Troia non Cadde per Colpa degli Immigranti


sabato 27 gennaio 2018

Se i diamanti costassero un euro al chilo, penseremmo che sono pacchiani

Ne è passato di tempo da quando lo stoico Cleante ringraziava Zeus per aver creato l'uomo, il gioiello della creazione. Ma i gioielli si apprezzano anche perché sono rari, se i diamanti fossero comuni come le patate, li considereremmo inutili e pacchiani (oltre a non essere buoni da mangiare). Oggi, con sette miliardi e mezzo di umani, la fama dell'uomo come gioiello della creazione si è alquanto appannata e Bruno Sebastiani non scende a compromessi nel parlare degli esseri umani come "Il Cancro del Pianeta." E' un titolo molto inquietante per un saggio che, peraltro, fa molte osservazioni corrette. (U.B.)




 IL CANCRO DELPIANETA

Un post di Bruno Sebastiani

E se la nostra intelligenza anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura (a seconda che ci si riconosca nel creazionismo o nell’evoluzionismo) fosse un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente da madre natura che ben presto l’abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente?

A questa domanda, tanto angosciante quanto di basilare importanza per tutto il genere umano, ho tentato di dare una risposta con la teoria contenuta nel saggio “Il Cancro del Pianeta” (Armando Editore, Roma, 2017).

E la risposta, purtroppo, è stata affermativa. Sì, la nostra intelligenza è il frutto di un’abnorme evoluzione patita dal nostro cervello, evoluzione che ci ha posti in grado di modificare l’ambiente che ci circonda a nostro vantaggio, ma a svantaggio di ogni altra realtà del pianeta.

Fin qui qualcuno potrebbe dire: che male c’è? Noi apparteniamo alla specie Homo sapiens, siamo all’apice della catena della vita ed è giusto che ci preoccupiamo principalmente di noi stessi. Sennonché la nostra vita dipende da tutte le altre realtà esistenti sul pianeta, realtà che stiamo dissennatamente e sistematicamente annientando! È come se ci trovassimo su una nave e continuassimo ad imbarcare acqua: prima o poi ci sarà il naufragio!

Il punto è proprio questo: la “scintilla divina” (o “mirabile opera della natura”) ci ha consentito di piegare a nostro vantaggio le leggi stesse della natura, di squilibrare, sempre a nostro vantaggio, il delicato ed ultra complesso sistema di congegni e meccanismi biologici formatisi spontaneamente in milioni e milioni di anni, e ci ha consentito di farlo in un battibaleno, in poche migliaia di anni, un’inezia di tempo cosmico. Ma non ci ha consentito di creare un nuovo equilibrio altrettanto solido come quello che abbiamo distrutto.

La nostra intelligenza (o ragione) è il software che gira nel nostro cervello ed è lo strumento più potente sviluppatosi su questo pianeta. Ma la sua potenza è niente rispetto a quella necessaria per governare in modo stabile ed equilibrato le innumerevoli variabili presenti in natura.
Erano nel giusto gli antichi asceti che si annientavano di fronte all’ignoto che essi chiamavano onnipotenza divina.

Ma l’essere umano non ha seguito la loro strada perché non poteva che intraprendere il cammino del cosiddetto “progresso”, indotto a ciò due impulsi irrefrenabili, e cioè:

  • da un lato la continua, spontanea crescita (e potenza elaborativa) del cervello, da meno di 500 cc a 1.400 cc in poco più di due milioni di anni;
  • dall’altro lato l’istinto di sopravvivenza della specie, presente in ogni appartenente al regno animale e preposto al mantenimento dell’equilibrio numerico tra tutti gli esseri viventi.

Questo istinto ha normalmente la funzione di non far prevalere una specie sulle altre: alcuni animali hanno sviluppato la forza fisica, altri l’agilità, altri la velocità, altri ancora il mimetismo e così via. Ognuna di queste “doti” si è evoluta al fine di consentire a ciascuna specie la conservazione del proprio posto nel mondo della natura, all’interno di un equilibrio dinamico in continuo movimento. Tale equilibrio in passato, milioni di anni or sono, si è spezzato più volte a causa di eventi catastrofici, quali impatti con asteroidi, glaciazioni, collisioni di placche tettoniche, eruzioni ecc. Ed ogni volta, dopo la catastrofe, la vita ha ripreso ad evolvere, sotto vecchie e nuove forme, fino a ricostituire il suo equilibrio dinamico.

Al di fuori di questi eventi, che condussero alle cosiddette “estinzioni di massa”, alcune specie si estinguono per motivi naturali, di norma per il venir meno delle loro specifiche fonti di sostentamento o l’insorgere di particolari mutazioni climatiche. Queste estinzioni, dette “estinzioni di fondo” (in inglese “background extinctions”) sono assai rare, nell’ordine di 4 – 5 famiglie ogni milione di anni.

Ma ai nostri giorni l’equilibrio che presiede alla contemporanea convivenza di tutte le specie viventi si è nuovamente spezzato, e non per motivi riconducibili ad eventi catastrofici, bensì a causa dell’utilizzo che stiamo facendo delle capacità intellettuali di cui ci siamo trovati involontariamente a disporre.

In pratica nella lotta per la vita, abitualmente regolata dall’istinto di sopravvivenza, noi uomini siamo intervenuti con la nuova super arma fornitaci dall’abnorme evoluzione del nostro cervello, abbiamo sbaragliato tutti gli avversari e siamo rimasti soli a dominare su tutti i regni della natura.

Ma così come è stato facile trionfare su ogni essere animato e inanimato presente sul pianeta, è altrettanto difficile ricreare un nuovo equilibrio che garantisca la continuità della vita sulla Terra. Il nostro trionfo ha comportato la diffusione del genere umano in ogni angolo del globo con un ritmo vertiginoso, cui ha corrisposto per contrappeso l’annientamento di tutte le forme di vita non riconducibili ad un diretto utilizzo antropico (alimentare in primis). Il nostro egoismo è stato tanto cieco da non farci comprendere che in natura tutto è collegato all’interno di un grande super organismo entro cui è germogliata la vita e di cui anche noi facciamo parte. Spezzando un’infinità di anelli apparentemente inutili, abbiamo interrotto il flusso vitale del super organismo, ed ora ne patiamo le conseguenze che portano i nomi tristemente noti di inquinamento, riscaldamento globale, desertificazione, sovrappopolazione ecc. ecc.

Come non intravvedere una corrispondenza tra questo tipo di comportamento e quello delle cellule in cui il materiale genetico muta al punto da trasformarle in agenti cancerosi, restii ad accettare la morte cellulare programmata (apoptosi) e destinati ad innescare con la loro proliferazione incontrollata il processo tumorale?

A mio avviso non ha grande importanza che questa correlazione abbia basi scientifiche o meno. Ciò che conta è che faccia intendere all’essere umano come il progresso di cui va tanto orgoglioso, la cosiddetta civiltà, altro non sia per l’ecosfera se non una malattia che tutto distrugge. Questo morbo, vero e proprio cancro del pianeta, minaccia di far sparire la vita in una nuova estinzione di massa, indotta questa volta non da eventi esogeni, ma da un errore commesso da madre natura stessa, una via svantaggiosa imboccata casualmente che presto sarà abbandonata, come ogni errore prodottosi nel corso del processo evolutivo.

Oggi ci troviamo in una situazione ambigua. Non possiamo negare gli enormi benefici che il progresso ha comportato per tanta parte dell’umanità. Ma non possiamo ignorare i danni irreversibili che abbiamo già causato all’ambiente e agli altri esseri viventi, danni che prossimamente si ritorceranno anche contro di noi.

Quando il cancro conclude la sua opera nefasta anche le cellule cancerose scompaiono insieme ai tessuti sani che hanno distrutto.

Ecco questa è la visione realistica contenuta nel mio saggio. Non mi sono posto il problema della “guarigione” perché ritengo che la “malattia” sia giunta ad un punto tale da lasciare ben poche speranze di risanamento.

Ho mantenuto però un barlume di speranza individuale, laddove ho suggerito a chi ne ha la possibilità di cercare rifugio in quel poco di natura che resta, come abbiamo fatto io e mia moglie che abbiamo lasciato la città in cui vivevamo (Milano) e ci siamo trasferiti in una casa ai margini di un bosco. Qui abbiamo aperto un Bed & Breakfast, al quale abbiamo dato nientemeno che il nome di Joie de Vivre.

Se la speranza collettiva non ha più ragion d’essere, rimane pur sempre la speranza individuale!


17 commenti:

  1. "Ho mantenuto però un barlume di speranza individuale, laddove ho suggerito a chi ne ha la possibilità di cercare rifugio in quel poco di natura che resta, come abbiamo fatto io e mia moglie che abbiamo lasciato la città in cui vivevamo (Milano) e ci siamo trasferiti in una casa ai margini di un bosco. Qui abbiamo aperto un Bed & Breakfast, al quale abbiamo dato nientemeno che il nome di Joie de Vivre."

    Al di là delle numerose considerazioni sensate che ho letto, all'autore sfugge che quest'ultima affermazione, se letta seguendo la logica proposta, invita le cellule tumorali a distribuirsi nell'organismo, attecchendo come metastasi nei pochi organi ancora almeno parzialmente sani (tra l'altro, scopo di un B&B è attirare in un certo organo ulteriori cellule tumorali).

    L'insegnamento che se ne ricava non è poi così "elevato", giacché si risolve nel solito "io speriamo che me la cavo". Umanamente comprensibile, ispira un certo senso di solidarietà, ma come chiosa alla parte precedente del testo proprio non ci sta, denuncia incoerenza o inconsapevolezza.

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    1. Gentile MrKeySmasher, di metastasi nel mio libro si parla in vari capitoli.
      Nel XIII si racconta di come le vie imperiali romane diffusero il morbo in tutto l’Occidente.
      Nel XVI -sulla scoperta del Nuovo Mondo- si legge che: “… Colombo, i suoi marinai e tutti i successivi navigatori che si recarono nel Nuovo Continente e l’infinità di colonizzatori che seguirono, tutti costoro agirono nei confronti delle vaste praterie, delle immense foreste e della ingente fauna colà presenti alla stessa maniera di come le cellule tumorali metastatiche agiscono nei confronti dei tessuti sani lontani dalla sede primaria della neoplasia”.
      Nel XX -sui nuovi stati nazionali- si legge che: “nell’’800 interi eserciti seguirono le vie tracciate dagli esploratori per esportare la malattia in Africa e in Asia. Le metastasi presero a raggiungere ogni angolo del pianeta. Fu l’epopea del cosiddetto colonialismo.”
      Ecco queste furono eclatanti attività metastatiche!
      Dove sono andato a vivere io il cosiddetto “progresso” era già arrivato ben prima di me: c’era già internet e i telefonini, arrivava il segnale TV dai satelliti, c’era la corrente elettrica ed arrivava persino il gas metano. Non sono stato quindi io a deteriorare questo ambiente. Non bisogna mai confondere i livelli dei discorsi. Un conto sono i problemi causati all’ecosfera da noi come specie, un altro conto è la nostra vita personale, così infima e ininfluente. Questo il senso del Capitolo del libro intitolato “Pessimismo cosmico e ottimismo individuale” in cui si parla della mia scelta di vita.
      Un cordiale saluto e l’attendo a Calice Ligure nel mio B&B per approfondire l’argomento.

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    2. Ho avuto la stessa reazione di MrKeySmasher.
      Effettivamente il penultimo capoverso stona gravemente col resto del testo.
      Al di là che non possiamo conoscere il caso particolare dell'autore, tuttavia, in generale, l'unica possibilità di contenere i danni e resistere fino a quando il sistema umano imploderà da solo (tra l'altro sarebbe un filone di interesse cercare di capire come e quando ciò potrebbe avvenire) è proteggere i pochi luoghi dimenticati dall'economia. In questo senso il cosiddetto ecoturismo lo trovo deleterio. Perché diffonde lo sfruttamento umano anche negli ultimi posti "marginali". In più, quasi sempre senza regole, dove ognuno fa quello che vuole.
      Purtroppo sto combattendo proprio in questo periodo contro un situazione del genere.

      Guido.

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    3. Bruno (diamoci pure del tu, siamo in un clima cordiale), conosco fin troppo bene il significato dell'espressione "valorizzazione del territorio", che delinea di solito piani di aggressione ambientale che, il più delle volte, comprendono l'agevolazione/apertura delle vie d'accesso, la realizzazione di "strutture ricettive" e la "promozione" al fine d'attrarre visitatori che altrimenti mai avrebbero messo piede in una certa area. In meno di vent'anni, ho visto la "valorizzazione territoriale" fare danni enormi a una zona non molto distante da quella che citi (il parco delle Capanne di Marcarolo). Fino a quando l'ente parco e le realtà che con esso hanno relazioni se ne sono rimasti nella loro fase "quiescente" l'area godeva dei vantaggi del relativo abbandono dovuto alla poca notorietà e appetibilità, fatto salvo qualche misero manipolo di appassionati avventizi che ci si recavano con fare quasi "religioso" (anche per la scomodità dell'accesso). Poi è arrivata la "valorizzazione territoriale", e con essa sono scomparsi (o almeno si son fatti così rari da non essere più rilevabili al semplice passaggio) animali quali salamandre e tritoni, nonché una quantità di insetti solitamente considerati indice di buona salute ambientale, e il sottobosco ha preso sempre più il classico aspetto "tritato" tipico delle aree molto battute. In compenso ci sono svariati agriturismi (in realtà ristoranti ed alberghetti, ma si sa che la denominazione conta per definire almeno in parte i regimi fiscali, dunque "agriturismi") strutture dell'ente parco (inclusa una "magnifica" struttura ipogea in cemento armato, mai completata, adiacente ai ruderi della Benedicta), strade e stradine, recinzioni e divieti dei quali prima neppure si sentiva la necessità.

      Emblematica, nella sua odiosa ed evidente doppiezza, la manovra di chiudere l'accesso a un mozzicone di faggeta a ridosso della strada ove i gitanti erano soliti fermarsi per passare il pomeriggio (pochi metri quadrati) "perché il calpestio impediva la rigenerazione del bosco". Già. Irrilevante, ovviamente, il fatto che in concomitanza venisse aperto nel frattempo un agriturismo (a pagamento) proprio a fianco di quell'area (gratuita). A pensar male...

      No, creare i presupposti per attirare gente in un posto ancora ragionevolmente sano non è un modo per favorirne la conservazione in salute. Anzi, è solitamente indice di speculazioni in corso.

      Le situazioni che riporto sono tutte verificabili. Chi può, verifichi e mi corregga se ho fatto affermazioni menzognere.

      Dovessi venire a Calice, sicuramente non metterei piede in alcun B&B - i miei "costumi", nei luoghi che considero di pregio e che amo in quanto tali, mi portano a mangiare seduto su una roccia e a dormire sotto a qualche pianta. Ovviamente in estate! ;)

      Poi ognuno vive come gli pare (o come può) - non ho i mezzi per cambiare le cose.

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    4. nessuno ha i mezzi per cambiare le cose, allora la psicologia insegna che mancando le possibilità di intesa, rimangono solo due strade percorribili: lo scontro, che ha come epilogo la morte di uno dei contendenti e la fuga. Bruno ha scelto l'unica strada accettabile, poi per campare uno deve guadagnare e il B&B è solo un modo. Calice ligure deve essere senz'altro un bel posto e io vivo vicino a Punta di Calice, uno dei pochi francobolli di verde rimasti illesi dal bombardamento di asfalto e cemento, ma se non finisce questa inciviltà dello spreco e della distruzione, non so ancora per quanto. Poi non potrò più fuggire perchè il tempo sta per scadere. Mi rimane il ricordo di un mondo che fu e il dispiacere di non aver avuto anch'io i mezzi per fermarne lo scempio. "Herem"(parola ebraica evocante lo sterminio) vogliono per seguire vizi, passioni, egoismi e istinti, "herem" avranno. Equivalente al nostro caro proverbio: mal voluto, non è mai troppo.

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  2. anche il professore che operò mia madre per un cancro 50 anni fa, definiva l'uomo il cancro del pianeta. Se oggi fosse vivo e vedesse ora Careggi, dove insegnava, rimarrebbe molto triste, per la giustezza di quello che diceva. Ma è mai possibile che bisogna essere professori universitari, come il nostro prof, per vedere un pò più in là del proprio naso? Va bene che istinti, passioni, droghe, condizionamenti merdiatici e non, trasmissioni demenziali che piacciono tanto (guarda caso) offuscano fino ad annullare il buon senso, ma allora il genere umano è quasi totalmente composto da cretini decerebrati. Non c'è altra spiegazione. Almeno a livello umano. Ora io l'avrei a livello trascendentale, come diceva il sacerdote ieri durante la Messa, che sinceramente è l'unico che abbia sentito dire che uno non è cristiano se non inizia il combattimento contro il male, ma anche qui siamo meno che i prof universitari.

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  3. Sono sempre rimasto turbato da questo ragionamento/correlazione, tra l'azione umana e quella di un cancro. Credo che questo ragionamento (che in parte faccio mio) sia inesatto quanto paradossale.
    Essendo l'uomo parte della natura non posso non considerare le nostre azioni, benché distruttive, come in regola con il naturale svolgimento degli eventi. Dopo tutto i cianobatteri furono a loro insaputa causa della catastrofe dell'ossigeno.
    L'agire umano si configura quindi come la sintesi più alta dell'evoluzione sul pianeta terra e contemporaneamente l'elemento più distruttivo. Le nostre azioni difficilmente porteranno alla fine della vita su questo pianeta di cui siamo ospiti da un tempo brevissimo e non ci è dato sapere per quanto ancora.
    Questo non mi esula dal preoccuparmi e dall'agire verso un uso ponderato del nostro habitat e al rispetto delle altre specie, visto che di questo passo sarà proprio la nostra specie ad essere a rischio estinzione. Visto che proprio la mia natura umana mi porta a preoccuparmi ed ad agire verso un cambiamento questo mi porta a conservare un briciolo di ottimismo.
    La mia domanda di fondo è questa, sapremo evolverci abbastanza velocemente da non estinguerci?

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    1. La selezione avviene solo in ambienti difficili, e per il superpredatore uomo l'ambiente piu' difficile e' rappresentato dalla sua stessa societa' umana. La nostra intelligenza serve, e si e' sviluppata, solo per sopravvivere e riprodursi nella societa' umana, non nel mondo. L'ambiente difficile e ostile per l'uomo e' l'uomo. Cio' che seleziona l'uomo e' l'uomo, da ben prima dell'ingegneria genetica, anzi da quando l'uomo ha cominciato ad esistere (forse potremmo usarla come definizione di uomo).

      Il resto sono "effetti collaterali imprevisti".

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    2. Anche io sono d'accordo che tutto questo vedere nero e' solo frutto della nostra egolatria di specie umana. Vediamo i mutamenti sull'ambiente da noi apportati come catastrofici, epocali, orripilanti e definitivi, e invece sono cose abbastanza piccole e di poca importanza risspetto a quello che ha sopportato la terra negli eoni. Certo, ci faremo molto male, e abbiamo fatto molto male alle altre specie viventi, ma non ci sara' nessun cataclisma, nessun pianeta che diviene una palla sterile. Semplicemente romperemo il giocattolo che chiamiamo civilta' teconoligica, e, con i rottami di questa, costruiremo qualcosa di molto meno invasivo, anche perche' il nostro numero sulla terra diminuira' in maniera graduale ma consistente, grazie al disposto combinato di minore natalita' (a causa degli agenti esterni, il nostro tasso di fecondita' si ridurra' parecchio) e maggior mortalita (per una serie di concause, da un diminuito supporto medico,a una nutrizione piu' povera). TUtti e due questi fattori, pero', non avranno nessuna configurazione catastrofica. Non ci sara' nessuna moria globale.
      Nel frattempo cominceremo a rinsavire da questa sbornia energetica, il nostro ego di specie si sara' preso delle scoppole tremende, e comicnera' a manifestare i simtomi della maturita', quando l'umilta' comincera a guidare le nostre azioni.

      Siamo molto meno importanti di quanto crediamo di essere, e molto piu' saggi di quanto crediamo di essere. Ma queste cose saranno piu' evidento col passare del tempo.

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  4. Tohh...Credevo di essere io il primo ad aver scritto del paradosso nell'accostare
    le cellule cancerose al teratoma umano: all'autore comunque, se quelle riportate sono le parole esatte, manca il termine tecnico di "immortalizzazione" per le cellule cancerose, ed anche l'uso del termine "teratoma umano" è quanto mai evocativo, anche se non è equivalente per canceroso: ma questi sono altri concetti tecnici. Il corollario morale, continuando la metafora medica, è che non bisogna aspettare la morte del paziente, ma intervenire per rimuovere il tumore, (termine comunque non equivalente affatto a cancro) prima che conduca l'ospite(Gaia) all'esito infausto. E qui rispondo alle parole riportate "Non mi sono posto il problema della “guarigione” perché ritengo che la “malattia” sia giunta ad un punto tale da lasciare ben poche speranze di risanamento." Non porsi il problema della guarigione significa invece, secondo me, semplicemente seguire la strategia dello struzzo che emtte la testa sotto la sabbia: la questione moralmente spinosa è appunto operare attivamente per ridurre il teratoma umano. Molto è perduto, ma sicuramente non tutto, visto che la scienza ci dice che le faggete vergini, al contrario dei boschi ceduati od addirittura piantati, possono resistere a a variazioni climatiche nell'ordine dei 5 gradi ed oltre, ed il lupo appenninico dall'abruzzo sta ricolonizzando le alpi. Quindi evitare di scontrarsi direttamente e personalmente col teratoma umano è solo una soluzione di comodo, comprensibile ma non giustifichiamola col fatto che tanto tutto è perduto.

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  5. Ragionamento intrinsecamente assurdo: l'idea che qualcosa posa essere un "cancro" e' esclusiva di un'intelligenza (cancrenosa) come la nostra. Il resto se ne infischia e vive alla giornata.

    E c'e' di peggio: la cencerogenicita' dell'intelligenza non sarebbe tale se non fosse in grado di concepire l'idea di cancro come disturbo dell'organizzazione.

    In altre parole, piu' cercate di risolvere i problemi, piu' aumenterete la potenza di incancrenimento, che prima o poi si esprimera'.

    Un cancro non puo' essere altro che se stesso.

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  6. "Elogio dell'imbecille" è un libricino leggero di Pino Aprile con riferimenti a K.Lorenz. Fa sorridere e ti lascia abbandonare ad un'idea. Questo teorema dimostra che la selezione naturale ci sta rendendo tutti belenghi. L'uomo ha abbandonato l'intelligenza, proprio come i peli del corpo. "Gli eroi son tutti giovani e belli" canta Guccini, ma non sopravvivono e non fanno figli. Pertanto non è il buonsenso, forse a regnare. E l'uomo potrebbe non farcela. La vita però andrà avanti lo stesso, sopravvivendo a glaciazioni (era in cui ci troviamo tuttora), meteoriti, ere senza poli...
    Certo che, con 7.5 mld di persone la misantropia avanza!

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    1. "Certo che, con 7.5 mld di persone la misantropia avanza!"

      Come stupirsi? Non può essere diversamente. Pensa a cosa accade se continui a pompare molecole gassose entro una bombola dal volume fisso: spingi, spingi... la temperatura sale, e sale tanto di più quanto più aumentano le collisioni tra le molecole.

      Provare a fare la stessa cosa con gli organismi viventi non dà risultati poi molto diversi, e anche noi siamo organismi viventi. Le elucubrazioni sulla "natura divina" della nostra specie lasciamole a Francesco, quello che sta a Roma, ammesso che si ricordi di farne cenno tra un'esortazione (disinteressata, eh! maligno che sei, te che leggi) all'accoglienza e l'altra. Ah, ma non perde occasione per professare, parallelamente, il rispetto per la natura. Del resto i miracoli esistono.

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    2. @MrKeysmasher, l'esortazione all'accoglienza è necessaria per accontentare qualcuno, il rispetto alla natura, qualcun'altro. Comunque ieri all'omelia mi sono meravigliato che il celebrante insinuasse, parafrasando il vangelo, la presenza di posseduti dal demonio in chiesa. Risultato: borbottii e gente che se andava. Che avesse toccato qualche nervo scoperto?

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  8. Se voi sapeste d'essere
    quello che voi siete
    con noi dialoghereste
    credo che ci chiedereste
    come mai abitiamo case simili
    ma in scale tanto differenti
    e abbiamo impalcatura
    sulla Terra per sorreggerci
    per gli uni fuori e gli altri dentro
    e dire che entrambi si collabora
    e si fa spietata guerra a tutti
    però siamo noi a chiederci
    perché un un abisso ci divide
    e fosse anche colmato allora
    un intrico di labirinti rimarrebbe
    a impedire tra simili l'incontro
    ma irrimediabilmente disuguali
    formiche termiti api vespe calabroni
    pur con i vostri mille occhi
    non potete vedere chi noi siamo
    noi con quello nascosto nella mente
    cerchiamo di discendere
    nella vostra semplice e minuscola
    certo è un mistero che esistiamo
    nel medesimo universo
    non ci resta che farvi camminare
    sulle dita come dei bambini
    e sperare che un giorno
    per incanto ci si parli.

    Marco Sclarandis

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  9. La metafora centrale del volume appare convincente ed efficace, anche se rischia di scandalizzare parecchi "benpensanti" e quindi di danneggiare (indirettamente e involontariamente) la causa di un ambientalismo moderno e scientificamente ben fondato (ossia attento non solo al problema consumistico-energivoro ma anche a quello demografico-neomalthusiano); d'altronde "sic stantibus rebus" si tratta di un rischio forse ineliminabile...

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