Troia non Cadde per Colpa degli Immigranti


venerdì 21 dicembre 2018

Il mio appello agli ecologisti e a chi non si rassegna.



Un post di Max Strata


Le considerazioni di base da cui trae origine il mio appello sono rintracciabili nei report scientifici sulla crisi ecologica ma anche nelle analisi sociologiche sulla infelicità personale e sulla follia dilagante che emerge dall'osservazione della cronaca.

Questi elementi non sono affatto disgiunti ma fanno parte di un'unica logica distorta, invadente e pervasiva, alimentata da un sotto pensiero, da una sub-cultura, da una assurda illusione che domina le nostre menti e che ci sta rapidamente trascinando verso un futuro -sempre più presente- in cui i nostri peggiori incubi rischiano seriamente di materializzarsi.

Si può affermare che nella storia dell'umanità ci sono stati tempi non certo migliori e che di crisi se ne sono susseguite molte, vero, ma oggi ci troviamo in presenza di qualcosa di nuovo, un qualcosa di particolarmente subdolo e pericoloso che oltre a mettere in discussione le basi ecologiche della vita sul pianeta ha a che fare con una modificazione antropologica della nostra specie.

Non a caso, uno dei tratti prevalenti di questo tempo storico è dato dalla superficialità nei saperi e nelle conoscenze, nei rapporti umani, nelle esperienze di vita, nella visione della realtà e quindi del futuro. Una constatazione che può apparire paradossale nell'epoca dell'informazione super diffusa ma che paradossale non è, considerato che al "messaggio breve" cui ci siamo abituati corrisponde necessariamente un "pensiero breve".

Ecco, direi che è proprio questo il nostro più grande e attuale problema, il pensiero breve o se si vuole il pensiero liquido di una società liquida che omologa, inscatola, appiattisce e istupidisce e che causa una gravissima perdita di contatto con la realtà, anche con quella che ti dice che sei prossimo a sbattere violentemente la faccia contro un muro di pietra.

Ci troviamo in una sorta di condizione amniotica da "effetto stupefacente" generalizzato, fatta di obnubilante inerzia mentale che nei fatti ci rende insensibili (per niente preoccupati) anche di fronte a scenari da brivido che richiamano l'olocausto nucleare.

Benché il tema del caos climatico e più in generale quello della crisi ecologica, non sia certo posto in primo piano dai media e compaia solo marginalmente tra gli interessi della classe politica, dovremmo più o meno sapere (uso il condizionale) che continuando a fare a pezzi i sistemi biotici siamo fatalmente destinati a passare più o meno rapidamente dallo stato di euforia determinato dalla cieca fede nella crescita economica, ad uno stato di scarsità materiale e di conflittualità sociale tale da riportarci a condizioni che in più di un caso potrebbero corrispondere a quelle del periodo medievale.

Di recente, i ricercatori del tavolo intergovernativo dell'ONU sul cambiamento climatico, hanno indicato in appena dodici anni il tempo residuo in cui modificare il nostro sistema di approvvigionamento energetico per evitare di incorrere nei peggiori effetti provocati dal riscaldamento globale.

Dodici anni... impossibile anche volendo: troppo il ritardo accumulato, troppo grandi le speculazioni a breve termine delle oligarchie che governano il pianeta e forte la resistenza al cambiamento determinata da immobilismo, ignoranza, timore o incapacità da parte dei più.

Che cosa fare allora? Non resta che tentare una via assai impegnativa ma pur sempre possibile: quella di una rapida presa di coscienza individuale e collettiva nella quale è chiaro che un certo tipo di rappresentazione del mondo è finita e che è necessario passare ad un'altra prospettiva, ad un altro sentire, ad un altro modo di agire.

L'appello è pertanto un invito all'azione dal basso da parte di quella che si potrebbe definire una "avanguardia illuminata", composta da chi vuole fare qualcosa di concreto per provare ad invertire la rotta e guadagnare tempo, con l'obiettivo di scatenare una positiva reazione a catena, ovvero di generare una massa critica capace di realizzare modificazioni di ampia portata.

Per fare questo, e qui arriva la mia provocazione, ritengo necessario che gli ecologisti e chi non si rassegna a questo stato di cose, debbano assumere su sé stessi la responsabilità di comunicare personalmente il livello di drammaticità della situazione in cui ci siamo cacciati, facendolo con serietà e continuità a partire dalla famiglia, tra gli amici, sul posto di lavoro e di studio, ecc..
Comunicare dunque e fare seguire alla comunicazione verbale o scritta un'azione coerente che possa essere di stimolo per gli altri promuovendo l'idea che il passaggio (la transizione) ad un nuovo modello sia non solo necessario ma in ogni caso preferibile rispetto a quello dominante perché più sobrio, egualitario, fecondo e piacevole. Per fare questo c'è però bisogno di grandi energie e di numeri importanti e ciò comporta la necessità di ridurre, dico ridurre non abbandonare, il tempo dedicato alle tradizionali iniziative per la difesa dell'ambiente perché adesso abbiamo bisogno di concentrare le forze sulla questione climatica che, da sola, direttamente o indirettamente, assorbe tutte le altre.

Intendo dire che in questo momento storico, affacciati sul baratro che ci attende, ogni singola "battaglia" per difendere il territorio rischia di diventare fine a se stessa se non viene collocata in una prospettiva più ampia. Inoltre, mi pare evidente che serve a poco salvare oggi una porzione di foresta se non si riesce a smontare il meccanismo che domani ne farà fuori cento.

Teniamo presente che unendo i nostri sforzi possiamo mettere in discussione un sistema di pensiero, rendere evidente che cosa c'è all'origine della violenza che viene praticata sui sistemi naturali, sulle persone e sugli altri viventi. Qui si tratta di abbandonare definitivamente un sistema non di riformarlo: un sistema economico e sociale che è generato dal modo con cui guardiamo il mondo e di conseguenza da come ci comportiamo.

Per poter sperare di attivare una risposta positiva da parte di chi non ha ancora cognizione della gravità della crisi è dunque fondamentale poter offrire una visione realisticamente diversa e migliore, ed questo quello che può fare una persona di buon senso.

Dunque, dobbiamo continuare a lottare contro l'inquinamento provocato da una industria chimica o dal traffico urbano? Certo che si, ma nella misura utile a far passare l'idea di un altro mondo possibile.

Ciò che conta è che in questa drammatica situazione si faccia un tentativo per razionalizzare l'impegno, finalizzarlo, renderlo pienamente operativo all'interno di una visione globale ma non globalizzata.

Questo è il tempo (l'ultimo che abbiamo a disposizione) per superare le barriere che ci dividono, le convinzioni che si ergono come ostacoli insormontabili, i protagonismi, le invidie, l'aggressività di cui spesso siamo vittime quanto carnefici.


Provo dunque a sintetizzare tre punti che, nell'ottica di una azione comune, potrebbero essere condivisi o comunque suscitare una riflessione collettiva.


Abbandoniamo l'ego e agiamo consapevolmente


Finché restiamo attaccati a quanto abbiamo adesso (anche se poco) e all'illusione di quello che potremmo/vorremmo avere in termini di occupazione, sicurezza sociale, possesso di beni, ecc. non riusciremo a fare un passo in direzione del cambiamento che auspichiamo. Deve infatti essere chiaro che nel vortice causato dalla crisi ecologica tutte le nostre presunte certezze possono disintegrarsi in un baleno.


Gli scenari sono molto inquietanti e purtroppo si stanno manifestando in fretta.

In primo luogo, ricordiamoci che la crisi ecologica è strettamente connessa alle crisi economiche, a quelle sociali, politiche e militari e che abbiamo a che fare con un crisi sistemica. Per agire consapevolmente e cioè in modo lucido e con la prospettiva di raggiungere un obiettivo apprezzabile, possiamo innanzitutto agire sui noi stessi, comprendere l'origine del nostro comportamento irrazionale e pertanto non farci comprimere dalle pretese di un ego che per definizione non sarà mai soddisfatto. Attenzione, questo è un passaggio essenziale, o si comprende che facciamo di parte di una rete fatta di strette relazioni con tutto ciò che è vivente e che di questa rete siamo solo un nodo, o sarà davvero difficile riorganizzare la nostra esistenza di specie.

Banalizzando, ma non troppo, condividere questa visione significa spostarsi da una posizione antropocentrica ad una visione ecocentrica e le conseguenze pratiche sono enormi. Abbandonare le richieste del nostro ingannevole ego vuol dire proiettarsi verso una esistenza che accetta il concetto di limite e che lascia andare quello che oggi ci rende schiavi di oggetti, azioni, abitudini e pretese che con l'idea di "buona vita" e di felicità non hanno niente a che fare. Agire consapevolmente in modo ecologico è dunque avere cognizione del mutamento di rotta che ci viene chiesto per condensarlo nelle nostre scelte e nelle nostre pratiche quotidiane.

Più comunità e più locale, meno oggetti, meno mercato, meno potere

Sappiamo che all'origine della crisi ecologica ci sono una serie di fattori culturali, idee filosofiche e convinzioni politiche, e, non da ultima, la nostra sostanziale incapacità di gestire le innovazioni scientifiche e tecnologiche in modo sano e saggio.

Sappiamo inoltre che l'idea di produrre sempre di più a partire da uno stock limitato di risorse naturali è pura e semplice follia anche se la quasi totalità degli economisti e dei decisori politici pare ignorare questo fondamentale dato di partenza.

Davanti a questo mare magnum di difficoltà possiamo tuttavia orientare la nostra esistenza individuale e di gruppo in direzione di una semplicità volontaria in cui ad assumere pregnanza e significato non sono più i miti della ricchezza e del possesso ma il piacere (ben vivere) che si può trarre dal contatto con la natura, da relazioni più empatiche, dall'essenziale, dalle cose semplici rese disponibili per tutti.

Attraverso questo rivoluzionario percorso concettuale matura anche un rinnovata sensibilità per ciò che si può fare in proprio, in seno alla propria comunità, saltando a piè pari la pressione imposta da un mercato che invece tende ad annullare la capacità di sentirci protagonisti delle nostre scelte e, fin dove possibile, di essere autosufficienti. Un passo essenziale è pertanto non subire l'organizzazione gerarchica di un potere e di un sistema che vuol vendere/imporre qualsiasi cosa a tutti i costi, mediante una coercizione organizzata mascherata da offerta.

Organizzarsi su piccola scala, valorizzare i diritti fondamentali, costruire economie locali resilienti per produrre innanzitutto servizi, cibo di qualità ed energia rinnovabile in modo cooperativo e condiviso, costituisce l'ABC del cambiamento.

Uniti in una visione d'insieme

La frammentazione, e di conseguenza l'inazione, è tecnicamente il problema più grande con cui ha a che fare un insieme di persone che desidera raggiungere un determinato obiettivo. Dividersi, dividersi e dividersi ancora fino a spaccare il capello in quattro di fronte ad una emergenza che richiede unità di intenti, serve solo a fare il gioco di chi desidera mantenere lo status quo anche se questo si rivela mortifero.

La suicida tendenza alla divisione è spesso provocata da un malinteso ideale di libertà di opinione e di scelta. Questo non significa che per stare assieme sia necessario rinunciare alle proprie convinzioni o alle proprie idealità, ma più semplicemente contenerle nell'ottica di un percorso dove ciascuno lascia qualcosa di personale per accogliere qualcosa che proviene da altri allo scopo di entrare in una corrente dove ci si sente ascoltati e si diventa parte attiva di un processo.

Consideriamola dunque come "un'ultima chiamata" e ciò che conta è la nostra disponibilità a intravedere la possibilità di realizzare qualcosa di molto diverso dall'attuale che tenendo conto dei limiti offerti dalle risorse e dalla disponibilità dei beni naturali prevede l'integrazione dei sistemi umani nelle dinamiche dei sistemi ecologici.

Per farlo, occorre organizzarsi da subito su base locale e quindi in una rete sempre più ampia capace non solo di discutere, di confrontarsi, di fare lobbying, ma di realizzare progetti creativi recuperando al tempo stesso le migliori esperienze disponibili.

In altre parole si tratta di concepire, praticare e diffondere un'etica ecologica solida e desiderabile perché concreta, armonica, riparatrice degli equilibri che abbiamo infranto e rispettosa della vita, delle presenti e delle future generazioni.





28 commenti:

  1. Post: "Organizzarsi su piccola scala, valorizzare i diritti fondamentali, costruire economie locali resilienti per produrre innanzitutto servizi, cibo di qualità ed energia rinnovabile in modo cooperativo e condiviso, costituisce l'ABC del cambiamento."

    Il che, stante la nostra condizione locale attuale, comporta inevitabilmente atteggiamenti e decisioni dei quali non è gradita l'espressione in questo spazio virtuale (pena la non pubblicazione dei commenti, stando a quanto esplicitamente affermato qualche tempo fa). In assenza di un sano realismo nei confronti di quegli atteggiamenti e decisioni, ogni altra intenzione ambientalista evidenzia immediatamente la sua vacuità.

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  2. Solo dal basso non si risolve niente.
    Magari sarebbe utile concentrarsi sulle città.
    http://www.forumpa.it/citta-e-territorio/top-down-o-bottom-up-le-due-facce-della-smart-city
    Angelo

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    1. Anche certi agriturismi potrebbero fare la loro parte se un po’ incentivati e anche indirizzati nella direzione giusta. In questo modo si darebbe tra l’altro, un valido contributo al turismo nonché all’occupazione.
      https://www.autosufficienza.it/
      Insomma, non progetti faraonici, ma neppure quattro chiacchiere buttate là tra amici. Roba che entra da un orecchio ed esce dall’altro.
      Angelo

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    2. Caro Angelo, vede che anche noi che, spero, abbiamo capito il problema siamo talmente strutturati nel sistema che dovrebbe essere demolito da non rendercene neppure conto. Ora, a parte eventuali casi particolari, forse più ipotetici che reali, la prima cosa da abbandonare, completamente, in ogni sua forma, se si volesse intraprendere la strada della sostenibilità, sarebbe il turismo. Che è una invenzione del xx secolo. E da noi, in Italia, prima degli anni 60, era praticamente sconosciuto, al meno alle masse. Don Bosco diceva che la vacanza è la vendemmia del diavolo (qui ho trovato alcuni aforismi del santo Torinese: http://www.donboscoland.it/don-bosco-e-le-vacanze-aforismi ). L'industria del turismo è tipicamente parassitaria. In ogni sua forma. Anche i così detti turismi sostenibili, tipo andare a cavallo o in bicicletta sulle proprietà altrui. Atti che sarebbero reato compiuti da chiunque, ma che che vengono incentivati dallo stato se vengono consumati dai "turisti".
      Inoltre il bisogno di "vacanza" è proprio un prodotto di quella insoddisfazione continua e patologica di cui si parla in questo post, ovviamente funzionale al predominio del (grande) capitale.

      Guido.

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    3. Abolire il turismo in ogni sua forma mi sembra poco realistico per un paese come l'Italia.
      Angelo

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    4. un esempio delle conseguenze di questa insoddisfazione patologica si è vista con i mld di locuste impegnate nello shopping natalizio. Mln di auto in movimento per consentire l'acquisto di mld di oggetti per lo più inutili. Ma lo scenario di questa vendemmia satanica si allarga a tante manifestazioni dell'attività umana: sport, lavoro, passioni di tutti i tipi e chi più ne ha, più ne metta, basta anestetizzarsi e oblubinarsi. Il XX secolo, grazie ai FF, è stato proprio l'apoteosi delle pratiche inutili e dannose. Non che non ci fossero anche prima, ma i FF le hanno moltiplicate all'infinito. I risultati si vedono nell'ambiente, nelle persone, nelle famiglie. Oggi mi è capitato di vedere i visi di due ragazze, che erano coi genitori, così puliti, belli e distesi che non mi capitava di vedere da chissà quanto tempo. Eppure quando ero giovane, mi ricordo erano la maggioranza.

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    5. Mago, pensi anche tu che un intervento a gamba tesa sulla pubblicità e sulle sue tecniche possa essere più efficace di mille divieti? Non parlo solo degli spot, ma di tutte le forme di pubblicità diretta e indiretta, palese e occulta. Lì sta la fabbrica dei sogni che genera l'insoddisfazione. E insoddisfazione e senso di inadeguatezza, si sa, sono motori potenti in termini di generazione dei flussi di consumo.

      Tra l'altro... non c'entra con l'ecologia, ma con le perversioni pubblicitarie sì... solo io ricordo che dovrebbe essere messa al bando la pubblicità al gioco d'azzardo? Eppure, è ancora lì, florida e sbrilluccicante più che mai. Le sirene cantano, non tutti sono come Ulisse. E le sirene avevano uno scopo: mangiarsi i marinai.

      P.S. Analogo ragionamento potrebbe valere per la questione rifiuti: raccolta differenziata, riciclo, comportamenti virtuosi, bla, bla, bla... ma una bella definizione di standard imposti per legge alla fonte (negli stabilimenti nei quali si produce allegramente la stragrande maggioranza della rumenta) non sarebbe più efficace e più semplice da implementare? Ovviamente, le limitazioni dovrebbero valere anche per le importazioni. Si fa per le auto senza porsi troppi problemi, perché non si fa per altre categorie merceologiche? Forse perché la rumenta puzza, ma i soldi che rende (anche in termini di tassazione) no?

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  3. Credo che Homo sia la specie vivente più stupida del pianeta Terra.
    Ho perso il 99,99% di speranza che possiamo farci più intelligenti.
    I "veri" intelligenti, fra noi, sono molto rari.

    Gregory Bateson ha detto :
    "...i sistemi puniscono ogni specie che sia tanto stolta da non andare d'accordo con la propria ecologia".

    Max, mi piange il cuore, ogni giorno, a vedere la devastazione che noi (compreso io) causiamo al nostro ecosistema "pianeta Terra" e dintorni (si pensi ai frammenti tecnologici/metallici che spargiamo nello spazio).

    I più "veramente" intelligenti fra noi Homo vengono isolati, derisi, finanche uccisi (popoli non civilizzati).

    Da parte mia, continuo ad affermare che noi umani "civilizzati" siamo pazzi, impazziti. Di questo passo, credo saremo estinti prima del 2030.

    - Gianni Tiziano -

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  4. Il pianeta terra non ha climate change: non ci saranno danni da climate change e nessun impatto sulla capacità di produrre cibo nel mondo.

    I limiti della crescita sono minkiate.

    Le migrazioni apocalittiche saranno pacifiche e tutte in Europa.

    Il XXI secolo porta pace e prosperità per mondo ricco e multiculturale!

    https://www.institutmontaigne.org/ressources/pdfs/publications/the-demographics-challenge-myths-and-realities-note.pdf

    Non so cosa ne pensiate voi, ma secondo me, fanno COVER UP quelli dell'istituto Montagnè.

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  5. Questi invece non fanno cover up, e sanno bene di cosa parlano!

    An Abrupt Climate Change Scenario and Its Implications for United States National Security (2003)
    https://eesc.columbia.edu/courses/v1003/readings/Pentagon.pdf

    World Bank: Implications of Climate Change for Armed Conflict (2008)
    http://siteresources.worldbank.org/INTRANETSOCIALDEVELOPMENT/Resources/SDCCWorkingPaper_Conflict.pdf

    Climate Change and National Security (2016)
    http://lasp.colorado.edu/~randall/4800/lectures/20160328.pdf

    The National Security Impacts of Climate Change (2017)
    https://www.eesi.org/files/IssueBrief_Climate_Change_Security_Implications.pdf

    A War Plan Orange For Climate Change (2017)
    https://www.usni.org/magazines/proceedings/2017-10/war-plan-orange-climate-change

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    1. E' interessante da leggere, il libro edito dalla World Bank, specie per il flow chart sui pathways della guerra.

      Tuttavia vi sono ampie parti nel testo, in cui gli autori vanno alla ricerca nella storia dell'uomo di Climate Change Wars, per estrarne dati statistici e correlazioni.

      Questo indica stupidità, perchè le cause di detonazione delle guerre del passato sono sempre state "locali e contestuali" e fare statistiche sul passato per estrarre proiezioni future è sempre pericoloso nelle scienze sociali, dove la prima cosa da guardare nel lungo periodo sono le mutabili piuttosto che le variabili.

      Per altro, osservando la serie delle misurazioni di CO2, il livello di 402PPM ha un trend crescente, questo implica che andando indietro nel passato i livelli di CO2 erano più bassi (seppur crescenti) per cui gli impatti di climate change erano inferiori ad oggi ed inesistenti rispetto ai decenni a venire. Se i climatologi dicono che per ritrovare i livelli di gas serra di oggi, occorre risalire ad epoche in cui l'uomo non c'era sulla Terra, mi domando perchè si facciano studi statistici sulle guerre regionali che nel passato sono detonate per cause diverse, dalle cause di detonazione future.

      E quì mi riallaccio alla bloggata del prof.Bardi sul revolver, che evidentemente pure nella World Bank pensano che una curva normale applicata su dati del passato, dica sempre tutto sul futuro. Mentre a me pare evidente, che se per quanto lunga possa essere una serie storica, questa al massimo può essere solo un campione dell'intera storia umana (passata, presente e futura) e come tale non totalmente adatta a dedurre od inferire cose.

      Un WARGAME, fornirebbe più dati tendenziali utili sul futuro, di un'analisi statistica sul passato, la quale in casi con un contesto unico o raro, troverebbe pochissimi rapporti di causa ed effetto ed indipendenza nelle correlazioni ipotizzate.

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  6. silverio.lacedelli@gmail.com
    Condivido in pieno il pensiero l'appello e mi permetto di suggerire un percorso che utilizzo neimiei incontri e nei miei interventi, pensando di fare cosa utile.


    Comincio ricordando che la temperatura media della Terra "era" di 12,5°C
    Passo poi a menzionare il fatto che essa è aumentata di 1°C e aumenterà ancor più in futuro raddoppiando.

    Questo incremento ha già provocato gravi alterazioni nel clima con gli effetti che tutti ormai conosciamo.

    Gli equilibri naturali sono ormai "compromessi" e ciò che succede è in realtà l'evoluzione verso un nuovo equilibrio, (Climax in gergo scientifico) che sarà necessariamente diverso da quello che conosciamo.

    Ci aspetterà probabilmente un futuro difficile: innalzamento del livello dei mari, siccità, alluvioni, tropicalizzazione dei mari, migrazioni di specie, aumento delle giornate afose e delle notte tropicali, scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari…

    E' inutile opporsi a questi cambiamenti ma dobbiamo capirli ed adeguarci. Se un fiume esonda inutile ricostruire gli argini bensì bisogna pensare a rinaturalizzare il corso d'acqua ed ampliarne l'alveo. Se una foresta viene abbattuta dal vento, utilizzare specie differenti e creare un bosco misto e disetaneo. Se il mare si alza, non c'è MOSE che tenga, ma si dovranno spostare le attività umane in zone più sicure. Per ridurre le emissioni sostituire le auto con modelli elettrici adatti a brevi distanze che consumino 25 W/Km, mentre per percorsi lunghi utilizzare le ferrovia in quanto mezzo di trasporto più efficiente.

    E' imperativo ridurre le emissioni pro-capite del 50% che vorrebbe dire metà riscaldamento, metà chilometri in auto, metà energia elettrica… metà di tutto.

    Occorre investire le nostre magre risorse in maniera oculata: cappotto termico, solare termico, solare elettrico, orto e frutteto familiare, riciclo, riuso, muoversi a piedi, in bicicletta, in treno, dieta mediterranea, azzerare gli scarti, crearsi una riserva di acqua piovana, cibo a km 0, baratto… in sostanza una rivoluzione delle abitudini.

    Cordialità
    S. Lacedelli





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    1. Condivido questo modo di ragionare diciamo realistico. Però bisognerebbe che anche chi sta in alto si rendesse conto che qui stiamo tutti nella stessa barca.
      Angelo

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    2. Bisognerebbe anche che chi sta in alto (e anche chi sta un po' più sotto) realizzasse che la barca mondiale, quella nazionale, quella regionale, quella provinciale e quella comunale hanno un certo numero di posti, e che quando il mare è in tempesta non è pratica sicura riempirle "a tappo" e, anzi, continuare a farci salire gente anche oltre la loro portata di sicurezza (nel nostro caso, peraltro, già superata abbondantemente). Ogni capitano ha il dovere di pensare prima di tutto a chi sta sulla nave che dirige, e solo in subordine e se possibile a chi sta sulle altre. La nostra nave, già sovraccarica, richiede di non far salire altre persone e, anzi, di fare il possibile per ottenere il risultato contrario. Com'era la parola? "Resilienza"?

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  7. anonimo, mi dispiace per Voi (anche per me ed i miei cari),
    ma oramai la frittata è fatta, non si può più tornare indietro. spettiamo gli eventi catastrofici già alle porte.

    non c'è nessuna volontà di cambiare, gli Stati se tutto va bene cominceranno a ridurre l'inquinamento solo nel 2030, campa cavallo.

    in certi comuni della Bergamasca, del Veneto parlano di non consumare più il suolo dal 2050. siamo tutti morti.

    per salvarci dalla catastrofe ci vorrebbe qualche bomba atomica che facesse sparire dalla feccia della terra almeno 5/6 mld di persone. allora sì che le restanti potranno forse sperare di farcela. altrimenti si perirà tutti.

    saluti, come dicono qui: ciao mé néga.

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    1. Perchè bomba atomica? Servirebbe l'intero arsenale nucleare e forse non basterebbe. Meglio un bel virus.

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  8. non so cosa significhi "mè nèga", forse me ne frego, ma mia moglie ha acceso il TV, così dal solito film americcano, ho potuto vedere il saluto a Santa Claus, poi il film è continuato con furti, prostituzione, violenze ed altre amenità. Così prima si sostituisce un'evento religioso con uno laico, poi si comincia a inneggiare a comportamenti illeciti ed illegali, ma se lo faccio notare, vengo considerato almeno un esagerato, se non un rompiscatole. Ma siamo sicuri che quelli che restano di quel mld o due, siano capaci di un qualche miglioraramento etico? Comunque sostituire Gesù bambino con Santa Claus è un colpo da maestro del male. Se non fosse un fatto negativo per l'ambiente e per tutti noi, si potrebbe anche apprezzare tanta sagacità, ma l'insegnamento di questi film è proprio quello di fare i furbi e poi "mè nèga".

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  9. Aggiungerei anche l'oscurantismo scientifico per il quale ciò che non è politicamente corretto non può essere neppure detto, riferito, citato.
    Non si confonda l'ecologia che non è affatto politicamente corretta con un certo ambientalismo waltdysneiano girotondi, collane di fiori e ugualicivogliamotuttibene.
    La ragione che cessa per lasciar posto ai dogmi di moda è uno dei segni di collasso, che, in primis, è concettuale.

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  10. @ MrKeySmasher24 dicembre 2018 18:35
    C
    oncordo in pieno, la metafora è calzante: l'interesse dell'Italia è chiudere le porte stagne verso l'Africa!.

    Il reddito procapite è un quoziente, di solito è misurato in pil/procapite: Pil/Popolazione.

    Quando i mercati di un paese non sono saturi, durante la fase d'espansione e saturazione dei mercato (la zona più ripida di crescita di una curva logistica) accade che le due variabili s'influenzano a vicenda nel lungo periodo. Un'espansione della popolazione (i trend demografici) fanno crescere il pil nel lungo periodo. Di quanto possa crescere il pil, vale nel lungo periodo la correlazione tra Pil/Energia in GigaWatt, per cui la crescita energetica futura si trasfroma in una frazione della crescita economica del paese.

    Questa è sempre stata la logica economica (keynesiana e monetarista) per stimare il futuro nei paesi del I mondo con mercati saturi, perchè nei paesi del II° e III° mondo a mercati non saturi, ancora non si è raggiunto il CAP della curva logistica oppure ancora si deve fare la rivoluzione industriale.

    Questa stessa fase dell'umanità iniziata dal tardo 1600 e che ha portato crescita demografica, economica, tecnologica è stata nutrita dall'uso dei carburanti fossili. L'umanità però, come ripete da decenni IPCC e come anticipava Limits to Growth, è entrata in una fase nuova storica, che è stata prodotta proprio dall'uso dei carburanti fossili.

    Nei prossimi decenni, il trinomio

    [ climate change+sovrappopolazione+scarsità(materie prime, energia, cibo, acqua potabile ecc...) ]

    farà disaccoppiare nel mondo i trend di crescita nazionali del PIL dalla POPOLAZIONE.

    Un paese come l'Italia, prevalentemente ad economia di trasformazione, privo di materie prime e fonti di energia, in un contesto in cui le risorse diventano più rare, non potrà mantenere il proprio livello di produzione, a causa delle difficoltà d'accesso a materie prime, semilavorati, energia. Anche a causa del fatto che il proprio spazio sarà soggetto a danni e mutamenti climatici e migrazioni bibliche, che di certo creeranno guerre, danneggiando e/o distruggendo l'apparato produttivo. Per cui affidarsi fideisticamente alla curva normale, interpolando matematicamente la crescita di pil e produttività italiane da serie storiche del passato, in cui però sono implicite e profondamente diverse le premesse dell'ambiente economico è sbagliato. Le seriazioni del passato, non hanno una rappresentatività adeguata al contesto economico prospettico, che sarà assai differente e molto più deteriorato del passato.

    Nei prossimi decenni 2020s-2030s-2040s-2050s il pil italiano (ammesso che sia misurato) avrà un trend calante.
    E' alquanto improbabile che il pil italiano abbia un trend costante.
    E' impossibile che il pil italiano abbia un trend crescente.

    Se la popolazione italiana vuole sopravvivere al XXI secolo, il calo numerico della popolazione italiana potrebbe IMHO in parte assorbire l'overshoot, per cui il Pil_procapite potrebbe essere viscoso verso il basso (ossia leggermente calante nel tempo) oppure tendenzialmente costante.

    Se il calo numerico della popolazione italiana sarà sterilizzato, travasando nella penisola italiaca una massa crescente d'immigrati provenienti dalla BOMBA DEMOGRAFICA AFRIANA, la popolazione italiana sarà crescente (sia per nuovi nati quanto per gli immigrati), tuttavia il pil italiano continuerà ad avere un trend calante, ergo il Pil_procapite collasserà a valori bassissimi (essendo IMHO sinonimo, di guerre, epidemie, pulizie etniche e distruzioni nella penisola italica).

    Fine della storia.

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    1. ieri sera a Stasera Italia hanno parlato molto negativamente di chi fa accoglienza, ma il negazionismo cornucopiano non demorderà fino alla morte, quindi lo scenario futuro di guerre e distruzioni è il più probabile, anche se i corsi e ricorsi storici non sono mai uguali al passato.

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    2. @ Mago 25 dicembre 2018 12:22
      Il punto è che con i numeri demografici da 1.2MLD-2.4MLD non si può tenere un approccio naive, ragionando con l'informazione a cul@ puntando ad indurre colpe ed empatia sugli italiani, perchè il reddito procapite è un quoziente che risente della termodinamica del pianeta. La termodinamica non è empatica, e l'obiettivo di arginare il collasso non agevolarlo nella sua devastazione.

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  11. http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/12/25/borsa-tokyo-crolla-perde-oltre-il-5_84acc5c2-1704-4fae-bca4-f1259c9b5185.html
    Oh!
    Angelo

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    1. publicpolicy/trump-takes-on-the-fed-and-the-military-industrial-complex
      cali finanziari limitati e programmati! Per altri 10 anni nessun crollo?? Secondo Trump e US Army, pare di sì.

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  12. publicpolicy/trump-takes-on-the-fed-and-the-military-industrial-complex
    pare che la FED volesse porre fine a questa economia finanziarizzata e alla bolla del credito che regge lo shale, ma Trump e l'apparato militare USA si sono opposti, chiedendo altri 10 anni. Quindi il dirupo di Seneca probabilmente si è allontanato. Poi come anticipato dal nostro buon prof, sarà più ripido, perchè il mondo avrà buttato altre risorse e tempo preziosi per continuare questo BAU.

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  13. http://unluogocomune.altervista.org/elenco-abbreviazioni-in-uso-nelle-chat/

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  14. Tutto il senso della mia provocazione dell'uomo come cancro del pianeta vorrebbe ricondurre ognuno alla presa di coscienza della propria nocività per la biosfera e in direzione di nuovi comportamenti più virtuosi. Alle volte la provocazione giunge dove il ragionamento non arriva.

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    1. Sono completamente d'accordo con te. <3
      Gianni Tiziano

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