Troia non Cadde per Colpa degli Immigranti


domenica 16 settembre 2018

Per una Ecologia Integrale




Un Post di Max Strata

Edwin Carpenter, nel suo saggio "Civilization: Its cause and cure", pubblicato nel 1889, scrisse in modo provocatorio che la civiltà è una specie di malattia attraverso cui la nostra specie deve passare, come i bambini passano per il morbillo o la pertosse, per raggiungere poi una condizione più sana. 
 
Riferendo la parola malattia all'intero organismo sociale, l'attivista e scrittore inglese sosteneva che l'unica cura possibile era quella di superare l'idea di civiltà che ci siamo fatti, per muoversi in direzione di un ritorno alla natura e alla comunione della vita umana. Da parte sua, Henry D. Thoreau non mancò di definire come essere umano "embrionale", colui che accetta acriticamente quanto gli viene proposto dalla cultura dominante e che si adatta a vivere conformemente a quanto la sua condizione sociale prevede senza mai svilupparsi in modo compiuto. In "Walden", uscito nel 1854, sul tema dei complicati rapporti tra gli esseri umani e della sostanziale insoddisfazione provocata dalla civilizzazione che ha imposto un progressivo allontanamento dal contatto con la natura, scrisse: "Non ci può essere nessuna oscura malinconia per chi vive in mezzo alla natura e ai suoi sensi sereni. Non ci fu mai tempesta, per quanto violenta, che non fosse musica eolia a un orecchio sano e innocente."

Nel 1864, a proposito della tendenza della nostra specie alla distruzione, nel suo "Man and Nature", il geografo George P. Marsh affermò quanto segue: “Ovunque egli posi il piede, le armonie della natura si cangiano in discordia. Le proporzioni ed i compensi che assicuravano la stabilità delle disposizioni esistenti vengono rovesciate. I vegetali e gli animali indigeni vengono estirpati e sostituiti da altri di origine straniera, la produzione spontanea è impedita o limitata e la faccia della terra è interamente spogliata, o coperta di una nuova e forzata vegetazione e di estranee razze di animali... le disposizioni naturali, una volta disturbate dall'uomo, non vengono restaurate finché egli non abbandoni il terreno e lasci libero campo alle forze riparatrici... le devastazioni commesse dall'uomo sovvertono le relazioni e distruggono l'equilibrio che la natura aveva posto fra le sue creazioni organiche e inorganiche... la ridurrà a un tale stato di produttività impoverita, di superficie sconquassata, di eccessi di climi, da far temere la depravazione, la barbarie, e forse anche la distruzione della specie."

Le osservazioni e la lungimiranza di questi autori, che indipendentemente l'uno dall'altro sono appartenuti al fluire del nuovo pensiero liberale e libertario che è sorto nella seconda metà del XIX secolo, rappresentano ancora oggi una solida base scientifica e filosofica per chi vuole addentrarsi nella comprensione di che cosa debba intendersi per Ecologia Integrale.

Se da un punto di vista storico-enciclopedico, l'Ecologia Integrale accoglie i contributi offerti dall'Ecologia Profonda, dall'Ecologia Sociale, dal Bioregionalismo, dall'Ecofemminismo, dal Panteismo, ecc., risulta complicato e perfino superfluo, affermare se e in che misura si possa considerare più affine all'uno o all'altro sistema di pensiero.

Di certo, a strutturarne l'ossatura concettuale concorrono diverse e fondamentali idee, teorizzazioni e impostazioni gnoseologiche.

Tra queste, ad esempio, l'idea centrale che Aldo Leopold ha espresso nella sua Etica della Terra ricordando che se l’individuo è membro di una comunità costituita da parti interdipendenti va da sè che i confini di questa comunità necessariamente si estendono per includere il suolo, le acque, le piante e gli animali, ovvero la Terra nel suo insieme. Una visione che Arne Naess ha ulteriormente sviluppato insistendo sul processo di identificazione tra l'essere umano, le altre specie viventi e l’ambiente abiotico naturale, che è indirizzata a comprendere la realtà dell'intreccio relazionale in cui l’altro diventa parte di me mentre io divento parte inscindibile dell’altro, all'interno di un mondo in cui divengono mobili e sempre più ampi i confini di ciò che realmente siamo. Questa idea forte di continuità, di non dualità, di non frammentazione, si contrappone in modo essenziale a quanto il dogmatismo della fede meccanicista e antropocentrica è riuscito ad imporre fino ad oggi attraverso l'imposizione del "dominio egoistico", del "mercato prima di tutto" e con l'affermazione di una organizzazione sociale che in larga parte è stata capace di assorbire e di attenuare anche i principali moti per la difesa dell'ambiente.

Muovendo dai presupposti della centralità del rapporto relazionale e dell'indentificazione con la manifestazioni della natura, ciò che connota il pensiero dell'Ecologia Integrale è l'idea che il cosiddetto ambientalismo "riformatore" con le sue ipotesi di sostenibilità comunque associate alla crescita economica infinita che si regge sulle regole e sulle priorità del sistema neolibersista, sia da rigettare in toto.

Non c'è niente di sostenibile, nel senso pieno del termine, in una società che fa girare per strada auto elettriche ma continua a provocare ferite mortali alle foreste, agli oceani, agli esseri umani che vivono in condizione di sofferenza e marginalità.

Come ha ben scritto Guido Dalla Casa, l'unico tipo di sistema che possiamo definire sostenibile è quello che può durare per un tempo indefinito senza alterare in modo apprezzabile l'evoluzione del sistema più grande di cui fa parte. Sistema, di cui fa parte la specie umana.

Questa effettiva coincidenza tra "ecologia superficiale" come l'ha definita Naess e "ambientalismo capitalista" nella versione di Bookchin, pone in evidenza come non vi sia futuro dentro una logica che non pone veramente in discussione le origini della crisi che stiamo vivendo.

Ad un certo punto della sua lunga e complessa analisi, Bookchin scrive: "Le cause principali dei nostri problemi si trovano nell’economia di mercato." Una affermazione che tuttavia si inquadra in un ragionamento che non riguarda esclusivamente il modello capitalista ma che più in generale osserva e giudica il rapporto che lega lo sviluppo economico allo sviluppo sociale e che chiama in causa anche la dottrina marxista. "Per quasi due secoli" scrive l'autore americano, "tutte le teorie di classe sul progresso sociale sono state fondate sull'idea che il dominio dell'uomo da parte dell'uomo fosse imposto dalla necessità della dominazione della natura, una pericolosa giustificazione della gerarchia e della dominazione in nome dei principi di uguaglianza e di liberazione" come se, "in ultima analisi, nelle sacre scritture del socialismo, il vero nemico non fosse il capitalismo, bensì la natura.“

Per Bookchin infatti “Non si tratta di stabilire se l'evoluzione sociale sia, o meno, in contrasto con l'evoluzione naturale. Si tratta invece di di stabilire come l'evoluzione sociale possa inserirsi nell'evoluzione naturale e perché sia invece stata contrapposta all'evoluzione naturale a scapito della vita nel suo complesso.”





              Arne Naess                                        Murray Bookchin


Il "male" che colpisce indistintamente natura e umanità (nella sua componente più debole), ha dunque un volto e un nome e se l'impostazione dualistica e antropocentrica dello pseudo-pensiero prevalente ne costituisce la fonte, il mercantilismo e la sua deleteria riduzione della vita a puro "effetto materiale" ne rappresentano l'epifania. E' importante comprendere che il punto di vista dell'Ecologia Integrale ribalta completamente le normali modalità con cui approcciamo l'esistenza quotidiana e in sostanza interpreta ogni tipo relazione in termini non gerarchici per il semplice fatto che non si possono comprendere le dinamiche naturali utilizzando una logica gerarchica. Qui si parla di circolarità, di reti, di scambio, non di piramidi e di vertici.

Ma l'attuale vitalità dell'Ecologia Integrale, oltre al suo robusto impianto concettuale trova sostegno concreto e una forte spinta innovativa nei comportamenti che oggi connotano una/un ecologista integrale (d'ora in poi EI).

Con la premessa che ogni definizione è sempre limitante e quindi mai esauriente, dirò comunque che la visione e la pratica di chi si riconosce nei principi dell'EI, si fonda sulla elaborazione razionale, sulla percezione intuitiva e sul sentimento, che il distacco tra l'essere umano e la natura è da considerarsi la causa prima del malessere esistenziale che si manifesta a livello individuale e collettivo. Questo speciale tipo di sofferenza, intesa come imposizione, ingiustizia, insoddisfazione, distruttività, che ha raggiunto il suo apice nel corso degli ultimi due secoli, è in primo luogo un fatto culturale.

Se in effetti ogni cultura umana è anche definibile e in qualche modo "misurabile", per l'intensità e per le modalità con cui ha generato "il malessere esistenziale" di chi ne ha fatto parte, appare evidente come l'assoluta specificità e l'alto grado di violenza che caratterizza il tempo presente sia direttamente collegabile al potere fornito dalla tecnologia.

Il distacco dalla natura, l'attività perturbante delle macchine e il senso di straniamento che ne derivano, negli ultimi decenni è stato drammaticamente rinforzato da una straordinaria concentrazione del potere politico-economico-finanziario, che, come mai in precedenza, ha realizzato a carico dei singoli e tra le masse, le condizioni di una sudditanza generalizzata e apparentemente "senza via d'uscita".

Il tema, già noto ai movimenti di contestazione sociale degli anni '60 e '70 del XX secolo e in qualche modo "decaduto" nei decenni successivi, si è ripresentato con forza all'inizio del nuovo millennio sotto forma di nuove riflessioni, idealità ed esperienze comunitarie.

È in questo nuovo scenario, internazionale come il totalizzante processo di globalizzazione a cui si oppone, che si muovono le/gli EI.

È in questo solco che germina la convinzione che prendere posizione contro una "civilizzazione" che nella sostanza privilegia esclusivamente la sfera economica, la gerarchia ed il bruto materialismo, non solo sia utile ma possibile e necessario.

Al di là delle suggestioni ispirate dall'idea di un primitivismo che suggerisce un ritorno totalizzante alla natura e che può pur sempre essere una scelta e una risposta individuale, oggi, la pratica di un EI si sostanzia soprattutto in azioni che hanno lo scopo di contrastare il sistema dominante, di sganciarsi da esso, di non collaborare con l'orrido principio del "business as usual" sperimentando modalità intelligenti per stare in equilibrio con sé stessi rispettando l'equilibrio della vita sul pianeta.

Adottando uno stile di vita eco-centrico, votato alla semplicità volontaria, comunitario ed egualitario, ed essendo consapevole che le proprie scelte hanno un effetto disgregante nei confronti del modello utilitarista che si è affermato pressochè ovunque, l'EI dimostra di avere ben chiaro il contenuto di violenza presente nell'idea stessa di merce prodotta per il mercato globale.

La questione, come posta da Ernst F. Schumacher e più recentemente da Giorgio Nebbia, è quella se il progresso umano sia da considerarsi necessariamente legato al possesso di merci e di beni materiali che di necessario non hanno niente e che sono concepiti per consumi artificiosi, come sostituti di appagamenti psicologici o sessuali e che recano le "stimmate" del loro impatto ambientale e dello sfruttamento del lavoro.
Se si condivide l'idea che questa "violenza materialistica delle merci" rappresenta il cuore del problema, ecco che per l'EI le scelte in campo alimentare, energetico, economico e sociale, diventano azioni dapprima personali e poi collettive, frutto di un'etica e di una visione ben precisa. Tali scelte, indicano il maturare di un percorso di consapevolezza circa la propria effettiva posizione nel mondo e dichiarano la volontà di opporsi concretamente al modello dominante.

In quest'ottica, il vegetarianesimo, il veganesimo, l'abbandono dell'uso dei combustibili fossili, l'autoproduzione e la produzione locale e condivisa, il rifiuto di un lavoro ad alto impatto ambientale e sociale come ad esempio quello in una fabbrica di pesticidi piuttosto che in una d'armi, il ricorso alla cooperazione e all'autorganizzazione, affermano per l'EI la volontà di uscire dalla logica produttivistica e dalla abitudine a utilizzare le persone, le risorse e i beni naturali con finalità unicamente speculative.

Nel fare ciò, ovvero nella sperimentazione di un'esistenza "Low living, high thinking" come avrebbe detto H. D. Thoreau, l'EI agisce direttamente tramite le proprie azioni quotidiane e mediante campagne di denuncia, di controinformazione o di boicottaggio.
Ma chi pensa che l'EI promuova o sia indulgente con l'uso della violenza è in errore. L'EI si oppone ma non cerca lo scontro, non ha niente a che fare con chi scende su questo piano e con chi asseconda/giustifica l'azione violenta.

Al contrario, l'EI persegue una logica inclusiva pronta a dare accoglienza a chi chiede di capire, a chi si affaccia con attenzione ad un percorso di vita ancora poco frequentato che è fatto di coerenza profonda, di senso di responsabilità universale. Ciò a cui aspira l'EI è l'integrazione tra le proprie pratiche e le proprie convinzioni, una realizzazione del sè che si identifica con il tentativo, ed il piacere, di vivere in armonia con la natura in un ottica di non separazione ma secondo un costante senso di unità. Ecco ciò che giustifica l'appellativo "integrale".

Va da sè, che per l'EI un punto di riferimento pragmatico è l'idea del Satyagraha concepita da Mohandas K. Gandhi come azione per "l'insistenza della verità o forza della verità" secondo il principio dell'Ahimsa in quanto forza distinta e contrapposta alla violenza, che si esplica mediante una pratica e una lotta priva di danneggiamento e con la prassi della disobbedienza civile in cui vi è identità tra fine e mezzo. In effetti, se vi è qualcosa di rivoluzionario in un EI è proprio questo, l'identità tra fine e mezzo.
E' infatti troppo semplice maledire un simbolo e scagliarsi con violenza verso qualcosa o qualcuno e subito dopo tornare ad una esistenza che non osa, nel concreto, mettere veramente in discussione le fondamenta di un sistema che giorno dopo giorno si regge sullo sfruttamento di un gran numero di esseri umani e di altri animali, sulla predazione delle risorsi naturali e che demolisce le basi biologiche della vita su questo pianeta.

Il gesto iconoclasta che per qualcuno può avere un rilievo comunicativo, maschera in realtà una incapacità funzionale, quella di guardarsi dentro senza finzioni e di trovare il coraggio non per il gesto fine a sè stesso ma per organizzarsi secondo un modello di vita strutturalmente diverso.

Quello di cui stò parlando è un percorso che non si compie in breve tempo, che è pure incerto ma che non necessariamente coincide con una sorta di rinuncia monastica perché l'EI ha interesse verso la convivialità. Piuttosto, ciò che definisce il sentiero del cambiamento è la capacità di saziarsi nella semplicità, nel contatto costante con la natura, nella trasparenza dei rapporti, provando a sentirsi soddisfatto cercando di costruire buone relazioni, sapendo che il cambiamento passa attraverso la creazione di una nuova e forte identità culturale e quindi attraverso il rinnovamento della comunità.

In questo senso, l'EI rifiuta il mercantilismo non i beni essenziali, prende le distanze dall'antropocentrismo ma non dall'umanesimo, non rinnega ciò che costituisce diritto ad una esistenza dignitosa ma allarga il concetto di diritto e la pratica della compassione agli animali e all'ambiente naturale nella sua totalità e si mette alla ricerca di un convivenza con la "Pacha Mama".

Esiste infatti un'antica e densa tradizione al femminile, talvolta poco codificata ma straordinariamente ricca, che lungo linee matricentriche ha da sempre posto una primaria attenzione al rapporto con la "terra madre": così nelle culture ancestrali, nelle ritualità secolarizzate, nelle pratiche familiari e in storie come quelle di Julia Hill, assunta alle cronache per aver dimorato 738 giorni sopra una sequoia gigante in segno di protesta contro il taglio di una antica foresta o come l'esperienza di Vandana Shiva, attiva in molte associazioni e comunità impegnate nella conservazione della diversità biologica, nell'educazione ambientale, nella evoluzione dal basso di processi partecipativi, nell'organizzazione e nel coordinamento di gruppi per la difesa della terra.

Nel raccontare il perché ha fondato l’Università della Terra, Vandana Shiva spiega che questa si basa sull'unione e sulla compassione e che è ispirata al grande poeta Rabindranath Tagore. "La foresta" scrive, "ci insegna la logica della sufficienza in quanto principio di equità, ci indica come gioire dei doni della natura senza sfruttamento né accumulo... la fine del consumismo e del desiderio di accumulare darà inizio alla gioia di vivere. Il conflitto tra l’avidità e la compassione, tra la conquista e la collaborazione, tra la violenza e l’armonia, di cui scrisse Tagore, continua ancora oggi. Ed è la foresta che può indicarci la strada per superarlo.”

Storicamente, laddove esiste una innata sensibilità verso la sacralità della natura e una pratica ecologica di base, questa è al femminile.



              Julia "butterfly" Hill                                      Vandana Shiva


Nel suo incedere, l'Ecologia Integrale esprime dunque un radicalismo che può ben rappresentare la solida base di un pensiero decisamente moderno che è anche frutto dell'assorbimento e dell'elaborazione di idee e di tradizioni secolari, laiche e spirituali.

Non è casuale infatti che alcuni tra i più importanti leader religiosi pongano in evidenza l'urgenza di una "riconciliazione" con la natura che passa necessariamente attraverso una modificazione dei rapporti sociali tra gli esseri umani. Non è un caso, se il termine "conversione ecologica" coniato da Alex Langer per significare sia l'esigenza del cambiamento individuale, sia quella di una modificazione strutturale della produzione per eliminare l’aggressione alle risorse naturali e lo sfruttamento di donne e uomini per ricondurre l’attività e la convivenza umana entro i limiti della sostenibilità sociale e ambientale, sia stato ripreso e sottoscritto nell'enciclica "Laudato sì" di Jorge M. Bergoglio. Un documento (accolto assai tiepidamente) che coglie pienamente la gravità e al tempo stesso l'opportunità offerta da questo momento storico e che inquadra il fatto che "non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale.“

Sono numerose le tradizioni spirituali e religiose delle culture native e in specie tra quelle orientali che pongono le loro basi sul rapporto essere umano-natura, sull'anima individuale e su quella universale.

In particolare, anche grazie alla sua capacità di parlare alla contemporaneità, è di straordinario supporto all'EI, la visione buddhista che a partire dalla rinuncia alla differenza tra soggetto e oggetto getta luce su che cosa si fonda il nostro rapporto con il mondo circostante. Il Sūtra del Diamante è il testo più antico in cui si tratta del rispetto dovuto a tutte le forme di vita animali e vegetali e perfino ai minerali (in quanto parte della natura abiotica) e che attribuisce un valore in sé all'oggetto e alla relazione che abbiamo con esso.

Nel Sūtra, dimora il concetto di “umano” come qualcosa che non è in grado di sopravvivere per conto proprio ma solo attraverso la sopravvivenza delle altre specie, o meglio, di quella che oggi chiamiamo la biosfera.

Ne discende che prenderci cura di ciò che non siamo, dell’acqua che beviamo, dell’aria che respiriamo, della terra della quale mangiamo i frutti, è l’unico modo per prenderci cura di noi stessi, è accettare la responsabilità di una ricerca della felicità che si realizza in una vita semplice ma piena e che si esprime nella virtù morale della compassione, ovvero in un generale atteggiamento di spontaneo interesse, attenzione e rispetto per il grande mistero della vita.

Oggi, in un mondo in cui la complessità sostituisce le teorie lineari e le scienze isolate, considerate non più sufficienti a spiegare la realtà, l'attribuzione del "valore in sé" a un soggetto/oggetto, ovvero ciò che Immanuel Kant ha definito come Noumeno e che Baruch Spinoza ha indagato nella sua Etica, diventa la chiave di volta per affrontare in modo decisivo gli effetti dello sciagurato impianto concettuale su cui si fonda la tragica inadeguatezza del mondo in cui viviamo.

Se al di fuori della relazione (di qualsiasi relazione) semplicemente non siamo, non esistiamo, ben si comprende come un'esistenza fondata sulla dominanza del nostro ego e sul disvalore attribuito alla Natura, non può che condurci verso la sofferenza, la violenza, la malattia, la distruzione.

In sintesi, l'Ecologia Integrale si presenta come saggezza non come dottrina, né come disciplina, ma come un insieme di concettualizzazioni, di prospettive, di azioni pratiche che sono riassumibili in un'Etica Naturale, in una visione profonda che può essere ampiamente condivisa pur partendo da presupposti differenti e che ispirando un percorso di liberazione individuale e collettivo, pone al centro l'idea che è fondamentale assumere un mutamento di prospettiva in cui la nostra specie non è sovrana su questo pianeta ma che semplicemente partecipa ad un concorso degli eventi. 
Non avendo alcuna investitura, sacra o profana, l'essere umano non è altro che una tessera del mosaico e non può dunque sconvolgere l'equilibrio del mondo che peraltro garantisce la sua stessa sopravvivenza.





Lo so, si tratta di un mutamento totale del modo in cui normalmente siamo abituati a pensare e in cui l'io/il noi, è comunque sempre al centro delle argomentazioni che ci portano a fare una scelta piuttosto che un'altra. Distaccarsi da questa abitudine appare ai più come impossibile esattamente come appare scontato rassegnarsi ai tempi e alle modalità proposte/imposte dal sistema dominante.

Tuttavia, è necessario avere la consapevolezza che abbiamo a che fare con un modello mentale deviante e un modello sociale fallimentare che per ragioni fisiche e chimiche (cambiamento climatico, distruzione degli ecosistemi, minore disponibilità di energia, ecc.), è già ampiamente in fase di declino.

Un passo straordinariamente rilevante per comprendere l'illusorietà del mondo in cui viviamo è fermarsi ad osservarlo. Ecco, quello che fa un EI è fermarsi ad osservare e cogliere questa intima verità. Nel silenzio dello studio e della meditazione su come sia intrinsecamente assurda l'idea della nostra superiorità di specie e quindi di singoli, si rivela il nostro "passaggio a nord-ovest", il percorso, seppure ad ostacoli, che possiamo seguire per uscire dalla mediocrità di una esistenza intrisa di malintesi, di autoreferenzialità, di insoddisfazione, per collocarci in una dimensione diversa, fatta di sobrietà, di tempo dedicato alle relazioni, al gioco, all'amore.

Personalmente trovo stimolante la possibilità che ci è data da un tale tipo di "conversione" e allo stesso tempo mi rendo conto di quanto sia difficile che ciò diventi "desiderabile" per un numero elevato di persone. L'abitudine a quello che chiamiamo "comfort", l'inerzia e quindi la tendenza a conservare quel poco che si crede di possedere, anche rassegnandosi a vivere con compromessi a dir poco infernali, il più delle volte incolla gli individui sul proprio scoglio, attaccati, parafrasando Giovanni Verga, alle poche certezze che si crede di avere.

Ma, è pur vero, che tutto è in continuo divenire, è impermanente, ed è esattamente qui che si colloca la prospettiva dell'Ecologia Integrale, nello spazio, seppur piccolo, in cui si apre al singolo la possibilità di uscire dalla propria nicchia per assaporare qualcosa di profondamente diverso.

In conclusione si può affermare che l'Ecologia Integrale, scevra da ogni richiamo ideologico, si muove almeno su tre piani strettamente correlati fra loro.

  • Quello personale, inteso come percorso di autorealizzazione umana, di abbandono degli stereotipi e dei comportamenti indotti per ritrovare unione con la natura, pienezza, realizzazione di sé, spirito di condivisione.
  • Quello sociale, finalizzato ad un risveglio culturale e alla costruzione di una nuova organizzazione comunitaria, resiliente e su base locale.
  • Quello politico, in senso non gerarchico, egualitario, cooperativo, non produttivista, orientato alla conservazione dei beni naturali comuni e al rispetto dei diritti fondamentali.

In ogni caso l'Ecologia Integrale riguarda corpo, mente, comunità, presente e avvenire. Riguarda il singolo ed il gruppo.

E' sobria, pratica, solidale, è costituita da un pensiero e da un'azione che, stante l'elevata conflittualità umana e il rapido declino delle condizioni di salute del pianeta, offrono un'alternativa concreta alla brutalità dell'attuale e -se non ci saranno mutamenti profondi- al disastroso scenario che ci attende.

Si tratta di un percorso articolato, non esente da ostacoli, critiche, insuccessi, ma nei fatti, rappresenta oggi una prospettiva personale, sociale e politica non più eludibile.



e dominant global culture, an ever expansionist and predatory industrial capitalism, valuing profit above life. It is a system which reduces the entire natural world – mountains, forests, oceans; plants and animal species (including human beings) – into resources to be ordered and controlled, used and exploited in the pursuit of material growth and economic development – this ever more suffocating technocratic system, is destroying the ecology of life.

e dominant global culture, an ever expansionist and predatory industrial capitalism, valuing profit above life. It is a system which reduces the entire natural world – mountains, forests, oceans; plants and animal species (including human beings) – into resources to be ordered and controlled, used and exploited in the pursuit of material growth and economic development – this ever more suffocating technocratic system, is destroying the ecology of life.



domenica 9 settembre 2018

Il Democidio Prossimo Venturo: Pronti per un altro giro di sterminio di massa?


Il grande “impulso” verso uno sterminio di massa che si verificò durante il XX secolo (grafico di Rummel).




DI UGO BARDI
Secondo i dati qui sopra, nel corso del ventesimo secolo 262 milioni di persone sono state sterminate, soprattutto da governi che, per una serie di azioni che Rummel definisce “democidi”.  La domanda è: potrebbe succedere qualcosa di simile in futuro? Si scopre che gli stermini di massa sono come i terremoti, il loro verificarsi non si può prevedere con precisione, però si può stimare la probabilità che un evento di una certa dimensione si verifichi. E più tempo passa, più è probabile che si verifichi un nuovo impulso che porti ad uno sterminio di massa.

In questa poco rassicurante analisi scritta per Insurge Intelligence, il professor Ugo Bardi cita statistiche storiche sulle guerre che diedero il via a modelli di violenza in passato e che ci possono indicare i sintomi per prevedere il nostro prossimo futuro, mettendoci in guardia sul fatto che certi dati statistici segnalano che stiamo scivolando verso un altro ciclo di grandi guerre che, potenzialmente, porteranno morti in massa, su una scala che potrebbe competere con quanto abbiamo già visto all’inizio del XX secolo.

Lontano dal voler spaventare la gente, la considerazione di Bardi è una accurata valutazione dei modelli statistici basata su dati e, considerando che è la prima volta che siamo in grado di usare il passato per discernere il futuro – come mai abbiamo fatto prima – non dobbiamo pensare che, il futuro a cui stiamo pensando, sia qualcosa scolpito sulla pietra. Forse, allora, il percorso verso la libertà che desumiamo dai modelli del passato resterà piuttosto vago e la vera domanda è: cosa faremo con queste informazioni?


Gli esseri umani sono creature pericolose e questo è evidente. Nel XX secolo, sono stati uccisi, direttamente o indirettamente da altri esseri umani circa un miliardo di esseri umani. Non tutti questi omicidi sono stati intenzionali, ma una buona parte lo è stata, come i 262 milioni di persone uccise in ciò che Rummel chiama “democidi”, lo sterminio organizzato dai governi per motivi politici, razziali o in generale per ragioni settarie. Se aggiungiamo il numero di persone assassinate uno per volta (forse 177 milioni durante il XX secolo), si arriva a quasi mezzo miliardo di persone uccise non per sbaglio, ma con intenzione di uccidere.

Considerando che nel corso del XX secolo sono morti circa 5 miliardi di persone, possiamo dire che in quel secolo la probabilità di essere ammazzati da un’altra persona è stata  di circa il 10%. Non male per  delle creature che dicono di essere state create ad immagine di un Dio benevolo. Nessun altro vertebrato sulla Terra riesce a fare qualcosa nemmeno paragonabile alla lontana, anche se scimpanze e altre scimmie sanno essere crudeli con i loro familiari e qualche volta si cimentano in schermaglie che potremmo definire delle piccole guerre.

Oggi, rispetto alla turbolenta metà del XX secolo, ci sembra di vivere in un periodo relativamente tranquillo e, come dice Steven Pinker , i nostri tempi sono particolarmente poco violenti rispetto al passato (anche se di quanto siano veramente tranquilli potremmo parlarne). Ma c’è una domanda: per quanto tempo durerà ancora questa bonaccia?

Naturalmente, è una domanda, a dir poco, molto difficile, ma un buon modo per essere pronti per il futuro è guardare il trend del passato. Nel caso degli stermini di massa, i dati storici sono scarsi e poco affidabili, ma qualcosa c’è. Il Conflict Catalog (QUI) di Peter Brecke contiene informazioni su 3.708 conflitti ed arriva fino a quelli del XV secolo. È un buon punto di partenza. I dati sui “Morti nelle Guerre” del Conflict Catalog includono sia le vittime civili che quelle militari, anche se non sembrano includere gli stermini di massa avvenuti al di fuori di operazioni militari – ad esempio lo sterminio degli indigeni del ​Nord America. Ma è interessante leggere questi dati.



Vediamo che il grafico è dominato dalle guerre del XX secolo, con la seconda guerra mondiale che segnala il massimo storico dello sterminio, ma questo non significa che i tempi precedenti siano stati tempi sereni: proviamo ad ingrandire i dati su una scala 1 : 10.



Ora, si vedono meglio le guerre di un passato un po' più lontano, come la guerra dei Trent'anni nella prima metà del 1600, e come la rivoluzione francese e le guerre napoleoniche alla fine del 1700 e all’inizio del 1800. Ora, ingrandiamo ancora di dieci volte e guardiamo il risultato:




Ora, quei periodi che sembravano tranquilli non sembrano essere più tanto tranquilli. Nella storia umana, la guerra sembra essere endemica (e qualche volta epidemica) almeno negli ultimi sei secoli.

E allora che cosa possiamo dire su questi dati?

Un primo punto è l’aumento dell’intensità nel tempo. Ma i dati non sono normalizzati per la crescita della popolazione, che sembra essere un fattore chiave per spiegare la tendenza verso l’alto.
 
Per esempio, l’impulso al democidio mondiale del XX secolo ha generato 260 milioni di vittime su una popolazione di circa 2,5 miliardi di persone. La guerra dei Trent'anni, durante il XVII secolo, causò circa 8 milioni di vittime su una popolazione europea, che era, all’epoca, di 80 milioni di persone. Il rapporto è quasi uguale in entrambi i casi: una persona su 10 è stata ammazzata. Sembra che l’intensità e la frequenza dei grandi conflitti siano quasi costanti in proporzione alla popolazione.

Troviamo qualche segno di periodicità in questi dati? Apparentemente no, perlomeno nei diagrammi che abbiamo visto. Ma potremmo cercare di trovare comunque delle regolarità. Ecco un grafico di “OurWorldInData.” Si tratta degli stessi dati dei grafici precedenti, ma riportati su una scala logaritmica. I dati sono stati lisciati e il risultato è la linea rossa.






A prima vista, questo grafico sembra indicare una periodicità di circa 50 anni, ma questo può non essere vero, perché guardando attentamente i cicli non sono tutti della stessa durata, infatti le oscillazioni sono probabilmente dovute all’effetto visivo della lisciatura delle curve scaturito dalla media dei dati.

In realtà gli stermini di massa non sembrano essere ciclici. Piuttosto, sembrano seguire le “leggi di potenza” – cioè la probabilità che gli stermini accadano è inversamente proporzionale alla loro dimensione (Roberts and Turcotte (1998) e Gonzalez-Val Rafael (2014). È un risultato che dobbiamo prendere con cautela perché i dati sono incerti e poco affidabili, specialmente per tempi molto lunghi. Ma sembra un risultato plausibile: mette le guerre nella stessa categoria degli incendi nei boschi, delle valanghe, delle frane, dei terremoti ecc. Tutti eventi che hanno una caratteristica in comune: grandi eventi vengono innescati da piccoli eventi. Un sasso che rotola può generare una frana, basta buttare una sigaretta accesa per generare un incendio ed è lo stesso per le guerre, dove la tendenza a fare delle piccole guerre porta a dichiarare grandi guerre: si chiama “escalation”.

Tutti questi eventi tendono a seguire la “legge di potere”. Significa che le grandi guerre sono meno probabili di quelle minori. Ma non possiamo dire quando comincerà una nuova guerra, né quanto sarà grande. È lo stesso per i terremoti. È questa incertezza che rende i terremoti (e le guerre) così distruttivi e così difficili da gestire.

Questo è, a dir poco, preoccupante. Significa che, statisticamente, un nuovo impulso allo sterminio potrebbe partire in qualsiasi momento e, più tempo passa, più è probabile che cominci a produrre effetti. Infatti, se studiamo solo un pochino gli eventi che hanno portato al democidio del XX secolo che noi chiamiamo Seconda Guerra Mondiale, possiamo vedere che ci stiamo muovendo esattamente lungo le stesse linee. Stiamo vedendo un aumento dell’odio, della violenza, del razzismo, del fascismo, delle dittature, di una crescente disuguaglianza, di ideologie settarie, di pulizia etnica, di oppressione e demonizzazione di vari moderni “sub-umani”. Tutto ciò può essere visto come una spinta verso una nuova grande guerra.

Stiamo già assistendo ad un arco di democidi che inizia in Nord Africa e continua lungo il Medio Oriente, fino all’Afghanistan e che potrebbe estendersi alla Corea. Non possiamo dire se questi democidi relativamente limitati si uniranno e formeranno uno democidio maggiore, ma sicuramente possono agire come un grilletto che tira il colpo per generare un nuovo gigantesco impulso allo sterminio di massa.

Se si tiene conto che oggi la popolazione mondiale è tre volte quella che c’era al momento della seconda guerra mondiale, la proporzionalità della dimensione di un democidio per la dimensione della popolazione, nel XXI secolo, potrebbe provocare tra mezzo miliardo e un miliardo di vittime, se non di più se si considera che questa volta potrebbero essere utilizzate armi nucleari.

Possiamo fare qualcosa per evitare questo risultato? Secondo Rudolph Rummel (1932-2014), che ha studiato guerre tutta la sua vita, le democrazie sono meno propense delle dittature ad intraprendere guerre. Con questa interpretazione, promuovere la democrazia potrebbe essere un buon modo per evitare le guerre.

È discutibile però, dato che possiamo mettere in discussione la misura in cui le democrazie occidentali si sono veramente tenute lontane dalle guerre, oppure si potrebbe dire che una sana democrazia è un fenomeno emergente di una società sana, proprio come la guerra è un fenomeno emergente di una società malata.

Così, quando una società si ammala, diventa più povera, si divide e diventa violenta, si libera della democrazia e si butta nella guerra. Sembra proprio quello che sta accadendo a noi oggi: stiamo indebolendo e buttando a mare la democrazia e ci stiamo preparando ad un nuovo, grande impulso di sterminio di massa.
 
Gli ultimi cinquant’anni di relativa calma, almeno tra gli Stati occidentali, possono averci fatto illudere che fossimo entrati in una nuova era di “lunga pace”. Ma questa potrebbe essere stata solo un’illusione a guardare ai continui scoppi di guerre durante l’ultimo mezzo millennio. Le guerre sembrano essere troppo inscindibilmente legate alla natura umana per essere fermate da semplici slogan o da dichiarazioni di buona volontà. In teoria tutti sono contro la guerra, ma quando cominciano a sventolare le bandiere, la ragione sembra volare via col vento.

Eppure, c’è tanto da dire su queste tendenze. Si dice spesso che tutte le guerre sono fatte per procurarsi più risorse, ma questo potrebbe non essere vero. Le guerre hanno bisogno di tante risorse. Potremmo dire che sono le risorse che generano le guerre, anziché dire il contrario. Anche perché il grande ciclo di democidi in continuo aumento da mezzo millennio è avvenuto in un contesto di popolazione che aumentava e di ricchezza che si accumulava. E’ questo che ha permesso di costruire e di mantenere l’apparato sociale e militare necessario che serve per fare le guerre.

Ma adesso? E’ chiaro che vediamo l’inizio di una fase di scarsità della disponibilità di risorse. Le risorse minerarie stanno diventando più care, le terre coltivabili stanno rapidamente perdendo le loro sostanze nutritive, l’atmosfera si sta avvelenando e il clima sta cambiando tanto rapidamente che non riusciamo nemmeno ad immaginare i danni che dovrà patire il genere umano. C’è n’è abbastanza per smettere di investire nelle guerre.

Naturalmente, ci sono ancora molti altri motivi per andare in guerra l’uno contro l’altro; in particolare per il controllo delle ultime risorse disponibili. Ed è anche vero che per commettere dei democidi non si deve nemmeno spendere molto; per fare alcuni recenti democidi come quello del Ruanda nel 1994 non sono servite armi più sofisticate dei machete. Poi, può essere ancora più facile architettare un democidio, magari solamente negando l’assistenza medica ai poveri. E non serve dire in quale paese - al giorno d’oggi – si sta applicando questa strategia.

Ma ci rimangono grandi incertezze, dato che ormai siamo sull’altro lato del grande ciclo di quello che – la “civiltà industriale” – stiamo vivendo da molti secoli. Mentre sappiamo che le guerre e gli stermini sono stati una caratteristica comune della fase crescente di questo ciclo, chissà se lo saranno anche nella fase del suo declino? Non possiamo saperlo. Quello che ci porterà il futuro, potrà dircelo solo il futuro.

Ma per la prima volta nella storia umana siamo in grado di guardarci indietro e rivedere il passato, come se lo sorvolassimo dall’alto e possiamo vedere i modelli di comportamento che ci porteranno verso il nostro futuro – perciò per la prima volta, forse, potremmo imparare tutti insieme una lezione dalla storia e creare per noi un futuro con dei patterns – dei modelli – finalmente un po’ diversi.


Ugo Bardi


Professore di Chimica Fisica presso l’Università di Firenze, i suoi interessi nella ricerca si rivolgono all’esaurimento delle risorse, alla dinamica dei modelli del sistema, alla scienza del clima e all’energia rinnovabile. È membro del comitato scientifico della ASPO (Association for the Study of Peak Oil) e scrive sul blog in inglese su questi argomenti in “Cassandra’s Legacy”. È autore del rapporto del Club di Roma, Extracted: How the Quest for Global Mining Wealth is Plundering the Planet (Chelsea Green, 2014) e The Limits to Growth Revisited (Springer, 2011) , oltre a molte altre pubblicazioni scientifiche.

Fonte: https://medium.com











Link: https://medium.com/insurge-intelligence/are-you-ready-for-another-round-of-mass-exterminations-ed9773816fa9
21.10.2017

sabato 1 settembre 2018

Il Mondo Visto dal Nord delle Alpi. Cosa fanno in Germania che noi non sappiamo fare?



Parlavo in un post precedente della mia esperienza al forum europeo di Alpbach, in Austria, completamente disertato e ignorato dagli Italiani. Sembra che il professor Casagli, come me dell'Università di Firenze, abbia avuto anche lui una specie di piccola epifania nordica durante un suo soggiorno in Germania. Qui, riporto da un suo post su Facebook


Nicola Casagli
August 27 at 6:33 PM ·

#ÜberAlles

Una settimana in Germania, nel Baden-Württemberg, terzo Land del #miracoloeconomico tedesco.

Domenica negozi chiusi, molti anche il Sabato, sarà perché il Signore diceva di ricordarsi di santificare le feste?

Nessuno si sogna di chiederti i documenti, nemmeno negli alberghi, perché non ci sono astruse norme antiterrorismo come da noi e la schedatura dei cittadini non è permessa.

Autostrade gratuite e senza limiti di velocità, perché loro mica si sono incasinati con i concessionari, la manutenzione e i diritti sul brevetto del tutor.

35 ore di lavoro, riducibili volontariamente a 28 per motivi familiari, perché qui si bada alla qualità e si producono, fra l’altro, le Mercedes.

Iva al 19%, con aliquota ridotta al 7% per molte attività strategiche, tipo il turismo, perché qui mica ce l’hanno le clausole di salvaguardia.

Birra e vino costano meno dell’acqua minerale, forse perché l’acqua si prende alle sorgenti e alle fontane pubbliche, che nessuno si è mai sognato di dare in gestione esclusiva a una SpA per il servizio idrico integrato.

Benzina e diesel costano il 15% meno che da noi, forse perché loro non hanno compagnie petrolifere e la loro produzione di idrocarburi è la metà della nostra?

400 istituti accademici, il quadruplo dell'Italia a fronte di una popolazione solo di un terzo superiore.

Università di Friburgo in Brisgovia: 2600 docenti (1000 in più di Firenze) per 20 mila studenti (meno della metà di Firenze), perché così si fa ricerca, innovazione e ogni tanto si vincono i premi Nobel.

Università autonoma e professori liberi di scegliere i propri collaboratori, perché autonomia e libertà di ricerca e di insegnamento mica c’è bisogno di scriverle nella Costituzione.

Tasse universitarie zero per tutti, perché i capaci e i meritevoli, indipendentemente dai mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi e, infatti, hanno il doppio di giovani laureati di noi.

Nessun vaccino obbligatorio per legge, forse sarà per questo che si vaccinano tutti e non perdono tempo a scrivere sciocchezze sui social.

Lander autonomi, addirittura ciascuno con le proprie festività, perché qui non c’è bisogno degli statuti speciali per far funzionare davvero le Regioni.

Crocifissi dappertutto, nei locali e all’esterno degli edifici, forse perché c’è davvero libertà di religione e di espressione?

Cantieri ovunque per ristrutturazioni e nuove costruzioni, perché loro mica ce l’hanno l’ANAC (hanno capito subito che bastava il codice penale) e nemmeno il codice appalti, perché ogni Land fa un po’ come gli pare.

Ci sono tanti extracomunitari, in prevalenza turchi e siriani, che sembrano perfettamente integrati, sarà forse perché lavorano?

Pannelli solari in ogni luogo, energia rinnovabile come se si fosse sul Mediterraneo, perché per installarli sul tetto di casa propria mica c’è bisogno della SCIA, della PEC e della relazione paesaggistica, con asseverazione (sic) di tecnici iscritti all’albo.

Riciclo dei rifiuti pervasivo, perché qui hanno presto capito che la separazione dei rifiuti si fa con le macchine e non esasperando i cittadini con i cestini multicolori.

Allerta meteo via app per tutti, perché in caso di condizioni meteorologiche avverse si è pensato che non fosse una buona idea mandare i fax dalle Prefetture ai Sindaci per scaricare su di loro la responsabilità delle possibili conseguenze.

Qui in Germania si respira aria di libertà e modernità.

Forse per questo loro ci chiedono, da tempo, riforme e liberalizzazioni?

Ma siccome ce lo chiedono in tedesco, mi sa proprio che non li abbiamo capiti 😉

#Einigkeit #Recht #Freiheit

martedì 28 agosto 2018

L'Italia Fuori dal'Europa: Il Ritorno di Cecco Beppe




Il vostro corrispondente dal Forum Europeo di Alpbach, Ugo Bardi. Notate la maglietta di Seneca e, sullo sfondo, lo slogan del governo austriaco: "Un Europa che connette." Quello che segue è un impressione "a caldo" dopo qualche giorno di Forum. Forse troverete un po' di cattiveria in quelta mia riflessione - scusate, è uno sfogo.


Anni fa, mi è capitato di attraversare in macchina il confine fra la California e il Messico. Sarebbe esagerato dire che i Messicani odiano gli Americani e viceversa, ma credo che si possa dire che non si trovano reciprocamente simpatici, come confermato dalla recente storia del "muro" che il presidente Trump vuol costruire al confine. Così, venendo dal Messico e entrando in California, ci si accorge subito del cambio nettissimo di atmosfera. L'America, decisamente, non è il Messico.

Qualcosa di simile mi è successa questa settimana passando il confine dall'Italia verso l'Austria, ti accorgi subito del nettissimo cambio di atmosfera. L'Austria non è l'Italia e, al Forum Europeo di Alpbach, vedi veramente un abisso di differenza.

Come dice il nome: il forum di Alpbach è "Europeo" - nel senso che ti accorgi subito che l'Europa esiste ancora. Esiste un'Unione Europea che non è soltanto un'entità da infamare in vari modi, ma qualcosa di importante che ci deve aiutare in tante cose. Ma questo è soltanto sul lato Nord delle Alpi. C'erano personalità da tutta l'Europa ma, da quello che ho visto, i politici italiani hanno disertato in massa il Forum. Forse non sono stati invitati, o forse hanno ritenuto che non fosse conveniente per loro farsi vedere insieme a persone che sono abituati a infamare tutti i giorni - avendo notato che questo gli porta voti e consensi.

Non vi so dire cosa sia successo in Italia che ha trasformato l'Unione Europea da una speranza in un nemico. Il fatto è che è successo. Al forum stavo parlando con uno dei pochissimi italiani presenti, il quale mi ha raccontato che lui ha lasciato l'Italia da un pezzo e ora vive a Berlino. Lavora sulla collaborazione internazionale e ha fatto un sondaggio sull'opinione che gli Italiani hanno della Germania. Non so se è una cosa confidenziale che mi ha detto, ma credo che vi potete immaginare i risultati. Per qualche ragione gli Italiani si sono convinti che i Tedeschi sono il male, una visione non diversa da quella degli anni della prima guerra mondiale.

In effetti, il forum mi ha dato nettamente l'impressione di un ritorno a certe strutture che esistevano un secolo fa. Con l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea, il centro politico di tutto il sistema si è spostato verso Est, formando una specie di nuovo impero centrale, un asse Vienna-Berlino come al tempo del Kaiser e dell'imperatore Cecco Beppe. Tutto gira intorno a questo centro, con le varie entità statali che lo circondano interessate a costruire una specie di "zona di co-prosperità centro-Europea": ad Alpbach c'erano tutti, olandesi, rumeni, polacchi, Russi, eccetera.

E l'Italia? Beh, sembrerebbe che abbiamo preso la decisione di diventare il Messico d'Europa, dopotutto abbiamo già il "muro" incorporato nella forma delle Alpi. In cambio della nostra "sovranità", uscendo dall'Eurozona diventeremo una specie di "maquilladora" a basso costo dove saremo pagati in lire quel tanto che basta (se va bene) per avere qualcosa da mangiare tutti i giorni. Ma volete mettere la soddisfazione? Sembra, in effetti, che sia un destino che tutti desiderano. Bene, in politica quello che uno desidera può diventare la realtà - salvo poi subirne le conseguenze. 


Come piccola nota finale, vedete qui i miei libri tradotti in tedesco in vendita al Forum di Alpbach. Molti mi domandano se ci sono anche in Italiano e su questo vi posso dire che avevo contattato un editore italiano di quelli abbastanza importanti per sentire se era interessato a pubblicarli. La risposta è stata "gli Italiani non leggono queste cose." Che vi devo dire? Forse è il caso di mettersi tutti a imparare il tedesco.






mercoledì 22 agosto 2018

Ponte Morandi: un Commento a Caldo



Il ponte sullo Stretto di Messina? Perché no? Non crollerebbe mai. . . No di sicuro. . .  Come potrebbe mai succedere?



Due giorni dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, avevo pubblicato sul "Fatto Quotidiano" il commento che trovate più sotto. Era un tentativo di ragionare su quella che io consideravo e considero una tragedia causata da ragioni "sistemiche." In sostanza, il declino dell'EROEI della nostra società ci rende difficile, se non impossibile, manutenzionare strutture che in epoche di abbondanza potevamo costruire senza problemi. 

Come avrete notato, questo tipo di interpretazione non ha avuto molto successo e siamo arrivati alle conclusioni più o meno condivise da tutti, che:


1. E' colpa di quelli che dicono sempre di no a tutto. Ma anche di Benetton. E poi, dell'Europa che non ci da i soldi. In ogni caso c'entrano di mezzo le banche, i capitalisti, gli Gnomi di Zurigo, il Grande Vecchio di Montecatini, i Rettiliani e forse anche gli immigrati.

2. Bisogna punire i colpevoli anche prima di sapere esattamente cosa è successo e perché. Basta con il garantismo e chi non è d'accordo offende le vittime innocenti del crollo del ponte. 

3. Bisogna costruire di più e costruire opere sempre più grandi in modo tale da far ripartire la crescita. 

4. Più un politico urla, più riceve consensi.




Dal "Fatto Quotidiano" del 16 Agosto 2018
di Ugo Bardi

Siamo ancora tutti sotto l’impressione della tragedia di Genova ma, prima ancora di sapere esattamente cosa è successo e perché, è partita la caccia al colpevole. E’ normale: di fronte a un disastro immane e inaspettato, la prima reazione è sempre di cercare qualche responsabile da punire. Così, vediamo i ministri, assessori, opinionisti e notabili vari che si lanciano contro i tangentisti degli anni 60, la politica, la società autostrade, il capitalismo, il governo, i comitati per il no, e quant’altro.

E’ probabile che qualcuno abbia fatto degli errori, questo va accertato e quel qualcuno va punito. Ma il problema è più profondo e più difficile di quanto sembri, e non un problema che si possa risolvere dando la caccia agli untori di turno. Quello che è successo al ponte Morandi di Genova ci apre davanti un abisso, non solo quello creato della campata crollata, ma un abisso ben più preoccupante per il futuro. Tutta la stagione delle Grandi Opere degli anni 60 e 70 è a rischio. Era un epoca di grande innamoramento nel cemento armato, ma nessuno poteva sapere esattamente quanto a lungo le strutture che si costruivano sarebbero durate. Il ponte Morandi è durato poco più di 50 anni, sarà forse un esempio particolarmente disgraziato, ma se leggete i commenti degli ingegneri sul web vedete come sia forte la preoccupazione per tutta la nostra infrastruttura in cemento armato: viadotti, ponti, gallerie, edifici e tutto quanto.

Certo, tutte queste strutture possono resistere a lungo se sono oggetto di manutenzione appropriata. Ma il problema è che le grandi infrastrutture in cemento armato furono costruite in un periodo di rapida crescita economica. La crescita assicurava un surplus tale da potersi permettere queste e altre cose. Ma sono anni, ormai, che il paese decresce o, comunque, non cresce più in modo significativo. Allo stesso tempo, l’obsolescenza delle infrastrutture costruite nel passato costringe a investimenti sempre maggiori per la manutenzione.

E qui sta il grosso problema: si è detto che il ponte Morandi aveva raggiunto il punto in cui demolirlo e costruirne un altro sarebbe costato meno che continuare ad effettuare la manutenzione. Probabilmente questo non è ancora valido per tutto quello che è stato costruito negli anni 50 e 60, ma ci dobbiamo arrivare e probabilmente ci arriveremo prima di quanto non si pensi. E allora ci troveremo nella necessità per un’economia in declino di impegnarsi nella ricostruzione di quello che era stato costruito in un’economia in crescita. Forse non impossibile, ma non c’è più il surplus di una volta bisogna tirar fuori le risorse da qualche altro settore che ne avrebbe altrettanto bisogno: sanità, istruzione, previdenza, eccetera. Scelte dure, per non dire altro.

A questo punto, qualcuno dirà, “bisogna far ripartire la crescita” – slogan ormai assai logoro ma ancora popolare. Il problema è che siamo di fronte a una crisi strutturale di cui ci aveva allertati già nel 1972 lo studio “I Limiti dello Sviluppo.” Ve ne ricordate? Eh, si, si parlava appunto di allerte inascoltate!

E allora, che facciamo? Cerchiamo di tenere in piedi quello che abbiamo e evitiamo di impegnarci in imprese folli che ci metterebbero in guai ancora peggiori: vi rendete conto che solo pochi anni fa si parlava ancora del ponte sullo stretto di Messina come una cosa da farsi? E speriamo bene, perché la questione della manutenzione si pone in modo ancora più critico per certe strutture che sono altrettanto instabili e che richiedono una manutenzione prolungata, costante e costosa: mi riferisco alle centrali nucleari. Per fortuna, in Italia non ne abbiamo, ma fa impressione ricordare come fino a non tanti anni fa se ne parlava come di un obbiettivo importante e utile. Perlomeno su quelle, non abbiamo creato un debito che sarebbe spettato alle future generazioni pagare.


sabato 18 agosto 2018

Pianto sul Polcevera

Tu lo vorresti d'arcobaleno fatto
così da non dovere macinare pietra
squadrarla arrostirla costiparla
così da non fondere lega siderurgica
e doverla estrudere temprare tendere
ma vorresti l'arco unire gli argini
più di quel baleno successivo la tempesta
lo vorresti in piedi mille anni
ma poi per decenni trami traffici
che porteranno guerra tra due sponde
tu l'hai fabbricato ardito e incauto
sfidante la malizia della ruggine
la passione del gelo per le crepe
la libidine del sale per la corrosione
certo che il calcolo sposato ad eleganza
avrebbe domato la più grave delle forze
tu che da millenni unisci i lembi
di valli scarpate e fossi e getti
dovunque fra essi ponti e stralli
hai trascurato di controllare i giunti
fra la tua anima e i tuoi desideri
hai reso nel vuoto la caduta quindi
inevitabile.

Marco Sclarandis

lunedì 13 agosto 2018

Cosa c'è in fondo alla tana del bianconiglio?

Un post di Michele Migliorino (pubblicato anche su Appello per la Resilienza)


Chi ha il coraggio di guardare "cosa c'è in fondo alla tana del bianconiglio" (cit. da Matrix)?



Chi afferma che "la società potrebbe collassare" si spinge molto in là rispetto a quanto può essere accettato dal senso comune (che è dominato dalla paura); chi afferma che "la società collasserà" senza aver dubbi, si spinge ancora oltre e ha ancora meno speranze di essere ascoltato, perchè viene scambiato o per un cialtrone o per un esaltato, un "millenarista" o altro ancora.

La mia impressione è che nella seconda categoria di collassologi vi siano però molti che, consciamente o meno, tendono a spostare avanti l'asticella. "Si, crollerà tutto (fra 20 anni)" per esempio. In effetti, non è rassicurante sapere di avere ancora degli anni davanti per poter sistemare le cose? 

Non intendo dire che io sono sicuro che sarà presto - come potrei? - ma osservo una diffusa convinzione, umana troppo umana, secondo la quale Demain (come recita un film recente...) saremo in pericolo, mai "oggi".

L'atteggiamento dominante non mira a operare dei cambiamenti concreti nell'esistenza quotidiana, non mette in opera strategie nel presente di adattamento creativo e aumento della resilienza qui e ora. Generalmente si punta sull'informare gli altri; sono in pochi quelli che "fanno" qualcosa, anche perchè non si sa bene cosa fare. Del resto cosa si dovrebbe fare? Costruirsi un bunker? Cominciare ad accumulare riserve di cibo?

In breve il nostro alibi è questo: poichè non si sa quando sarà, come avverrà e che conseguenze avrà - nel frattempo continuo con la mia vita attuale.

Bisogna ammettere che la nostra mente e tutta la nostra essenza - in particolare per noi che siamo occidentali e dunque temiamo la morte più di ogni altra cosa - non può accettare l'idea di un cambiamento troppo grosso. Figuriamoci dell'estinzione della vita umana. In molti lo affermano, ma lo rimandano alla fine del secolo. E' quasi impossibile accettare che il collasso dell'economia potrebbe anche accadere nei prossimi anni o addirittura mesi.

In realtà è proprio questo il tema di cui volevo parlare: collasso economico. Parlare di collasso senza parlare di come l'economia in ultima istanza ne sarà affetta, è parlare di nulla. E' come dire che una casa sta crollando senza sapere dove sono le crepe (il che significa che non si può neanche essere davvero certi che stia crollando, se ne ha solo un sentore).

Come crollerà l'economia? Per Effetto domino - ecco qual è la risposta che otteniamo se vogliamo guardare in fondo alla tana. Fino adesso il dibattito si è focalizzato sul picco del petrolio e sulle dinamiche ad esso inerenti: come varierà la domanda e l'offerta con l'aumentare dei costi di estrazione?

La nostra mente è portata a pensare che vi sarà un lento declino o magari una stagnazione secolare... sebbene "qualcuno" da un pò di tempo ci inviti a pensare che non sarà così. Sto parlando ovviamente dell'Effetto Seneca: il declino sarà molto più rapido della crescita. Ma, ancora, come sarà questo declino?

Si parlava del Grande Rollover che dovrà accadere quando "l'offerta non sarà più in grado di sostenere la domanda" perchè avremo raggiunto il picco massimo della produzione. Bene, ma cosa accadrà esattamente? Qualcuno è in grado di dirlo?

Vorrei parlare di David Korowicz - ancora sconosciuto in Italia - come dell'unico (che io conosca) che è entrato da scienziato nei meccanismi economici specifici che porteranno la società contemporanea alla rovina.

Immagine correlata

Ritengo che Trade-Off: Financial system supply-chain cross contagion - a study in global systemic collapse sia uno dei lavori più illuminanti e importanti che ci siano su questo tema.

 Vi sarà un punto, un Tipping Point (altro testo di Korowicz) superato il quale cominceranno degli effetti a catena? Qui sotto ho riprodotto lo schema di Korowicz traducendo in italiano i riquadri.

Risultati immagini per david korowicz trade off


Korowicz considera il "declino nella produzione di petrolio a buon mercato" come l'innesco di una reazione a catena che porta al crollo dell'economia - un'economia, la nostra totalmente irresiliente vale a dire completamente integrata e interdipendente nelle sue parti. Il grande problema infatti è la mancanza assoluta di Resilienza del sistema economico, concepito com'è allo scopo di centralizzare il potere invece che modulandolo e decentralizzandolo.

Con il declino del petrolio comincia una spirale deflattiva (frecce rosse) di "declino delle attività economiche" fino a che quelli che chiama "keyston-hub", i pilastri-chiave che reggono il super-sistema, escono dal loro equilibrio. Ne elenca 7, di cui il principale è il sistema bancario e monetario che agisce nella nostra società come una infrastruttura invisibile ma che governa tutte le cose.

Tale spirale deflattiva (diminuzione generale dei prezzi) porta a ciò che si chiama feedback positivo o circolo vizioso in cui il primo mutamento genera delle strutture che lo alimentano sempre di più.

Parlando più semplicemente, ciò che ci possiamo aspettare innanzitutto, è che l'effetto del picco della produzione globale di petrolio sarà il fallimento di quelle aziende e corporations che incorporano il prezzo al barile nelle loro merci (per esempio quelle che dipendono dal trasporto su gomma).

Una volta generato il contagio, questo si espanderà sino ad infettare una serie di altri settori che dipendevano dai primi e così via fino alla destabilizzazione di tutti i pilastri su cui si regge la nostra economia (basta pensare alle catene di produzione e distribuzione del cibo). Questa infatti, nella forma che conosciamo, si regge su di un flusso continuo sempre crescente di energia che può essere fornito solo estraendo e raffinando ogni anno una quantità di fossili maggiori del precedente. Questo è ciò che vuole la crescita economica.

graph of world energy consumption by energy source, as explained in the article text

E' fondamentale comprendere che la "fiducia" nella nostra organizzazione sociale basata sul denaro, si basa sulla disponibilità (illimitata) di energia. Quando questa comincia a declinare (e gli economisti non riescono a capirlo) comincia ad influenzare le attività economiche, che entrano in fase di recessione, fino a che, più gravemente, comincia anche a diminuire la domanda di energia e di beni, ed è proprio questo a far precipitare la situazione.

E poi? quando i fallimenti cominciano ad espandersi? E' probabile che ci potremo aspettare fenomeni di bank-run, corsa agli sportelli, ognuno a ritirare in fretta i propri risparmi, così aggravando ancora di più la crisi e accelerando il circolo vizioso. Se questo processo si spingerà fino alle ultime conseguenze - e non sembrano affatto esserci vie di mezzo dato che non vi è resilienza del sistema, non c'è una sorta di generatore ausiliario che si possa accendere per fare andare ancora il sistema - dobbiamo aspettarci l'annullamento del valore del denaro. Il denaro non avrà più valore: ecco il grande problema. Da qui le immani conseguenze del collasso.