venerdì 16 febbraio 2018

Le ragioni della sconfitta del PD spiegate da un marziano




Scusate per questo post un po' fuori dagli argomenti "normali" di questo blog. Il fatto è che ieri sera mi sono trovato, un po' per caso e un po' per curiosità, a un evento di presentazione dei candidati del PD per le prossime elezioni, qui a Firenze.

Ora, premetto che non guardo la televisione e non leggo i giornali. Per cui, sono arrivato a questo evento un po' come un alieno appena atterrato da Marte. Quindi, vi racconto le mie impressioni - la principale delle quali è che il PD perderà queste elezioni - e questo lo sanno anche su Marte.

Ho ascoltato le presentazioni di un certo numero di persone del PD che mi sono parse competenti e bene intenzionate. Il problema non è quello. Il problema è che tutto il dibattito politico è stato su due soli argomenti: immigrazione e sicurezza (a parte un assessore che ha parlato di commercio, brava, ma non era una candidata).

Ora, non so se qualcuno dei grandi pensatori di strategia del passato abbia detto esplicitamente che se lasci il nemico scegliere il campo di battaglia, allora hai perso in partenza (di sicuro, lo si evince da Sun Tzu). Qui, i candidati del PD hanno lasciato scegliere gli argomenti di discussione ai loro nemici, e hanno perso in partenza.

Abbiamo sentito i candidati del PD dichiarare varie cose, parzialmente in contraddizione fra di loro. In parte, hanno cercato di dire che sono più cattivi di quelli della destra (con noi ci sarà più polizia, più telecamere, più repressione, più galera etc.). Ma anche sulla difensiva, criticando le statistiche della destra e dicendo che, in fondo, la situazione non è così male come la destra la dipinge. E comunque c'è il problema della sicurezza, dell'immigrazione - certo, non dobbiamo far venire gli immigrati, però è anche vero che se vengono ci fanno comodo. E via così.

Ora, per un marziano seduto nell'ultima fila della saletta dove si facevano questi ragionamenti, il tutto è apparso sostanzialmente privo di senso. Questi qui stanno finendo le risorse, sono in balia del cambiamento climatico, dipendono dalle importazioni per cibo ed energia, sono sovrappopolati, hanno disastrato il territorio, cementificato le terre fertili, intubato i fiumi, hanno avvelenato tutto quello che potevano avvelenare, sono schiacciati dalla concorrenza globalizzata e altre cosette. E di tutto questo non ne parlano minimamente?

E questo sarebbe il loro meccanismo decisionale? Quello che chiamano "democrazia" e del quale sono tanto orgogliosi? Dal punto di vista dei Marziani, verrebbe voglia di invaderli e sterminarli, come nella "Guerra dei Mondi" di Wells. Ma non ne vale nemmeno la pena -- questi si sterminano da soli.

Marziani a parte, quello che stupisce è come la destra stia completamente dominando il dibattito, non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti e un po' ovunque. Com'è che la sinistra fa sempre gli stessi errori? Ci deve essere una ragione per la quale a Berlusconi I è succeduto Berlusconi II (detto anche Matteo Renzi). E ora siamo talmente ridotti male che deve ritornare Berlusconi I. Come è possibile?

Difficile dire cosa sia successo. Può darsi che quelli di destra siano più furbi di quelli di sinistra? Onestamente, non mi pare una regola generale. Ma quelli di destra hanno capito molto meglio i meccanismi di come farsi eleggere secondo quella cosa che è diventata la democrazia, oggi. E' sempre stato vero che vince chi urla di più, ma ora è diventata una regola assoluta - ogni traccia di razionalità nel dibattito è scomparsa da un pezzo. E quelli che hanno capito la regola, la sfruttano. Quelli che non l'hanno capita, la subiscono. E quelli che votano, non se ne accorgono.

E, alla fine dei conti, c'è una ragione per cui milioni di persone quardano i telegiornali tutti i giorni, mentre meno di un migliaio cliccano sul blog "Effetto Cassandra". Forse sono tutti marziani.






lunedì 12 febbraio 2018

I Limiti dei "Limiti dello Sviluppo"



Di Igor Giussani

16 novembre 2017

Qualche giorno fa su Facebook Fabio Saracino mi ha segnalato un’interessante intervista di un paio di anni fa a Dennis Meadows, che poi ho scoperto essere stata tradotta in italiano da Massimilano Rupalti e pubblicata sul blog Effetto Cassandra di Ugo Bardi. Per chi non lo sapesse, Dennis Meadows è uno dei tre ricercatori del MIT – insieme alla moglie Donella Meadows, scomparsa prematuramente nel 2001, e a Jorgen Randers – autori della ricerca commissionata dal Club di Roma e poi pubblicata sotto forma di libro con il titolo di The limits to growth (I limiti dello sviluppo nell’edizione italiana). Ho trovato molto interessante l’intervista perché, a mio giudizio, sintetizza perfettamente sia le grandi intuizioni che i limiti del pensiero ecologico legato al Club di Roma.

Per quanto riguarda i meriti, probabilmente non basterebbero centinaia di pagine per rendere onore agli sforzi del team del MIT: sono stati veri e propri pionieri della dinamica dei sistemi, implementando un sistema di analisi che ancora oggi per la sua raffinatezza viene scarsamente compreso da gran parte della scienza ancorata a paradigmi tradizionali. Dopo essere stati oggetto di innumerevoli critiche – spesso volgari e violente – alla fine è venuto fuori che le loro previsioni erano corrette; rimando al capitolo ‘Limiti dello sviluppo o dell’intelligenza?’ di Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita. dove ho cercato di confutare l’insensatezza di gran parte delle denigrazioni ricevute. In questa sede, riporto semplicemente una frase dell’intervista che dimostra come il pensiero di Meadows sia una spanna sopra l’ecologismo convenzionale:

Supponiamo di avere il cancro e che questo cancro causi febbre, mal di testa ed altri dolori. Non sono questi il problema reale, è il cancro il problema! Comunque, proviamo a curarne i sintomi. Nessuno spera di sconfiggere il cancro con quelle cure. I fenomeni come il cambiamento climatico o le carestie sono semplicemente sintomi della malattia di questo pianeta, il che ci riporta inevitabilmente alla fine della crescita.
Il ‘cancro del pianeta’, ovviamente è la ricerca della crescita continua su di un pianeta finito, tema molto caro a noi decrescenti.

Anche la successiva constatazione è particolarmente degna di nota:
Lavoriamo solo sugli aspetti tecnici ma trascuriamo del tutto il fattore relativo alla popolazione e crediamo che il nostro standard di vita migliorerà o almeno rimarrà invariato. Ignoriamo la popolazione e gli elementi sociali dell’equazione, e ci focalizziamo totalmente sulla soluzione degli aspetti tecnici del problema. Falliremo, perché la crescita della popolazione e gli standard di vita sono molto più rilevanti di tutto quanto possiamo risparmiare con una migliore efficienza o con le energie alternative. Pertanto, le emissioni di CO2 continueranno a salire. Non ci sarà soluzione al problema dei cambiamenti climatici se non affronteremo i fattori sociali che ne sono alla base.
A dirla tutta, il pensiero ecologico ispirato a I limiti dello sviluppo – che a torto o a ragione potremmo definire ‘malthusiano’ – ha per lo più totalmente ignorato la questione degli elementi sociali nella problematica ecologica; anzi, ricollegandomi all’ultimo pezzo che ho scritto per DFSN Aboliamo l’umanità, le responsabilità sono state per lo più ricercate in presunte caratteristiche intrinseche al genere umano. Dai prossimi estratti dell’intervista si evince chiaramente come Dennis Meadows non si discosti da lì:
E’ il problema fondamentale. Se in un villaggio chiunque può pascolare il suo gregge su un prato rigoglioso (aperto a tutti, N.d.T.) – chiamato in inglese arcaico “Commons” – entro poco tempo ne beneficeranno soprattutto quelli che scelgono di avere più bestiame. Ma se si va avanti in quel modo troppo a lungo, l’erba finisce e con quella tutto il bestiame…
Dovrebbe cambiare la natura dell’uomo. Siamo tuttora programmati come 10.000 anni fa. Visto che uno dei nostri antenati poteva essere attaccato da una tigre, non si poteva preoccupare del futuro ma solo della propria sopravvivenza. La mia preoccupazione è che, per motivi genetici, non siamo adatti a fare i conti con problemi di lungo termine come i cambiamenti climatici. Fino a che non impareremo a farlo, non ci sarà modo di risolvere problemi simili. Non c’è niente che possiamo fare. La gente dice sempre: “Dobbiamo salvare il pianeta”. No, non dobbiamo.
E’ curioso come, nelle visioni malthusiane, l’entità ‘uomo’ compaia solo nelle versioni ‘cavernicolo’ e ‘industrializzato’, ignorando completamente svariati millenni di storia. Nella prima parte della citazione Meadows fa chiarimente riferimento alla cosiddetta ‘tragedia dei Commons’ di Garret Hardin, omettendo anch’egli il non trascurabile fatto che tale situazione si verifica solo se la mentalità industriale della crescita esponenziale si sostituisce a quella della conservazione che ha caratterizzato per secoli la gestione dei commons. Se esaminiamo le società umane prima dell’avvento dell’industrializzazione, spesso esse erano totalmente concentrate sul futuro; Jeremy Rifkin in Entropia e Donella Meadows (pensatrice che ritengo superiore al suo pur ottimo marito) in Thinking Systemshanno fatto un parallelo tra i proverbi della tradizione contadina e dell’economia domestica con le leggi della termodinamica, evidenziando come la saggezza popolare spesso non sia altro che una versione molto semplificata e grossolana di complessi concetti della fisica. Le civiltà contadine vantavano una genetica diversa dalla nostra? Ne dubito, più probabile che fosse radicalmente diversa la cultura che influenzava la visione del mondo. E se c’è stato un certo interesse per lo studio dell’ascesa e del declino di grandi civiltà del passato, perché sono state quasi completamente ignorate quelle società – come i masi alpini o l’isola di Tikopia, per fare un paio di esempi – le quali sono state capaci di efficaci politiche di restrizione dei consumi e addirittura di controllo demografico? Perché, invece di tirare in ballo a sproposito la genetica, non si è investigato sui rapporti di potere che hanno consentito l’instaurarsi di pratiche talmente virtuose a fronte di scarse o nulle nozioni di ecologia?

Nella parte finale dell’intervista, Meadows si produce in una breve riflessione politica, definendo la democrazia “un esperimento socio-politico molto giovane” che “produce soltanto crisi che non è in grado di risolvere”, paventando l’ipotesi dell’avvento di una rigida dittatura che si faccia carico di affrontare le emergenze ambientali. Personalmente, ritengo che su questo versante sia più attendibile un altro noto esponente del mondo ecologista, l”arcidruido’ John Michael Greer. Nel libro La lunga caduta (in corso di traduzione e pubblicazione per Lu::Ce edizioni) rimarca il fatto che le attuali forme politiche statuali, presentino esse caratteristiche elettorali o dittatoriali, traggono la forza – e di conseguenza anche la debolezza – dallo smisurato approvigionamento energetico reso disponibile dai combustibili fossili e dal petrolio in primis, cioé qualcosa che non può sopravvivere al picco degli idrocarburi, oramai alle porte. Ecco quindi che, invece della ‘oligarchia elettorale’ (così Greer definisce la liberaldemocrazia) o di improbabili fascismi ecologici, potrebbe aprirsi la porta per una riscoperta della democrazia basata su organizzazioni di prossimità e mutuo-aiuto alla maniera delle comunità cittadine nordamericane descritte mirabilmente da Tocqueville in Democrazia in America, quelle che propugnavano un american way of life incentrato sul senso della misura ben diverso dal consumismo esploso nei ‘ruggenti anni Venti’ e proseguito nelle sue degenerazioni fino a oggi. Possibile che questo recupero della dimensione comunitaria e diretta della politica, invece del meccanismo della delega, alla maniera delle riunioni claniche di Tikopia, possa servire per attuare quelle strategie decisive contro il collasso ambientale che oggi sembrano tanto inattuabili?

Solo il futuro potrà dircelo. E’ invece certo che la scienza legato alla studio dei limiti dello sviluppo è uno strumento prezioso e fondamentale per comprendere il mondo e capire che cosa possiamo ragionevolmente permetterci in termini materiali e che cosa no, ma si tratta di uno strumento tecnico che non può funzionare da guida morale o da motore di cambiamenti politici (almeno di quelli auspicabili). Non a caso, Donella Meadows parlava della necessità della ‘visione’, avendo purtroppo capito che ‘tirare a campare’, sopravvivere per sopravvivere, non sono incentivi né per sostenere grandi cambiamenti sociali né per giustificare l’esistenza personale, come dimostrano purtroppo i numerosi casi di suicidio di persone che non riescono a dare un senso alla propria esistenza. Per quanto possa sembrare un imperativo categorico senza appello, anche ‘salvare il pianeta per salvare il pianeta’ potrebbe dimostrarsi solamente un ottimo incentivo per pessimi propositi.

Forse, se oltre agli indispensabili approcci alla sostenibilità si discutesse sul senso di una società che, tanto aumenta la sua distruttività sulla biosfera, tanto più si rivela autoreferenziale (crescita per la crescita, lavorare per lavorare, ecc) allora potremmo trovare la base per quella quadratura del circolo che oggi sembra tanto lontana tra scienza ecologica e cambiamento sociale. Riscoprire una dimensione che sappia riscoprire un controllo sulla propria esistenza e sulla propria comunità contro l’alienazione da megamacchina potrebbe rivelarsi un potente incentivo. A tale scopo sarebbe altresì opportuno mettere da parte un armamentario socio-biologico deterministica che puzza di stantio e ragionare sulla formazione dei modelli mentali del mondo, che occupano un ruolo di primo piano nell’analisi de I limiti dello sviluppo ma che sembrano essere stati completamente ignorati da alcuni suoi presunti estimatori.

“Senza una forte ventata di opinione pubblica mondiale, alimentata a sua volta dai segmenti più creativi della società – i giovani e l”intellighenzia’ artistica, intellettuale, scientifica, manageriale – la classe politica continuerà in ogni paese a restare in ritardo sui tempi, prigioniera del corto termine e d’interessi settoriali o locali, e le istituzioni politiche, già attualmente sclerotiche, inadeguate e ciò non pertanto tendenti a perpetuarsi, finiranno per soccombere. Ciò renderà inevitabile il momento rivoluzionario come unica soluzione per la trasformazione della società umana, affinché essa riprenda un assetto di equilibrio interno ed esterno atto ad assicurarne la sopravvivenza in base alle nuove realtà che gli uomini stessi hanno creato nel loro mondo” . (Aurelio Peccei)



mercoledì 7 febbraio 2018

Decrescita Controllata: E' Ancora Possibile?


"2 METE": un modello dell'Univestità di Pisa per la decrescita.

di Jacopo Simonetta

Il 4 ottobre scorso  il “Movimento Decrescita Felice” e la “Associazione Italiana Economisti dell’Energia” hanno organizzato a Roma, in Campidoglio, un’interessante convegno dal titolo: “Modelli per la valutazione dell'impatto ambientale e macroeconomica delle strategie energetiche”   (qui il link al sito per consultare tutte le relazioni).

Questo è il secondo articolo dedicato a quella giornata; per il primo si veda qui.

Il Modello.

Il titolo completo è: “Modello di Macroeconomia Ecologica per la Transizione Energetica (2METE): Scenari alternativi per la sostenibilità ecologica e l’equità sociale.” 

E’ molto complesso: considera infatti oltre 400 variabili endogene, 200 tra parametri e valori di input esterni,  25 riserve (stock).  Per ogni settore economico, si da particolare rilevanza al capitale fisico, il salario, la produttività del lavoro, l’efficienza energetica.

Il presupposto su cui è stato costruito il modello è “fortemente keynesiano” (per citare gli autori).  Vale a dire che si ipotizza sia la domanda a determinare l’offerta.  Un punto questo molto dibattuto, ma che personalmente mi pare coerente con un quadro macroeconomico di stagnazione in atto.  E’ vero, infatti, che si possono verificare problemi anche molto seri di scarsezza di determinate risorse (in effetti sta già accadendo).  Così come si sta verificando un problema di degrado delle risorse in entrata al sistema economico come conseguenza dell’eccessivo flusso di rifiuti in uscita (proprio il cambiamento del clima è uno degli esempi maggiori in questo campo).   Tuttavia, oramai perfino il FMI dice che stiamo entrando in un periodo di stagnazione o recessione economica secolare, particolarmente nei paesi cosiddetti “sviluppati”; ciò significa che saranno probabilmente più frequenti i casi di contrazione della domanda che quelli di contrazione dell’offerta.  Specialmente all’interno di una strategia “decrescista” come quella prospettata dallo studio.
 


La struttura è riassunta nella figura e, come si vede, concede molto spazio alle dinamiche interne del sottosistema economico. In particolare distinguendo tre settori fra loro correlati: il settore dei beni di consumo finali tradizionali, il settore dell’economia locale e sociale e il settore di “produzione” di energia. 

Quest’ultima a sua volta disarticolata secondo le diverse fonti.
Viceversa, le dinamiche ecologiche del meta-sistema all'interno del quale evolve l’economia rimangono sullo sfondo, anche se, punto molto qualificante, si tiene conto del fatto che il consumo di beni e servizi, comunque prodotti, genera degli impatti ambientali e, dunque, un degrado degli ecosistemi.

Un punto debole sono anche che le dinamiche demografiche che vengono trattate semplicemente  prendendo come dato la previsione dell’ISTAT, malgrado si tratti di un dato molto più politico che scientifico. 

Questi sono limiti molto forti che non consentono di usare il modello per delineare scenari sull'evoluzione complessiva del sistema ambientale-sociale-economico in Italia o in Europa.  Ma occorre tener presente che NON è questo lo scopo del modello.  “2METE” è stato concepito con uno scopo molto più limitato e cioè confrontare la probabilità di raggiungimento degli obbiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti seguendo strategie diverse.   Vale a dire, se a parità di tutte le altre condizioni, il solo investimento in efficienza energetica e rinnovabili è presumibilmente sufficiente o meno.

La risposta è chiara e, a mio avviso, affidabile: NO.  Obbiettivi di riduzione delle emissioni così importanti sono conseguibili solamente prendendo anche una serie di provvedimenti che riducano sensibilmente i consumi finali, dunque il PIL totale e pro-capite.

Risultati.

Come accennato, scopo del modello è quello di verificare se gli obbietti di riduzione delle emissioni climalteranti, decisa dall’UE, possono essere effettivamente raggiunti entro il 2050, come da programma (prima meta). 

 Contemporaneamente, verificare quali impatti ciò avrebbe sui parametri macroeconomici principali (seconda meta).

Il modello confronta tre diversi approcci al tema, verificando quali tendenze si innescherebbero, dati i presupposti di crescita economica stabiliti dal governo (peraltro alquanto ottimisti).   Dunque non dice, né pretende dire, cosa accadrà, poiché non possiamo sapere in quale contesto reale saranno attuate le decisioni del governo.   E’ tuttavia molto, molto interessante perché, a parità di altri fattori, ci dice quale delle strategie considerate è potenzialmente più vantaggiosa.

Dunque, le strategie valutate sono tre:

Business as usual - BAU - colore blu nelle figure. Genera la dinamica del sistema date le politiche attuali sia in termini di risparmio energetico, sia di scelte socio-economiche.

Green Growth - GG - colore rosso. Si propone di raggiungere i target stabiliti prendendo spunto sia dalle politiche discusse nella letteratura di “green growth”, sia dalle discussioni emerse nella Strategia Energetica Nazionale (SEN) 2017.  In particolare, spingendo sull’aumento dell’efficienza energetica e dell’automazione, oltre che sullo sviluppo delle energie rinnovabili.

DeGrowth - DG - colore verde. Sul piano energetico prevede gli stessi interventi di cui sopra, ma meno spinti; mentre prevede di ridurre l’efficienza produttiva, contenendo l’automazione e riducendo gli orari lavorativi.  Inoltre, prevede cambiamenti significati sulle politiche fiscali e sullo sviluppo dell’economia locale.


I risultati dello scenario BAU sono piuttosto scontati: l’obbiettivo di riduzione al 20% delle emissioni di CO2 viene ampiamente mancato, mentre aumentano le disparità sociali e la dipendenza dal commercio globale.   Dunque una qualità media della vita in diminuzione, malgrado una crescita del PIL.

I risultati dello scenario GG sono più interessanti.  Mostrano infatti come il massiccio investimento in energie rinnovabili e tecnologia, in assenza di limiti al consumo, tenda a ridurre le emissioni, ma in misura largamente insufficiente, mentre la disoccupazione aumenta e con essa le disparità sociali.

La ragione principale di questo risultato, assente in altri modelli, è che “2METE” tiene espressamente conto del cosiddetto “effetto rebound” (alias Paradosso di Jevons): una legge empirica dell’economia secondo cui l’aumento dell’efficienza nell’uso delle risorse provoca un aumento dei consumi.

Importante è anche che il modello evidenzia come, incrementando comunque i consumi finali, non si arresta il degrado ambientale.
Anche lo scenario DG prevede un forte investimento in efficienza energetica e fonti
rinnovabili elettriche, ma in misura minore rispetto allo scenario GG.   In compenso, prevede altri interventi tesi a ridurre i consumi finali (e quindi il PIL), mentre sviluppa una quota crescente fino al 30% di beni e servizi prodotti localmente.

Dunque, a parte l’investimento in efficienza dei consumi e rinnovabili, le principali politiche che contraddistinguono lo scenario DG sono:

Riduzione dell’orario di lavoro di circa il 30% tra il 2018 e il 2050 (una riduzione annuale media di circa l’1%).

Riduzione degli stipendi mensili, ma aumento di quelli orari.

Parziale spostamento delle quote di spesa delle famiglie e del settore pubblico a favore dell’economia locale.

Aumento della tassazione sui profitti distribuiti dal 42% al 52% in 15 anni.

Aumento del rapporto spesa pubblica PIL, dall’attuale 21% circa al 24% (nel 2050).

Riduzione degli investimenti pubblici in automazione.

Minore riduzione del rapporto salario medio pensioni che passa dal 70% circa, al 62% contro il 53,2% in BAU e GG.


Conclusioni.

L’aspetto interessante del modello “2METE” è che mostra come la battaglia per ridurre le emissioni climalteranti sia perduta in partenza, a meno che non si perseguano politiche efficaci per ridurre, anziché aumentare il PIL.   Un anatema assoluto questo, in un mondo in cui l’aumento costante del PIL rappresenta oramai un’ossessione totalizzante.

Certo, lo scenario DG, da solo, non rappresenta una traccia sufficiente per immaginare un futuro
sostenibile, ma è abbastanza per indicare che una lieve e costante contrazione del PIL è compatibile sia con la sopravvivenza dell’economia industriale, che con una società più equa e stabile di quella attuale. 

 Probabilmente non è però compatibile con il sistema monetario internazionale e con l’intero castello della finanza: dal debito di tutti i tipi ai fondi pensione, fino ai risparmi ed ai patrimoni piccoli e grandi.   Non si può pensare di cambiare parti di un sistema totalmente integrato senza cambiarle tutte e, credo, che oggi l’ostacolo pratico principale ad una vera svolta sia rappresentato proprio dalla necessità di
eliminare il debito, cosa che comporterebbe la contemporanea scomparsa del denaro e, dunque, la necessità di ricostruire da zero un intero sistema finanziario e monetario.   Un’impresa forse impossibile, ma cui prima o poi dovremo comunque mettere mano, per forza di cose.

giovedì 1 febbraio 2018

Virtuosismo demografico: al di là della crescita




Un post di Natan Feltrin (da "Mimesis")  





Di Natan Feltrin


«Anyone who believes that exponential growth can go on forever in a finite world is either a madman or an economist».

Kenneth Ewart Boulding



24 dicembre 2017, ore 16:57. Il World Population Clock, nel suo fluire senza tregua, segnala che sul pianeta Terra il numero di esseri umani ha raggiunto la vertiginosa cifra di 7.442.832.829. Quando per la prima volta impugnai la penna per descrivere le problematiche insite nella crescita demografica erano le 13:35 del 17 agosto 2016 e la popolazione umana contava 7.344.937.428 di individui. In questo umano lasso di tempo si sono aggiunti 97.895.401 di coinquilini su Gaia. Quasi 98 milioni!

Una cifra maneggiabile mentalmente, ma difficile a rappresentarsi nel concreto. Forse, dopo aver preso ad uso parlare di miliardi, tale quantità umana può non suonare così “decisiva” per le sorti politiche, economiche ed ecologiche globali, ma un siffatto considerare sarebbe una grave leggerezza. Onde essere più esemplificativi, si potrebbe dire che al banchetto del mondo si è aggiunta una Germania e più. D’altronde, sarebbe inesatto considerare questa aggiunta demografica come una “Germania”. Difatti, il motore rombante di questo trend globale non sono i paesi del “primo mondo”, ma le nazioni in cui il tenore di vita occidentale è ancora lontano quali il Niger, l’Afghanistan, il Burundi…, il cui tasso di fecondità totale si aggira attorno ai 7 figli per donna.

Con molto cinismo si potrebbe asserire che “fortunatamente” i nuovi arrivati non hanno tutti le prospettive di vita di un tedesco medio. Questo perché, stando al Global Footprint Network, se l’intera popolazione umana vivesse secondo gli standard di un paese sviluppato come la Germania occorrerebbero 3,2 pianeti Terra per soddisfare questa appagante way of life. Se, invece, tutti ambissero al sogno del consumismo made in USA allora si renderebbe necessaria la biocapacità di ben 5 pianeti blu! Considerata una popolazione superiore ai sette miliardi e tenuto conto di preoccupanti limiti ecologici, come iplanetary boundaries suggeriti dallo Stockholm Resilience Centre, il fatto che allo stato attuale siano necessarie 1,7 Terre per sostenere la presente biomassa umana dovrebbe far suonare un campanello di allarme. Al contrario, sebbene i prospetti delle Nazioni Unite prevedano 9,8 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100, le poche voci che si levano a gridare “population matters” vengono additate come neomalthusiane e nemiche dell’umanità.

Del resto, nonostante la cattiva distribuzione del benessere nell’ecumene sia palese e più dell’11% della popolazione soffra la fame, l’unico imperativo capace di far bucare lo schermo a politici ed opinionisti d’ogni partito e ideale è quello della “crescita”. Sembra che ogni diagnosi sul corpo malato della società globale sia, da anni, sempre, faziosamente, la stessa: crisi economica. Come curare questo male “morale”? Beh, semplice: tornare a crescere, crescere, crescere e, se il motore dell’economia si inceppa, nuova benzina dovrà essere trovata in una iniezione di biomassa umana. Così quando paesi la cui denatalità, in un contesto di Netherlands fallacy,dovrebbe essere un segno di speranza per un futuro più “sostenibile”, questo baby bust si trasforma in una colpa sociale. Colpa sociale il cui rimedio intraprende due vie sinistre ed antitetiche: da un lato politiche popolazioniste e nazionaliste che, in casi estremi, trasformano i ventri femminili in strumenti bellici, come nella “guerra demografica” tra israeliani e palestinesi, dall’altro politiche di immigrazione incontrollata che spesso trattano gli individui umani come numeri su un grafico non capendo, e non volendo vedere, il rischio insito in questa dematerializzazione umana.

Come scrive il professor Andrea Zhok «è un’illusione immaginare che le persone possano muoversi come tra vasi comunicanti, spostandosi sul pianeta in tempo reale, seguendo le esigenze correnti dell’economia e del sostentamento, in modo simile a come si muovono la moneta elettronica o i titoli azionari da un paese ad un altro: una pericolosa illusione».

La demografia sembra essere ontologicamente non neutrale alle sorti del mondo, da tempo immemore il pendolo dell’opinione dotta è oscillato tra quelle che il Professor Scipione Guarracino ha chiamato la paura del “deserto” e del “formicaio”: le popolazioni umane sono sempre state considerate troppo numerose e prolifiche o troppo poco dense e fertili. Queste paure, più o meno fondate, si sono concretizzate storicamente in azioni politiche determinate che vanno dal popolazionismo degli Asburgo nel diciassettesimo secolo a quello dell’Italia fascista, dalle distopie dell’eugenetica alla politica del figlio unico cinese.

Ad inizio XXI secolo, però, una coscienza dei limiti planetari rende oggettivamente irrazionali politiche di incentivo alla crescita demografica in un pianeta sempre più “stretto” nella morsa di una feroce monocultura umana. La Terra da un punto di vista termodinamico non è un sistema chiuso e nemmeno isolato, ma finito. Perciò, seppure grazie al Sole possa garantirsi una omeostasi energetica, non possiede risorse illimitate e, di conseguenza, una condizione di Netherlands fallacy a livello globale sarebbe tautologicamente impossibile.

Terminata la corsa al land grabbing e raggiunto un livello di EROEI (Energy returned on energy invested) negativo dei combustibili fossili per il quale il petrolio non sarà più un bonus energetico, sfamare l’intera umanità diventerà un compito prometeico, qualcosa al di là delle possibilità dell’umano. Seppur esistano molteplici soluzioni auspicabili di efficienza energetica e di gestione degli sprechi, che non aver già intrapreso è un vero crimine contro l’umanità e l’intelligenza, queste dovranno scontrarsi con una realtà ecologica drammaticamente cangiante. La pesante macchina economica non potrà solo attuare un tardivo greenwashing basato su energie rinnovabili e tecnologie a presunto “impatto zero”, ma dovrà fronteggiare i costi che la manutenzione di una biosfera danneggiata porterà seco. Dunque all’investimento nella transizione energetica, obiettivo forse dell’industria 4.0., si dovrà aggiungere un pedaggio di cui il global warming è solo l’aspetto più “ chiacchierato”.

Alla cupa luce di queste allarmanti considerazioni occorrerebbe ridefinire il concetto di “virtuosismo demografico” slegandolo dai binari di una economia il cui fine è un dismorfico accrescimento del PIL per armonizzarlo al canovaccio di futuribili prosperi sostituendo ad una cronica crescita malata un’idea di sviluppo del benessere all’interno di un oikos florido e resiliente.





sabato 27 gennaio 2018

Se i diamanti costassero un euro al chilo, penseremmo che sono pacchiani

Ne è passato di tempo da quando lo stoico Cleante ringraziava Zeus per aver creato l'uomo, il gioiello della creazione. Ma i gioielli si apprezzano anche perché sono rari, se i diamanti fossero comuni come le patate, li considereremmo inutili e pacchiani (oltre a non essere buoni da mangiare). Oggi, con sette miliardi e mezzo di umani, la fama dell'uomo come gioiello della creazione si è alquanto appannata e Bruno Sebastiani non scende a compromessi nel parlare degli esseri umani come "Il Cancro del Pianeta." E' un titolo molto inquietante per un saggio che, peraltro, fa molte osservazioni corrette. (U.B.)




 IL CANCRO DELPIANETA

Un post di Bruno Sebastiani

E se la nostra intelligenza anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura (a seconda che ci si riconosca nel creazionismo o nell’evoluzionismo) fosse un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente da madre natura che ben presto l’abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente?

A questa domanda, tanto angosciante quanto di basilare importanza per tutto il genere umano, ho tentato di dare una risposta con la teoria contenuta nel saggio “Il Cancro del Pianeta” (Armando Editore, Roma, 2017).

E la risposta, purtroppo, è stata affermativa. Sì, la nostra intelligenza è il frutto di un’abnorme evoluzione patita dal nostro cervello, evoluzione che ci ha posti in grado di modificare l’ambiente che ci circonda a nostro vantaggio, ma a svantaggio di ogni altra realtà del pianeta.

Fin qui qualcuno potrebbe dire: che male c’è? Noi apparteniamo alla specie Homo sapiens, siamo all’apice della catena della vita ed è giusto che ci preoccupiamo principalmente di noi stessi. Sennonché la nostra vita dipende da tutte le altre realtà esistenti sul pianeta, realtà che stiamo dissennatamente e sistematicamente annientando! È come se ci trovassimo su una nave e continuassimo ad imbarcare acqua: prima o poi ci sarà il naufragio!

Il punto è proprio questo: la “scintilla divina” (o “mirabile opera della natura”) ci ha consentito di piegare a nostro vantaggio le leggi stesse della natura, di squilibrare, sempre a nostro vantaggio, il delicato ed ultra complesso sistema di congegni e meccanismi biologici formatisi spontaneamente in milioni e milioni di anni, e ci ha consentito di farlo in un battibaleno, in poche migliaia di anni, un’inezia di tempo cosmico. Ma non ci ha consentito di creare un nuovo equilibrio altrettanto solido come quello che abbiamo distrutto.

La nostra intelligenza (o ragione) è il software che gira nel nostro cervello ed è lo strumento più potente sviluppatosi su questo pianeta. Ma la sua potenza è niente rispetto a quella necessaria per governare in modo stabile ed equilibrato le innumerevoli variabili presenti in natura.
Erano nel giusto gli antichi asceti che si annientavano di fronte all’ignoto che essi chiamavano onnipotenza divina.

Ma l’essere umano non ha seguito la loro strada perché non poteva che intraprendere il cammino del cosiddetto “progresso”, indotto a ciò due impulsi irrefrenabili, e cioè:

  • da un lato la continua, spontanea crescita (e potenza elaborativa) del cervello, da meno di 500 cc a 1.400 cc in poco più di due milioni di anni;
  • dall’altro lato l’istinto di sopravvivenza della specie, presente in ogni appartenente al regno animale e preposto al mantenimento dell’equilibrio numerico tra tutti gli esseri viventi.

Questo istinto ha normalmente la funzione di non far prevalere una specie sulle altre: alcuni animali hanno sviluppato la forza fisica, altri l’agilità, altri la velocità, altri ancora il mimetismo e così via. Ognuna di queste “doti” si è evoluta al fine di consentire a ciascuna specie la conservazione del proprio posto nel mondo della natura, all’interno di un equilibrio dinamico in continuo movimento. Tale equilibrio in passato, milioni di anni or sono, si è spezzato più volte a causa di eventi catastrofici, quali impatti con asteroidi, glaciazioni, collisioni di placche tettoniche, eruzioni ecc. Ed ogni volta, dopo la catastrofe, la vita ha ripreso ad evolvere, sotto vecchie e nuove forme, fino a ricostituire il suo equilibrio dinamico.

Al di fuori di questi eventi, che condussero alle cosiddette “estinzioni di massa”, alcune specie si estinguono per motivi naturali, di norma per il venir meno delle loro specifiche fonti di sostentamento o l’insorgere di particolari mutazioni climatiche. Queste estinzioni, dette “estinzioni di fondo” (in inglese “background extinctions”) sono assai rare, nell’ordine di 4 – 5 famiglie ogni milione di anni.

Ma ai nostri giorni l’equilibrio che presiede alla contemporanea convivenza di tutte le specie viventi si è nuovamente spezzato, e non per motivi riconducibili ad eventi catastrofici, bensì a causa dell’utilizzo che stiamo facendo delle capacità intellettuali di cui ci siamo trovati involontariamente a disporre.

In pratica nella lotta per la vita, abitualmente regolata dall’istinto di sopravvivenza, noi uomini siamo intervenuti con la nuova super arma fornitaci dall’abnorme evoluzione del nostro cervello, abbiamo sbaragliato tutti gli avversari e siamo rimasti soli a dominare su tutti i regni della natura.

Ma così come è stato facile trionfare su ogni essere animato e inanimato presente sul pianeta, è altrettanto difficile ricreare un nuovo equilibrio che garantisca la continuità della vita sulla Terra. Il nostro trionfo ha comportato la diffusione del genere umano in ogni angolo del globo con un ritmo vertiginoso, cui ha corrisposto per contrappeso l’annientamento di tutte le forme di vita non riconducibili ad un diretto utilizzo antropico (alimentare in primis). Il nostro egoismo è stato tanto cieco da non farci comprendere che in natura tutto è collegato all’interno di un grande super organismo entro cui è germogliata la vita e di cui anche noi facciamo parte. Spezzando un’infinità di anelli apparentemente inutili, abbiamo interrotto il flusso vitale del super organismo, ed ora ne patiamo le conseguenze che portano i nomi tristemente noti di inquinamento, riscaldamento globale, desertificazione, sovrappopolazione ecc. ecc.

Come non intravvedere una corrispondenza tra questo tipo di comportamento e quello delle cellule in cui il materiale genetico muta al punto da trasformarle in agenti cancerosi, restii ad accettare la morte cellulare programmata (apoptosi) e destinati ad innescare con la loro proliferazione incontrollata il processo tumorale?

A mio avviso non ha grande importanza che questa correlazione abbia basi scientifiche o meno. Ciò che conta è che faccia intendere all’essere umano come il progresso di cui va tanto orgoglioso, la cosiddetta civiltà, altro non sia per l’ecosfera se non una malattia che tutto distrugge. Questo morbo, vero e proprio cancro del pianeta, minaccia di far sparire la vita in una nuova estinzione di massa, indotta questa volta non da eventi esogeni, ma da un errore commesso da madre natura stessa, una via svantaggiosa imboccata casualmente che presto sarà abbandonata, come ogni errore prodottosi nel corso del processo evolutivo.

Oggi ci troviamo in una situazione ambigua. Non possiamo negare gli enormi benefici che il progresso ha comportato per tanta parte dell’umanità. Ma non possiamo ignorare i danni irreversibili che abbiamo già causato all’ambiente e agli altri esseri viventi, danni che prossimamente si ritorceranno anche contro di noi.

Quando il cancro conclude la sua opera nefasta anche le cellule cancerose scompaiono insieme ai tessuti sani che hanno distrutto.

Ecco questa è la visione realistica contenuta nel mio saggio. Non mi sono posto il problema della “guarigione” perché ritengo che la “malattia” sia giunta ad un punto tale da lasciare ben poche speranze di risanamento.

Ho mantenuto però un barlume di speranza individuale, laddove ho suggerito a chi ne ha la possibilità di cercare rifugio in quel poco di natura che resta, come abbiamo fatto io e mia moglie che abbiamo lasciato la città in cui vivevamo (Milano) e ci siamo trasferiti in una casa ai margini di un bosco. Qui abbiamo aperto un Bed & Breakfast, al quale abbiamo dato nientemeno che il nome di Joie de Vivre.

Se la speranza collettiva non ha più ragion d’essere, rimane pur sempre la speranza individuale!


giovedì 25 gennaio 2018

La Mente di fronte alle catastrofi (2) Quanto siamo resilienti?

(Pubblicato anche sul blog Appello per la Resilienza)

Di Daniele Migliorino

In questo post propongo un'esercizio mentale volto ad anticipare un evento negativo, qualcosa di simile a quegli esercizi spirituali che facevano alcuni medievali, come la "meditatio mortis". Prendiamo l'ipotesi dell'arrivo di una meteora sulla terra, ipotesi che è stata cavalcata dalla filmografia catastrofista (basti pensare ad Armageddon).  Risultati immagini per meteorite

Per quanto ne so - basandomi ad esempio sulla "Storia della Terra" di McDougall - un'evento del genere è qualcosa che prima o poi riaccadrà, per via delle leggi della probabilità. Qui non mi interessa quando e se accadrà qualcosa del genere, quanto piuttosto prendere questo esempio come la "madre" di tutte le catastrofi annunciate.

Supponiamo che... un'organizzazione spaziale tipo la NASA avverta la popolazione che fra 6 mesi si abbatterà sulla Terra un'asteroide di dimensioni sufficientemente grandi da spazzare via metà della popolazione mondiale e che farebbe collassare l'intero network finanziario-commerciale su cui si basa la vita umana. Qualcosa come migliaia e migliaia di volte la potenza della più potente bomba atomica che sia capace di produrre, per esempio, il bravo Kim Jong-un.

Supponiamo che tutti gli enti governativi decidano che l'allerta è reale e avvertano la popolazione. Che cosa accadrebbe?

Nel film citato sopra gli esperti di turno valutano che l'unica chance per l'umanità è spaccare in due la meteora in modo da deviarla. La responsabilità nel film finisce per ricadere su quel gruppetto di astronauti che si incaricherà della missione.

Supponiamo che però non si possa far esplodere la meteora perchè è già troppo tardi... La popolazione viene avvisata che l'impatto è certo. La mente delle persone subito capisce e anticipa (la mente ha funzione di "anticipare"; si veda il post) che "sarà la catastrofe". A una parte dell'umanità toccherebbe la sorte peggiore, senza che si possa sapere a chi... Ci troveremmo ad affrontare tutti insieme, senza distinzioni di razze e privilegi sociali, lo stesso pericolo.

Le persone come reagiranno? Panico totale o collaborazione? La mente come si comporterà? Come un cavallo imbizzarrito o sarà sufficientemente calma per affrontare la situazione? In questi momenti sarebbe meglio aver coltivato la "consapevolezza" come un buddista o la frenesia come un'occidentale?
Risultati immagini per panico collettivo

Può essere che dopo un periodo iniziale di panico si cominci a cercare insieme delle soluzioni. Non sarebbe la più grande ricerca collettiva di una soluzione volta al bene comune?

La soluzione migliore che viene trovata prima di tutto è di calcolare il momento esatto in cui vi sarà l'impatto così da capire in che luogo avverrà e dunque... evacuare l'intera popolazione mondiale nel punto opposto della Terra! In tal modo forse sarà possibile salvarsi quasi tutti (ribadisco che questa "ipotesi" non ha valore reale; è solo a titolo di esperimento mentale)

La gente si arrende all'evidenza e comincia a entrare nell'ordine delle idee che non c'è alternativa. Ecco il punto che mi interessa: avviene un'immenso cambiamento per tutti e bisogna metterlo in atto. Bisogna trasferirsi dall'altra parte del globo e abbandonare tutto ciò che si aveva e faceva.

Improvvisamente non esiste più nessuna vita quotidiana con le sue piccole gioie e timori, con i suoi ritmi e regolarità, aspettative, responsabilità, progetti, ecc. Cambia l'intero campo dei valori individuali e collettivi. La mente viene invasa da immagini e pensieri nuovi che cacciano sullo sfondo la maggior parte di quelli che era solita rappresentarsi. Ora c'è un solo obiettivo: salvarsi e aiutare anche i propri familiari e tutto diviene funzionale a questo scopo. Paradossalmente per qualcuno la vita potrebbe anche riacquistare un "senso" poichè ne risperimenta il valore (la mente anticipa che si potrebbe perdere la vita).

TORNIAMO ALLA "REALTA'"...

La nostra situazione attuale riguardo ai cambiamenti climatici, mi domando, è poi molto diversa? L'unica differenza è che i dati che abbiamo a riguardo non possono darci certezze su cosa accadrà. Continuando però a spalmare le conseguenze più gravi di questo "evento" nei decenni a venire - come se non fossimo mai realmente nell'occhio del ciclone, ma sempre "Demain", come il titolo del film francese - di fatto finiamo con non concretizzare mai alcun comportamento collettivo adeguato (ma nemmeno individuale).

Il problema è che adesso c'è una vita concreta che devo mandare avanti, con tutti i suoi doveri, ed è assai difficile pensare che il futuro è adesso. "Che cosa dovremmo fare?" si chiedono in molti, con senso di impotenza. L'immenso problema è che la nostra stessa quotidianità è implicata nel problema. Non è che il Global Worming sia una fatalità che giunge all'umanità da un'altro pianeta, come una meteora appunto: siamo tutti noi, chi più chi meno, a contribuire alla quotidiana immissione di gas serra con i nostri comportamenti.

 Risultati immagini per impronta ecologica italia

Il sistema, dicono alcuni, è lock-in: è bloccato. Operare dei cambiamenti nel sistema è incredibilmente arduo, poichè bisogna modificare le "regole del gioco", quelle strutture/feedback che lo mantengono in essere. Cosa fare? Come farlo?

Ciò che non è abbastanza chiaro ai più è che ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità in questa storia. Additiamo la responsabilità maggiore alle multinazionali, ai politici e al "sistema". Non possiamo accettare di farne parte anche noi. Siamo tutti "costretti" a giocare a questo gioco perverso guidato dalle corporations?

---

Ciò che intendevo evidenziare è come tutti gli equilibri e le dinamiche cambiano quando un pericolo è evidente. Non c'è più alcun "sistema lock-in" di fronte a mobilitazioni simili, di colpo tutta la forza coercitiva che sembrava imporci di partecipare, quasi dall'esterno, secondo le norme stabilite alla vita sociale - viene meno.

Il sistema è bloccato solo perchè noi lo vogliamo (di solito inconsapevolmente). E' ingenuo pensare che i politici faranno qualcosa, anche se onesti, perché il politico non può cambiare la struttura del sistema.

Non ci potrà essere nessun "cambiamento sistemico guidato dal risveglio morale" (R. Heinberg) fino a che continuiamo a fare le stesse cose e come le facciamo prima. Se non facciamo diventare il cambiamento climatico "il nostro lavoro" che cosa credete che cambierà? Qui sta il vero blocco e modificarlo significa diventare resilienti, cioè in grado di affrontare il cambiamento.

Dobbiamo proprio esagerare, non come i buontemponi qui sotto!
Risultati immagini per pino e amedeo mondo
                                                                                                  



martedì 23 gennaio 2018

Gli errori di comunicazione sul cambiamento climatico






Un post di WM



Recentemente molti interventi su questo blog riguardavano la mancanza di attenzione su un tema così importante come il cambiamento climatico. Oggettivamente guardandomi intorno non posso che constatare che gli interessi sono altrove, alcuni certamente importanti come le pensioni, la mancanza di prospettiva di lavoro e la disoccupazione, altri molto meno che non sto a dire.

L'argomento è totalmente assente nel dibattito elettorale (non mi meraviglia) e nelle conversazioni pubbliche le questioni sono altre. Che fare? Penso che il principale errore sia nel proporre previsioni a lunga scadenza, dicendo che entro il 2100 il mare si innalzerà di 2/3 m, se non si vive in Bangladesh o alle Maldive (forse chi vive a Venezia apre le orecchie ma non ne sono sicuro) la prospettiva è troppo lontana, anche dire che nel 2040 la T potrebbe salire di 2 C°, fa venire in mente che mancano ancora più di 20 anni e poi a dicembre faceva più freddo del solito e via discorrendo .

Una strategia sarebbe invece quella di provare a raccontare che il cambiamento è in atto, che tra pochi anni il caldo e la siccità impediranno la coltivazione della vite, del frumento (e forse si passerà al sorgo più resistente alla siccità ma meno produttivo), che senza neve non si andrà a sciare, che le tempeste di metà gennaio in centro Europa sono un evidente segnale.

Sono esempi a caso per dare una prospettiva a breve ma far capire che se piove di meno non basta fare un buco in più per estrarre acqua sempre più profonda o dire che se lo scorso anno gli invasi alpini hanno prodotto meno energia idroelettrica la causa sono le minori precipitazioni adesso, non a lunga scadenza e che se la tendenza alla fusione dei ghiacciai procede a questo ritmo non bisogna attendere 20 anni perché scompaiano.

Far osservare che se sono caduti 2 m di neve sulle Alpi occidentali e 3 giorni dopo al sud c'erano 24 C° a gennaio non è solo una anomalia ma un chiaro effetto del cambiamento climatico.

Entrare nell'ottica dei sistemi caotici e il clima lo è per eccellenza, non è facile ma bisogna spiegare che l'evoluzione avviene a scatti, improvvisamente si riposiziona ad un livello diverso.

Quando trato questi argomenti è imbarazzante perché in genere l'interlocutore mi guarda dapprima curioso, poi nel momento in cui dico che il processo è in atto e non ci vuole molto tempo, cambia atteggiamento, infastidito o incredulo e cambia discorso.

Qualche tempo fa parlando con un un ingegnere, che mi ripeteva che il famoso “I limiti dello sviluppo” scritto nel '73 aveva sbagliato previsioni ho tentato di spiegare tra le altre cose che i sistemi complessi non sono lineari e per quanto i matematici abbiano inventato il caos deterministico e gli attrattori, non necessariamente i collassi sistemici portano a condizioni compatibili con le esigenze del genere umano.

Parole al vento, per lui o per quelli come lui, bisogna usare linguaggi più brutali e senza fronzoli.

I giornalisti vogliono sempre rassicurazioni, non bisogna mai creare il panico, i politici poveretti seguono sempre il cadreghino e la prospettiva non va oltre i 5 anni per cui inutile cercare sponda da quella parte.

L'unica strada è che tutti, ma dico tutti, gli scienziati, gli studiosi, non facciano sconti, dire come stanno le cose in modo chiaro e netto anche se ci sarà sempre qualcuno che dirà che non è vero; l'alternativa sarà non intervistarci più oppure cancellarci dai loro contatti ma siamo in tanti che si occupano di cambiamenti climatici, prima che esauriscano i nomi forse siamo in tempo.


wm




domenica 21 gennaio 2018

I grandi perché della vita



E' ormai tradizione che su Internet ci si occupi di gatti. E così un post leggero dove Elena Corna dimostra la sua capacità di vedere il mondo attraverso occhi non umani. 


Un racconto di Elena Corna


Immobile, con gli occhi chiusi, Romeo si lascia scaldare dal sole. Uno scatto improvviso di Silvestro, sdraiato accanto a lui, interrompe bruscamente le sue meditazioni. -Ecco, mai che si possa godersi un tramonto in pace. Che c’è? -

-Niente, un granchio… -

Romeo apre un occhio:- Già, eccolo lì. Bello grosso. E acchiappalo, no?- Silvestro allunga una zampa senza molta convinzione. - …Si è allontanato. Non ci arrivo…-

Romeo sospira:-Eh, se tu avessi fame, ma fame veramente, a quest’ora ti saresti alzato. I nostri antenati, quelli sì che sudavano sette strati di pelo per guadagnarsi di che vivere. Vedi quella nave laggiù? Un tempo su ogni nave venivano imbarcati uno o due di noi. Lavoravano come guardiani delle cambuse e delle stive. Se volevano mangiare, dovevano acchiappare i topi. Per fortuna, al giorno d’oggi moltissimi di noi non hanno più il problema di trovare il cibo. -

Silvestro sbadiglia con aria soddisfatta:- Sì, trovo che abbiamo fatto benissimo ad addomesticare la specie umana. E’ stata una gran trovata. -

Malachia, l’intellettuale del gruppo, che sonnecchiava poco lontano, non può fare a meno di intervenire: -In realtà la domesticazione della specie umana è iniziata almeno quattro millenni fa. Gli Egiziani ci adoravano addirittura. E fin dall’antichità noi siamo ammessi in tutti i palazzi reali, mentre le altre specie quasi sempre restano fuori. “Un gatto può sostenere lo sguardo di qualunque re”, dice un proverbio. -

Una sonora soffiata lo interrompe. Gonfiando la coda, Malachia sibila indispettito: -Madame, un po’ di rispetto. So bene che non sopporta i miei discorsi culturali, ma non mi soffi così o dimenticherò di essere un gentilgatto. -

Trudy, da poco madre, si affretta a scusarsi:- Oh, non soffiavo a te o alla tua cultura, per la quale ho la massima considerazione, ma a mio figlio… Vieni qui, Isidoro, smettila di rotolarti nella Posidonia. Dopo ti devo leccare per un’ora per toglierti quell’odore.- 

Il cucciolo si avvicina traballando, trascinandosi dietro svariate foglie di Posidonia. Per farsi perdonare, drizza le orecchie con l’aria del giovane curioso e desideroso di apprendere, come si addice a un vero gatto:  -Mamma, cosa vuol dire “domesticazione”? -

Romeo si stira e si mette seduto:-Te lo spiego io, piccoletto. Vedi, la specie dominante del pianeta, che si ritiene anche la più evoluta…- 

-Che invece siamo noi- interloquisce Silvestro Romeo gli dà una zampatina sulla testa, giusto perché aveva voglia di farlo già da prima, poi prosegue compunto:- Insomma, la specie dei Sapiens ha asservito tutte le specie che ha potuto; usano i cavalli per correre, gli elefanti per trasportare pesi, i cani per la caccia, per il salvataggio in mare, per fare la guardia e per un sacco di altre cose come trovare i tartufi…

I sapiens hanno un olfatto da schifìo- aggiunge Silvestro, rotolandosi quel tanto che basta per non essere a portata di zampa dell’amico. -insomma- riprende Romeo – molte specie sono imprigionate negli zoo, schiavizzate nei circhi, addirittura allevate per essere mangiate…- 

Trudy smette di ripulire il cucciolo e pianta i suoi occhi gialli in quelli dell’amico:- Ehm, Romeo…Per favore…- Non è proprio il caso di turbare il piccolo con il racconto delle innumerevoli atrocità che sono la specialità dell’homo sapiens. - Romeo capisce al volo.

-Per farla breve, piccoletto, noi siamo l’unica specie a condividere lo spazio dell’uomo senza che lui ci chieda niente. Sa benissimo che noi non obbediamo a nessuno. Anzi. Lui si incarica di proteggere e di nutrire le nostre comunità. Inoltre, secondo le sue stesse leggi, noi siamo individui liberi. Per il cane non è così; il cane deve avere un “padrone”. E se un cane vive con un umano, finisce per fare quel che vuole l’umano; ma se un gatto vive con un umano, è l’umano che fa quello che vuole il gatto. Generalmente bastano tre giorni, a un gatto, per addestrare il suo umano.- 

Il micetto ascolta con gli occhi sgranati:- Perbacco, e come ci siamo riusciti?-

-E’ per via dei topi- risponde Malachia –I sapiens credono di essere onnipotenti ma sono terrorizzati dai topi. Si calcola che ci siano 8 topi per ogni umano. E loro sanno benissimo che noi siamo tuttora il loro migliore alleato in caso di attacco topesco. -

-Macchè!- interviene Silvestro – E’ solo perché siamo così incredibilmente belli. Lo vedete quanti vengono qui a fotografarci!-

-Già, e ogni volta tu ti metti in posa.- ironizza Romeo

-Non so…- obietta Trudy con tono pensoso -Tigri, pantere e leoni sono bellissimi, anche più di noi-

-Lo credo, sono cugini nostri. Sfortunatamente per loro, sono anche grossi. E con troppi denti. Certo, anche noi possiamo essere feroci- sottolinea Romeo con una certa fierezza –ma siamo anche capaci di recitare la parte dei peluche. Loro no. -

- Una volta- racconta Malachia - è stato qui uno studioso. Lui diceva che ogni scienziato dovrebbe vivere con un gatto, per ricordarsi che non tutto si può sapere e quindi non è il caso di essere presuntuosi. ... Vanno in visibilio se gli facciamo le fusa, e non sanno proprio come facciamo! Il meccanismo esatto delle fusa è tuttora ignoto agli uomini. Il gatto mette in scacco l’intelligenza umana.-

-Può essere. Quello che è certo è che noi tiriamo fuori il meglio degli umani. Soprattutto quando li guardiamo fissi. Per questo non possono fare a meno di noi. E poi, ci trovano così…impeccabili. Nobili, ci definiscono.-

-Visto? E’ come dicevo. E’ che siamo terribilmente belli- conclude Silvestro, stirandosi in tutta la sua lunghezza e anche un po’ oltre.-

-Boh…sarà anche vero che tiriamo fuori il meglio di loro, però sono ancora una specie dissennata: si fanno guerra, maltrattano le altre specie e i loro stessi simili, buttano spazzatura dovunque…Guardate in mare, sta passando un sacchetto di plastica…- mormora Trudy.

Tutti gli occhi guardano verso il mare.

-Beh- commenta Romeo – li abbiamo addomesticati ma per renderli civili mi sa che ci vuole ancora tempo…Comunque, è tempo di pensare alle cose serie: è ora di cena!-

A queste parole, cinque codini fremono. Come un sol gatto, la compagnia si mette in moto. Sulla spiaggia restano le orme di tante nobili e impeccabili zampe.




P.S. Avrei voluto usare i nomi dei gatti della colonia, ma sul sito non ho trovato dati aggiornati…Così ho ritenuto più prudente usare i soliti nomi dei gatti dei cartoni animati.



giovedì 18 gennaio 2018

Addio ai Ghiacci



Inizio da  oggi una collaborazione con questo blog con rassegne librarie e riflessioni senza fissa periodicità su temi che possono contribuire a mio modesto parere alla conoscenza. Ho avuto un blog su questi argomenti che ho chiuso per varie ragioni non ultima lo spam dei negazionisti. Un grazie a Ugo Bardi per l'opportunità. (WM)


Un post di WM



Addio ai Ghiacci di Peter Wadhams Bollati Boringhieri 274 pagine 24 Euro


Nei limiti di un testo di divulgazione questo libro riesce a dare un quadro molto rigoroso di ciò che sta avvenendo al polo nord ma non solo, l'autore è stato per oltre  40 anni ricercatore tra i più rispettati a livello mondiale su ghiacci marini e oceano artico.

Viene spiegata molto bene la fisica dell'acqua. Ciò che mi ha sorpreso è la schiettezza nell'affermare che ormai abbiamo superato il punto di non ritorno, ormai il processo di fusione si autoalimenta e la riformazione durante la stagione invernale della banchisa artica non permette quelle trasformazioni che avvengono nell'arco di anni, il ghiaccio del primo anno più debole non riesce a trasformarsi negli anni successivi, cambia la struttura. Entro pochi anni l'Artico sarà libero dai ghiacci per buona parte dell'anno.

Le implicazioni sono gravi, la salinità che cambia, la diminuzione dell'albedo, le grandi masse d'acqua di fusione della Groenlandia che variano il  clima dell'estremo Nord ma con ripercussioni che influenzano la circolazione globale, le correnti a getto, l'Oscillazione del Nord Atlantico e così via. Una lettura agevole che introduce concetti difficili, dalla climatologia alla meteorologia ma rendendoli accessibili.

Non mancano alcune proposte di soluzione che secondo me sono l'unico limite del libro, una fiducia discutibile nella geo ingegneria e qualche accenno alla necessità di affidarsi alla energia nucleare, mai un dubbio sull'attuale modello ultra liberista che dall'Europa agli USA passando per la Cina sta devastando la biosfera.

Il messaggio è comunque chiaro, continuando così siamo spacciati, cambiando qualcosa anche.

WM

venerdì 12 gennaio 2018

Siccità e desertificazione

Questo post di Jacopo Simonetta è apparso il 28 Novembre 2017. Un mese e mezzo dopo, la pioggia invernale ci ha fatto dimenticare della terribile siccità della scorsa estate. E nessuno si preoccupa di quello che ci arriverà addosso la prossima estate. Siamo di memoria corta, e qusto post ce lo dovrebbe ricordare - anche se non ce lo ricorderemo

di Jacopo Simonetta 
Articolo già apparso si Apocalottimismo


Ogni tanto c’è qualche temporale, ma sono oltre 6 mesi che non piove sul serio, al netto di qualche spettacolare e sparso nubifragio; eppure è dai primi di settembre che la siccità è scomparsa dagli schermi.  Ma è finita davvero?  Cominciamo col fare un po’ di chiarezza sui termini.

Siccità: Indica un periodo il cui la disponibilità di acqua è sensibilmente inferiore alla media.  Sembra un concetto facile, ma non poi  così tanto.  Per cominciare è bene distinguere fra siccità meteorologica (carenza di pioggia) e siccità idrologica (carenza di acqua nel sistema delle falde freatiche dei laghi e dei corsi d’acqua).   Le due sono correlate, ma in modo complesso.  Qui ricordiamo solamente che la siccità meteorologica dipende in parte dal cambiamento del clima globale, in parte da fattori locali.  Quanto alla siccità idrologica, nelle zone intensamente abitate e/o coltivate, dipende più dagli usi antropici dell’acqua che dalle precipitazioni.
Inoltre, bisogna ricordare che, quando si parla di precipitazioni sopra o sotto la media, di solito si fa riferimento alla media degli ultimi 30 anni, compreso quello in corso.  Di conseguenza, il termine di riferimento cambia nel tempo e non aiuta ad evidenziare le variazioni di lungo periodo.
Comunque, a tutti gli effetti, siamo tuttora in piena siccità sia meteorologica che idrologica.  La prima potrebbe finire nei mesi a venire, mentre per far finire quella idrologica ci vorrebbero diversi mesi di pioggia battente.

Inaridimento: E’ un processo di progressivo depauperamento delle riserve idriche.  Quando, come in gran parte del mondo di oggi, si assiste ad un cronico abbassamento delle falde freatiche e/o alla riduzione delle portate medie e minime dei corsi d’acqua abbiamo a che fare con un inaridimento. Somiglia ad una siccità cronica e cumulativa, ma con qualcosa in più. Prima di tutto la ridotta capacità dei suoli di assorbire e trattenere l’acqua; poi la scomparse di zone umide anche temporanee, la canalizzazione del reticolo idrico, eccetera. L’inaridimento contribuisce anche a ridurre la piovosità media in quanto una percentuale importante dell’acqua che piove sulla terra era prima evaporata dalla terra medesima.  Così come buona parte dell’acqua che evapora dal mare, ripiove poi in mare.

Desertificazione: E’ un fenomeno estremamente complesso ed insidioso che, di solito, si accompagna ad un inaridimento del territorio, ma non sempre.  Vediamolo quindi un poco più da vicino.

Cos’è la desertificazione?

La parola evoca immediatamente le dune mobili sahariane e, giustamente, pensiamo che qui, in Italia ed in Europa, non succederà mai.  Ma la desertificazione è qualcosa di molto più diffuso, insidioso e graduale.   Vediamone le principali componenti.

Clima. La parola deserto richiama subito l’idea di caldo e di arido.  In effetti, il processo di desertificazione in corso in molte regioni temperate si associa ad un innalzamento delle temperature e ad una maggiore irregolarità delle precipitazioni. Tuttavia è bene ricordare che esistono anche deserti molto freddi, come quelli dell’Asia centrale, e perfino deserti molto piovosi, come in gran parte dell’Islanda odierna.  Vale la pena di ricordare anche che l’attuale fluttuazione climatica, calda ed arida sulla maggior parte delle terre emerse, rappresenta una forte anomalia. In tutta la storia climatica del Pianeta (per quanto ne sappiamo) le fluttuazioni calde sono state anche più piovose, mentre quelle fredde erano più aride. Questa peculiarità dipende almeno in buona parte dagli altri fattori in gioco (v. punti seguenti).

Un altro punto importante è che si parla molto (e talvolta a sproposito) del mutamento del clima a livello globale, mentre si parla più punto che poco del fatto che il clima effettivo nelle varie zone dipende da come i fattori globali (composizione chimica dell’atmosfera, correnti oceaniche, jet-stream, ecc.) interferiscono con fattori molto più locali (suoli, vegetazione, urbanizzazione, eccetera).  Una lacuna importante perché se è vero che non si sta facendo niente di serio per ridurre le emissioni climalteranti globali, è ancor più vero che non si sta facendo niente (anzi peggio) sui fattori locali e regionali che possono pesare anche di più. 

Di alcuni parleremo ai punti seguenti, qui vorrei intanto fare cenno al ruolo degli incendi.  In condizioni naturali, incendi occasionali (di solito innescati da fulmini) giocano un ruolo importante nel mantenimento della biodiversità. E’ arduo stabilire quale sarebbe l’incidenza “spontanea” di tali eventi nei vari tipi di ambiente perché situazioni definibili come “naturali” (cioè non influenzate dall’uomo) hanno cessato di esistere.  Tuttavia, si stima che le foreste temperate (come quelle che esistevano sulle nostre montagne) potevano essere percorse dal fuoco ogni 3-4 secoli circa.  In altri tipi di ambiente accadeva molto più spesso, tanto che esistono specie che presentano vari tipi di adattamento al fuoco ed intere biocenosi che dipendono dalla frequenza di simili eventi.

Tuttavia, è importante tener presente che se la frequenza degli incendi aumenta, o se colpisce biocenosi già sotto stress per motivi climatici o di altro genere, l’effetto è sempre nocivo, talvolta devastante. Nell’attuale situazione, gli incendi forestali accelerano i processi di desertificazione già in atto, sia direttamente (riduzione della copertura vegetale, perdita di biodiversità, erosione dei suoli, riduzione della capacità di ritenzione idrica, ecc.), sia indirettamente (a livello globale gli incendi boschivi sono oramai una delle principali fonti di gas climalteranti e di aerosol in atmosfera.)

Orografia e rocce. La forma del rilievo e la natura delle rocce determinano in buona parte sia il clima locale, che la capacità del territorio nel trattenere acqua, ma le situazioni reali possono essere molto complesse e variare in relazione anche ad altri fattori. Ad esempio, le Alpi Apuane sono estremamente ripide ed  in gran parte formate da rocce carbonatiche molto fratturate. Di conseguenza i suoli sono sottili e tendenzialmente instabili, mentre l’acqua scorre rapidamente a valle, sia in superficie che attraverso il sistema carsico.

In compenso, il fatto di costituire un’alta catena vicina e parallela al mare rendeva queste montagne una delle zone più piovose d’Europa il che, a sua volta, le rendeva una vera e propria spugna da cui zampillava acqua da tutte le parti. Tre fattori sono cambiati. Due globali: il minore innevamento e lo spostamento verso nord della posizione media dell’anticiclone delle Azzorre; uno locale, la quasi completa urbanizzazione della pianura posta fra le montagne ed il mare. La combinazione di questi tre fattori ha ridotto drasticamente le precipitazioni sulle Apuane (oltre il 30% in meno negli ultimi 40 anni - dati Lamma) da cui, oramai, di acqua ne zampilla ben poca e sempre di meno.

Suolo.  Abbiamo fatto cenno al fatto che i suoli posti su pendenze notevoli sono strutturalmente più poveri e trattengono meno acqua, oltre ad essere facilmente erodibili. Vale a dire che sono strutturalmente fragili e che fattori di disturbo anche occasionali possono avviare processi di degrado talvolta irreversibili.  Tuttavia, oggi i suoli di collina e di pianura sono nel complesso molto più degradati di quelli di montagna a causa dello sfruttamento molto più intenso cui sono soggetti.

Tralasciando l’ampia varietà di forme di degrado irreversibile che caratterizza le periferie allargate dei centri urbani ed industriali, vorrei far cenno al degrado dei suoli prettamente agricoli. La fertilità è il risultato di una molto complessa rete di co-fattori che comprendono la natura chimica dei suoli, la loro struttura fisica, la vegetazione che vi cresce e la miriade di organismi che vivono al suo interno (protozoi, batteri, lieviti, funghi, alghe, nematodi, insetti, ragni e l’elenco sarebbe ancora lungo). 

L’uso massiccio di fertilizzanti di sintesi e di pesticidi, l’ampliamento degli appezzamenti e la monocoltura, l’uso di macchine sempre più pesanti e di lavorazioni profonde (queste in parziale disuso) hanno ridotto i suoli a poco più che dei substrati inerti, capaci di elevate produzioni solo ricorrendo al complesso di fattori artificiali sopra elencati. Cioè producono solo continuando a degradarli. Cambiare sistema è possibile e, spesso, vi sono margini di recupero, ma ci vuole tempo e lavoro e raramente questi metodi sono utilizzati.  Fra le altre cose, ne consegue che la capacità dei suoli agricoli di assorbire e trattenere acqua (la cosiddetta “capacità di campo”) è drasticamente diminuita. Ciò è particolarmente devastante nelle vaste regioni temperate in cui il GW sta accrescendo l’irregolarità delle precipitazioni. Dunque il degrado dei suoli è un potente volano di desertificazione perché, riducendo la capacità di campo, si riduce la resistenza della vegetazione ai periodi di siccità e la resilienza complessiva degli agro-ecosistemi.  Di solito, la risposta è quella di aumentare l’irrigazione (v. più avanti).

Inoltre, il degrado dei suoli è anche una delle principali fonti di CO2 in atmosfera e, dunque, una delle importanti con-cause del riscaldamento globale.


Biodiversità.  Abbiamo accennato al fatto che la biodiversità rappresenta il fattore più importante a livello locale.  La  vegetazione e la citata miriade di organismi del suolo sono infatti in grado di modificare drasticamente la circolazione dell’acqua e quella dei nutrienti del suolo. 

Quando la biodiversità declina, il suolo e (spesso) il ciclo dell’acqua si impoveriscono mettendo ulteriormente sotto stress l’ecosistema. 

Si genera così una retroazione rinforzante che tende al progressivo depauperamento della sistema.  In un simile contesto, eventi occasionali come siccità o incendi, che in altre condizioni farebbero danni limitati e temporanei, possono invece diventare l’innesco per bruschi avanzamenti nel processo di desertificazione.

Un punto importante da tener presente è che non conta solo la distruzione degli ecosistemi, ma anche il ben più vasto degrado dei medesimi.  Per esempio, la superficie forestale italiana è sostanzialmente stabile, dopo alcuni decenni di forte espansione, ma praticamente ovunque sono evidenti segni di stress cronico dovuto a fattori climatici e ad errori di gestione. Il cattivo stato di salute dei boschi, a sua volta riduce la circolazione dell’acqua e rallenta l’assorbimento di CO2. Situazioni analoghe, ma ancor più gravi si riscontrano oramai ovunque, fin nel cuore di ciò che resta dell’Amazzonia.

La perdita di biodiversità è talvolta irreversibile, talaltra invece può essere arginato ed anche invertito, ma sempre con tempi molto più lunghi di quelli necessari per degradare il territorio.  Per questo non solo la presenza di aree protette di ogni ordine e grado, ma anche di ambienti come stagni e pozzanghere, incolti, boschetti e tutto quel genere di micro-ambienti marginali che di solito guardiamo con disprezzo rappresentano altrettanti “fortini” contro la desertificazione del territorio.

Ciclo dell’acqua.  Esiste un ciclo generale che è quello che si impara a scuola: mare-nuvole-pioggia-fiumi-mare. Ma, come abbiamo accennato sopra, anche  terra-nuvole-pioggia terra e questo secondo può essere molto più importante del primo a seconda della regione e/o della stagione. Inoltre, ci sono anche una miriade di sotto-cicli che si auto-organizzano a livello di ecosistemi fra suolo, vegetazione, aree umide, atmosfera, falde freatiche e fiumi. La quantità di acqua disponibile per sostenere la biodiversità dipende in gran parte da questi.

A livello di ogni bacino e sotto-bacino imbrifero, esiste infatti  un bilancio fra entrate ed uscite; se questo bilancio è in deficit, come quasi ovunque oggi nel mondo, il territorio si sta inaridendo.  E l’inaridimento è una sotto-categoria del più complesso fenomeno della desertificazione.  Ma quali sono le cause del deficit?  Parecchie, qui faremo cenno alle principali. Per cominciare, la captazione di sorgenti, la trivellazione di pozzi e le derivazioni dai corsi d’acqua. A livello globale circa il 70% dell’acqua sottratta al bilancio idrico viene dispersa per irrigazione ed il rimanente per usi civili ed industriali, ma in zone ad alta densità abitativa le proporzioni sono molto diverse. Poi viene il prosciugamento delle aree umide e la trasformazione dei fiumi in canali, entrambe cose che accelerano molto il deflusso delle acque. Quindi il degrado dei suoli agricoli cui si è fatto cenno, e l’urbanizzazione che oramai riguarda superfici importanti e che, a livello italiano, continua a mangiarsi alcuni metri quadri di territorio ogni secondo che passa. In molti paesi una delle voci principali sono anche gli incendi ed il degrado delle foreste (ben più esteso del disboscamento vero e proprio – v. sopra).

Il punto fondamentale da capire è che, riducendo le riserve idriche e la circolazione locale dell’acqua, si riducono anche le precipitazioni, anche se la correlazione è tutt’altro che lineare.

Un altro punto da tener presente è che il prosciugamento dei torrenti facilita enormemente la
diffusione degli incendi boschivi.  A cavallo di ogni torrente si trovava infatti una fascia di vegetazione diversa e molto più umida di quella sulle pendici, capace quindi di rallentare e spesso fermare le fiamme. Chiaramente, captando la sorgente, tutto questo scompare (anche se in teoria esisterebbero cose come “il deflusso minimo vitale” ed altre leggende metropolitane analoghe).

Tirando le somme.

Senza andare a cercare lontano, vediamo quale è la situazione in Italia (v. fig in apertura). Non ci sono e non ci saranno dune mobili, ma processi di desertificazione sono evidentemente in corso su buona parte del territorio, ivi compresa tutta la costa adriatica e buona parte della Pianura Padana. In effetti solo le aree montane sono per ora scarsamente toccate (dati CNR).  Interessante è osservare che le aree dove il fenomeno è più avanzato  (cartina a sinistra) non corrispondono a quelle dove il tasso di aggravamento è maggiore (cartina a destra).

Un problema molto serio è che tutto ciò non interessa minimamente la grande maggioranza della popolazione e, di conseguenza, agli amministratori. Il tragicomico circo che abbiamo visto a Roma l’estate 2017  (e che rivedremo l’estate ventura) è solo uno degli infiniti esempi che si potrebbero fare.

Cerchiamo di capire bene una cosa: la desertificazione e la crisi idrica sono fenomeni correlati, ma non sinonimi.  Ed entrambi ci accompagneranno per il prossimo secolo e forse più. Rassegnamoci e cominciamo ad occuparcene seriamente.
In un prossimo articolo parleremo di come ciò potrebbe essere fatto.


Per chi vuole saperne di più sul “quadro d’unione” fra i vari termini della crisi sistemica in corso.
https://luce-edizioni.it/prodotto/picco-capre-libro-crisi-collasso-simonetta-pardi-vassallo/


mercoledì 10 gennaio 2018

Considerazioni su Le Metamorfosi liquide




Un commento di Silvano Molfese su un recente post di Elena Corna.


Leggendo il brano di Umberto Eco ripreso da Elena Corna:

"Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo soggettivismo ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità."

Mi chiedo: ma non sarà che la modernità si basa proprio sul soggettivismo per la massa dei consumatori? Al contrario i produttori, pochi e sempre più potenti, cercano di fare gruppo per tutelare i propri interessi.

Questa bulimia consumista “ha anche la conseguenza di aver saturato la terra e il mare di rifiuti, aggravando pesantemente le condizioni degli ecosistemi” e, aggiungo io, ha ingrassato le tasche dell’industriale.

E’ frequente sentire che “ognuno di noi è responsabile” per l’inquinamento; stranamente le società multinazionali sono a responsabilità limitata quando producono e immettono sul mercato prodotti tossici che sono pervasivi: Paolo Attivissimo, Le Scienze di ottobre 2017, riporta il caso del piombo tetraetile immesso dalla General Motors nella benzina.

La società controllata da General Motors non ha mai bonificato l’ambiente da tutto il piombo tetraetile !

Chi controlla l’informazione?

“Il cambiamento climatico porta turbamento sociale … L’incertezza resta diffusa e genera paura” Per quel che so gli animali reagiscono alla paura con l’aggressione, con la fuga o si paralizzano.

Immigrati e religione: ho sentito che qualche settimana fa su un autobus che un signore ha aggredito una studentessa italiana solo perché era mulatta! Una volta si diceva “guerra tra poveri”, altri, con dotta terminologia, parlano di conflitto sociale orizzontale.

Si cerca di dirottare le attenzioni e la discussione su singole questioni anziché sul sistema economico adottato: il capitalismo.