Troia non Cadde per Colpa degli Immigranti


venerdì 9 novembre 2018

La De-differenziazione: Una Riflessione di Bruno Sebastiani.


Un contributo di Bruno Sebastiani. Partendo da una riflessione di Konrad Lorenz, nota come il tessuto sociale, urbano e linguistico della nostra società stia gradualmente perdendo differenziazione. Una caratteristica tipica delle neoplasie maligne, ovvero dei tumori. L'analogia è interessante e per molti versi corretta, ma è anche vero che si potrebbe arguire il contrario notando la frammentazione in isole culturali separate del Web. Insomma, sta succedendo di tutto e il contrario di tutto in un mondo che evolve sempre più rapidamente verso nessuno sa dove.


Di Bruno Sebastiani.


Warren M. Hern nel suo articolo del 1989 “Why Are There So Many of Us” (da me tradotto e pubblicato in https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/08/31/perche-siamo-cosi-tanti/), enumera le quattro caratteristiche principali delle neoplasie maligne:

  1. Crescita rapida e incontrollata
  2. Invasione e distruzione dei tessuti sani adiacenti
  3. De-differenziazione
  4. Metastasi a diversi siti

Successivamente passa ad esaminare il comportamento del genere umano su questo pianeta e ritrova tutte e quattro le caratteristiche in modo sorprendentemente analogo.

Relativamente alle prime due l’analogia è palese: è sotto gli occhi di tutti come negli ultimi tempi l’uomo si sia moltiplicato in modo iperbolico ed abbia sottomesso o distrutto ogni bioma a lui circostante.

Anche la quarta caratteristica è facilmente ascrivibile al modo di procedere della nostra specie che costruisce strade e mezzi di comunicazione per raggiungere i punti più remoti della Terra ove portare la cosiddetta “civiltà”. Sulla mia pagina Facebook ho proposto sette post “tematici” dedicati alle grandi metastasi. Chi volesse consultarli li trova ora riepilogati nel blog https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/grandi_metastasi/.

La terza caratteristica – la de-differenziazione - merita un discorso un po’ più approfondito, non essendo di per sé evidente come le altre.

Senza scendere in descrizioni eccessivamente particolareggiate, ricordiamo che le cellule dei corpi viventi non sono tra loro tutte uguali, ma, in base agli organi e ai tessuti di cui fanno parte, hanno una propria morfologia.

Non nascono differenziate. Come sappiamo, lo sviluppo degli esseri viventi più complessi procede dall’incontro di due sole cellule (i gameti) che sono all’origine dell’embrione. Ed è qui, nello stato embrionale, che prende avvio il processo di differenziazione cellulare, cioè la maturazione da una forma primitiva o indifferenziata a una forma matura o differenziata, con funzioni specializzate, processo che le cellule di un organismo pluricellulare multiforme subiscono per ripartirsi i compiti.

Se questo è lo stato naturale delle cose, sappiamo anche che la mutazione del materiale genetico di cellule normali è all’origine dei tumori.

Ebbene, le cellule che subiscono la mutazione carcinogenetica, oltre a replicarsi in modo incontrollato e ad invadere i tessuti sani, perdono gradualmente la loro particolarità morfologica, ovvero la differenziazione che madre natura aveva loro assegnato per svolgere i compiti propri degli organi di appartenenza.

Diventano de-differenziate, ovvero vanno rassomigliandosi tutte le une alle altre, perdono ogni loro caratteristica distintiva.

Ecco come il grande etologo Konrad Lorenz descrive questo processo:
«I cancerologi, per caratterizzare una delle proprietà fondamentali del tumore maligno, parlano di immaturità. Quando una cellula respinge tutte quelle proprietà che le permettevano di integrarsi in un determinato tessuto organico … essa ‘regredisce’ necessariamente a una fase filogeneticamente o ontogeneticamente più antica; essa si comporta cioè come un organismo unicellulare o come una cellula embrionale, e incomincia a riprodursi senza riguardo per la totalità dell’organismo. Più si accentua la regressione, più il tessuto di nuova formazione si distingue da quello normale, più maligno sarà il tumore. Un papilloma che conserva ancora molte proprietà dell’epidermide normale, pur invadendo come verruca la sua superficie, è un tumore benigno; un sarcoma, che è formato da cellule mesodermiche tutte uguali e completamente indifferenziate, è un tumore maligno.» (K. Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, Adelphi, Milano, 1974, p. 84)

Per determinare la gravità dei tumori è stata elaborata una apposita ‘scala’ o ‘grading’ che misura il grado di aggressività delle neoplasie in base al loro grado di differenziazione cellulare.

Il sistema di grading più utilizzato prevede 4 gradi possibili:

GX Grado non determinato
G1 Ben differenziato (grado basso): < 25% di cellule non differenziate
G2 Moderatamente differenziato (grado intermedio) < 50% di cellule non differenziate
G3 Scarsamente differenziato (grado alto) 50-75% di cellule non differenziate
G4 Indifferenziato (grado alto) cioè anaplastico: > 75% di cellule non differenziate
(fonte Wikipedia)

Questo per quanto riguarda i tumori.

E per quanto riguarda gli esseri umani?

Non stiamo andando verso la più completa indifferenziazione di tutte le caratteristiche che un tempo costituivano gli elementi distintivi di ogni raggruppamento antropico e, all’interno del medesimo, di ogni ceto o casta sociale?

Il discorso è delicato. Sappiamo che i fautori del “progresso senza fine” sbandierano questo livellamento come uno dei risultati più positivi dell’avanzata della ragione, della marcia trionfale della cosiddetta civiltà.

Per ottenerlo si sono combattute guerre e sono scoppiate sanguinose rivoluzioni. Poi, da un certo punto in avanti, il livellamento è iniziato e progredisce a ritmo crescente.

Ma vediamo separatamente quali erano gli elementi principali che connotavano la differenziazione degli esseri umani, quando non erano cellule malignamente aggressive come oggi.

1.    Innanzitutto la differenziazione dei tratti somatici (altezza, dimensione corporea, colore della pelle, taglio degli occhi ecc. ecc.), in una parola tutte quelle caratteristiche che un tempo venivano definite “razziali”.
2.    Oltre all’aspetto fisico, l’elemento che maggiormente distingueva e separava i vari gruppi umani era il linguaggio. All’interno di ogni popolazione, di ogni etnìa, di ogni tribù si comunicava con idiomi specifici, comprensibili solo dagli appartenenti al gruppo. Ciò innalzava delle vere e proprie barriere all’interscambio di informazioni e contribuiva a preservare la specificità dei singoli raggruppamenti.
3.    Infine le varie popolazioni si differenziavano in base alle tradizioni, agli usi, ai costumi, ai rituali, alle credenze religiose, alle superstizioni, al modo di abbigliarsi e di ornarsi, a tutto l’insieme di elementi che le culture locali avevano elaborato e tramandato in migliaia e migliaia di anni.

Ebbene, come nel tumore maligno i tratti caratteristici delle singole cellule vanno scomparendo per lasciare il posto ad un unico tipo di cellula indifferenziata, così nel tumore planetario di cui l’uomo è cellula cancerogena si verifica un analogo processo attraverso:

1.    L’omologazione dei tratti somatici
2.    L’abolizione delle barriere linguistiche
3.    L’abbattimento di ogni tradizione e cultura autoctona

Vediamo punto per punto come avviene il processo e perché è destinato a proseguire sino al suo tragico esito finale.

1.    L’omologazione dei tratti somatici

Nonostante il colore della pelle e le caratteristiche fisiche collettive siano tra gli elementi che contraddistinguono gli esseri umani in modo più evidente, la loro omologazione rappresenta per il cancro del pianeta un elemento di minore importanza rispetto ai restanti due di cui parleremo. Un uomo può essere bianco, nero o giallo, ma se parla inglese, veste in giacca e cravatta, guarda le serie TV, passa gran parte del suo tempo su Facebook e mangia hamburger e pop corn è pronto a contribuire in modo aggressivo (passivamente o attivamente) all’opera di distruzione della biosfera.

Ciò premesso vi è da dire che il rimescolamento dei popoli, iniziato già da qualche secolo ma in corso di intensificazione avanzata, condurrà inevitabilmente all’omologazione anche fisica degli appartenenti alla famiglia umana.

La tendenza ad uniformare l’aspetto corporeo riguarda oggi persino i rappresentanti dei due sessi, che in numero sempre maggiore tendono a nascondere le differenze che un tempo venivano messe in risalto e a ostentare i tratti comuni. Ma questo è un fenomeno più culturale che fisico, conseguente a quell’abbattimento delle tradizioni di cui parleremo più sotto.

2.    L’abolizione delle barriere linguistiche

Il grande tumore planetario, di cui siamo gli agenti inconsapevoli, trova un grave ostacolo al suo avanzamento nelle barriere linguistiche che da sempre hanno separato i vari popoli.

La malattia per progredire richiede un’organizzazione sociale la più coesa possibile. Il suo ideale sarebbe che l’orbe terracqueo fosse governato da un’Autorità unica mondiale tramite organi di comando gerarchicamente disciplinati e capillarmente diffusi.

Questa visione orwelliana si completerebbe con la diffusione di un unico linguaggio universale. Questo era l’obiettivo di chi ideò l’Esperanto, ma all’epoca (seconda metà dell’Ottocento) i tempi non erano maturi, e il tentativo fallì.

Oggi l’omologazione linguistica ha fatto passi da gigante. Secondo Ethnologue.com delle 7.000 lingue parlate nel mondo solo 359 sono veramente globali, parlate da milioni di persone. Le altre sono a rischio estinzione. Pare che scompaia una lingua ogni due settimane. E il 94% della popolazione mondiale parla il 6% delle lingue esistenti, mentre il restante 6% degli umani comunicano attraverso il 94% delle altre lingue.

All’interno dei circa 200 Stati nazionali esistenti al mondo, costituitisi durante l’800, dopo la fine della prima guerra mondiale e dopo la seconda con la decolonizzazione, le autorità statali hanno provveduto a far tabula rasa della enorme pluralità di dialetti e idiomi locali esistenti. Gli strumenti di eradicazione sono stati molteplici, dall’istruzione obbligatoria, al servizio militare, alla pubblica amministrazione, finchè poi è intervenuta la televisione che, parlando sempre e solo la lingua ufficiale dello Stato, ha definitivamente rimosso l’uso delle parlate locali nelle nuove generazioni.

Ora esistono ancora importanti barriere ma già l’inglese si profila all’orizzonte come lingua universale, in conseguenza della capillare diffusione dell’impero coloniale britannico.
Il World Wide Web gioca in tal senso un ruolo importante. Permane il problema del cinese e dell’arabo, ma il processo di omologazione linguistica è avviato e non potrà che progredire.

3.    L’abbattimento delle tradizioni e culture autoctone

Parallelamente all’uniformazione dei linguaggi si è susseguita quella di mode, costumi e tradizioni.

In questo caso gli strumenti più efficaci di livellamento sono stati i mezzi di comunicazione di massa, dapprima i giornali e le riviste illustrate, poi il cinema e la televisione.

Ma già l’istruzione obbligatoria e il trasferimento dei funzionari statali e non statali (compresi i preti) da regione a regione, da città a città, avevano fortemente contribuito ad estinguere gran parte delle tradizioni folcloristiche paesane.

Lo spopolamento delle campagne e l’emigrazione di massa hanno poi assestato alle culture locali gravi colpi, finchè anche in questo caso la rete globale dei computer ha inferto il colpo mortale.

Oramai quasi tutti ci vestiamo allo stesso modo, mangiamo cibi standardizzati, seguiamo gli stessi ritmi lavorativi e abitiamo in case pressochè identiche le une alle altre, sia che si viva in città sia che si viva in campagna o in montagna.

Due marchi tra tutti, McDonald e Ikea, insieme a mille altri, danno l’idea di come le nostre abitudini alimentari e abitative si stiano ormai omologando a livello mondiale.

Le grandi religioni, prima di divenire esse stesse obsolete, avevano già iniziato a spazzare i miti locali, a volte anche inglobandoli.

Ora il processo di omologazione ha quasi raggiunto il suo obiettivo, e cioè renderci il più possibile simili gli uni agli altri. In tal modo sarà più semplice nonché inevitabile giungere all’istituzione di un Governo Unico Mondiale.

La previsione è terrificante, ma ha una sua logica. Solo un’Autorità globale potrà gestire i problemi globali che ci aspettano e per farlo avrà bisogno di una platea di sudditi sufficientemente omogenea.

Questa impressionante ‘macchina da combattimento’ sarà in grado di completare l’opera di devastazione dell’intera ecosfera, esattamente come il tumore maligno riesce a distruggere tutti i tessuti sani dell’ammalato di cancro,

Le cellule de-differenziate sono le più maligne e aggressive di tutte, e noi uomini siamo decisamente incamminati su quella strada.

Dobbiamo prendere atto di questa realtà e divenire ‘cellule maligne consapevoli’, così come ho cercato di suggerire nella mia nuova opera “Il Cancro del Pianeta Consapevole”.


domenica 4 novembre 2018

Cento anni fa finiva la guerra che avrebbe dovuto mettere fine a tutte le guerre




La copertina del libro che ho pubblicato quest'anno dedicato al ricordo di un eroe dimenticato della Grande Guerra, Armando Vacca. Un uomo che ha lottato per la pace più che poteva, al punto che ha dovuto dare la vita per una causa contro cui aveva combattuto. Morì come martire per la sua fede cristiana sulle montagne del Carso il 21 luglio 1915.


 

Cento anni fa, il 4 novembre 1918, finiva la Grande Guerra, conosciuta anche come prima guerra mondiale. Penso che sia appropriato celebrare questa giornata con alcune parole di una bellissima canzone di Eric Bogle, "The Green Fields of France".


Ah, young Willie McBride, I can't help wonder why
Do those that lie here know why did they die
And did they believe when they answered the call
Did they really believe that this war would end war?

For the sorrow, the suffering, the glory, the pain
The killing, and the dying was all done in vain...
For, young Willie McBride, it all happened again
And again, and again, and again, and again

Eric Bogle – “The Green Fields of France”


Ah, giovane Willie McBride, non posso fare a meno di chiedermi perché
Quelli che giacciono qui sanno perché sono morti
E hanno creduto quando hanno risposto alla chiamata
Credevano davvero che questa guerra avrebbe messo fine alla guerra?

Per il dolore, la sofferenza, la gloria, il dolore
L'assassinio e la morte sono stati tutti fatti invano ...
Perché, giovane Willie McBride, tutto è successo di nuovo
E succederà ancora, e ancora, e ancora e ancora

Eric Bogle – “I Verdi Campi della Francia”




sabato 27 ottobre 2018

Quanto capitale c’è nel capitalismo? – Agonia del capitalismo 2 –


di Jacopo Simonetta

Secondo articolo di una serie di dieci, per il primo si veda qui.
Questo articolo è già uscito su Apocalottimismo in data 6/10/2018.

Quanto capitale c’è dentro il capitalismo?

Piketty analizza il livello di capitalizzazione delle economie esprimendo il quantitativo di capitale in percentuale del PIL, anno per anno.  In tal modo, si evidenzia il tasso di accumulo del capitale in rapporto alle attività economiche, facendo astrazione dalle dimensioni complessive dell’economia.   In pratica, in questo modo si evidenzia la struttura di un’economia, invece di essere abbagliati dalle sue dimensioni.


Come si vede (fig. 1 Piketty) in tutti i principali paesi europei il livello di capitalizzazione dell’economia era relativamente stabile e molto alto fino al 1914 (fra 6 e 7 volte il PIL) .  Nei trenta anni successivi lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la quasi totalità di questo immenso patrimonio andò distrutto, soprattutto per la perdita spesso totale di valore di azioni, obbligazioni e titoli di stato; solo secondariamente per i bombardamenti.  Dal 1950, il capitale ha ripreso a crescere rapidamente, tornando a valori compresi fra il 400 ed il 600% del PIL odierno.  La tendenza è tuttora al rialzo ed è quindi possibile che si torni a livelli analoghi a quelli di oltre 100 anni fa o più.
Tuttavia, anche se il capitalismo è sopravvissuto al bagno di distruzione e sangue dei 30 anni peggiori della storia europea (forse mondiale), ne è uscito profondamente cambiato.    Vediamo l’esempio della Francia, rappresentativo di una tendenza generale (fig. 2 Piketty).

Come si vede, fra il 1700 ed il 1914 l’ammontare complessivo del capitale è rimasto sostanzialmente costante in rapporto al PIL, ma non si deve credere che questo significhi stabilità né politica, né economica.
Al contrario, in quei due secoli la struttura del capitale è completamente cambiata, con una fortissima perdita di valore dei terreni agricoli nella madrepatria, compensata dall’acquisto di proprietà coloniali.  Il valore complessivo del settore immobiliare non è cambiato molto, mentre quello degli impianti industriali è cresciuto, ma non di molto (sempre in rapporto al PIL, si ricordi).
Fra l’agosto 1914 e il settembre 1945 questo patrimonio perse più di metà del suo valore, ma è interessante notare che la prima guerra mondiale ha avuto effetti molto più devastanti della seconda, malgrado abbia comportato distruzioni materiali infinitamente minori.   Ciò è dipeso dal fatto che il più delle perdite sono state dovute al crollo del valore dei terreni, già avviato due secoli prima, e dalla perdita delle proprietà coloniali (al netto delle proprietà detenute da stranieri in Francia).  Anche il capitale industriale ne uscì malconcio, ma più per la perdita di valore di azioni e obbligazioni che per le bombe.

Come abbiamo visto, dopo il 1945 è iniziata una rapida ripresa del capitale, tuttora in corso, ma legata soprattutto all’esplosione del valore del mercato immobiliare, mentre l’agricoltura finiva di sparire.   Interessante notare che il capitale estero, dal dopoguerra, è rimasto insignificante.  Ciò non significa che i capitalisti francesi e occidentali in generale non posseggano oggi grossi capitali all’estero (li possiedono), ma significa che capitalisti esteri possiedono un valore circa equivalente in Europa.   Una situazione interessante perché questa approssimativa equivalenza risulta evidente per l’élite, ma non per la gente comune che, più o meno in tutti i paesi, avverte con disagio il fatto che il proprio paese è largamente posseduto da stranieri.   Una sensazione esacerbata quando gli stranieri appartengono a nazioni impopolari come i paesi arabi o la Cina per gli europei, oppure gli stati europei per molte delle nostre ex-colonie.

Infine, vediamo come è evoluto nel tempo il rapporto fra capitale pubblico e privato, al netto del debito(fig. 3 Piketty).   Come si vede, il capitale pubblico non è mai stato molto, a periodi perfino negativo (cioè il debito pubblico valeva più della somma delle proprietà pubbliche).   L’unico periodo in cui lo stato è stato quasi altrettanto ricco della somma dei suoi cittadini è stato nell’immediato dopoguerra.  Un periodo molto particolare, su cui torneremo.


Conclusioni – 2

Il capitalismo si è sempre contraddistinto per essere intrinsecamente instabile e rivoluzionario; se ne era ben accorto Carlo Marx che contava su di esso per distruggere ogni traccia di struttura sociale tradizionale ed aprire cosi’ la via al comunismo.   La prima parte del lavoro è andato come aveva previsto, la seconda invece no (almeno per ora).  Dunque in una prima fase, quella studiata da Marx, il capitalismo ha effettivamente distrutto le proprietà e le società agrarie, per sostituirle con quelle immobiliari, industriali e coloniali.   Al 1914 Francia, Inghilterra e Germania, erano le tre maggiori potenze politiche ed economiche mondiali, gli imperi coloniali dei primi due coprivano buona parte del Pianeta, una posizione di assoluto privilegio costruita gradualmente a partire dalla fine del XVII secolo.  La Russia aveva occupato l’intera Asia centrale e settentrionale e gli Stati Uniti avevano sostituito la Spagna ed il Portogallo come potenza egemone sul Nuovo Continente, ma ciò nondimeno i tre maggiori stati europei erano in buona misura i padroni del mondo.  Appena 30 anni più tardi l’Europa era ridotta a miseria e macerie, la sua classe dirigente completamente spazzata via e sostituita; i vari stati ridotti a province chi dell’Impero Americano e chi dell’Impero Sovietico.
Nei 30 anni successivi la fine della seconda guerra mondiale l’Europa occidentale recuperò buona parte del suo potere economico, ma non quello politico; mentre i paesi rimasti nell'orbita sovietica recuperarono solo molto parzialmente i danni subiti.

Un aspetto molto interessante di questa carrellata storica è che la Rivoluzione Francese, con tutto ciò che ne è seguito, ha avuto effetti irrilevanti sulla ripartizione della ricchezza, come dimostrato dal fatto che nella vicina Inghilterra l’evoluzione è stata molto simile.   Viceversa, come già notato, la prima guerra mondiale ha avuto effetti devastanti sulla struttura socio-economica d’Europa, molto maggiori anche della seconda, malgrado i bombardamenti.  Tutto questo induce il sospetto che il 1914 abbia rappresentato un vero e proprio punto critico nell'evoluzione delle società capitaliste europee, con un collasso in perfetto stile “Picco di Seneca”, seguito però da una parziale rinascita.

sabato 13 ottobre 2018

La Linea d'Ombra della Memoria: Si Avvicina il Centenario della Fine della Grande Guerra



Si avvicina il centenario della fine della Guerra Mondiale, quel 4 Novembre, una ricorrenza che passerà probabilmente un po' in sordina, come sono passate tutte le ricorrenze di quell'antica guerra fratricida fra cittadini europei che oggi troviamo difficile comprendere. Di questa storia, ho scritto un libro che è stato pubblicato recentemente: la storia di un eroe di quel tempo, Armando Vacca di Grana di Monferrato, prima pacifista, poi guerriero, costretto a morire per la causa contro la quale aveva combattuto. Una storia di lotta a di sofferenza che alla fine si risolve in una sconfitta. Ma è la storia di un uomo onesto che ha fatto il suo dovere e in questo libro la racconto il meglio che posso. (UB)



Da "La Linea d'Ombra della Memoria" - di Ugo Bardi 2018



Hai scritto quello che ti abbiamo detto.
Questo è bene. 
Così il nostro nome sarà in un libro 
e non sarà perso per sempre.

Iisho, shamano Goajiro


Sono passati oltre cento anni dal tempo della Grande Guerra, che poi fu chiamata la “Prima Guerra Mondiale.” Una conflagrazione immensa che non si era mai vista prima. Nella storia, mai così tanti uomini avevano combattuto in una singola guerra, mai c'erano state tante vittime, mai il mondo si era trovato a vedere una rabbia e una follia tanto grandi.

Oggi ci troviamo nel secolo successivo a questi eventi, addirittura nel millennio successivo. Al momento in cui scrivo, il 2018, sta per passare il centenario della fine della guerra. Le ricorrenze dei vari eventi, battaglie, vittorie e sconfitte, sono passate un po’ in sordina: qualche celebrazione, qualche commento sui giornali, nulla che abbia lasciato davvero il segno.

La Grande Guerra è ormai un evento remoto, dimenticato, per molti versi incomprensibile, forse anche qualcosa di cui, silenziosamente, ci vergogniamo. Non riusciamo a comprendere come e perché fosse nato questo mostro assetato di sangue che aveva divorato venti milioni di europei, fra militari e civili, in appena quattro anni. Eppure, non è un evento lontano da noi; al contrario, ci è vicino sia nello spazio che nel tempo e, fino a non molti anni fa, veniva ricordato e celebrato. Quando ero un adolescente, parliamo degli anni tra il 1960 e il 1970, i veterani della Grande Guerra avevano settanta/ottant’anni e molti di loro erano in buona salute e ancora attivi, li potevi vedere nei bar che giocavano a carte o nei parchi a giocare a bocce, ti potevi far raccontare direttamente le loro storie di persona anche se, a quei tempi, ero troppo giovane perché l’argomento m’interessasse particolarmente.

In quegli anni la Grande Guerra era ancora sentita come qualcosa di glorioso e di importante: c’era la parata militare del “Giorno della Vittoria” il 4 Novembre, si celebrava il 24 Maggio il giorno della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, anche se non tutti si ricordavano esattamente cosa significava quella data. A scuola, alle elementari, ci facevano cantare la canzone del Piave.Oggi i veterani della Grande Guerra non ci sono più, neanche quelli che fecero parte del gruppo di reclute che vennero chiamati “i ragazzi del 99”. Da qualche parte, in qualche momento, l'ultimo dei combattenti di quell’antica guerra ci deve aver lasciato per raggiungere i suoi compagni, forse schierati tutti insieme ad aspettarlo in qualche grande campo di battaglia nel cielo. Il tempo è riuscito portare a compimento quello che cannoni e mitragliatrici si erano impegnati a fare con grande impegno, riuscendoci solo in parte: sterminare un'intera generazione di europei.

Ora la Grande Guerra si trova al limite della barriera della memoria umana: un limite che possiamo chiamare la “linea d’ombra” della storia. Gli eventi del passato svaniscono gradualmente via via che scivolano indietro nel tempo. Da un certo punto in poi li vediamo indistinti, remoti, nascosti da un’ombra oscura che li copre. È la storia del romanzo di Joseph Conrad intitolato “La Linea d’Ombra”, scritto nel 1917 e molto influenzato dalla Grande Guerra in corso: ci racconta di come l’oscura presenza del vecchio capitano della nave del protagonista ne influenzi ancora il destino. Lo stesso capita a noi con gli eventi del passato, seppur remoti ed oscuri, che ci influenzano ancora.

Gli antropologi che hanno studiato i popoli che non hanno letteratura scritta hanno scoperto che la memoria degli eventi del passato per loro non si estende oltre un secolo. Più in là la linea d’ombra della storia li oscura completamente. Sembra che questa estensione di tempo copra più o meno la relazione che c’è fra nonni e nipoti. Forse, più esattamente, fra nonna e nipotina. Nel passato la storia nota non andava oltre quello che il nonno o la nonna si ricordavano della loro gioventù.

Negli anni ’60 il giornalista Piero Angela andò a intervistare gli anziani dei villaggi vicino a Waterloo per vedere se c’era ancora traccia nella memoria dell’ultima battaglia di Napoleone combattuta nel 1815, circa un secolo e mezzo prima. Trovò solo una persona che si ricordava di qualcosa che gli aveva raccontato suo nonno che, da bambino, aveva visto seppellire centinaia e centinaia di cadaveri in grandi fosse comuni. Un residuo di ricordo che, da solo, ci poteva dire soltanto che in quel luogo era stata combattuta una grande battaglia. Ma questa battaglia era stata ormai oscurata dalla linea d’ombra della storia e, senza fonti scritte, non avremmo potuto sapere chi aveva combattuto e neppure perché.

Così, delle centinaia e migliaia di generazioni di esseri umani che sono nate e vissute prima della scrittura non rimangono che miti e leggende; di tutti gli eventi che si sono verificati, battaglie, amori, lotte, viaggi e scoperte, tutto è stato compresso nell’universo delle narrazioni che rimane oggi. Si dice che gli indigeni australiani usavano il termine “tempo dei sogni” (dreamtime) per il mondo al di là della linea d’ombra. Un universo fatto di eroi e di mostri, dei e demoni, draghi e chimere; il mondo del mito.

Allo stesso modo, con la morte dell'ultimo veterano, la Grande Guerra è oggi scivolata al di là della linea d’ombra, è entrata a far parte del dreamtime degli indigeni australiani, delle cose che si imparano sui libri. Rientra nella stessa categoria delle campagne di Giulio Cesare in Gallia o di Alessandro il Grande in Asia. Ma a differenza di questi lontani eventi, la Grande Guerra giace al limite della nostra memoria: è ancora un evento che ci possiamo far raccontare, se non da chi lo ha vissuto, perlomeno da chi ne ha sentito raccontare personalmente. Questo è un momento molto particolare: il limite temporale che consegna la realtà al mito, la storia alla leggenda.

È la linea d'ombra della storia che si fa sentire in molti casi e in molti modi. Si sa che i vangeli cristiani furono scritti da persone che non avevano mai conosciuto Gesù Cristo, ma soltanto ne avevano sentito raccontare da altri che lo conobbero. Si dice anche che Omero non compose l’Iliade dalla sua propria esperienza, ma da storie raccontate da coloro che avevano compiuto quelle gesta. In questo momento la Grande Guerra si trova più o meno alla stessa distanza temporale da noi nella quale si trovava la vita di Cristo per gli autori dei vangeli e, forse, era la stessa distanza tra la guerra di Troia e Omero. Al limite della barriera della memoria, al limite della linea d'ombra che si manifesta ad un centinaio d'anni dagli eventi che in parte oscura. Ma è possibile, in certi casi, oltrepassare la barriera della linea d’ombra.

Nelle sue “Memorie di Adriano” Marguerite Yourcenar ha tentato di ritrovare i pensieri e i sentimenti di un imperatore romano vissuto quasi duemila anni prima di lei: lo ha raccontato non come un mitico eroe ma come un uomo, un uomo come noi. Miracolosamente è riuscita a superare la linea d'ombra facendolo ritornare dal tempo dei sogni e facendolo rivivere nel nostro tempo grazie a dei documenti, ma anche e soprattutto sulla base di qualcosa che il poeta romano Publio Terenzio disse tanti anni fa: “nulla di umano mi è estraneo” (humani nihil a me alienum puto). È riuscita a ricostruire la figura di un Adriano imperatore facendocela sentire umana nonostante l'abisso di tempo che ci separa. La stessa Marguerite Yourcenar ha raccontato che, per farsi un’idea di quell’immenso periodo di tempo, cercava d’immaginare degli anziani che si tenevano per mano a simboleggiare le generazioni passate. Per raggiungere Adriano doveva immaginarsi una fila di circa 25 persone.

La mia ricerca è stata più semplice: per immaginare Armando Vacca davanti a me avevo bisogno di pensare soltanto a due generazioni, me stesso con mio nonno che mi tiene per mano. Mio nonno Raffaello era nato nello stesso anno di Vacca, il 1888, e così come ho conosciuto bene mio nonno, avrei potuto conoscere Armando Vacca in persona se lui non avesse trovato il suo destino sul Carso nel 1915.

Di mio nonno, ricordo che era un uomo buono e gentile, che non amava molto parlare della sua esperienza in guerra. Quando ne parlava, però, si commuoveva nel ricordare il disastro di Caporetto, quando era riuscito a salvarsi riparandosi in una trincea sulla linea del Piave. Gli avevano dato un fucile, ma niente munizioni. In quella trincea attese per alcuni giorni l'attacco degli Austriaci, domandandosi se avrebbe dovuto combattere usando quel fucile per prendere i nemici a bastonate. Per sua fortuna l'attacco non arrivò e lui riuscì poi a tornare a casa, vivo e tutto intero. Di quei giorni passati in trincea, mio nonno ricordava di aver sentito gli austriaci cantare le loro canzoni in tedesco dalla trincea opposta. Canticchiava una versione curiosamente deformata di Ach, du lieber Augustin, che i soldati italiani cantavano in risposta.

A parte il libretto che avevo trovato su una bancarella, quando ho cominciato la ricerca non avevo altri dati su Armando Vacca e, quasi certamente, non c'era più nessuno ancora vivente che l'avesse conosciuto di persona. Ma pensavo che era ancora possibile recuperare delle notizie e dei dati. Con gli anni, sono riuscito a sapere molto di più di questa storia e, perlomeno in parte, a far ritornare Armando Vacca da questa parte della linea d’ombra della storia

Non so se è una ricerca che posso definire conclusa: ci sono sempre nuove cose da imparare. Ho cominciato quasi subito a scriverla, inizialmente soltanto per me, in un momento in cui sembrava che la guerra fosse un’eccezione, uno stato particolare in via di sparizione nel movimento generale verso un mondo più pacifico. Ora invece pare che la cosa singolare sia stata il breve periodo di pace in un secolo, il XX, che fu forse il più sanguinoso della storia dell’umanità. Il XXI secolo non è cominciato bene e potrebbe diventare peggiore. Ma è una lunga storia quella che vi racconto in questo libro . . .


Link al sito del libro.

lunedì 8 ottobre 2018

Agonia del Capitalismo ?

di Jacopo Simonetta

Articolo già apparso su Apocalottimismo in data 29 settembre 2018.


"Le coordinate ideologiche e la logica culturale della nostra epoca si possono riassumere nella seguente constatazione: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”
Mark Fisher

Il capitalismo è già stato dato per morto varie volte, eppure oggi più che mai domina l’umanità.  Finora ha dimostrato un  grado di resilienza e di adattabilità molto elevati, tanto che da ogni situazione che poteva essergli fatale, il capitalismo è uscito trasformato, ma anche più forte che mai, come l’Idra di Lerna.  E’ però indubbio che, attualmente, fronteggia una crisi molto profonda su cui fiumi di inchiostro sono stati versati dagli analisti più brillanti, così come dai complottari più fantasiosi.

Qui vorrei proporre un punto di vista un po’ diverso dal solito su alcuni dei punti più discussi.  Il dati macroeconomici sono interamente ricavati dalla monumentale opera di Thomas Piketty “Il Capitale nel XXI secolo”, discussi però alla luce della fisica delle strutture dissipative che lo storico francese non prende in considerazione.

Data la complessità dell’argomento, gli dedicherò 10 successivi articoli che spero di poter pubblicare con scadenza quasi regolare.  Salvo ripensamenti, gli argomenti saranno questi:

1 – Le tre regole auree del capitalismo.

2 – Quanto capitale c’è nel capitalismo?

3 - Disparità della ricchezza fra realtà e fantasia.

4 – Quanto rende il capitale?

5 – Paesi emergenti e paesi sommergenti.

6 – Distruggere il debito.

7 – Lo studio del capitalismo fra scienza e politica

8 – Capitalismo e cannibalismo.

9 – Capitale e politica.

10 – Che fine farà il capitalismo?

Premessa

Gli unici due paesi per cui esistono statistiche economiche complete dalla nascita del capitalismo fino ad oggi sono il Regno Unito e la Francia che ne furono la culla.   Per il XX secolo abbiamo dati consistenti anche per gli Stati Uniti, mentre per il resto del mondo i dati disponibili sono frammentari e/o inaffidabili.   Tuttavia, considerando le strette affinità fra i sistemi politici e economici nel “mondo occidentale”, possiamo farci un’idea abbastanza precisa di cosa sia accaduto nel mondo in cui il capitalismo è nato e cresciuto, ma che ora rappresentano una periferia “fané” di un mondo che ha il suo centro propulsore in Cina e, secondariamente, in altri grandi paesi asiatici come India e Malesia.   Questo pone dei limiti molto consistenti alla possibilità di estrapolare delle valutazioni generali, ma già conoscere meglio il capitalismo nostrano può essere interessante.

Prima di addentrarci nel discorso, è bene premettere subito una cosa: gli economisti ancora oggi tendono perlopiù a considerare che i fattori di produzione sono due: capitale e lavoro.   Ciò aveva senso ai tempi di Ricardo ed ancora a quelli di Marx poiché allora non c’erano limiti alla possibilità di scaricare l’entropia derivante dai processi industriali e l’unico limite all'estrazione di risorse era il capitale disponibile per finanziare l’impresa.  Il limite tecnologico era secondario in quanto la disponibilità di risorse di alta qualità, con le tecnologie di allora, era più che sufficiente ad alimentare la crescita.

Oggi, dobbiamo considerare che gli equilibri interni del sistema Terra (biosfera, atmosfera, idrosfera e litosfera) sono più importanti del capitale e del lavoro in quanto è dall'alterazione dei cicli bio-geo-chimici e dalla perdita di biodiversità che provengono i principali fattori limitanti allo sviluppo dell’economia.   Subito dopo in scala di importanza, oggi viene la produttività dell’energia in quanto qualunque lavoro viene eseguito usando una notevole “leva energetica”.  Anzi, contrariamente a quanto sostenuto da molti economisti, il vertiginoso aumento di produttività che ha accompagnato lo sviluppo del capitalismo dipende in primis dallo sfruttamento dell’energia fossile e solo secondariamente dall'incremento dell’istruzione pubblica (anche se fra questi due fattori vi sono delle retroazioni positive).   Negli ultimi post di questa serie ci torneremo.

Per ora ci atterremo a valutazioni di tipo più tradizionale, ma chi legge è pregato di tener sempre presente tre cose:

1 – Il denaro non è più un valore in sé (come in parte era ai tempi di Marx), bensì un’informazione sul valore degli “asset” e su chi a diritto a servirsene.
2 – L’estrazione di valore si fa sempre meno dal lavoro umano e sempre di più dalle risorse (in primis dall’energia).  La produttività dell’energia è quindi diventato un fattore cruciale, solitamente ignorato dagli economisti.
3 – Qualunque sia il tipo di economia e di organizzazione sociale che adottiamo, un aumento della produzione comporta un aumento di entropia che va a danno di qualcuno o qualcosa (altri popoli e nazioni, altre generazioni, altre classi sociali, eccetera); in ultima istanza a danno della biosfera.

Infine un’annotazione tecnica: quando nei post seguenti si parlerà di capitale si intenderà la somma del valore monetario di tutti gli “asset”, al netto dei debiti, normalizzato all’anno 2010.  Ecco perché, di fatto, possiamo considerare il capitale pubblico odierno pari a zero o quasi: gli stati detengono tuttora consistenti patrimoni, il cui valore è però all'incirca pari a quello del debito pubblico.   Viceversa, vedremo che il capitale privato è in buona salute, anche al netto del consistente debito di cittadini ed imprese.

Le tre regole auree del capitalismo.

“Capitalismo” è una parola che conta più definizioni che lettere.   Praticamente ogni autore la ha usata con un’accezione almeno un poco diversa, spesso senza neppure giovarsi di definirla.  A scanso di malintesi, qui il termine indica un sistema economico in cui:

-  La maggior parte dei fattori di produzione appartiene a privati cittadini o ad organizzazioni di diritto privato (la più evidente, ma anche la meno importante delle caratteristiche, tanto è vero che il capitalismo cinese è in gran parte di stato);

- il diritto di proprietà concede piena disponibilità del bene (al netto di vincoli particolari, solitamente contestati);

- il sistema è strutturato su di una retroazione positiva fra accumulo del capitale ed aumento della produzione (principale fra le caratteristiche).

Non esiste quindi un solo tipo di capitalismo.  Già il capitalismo americano e quello europeo sono diversi; quello russo ne è assai distante; quello cinese ancor di più, mentre il capitalismo europeo “belle époque” era completamente diverso da quello attuale.   Tuttavia tutte le forme di capitalismo sono accomunate da una struttura che richiede un tasso di crescita minimo al di sotto del quale in sistema va in crisi.  In pratica, il capitalismo è caratterizzato dal fatto che o cresce, o collassa, non si può stabilizzare.  O, perlomeno, finora non lo ha mai fatto.   Ci sono ragioni fisiche molto profonde per questo, ma non ne parleremo qui.

Le tre leggi fondamentali.

Rimanendo nell'ambito del capitalismo occidentale, che è l’unica variante relativamente ben studiata sotto il profilo scientifico, Piketty ne definisce le tre leggi fondamentali come segue.

Prima legge:    a = r x B

Dove “a” rappresenta la parte del reddito nazionale che proviene dall'investimento del capitale; “r” è il rendimento medio del capitale; “B” è il rapporto capitale /reddito.

Significa che l’importanza del capitale in un’economia aumenta con il crescere della quantità di capitale e del suo rendimento, ma diminuisce con il crescere del reddito nazionale.   In pratica, in un’economia in cui i redditi da lavoro sono molto elevati l’importanza del capitale è ridotta, mentre quando i redditi da lavoro sono modesti, l’importanza del capitale cresce.   Per esempio, se B è uguale 6 (cioè il valore del capitale è pari a 6 volte il reddito nazionale) ed r è pari 0,05 (cioè un rendimento del 5%), la parte dal reddito nazionale derivante dal capitale è il 30%.

Un esempio che non è scelto a caso, in quanto questi sono all'incirca i valori medi che si riscontrano oggi nei paesi “avanzati”. In particolare, nel 2010 si stimava che nei principali paesi “ricchi” il reddito nazionale pro-capite medio fosse di circa 30.000 €/anno lordi ed il patrimonio privato fosse di circa 180.000 € a cranio. 

Valori medi che, ovviamente, non hanno nulla a che fare con le cifre davvero a disposizione della maggioranza delle persone.

Seconda legge:         B = s/g

Dove “B” è il rapporto capitale /reddito; “s” il tasso di risparmio; “g” il tasso di crescita del PIL.

Significa che il rapporto fra capitale e reddito aumenta in modo direttamente proporzionale al tasso di risparmio ed inversamente proporzionale alla crescita del PIL.  Vale a dire che B cresce quando si risparmia molto in un contesto di debole crescita economica.  Viceversa, una vivace crescita economica tende a ridurre l’importanza relativa dell’accumulo di capitale.  Attenzione: nulla dimostra che funzioni la ricetta inversa, cioè che si possa far crescere il PIL erodendo il capitale ed il risparmio, anche se qualcuno ci spera.

Terza legge:       r > g

Dove “r” è il rendimento medio del capitale; “g” il tasso di crescita del PIL

Significa che il rendimento medio del capitale è almeno di un poco superiore al tasso di crescita del PIL.  Vedremo poi (v. post 4) che dietro il valore medio si celano differenze enormi nel rendimento del capitale a seconda della sua natura e della sua consistenza.  Tuttavia, l’analisi statistica di praticamente tutti le fonti esistenti su oltre due secoli di storia del capitalismo ha convinto Piketty che questa sia la principale forza che tende a divaricare le distanze fra una minoranza sempre più esigua di persone sempre più ricche ed una maggioranza sempre più vasta di persone sempre più povere.

Conclusioni 1

Attenzione che nessuna di queste è un’ineluttabile legge fisica.  Si tratta piuttosto di tendenze di lungo periodo derivanti dalla particolare struttura del sistema capitalistico. Teoricamente almeno, possono quindi essere modificate da eventi storici o da leggi che alterino la struttura del sistema; così come possono essere mitigate od esacerbate con interventi di natura legislativa, fiscale, ecc. Il capitalismo ha radici molto profonde nella fisica dei sistemi, ma rimane una scelta, non un destino ineluttabile, tanto è vero che si sono state migliaia di civiltà strutturate in altro modo.

martedì 2 ottobre 2018

Cinque cose da Sapere sul Collasso



Da "Cassandra's Legacy" Traduzione di "Corvo"


di Ugo Bardi


1. Il collasso è rapido.
 Già 2000 anni fa, il filosofo romano Seneca ha notato che quando le cose cominciano a peggiorare, vanno male velocemente. Ci vuole un sacco di tempo per mettere insieme un edificio, un'azienda, un governo, un'intera società, un macchinario. E ci vuole pochissimo tempo perché l'intera struttura si sbricioli alle giunture. Pensa al crollo di un castello di carte, o quello delle torri gemelle dopo gli attacchi dell'11 settembre, o anche a collassi apparentemente lenti come quello dell'impero romano. I crolli sono veloci, è la loro caratteristica.

2. Il Collasso non è un bug, è una caratteristica dell'universo.
I crolli si verificano sempre, in tutti i campi, ovunque. Nel corso della tua vita, è probabile che tu possa sperimentare almeno alcuni crolli relativamente grandi: fenomeni naturali come uragani, terremoti o inondazioni - gravi crolli finanziari - come quello avvenuto nel 2008 - e potresti anche vedere guerre e violenza sociale. E potresti ben vedere disastri personali su piccola scala come perdere il lavoro o divorziare. Nessuno a scuola ti ha insegnato come affrontare il collasso, ma per farcela è meglio imparare almeno qualcosa della 'scienza dei sistemi complessi'.

3. Nessun collasso è mai completamente inaspettato.
La scienza dei sistemi complessi ci dice che i crolli non possono mai essere esattamente previsti, ma non è una giustificazione per essere colti di sorpresa. Potresti non sapere quando un terremoto colpirà ma, se vivi in una zona sismica, non hai giustificazione per non prendere precauzioni contro di essa, come avere strumenti di emergenza e provviste. Lo stesso vale per difendere te stesso e la tua famiglia da ladri, criminali e ogni sorta di gentaglia. E fare piani per disordini politici o problemi finanziari. Non puoi evitare alcuni crolli, ma puoi sicuramente essere preparato per loro.

4. Resistere ai crolli è, di solito, una cattiva idea
Il collasso è il modo in cui l'universo usa per liberarsi del vecchio per fare spazio al nuovo. Resistere al collasso significa impegnarsi a mantenere vivo qualcosa di vecchio quando potrebbe essere un'idea migliore lasciarlo riposare in pace. E, se riesci per un po ', è probabile che tu possa creare un collasso ancora peggiore, è tipico. La scienza dei sistemi complessi ci dice che il motivo principale della ripidità del  'Collasso di Seneca ' è proprio il tentativo di evitarlo. Quindi, lascia che la natura segua il suo corso e sappi che alcuni problemi potrebbero essere irrisolvibili, ma possono essere sicuramente peggiorati.

5. Il collasso potrebbe non essere un problema ma un'opportunità. 
Il collasso non è altro che un 'punto di svolta' da una condizione all'altra. Quello che ti sembra un disastro potrebbe non essere altro che un passaggio a una nuova condizione che potrebbe essere migliore della vecchia. Quindi, se perdi il lavoro, questo potrebbe darti l'opportunità di cercarne uno migliore. E se la tua azienda peggiora, puoi avviarne un'altra senza fare gli stessi errori che hai fatto con la prima. Persino disastri come terremoti o alluvioni possono essere l'occasione per capire qual è il tuo ruolo nella vita, oltre a darti la possibilità di aiutare la tua famiglia e i tuoi vicini. I filosofi stoici (e Seneca era uno) capirono questo punto e ci dissero come mantenere l'equilibrio e la felicità anche in mezzo alle difficoltà.



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