sia qualitativamente (il petrolio italiano è ricco di zolfo) che quantitativamente (il costo di estrazione è alto superiore ai prezzi correnti e l’EROEI relativo – cioè il rapporto fra energia ottenuta e energia spesa per produrla – è basso) poco attraente come fonte energetica, per cui conviene estrarlo solo a chi paga royalties basse (fra il 7 e il 10%, il regime di royalty italiano è estremamente favorevole a chi estrae). Spesso conviene tenere bassa la produzione, per non pagare nulla o quasi sfruttando i dettagli delle regole delle concessioni, che prevedono condizioni di franchigia di 80 milioni di metri cubi iniziali, cioè più di un anno di produzione gratis, e nessuna royalty sotto certi livelli produttivi (dati da Il paese degli elefanti, di Luca Pardi, ed. Luce 2 edizione).


10. Il sistema fossile è inevitabilmente destinato ad arrivare al capolinea: il referendum permette di affrontare seriamente il problema


Il referendum riguarda 26 concessioni, alcune delle quali prevedono possibilità di potenziamento senza necessità di aprire una nuova concessione (cosa già vietata entro le 12 miglia marittime). La vittoria del Sì limiterà nuove perforazioni, ma non potrà impedirle del tutto, perché in alcuni casi (come “Rospo di Mare” o “Vega A”) queste sono già previste all’interno delle concessioni esistenti. Con il ritorno in vigore della normativa precedente (art. 9 comma 8 legge 9 del 1991), sarà possibile avere proroghe di una concessione alla sua scadenza; le proroghe tuttavia dovrebbero avere carattere eccezionale.


Il problema della perdita di posti di lavoro è limitato, e va considerato che ci sarà lavoro per smantellare le piattaforme diventate inutili (molte sono già ferme da tempo e non vengono smantellate) e sarebbe possibile definire un programma di riconversione dei posti di ingegneri e tecnici, investendo nei settori di produzione energetica rinnovabile, che offrono più posti e potenziale produttivo.





Il Comitato Scientifico di Climalteranti


Tags: COP21, Italia

sabato 9 aprile 2016

Giorgio Nebbia: l'ambientalismo rende longevi!

Giorgio Nebbia compie 90 anni. Una carriera stupenda nell'ambientalismo ed è ancora attivo. Guardatelo, vi sembra che li dimostri i suoi anni? Auguri di altrettanti ancora!




mercoledì 6 aprile 2016

In che modo la più grande tecnologia mai sviluppata si è ritorta contro di noi

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR




La selezione naturale probabilmente è stato il fattore che ha portato il l'alce irlandese a sviluppare palchi sovradimensionati: erano una caratteristica benefica per i maschi nel gioco della competizione sessuale. Tuttavia, il peso dei palchi era anche un fardello e si è detto che sia stata una delle ragioni, forse quella principale, che ha portato all'estinzione della specie circa 7.000 anni fa. Nel caso degli esseri umani, potremmo considerare il linguaggio come una caratteristica evolutiva vantaggiosa, ma anche come una cosa che potrebbe rivelarsi come portatrice di conseguenze negative proprio come i palchi degli alci: lo tsunami di bugie alle quali siamo continuamente esposti.  Immagine da Wikipedia 


Il linguaggio è il verp e proprio punto di rottura fra gli esseri umani e qualsiasi altra cosa che cammina, striscia o vola sulla faccia della terra. Nessun'altra specie (eccetto le api) ha strumenti che possano essere usati per scambiarsi informazioni complesse fra gli individui in termini, ad esempio, di dove si può trovare il cibo e in quali quantità. E' il linguaggio che crea la “ultrasocialità” umana, è il linguaggio che ci permette di metterci insieme, pianificare per il futuro, fare le cose. Il linguaggio può essere visto come una tecnologia di comunicazione di incredibile potere. Ma, come per tutte le tecnologie, ha conseguenze inattese.

lunedì 4 aprile 2016

Angoscia da cambiamento climatico

Gli effetti psicologici della percezione della gravità del cambiamento climatico sono sicuramente importanti, ma se ne sa poco e se ne parla anche poco. Ma come spiegare il diniego, e financo il disprezzo, di tanta gente di fronte al disastro che ci troviamo davanti? Forse, molte posizioni estreme sono semplicemente il risultato della paura. Troppo grande è l'impatto di quello che abbiamo di fronte, troppo spaventose le sue conseguenze. E allora, meglio negare, negare con forza, piuttosto che guardare in faccia gli eventi. Finché possiamo.

Su questo punto, ci racconta qualcosa il Dr. Outcherlony che ha lavorato per anni con l'accettazione della morte per i pazienti terminali. Non è una cosa tranquillizzante accostare il cambiamento climatico planetario alla morte fisica individuale, ma è inevitabile arrivati a un certo livello. E così, ecco queste riflessioni, intitolate

Il viaggio di un medico dalle cure palliative alla disperazione climatica  

Da “the star”. Traduzione di MR (via Bodhi Paul Chefurka)

David Ouchterlony ha passato anni ad affrontare con calma la morte. La lezione di quella esperienza può aiutare a smorzare l'angoscia che prova adesso per il cambiamento climatico?

Cortesia di  David Ouchterlony Nonostante il suo lavoro come coroner e nelle cure palliative, David Ouchterlony deve lavorare per non cadere nel pessimismo impresso dalla sua angoscia per il cambiamento climatico.

Di Tyrel Hamilton

Speciale di David Ouchterlony per “the Star”.

David Ouchterlony è un coroner (ufficiale medico legale) che ha passato 10 anni come medico per cure palliative al Centro Temmy Latner Centre per le Cure Palliative dell'Ospedale Mount Sinai. Qui mette a confronto la sua esperienza quotidiana con la sofferenza degli altri con lo stress emotivo che prova quando pensa al cambiamento climatico.

E' difficile per me separare i miei sentimenti su cattive notizie, sofferenza e morte che ho sviluppato nelle cure palliative da quelle che ho sviluppato come coroner. Ci sono medici che fanno seminari di divulgazione per identificare ed affrontare lo stress del mestiere medico. Non ho mai sentito il bisogno di iscrivermi ad uno di quei seminari. Non ho mai sentito che la mia esperienza coi pazienti morenti e il lutto delle famiglie mi abbia causato angoscia tale da trascinarla con me nella vita.


Dormo bene, mi tengo in forma, ho amici ed un matrimonio felice e rido un po' tutti i giorni. D'altra parte, devo riconoscere quasi ogni giorno che la morte è sempre intorno a me. Vedo corpi morti, parlo a membri di famiglie scioccate e/o in lutto sulla scena della morte o per telefono e scrivo i rapporti delle mie investigazioni. Quindi o molti più promemoria della morte della maggior parte delle persone, persino più della maggior parte dei medici. Come mi condiziona questo? E' difficile dirlo. Mi servirebbe un gemello per fare un confronto. Di sicuro ci sono momenti tristi e non di rado mi commuovo fino quasi a piangere, specialmente quando parlo coi genitori e sento espressioni di amore mentre affrontano la merte di neonati e bambini. Tuttavia questi momenti sono brevi e spesso dimenticati nell'impegno dell'investigazione. I cambiamenti che vedo in me stesso che potrebbero essere attribuiti a questo lavoro medico sono diversi. Mi viene più spesso ricordato il fatto che la morte è inevitabile, rispetto alla maggior parte della gente. Rimane da vedere accetterò di più la morte quando arriva la mia ora.

domenica 3 aprile 2016

C'è un giusto modo di pensare e di agire?

MODI DI PENSARE E DI AGIRE
C'è un giusto modo di pensare ?
C'è un giusto modo di agire ?
Io penso di SI

Una riflessione di "Madre Terra"



Il territorio degli Indiani d'America fu invaso dagli Europei.
Gli Indiani non reagirono tutti nello stesso modo, bensì in vari modi.

Un modo fu questo :
- combatteremo contro i bianchi per difendere il possesso dei territori su cui viviamo.
Un altro fu questo : 
- i bianchi sono troppi e hanno armi troppo potenti, saremo sconfitti : faremo dei patti con loro.
Erano ambedue giusti modi di pensare.

C'era però un modo sbagliato di pensare :
- era quello degli Europei che si arrogavano il diritto di invadere il territorio altrui. 

Così è per tutti i pensieri del mondo.
C'è sempre un modo giusto e uno sbagliato di pensare.

Il modo giusto di pensare per gli esseri umani può essere così riassunto :
NON siamo una specie privilegiata : abbiamo gli stessi diritti e doveri delle altre specie viventi, animali, vegetali, minerali, liquidi e gas.
NON siamo un popolo privilegiato : abbiamo gli stessi diritti e doveri degli altri popoli umani.
NON sono un individuo privilegiato : ho gli stessi diritti e doveri dei miei simili.

Se NON adottiamo questo modo di pensare, le nostre grandi capacità mentali ci porteranno a distruggere il mondo.

E' quello che sta accadendo.

sabato 2 aprile 2016

Lo strano caso della ministra "caduta per amore"





di Ugo Bardi

Non so cosa ne pensate voi, ma a me questa cosa delle dimissioni del ministro Guidi non mi suona giusta. Per niente. Ci stanno propinando una storia che sembra veramente una telenovela, come detto esplicitamente nel titolo di un articolo di Monica Setti "La ministra caduta per amore." Caduta per amore? Ma cosa ci raccontate?

Già il fatto delle dimissioni immediate dopo lo scandalo è cosa strana per l'Italia, specialmente notando che il ministro Boschi, anche lei è coinvolta in questa storia, non ha mosso un sopracciglio. Ma quello che è veramente strano è che Federica Guidi sia stata così ingenua da raccontare per telefono al suo compagno che aveva fatto inserire nella legge un emendamento che faceva comodo a lui. Ma è possibile? Una che arriva a diventare ministro della repubblica è una fessacchiotta che si fa fregare in questo modo? Non lo sa quanto è facile intercettare una telefonata?

Non ho nessuna informazione particolare a proposito della signora Guidi. Mi sono limitato a fare un giro sul Web dal che sembrerebbe proprio che la ex-ministra sia tutto fuori che una fessacchiotta. Ha un curriculum di tutto rispetto e non è certamente stata scelta a caso come ministra. In questi incarichi girano soldi, e parecchi soldi e il ministro Guidi non era scevra di potenziali conflitti di interesse. Forse poi tutta la faccenda ha qualcosa a che vedere col fatto che Guidi sia alleata di Berlusconi.

Insomma, non voglio fare il complottaro, ma questa storia mi ricorda tanto quei telefilm americani dove il poliziotto cattivo mette in tasca al protagonista una bustina di cocaina per poi ritrovarla e sbatterlo in galera. Cosa è successo, allora, con la ministra Guidi? Una pugnalata alla schiena contro Renzi? Una vendetta trasversale? Una resa dei conti all'interno del "cerchio magico"? O forse veramente un ministro ingenuo e pasticcione? Probabilmente, non lo sapremo mai. L'unica cosa sicura è che qualsiasi cosa succeda non ce la raccontano mai giusta. E quando c'è di mezzo il petrolio, è anche peggio.










venerdì 1 aprile 2016

Svelato l'imbroglio: 9 ragioni per cui l'energia fotovoltaica non è una soluzione

Dal blog "Cassandra's legacy"


A little problem with photovoltaic panels (image from "The Telegraph")

di Ugo Bardi

Dal comitato "salvateci dal sole"

Non si è mai parlato tanto di energia fotovoltatica come oggi, quando c'è chi ce la presenta come la soluzione miracolosa per tutti i problemi. Bene, vi possiamo dire che non è così facile, e vi spieghiamo perché.

1. Le celle fotovoltaiche non possono funzionare. Vi racconteranno che l'energia fotovoltaica viene creata da arcani processi generati dalla meccanica quantistica. Ma in realtà la meccanica quantistica è basata sul cosiddetto "principio di indeterminazione di Heisemberg." E come può una scienza basarsi su qualcosa che è indeterminato fin dall'inizio? E' come è possibile che funzionino cose basate su fondazioni così incerte?

2. Le celle fotovoltaiche non funzionano. C'è un semplice test che lo prova. Prendete in mano una cella fotovoltaica. Esponetela al sole. Toccatela in qualsiasi punto: sulla superficie, sui contatti, dove vi pare. Avete preso la scossa? No. Eppure, ci dicono che queste celle creano energia elettrica. Ma non è vero. E un ovvio imbroglio

3. Ci raccontano che i pannelli fotovoltaici funzionano con l'energia solare. Ora, se questo è vero, e se è vero che ci sono tanti pannelli fotovoltaici in giro, come stà che potete accendere il vostro asciugacapelli anche di notte o quando è nuvoloso? Evidentemente, siamo di fronte a un imbroglio.

4. Fate caso alla Casa Bianca. Vi ricordate di quando Jimmy Carter aveva montato dei pannelli fotovoltaici sul tetto della Casa Bianca? Era il 1979, e nel 1981 il presidente Reagan li aveva fatti togliere. Non vi sembra che ci doveva essere una ragione per questa decisione del presidente? Ovviamente, aveva scoperto la verità sui pannelli fotovoltaici. Non funzionano! Recentemente, Obama ha rimesso dei pannelli solari sul tetto della Casa Bianca. Ma questo prova soltanto che lui non è soltanto un Kenyota che ha usurpato la carica di presidente, ma che anche lui è parte del grande complotto.

5. Lo sapete delle scie chimiche? Su quelle terribili sostanze chimiche che sono sparpagliate nel cielo da cosiddetti aerei civili. Alcune di queste scie chimiche hanno a che vedere con l'imbroglio fotovoltaico. Non possiamo darvi dettagli, perché temiamo che i gatekeeper ci mandino i loro accoliti per metterci a tacere. Ma il fatto che i pannelli fotovoltaici non funzionano è altrettanto vero del fatto che le scie chimiche esistono; come ben sapete.

6. I pannelli fotovoltaici sono pericolosi per chi ci vive accanto. Come possiamo dire una cosa del genere? Beh, per prima cosa è ben noto che le pale eoliche sono cancerogene: è assolutamente provato. E si presume che i pannelli fotovoltaici creino la stessa forma di energia creata dalle torri eoliche. Ci deve ben essere una relazione! In aggiunta, ci sono tante persone che si ammalano di qualcosa e che hanno pannelli fotovoltaici sul tetto di casa. Non vi pare che questo vuol dire qualcosa?

7. I pannelli solari nascondono il sole: lo sapevate che risucchieranno tutto il sole e che non ce ne sarà più per voi? E' vero, leggete qui.

8. I pannelli solari fanno strage di uccelli. In effetti, questo viene detto più che altro per i sistemi solari a concentrazione e per le pale eoliche. Ma noi siamo sicuri che anche i pannelli fotovoltaici uccidono gli uccelli, anche se il meccanismo non è ancora chiaro. Dopotutto, questi impianti sono costruiti dalle stesse persone, per cui devono avere gli stessi effetti.

9. Il ruolo dei gatekeeper. Vi rendete conto che ci sono persone che perdono tempo a dir male di cose ormai ben chiare, come il fatto che la "fusione fredda" funziona?  e, allo stesso tempo, a dir bene dell'imbroglio fotovoltaico? Si, c'è per esempio questo tal Ugo Bardi che racconta di essere un professore universitario. Anche assumendo che lo sia per davvero, come mai perde tanto tempo a dir male di Andrea Rossi e del suo E-Cat, se non fosse che è pagato dalla lobby del fotovoltaico? Un'altra prova che è tutto un imbroglio



Il comitato "Salvateci dal sole" è un gruppo di persone preocculate che si dedicano a svelare l'imbroglio dell'energia rinnovabile e a smascherare gli alieni che si nascondono fra di noi. La sede del gruppo è in un luogo non specificato oltre il circolo polare artico.

mercoledì 30 marzo 2016

Mercalli colpisce duro: e arriva la reazione



"Scala Mercalli" è una delle poche trasmissioni TV che presenta idee non allineate al pensiero unico che domina le trasmissioni. Mercalli non si lancia in polemiche accese, usa toni soffici, ma colpisce duro lo stesso.

E, come ci si poteva aspettare, la reazione è rabbiosa. Dopo l'attacco sconclusionato di Aldo Grasso, sul Corriere, arrivano ora i senatori del Pd in piena fibrillazione per le critiche di Mercalli alla sacra TAV.

Evidentemente, nonostante l'abbiano relegata in seconda serata, la trasmissione ha avuto un bell'impatto. Congratulazioni a Mercalli e speriamo che lo lascino continuare (cosa per niente ovvia, purtroppo)




Emergenza climatica. E' tempo di passare alla modalità panico?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR



Gli ultimi dati della temperatura hanno frantumato tutti i record (immagine da “think progress”). Bene che vada questa è un'oscillazione particolarmente ampia e il sistema climatico tornerà presto sui propri binari, seguendo la previsione dei modelli – forse da ritoccare tenendo conto delle temperature che aumentano più rapidamente. Peggio che vada, si tratta di una indicazione che il sistema sta andando fuori controllo e passando ad un nuovo stato climatico più rapidamente di chiunque avesse potuto immaginare. 



James Schlesinger una volta ha enunciato una di quelle profonde verità che spiegano molto di quello che vediamo intorno a noi: “le persone hanno solo due modalità operative: compiacenza e panico”.

Finora, siamo stati nella modalità operativa “compiacenza” riguardo al cambiamento climatico: non esiste, se esiste non è un problema, se è un problema non è colpa nostra e comunque fare qualcosa sarebbe troppo costoso per valere la pena di farlo. Ma gli ultimi dati delle temperature non sono altro che agghiaccianti. Cosa stiamo vedendo? Si tratta solo di una specie di rimbalzo della cosiddetta “pausa”? O qualcosa di molto più preoccupante? Potremmo vedere qualcosa che presagisce ad un grande cambiamento del sistema climatico, un'accelerazione inaspettata del tasso di cambiamento. Ci sono ragioni per essere preoccupati, molto preoccupati: le emissioni di CO2 sembrano aver raggiunto il picco, ma ciò non ha generato un rallentamento del tasso di aumento della concentrazione di CO2 nell'atmosfera. Più che altro, sta crescendo più velocemente che mai. Poi c'è il picco di emissione del metano in corso e, come sapete, il metano è un gas serra molto più potente del CO2.

Cosa sta succedendo? Nessuno può dirlo con certezza, ma questi non sono sintomi buoni, per niente. E questa potrebbe essere una buona ragione per passare in modalità panico.

martedì 29 marzo 2016

Il tasso di rilascio delle emissioni di carbonio “non ha precedenti” negli ultimi 66 milioni di anni

Da “The Guardian”. Traduzione di MR (via Cristiano Bottone)

I ricercatori calcolano che gli esseri umani stiano immettendo il carbonio 10 volte più rapidamente di qualsiasi altro momento dall'estinzione dei dinosauri




Ciminiere di fonderie di ferro ed acciaio a Qian’an, nella provincia di Hebei in Cina. L'attuale tasso di rilascio di carbonio è talmente senza precedenti che i dati geologici non possono aiutarci a prevedere gli impatti del cambiamento climatico. Foto: Lu Guang/AFP/Getty Images

Di Damian Carrington

L'umanità sta immettendo biossido di carbonio che riscalda il clima nell'atmosfera 10 volte più rapidamente che in qualsiasi momento negli ultimi 66 milioni di anni, secondo una nuova ricerca. La rivelazione mostra che il mondo è entrato in un “territorio inesplorato” e che le conseguenze per la vita sulla terraferma e negli oceani potrebbe essere più grave di qualsiasi altro momento dall'estinzione dei dinosauri. Lo studio esce mentre la World Meteorological Organisation ha pubblicato il suo Rapporto sullo stato del clima che riporta in dettaglio una striscia di record meteorologici e climatici che sono stati infranti nel 2015.

lunedì 28 marzo 2016

Temperature di febbraio: male, malissimo, sempre peggio

Da “Arctic News”. Traduzione di MR (via Maurizio Tron)




Di Sam Carana

L'anomalia della temperatura di terraferma ed oceano di febbraio 2016 è stata di 1,35°C al di sopra della temperatura media del periodo 1951-1980, come mostra l'immagine sopra (prioezione di Robinson). Sulla terraferma, febbraio 2016 è stato di 1,68°C più caldo rispetto al 1951-1980, come mostra l'immagine sotto (proiezione polare).

sabato 26 marzo 2016

La storia di Ishi, l'ultimo degli Indiani Yahi, nel centenario della sua morte

Il testo che segue risale al 2000 ed è uno dei i primi documenti che ho scritto su Internet. E' la storia dell'ultimo indiano Yahi della California; scritto per mia figlia Donata, che a quel tempo aveva 11 anni. Mi sembra il caso di ripresentarlo oggi, con qualche piccola modifica, per il centenario della morte di Ishi, il 25 Marzo 1916. (link all'originale)



La storia di Ishi

Carissima Donata,

questa è la storia di Ishi, che visse circa cento anni fa e fu l’ultimo degli indiani "selvaggi" della California, l’ultimo del popolo degli Yahi. A proposito di ultimi Indiani, forse avrai sentito parlare del romanzo che si intitola "L’ultimo dei Mohicani", che fu scritto nel 1826 da James Fenimore Cooper. E’ un romanzo molto famoso e ci hanno fatto anche un film non tanti anni fa. E' la storia dell’ultimo indiano di una tribù Americana, una storia inventata ma molto interessante e che, come molte storie inventate, ha un fondo di verità. E' vero che una volta c'erano tantissime tribù di indiani in America, ma oggi tante sono completamente scomparse, come quella dei Mohicani e quella degli Yahi. Di molte di queste tribù c'e' rimasto ben poco al giorno d'oggi, solo quello che gli archeologi sono riusciti a ritrovare nei posti dove una volta abitavano. Degli Yahi, invece, ci è rimasta la testiminonianza dell'ultimo di loro, Ishi, che visse fra i bianchi per qualche anno. Così è una storia un po’ triste, ma forse in realtà neanche poi così tanto triste. Vale la pena di raccontarla e così cominciamo.

Le cause del riscaldamento globale: uno studio della NASA

Da “NASA Global Climate Change”. Traduzione di MR



L'atmosfera terrestre vista dalla Stazione Spaziale Internazionale. Uno studio di NASA/Università di Duke fornisce nuove prove che i cicli naturali da soli non sono sufficienti a spiegare il riscaldamento globale atmosferico osservato nell'ultimo secolo. Foto: NASA.

Studio: il riscaldamento globale di lungo termine ha bisogno di forzanti esterne


Uno studio di scienziati del Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA di Pasadena, in California, e della Duke University di Durham, in Carolina del Nord, mostra in dettaglio la ragione per cui le temperature globali rimangono stabili sul lungo termini a meno che non vengano spinte da forze esterne, come l'aumento di gas serra a causa degli impatti umani. L'autore principale Patrick Brown, uno studente di dottorato alla Scuola per l'Ambiente Nicholas di Duke ed i colleghi del JPL, hanno messo insieme i modelli climatici globali con le misurazioni satellitari dei cambiamenti dell'energia che giunge e che lascia la Terra al vertice dell'atmosfera negli ultimi 15 anni. I dati satellitari provenivano dagli strumenti del Clouds and the Earth’s Radiant Energy System (CERES) sulla navicella spaziale Aqua e Terra della NASA. Il loro lavoro rivela con nuovi dettagli in che modo si raffredda la Terra dopo un periodo di riscaldamento naturale.

venerdì 25 marzo 2016

Sedici miti sulla crescita della popolazione

Da “Church and State”. Traduzione di MR (via Bodhi Paul Chefurka)

Di William N. Ryerson | 2001

Population Media Center


Molte delle politiche e delle priorità di spesa indirizzate a frenare la crescita della popolazione sono state basate su una combinazioni di dati inadeguati, pie illusioni e logica errata. Per risolvere alcune delle idee sbagliate sui problemi della popolazione c'è la necessità di una ricerca scientifica estesa usando progetti sperimentali per raccogliere prove conclusive sugli effetti relativi dei vari approcci per frenare la crescita della popolazione.

Se la crescita della popolazione è uno dei problemi più gravi del mondo, non lo si evincerebbe dall'investimento di soldi relativamente piccolo e dal pensiero strategico fornito dalle nazioni del mondo. Tutte insieme, le nazioni sviluppate del mondo contribuiscono per meno di un miliardo di dollari all'anno per l'assistenza alla pianificazione famigliare nei paesi in via di sviluppo. E' meno del bilancio di quattro giorni del Dipartimento per l'Agricoltura degli Stati Uniti. E' meno della metà del costo di un bombardiere stealth. Se davvero vogliamo accelerare la soluzione del problema della popolazione, adesso avremo bisogno di investire collettivamente di gran lunga di più. Perché ci sono pochi dubbi che un raddoppio della popolazione da 5,5 miliardi a 11 miliardi avrà un impatto di gran lunga maggiore del raddoppio che abbiamo appena sperimentato negli ultimi 40 anni.
Molti miti legati alla popolazione sono basati su relazioni non verificabili o immaginarie. Spesso, tuttavia, le credenza sulla popolazione sono basate su correlazioni interessanti e che suonano come plausibili (seppure non provate) che potrebbero fornire indizi di possibili relazioni.
Qualcuno una volta ha detto: “L'inferno è la verità, vista troppo tardi”. Molti politici e finanziatori sono stati riluttanti a riconoscere le prove schiaccianti che alcune delle loro credenze preferite fossero contrastate da prove impressionanti.
I miti predominanti sulla popolazione comprendono:

  •  Idee sbagliate sulla natura del problema
  •  La credenza che la crescita della popolazione non ponga alcuna minaccia
  •  La credenza che non possiamo fare niente per la crescita della popolazione e
  •  Le credenze sugli approcci semplici che vengono erroneamente creduti come la promessa di una soluzione rapida del problema della popolazione

Nell'elenco sopra, la quarta area (interventi intesi a risolvere il problema della popolazione) è la più importante per coloro che sono preoccupati delle politiche sulla popolazione. Come può il mondo spendere le proprie risorse limitate per causare una diminuzione della crescita della popolazione ed infine una stabilizzazione del suo numero? Anche se ci sono miti importanti ed ampiamente diffusi persino fra i professionisti che si occupano di popolazione, c'è anche la buona notizia che non sono tanto conosciuti. Ci sono interventi che hanno dimostrato di portare rapidamente a riduzioni nella dimensione della famiglia desiderata e della fertilità reale. Alcuni di questi interventi sono descritti alla fine di questo articolo.