sabato 17 gennaio 2015

E intanto il metano continua a venir fuori.....

DaEurekaAlert!”. Traduzione di MR (h/t Alexander Ač)

Al largo della Siberia sta fuoriuscendo metano

Centro per gli idrati di gas, il clima e l'ambiente dell'Artico - CAGE


Il Mare di Kara è una sezione dell'Oceano Artico fra Novaya Zemlya e la Penisola di Yamal sulla terraferma della Siberia. Il Permafrost siberiano si estende fino al fondo del Mare di Kara e si sta scongelando. Foto: NASA


La Penisola di Yamal in Siberia è recentemente diventata famosa nel mondo. Crateri spettacolari, apparsi dal nulla nel Permafrost della zona, hanno scatenato ipotesi di significativo rilascio di  metano in atmosfera. Una cosa meno conosciuta è che c'è molto di metano rilasciato dal fondo del mare al largo della Penisola Occidentale di Yamal. Il gas viene rilasciato in un'area di almeno 7.500 m2, con sbuffi di gas che si estendono fino a 25 metri nella colonna d'acqua. Tuttavia, c'è ancora una grande quantità di gas che è bloccato da una calotta di Permafrost. E questo Permafrost si sta scongelando. “Lo scongelamento del Permafrost sul fondo dell'oceano è un processo in corso che probabilmente viene accentuato dal riscaldamento globale degli oceani”, dice Alexey Portnov, ricercatore al Centre for Arctic Gas Hydrate, Climate and Environment (CAGE) della UiT, L'Università dell'Artico Norvegese. Portnov ed i suoi colleghi hanno recentemente pubblicato due articoli sul Permafrost al largo dell'Ovest di Yamal, nel Mare di Kara. Gli articoli si occupano dell'estensione del Permafrost sul fondo dell'oceano e di come sia collegato al significativo rilascio di metano.

Suolo permanentemente ghiacciato

Il Permafrost, come implica la parola stessa, è suolo permanentemente ghiacciato per due anni o più. Perché qualcosa rimanga permanentemente ghiacciata, la temperatura deve naturalmente rimanere al di sotto degli 0°C. “L'Artico di terra è sempre ghiacciato, le temperature media del terreno sono basse in Siberia, il che mantiene il Permafrost  fino a 600-800 metri di profondità. Ma l'oceano è un'altra cosa. Le acquw profonde di solito sono vicine o sopra lo zero. Teoricamente, pertanto, non potremmo mai avere del Permafrost spesso in mare”, dice Portnov. “Tuttavia, 20.000 anni fa, durante l'ultimo massimo glaciale, il livello del mare è sceso a 120 metri più in basso di quanto sia oggi. Ciò significa che l'area della piattaforma poco profonda di oggi era terraferma. Era Siberia. E la Siberia era congelata. Il Permafrost sul fondo dell'oceano di oggi si è formato in quel periodo. L'ultimo massimo glaciale è stato il periodo della storia del pianeta in cui le calotte glaciali ricoprivano una parte significativa dell'Emisfero Settentrionale. Queste calotte glaciali hanno avuto un impatto profondo sul clima della Terra, causando siccità, desertificazione e una drammatica diminuzione dei livelli del mare. Molto probabilmente la Penisola di Yamal non era ricoperta di ghiaccio, ma era esposta a condizioni estremamente fredde. Quando è finita l'era glaciale circa 12.000 anni fa e il clima si è riscaldato, i livelli dell'oceano sono aumentati. Il Permafrost è stato sommerso dall'acqua dell'oceano ed ha iniziato il suo lento scongelamento. Una delle ragioni per cui non si è scongelato completamente finora è che le temperature delle acque di profondità sono basse, circa -0,5°C. Ma questo potrebbe benissimo cambiare.

Un fragile sigillo che sta perdendo

In precedenza è stato proposto che il Permafrost del Mare di Kara, e di altre aree dell'Artico, si estendesse ad una profondità fino a 100 metri, creando un sigillo che il gas non può superare. Portnov e i suoi colleghi hanno scoperto che la piattaforma a Ovest di Yamal sta perdendo, molto, a profondità molto inferiori di quella. Quantità significative di gas stanno fuoriuscendo a profondità fra i 20 e i 50 metri. Ciò suggerisce che un sigillo del Permafrost continuo è molto più piccolo di quanto proposto. Vicino alla costa, il sigillo del Permafrost potrebbe essere spesso poche centinaia di metri, ma si assottiglia verso i venti metri di profondità. Ed è fragile. “Il Permafrost si sta scongelando da due lati. L'interno della Terra è caldo e sta scaldando il Permafrost dal basso. Si chiama flusso di calore geotermico e avviene in continuazione, a prescindere dall'influenza umana”. Dice Portnov.

Evoluzione del Permafrost

Portnov ha usato dei modelli matematici per mappare l'evoluzione del Permafrost ed ha quindi calcolato il suo degrado dalla fine dell'ultima era glaciale. L'evoluzione del Permafrost ci da un'indicazione di cosa potrebbe accadere in futuro. Sul fondo, la temperatura dell'oceano è di 0,5°C, lo spessore massimo possibile del Permafrost impiegherebbe probabilmente 9.000 anni per scongelarsi. Ma se questa temperatura aumenta, il processo andrebbe molto più velocemente, perché lo scongelamento avviene anche dall'alto. “Se la temperatura degli oceani aumenta di due gradi, come suggerito da alcuni rapporti, accelererà enormemente lo scongelament. Un riscaldamento del clima potrebbe portare ad un rilascio di gas esplosivo dalle aree poco profonde”. Il Permafrost impedisce la liberazione del gas metano dei sedimenti. Ma stabilizza anche gli idrati di gas, strutture simili al ghiaccio che di solito per formarsi hanno bisogno di alte pressioni e basse temperature. “Gli idrati di gas si formano normalmente in profondità marine al di sopra dei 300 metri, perché dipendono dall'alta pressione. Ma sotto il Permafrost l'idrato di gas potrebbe rimanere stabile anche dove la pressione non è così alta, a causa delle temperature costantemente basse”. Gli idrati contengono enormi quantità di gas metano e si crede che sia la destabilizzazione di questi idrati che ha causato i crateri nella Penisola di Yamal.

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Riferimenti:

Portnov, A. Mienert, J. Serov, P. 2014 Modellare l'evoluzione del Permafrost sottomarino sensibile al clima dell'Artico in regioni di estesa espulsione di gas nella piattaforma ad Ovest di Yamal. Rivista di Ricerca Geofisica: Bioscienze 119 (11) http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/2014JG002685/abstract

Anche: Portnov, A. et.al. 2013 Decomposizione del permafrost marino e massiccio rilascio di metano dal fondo del mare a profondità >20 m nella piattaforma a Sud di Kara. Rivista di Ricerca Geofisica 40 (15)
http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/grl.50735/abstract 

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Italia: paese di eroi, santi, poeti, e economisti



Chiedete una cosa qualsiasi a qualcuno che si occupa di "scienze esatte", tipo fisica, chimica o cose del genere, e quello (o quella) vi premetterà una serie di distinzioni, tipo "se è vero che....", "tenendo conto dell'incertezza dei dati.....", "entro i limiti dell'errore sperimentale...." e cose del genere.

Passate ora all'economia, che è tutto fuori che una scienza esatta, e i praticanti del caso non avranno dubbi. La causa della crisi? Vi diranno con grande sicurezza che è colpa di cose tipo debito pubblico, tasse, spread, credito, costo del lavoro, eccetera. In questo periodo, sembra che sia tutta colpa dell'Euro e non ci sono dubbi in proposito - è così e basta. Strano, perché al tempo dell'introduzione dell'Euro, la maggioranza dei politici (che si basavano su quello che gli dicevano gli economisti) erano d'accordo che era una cosa meravigliosa.

Ma è così che vanno le cose e nel dibattito sui media non puoi metterti a fare tante distinzioni. Devi dire qual'è il problema e qual'è la soluzione. Lo devi dire con grande sicurezza; solo così qualcuno ti darà retta. Se poi viene fuori che la soluzione non funziona (come è quasi sempre il caso), darai la colpa a quelli che non l'hanno applicata bene, o non in misura sufficiente. Economisti e politici hanno perfezionato quest'arte a un livello sopraffino.


Ora, è arrivato su questo blog un commento da parte di qualcuno che si firma "Bazaar" (che è quasi certamente un noto economista italiano). Bazaar ci fa dei complimenti, per i quali ringaziamo, ma anche ci critica dicendo che "le crisi economiche sono crisi di domanda, non di offerta", dimostrando ancora una volta come l'assoluta sicurezza delle proprie opinioni sia un marchio di fabbrica degli economisti. Avrà ragione lui.... forse. Comunque, Marco Sclarandis gli risponde nel post che segue (più sotto, trovate il commento di Bazaar)

Risposta a Bazaar

Di Marco Sclarandis

Bazaar: tu dici:

"Le crisi economiche sono crisi di domanda non di offerta."

Giusto.

Peccato che la risposta è già e sarà sempre di più:

"Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, meglio ancora, chi ha preso ha pre
so, scurdammoce 'o passato".

Di certe cose, è vero, ne abbiamo in abbondanza e non ci saranno mai problemi di offerta. La Terra contiene tantissimo ferro, tant'è che il suo campo magnetico deriva dal suo nucleo, che sappiamo essere principalmente di ferro. E per generare un campo del genere, di ferro bisogna che ce ne sia parecchio, cosa che è, infatti; miliardi di miliardi di tonnellate.

Ma non tutto sulla terra è abbondante come il ferro e non è la mancanza del ferro in sé come  di tante altre risorse sulla Terra, ad essere ostacolo ad un certo tipo di crescita, ma il fatto che la loro disponibilità dipende sostanzialmente dall'energia che è necessariasaria per ottenerle.

Un esempio per tutti:

Il gallio, proprio quello che insieme all'arsenico e al diabolico ingegno del premio nobel 2014 Nakamura, è quella  "merce" che è indispensabile per fabbricare i LED (Light Emitting Diode).

Che da decenni baluginano dagli elettrodomestici e da anni addobbano il Natale,
le fiere delle porchette e dei tartufi, e ormai illuminano tinelli, sottoscala,vicoli, sottopassi e oscurità varie.

Proprio quel tenero e svenevole elemento chimico numero 31(tanto da fondersi al calore ed ardore di una coppia di giovinetti), non viene estratto da alcuna miniera, semplicemente perchè non ne esistono. Il gallio è un impurezza di altri metalli che estraiamo.

E, su Wikipedia, leggiamo:  "By 2012 world production of gallium was an estimated 273 metric tons."

Non c'è nemmeno bisogno di tradurre.(ma sì diciamolo: 273 tonnellate all'anno, sì 273, tonnellate all'anno. Tutto qui. D'oro se ne estrae ben di più)

C'è chi ha solo un piccolo fardello di conoscenze sia d'economia di finanza e d ecologia, ma batte in perspicacia quelli che hanno al seguito una folla di portatori da spedizione Himalaiana.

Due conti d'aritmetica sul retro d'una busta di recupero e anche la casalinga di Voghera, il bracciante di Pachino, e l'ex assessore di Abbiategrasso capiscono
che questa  luce del futuro che ci arriva dal gallio, fulgida, fredda, copiosa, munifica e commercialmente entusiasmante, ebbene anche questa luce iperuranica proietta delle ombre luciferine su tutti noi.

E il gallio non è il solo elemento raro, costoso, difficile da estrarre, che non ricicliamo per niente. Allora, non ci sarà mai una crisi di offerta per questi elementi? Ne siamo proprio sicuri?

A meno che.................

Marco Sclarandis





Quest'analisi è basata su assunti neoclassici rigettati da almeno un secolo e tornati in voga con il pensiero unico neoliberale alla fine degli anni '60.

Lo dico senza vena polemica: il vero problema di chi si approccia all'ecologia - e che ha un minimo bagaglio culturale economico - è, nella mia esperienza, l'indissolubile storico legame tra la lotta per il monopolio delle risorse naturali e la gestione intelligente delle stesse.

Questo articolo mostra come l'ecologia sia generalmente strumentalizzata a fini monopolistici.

Le crisi economiche sono crisi di domanda non di offerta.

Dopo quel bel post sul (non) dibattito economico degli ultimi 40'anni torno ad essere diffidente rispetto a chi non afferra l'ordine causativo rispetto alle dinamiche sociali.

Per il lavoro sulla climatologia che viene fatto, invece, davvero un ottimo lavoro: semplice nei contenuti sintetici e ottimi contributi degli interventori. Complimenti





 

venerdì 16 gennaio 2015

Il picco del fosforo

Daizreal.eu”. Traduzione di MR (h/t Maurizio Tron)

Che ci crediate o no, il picco del fosforo è probabilmente la nostra emergenza globale più grande, ma difficilmente qualcuno ne parla.


Il problema

Il fosforo è uno degli elementi più importanti della vita. E' un componente principale di RNA, DNA ed ATP (la molecola prodotta dalla fotosintesi che porta l'energia alle altre cellule della pianta, che a sua volta ci fornisce l'energia). Dei nutrienti usati come mattoni della vita, gli elementi che seguono hanno tutti fasi gassose alle temperature e pressioni che si trovano sulla superficie della Terra e sono pertanto facilmente redistribuite attraverso l'aria:

  • Idrogeno
  • Ossigeno
  • Carbonio
  • Azoto
  • Zolfo

Tuttavia, gli elementi che seguono sono solidi o liquidi e non si spostano facilmente:

  • Fosforo
  • Sodio
  • Potassio
  • Calcio
  • ed altri 64

In un ecosistema naturale o in una piccola fattoria tradizionale, le piante prendono queste molecole dal suolo e dall'aria per svilupparsi. Gli animali mangiano le piante ed usano le stesse molecole per costruire i propri corpi. Quando le piante e gli animali muoiono, i microbi riportano le molecole al suolo. All'infinito. Dall'altra parte, con il nostro attuale sistema agricolo industriale, le piante fanno la loro parte e prendono le molecole che devono prendere, ma poi le mandiamo in un allevamento o in una città dove vengono consumate e si decompongono lontano da dove provengono.


Le molecole degli elementi facilmente trasportabili via aria vengono sostituiti in modo relativamente facile, ma le molecole di elementi solidi e liquidi non torneranno al campo dal quale provengono per molto, molto tempo.
Il fosforo è più sensibile degli altri a questo squilibrio perché è 10 volte più concentrato negli esseri viventi che nella crosta terrestre. Nessuno degli altri è più concentrato negli esseri viventi in questo modo. Il fosforo è stato messo originariamente nel suolo dalla disgregazione delle rocce di fosfati. Ciò è ancora in corso, ma quel processo ha impiegato milioni di anni per accumulare le riserve che abbiamo usato nell'ultimo secolo. Per sostituire il fosforo mancante, estraiamo rocce di fosfato, lo maciniamo e lo spargiamo sul suolo per le piante perché lo usino come DNA, pareti cellulari, ecc. Questa era sembrata un grande idea quando l'abbiamo pensata 170 anni fa. E' continuata a sembrare una buona idea fino a 40 anni fa, quando abbiamo cominciato a notare due grandi problemi con questo sistema:

Grande Problema 1

Il fosforo che non viene usato viene dilavato nei fiumi ed infine giunge nell'oceano. Il fitoplancton (alghe) dell'oceano è molto felice delle nuova abbondanza. Ingrassa e si riproduce in modo prolifico. Il problema arriva quando il plancton muore. Quando le alghe si decompongono, i batterie che ne sono responsabili usano troppo dell'ossigeno disciolto nell'acqua, uccidendo qualsiasi altra cosa nell'area.



Grande problema 2

Abbiamo già usato metà della roccia di fosfato disponibile. Secondo uno studio di Patrick Dery, il picco del fosforo si è verificato negli Stati Uniti nel 1988 e nel resto del mondo nel 1989. Altri pensano che ci troviamo ancora a 30 anni dal picco, ma non importa chi ha ragione. In entrambi i casi, a meno che non cambiamo ciò che stiamo facendo adesso, avremo esaurito la nostra disponibilità del mattone centrale della vita entro poche centinaia di anni da quando è stato scoperto e non sappiamo come farne dell'altro.

Usi attuali di roccia di fosfato estratta:

  • 90% fertilizzanti
  • 5% supplementi alimentari animali
  • 5% bibite, dentifricio, detergenti, ecc. 

La soluzione

Per fortuna, la soluzione è facile. Lo abbiamo fatto per i nostri primi 100.000 anni e siamo le uniche creature che attualmente non lo fanno. La risposta è mangiare, defecare e morire nello stesso posto. Ciò non significa che dobbiamo fare tutti i contadini, ma significa che dobbiamo ridiventare local-ivori e smettere di fare gli schizzinosi rispetto al fatto che siamo animali che fanno parte della rete della vita. Piantate cibo nel vostro giardino. Comprate il cibo che non coltivate da contadini del posto. Insistete sulla carne allevata al pascolo. Compostate ogni materiale organico che potete trovare. Defecate in un secchio. Quando è tempo di morire, fatevi seppellire nella terra senza involucri, di modo che un albero possa formarsi dalle vostre molecole.




L'America perderà la guerra del prezzo del petrolio

DaBloomberg”. Traduzione di MR 

Di Leonid Bershidsky

La debacle finanziaria che ha colpito la Russia quando il prezzo del greggio Brent è sceso del 50% negli ultimi quattro mesi ha oscurato quella che potenzialmente attende l'industria dello scisto degli Stati Uniti nel 2015. E' il momento di prestarvi attenzione, perché è improbabile che l'Arabia Saudita ed altri grandi produttori del Medio Oriente chiudano un occhio e taglino la produzione e il prezzo ora si sta avvicinando ai livelli in cui la produzione statunitense comincerà a chiudere. I rappresentanti dell'OPEC hanno detto per settimane che non avrebbero pompato meno petrolio a prescindere da quanto scendesse il prezzo. Il ministro del petrolio saudita Ali Al-Naimi ha detto che neanche 20 dollari al barile innescherebbero un ripensamento. Le reazioni iniziali negli Stati Uniti sono state fiduciose: i produttori statunitensi erano abbastanza resilienti, avrebbero continuato a produrre anche a prezzi di vendita molto bassi perché il costo marginale del pompaggio dai pozzi esistenti era persino più basso; l'OPEC avrebbe perso perché la sicurezza sociale della rete dei suoi membri dipende dal prezzo del petrolio. E comunque, l'OPEC era morta. Quell'ottimismo ricordava la reazione cavalleresca della Russia all'inizio della scivolata del prezzo. Ad ottobre, il presidente russo Vladimir Putin ha detto che “nessuno dei protagonisti seri” era interessato ad un prezzo del petrolio al di sotto degli 80 dollari. Questa compiacenza ha portato la Russia sul baratro: venerdì, Fitch ha retrocesso il suo rating a poco più che spazzatura e probabilmente scenderà più in basso mentre il rublo continua a svalutarsi in linea col crollo del petrolio.

In genere è una cattiva idea comportarsi in modo spavaldo in una guerra di prezzi. Per definizione, tutti si faranno del male e ogni vittoria può essere soltanto relativa. Il vincitore è colui che riesce a sopportare di più il dolore. La mia scommessa finora è sui sauditi – e, anche se potrebbe sembrare controintuitivo, sui russi. Per ora, il solo segno che la produzione statunitense di petrolio greggio possa contrarsi è il crollo del numero di piattaforme petrolifere operative negli Stati Uniti. E' sceso a 175° la scorsa settimana, 61 in meno della settimana precedente e 4 in meno di un anno fa. La produzione di petrolio, tuttavia, è ancora a livelli record. Nella settimana che è terminata il 2 gennaio, quando il numero di piattaforme è a sua volta diminuito, ha raggiunto 9,13 milioni di barili al giorno, come mai prima. Le società petrolifere stanno solo fermando la produzione dei loro pozzi peggiori, che producono pochi barili al giorno – coi prezzi attuali, quei pozzi non valgono il prezzo dell'affitto delle attrezzature. Siccome nessuno sta tagliando la produzione, il prezzo continua a scendere. Oggi il Brent era a 48,27 dollari al barile e le tendenze portano ancora al ribasso. Tutto ciò alla fine avrà un impatto. Secondo una analisi fresca fresca di  Wood Mackenzie, “un prezzo del Brent di 40 dollari al barile o inferiore vedrebbe i produttori ridurre la produzione ad un livello al quale ci sarebbe una riduzione significativa della fornitura globale di petrolio. Col Brent a 40 dollari, 1,5 milioni di barili al giorno sono a bilancio negativo coi, col contributo maggiore che proviene da diversi progetti di sabbie bituminose in Canada, seguita dagli Stati Uniti e quindi dalla Colombia”. Ciò non significa che una volta che il Brent tocca i 40 dollari – e questo è il livello che si aspetta ora Goldman Sachs, dopo essersi arresa sulla sua previsione che l'OPEC avrebbe ammiccato – la produzione da scisto scenderà automaticamente di 1,5 milioni di barili al giorno. Molti fracker statunitensi continueranno a pompare in perdita perché hanno dei debiti da ripagare, circa 200 miliardi di dollari in totale di debito, paragonabile ai bisogni finanziari delle società petrolifere di stato della Russia.

Il problema dei fracker statunitensi è che è impossibile rifinanziare quei debiti se stai seminando contante. Ad un certo punto, se i prezzi restano bassi, le società più sotto pressione andranno a gambe all'aria e quelle più di successo non saranno in grado di rilevarle perché non avranno né il contante né la fiducia degli investitori che le aiuterebbero a garantire il finanziamento del debito. Le insolvenze e la mancanza di espansione alla fine porteranno a tagli della produzione. La statunitense EIA prevede ancora che la produzione statunitense di greggio avrà una media di 9,3 milioni di barili al giorno, 700.000 barili al giorno in più del 2014. Ma se il Brent va a 40 dollari, quella previsione se ne va dalla finestra. E' probabilmente troppo ottimistica persino ora. In quanto ai sauditi e agli Emirati Arabi Uniti, loro continueranno a pompare. Sono paesi, non imprese, e non possono semplicemente chiudere bottega e andare a casa – hanno ancora bilanci da finanziare e nessun sostituto del petrolio come fonte di riserve internazionali. La Russia, il terzo maggior produttore di petrolio al mondo dopo Stati Uniti ed Arabia Saudita, è molto più instabile delle monarchie petrolifere mediorientali, ma è nella stessa situazione: il petrolio è la sua linfa vitale. Questa potrebbe essere una battagli prolungata e sanguinosa con un risultato incerto. Il prezzo del petrolio è piuttosto inelastico ai cambiamenti a breve termine di domanda e offerta. Il suo corso sarà, pertanto, ampiamente dettato dalle notizie e dalla reazione del mercato ad esse. Un'ondata di fallimenti nell'industria dello scisto degli Stati Uniti probabilmente lo farebbe salire, perché sarà percepito come un fattore negativo per l'offerta.

Quanto in alto arriverà, tuttavia, è imprevedibile. Potrebbe realmente aumentare a sufficienza da permettere un consolidamento dell'industria statunitense dello scisto, dandogli una seconda possibilità  e portando i paesi dell'OPEC, la Russia, il Messico e la Norvegia in difficoltà maggiori – o potrebbe semplicemente assestarsi ad un livello che farebbe dimenticare agli Stati Uniti il suo boom dello scisto. Ciò avrebbe conseguenze terribili per la ripresa economica statunitense. Potrebbe essere ora che il governo statunitense consideri se vuole alzare la posta in questa guerra dei prezzi, entrandoci come paese sovrano. Ciò potrebbe significare il salvataggio o il sussidio temporaneo dei produttori dello scisto. Dopotutto, stanno competendo con degli stati adesso, non con imprese come loro.

giovedì 15 gennaio 2015

La Russia sta per tagliare il gas che transita dall'Ucraina alla UE

Daeuobserver”. Traduzione di MR (h/t Luìs de Souza)




L'unione Europea deve cominciare “oggi” a costruire o il gas russo andrà in altri mercati, ha detto Gazprom (Foto: Mitya Aleshkovsky)


Il commissario per l'energia della UE Sefcovic a Mosca
 - “molto sorpreso”. (Foto: Commissione Europea)
Di Peter Teffer

La Russia ha detto che fermerà il gas della UE che transita dall'Ucraina e lo farà passare invece dalla Turchia, nel secondo annuncio-shock sull'energia in altrettanti mesi. Mercoledì (14 gennaio), la Russia ha detto che l'UE deve costruire una nuova infrastruttura per collegarsi con un futuro gasdotto Russia-Turchia o perderà l'accesso alle forniture. Il capo della Gazprom Alexei Miller ha emesso l'ultimatum durante una visita in Russia del commissario per l'energia della UE Maros Sefcovic, che ha detto di essere stato “molto sorpreso” dalla dichiarazione. L'ultimo annuncio arriva dopo che la Russia a dicembre ha detto che non costruirà il cosiddetto gasdotto South Stream attraverso la Bulgaria e l'Ungheria verso l'Italia a favore di un nuovo progetto con la Turchia.

La Commissione Europea ha bloccato la costruzione del South Stream sulla base della non conformità con le leggi energetiche della UE. Ma si il South Stream sia il “Turkish Stream” hanno implicazioni strategiche, perché aggirano l'Ucraina, che guadagna miliardi con le tasse di transito e che è sull'orlo del fallimento. Miller ha osservato: “il Turkish Stream e la sola via attraverso cui possono essere forniti 63 miliardi di metri cubi di gas russo, che al momento transitano in Ucraina.

Non ci sono altre opzioni”, riporta la AFP. Miller ha avvertito Sefcovic di cominciare a costruire “l'infrastruttura di trasporto del gas necessaria dal confine Greco e Turco”. “Avete un paio d'anni al massimo per farlo. E' una scadenza molto, molto stretta. Per soddisfare la scadenza, il lavoro di costruzione del nuovo troncone di gasdotti nei paesi dell'Unione Europea deve cominciare immediatamente, oggi”, ha aggiunto. “Altrimenti, quei volumi di gas potrebbero finire su altri mercati”. Sefcovic – che si trovava nella sua prima visita in Russia per incontrare Miller, il vice ministro russo Arkady Vladimirovich Dvorkovich e il ministro dell'energia Alexander Novak – ha reagito freddamente alla notizia. “Credo che possiamo trovare una soluzione migliore”, ha detto. “Noi non lavoriamo così... il sistema e le abitudini commerciali – come lo facciamo oggi – sono diversi”. Circa l'80% delle importazioni di gas della UE dalla Russia passano dall'Ucraina. Ma le dispute politiche fra Kiev e Mosca hanno visto l'interruzione delle forniture alla UE in due occasioni negli ultimi anni, con Mosca che giustifica la decisione della Turchia dicendo che l'Ucraina è “inaffidabile”. Nel frattempo, la Bulgaria ha chiesto a Sefcovic di usare la sua visita in Russia per lanciare un piano per la costruzione di un hub del gas sulla costa bulgara del Mar Nero. Ma non è chiaro se Sefcovic sia riuscito a proporre il tema coi ai interlocutori russi.

Scaling super lineare e collasso

Paul Chefurka sembra arrivare al concetto che io ho chiamato come il "dirupo di Seneca" attraverso una trattazione leggermente diversa. Ma il problema è sempre lo stesso: i sistemi complessi tendono a collassare rapidamente prendendoci ogni volta di sorpresa (UB)




Dalla pagina FB di Paul Chefurka. Traduzione di MR (immagine dall'edizione del 2004 dei "Limiti alla Crescita" di Meadows et al.


Al momento sto digerendo i due saggi del fisico teorico Geoffrey West sui fattori di scala – uno sullo scaling degli organismi biologici e l'altro sullo scaling delle città. West ha scoperto che tutti gli organismi biologici obbediscono a leggi di scaling sub-lineari (leggi in cui l'esponente dello scaling è meno di uno) che risultano in una crescita limitata – descrivono essenzialmente curve sigmoidi.

Tuttavia, per le città ha scoperto che ci sono tre classi di fattori di scaling:

  1. Scaling sub-lineare (con esponenti inferiori ad 1) che provengono da economie di scala, come le reti di distribuzione elettrica o idrica o i sistemi stradali. Queste rappresentano l'infrastruttura condivisa della città
  2. Scaling lineare (con esponenti uguali circa ad 1) che provengono dal consumo di individui o famiglie, come l'acqua, la corrente domestica e le necessità alimentari
  3. Scaling super-lineare (con esponenti maggiori di 1) che provengono dalle attività umane creative.

I fattori di scaling super-lineare conducono all'accelerazione aperta e illimitata delle attività collegate. Penso che in questi fattori ci sia la chiave della tendenza al collasso del nostro futuro. West menziona fattori come il numero di nuove licenze, il numero di istituzioni di ricerca e sviluppo e il consumo elettrico totale come fattori che scalano più rapidamente dei livelli di popolazione. Essenzialmente, mentre lo scaling sub-lineare comporta retroazioni negative che limitano i tassi di crescita, lo scaling super-lineare causa retroazioni positive o “effetti gestalt” in cui la produzione di tutto il gruppo è maggiore di quanto sarebbe stata la somma delle produzioni dei singoli membri.

Come seguito di questa intuizione, ho usato la popolazione globale come rappresentazione di una singola città che cresce nel tempo. Questo modello mi permette di trovare fattori che crescono più rapidamente della popolazione stessa. Finora ho scoperto (come mi aspettavo, devo ammetterlo) che il consumo di energia primaria totale e in particolare la scala di emissioni di CO2 scalano in maniera super-lineare – con esponenti di 1,10 e 1,22 rispettivamente dal 1965. Il mio prossimo sguardo sarà ai prodotti di scarto non collegati all'energia.

La linea di ricerca sembra indicare un problema più profondo all'opera nella civiltà, uno che deriva dalle migliorate capacità creative di un numero sempre maggiore di intelletti umani che lavorano insieme. Non so ancora cosa significhi questo, ma sospetto che non sia un segno di buon auspicio. Potremmo non essere in grado di ridurre i nostri livelli di attività mentre i nostri numeri continuano ad aumentare.

I livelli di attività che aumentano anche più rapidamente della popolazione alla fine ci porteranno a sbattere contro dei limiti. Tutte le attività richiedono energia e materie prime per sostenerle, direttamente o indirettamente, ed analogamente ogni attività produce rifiuti. La mia preoccupazione è che i miglioramenti di efficienza non saranno in grado di tenere il passo con l'accelerazione delle nostre attività – e tutto questo è alimentato da un aumento della popolazione. Ogni volta che viene aggiunta una nuova persona al pianeta, un altro cervello viene aggiunto alla nostra gestalt creativa planetaria e lo slancio si accumula.

Una volta che il nostro aumentato bisogno di energia e materie prime raggiunge il suo primo limite della “Legge del Minimo di Liebig”, si chiudono tutte le scommesse. In un sistema dinamico complesso come la civiltà umana, il probabile risultato del raggiungimento di tale limite è una rottura seguita da un collasso finale.


mercoledì 14 gennaio 2015

La vera causa dei prezzi bassi. Intervista ad Arthur Berman

Da “Energyskeptik”. Traduzione di MR

Di James Stafford

Con tutte le teorie della cospirazione che circondano la decisione dell'OPEC di novembre di non tagliare la produzione, davvero non potrebbe essere solo di un caso di semplici fattori economici? Il boom dello scisto statunitense ha avuto un'enorme propaganda, ma i numeri parlano da soli e un tale straripante ottimismo potrebbe essere stato ingiustificato. Quando si discutono dure realtà nel campo dell'energia, non c'è settore che abbia maggiore necessità di una verifica dell'energia rinnovabile. In una terza ed esclusiva intervista di James Stafford di Oilprice.com, l'esperto di energia Arthur Berman analizza:

  • Come si è verificata la situazione petrolifera e cosa c'è realmente dietro la decisione dell'OPEC
  • Cosa ha realmente in serbo il futuro per lo scisto statunitense
  • Perché le esportazioni statunitensi di petrolio sono insensate per molte ragioni
  • Quali lezioni possono essere apprese dal boom dello scisto statunitense
  • Perché la tecnologia non ha così tanta influenza sui prezzi del petrolio come si potrebbe pensare
  • Come il mix globale di energia è probabile che cambi ma non nel modo in cui molti potrebbero aver sperato

OilPrice: L'attuale situazione del petrolio – qual è la sua valutazione?

Arthur Berman: L'attuale situazione dei prezzi del petrolio è molto semplice. La domanda è bassa a causa di un prezzo alto del petrolio per troppo tempo. L'offerta è alta a causa del petrolio di scisto statunitense e del ritorno della produzione della Libia. Diminuzione della domanda e aumento dell'offerta uguale prezzo basso. In quanto all'Arabia Saudita e a suoi motivi, è a sua volta molto semplice. I sauditi sono bravi coi soldi e l'aritmetica. Di fronte alla dolorosa scelta fra perdere soldi mantenendo l'attuale produzione a 60 dollari al barile e togliere 2 milioni di barili dal mercato perdendo molti più soldi, la scelta è facile: prendere la strada meno dolorosa. Se ci sono ragioni recondite come danneggiare i produttori statunitensi di petrolio di scisto, l'Iran o la Russia, benissimo, ma si tratta solo di una questione di soldi. L'Arabia Saudita si è incontrata con la Russia prima dell'incontro di novembre dell'OPEC ed ha proposto che se la Russia avesse tagliato la produzione, l'Arabia Saudita avrebbe a sua volta tagliato e avrebbe portato almeno il Kuwait e gli Emirati a farlo con lei. La Russia ha detto “No”, quaindi l'Arabia Saudita ha detto “Bene, forse cambierete idea fra sei mesi”. Penso che la Russia e forse Iran, Venezuela, Nigeria ed Angola cambieranno idea al prossimo incontro dell'OPEC a giugno.

Collasso del prezzo del petrolio: i sauditi hanno fatto una scelta intelligente?

DaResource Crisis”. Traduzione di MR

Di Ugo Bardi


Dati della produzione petrolifera dell'Arabia Saudita (tutti i liquidi). Fonte: EIA



Arthur Berman di recente ha scritto questo sul collasso del prezzo del petrolio:

In quanto all'Arabia Saudita e a suoi motivi, è a sua volta molto semplice. I sauditi sono bravi coi soldi e l'aritmetica. Di fronte alla dolorosa scelta fra perdere soldi mantenendo l'attuale produzione a 60 dollari al barile e togliere 2 milioni di barili dal mercato perdendo molti più soldi, la scelta è facile: prendere la strada meno dolorosa. Se ci sono ragioni recondite come danneggiare i produttori statunitensi di petrolio di scisto, l'Iran o la Russia, benissimo, ma si tratta solo di una questione di soldi.

Penso che Berman potrebbe aver ragione, i sauditi hanno ragionato in questi termini. Volevano ridurre le loro perdite e mantenere la quota di mercato.

Ma pensateci un momento: è stata davvero una mossa intelligente per i sauditi?

L'Arabia Saudita produce poco oltre al petrolio. La sua economia è pesantemente basata sul petrolio. Ed anche per il cibo, l'Arabia Saudita deve affidarsi agli introiti del petrolio per importarlo. E persino per la grande Arabia Saudita, le risorse petrolifere non sono infinite.

Quindi, ipotizzate di avere il potere di regolare la produzione di petrolio in Arabia Saudita, cosa fareste? Logicamente, pensereste che sia stupido continuare a pompare petrolio a tutta velocità se è diventato così a buon mercato. Pensereste che è una buona idea tenerne il più possibile nel sottosuolo, da usare quando sarà davvero raro e costoso. In aggiunta, i vostri concorrenti finiranno il petrolio mentre voi ne avrete un sacco; non sarebbe bello?

Logico? Certo, ma solo se pensate a lungo termine. Se pensate solo al profitto a breve termine, allora ha senso vendere ciò che avete, quando lo avete. E il futuro?, be', quello sarà il problema di qualcun altro.

Sfortunatamente, non è solo in Arabia Saudita che la pensano in questo modo.



martedì 13 gennaio 2015

La crisi del picco del petrolio

DaResilience”. Traduzione di MR

Di Tom Whipple

Lo so che è sempre più difficile credere che ci sia una “crisi del picco del petrolio” in agguato la fuori in attesa di ingolfare la nostra civiltà e creare ogni sorta di devastazione. Quasi ogni giorni ora i prezzi del petrolio e della benzina stanno crollando. Ci viene sempre detto che l'America è prossima all'indipendenza energetica dalle fonti energetiche straniere, che il mondo ha ancora decenni di roba da bruciare, di qualsiasi cosa stiamo bruciando, e il cambiamento climatico è una cosa di cui si preoccuperanno i nostri bis-bis-bisnipoti. Negli ultimi 5 mesi, i prezzi del petrolio sono crollati di 40 dollari al barile, cosicché noi americani ora abbiamo circa 800 milioni di dollari in più da spendere ogni giorno in qualcosa che non siano prodotti petroliferi. A coronamento di tutto ciò, quei popoli i cui governi non ci amano granché – Russia, Iran e Venezuela, per esempio – sono davvero nei guai mentre scivolano in problemi economici più profondi.

Lasciando da parte per il momento la possibilità che qualche fonte di energia esotica e non ancora pienamente compresa emergerà nel prossimo futuro, salvandoci dal cambiamento climatico, ravvivando l'economia globale e permettendoci di volare più lontano nello spazio, le prove che ci troviamo ancora sull'orlo di una crisi sono molto forti. Di fatto probabilmente ci siamo già dentro, semplicemente non la riconosciamo per quella che è. E' molto più facile dare la colpa dei problemi alle tasse alte o alle regole di governo che ammettere che le carenze di risorse naturali stanno facendo salire i prezzi e/o tagliando la crescita.

Che succede se smettiamo di bruciare i fossili?

Questo post affronta una questione molto importante e spesso trascurata. Ridurre le emissioni è assolutamente necessario per la nostra sopravvivenza, ma se non stiamo attenti a come lo facciamo, rischiamo un collasso economico. Come succede sempre, ci siamo messi nei guai da soli: avremmo dovuto pensarci prima. (UB)



Da “The Guardian”. Traduzione di MR


La Banca d'Inghilterra indaga i rischi di una “bolla del carbonio”

Inchiesta per valutare le possibilità di un collasso economico se le regolamentazioni per il cambiamento climatico rendessero i beni di carbone, petrolio e gas privi di valore




Vista aerea delle sabbie bituminose a Fort McMurray, Alberta, Canada. Se viene raggiunto un accordo globale per limitare le emissioni di carbonio per i 2°C, le riserve di carbone, petrolio e gas non potrebbero essere bruciate. Foto: Alamy

Di Damian Carrington

La Banca d'Inghilterra sta per condurre un'indagine sul rischio che le società di combustibili fossili causino un grande collasso economico se le future regolamentazioni sul cambiamento climatico rendessero i beni di carbone, petrolio e gas privi di valore. Il concetto di "bolla del carbonio" si è guadagnato un rapido riconoscimento dal 2013 e viene preso in considerazione sempre più seriamente dalle grandi società finanziarie, comprese Citi bank, HSBC e Moody’s, ma l'indagine bancaria è finora il riconoscimento più significativo da parte di un istituto regolatore. La preoccupazione è che se i governi del mondo adempiono ai loro obbiettivi accordati di limitazione del riscaldamento globale a +2°C tagliando le emissioni di carbonio, allora circa 2/3 delle riserve provate di carbone, petrolio e gas non possono essere bruciate. Essendo le società di combustibili fossili fra le più grandi del mondo, forti perdite del loro valore potrebbero indurre una nuova crisi economica.

Mark Carney, il governatore della banca, ha rivelato l'indagine in una lettera al comitato per il controllo dell'ambiente (EAC) della House of Commons, che sta conducendo la sua propria indagine. Carney ha detto che c'è stata una discussione iniziale all'interno della banche sui beni di combustibili fossili “immobilizzati”. “Alla luce di queste discussioni, approfondiremo ed amplieremo la nostra indagine sull'argomento”, ha detto, coinvolgendo il comitato di politica finanziaria che ha l'incarico di identificare i rischi economici sistemici. Carney ha sollevato il problema ad un seminario alla Banca Mondiale in ottobre. La notizia dell'indagine della banca giunge nel giorno in cui si aprono i negoziati per l'azione sul cambiamento climatico a Lima, in Perù, e mentre una delle società energetiche europee più grandi, la E.ON, ha annunciato che stava per scorporare gli affari legati ai combustibili fossili per concentrarsi sulle rinnovabili e sulle reti. L'IPCC dell'ONU ha recentemente avvertito che il limite di emissioni di carbonio coerente con i +2°C si stava avvicinando e che l'energia rinnovabile dev'essere perlomeno triplicata.

“I politici ed ora le banche centrali si stanno svegliando rispetto al fatto che gran parte del petrolio, carbone e gas delle riserve mondiali dovrà rimanere nel sottosuolo, a meno che la cattura del carbonio e le tecnologie di stoccaggio non possano venire sviluppate più rapidamente, ha detto Joan Walley MP, che presiede la EAC. “E' tempo che gli investitore riconoscano anche questo e mettano in conto l'azione per il cambiamento climatico nelle loro decisioni sugli investimenti in combustibili fossili”, ha detto la Walley al Financial Times. Anthony Hobley, amministratore delegato del thinktank Carbon Tracker, che è stato importante nell'analisi della bolla del carbonio, ha detto che l'ultima mossa della banca potrebbe portare a cambiamenti importanti. “Le società di combustibili fossili dovrebbero rivelare ora quante emissioni di carbonio sono racchiuse nelle loro riserve”, ha detto. “Al momento non c'è alcuna coerenza nei rapporti, quindi è difficile per gli investitori prendere delle decisioni informate”. ExxonMobil e Shell hanno detto all'inizio del 2014 che non credevano che le loro riserve di combustibili fossili sarebbero state immobilizzate. A maggio, Carbon Tracker ha riportato che oltre 1 trilione di dollari viene attualmente scommesso in progetti petroliferi ad alto costo che non vedranno mai un ritorno se i governi del mondo adempiono ai loro impegni sul cambiamento climatico.


lunedì 12 gennaio 2015

Si incolpa la Russia e si mettono i contribuenti statunitensi alle corde, mentre il boom del fracking collassa

Da “Truthout”. Traduzione di MR

Di Ben Ptashnik 


Vladimir Putin all'incontro annuale del World Economic Forum di Davos nel 2009. (Foto: World Economic Forum)

Mentre il congresso rimuove le restrizioni sulla possibilità che i contribuenti salvino le banche “troppo grandi per fallire”, la destra incolpa gli ambientalisti e la Russia per la morte del boom del fracking. In realtà, i titoli spazzatura delle banche e i derivati hanno inondato Wall Street ed ora la bolla del fracking minaccia un'altra crisi finanziaria.

Il collasso dei prezzi del petrolio greggio dovuto all'eccesso di offerta stanno raggiungendo le proporzioni di uno tsunami, minacciando le banche di Wall Street, gli investitori e dozzine di paesi, principalmente Russia, Iran e Venezuela, dove le perdite di introiti hanno causato un grave degrado finanziario e le economie stanno per implodere. Mentre oggi gli americani si godono la benzina a 2 dollari a gallone, gli analisti di Wall Street prevedono che un collasso del mercato energetico imminente metterà in ginocchio le istituzioni finanziarie ancora una volta e i contribuenti sono candidati per un altro salvataggio obbligatorio. Al centro di questi movimenti tettonici nell'intero settore energetico c'è la recente espansione dell'industria della fratturazione idraulica (fracking), un ciclo di espansione che è iniziato sul serio quando il Congresso e l'amministrazione Bush hanno approvato la Legge sulla Politica Energetica del 2005, che ha esentato la nuova tecnologia della trivellazione orizzontale dalla Legge per l'Acqua Pulita, dalle Legge sull'Acqua Potabile Sicura e dalla Legge di Politica Ambientale Nazionale. Mettendo in produzione quantità considerevoli di nuove risorse di petrolio e gas dai depositi di scisto, il boom del fracking ha promesso l'indipendenza energetica degli Stati Uniti, ribaltando i paradigmi prevalenti a livello mondiale sull'energia rinnovabile e sulle aspettative relative al picco del petrolio. Gli ambientalisti hanno combattuto contro l'enorme infrastruttura dell'oleodotto di Keystone che consegnerebbe i combustibili fossili ai mercati esteri, temendo che estrarre quelle risorse minerebbe la lotta per frenare le emissioni di carbonio.

Il fracking ha anche minacciato il dominio della Russia e dell'arabia saudita come fornitori di combustibili fossili dell'Europa quando è divenuto evidente che gli Stati Uniti sarebbero presto diventati un esportatore netto. Negli Stati uniti, il fracking è stato pubblicizzato a Wall Street come un'opportunità per arricchirsi in fretta, attraendo enormi ingressi di capitale e creando una bolla di investimento. Bloomberg quest'anno ha riportato che il numero di obbligazioni emesse dalle società di petrolio e gas è cresciuto di un fattore di nove dal 2004. “In questo momento gli investitori si stanno ubriacando di Kool-Aid, ha detto a Bloomberg Tim Gramatovich, responsabile degli investimenti e fondatore della Peritus Asset Management LLC, in un articolo dell'aprile 2014. “Le persone smarriscono la propria disciplina. Smettono di fare i calcoli. Smettono di tenere la contabilità”, ha continuato. “Stanno solo vivendo il sogno ed è questo che sta accadendo col boom dello scisto”. Quando il gas da fracking si è affacciato per la prima volta sulla scena, sono state fatte dichiarazioni altisonanti sul fatto che gli Stati Uniti avevano 100 anni di fornitura di gas sotto forma di scisto, o 2.560 milioni di piedi cubici. E Wall Street ha cavalcato quella stima iniziale. Il solo lato negativo (oltre al disastro ambientale lasciato da questa industria tossica) era che, come la bolla dell'edilizia che dipendeva da un valore della case sempre in crescita per rimanere redditizia, i pozzi di gas di scisto dovevano distribuire fornire una produzione ed una redditività costante o crescente per ripagare il pesante debito in prestiti agevolati che grava sulle società di trivellazione: da 3 a 9 milioni di dollari per pozzo. I pozzi del fracking non richiedono solo la trivellazione, ma anche un'enorme iniezione di energia, acqua, sabbia e sostanze chimiche per fratturare le rocce che contengono i depositi di petrolio e gas.