venerdì 21 giugno 2019

Carne o non carne? – Siamo animali vegetariani o onnivori?





di Bruno Sebastiani

I vegetariani e i vegani sostengono che mangiare carne sia nocivo per gli animali uccisi, per la salute di chi li mangia e per l’ambiente.
Nonostante la percentuale ridotta di chi aderisce a queste diete, meno del 10% della popolazione mondiale, le argomentazioni esposte contengono elementi che meritano la massima considerazione.
Riassumiamoli partitamente e poi svolgiamo ulteriori considerazioni.

1 – Nocività per gli animali uccisi

Chi è preda e soccombe non può che vivere con angoscia il proprio annientamento. Ma se questa è una legge universale, il dramma vissuto dal bestiame ai nostri giorni è di dimensioni ben più ampie sia quantitativamente che qualitativamente. Non riporterò in questa sede i dati numerici né riferirò delle terribili condizioni in cui vivono e muoiono gli animali negli allevamenti intensivi. Si tratta infatti di situazioni ben note e documentate, sebbene la maggioranza delle persone preferisca ignorarle. In quel tipo di allevamenti viene praticato l’esercizio massimo di violenza nei confronti della natura. Là persino il venire al mondo è in funzione della successiva macellazione. E, tra la nascita e la morte, la vita trascorre in una serie inenarrabile di tormenti.

2 – Nocività per chi mangia gli animali uccisi

Mentre il primo tipo di nocività è indubbio, relativamente al secondo tipo, la nocività della dieta carnivora per gli esseri umani, l’argomento è controverso. Analizzare la questione significherebbe addentrarsi in un ginepraio di dati e informazioni contrastanti dal quale sarebbe difficile uscire. Mi limiterò pertanto ad assumere come elemento di sicura nocività (universalmente conclamata in campo medico) l’eccessivo consumo di carne da parte dell’uomo e ignorerò per il momento l’estremo opposto, ovvero se possa essere nociva anche una dieta completamente priva di carne e suoi derivati.

3 – Nocività degli allevamenti di animali per l’ambiente

Per consentire la dieta carnivora di 7 miliardi di persone (il 90% della popolazione non vegetariana), occorre mantenere in vita e poi uccidere oltre 29 miliardi di animali (dati FAO del 2014). Questi numeri non consentono di riservare a tali animali gli spazi e il tipo di vita che madre natura aveva progettato per loro. Di qui l’esigenza di allestire gli allevamenti intensivi, resi ancor più infelici e brutali dall’avidità e dalla cattiveria umana. La concentrazione di tanto materiale organico in spazi ristretti è fonte di grave inquinamento per il pianeta, così come l’altro elemento di elevata nocività è rappresentato dal mangime necessario per sfamare 29 miliardi di bocche: per produrlo ampie zone del pianeta vengono deforestate e sottoposte a monocolture intensive di soia e di altri legumi e cereali. Anche in questo caso ometto di citare i dati, facilmente reperibili in rete e su importanti testi qualificati.

Se questi sono i capi di accusa rivolti da vegetariani e vegani ai cosiddetti “onnivori”, quali altre argomentazioni possono essere svolte a completamento del tema?

Ulteriori considerazioni

1 - Il ruolo svolto dall’alimentazione carnivora nell’evoluzione della nostra specie

Praticamente tutti gli antropologi concordano sul fatto che i nostri lontanissimi progenitori fossero erbivori. Tra sette e cinque milioni di anni fa avvenne la mutazione che dall’albero genealogico dei primati originò il nuovo ramo della nostra specie, i cui primi esponenti furono gli australopitecini, caratterizzati da un cervello di dimensioni maggiori di quello degli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi.
Secondo Richard Wrangham, antropologo britannico allievo di Jane Goodall e autore di “Catching Fire. How Cooking Made Us Human” (tradotto in italiano con il titolo “L’intelligenza del fuoco. L’invenzione della cottura e l’evoluzione dell’uomo”, Bollati Boringhieri, 2014) il «passaggio da una dieta a base di fogliame a una – qualitativamente superiore – a base di radici è una spiegazione plausibile del primo incremento delle dimensioni del cervello (da 350 a 450 cm3 circa) nel passaggio dalle scimmie antropomorfe della foresta agli australopitecini» (p. 130).
A questo primo incremento ne seguirono altri di entità ben maggiore in corrispondenza di importanti variazioni nella dieta degli ominidi, che iniziò a contemplare l’assunzione di proteine animali. Wrangham individua tre di tali variazioni.
La prima sarebbe avvenuta poco più di due milioni di anni fa, allorquando il nostro antenato Homo habilis iniziò ad affilare pietre e a mangiare carne. I ritrovamenti archeologici non lasciano dubbi al riguardo. Le difficoltà connesse a una dentizione e a un organismo inadatti al consumo di carne cruda furono superate in parte grazie all’uso di questi strumenti litici (che consentivano di tagliare e battere la carne) e in parte grazie a lente e graduali modifiche anatomiche. Secondo “The Expensive-Tissue Hypothesis” (“L’Ipotesi del Tessuto Costoso”) di Leslie Aiello e di Peter Wheeler (pubblicata nell’aprile 1995 su “Current Anthropology”), il consumo di carne avrebbe fatto crescere le dimensioni del cervello e consentito la parallela diminuzione delle dimensioni dell’intestino. La capacità cranica di Homo habilis passò da 450 a 612 cm3.
La seconda variazione, ben più sostanziosa, avvenne 1,8 milione di anni fa con il passaggio da Homo habilis a Homo erectus e con un aumento delle dimensioni del cervello da 612 a 870 cm3 (primi esemplari di “erectus”) fino a 950 cm3 (tardi esemplari, un milione di anni fa). Tale balzo avvenne contestualmente all’”addomesticamento” del fuoco e al suo uso per la cottura della carne e di altri cibi. «Per oltre 2,5 milioni di anni i nostri antenati hanno tagliato via la carne dalle ossa delle loro prede, e l’impatto fu rilevante. Una dieta che comprendeva carne cruda e vegetali … diede inizio all’evoluzione di cervelli più grandi … Ma … ci sarebbe voluta l’invenzione della cottura per trasformare gli habilines (Homo habilis) in Homo erectus e dare il via al viaggio che ha condotto … fino all’anatomia dei moderni esseri umani.» (Wrangham, op. cit., p. 118)
Una terza variazione « … si verificò con la comparsa dell’Homo heidelbergensis (altrimenti conosciuto come Homo sapiens arcaico), a partire da ottocentomila anni fa. Anche questo aumento fu sostanziale e fece sì che il cervello raggiungesse i 1200 centimetri cubici circa.» (ibidem, p. 134) Quali le cause di questo nuovo balzo in avanti? «Una possibilità è l’introduzione di una tecnica di caccia più efficace … ciò rende … credibile l’ipotesi che l’assunzione di carne, e di conseguenza l’utilizzo di grassi animali, sia aumentato in modo significativo … e abbia giocato un ruolo nell’evoluzione da Homo erectus a Homo heidelbergensis. In alternativa, di sicuro la cottura continuò ad avere effetti sull’evoluzione del cervello anche molto tempo dopo che era stata inventata, perché con il trascorrere del tempo i metodi di cottura migliorarono.» (ibidem, pp. 134 – 135)
A quell’epoca eravamo cacciatori e raccoglitori, onnivori e cioè mangiatori di animali e di piante. Così siamo ancora oggi, a oltre due milioni di anni di distanza. Sono cambiate le fonti di approvvigionamento: la pastorizia e l’allevamento hanno sostituito la caccia, l’agricoltura ha sostituito la raccolta. Ciò che ci metteva a disposizione la natura oggi ce lo procuriamo artificialmente e con ordini di grandezze ben superiori a quelli di una volta.

2 – In natura è normale cibarsi di carne

Avremmo potuto non imboccare la via dell’alimentazione carnivora e rimanere erbivori? È una domanda priva di risposta in quanto inverificabile. Ma nel ragionare di tale argomento teniamo comunque presenti due questioni.
Prima questione. Anche le piante sono dotate di vita, e noi come tutti gli altri onnivori ed erbivori ce ne cibiamo senza alcuno scrupolo.
Seconda questione. Molte specie animali sono carnivore. Ma anche le altre si nutrono di organismi viventi più o meno grandi. Il pesce grosso mangia quello piccolo e quest’ultimo si nutre di plancton, che è un misto di organismi animali e vegetali, le galline mangiano i vermi ecc. ecc. Ma qual è il limite dimensionale al di sotto del quale è ammissibile per la morale “vegetariana” sopprimere una vita a fini alimentari e al di sopra del quale non lo è? Sembra di capire che una certa dose di antropocentrismo venga trasmessa, quasi come proprietà transitiva, agli animali di dimensioni come le nostre o poco maggiori o poco minori, talché uccidere un vitello o un pollo e mangiarlo è riprovevole, mentre uccidere un microorganismo o un insetto non lo è, o lo è molto meno.
La verità è che la vita è un processo trasformativo che fagocita di continuo organismi viventi per consentire ad altri organismi viventi di nascere, svilupparsi, crescere e morire in un ciclo senza fine. Persino il nostro corpo dopo la morte diverrebbe pasto per vermi, iene o avvoltoi se venisse abbandonato alla natura anziché essere tumulato in casse a tenuta stagna.
Non è quindi il mangiar carne lo scandalo, ma il modo in cui noi uomini ce la procuriamo, le indicibili sofferenze inflitte ai 29 miliardi di animali che alleviamo a scopo alimentare.

3 – Che effetti può avere una dieta priva di carne sul lungo periodo?

Questa terza considerazione è certamente quella che più delle altre sarà oggetto di critiche da parte di vegetariani e vegani, i quali giurano e spergiurano che la salute umana non può che trarre benefici dall’eliminazione della carne.
Poiché mi rendo conto che la questione è complessa, assai difficile da dirimere e coinvolge troppe esperienze individuali, cercherò di affrontare l’argomento da un punto di vista evolutivo, astenendomi dal commentare le singole situazioni pro o contro l’uso della carne.
Per essere più esplicito non tirerò in ballo i casi di quei vegetariani o vegani che dopo un periodo più o meno lungo di astinenza dai prodotti animali sono tornati a mangiarli per motivi di salute o ideologici.
Spesso questi voltafaccia sono conseguenti a scelte fatte con leggerezza o, peggio, per sfruttare la moda del “biologico” e del “mangiar sano”, come nel caso di una famosa youtuber crudista vegana (Yovana Mendoza Rawvana) che è stata recentemente sorpresa a mangiare pesce fritto.
In altre situazioni la scelta di far ritorno alla dieta onnivora è ben più sofferta e meditata, come nel caso di Lierre Keith, nota attivista ambientalista americana, fondatrice, insieme a Derrick Jensen, del movimento Deep Green Resistance, diffuso in tutto il mondo. Dopo anni di sofferenze sopportate stoicamente per rispetto della vita degli animali, Lierre ha compreso quanto ho evidenziato nella mia seconda considerazione, e cioè che in natura la vita si nutre della vita, nonché ha realizzato quanto sia nociva la moderna agricoltura per la conservazione della biosfera. Ha descritto questo suo tormentato itinerario nel libro “The Vegetarian Myth: Food, Justice, and Sustainability”, pubblicato in Italia nel 2015 da Sonzogno con il titolo “Il mito vegetariano”. A questo testo, oltremodo serio e documentato, rinvio chi volesse approfondire i singoli aspetti e le difficoltà di chi fa la scelta vegana e poi torna sui propri passi.
Ma escludendo l’esame dei singoli casi, di minore o maggior peso, proviamo ad osservare il problema dal punto di vista non dell’individuo ma della specie.
Il passaggio dall’alimentazione erbivora a quella carnivora (o meglio onnivora) ha richiesto milioni di anni, nel corso dei quali il nostro fisico e la nostra anatomia si sono lentamente modificati adattandosi alle nuove sostanze nutritive. È ragionevole pensare che ora, nel corso di una sola generazione, si possa tornare ad essere erbivori? È legittimo credere che ciò possa avvenire senza conseguenze fisiche per chi si sottopone alla nuova dieta?
Ma ammettiamo che il nuovo regime sia sostenibile da chi lo adotta e che i singoli vegani – utilizzando particolari prodotti vegetali o alcuni integratori alimentari messi a disposizione dall’industria chimica – riescano a vivere felicemente la loro scelta. Che ne sarà delle future generazioni? Se il sistema venisse esteso a tutta la popolazione mondiale, come evolverebbe Homo sapiens da qui a centomila o un milione di anni?
Forse in quel futuro Homo sapiens non ci sarà più, ma questo è un altro discorso.
Proviamo invece a ragionare secondo il ben noto imperativo categorico kantiano che ci impone di comportarci come se ogni nostra scelta potesse essere replicata utilmente per il bene di tutti i nostri consimili. E teniamo presente che il nostro cervello ha raggiunto le sue attuali dimensioni anche in conseguenza del consumo di carne. Se non la si mangiasse più, regredirebbe? E l’intestino tornerebbe a crescere per poter assimilare solo vegetali? Forse il pianeta gradirebbe un arretramento delle nostre capacità intellettuali, ma si tenga presente che voler modificare artificialmente l’evoluzione comporta il rischio di disastri ben più gravi delle disfunzioni che si intende correggere.

Conclusione

Siamo davanti a un vicolo cieco e la strada sin qui fatta non può essere percorsa a ritroso! Il numero degli umani è spropositato, la nostra alimentazione prevede la carne e per soddisfare questa esigenza gli allevamenti intensivi sono una triste necessità. Se volessimo lasciar crescere liberi all’aperto gli oltre 29 miliardi di animali da noi allevati a scopo alimentare, ciascuno di essi avrebbe a disposizione meno 2.000 metri quadrati di terra (tenuto conto di una superficie terrestre “utilizzabile” di circa 57,8 milioni di km2), da condividere con gli spazi agricoli, quelli urbani, quelli boschivi e quelli riservati agli animali selvaggi (ma questi sono sempre meno, a breve spariranno). E parte del terreno sarebbe montuoso. Una situazione insostenibile. L’auspicio di vegetariani e vegani di non mangiar più carne risolverebbe parte dei problemi, ma va contro la natura dell’essere umano così come si è evoluta in milioni di anni, e perdippiù non è condiviso dal 90 % della popolazione. Bisognerebbe imporlo con la forza, e c’è da temere che l’ecocatastrofe che si profila all’orizzonte comporti prima o poi la necessità di nuove forme dittatoriali: un esito ben triste per un’era nata col sogno del progresso e della libertà. Ma la ristrettezza degli spazi aumenta l’aggressività negli animali come negli uomini, e forse anche noi un giorno dovremo essere rinchiusi in gabbie metalliche all’interno di enormi capannoni come capita oggi a mucche e maiali.

sabato 15 giugno 2019

venerdì 7 giugno 2019

ERA DELLA SOCIOPATIA

Autore : Derrick Jensen - Primavera 2013
Traduzione : Gianni Tiziano

Il termine Antropocene non solo non ci aiuta a fermare questa cultura dall'uccidere il pianeta – esso contribuisce direttamente ai problemi che intende affrontare.
Innanzitutto, è gravemente ingannevole. Non sono gli umani quelli che "trasformano" - leggi, uccidono - il pianeta. Sono gli umani civilizzati. C'è una differenza. È la differenza tra le antiche foreste e New York City, la differenza tra 60 milioni di bisonti su una vasta pianura e campi di cereali geneticamente modificati carichi di pesticidi -ed erbicidi- . È la differenza tra fiumi pieni di salmoni e fiumi uccisi dalle dighe idroelettriche. È la differenza tra culture i cui membri si riconoscono come uno fra i tanti e i membri di questa cultura, che convertono tutto a proprio uso.
Per essere chiari, gli Indiani Tolowa hanno vissuto dove io ora vivo per almeno 12.500 anni e quando il primo dei civilizzati arrivò il luogo era un paradiso. Ora, 170 anni più tardi, i salmoni sono stati portati all'estinzione, le sequoie sono state ridotte al 2% della loro estensione, e i campi (precedentemente foreste) sono pieni di tossine.
Per essere ancora più chiaro: gli Umani non distruggono gli ambienti naturali. Sono gli umani civilizzati che distruggono gli ambienti naturali, e lo hanno fatto fin dall'inizio della civiltà. Uno dei primi miti scritti è di Gilgamesh che sta disboscando quello che ora è l'Iraq - abbattendo foreste di cedri così fitte che la luce del sole non toccava mai il suolo, tutto questo per poter creare una grande città e, più precisamente, per poter fare grande il suo proprio nome.
Tutto questo è cruciale, perché gli autori di atrocità cercano così spesso di convincere se stessi e tutti gli altri che ciò che stanno facendo è naturale o giusto. La parola "Antropocene" tenta di rendere naturale l'assassinio del pianeta fingendo che il problema sia "l'uomo" e non un tipo specifico di uomo collegato a questa particolare cultura.
Il nome manifesta anche il supremo narcisismo che ha caratterizzato questa cultura sin dall'inizio. Naturalmente i membri di questa cultura presenterebbero il loro comportamento come rappresentativo per "l'uomo" nel suo complesso. Le altre culture non sono mai esistite veramente, tranne che come razze minori che stanno semplicemente per accedere alle risorse.
Usando il termine Antropocene si nutre di quel narcisismo. Gilgamesh ha distrutto una foresta e si è fatto un nome. Questa cultura distrugge un pianeta e nomina un'era geologica dopo sé stessa. Che sorpresa.
Dicono che un segno di intelligenza è la capacità di riconoscere gli schemi. Bene, i membri di questa cultura non devono essere molto intelligenti. Abbiamo avuto 6.000 anni per riconoscere il disegno di genocidio ed ecocidio alimentato dal narcisismo e dalla sociopatia di questa cultura, e il comportamento sta semplicemente peggiorando. I membri di questa cultura hanno avuto 6.000 anni per riconoscere che le culture che stavano conquistando erano spesso sostenibili. E continuano a insistere con questo nome che tenta di includere tutta l'umanità nel loro comportamento spregevole.
Il narcisismo si estende con il disconoscimento che esistono altre culture. Comprende anche la credenza che nient'altro sul pianeta esista pienamente. È come se l'adesivo sull'auto dicesse: "Non siamo l'unica specie sulla Terra: ci comportiamo come se lo fossimo". Di recente ho sentito un astronomo che cercava di spiegare perché è importante esplorare Marte. L'esplorazione, disse, "risponderà alla domanda più importante di tutte: siamo noi da soli ?" Su un pianeta traboccante di vita meravigliosa (per adesso), lui fa questa domanda? Ho una domanda più importante. Lui è pazzo? La risposta è si. È un narcisista e un sociopatico.

Naturalmente i membri di questa cultura, che hanno chiamato se stessi senza un brandello di ironia o umiltà Homo sapiens , mentre stanno uccidendo il pianeta, dichiarerebbero questa l'era dell'uomo.
L'Antropocene non dà alcun accenno agli orrori che questa cultura sta infliggendo. "L'Era dell'Uomo"? Oh, questo è carino. Siamo il numero uno, giusto? Invece, il nome deve essere orribile, deve produrre shock, vergogna e indignazione commisurati a questa atrocità di uccidere il pianeta. Deve richiamarci a differenziare noi stessi da questa cultura, per mostrare che questa etichetta e questo comportamento non ci appartengono. Deve richiamarci a dimostrare che non lo meritiamo. Deve richiamarci a dire e intendere: "Non una sola cultura Indigena cacciata dalla propria terra, e nemmeno più una specie estinta!"
Se daremo un nome a questa era, almeno siamo onesti e precisi. Posso suggerire, "L'Era della Sociopatia"?

Derrick Jensen è l'autore di oltre 20 libri, tra cui Deep Green Resistance

sabato 1 giugno 2019

Ma i Giapponesi sono più intelligenti degli Italiani?

Giapponesi molto intelligenti


In questi giorni, mi è capitato davanti un qualcosa abbastanza allucinante, Un rapporto OCSE di cui vi passo qualche dato qui di seguito.


Allora, quello che vedete sono i punteggi ottenuti ai test da italiani e da giapponesi a seconda dei vari livelli scolastici; "secondary" sta per "scuole medie", mentre "tertiary" significa "università"

Vedete come i giapponesi con un titolo di studio liceale hanno un livello medio di alfabetizzazione leggermente superiore di quello dei laureati italiani. Questo mi spiega, fra le tante cose, la ragione di certe esperienze allucinanti che ho avuto con i miei studenti. In ogni caso, è solo uno dei dettagli del rapporto OCSE, dove l'Italia ne esce con le ossa rotte non solo in confronto con il Giappone. Ovviamente, questo non vuol dire che gli Italiani siano più stupidi dei Giapponesi o di altri, però l'intelligenza deve essere accoppiata con un certo grado di cultura e di competenza, altrimenti serve a poco.


In sostanza, niente di nuovo: la scuola italiana è un disastro e lo sappiamo tutti. Non credo che ci siano colpe particolari in questa vicenda, è solamente la combinazione di un certo numero di fattori che si auto-rinforzano. Un paese economicamente debole, strangolato dalla burocrazia e governato da una classe di parassiti ignoranti si trova in difficoltà in una situazione di competizione internazionale sempre più dura.

Ne consegue che l'economia va male e i nostri studenti non trovano che studiare sia un buon investimento del loro tempo. Come dico spesso, prendersi una Laurea oggi vuol dire cinque anni di sofferenze in cambio di una vita di disoccupazione. I migliori se ne vanno a lavorare all'estero, lasciando qui i meno bravi che diventano politici o insegnanti. La scuola ne risente in termini di qualità, quelli che cercano di far qualcosa per migliorare si trovano di fronte a un muro di burocrazia che impedisce di fare qualsiasi cosa.

Ma, consoliamoci, in qualsiasi cosa si può sempre peggiorare. Dopo che qualcuno ha parlato di ritornare al grembiulino per le elementari, qualcuno potrebbe proporre seriamente di tornare al Minculpop. Oppure, potrebbe piovere.












sabato 25 maggio 2019

Chi ha Ucciso la Twizy? Requiem per una Microcar

VI ricordate del film "Chi ha Ucciso L'auto Elettrica?" Racconta di come la General Motors abbia distrutto e eliminato il suo primo modello elettrico, la EV1, negli anni '90. Sarò forse un po' complottista, ma mi sa che qualcosa di simile- sia successa alla microcar elettrica della Renault, la Twizy. I dati disponibili indicano un crollo delle vendite che potrebbe essere il preludion alla fine della produzione della microcar.


La storia comincia quando mi è venuto in mente che forse mi sarei potuto comprare una Twizy per andare in giro per una città sempre più congestionata e invivibile come sta diventando Firenze (e meno male che i nostri amministratori vogliono portarci ancora più gente facendo un nuovo aeroporto). Così, mi sono fatto un giretto su Internet e ho scoperto un po' di cosette. La prima è che la Twizy è stata messa in commercio nel 2012 e che è tuttora in vendita. E che costa veramente tanto. Andate a vedere voi i listini della Renault e mi dite se non è un prezzo fuori di testa per un aggeggio che ha sicuramente i suoi pregi ma, insomma, non ha nemmeno i finestrini!

Allora, ho guardato in giro se ce ne sono di usate. Si, ce ne sono e a dei prezzi che, a prima vista, sembrano molto convenienti. Tenendo conto che il motore di un veicolo elettrico non ha la stessa usura di uno a pistoni, comprare una Twizy usata sembrerebbe un buon affare.. 

E qui è venuto fuori l'inghippo. Fino a qualche anno fa, la Twizy si vendeva esclusivamente con le batterie a noleggio E il contratto di noleggio è per la vita del veicolo, non lo si può interrompere se non restituendo l'intero veicolo alla Renault!. Questo genera una serie di problemi che sono descritti in questo documento. In sostanza, il veicolo invecchia e perde di valore, e le batterie pure, ma tu paghi sempre la stessa cifra. E se tu volessi sostituirle con delle batterie nuove, più performanti, non lo puoi fare. La cosa peggiore è che se vuoi vendere la tua Twizy, devi trovare qualcuno che si accolli il contratto di noleggio a vita delle batterie: ovvero qualcuno che paghi il prezzo di noleggio per batterie nuove ma che si porta a casa delle batterie vecchie. Un po' come nei film dell'orrore, ti puoi liberare di una maledizione soltanto passandola a qualcun altro. Non c'è da stupirsi se le Twizy usate costano poco.

Intendiamoci, non è che sia un imbroglio: la Renault ti propone un contratto con certe clausole e se le firmi è tua responsabilità leggere bene prima che cosa stai firmando. Ma è probabile che molti degli acquirenti delle prime Twizy avessero firmato il contratto di noleggio delle batterie senza rendersi conto che firmavano una specie di matrimonio "finché morte non ci separi" e quando l'hanno capito si sono arrabbiati niente male. Questo ha generato anche una petizione perché la Renault li liberasse dalla maledizione (senza effetto, mi pare di capire).

Così stando le cose, non c'è da stupirsi se i risultati non sono stati brillanti. Dopo il trionfalismo del 2012-2013 in cui si parlava della Twizy come del veicolo elettrico più venduto al mondo, le vendite sono rimaste statiche o in diminuzione - in controtendenza rispetto all'aumento delle vendite di tutti gli altri veicoli. Secondo i dati disponibili sul sito Renault, sembra che nel 2019, fino al 30 Aprile, siano state vendute 2 (dicasi DUE!) Twizy in tutta Europa e poche centinaia in tutto il mondo. Da notare che dell'altro veicolo elettrico Renault, la Zoe, ne sono stati venduti oltre 15.000 in Europa nello stesso periodo. Insomma, le cose vanno decisamente male per la Twizy. Forse c'è qualche errore nei dati, ma se sono giusti è chiaro che la Twizy è al capolinea. A meno di un miracolo, la Renault smetterà presto di produrla.


Ma allora la Twizy era proprio un concetto sbagliato? Io credo di no -- non lo era affatto se fosse stata venduta a un prezzo ragionevole e senza il contratto-capestro per le batterie. La Twizy è (era?) un concetto di veicolo molto interessante: leggero, piccolo, non inquinante, avrebbe potuto essere un buon complemento al trasporto pubblico nelle città e un mezzo utile per le medie distanze fuori città. Sicuramente, la Twizy sarebbe stata particolarmente interessante per il concetto di TAAS (transport as a service). Allora, cosa è successo?

Mi sa proprio che ci fosse qualcuno alla Renault al quale la Twizy gli stava proprio antipatica e che ha fatto di tutto per sabotarla. Non sarebbe una cosa sorprendente dopo la storia dell'EV1 della General Motors. Magari non era una questione di sabotare il veicolo elettrico in se, ma semplicemente un calcolo pratico che la Twizy era in competizione con la Zoe elettrica, macchina più costosa e sulla quale la Renault sicuramente ha pensato di poter fare maggiori profitti. Non sorprende che abbiano deciso di puntare sulla Zoe, anche a costo di affossare la Twizy. Ed è quello che è successo.

Per ora, rimaniamo bloccati sul concetto della "macchina" intesa come un aggeggio che pesa almeno una tonnellata -- tipicamente anche due o tre -- che ti compri come se dovessi correre la Parigi-Dakar mentre invece quello che ci devi fare in pratica è portare il bambino a scuola tutte le mattine. Ma così stanno le cose. Ci vorra tempo per liberarsi da certi veicoli obesi e inutili, ma prima o poi ci arriveremo.


venerdì 17 maggio 2019

Il rumore dell’acqua – viaggiare dove, come, e perché




Matsuo Bashō (1644–1694) ci ha lasciato uno dei più famosi poemi al mondo, tre sole linee nel formato giapponese dell’Haiku:


L’antico stagno
Una rana si tuffa
Il rumore dell’acqua


Il significato del poema ha molto a che vedere col fatto che Bashō era un grande viaggiatore: passò gli ultimi decenni della sua vita a vagabondare per il Giappone sempre alla ricerca della nuova sensazione, di una nuova scoperta che lo ispirava per un nuovo poema.

Bashō era il discendente di una lunga epopea di viaggi che era partita, probabilmente dal centro dell’Africa per gli umani moderni che si sono sparpagliati per tutto il mondo su un arco di tempo di migliaia di anni, sempre camminando, sempre andando avanti. Siamo un popolo di viaggiatori. Lo dimostrano i nostri piedi piatti e larghi, tecnicamente siamo dei plantigradi. Confrontate il piede umano con lo zoccolo di un’antilope: vedete la differenza? Siamo fatti per camminare a lungo e senza stancarci e, quando necessario, possiamo correre fino a sfiancare quasi qualunque preda.

A volte, viaggiamo per pura necessità. Ma spesso lo facciamo perché ci piace, perché ci eccita, perché ci da nuove sensazioni – era probabilmente lo stesso per i nostri remoti antenati. Oggi, vediamo questo piccolo rituale del viaggio svolgersi in estate, verso il mare o verso le montagne, o semplicemente il fine settimana, verso qualche oasi di fresco o di ristoro, a ricordarci i viaggi dei nostri antenati nomadi.

Certo, non viaggiamo più soltanto a piedi, ma il viaggio non è soltanto una questione del mezzo di trasporto che usiamo. E’ una questione di infrastruttura e già al tempo di Bashō si poteva viaggiare perché esisteva in Giappone una rete di monasteri che davano ospitalità al pellegrino. Era un idea che esisteva già in Europa nel Medio Evo al tempo dei pellegrinaggi, lunghissimi viaggi a piedi che portavano i fedeli in Terra Santa e, allo stesso tempo, rivitalizzavano l'economia locale che si attrezzava per ospitare e rifocillare i pellegrini.

E oggi? I pellegrinaggi li chiamiamo turismo, le automobili hanno sostituito i piedi, gli alberghi fanno il servizio che una volta facevano i monasteri. Ma il viaggio rimane non solo un lusso ma una necessità. E allora, dove stiamo andando? Come? Perché? Forse non lo sa nessuno di noi, è solo perché ci piace viaggiare.