martedì 13 maggio 2014

L'invasione degli zombie delle risorse

DaResource crisis”. Traduzione di MR


(immagine da WikiHow  - licenza Creative Commons)

Probabilmente avrete sentito dire che le “nuove idee nascono come eresie e muoiono come superstizioni”. Ma può essere anche peggio: ci sono idee che si rifiutano semplicemente di morire e, come zombie, continuano per sempre a perseguitare il panorama mentale umano. Una di queste idee è che il problema delle risorse minerali consiste nel “finire” qualcosa. Una manifestazione tipica di questa idea-zombie è un recente articolo di Matt Ridley apparso sul Wall Street Journal dal titolo “Le risorse del pianeta non stanno finendo”.

Difficilmente mi posso immaginare un articolo più inutile di questo: contiene tutte le banalità tipiche di questo campo, compreso la ormai quasi obbligatoria calunnia al Club di Roma sulla base dell'idea che lo studio su “I limiti dello Sviluppo” del 1972 aveva previsto che a questo momento avremmo dovuto finire le risorse minerali (e, naturalmente, non è così). Pura leggenda; quello studio non ha mai detto niente del genere. E' solo un'altra idea-zombie che perseguita il panorama mentale umano.

Ma, a parte le banalità e le leggende, l'articolo di Matt Ridley è sbagliato perché è basato sul classico "specchietto per le allodole":  quello che dice che non ci dobbiamo preoccupare di “finire” le risorse minerali. Non è così. Lasciatemelo dire enfaticamente, con certezza e inequivocabilmente: NON finiremo un bel niente. Non è questo il problema; il vero problema con le risorse sono i ritorni economici decrescenti. Significa che abbiamo estratto le risorse “facili” (leggi poco costose) e che ora siamo costretti ad estrarre da risorse più “difficili” (leggi più costose). Lasciate che vi mostri cosa sta accadendo con un esempio: il caso dell'estrazione dell'argento.



Questa immagine, dal blog “SRSrocco Report”, dice tutto. In meno di 10 anni, il rendimento dell'estrazione dell'argento è diminuito di quasi la metà di quello che era all'inizio. Cioè, oggi dobbiamo trattare quasi il doppio della roccia rispetto a 10 anni fa per estrarre la stessa quantità di argento. Non stiamo finendo l'argento: la produzione è rimasta più o meno costante nell'ultimo decennio, ma estrarlo costa di più. Questo non è che un esempio, come espongo nel mio recente libro “Extracted”, tutte le risorse minerali stanno mostrando lo stesso problema: rendimenti di estrazione decrescenti.

Ora, ci si può eccitare per le nuove tecnologie quanto si vuole (come fa Matt Ridley nel suo articolo), ma qui c'è un problema reale. Per estrarre minerali, bisogna trivellare, sollevare e macinare roccia e per questo serve energia e risorse (leggi soldi). La tecnologia può fare molte cose, per esempio bellissimi smartphone, ma non si può macinare la pietra con gli smartphone. La tecnologia, proprio come quasi tutto il resto, soffre del problema dei ritorni decrescenti (discuto questo punto in dettaglio in un mio articolo recente).

Quindi c'è una ragione per l'aumento dei prezzi di tutti i beni minerali – sono i ritorni economici decrescenti. Sfortunatamente, tuttavia, alcune menti tendono ad essere infettate dal virus dello zombie delle risorse che ci racconta che non c'è nulla di cui preoccuparci. Ma c'è molto di cui preoccuparsi: se qualcosa costa di più, potresti non essere in grado di permettertela. In un caso del genere, potresti anche dire che non c'è (o persino che l'hai “finita”).

Quindi, non è una buona idea rilassarsi e sperare che i miracoli della tecnologia ci libereranno dall'esaurimento delle risorse: nessun problema può mai essere risolto se ci si rifiuta di ammettere che esiste. A quel punto si possono trovare soluzioni sotto forma di maggiore efficienza, sostituzione, riciclaggio e altro. Si può fare, ma ci servono soldi, pianificazione e sacrifici. Più di tutto, dobbiamo sparare alla testa dello zombie delle risorse e riconoscere il problema per poter agire.


lunedì 12 maggio 2014

Ultima chiamata a Urbania

Ciao a tutt*,
breve comunicazione di servizio: se vi troverete nella zona di Urbania (Pesaro - Urbino) il 21 maggio prossimo, potrebbe interessarvi la proiezione del film documentario di Enrico Cerasuolo "Ultima Chiamata".

---

Il messaggio del rapporto su “I Limiti dello Sviluppo” è oggi più importante che mai: la Terra è un sistema finito e la crescita economica infinita rischia di portare società e ambiente al collasso.

Oltre 40 anni dopo la pubblicazione del libro, che prevedeva già nel 1972 gli scenari di crisi che stiamo vivendo, la tendenza a prendere decisioni a breve termine condiziona e ritarda ancora la nostra capacità di agire.

Oggi gli autori de “I Limiti dello Sviluppo” ci forniscono uno sguardo diverso sulle ragioni dell'attuale crisi globale, condividendo con noi la loro visione del futuro. C'è ancora tempo per un'ultima chiamata?

Grazie a materiali di repertorio, in parte inediti, e alle voci di oggi dei protagonisti coinvolti nella discussione del libro, con questo documentario il regista Enrico Cerasuolo ci conduce in un racconto coinvolgente, che sottolinea l'urgenza di prendere decisioni che possano salvaguardare il nostro futuro.

Il finale di questa storia non è ancora stato scritto. Scriviamolo insieme.






sabato 10 maggio 2014

Riscaldamento globale e religione: una speranza di cambiamento?

Katherine Hayhoe è una protagonista di rilievo nel dibattito attuale. Scienziata, credente, e madre di un figlio, ha avuto il coraggio di dire come la pensa sul controverso argomento del clima e si è avuta tutti gli insulti e le minacce del caso. Ma continua a farlo e lo fa con argomenti molto forti e convincenti e, soprattutto, basati sulla religione. Se il mondo è una creazione divina che ci è stata data perché la conservassimo e la curassimo, allora non ci è lecito distruggerla e rovinarla in nome della massimizzazione dei profitti economici. Sono persone come Katherine Hayhoe che possono cambiare le cose in modo radicale. (U.B.)






DaMother Jones”. Traduzione di MR (h/t Dante Lucco)

Milioni di americani sono Cristiani evangelisti. La scienziata del clima Katharine Hayhoe li sta convincendo che il nostro pianeta è in pericolo.

Di Chris Mooney


Katharine Hayhoe. Anni vissuti pericolosamente/Showtime/YouTube 

La scienziata del clima Katharine Hayhoe, una Cristiana evangelica è stata in una posizione abbastanza forte ultimamente. Poche settimane fa è stata presente nella prima puntata della serie Anni vissuti pericolosamente (The Years of Living Dangerously), incontrandosi con l'attore Don Cheadle nella sua casa nello stato del Texas, per spiegargli perché fede e un pianeta che si scalda non sono in conflitto (potete guardare gratuitamente l'episodio su YouTube; la Hayhoe è consigliere scientifico della trasmissione). Poi, la rivista Time l'ha nominata una delle 100 persone più influenti del 2014. Cheadle ha scritto l'entrata. “C'è qualcosa di affascinante circa una persona intelligente che sconfigge gli stereotipi”, ha osservato Cheadle.

Perché la Hayhoe è sotto i riflettori? Detto semplicmente, milioni di americani sono Cristiani evangelici e la loro fiducia nella scienza è ben al di sotto della media nazionale. E se qualcuno ha una possibilità di raggiungere questa vasta ed importante audience, queste è proprio la Hayhoe. “Mi sento come la comunità conservatrice, la comunità evangelica e molte altre comunità Cristiane, sento che ci hanno mentito, “spiega la Hayhoe nell'ultima puntata del podcast Inquiring Minds. “Ci hanno dato delle informazioni sul cambiamento climatico che non sono vere. Ci è stato detto che è incompatibile coi nostri valori, mentre di fatto è completamente compatibile coi valori conservatori e Cristiani”.

L'approccio della Hayhoe alla scienza – ed alla religione – è stato fortemente influenzato da suo padre, un ex educatore scientifico di Toronto ed anche, allo stesso tempo, un missionario. “Per lui non c'è mai stato un conflitto fra l'idea che ci sia un Dio e l'idea che la scienza spieghi il mondo che vediamo intorno a noi”, dice la Hayhoe. Quando aveva 9 anni, la sua famiglia si è trasferita in Colombia, dove i suoi genitori hanno lavorato come missionari ed educatori, e dove la Hayhoe ha visto cosa sia davvero la vulnerabilità ambientale. “Alcuni dei mie amici vivevano in case fatte di scatoloni o di onduline di metallo”, dice. “E ti rendi conto conto che non ti serve così tanto per essere felice, ma allo stesso tempo, meno hai più sei vulnerabile all'ambiente intorno a te”.

La sua ricerca oggi, sugli impatti del cambiamento climatico, sfocia da queste prime esperienze. E, naturalmente, è ispirata dalla sua fede che, per la Hayhoe, ha una forte enfasi sulla cura dei più deboli e i più vulnerabili fra di noi. “Questo ci dà ancora più motivi per occuparci del cambiamento climatico”, dice la Hayhoe, “perché colpisce le persone e colpisce in modo sproporzionato i poveri, le persone vulnerabili e coloro che non possono avere cura di sé stessi”.

Resta il fatto, comunque, che la maggior parte dei Cristiani evangelici negli Stati Uniti non la pensano come la Hayhoe. Dati recenti del Pogetto Yale sulla Comunicazione del Cambiamento Climatico suggeriscono che, mentre il 64% degli americani pensano che il riscaldamento globale sia reale e causato dagli esseri umani, solo il 44% degli evangelici la pensano allo stesso modo. Gli evangelici in generale, spiega la Hayhoe, tendono ad essere più conservatori politicamente e possono essere piuttosto diffidenti nei confronti degli scienziati (pensando, a torto, che siano una banda di atei). Inoltre, alcuni evangelici credono davvero in tutta questa storia secondo la quale “il mondo sta finendo” - una prospettiva che non ispira un gran rispetto per l'ambiente. Quindi, come fa la Hayhoe a raggiungerli?

Dalla nostra intervista, eccovi cinque delle argomentazioni principali della Hayhoe, per i cristiani evangelici, sul cambiamento climatico:

1. La conservazione è conservatrice. La comunità evangelica non è solo una comunità religiosa, è anche una comunità politicamente conservatrice in media. Quindi la Hayhoe parla direttamente a quel sistema di valori. “Cosa c'è di più conservatore di conservare le nostre risorse naturali, assicurarsi di averne abbastanza per il futuro e di non sprecarle come facciamo oggi?”, chiede. “Questo è un valore molto conservatore”.

Infatti, molti conservatori non accettano il cambiamento climatico perché a loro non piacciono le “grandi soluzioni governative” che sospettano il problema comporti. Ma la Hayhoe ha una risposta pronta anche per questo: le soluzioni amiche della conservazione e guidate dal mercato ai problemi climatici sono in realtà tutte intorno a noi. “Un paio di settimane fa, il Texas ha battuto il record della maggior quantità di energia eolica mai prodotta. Il 38% della nostra energia quella settimana è venuta dal vento”, dice. E la Hayhoe pensa che questo sia solo l'inizio: “Se si guarda la mappa di dove si trova il maggior potenziale per l'energia eolica, questa si trova proprio sopra gli stati rossi. E penso che questo farà una grande differenza in futuro”.

2. Sì, Dio lo lascerebbe accadere. Una obiezione dei Cristiani conservatori è che Dio non lascerebbe che le attività umane rovinino la creazione. O, come lo ha espresso il Senatore James Inhofe dell'Oklahoma, “Dio è ancora lassù e l'arroganza delle persone che pensa che noi, esseri umani, saremmo in grado di cambiare quello che fa lui col clima è, per me, scandaloso”. Potete vedere Inhofe ed altri politici religiosi di destra che respingono il cambiamento climatico su basi bibliche in questo video:


La Hayhoe pensa che la risposta all'obiezione di Inhofe sia semplice: da un punto di vista Cristiano, abbiamo il libero arbitrio di prendere le decisioni e dobbiamo viverne le conseguenze. Ciò è, dopo tutto, una soluzione Cristiana classica al problema teologico del male. “Succedono le cose cattive? Sì, sempre”, dice la Hayhoe. “Qualcuno si ubriaca, si mette al volante di un'auto ed uccide un passante innocente, probabilmente un bambino o una madre”.

Il cambiamento climatico è, secondo la Hayhoe, solo un'altro errore, un altro problema, dovuto al cattivo uso del proprio arbitrio da parte degli esseri umani che non è pienamente consigliabile. “Il cambiamento climatico è proprio questo”, dice. “E' una conseguenza delle decisioni che abbiamo preso”.

3. La Bibbia non approva il fatto di lasciare che il mondo bruci. La Hayhoe è d'accordo con la percezione comune liberale secondo la quale la comunità evangelica sia composta in percentuale significativa da persone che credono nell'apocalisse e nella fine dei tempi – e che questa credenza, letteralmente che il giudizio ci sovrasti, mini la loro preoccupazione di preservare il pianeta. Ma crede che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in questa prospettiva e di fatto che la Bibbia stessa la rifiuti.

“Il messaggio secondo cui non ci interessa di nessuno, si fottano tutti, e lasciamo che il mondo bruci, quel messaggio non è coerente col messaggio della Bibbia”, dice la Hayhoe. In particolare lei pensa che l'apostolo Paolo abbia una risposta molto bella ai chi crede nella fine dei tempi nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi. La Hayhoe butta giù il messaggio di Paolo in questo modo: “Ho sentito che state abbandonando i vostri lavori, che vene andate bighellonando senza fare nulla, perché pensate che Cristo stia tornando e che il mondo stia per finire”. Ma Paolo li rimprovera. Nella parole della Hayhoe: Trovate un lavoro, sostenete voi stessi e le vostre famiglie, abbiate cura degli altri – ancora una volta, i poveri e i vulnerabili che non possono prendersi cura di sé stessi – e fate ciò che potete, essenzialmente, per rendere il mondo un posto migliore, perché nessuno sa quando questo accadrà”.


Una ragione per cui alcuni evangelici rifiutano le preoccupazioni per il clima è la visione del mondo apocalittica. Igor Zh./Shutterstock 

4. Anche se credi in una Terra giovane, si sta comunque scaldando. Uno dei motivi per cui c'è una tale tensione fra la comunità evangelica e la scienza è, be', la scienza stessa. Molti evangelici sono creazionisti che credono in una terra giovane, una Terra che ha circa 6.000 anni. La Hayhoe non è una di quelli. Ha studiato astrofisica e quasar che sono molto antichi e, osserva, credere che la Terra e l'Universo siano giovani crea una comprensione piuttosto problematica di Dio: “O devi credere che Dio abbia creato tutto come se fosse vecchio di miliardi di anni o devi credere che abbia miliardi di anni”. Nel primo caso, in effetti, Dio sembra che cerchi di imbrogliarci.

Ma quando si tratta di parlare ad un pubblico evangelico del cambiamento climatico, la Hayhoe non enfatizza l'età della terra, semplicemente perché, dice, non ce n'è bisogno. “Quando parlo a pubblici Cristiani, mostro solo i dati delle carote di ghiaccio ed altri dati proxy antichi di 6.000 anni”, dice la Hayhoe, “perché credo che si possa esprimere un punto ancora più forte, a causa del modo massiccio in cui gli esseri umani hanno interferito col sistema naturale, guardando solo un periodo di tempo più breve”.


6.000 anni di dati delle temperature e proiezione del riscaldamento in arrivo. Jos Hagelaars /La mia visione del cambiamento climatico

"Per quanto riguarda l'affrontare il problema climatico”, dice la Hayhoe, “non abbiamo tempo perché tutti la pensino allo stesso modo riguardo all'età dell'Universo”.

5. "Avere cura del nostro ambiente significa avere cura delle persone”. Alla fine, la Hayhoe pensa che  sia cruciale enfatizzare agli evangelici che salvare il pianeta significhi salvare le persone.. non solo salvare gli animali. “Penso ci sia questa percezione”, dice la Hayhoe, “che se un ambientalista guidasse e vedesse un cucciolo di foca da un lato e un essere umano dall'altro, svolterebbe per evitare il cucciolo di foca e prenderebbe sotto l'essere umano”. Ecco perché è così importante, nella sua mente, enfatizzare il modo in cui il cambiamento climatico colpisce le persone (una logica che afferma ancora una volta che la percezione dell'orso polare è stato un simbolo terribile per il riscaldamento globale). E di questo ci sono prove abbondanti: rapporto del "Gruppo di Lavoro II" sugli impatti climatici appena pubblicato enfatizza le minacce al nostro approvvigionamento di cibo, un rischio di peggioramento della violenza in un mondo che si scalda e il potenziale dislocamento di popolazioni vulnerabili.

Quindi, il messaggio funziona? La Hayhoe pensa di sì. Dopo tutto, mentre solo il 44% degli evangelici potrebbe accettare la moderna scienza del clima oggi, lei osserva che si tratta di un considerevole progresso rispetto a un sondaggio fra i gruppi religiosi del 2008, che era solo al 34%. Alla fine, per la Hayhoe, si tratta di questo: “Se si crede che Dio abbia creato il mondo, e fondamentalmente lo ha consegnato agli esseri umani come incredibile dono sul quale vivere, perché lo si dovrebbe trattare come spazzatura? Trattare il mondo come spazzatura dice molto su ciò che si pensa della persona che si crede abbia creato la terra”.


giovedì 8 maggio 2014

Pubblicato il libro di Ugo Bardi “Extracted”

Da “Resource crisis”. Traduzione di MR

(una versione più breve, e anche un po' datata (2011), è disponibile in Italiano con il titolo "La Terra Svuotata"


Il mio nuovo libro, “Extracted” ora è in vendita. E' una versione aggiornata in inglese dell'originale in tedesco che è stata pubblicata lo scorso anno. Potete comprarlo direttamente dall'editore, Chelsea Green o dai soliti siti internet.

Questo libro è stato un grande lavoro, ma devo dire che sono molto contento del risultato finale e vorrei ringraziare i miei coautori, che hanno fornito le competenze specialistiche per gli “scorci” sui beni minerali specifici, lo staff di Chelsea Green per il loro aiuto altamente professionale, e lo staff del Club di Roma per aver reso possibile l'impresa.

Le prime reazioni al libro sembrano molto favorevoli, il che è, credo, un po' preoccupante. Per fortuna, c'è stata almeno una recensione negativa su Amazon.com da parte di qualcuno che dice che si sente “insultato” dal libro, ciononostante gli da una valutazione di tre stelle su cinque!

Ecco un esempio di recensione ricevuta, questa è apparsa su “Publishers Weekly”:

La nostra enorme infrastruttura di estrazione sta mostrando segni di tensione, scrive Bardi (I limiti dello Sviluppo Rivisitati), professore di chimica all'Università di Firenze, in questa perspicace, anche se pessimistica, descrizione della storia, del funzionamento e del futuro dell'industria. Tutti i minerali estratti che includono carbonio (carbone, petrolio e gas) sono risorse non rinnovabili la cui disponibilità sta già diminuendo. Tristemente, come col riscaldamento globale, ci sono scettici e negazionisti che insistono che (a) non è vero e (b) che la tecnologia sistemerà queste questioni. Gli stessi contraristi dichiarano, correttamente, che abbiamo estratto una percentuale minima di petrolio, ferro p persino di oro dalla crosta terrestre. Ma ignorano che, mentre la qualità del minerali diminuisce e l'estrazione diventa più difficile, il prezzo aumenta. Per esempio, platino (essenziale nei convertitori catalitici), argento e petrolio costano quattro volte di più che nel 2000. Questi presumono anche che la tecnologia produrrà una “macchina mineraria universale”, che consumerà pietra comune estraendone qualsiasi cosa di valore. Anche se in teoria sarebbe possibile, tale macchina richiederebbe immense quantità di energia, lasciandosi dietro una quantità di rifiuti impensabile. Bardi conclude che le cose devono cambiare e anche se il suo non è un libro incoraggiante, i lettori apprezzeranno il suo racconto intelligente, lucido e inquietante della nostra cattiva gestione delle risorse minerali . (May)

Quindi il libro sembra aver avuto una buona partenza, vedremo come procedono le cose. Il lancio "ufficiale" del libro avverrà a Brussels il 12 giugno.


mercoledì 7 maggio 2014

Rassegna stampa di Luis de Souza su energia e esaurimento delle risorse

Da “Resource crisis”. Traduzione di MR

Una panoramica che parte della recente pubblicazione di “Extracted” di uno dei coautori del libro, Luis de Souza, dal suo blog “At the edge of time”. In questo post Luis esamina principalmente i recenti sviluppi della crisi ucraina ed altre caratteristiche della situazione energetica mondiale. 

Rassegna stampa del 3 maggio 2014 - Extracted 

Di Luis de Souza


Due anni fa Ugo Bardi mi ha invitato a prendere parte alla redazione di un libro sulle materie prime. Ho passato gran parte del 2012 ricercando e scrivendo per produrre un capitolo su due metalli specifici: argento ed oro. Dopo una prima edizione del libro in tedesco dello scorso anno, è finalmente arrivata la versione in inglese, che sembra essere accolta calorosamente.

“Extracted” fornisce una panoramica sulla relazione fra la nostra società, l'economia e le riserve di materie prime che si trovano nella crosta terrestre. Queste riserve di fonti di neghentropia – entropia negativa, cioè materia organizzata e concentrata, al contrario di caos e dispersione – che alimentano le nostre industrie con con input a basso costo. Le difficoltà economiche che viviamo oggi sono strettamente collegate a un declino della qualità delle risorse necessarie per alimentare le nostre economie – cioè un aumento di entropia – che a un certo punto potrebbe anche tradursi in un declino dei tassi di estrazione.

Crisi delle risorse

Pubblicato “Extracted”

Ugo Bardi, 29-04-2014

“Il mio nuovo libro, “Extracted” ora è in vendita. E' una versione aggiornata in inglese dell'originale in tedesco che è stata pubblicata lo scorso anno. Potete averlo direttamente dall'editore, Chelsea Green o dalle fonti solite.

Questo libro è stato un grande lavoro, ma devo dire che sono molto contento del risultato finale e vorrei ringraziare i miei coautori, che hanno fornito le competenze specialistiche per gli “scorci” sui beni minerali specifici, lo staff di Chelsea Green per il loro aiuto altamente professionale e lo staff del Club di Roma per aver reso possibile l'impresa.

Le prime reazioni al libro sembrano molto favorevoli, il che è, credo, un po' preoccupante. Per fortuna, c'è stata almeno una recensione negativa su Amazon.com da parte di qualcuno che si definisce un creazionista. Dice che si sente “insultato” dal libro, ciononostante da una valutazione di tre stelle su cinque!”

Ma a breve termine le preoccupazioni sono più rivolte alla geo-politica delle materie prime. Mosca ha appena dato un ultimatum all'Ucraina riguardo ai suoi debiti per il gas, minacciando di tagliare le forniture dopo il 7 maggio. Qualche giorno dopo il FMI ha approvato un pacchetto di aiuto per i paesi in difficoltà, provando che il controllo è accompagnato da un conto.

The Telegraph

Ucraina: la Gazprom russa da un ultimatum per il 7 maggio sulle forniture di gas

Emily Gosden, 25-04-2014

Il gigante energetico controllato dallo stato russo Gazprom ha drasticamente aumentato la pressione sull'Ucraina, dando un ultimatum per il 7 maggio per saldare il debito non pagato di 3,5 miliardi di dollari o cominciare a pagare in anticipo il gas. Alexander Medvedev, vice amministratore delegato, ha avvertito che l'Europa deve aiutare l'Ucraina a pagare il conto – ed ulteriori 5 miliardi di dollari necessari per riempire gli impianti di immagazzinamento quest'estate – o affrontare “gravi problemi” con la fornitura di gas il prossimo inverno. Il 7 maggio, l'Ucraina dovrebbe pagare circa 3,5 miliardi di dollari per il gas che ha usato nei mesi scorsi, ha detto il signor Medvedev. Se non venissero pagati, la Gazprom smetterebbe di fornire gas all'Ucraina per l'uso domestico da giugno, a meno che non venga pagato in anticipo. 

Ecco una delle ragioni per cui la Russia non può lasciare semplicemente che l'Ucraina passi nella sfera di influenza degli Stati Uniti. E perché estendere la NATO così lontano sia un'idea così terribile.

Il Contra Corner di David Stockman

Perché il partito della guerra sta giocando col fuoco: gran parte del complesso industriale-militare di Putin si trova nell'Ucraina orientale!

Pater Tenebrarum, 30-04-2014

Tuttavia, risulta che ci sia qualcos'altro che rende l'est dell'Ucraina particolarmente importante – per la Russia. Quando l'Ucraina si è separata dall'Unione Sovietica, si è portata via con sé il 30% dell'industria del paese – in particolare un bel pezzo della sua industria della difesa. Come evidenziato in un articolo del Financial Times di Jan Cienski, il complesso militare-industriale della Russia rimane fortemente dipendente dai ricambi prodotti nelle fabbriche ucraine – e non a caso le loro consegne di recente sono state fermate. Questo getta una nuova luce sul passo indietro rispetto ai precedenti sconti sul gas e sulla decisione di minacciare uno stop delle consegne a meno che il governo ucraino non paghi il suo debito con la Gazprom. Occhio per occhio. Tuttavia, ci sono implicazioni aggiuntive. [...]

L'articolo evidenzia ulteriormente che 'invadere l'Ucraina per prendere possesso di questi impianti sarebbe un modo in stile 19° secolo di guardare ad una relazione da 21° secolo', una valutazione con la quale si dovrebbe essere d'accordo. In assenza delle attuali tensioni, le fabbriche ucraine venderebbero ancora questi ricambi, dopo tutto – è il loro business e non possono mangiarseli. Siccome molti dei ricambi sono altamente specifici, non sarà facile riadattare le fabbriche, in special modo per un paese che è essenzialmente in bancarotta come l'Ucraina. La Russia del presidente Putin invaderebbe l'Ucraina per questo? Ne dubitiamo veramente. Tuttavia, la Russia non è un paese monolitico governato da un dittatore onnipotente. Putin ha un grande vantaggio al momento perché sta godendo di tassi di popolarità incredibili in Russia (a metà marzo, erano al nuovo massimo del 76%). Dodici volte più persone hanno detto che loro “piace e che provano anche ammirazione per lui”, rispetto a quelli che esprimono disapprovazione. Alcuni risultati recenti di questionari dettagliati si trovano qui.

In Iraq hanno avuto luogo delle elezioni-farsa in cui hanno partecipato 270 partiti per 320 seggi in parlamento. I vincitori prenderanno di fatto il potere su Baghdad e una piccola altra parte del paese. Il fronte della guerra continua ad approssimarsi alla capitale, sia da est sia da nord.

New York Times

I militanti costituiscono una minaccia alla vigilia delle elezioni nazionali in Iraq

Tim Arango e Duraid Adnan, 28-04-2014

La realtà, cui il governo sembra impotente a porre rimedio, offre un post scriptum che fa pensare alla guerra americana e a un contesto volatile per le elezioni programmate per mercoledì. Il voto rappresenterà le prime elezioni nazionali dell'Iraq dal ritiro delle forze statunitensi alla fine del 2011 ed è chiaro che si terranno in mezzo a violenze che crescono rapidamente e a un bagno di sangue settario. Lunedì, sei attentatori suicidi hanno colpito sedi elettorali in tutto il paese mentre le forze di sicurezza hanno votato in anticipo, uccidendo almeno 27 persone, dicono i funzionari. La più grande paura, comunque, è che stavolta non si torna indietro, che la divisione settaria della nazione diventerà radicata mentre il governo concentra le sue forze per proteggere il suo seggio di potere a Baghdad. Con una battaglia ad Abu Ghraib, sul margine occidentale di Baghdad e a meno di 20 miglia dal centro della città, di recente il governo ha chiuso la prigione locale. Gli insorti hanno guadagnato forza nella provincia di Salahuddin Province, a nord di Baghdad, e in quella di Diyala Province, a nordest della capitale. “Tutte le frecce sono puntate su Baghdad ora”, ha detto Jessica D. Lewis, direttore di ricerca all'Istituto per lo Studio della Guerra, che ha seguito da vicino il combattimento ad Anbar.

In siti Web come PeakOilBarrel.com la precisione delle cifre pubblicate dalla EIA sulla produzione del gas negli Stati Uniti sono state messe in discussione in un modo o nell'altro per un po' di tempo. Questa settimana mi sono imbattuto nell'articolo sotto, che espone quello che appare essere una manipolazione deliberata dei dati.

Post Carbon Institute 

La EIA sta gravemente esagerando la produzione di gas di scisto nel suo rapporto di produttività delle trivellazioni

David Hughes, 21-04-2014

“La produzione di gas naturale dai margini del campo di Marcellus negli Stati Uniti più vicina ai 15 miliardi di piedi cubici al giorno: dice la EIA”, dichiarava il titolo di Platts che ha attratto la mia attenzione, visto che gli ultimi dati sul gas di scisto del campo di Marcellus di Pennsylvania e Virginia Occidentale indicavano che la produzione era inferiore ai 12 miliardi di piedi cubici al giorno. Questo titolo era basato sull'ultimo numero del nuovo Rapporto di Produttività delle Trivellazioni mensile della EIA pubblicato il 14 aprile. Leggendo ulteriormente, l'articolo ha dichiarato che il campo di scisto di Haynesville “ha raggiunto il picco a circa 10 miliardi di piedi cubici al giorno nel 2011. Questi errori sono gravi esagerazioni della realtà e necessitano di ulteriore investigazione, visto che il Rapporto di Produttività delle Trivellazioni della EIA è molto letto e citato nei media. Per fortuna la EIA pubblica anche dati di produzione indipendente per campo singoli campi di scisto nel suo Aggiornamento Settimanale sul Gas Naturale. Un controllo dei dati di produzione di Marcellus ha rivelato che era ad 11,8 miliardi di piedi cubici al giorno in febbraio e che Haynesville aveva in effetti raggiunto il picco a 7,2 miliardi di piedi cubici al giorno nel novembre 2011. Queste cifre sono corroborate anche da Drillinginfo, un database commerciale che viene utilizzato dalla EIA.

Il punto di vista erroneo che la EIA (e più ampiamente dell'amministrazione Obama) ha cercato di trasmettere  riguardo alle riserve a alla produzione di gas nel loro paese è un chiaro tentativo di adescare gli investitori verso un'industria dubbia. Finora sta funzionando, dei soldi a basso costo sono stati prontamente disponibili per aziende che spendono di gran lunga di più di quanto guadagnano. Finché un giorno non li chiameremo “subprime delle scisto”.

Bloomberg 

La sagra dei trivellatori dello scisto sul debito-spazzatura per restare nel giro

Asjylyn Loder, 30-04-2014

La Rice Energy Inc. (RICE), un produttore di gas naturale con credito a rischio, ha raccolto 900 milioni di dollari in tre giorni questo mese, 150 milioni in più di quelli di cui aveva originariamente bisogno. Non male come prima emissione dopo essere entrata in borsa in gennaio per l'azienda con base a Canonsburg, in Pennsylvania. Specialmente a causa del fatto che ha perso soldi per tre anni consecutivi, ha trivellato meno di 50 pozzi – la maggior parte chiamati come supereroi o monster trucks – è ha detto che spenderà 4,09 dollari per ogni dollaro che guadagnerà nel 2014. La spinta degli Stati Uniti per l'indipendenza energetica è sostenuta da un'ondata di indebitamento a tassi-spazzatura che è stata tanto vitale quanto le innovazioni tecnologiche che hanno permesso la baldoria delle trivellazioni. Mentre il mercato del debito ad alto rendimento è raddoppiato in dimensione dalla fine del 2004, la quantità emessa dalle aziende di esplorazione e produzione è cresciuto di nove volte, secondo Barclays Plc. E' questo che mantiene in vita la rivoluzione dello scisto anche se le aziende spendono soldi più rapidamente di quanto non ne guadagnino. “C'è molto aiuto finanziario ora che viene bevuto dagli investitori”, dice Tim Gramatovich, che aiuta a gestire più di 800 milioni di dollari come responsabile degli investimenti della Peritus Asset Management LLC di Santa Barbara, California. “Le persone perdono la propria disciplina, Smettono di fare i calcoli. Smettono di fare i conti. Stanno semplicemente sognando il sogno e è questo che sta accadendo col boom dello scisto”. 

Un'altra cattiva notizia per il settore del petrolio e del gas negli Stati Uniti è la possibilità crescente di un regolamento ambientale che sta per essere attuato. Prima era una protezione dell'approvvigionamento di acqua potabile, più di recente per i terremoto, ma ora sembra che la minaccia maggiore sia l'esplosione.

OilPrice.com

Questo problema sta per esplodere per Big Oil?

Dave Forest, 28-04-2014

Non è un segreto che la produzione di petrolio è aumentata in molte parti del Nord America di recente. Spesso in aree che hanno infrastrutture limitate in termini di linee di distribuzione – specialmente per il gas naturale. Ciò significa che i produttori devono bruciare tutto il gas prodotto durante la produzione di petrolio. Lo bruciano semplicemente perché non c'è un modo di farlo arrivare sul mercato. Ma questo mese due governi regionali hanno detto che il flaring del gas deve finire. Il più critico è il Nord Dakota, dove il Dipartimento delle Risorse Minerali dello stato sta approntando nuove regole per limitare il flaring.

L'ipotesi della Cina che approfitta dei prezzi dell'oro relativamente bassi per costruire una riserva strategica rilevante del suo metallo monetario è girata per circa un anno. Ora anche i media mainstraem contemplano questa ipotesi. Questa storia è parte di un piano più ampio che ci riporta a “Extracted”, la difficoltà di trovare accesso a risorse di alta qualità sta portando via il potere alle vecchie strutture di potere.

Reuters 

La Cina permette le importazioni di oro via Pechino, dicono alcune fonti, fra voci di acquisto di riserve

20-04-2014

La Cina non rilascia alcun dato di mercato sull'oro. Il solo modo in cui i mercati dell'oro possono avere un'idea degli acquisti cinesi è dalla pubblicazione mensile dei dati sull'esportazione da parte di Hong Kong, che lo scorso anno ha fornito 53 miliardi in controvalore di oro alla terraferma. “Abbiamo già cominciato a spedire materiali direttamente a Pechino”, ha detto una fonte dell'industria, che non ha voluto essere nominata perché non autorizzato a parlare ai media. Le quantità portate dentro finora sono piccole, in quanto le importazioni via Pechino sono state permesse soltanto dal primo quarto di quest'anno, ha detto la fonte. Si pensa che la Banca Popolare Cinese (BPC) lo aggiunga alle sue riserve auree, secondo il Consiglio Mondiale per l'Oro (CMO), in quanto sembra diversificarsi dal Tesoro statunitense. La banca centrale raramente rivela i numeri. La caduta dell'oro del 28% dello scorso anno e il record cinese delle importazioni nel 2013 hanno innescato delle speculazioni secondo le quali la BPC abbia aggiunto quantità significative di oro alle proprie riserve e potrebbe probabilmente fare un annuncio entro quest'anno. 

Un editore del Financial Times che propone la nazionalizzazione delle banche? Sì, la crisi sta forzando il ripensamento delle strutture e dei sistemi tradizionali. Mentre ci si possono attendere conseguenze positive da un tale cambiamento, il nostro non è esattamente un problema di soldi, a prescindere da quanto possano essere delusi i monetaristi.

Financial Times

Togliere alle banche private il loro potere di creare soldi

Martin Wolf, 24-04-2014

L'attività bancaria pertanto non è una normale attività di mercato, perché fornisce due beni pubblici collegati: i soldi e la rete dei pagamenti. Da un lato dei bilanci bancari si trovano i beni a rischio, dall'altra parte si trovano le passività che il pubblico crede siano sicure. E' per questo che le banche centrali agiscono come prestatrici di ultima istanza e i governi forniscono l'assicurazione sui depositi e le iniezioni di capitale. E' anche il motivo per cui l'attività bancaria è fortemente regolata. Eppure i cicli del credito sono ancora enormemente destabilizzanti. Cosa si deve fare? Una risposta minima lascerebbe questa industria in gran parte com'è, a parte irrigidire il regolamento e insistere sul fatto che una percentuale maggiore del bilancio sia finanziata da capitale o da un assorbimento credibile delle perdite. Un capitale più alto è la raccomandazione fatta da Anat Admati di Stanford and Martin Hellwig del Max Planck Institute su “I nuovi abiti dei banchieri”. Una risposta massima sarebbe dare allo stato il monopolio della creazione di soldi. 

Ora un po' di spazio alle energie rinnovabili. Ho seguito particolarmente da vicino lo sviluppo e il dislocamento dei sistemi energetici delle onde Palami in Portogallo qualche anno fa. Sono stati in acqua solo un paio di mesi, per poi svanire nell'oblio in seguito. L'energia delle onde è in effetti una risorsa promettente ma la tecnologia è lontana dall'essere pronta, come dice in dettaglio l'articolo sotto.

Environment360

Perché l'energia delle onde è rimasta tanto indietro come fonte energetica

Dave Levitan, 28-04-2014

Non è difficile immaginare cosa sia l'energia eolica – a questo punto tutti quanti abbiamo visto le turbine imponenti che punteggiano il panorama. La stessa cosa è per l'energia solare e i pannelli che si stanno diffondendo sui tetti di tutto il mondo. Ma c'è un'altra forma di energia rinnovabile, disponibile in enormi quantità, che non riporta nulla alla mente: com'è fatta la tecnologia dell'energia dalle onde? Eolico e solare sono decollati negli ultimi due decenni, in quanto i costi sono scesi rapidamente e le minacce del cambiamento climatico hanno reso chiara la necessità di transitare via dai combustibili fossili. Nel frattempo, numerosi studi hanno concluso che l'energie delle onde – e in misura minore quella delle maree – potrebbe contribuire con quantità massicce al quadro energetico generale. Ma mentre l'industria ha fatto progressi incerti, gli esperti sono d'accordo sul fatto che essa rimane di decenni indietro rispetto ad altre forme di rinnovabili, con grandi quantità di soldi e ricerca necessari perché possa almeno recuperare. 

La maturità è una cosa di cui il FV non manca. Sotto, un esempio notevole di penetrazione di questo mercato che fornisce energia alle comunità povere che probabilmente non possono permettersi di prendere elettricità dalla rete.

Deutsche Wella 

L'energia solare illumina le vite in Kenya

Victoria Averill, 29-04-2014

Daniel Tempes Olonapa, di 52 anni, si trova fuori dalla sua serra arroccata sulla cima di una collina prospiciente gli edifici imponenti della capitale del Kenya, Nairobi. Indica due pannelli neri della dimensione di un foglio di carta sopra il suo tetto. “Li può vedere?” chiede Daniel, indicando concitatamente i pannelli. “Sono piccoli, ma sono molto potenti. Li ho installati io stesso lassù e messo le batterie. Poi quando arriva il sole abbiamo luce, possiamo caricare i nostri cellulari. I miei sei figli [sic, ndt] possono fare i loro compiti di notte”. L'azienda è impegnata nella missione di fornire energia solare economica, pulita e sotenibile alle migliaia di kenioti esclusi dalla rete come Daniel, che fino ad ora hanno solo sognato di essere attaccati alla rete elettrica. M-Kopa ha messo insieme le ultime tecnologie solari con pannelli solari di alta qualità, batterie e luci e le sta vendendo nei chioschi e nei negozi in tutto il Kenya.


I seguaci europei potrebbero voler leggere il commento di metà settimana sul primo dibattito presidenziale. Buon fine settimana.

lunedì 5 maggio 2014

La crescita anti-economica

Da "Uneconomic growth in theory and in fact"  (traduzione d Jacopo Simonetta)

Prolusione di  Herman E. Daly. tenutasi al Trinity College, Dublino, 26/04/1999

     
   Ciò di cui voglio parlarvi oggi è un concetto che ritengo importante, anche se non se ne sente parlare molto.   Si tratta dell’idea della crescita anti-economica.   Sentiamo anche troppo parlare di crescita economica, ma la crescita anti-economica è possibile?   Io ritengo di si.

Questo pomeriggio, il testo per la mia presentazione è preso da John Ruskin: “Ciò che sembra essere ricchezza in verità potrebbe essere soltanto una dorata indicazione verso la sopravveniente rovina”.   Questo è il mio tema e voglio svilupparlo nel modo seguente:  Prima discuterò la crescita anti-economica in teoria.    Ha teoricamente senso?   Si può ricavare dalla teoria economica corrente?   Io ritengo che ciò è molto coerente con la teoria micro-economica, ma che confligge con la teoria macro-economica così come viene correntemente considerata.

In seguito discuterò quello che potrei definire “il problema del paradigma”, anche se utilizzerò un termine economico.    Josef Schumpeter, un grande economista della prima parte di questo secolo (XX° secolo ndt) parlava di una visione pre-analitica.   Ogni volta che ci impegniamo nell'analisi di qualcosa non partiamo dal nulla  – partiamo da una qualche percezione della natura dell’oggetto che andiamo ad analizzare.   Questa visione pre-analitica determina in gran parte quelle che saranno le nostre conclusioni.    Questo non è un atto di analisi, non potete arrivare ad una visione pre-analitica attraverso un’analisi.
Quindi, se vi avrò convinti della possibilità che la crescita anti-economica abbia forse un senso in teoria, esiste la crescita anti-economica nei fatti?   Magari è solo una scatola teorica vuota, senza niente di reale dentro.   Voglio quindi presentare qualche prova che negli Stati Uniti ed in alcuni altri paesi la crescita aggregata ci sta di fatto costando più di quanto rende e, di conseguenza, erode il benessere.
Parlerò degli Stati Uniti e non dell’Irlanda per la semplice ragione che non so niente dell’Irlanda, malgrado i miei antenati vengano da qui.    Così io vi ringrazio per avermi spedito dagli antenati e per condividere i vostri geni con me:   Ma poiché nessuna informazione sull’Irlanda viene trasmessa geneticamente, ho qualcosa da imparare.
In terzo luogo, dal momento che ho ipotizzato che l’ideologia della crescita infinita non deriva veramente dalla teoria economica, perché dobbiamo enfatizzare la crescita economica per nascondere la crescita anti-economica?   Io suggerisco che questo abbia a che fare con fondamentali problemi associati con i nomi di Malthus,  Marx, Keynes e, più di recente, con la Banca Mondiale.
Se ne avrò il tempo, vorrei poi dire anche qualcosa sulla globalizzazione come il maggior ostacolo al riconoscimento dell’esistenza di una crescita anti-economica e particolarmente al fermarla od evitarla.   Infine ci sarà uno spazio per la discussione.

Permettetemi di cominciare con la domanda: può la crescita del PIL (è questo che di solito chiamiamo crescita economica, la crescita del PIL). Può la crescita del PIL diventare di fatto anti-economica?  

Bene, prima di rispondere, penso che sia bene porsi una domanda simile in micro-economia.   Può la crescita di attività micro-economiche (cioè quelle di imprese e famiglie), possono queste attività diventare anti-economiche?   Certo che si.   Lo scopo stesso della micro-economia è trovare il livello ottimale di ogni attività.   Man mano che un’attività cresce, ne crescono i costi marginali che possono incrociare i guadagni marginali che decrescono.   Se si cresce oltre questo punto, diviene anti-economico.   L’essenza della micro-economia è l’ottimizzazione e questo implica fermarsi.   Così la regola dei costi marginali uguali ai benefici marginali, che vi è familiare se avete fatto il primo corso di economia, è efficacemente chiamata in alcuni testi “la regola del quando fermarsi”.    Mi piace questo ter mine: “la regola del quando fermarsi”.
Bene, avete avuto il vostro corso di micro-economia.   Ora viene il corso di macro-economia.  Niente più equiparazione dei costi e dei benefici marginali, niente più regola del quando fermarsi.   Semplicemente aggregate tutto nel PIL che si suppone poter crescere per sempre.    Questa trovo che sia una cosa curiosa.  Alla base della teoria economica, nella micro-economia,  l’idea della crescita anti-economica è fondamentale e  nient’affatto controversa, ma quando si passa alla macro-economia semplicemente si aggrega tutto.   Oops!   Di colpo non c’è più la regola del quando fermarsi e neppure una qualsiasi domanda circa un livello ottimale di attività.   Così, permettetemi di ragionare un po’ sul perché accada questo e, per farlo, consentitemi di tornare all'idea della visione pre-analitica, o paradigma che ho menzionato.

Vorrei prima presentare la visione pre-analitica dell’”Economia Ecologica”.

Questo è condiviso da molti altri economisti anche se ci sono varie discussioni.   Ho chiamato questo la macro-visione della macro-economia.   La cosa importante in questa visione è che l’economia viene considerata un sottosistema di un più grande ecosistema.   E l’ecosistema è delimitato, non cresce ed è chiuso dal punto di vista della materia.   Vi è un flusso in entrata di energia solare nel sistema maggiore ed un flusso in uscita di calore.   Degradandosi, l’energia solare fa girare i cicli bio-geo-chimici che sostengono la vita; è tutta quella roba verde che fa muove ogni cosa.   L’economia è quindi vista come un sotto-sistema aperto.   E’ aperto sia nei confronti della materia che dell’energia.   Preleva materia/energia a bassa entropia dall'ecosistema dove scarica materia/energia ad alta entropia e vive di questo gradiente.   Vive degradando materia ed energia.  

Quindi cominciamo esaurendo e terminiamo inquinando.   Non c’è modo di evitare questo salvo smettere di mangiare ed eliminare i rifiuti.   E’ una parte naturale dell’economia.   E’ il suo apparato digerente e deve stare dov'è.  

La materia può essere riciclata.   Possiamo prendere qualcosa dalla spazzatura ed usarlo di nuovo.   Qualcuno potrebbe pensare: “Bene, allora ricicliamo anche l’energia”, ma i fisici ci dicono che invece non possiamo.   Più esattamente, ci dicono che possiamo, ma che per raccogliere l’energia scartata, riportarla indietro ed usala di nuovo ci vorrà sempre più energia di quanta se ne possa recuperare.   Il costo energetico del riciclo di energia è sempre maggiore della quantità di energia riciclata.   Quindi è una proposta perdente e gli economisti devono capirlo.   Non è questione di quanto costa l’energia, non sarà mai possibile riciclare l’energia perché c’è una costrizione fisica sotto cui dobbiamo vivere: la seconda legge della termodinamica o legge dell’entropia.  Un’altra cosa.   Tutto ciò che si trova all'interno del cerchio che rappresenta l’ecosistema è misurato in unità fisiche.   Ma non possiamo analizzare l’economia in unità fisiche perché, se lo facciamo, raggiungiamo la conclusione che il prodotto fisico finale dei processi economici sono energia e materia di scarto e non ha molto senso avere un’economia il cui prodotto finale sono i rifiuti.   E’ una sorta di macchina idiota, ma questo è il prodotto fisico finale.  

Così, se volete ridare senso all'economia, dovete evitare le dimensioni fisiche e procedere verso qualcosa che imponga valore o benessere, soddisfazione psicologica dei desideri.   Ho messo questo fuori del cerchio e lo ho chiamato “Benessere”  (soddisfazione dei desideri) ed ho indicato due fonti di servizi.   La prima è la linea di sopra , servizi economici, che rappresenta il soddisfacimento di desideri tramite quello che ho chiamato “capitale antropico;” la roba marrone dell’economia, i manufatti.   La linea di sotto rappresenta invece  i servizi ecosistemici (la soddisfazione dei nostri desideri da parte degli ecosistemi, la roba verde).   In quanto economisti, quello che ci preme è massimizzare il benessere totale, cioè massimizzare la somma dei due flussi di benessere.   Non vogliamo massimizzarne uno solo, vogliamo che la somma fra i due sia più grande possibile.

Ora, quello che accade con la crescita economica è che la dimensione fisica dell’economia cresce trasformando quello che era roba verde (capitale naturale) in roba marrone (capitale antropico).   Un albero viene tagliato e trasformato in un tavolo; un albero in meno nella foresta, un tavolo in più in casa vostra e così via.   Ma via via che l’economia cresce, c’è un’occupazione nei confronti del rimanente ecosistema che si traduce in costo dipendente dalla perdita di opportunità (con un albero si possono fare sia tavole che sedie od armadi, mentre un tavolo resta tavolo finché lo si butta via. ndt).

Man mano che si espande il flusso marrone si riduce quello verde.   E magari continueremo finché l’incremento del flusso marrone sarà superiore alla riduzione di quello verde in termini di utilità per noi.   Ma ad un certo punto, molto prima di occupare tutto lo spazio verde trasformandolo in roba marrone, arriveremo ad un optimum: un punto oltre il quale ogni ulteriore crescita diventa anti-economica in quanto riduce i servizi eco sistemici più di quanto non incrementi quelli economici.

A quel punto l‘economia avrà raggiunto la sua dimensione ottimale in rapporto  all'ecosistema.
Notate qui che sto considerando esclusivamente il benessere umano.   Ho scelto di proposito un approccio estremamente antropocentrico.   Solamente gli esseri umani vengono qui presi in considerazione per il benessere.   Se volessimo valutare anche il senziente di godimento della vita da parte delle altre specie come parte del benessere, avremmo una ragione in più per mantenere parte della roba verde che è l’habitat delle altre specie.   Questo riduce ulteriormente le possibilità di espansione dell’uomo, nella misura in cui nell'equazione contiamo la riduzione del godimento della vita da parte delle altre creature senzienti.

Kenneth Boulding una volta presentò un teorema molto profondo: disse che quando qualcosa cresce diviene più grande.   Io chiamo le schema in alto lo scenario “mondo vuoto” e quello in basso “mondo pieno”.   Questo è un poco ingannevole perché il mondo non è mai vuoto.   Prima era vuoto di noi e dei nostri oggetti mentre era pieno di altre cose.   Ora è pieno di noi con la nostra roba e relativamente vuoto di quello che c’era prima; così è leggermente ingannevole, ma voi capite quel che voglio dire.

Le due figure sono fondamentalmente le stesse: entrambe mostrano l’economia come un sotto-sistema di un più grande sistema che è delimitato, progressivo e chiuso dalla materia.   In entrambi i casi l’economia dipende per il suo mantenimento dall'ecosistema che la contiene.   Possiamo essere in disaccordo su quale dei due schemi rappresenti meglio il mondo in cui viviamo.   Io tendo a dire che lo rappresenta meglio il mondo pieno.   Qualcun altro potrebbe dire: “No, il mondo vuoto, abbiamo ancora un sacco di spazio”.   Siamo entrambi nella medesima visione analitica e possiamo argomentare pro e contro, e possiamo mostrarci l’un l’altro delle prove per convincerci.

C’è un altro tipo di dibattito.   Magari non è un dibattito perché comincia con una visione pre-analitica molto diversa.   Dice: “No, questo non è il modo giusto di guardare la realtà.   State osservando il problema sbagliato.   L’economia non è un sotto-sistema di un più grande ecosistema delimitato eccetera; è tutto il contrario.    L’economia è il sistema globale di cui l’ecosistema è un settore ed a causa di questo errore che lo avete disegnato in questo modo”.

Che cos’è l’ecosistema?   Beh sono le cave e le discariche; cose di questo tipo e noi possiamo riciclare questi materiali sempre più in fretta man mano che l’economia cresce.   In questa rappresentazione l’economia cresce nel vuoto.   In questa visione, la crescita non occupa spazi a nient’altro.   Non c’è perdita di opportunità, niente viene sacrificato all'espansione dell’economia così che chi potrebbe essere contro la crescita?   Non provoca scarsità di nessun tipo, non usurpa niente a nessuno, non richiede alcuna rinuncia.   In effetti, la crescita semplicemente allenta le scarsità fra le varie parti interne al sistema economico cosicché solo l’idea che ci possano essere dei problemi con la crescita è un totale nonsenso ed è così che funziona il mondo.

Ora io penso che sia molto difficile argomentare fra questi due paradigmi.   E’ come fra Tolomeo e Copernico.   Si possono presentare delle prove, ma fondamentalmente è questione di come volete guardare la cosa.   Ciò non significa che una visione sia migliore dell’altra, significa che è difficile dirimere la questione.

Nello sforzo di essere più equo possibile, permettetemi di qualificare l’interpretazione che sto dando.   La roba marrone in questa figura… Nell'altra ricordo che faccio una netta separazione fra unità fisiche ed unità di benessere – le unità fisiche sono dentro il cerchio ed il benessere fuori.  La roba marrone è totalmente fisica.   Questo per essere chiari con gli economisti che stanno pensando a questo marrone come al PIL piuttosto che come  a tonnellate o barili eccetera.   Così, pensando ad un valore piuttosto che una dimensione fisica, gli economisti non sono corretti a dire che pensano di poter far crescere all'infinito degli oggetti fisici.   Quello che stanno pensando davvero è che è il valore che può crescere per sempre.  Ma il valore, vorrei dire, anche se non è riducibile a dimensioni fisiche, non è comunque indipendente dalle dimensioni fisiche.   Deve necessariamente avere una dimensione fisica.   Per adesso la dico come un’asserzione.   Qui nel mondo fisico, il valore deve essere in qualche modo incorporato in un corpo fisico.   Si, la conoscenza ha un valore, ma entra in funzione nell'economia quando viene incorporata in energia/materia a bassa entropia e svolge qualche funzione utile.

Bene, questa è a parer mio la differenza di paradigma.   La mia risposta agli economisti che dicono: “Tutto quel che vogliamo è far crescere all'infinito il valore, non l’energia e la materia!”  è dire: “Bello.   In questo caso restringete e rallentate il flusso di materia ed energia, occupatevi di tecnologia e lasciate che il valore supportato da questo flusso prestabilito cresca per sempre ed io vi applaudirò.  Io sarò contento ed anche voi lo sarete”.   Questa sarebbe una soluzione facile per quelli che davvero possono far crescere e crescere per sempre il PIL con un flusso materiale fisso.   Io penso che ci sia spazio per il progresso in questa direzione, ma penso anche che ci siano dei limiti. 

Riguardo alla questione della crescita anti-economica in teoria, cominciamo con una visione pre-analitica.   Facciamo un primo passo nell'analisi di questa visione.   La curva continua rappresenta il benessere o il vantaggio marginale o il beneficio della crescita.   Q sull'asse orizzontale rappresenta il PIL.  Come usciamo dall'asse orizzontale abbiamo una riduzione del margine utile.   I penso che questa sia una legge dell’economia, fondamentale e ben stabilita (legge dei “rendimenti - o ritorni -  decrescenti”, ndt).
La curva tratteggiata qui sotto è il costo della crescita del PIL – in altre parole, i sacrifici sociali ed ambientali resi necessari dal fatto che la crescita occupa spazio all’ecosistema.   Ho chiamato questa “visione jevoniana” in onore a William Stanley Jevons, un grande economista intorno al 1870, che usava questo tipo di diagrammi per altro tipo di problemi, ma la logica è assolutamente la stessa.   In questo diagramma cos’è la crescita anti-economica?   Beh, la crescita economica è fino al punto B sull’asse orizzontale.   In corrispondenza di B il segmento AB è uguale a quello BC:   Il vantaggio marginale è uguale all’aumento dei costi.   Crescere oltre il punto B è anti-economico.   Poiché la distanza fra l’asse orizzontale e la linea tratteggiata è maggiore della distanza fra l’asse e la linea continua, la crescita vi rende più poveri anziché più ricchi.   E così abbiamo la definizione di crescita anti-economica: la crescita oltre il punto “B”.

Ho distinto diversi limiti alla crescita.   Uno è il punto B, il limite economico in cui il vantaggio marginale equivale al costo marginale.   Un altro è il punto E dove l’utilità marginale arriva a zero.   Ho chiamato questo il limite della futilità perché quando siete qui avete così tanti beni da godere che non avete tempo di godervene nemmeno uno.   Conseguentemente, aggiungerne ancora non vi da niente perché già non potete usare tutta la roba che avete.   E’ comunque futile, indipendentemente da quanto poco costa.   Il terzo punto è D dove la curva tratteggiata gira in picchiata verso l’infinito.   Chiamo questo il limite della catastrofe, il limite della catastrofe ecologica.    C’è un grazioso scenario dove voi inventate un qualche meraviglioso nuovo prodotto che ha un imprevedibile effetto collaterale che distrugge la capacità delle piante di fotosintetizzare ed improvvisamente zap!   Beh, la cosa piacevole del limite economico è che è il primo che incontriamo.

Gli altri due limiti non necessariamente devono apparire nell'ordine in cui li ho mostrati.   Il limite catastrofico potrebbe arrivare prima del limite della futilità.    Comunque, i penso che il limite economico arrivi prima, anche se nello scenario peggiore potrebbe coincidere con quello catastrofico.
Mi pare che sarebbe molto carino se nella nostra contabilità nazionale avessimo due serie di dati invece di una.   Se ho un set di dati che misurano i benefici (la linea continua) ed un’altra che misura i costi (la linea tratteggiata) e potessimo sommarli in modo da accorpare costi e benefici, potremmo confrontarli nello sforzo di cercare un livello ottimale di attività piuttosto che semplicemente presumere che l’attività economica debba crescere per sempre.

OK, penso che questo sia tutto quello che vi dirò sulla teoria.   Per quanto riguarda la realtà, ci sono degli indizi che qualche paese sia forse oltre il punto B, in una zona di crescita anti-economica?   Vi offro due elementi di prova.
Uno.   Ci sono due importanti economisti americani, William Nordhaus and James Tobin.  Tobin ha vinto il premio Nobel per un altro lavoro.   Circa trenta anni fa si posero la domanda: “La crescita è obsoleta?”   Penso che con obsoleto intendessero anti-economico.   Per rispondere a questa domanda dissero: “Tutti noi sappiamo che il PIL non è mai stato una misura di benessere.   E’ una misura di attività.   Giusto, quindi cerchiamo di testarla.   Costruiamo un indice che misuri il benessere o quello che pensiamo sia una misura del benessere e quindi correliamolo con il PIL “   Chiamarono il loro indice “Benessere Economico Misurato”, MEW, e scoprirono che, certo, c’era una correlazione.  

Nell'insieme del periodo 1929-1965 per ogni incremento di 6 unità di PIL c’era in media un aumento di 4 unità di MEW.   Non uno ad uno, ma 6 a 4.   Non male.   Un sospiro di sollievo.   La conclusione che raggiunsero fu che, anche se il PIL non era mai stato inteso come misura di benessere, comunque era sufficientemente ben correlato con il benessere da poter continuare ad essere usato considerando che sia una ragionevole misura del benessere. 

Bene, circa 20 anni dopo John Cobb, Clifford Cobb ed io decidemmo di dare un’altra occhiata a questa faccenda.   Stavamo sviluppando il nostro indice di benessere economico sostenibile e pensammo che il lavoro di Tobin e Nordhaus fosse la migliore base che potessimo trovare.   Spezzammo la loro serie temporale in due segmenti e scoprimmo che nel secondo periodo, i 18 anni fra il 1947 ed il 1965, la correlazione non era 6:4, bensì l’incremento di 6 unità di PIL davano un incremento di una sola unità del loro indice di benessere economico.   Così, come minimo, sembrava che l’aumento del PIL diventasse un modo sempre meno efficiente di incrementare il benessere sulla base dei loro stessi dati, delle loro stesse definizioni eccetera.   Avremmo voluto estendere il loro lavoro e vedere cosa succedeva dopo il 1965, ma non potemmo perché la serie statistica era cambiata.

Il loro indice non ci piace comunque perché non prevede nessuna correzione per i cambiamenti nella distribuzione dei redditi, per il depauperamento del capitale naturale ecc.   Così sviluppammo un altro indice che chiamammo “Indice di Benessere Economico Sostenibile” (ISEW).   E facemmo la stessa cosa che avevano fatto Nordhaus e Tobin.   Correlammo il nostro indice con il PIL e c’era una correlazione positiva all'incirca fino alla seconda metà degli anni settanta, quindi il nostro indice stagnava mentre il PIL continuava a crescere.   Addirittura il nostro indice declinava lievemente, mentre il PIL cresceva.

Non facemmo grandi cambiamenti rispetto al MEW.   Giusto applicammo una sottrazione per il depauperamento  del capitale naturale ed introducemmo una correzione relativa alla ripartizione dei redditi perché pensammo che fosse contrario alla teoria economica valutare un dollaro in più di reddito per una persona molto ricca alla stessa stregua di un dollaro in più per un povero.   Non applicammo nessuna deduzione per la riduzione del vantaggio marginale del reddito complessivo delle nazioni che diventano più ricche.   Neppure deducemmo qualcosa per il consumo di beni pericolosi come tabacco, alcol, eccetera.   Quindi giocammo in modo molto conservatore e, ciò nondimeno, trovammo che il benessere misurato da questo numero negli USA diminuiva, mentre il PIL cresceva.

Ora, sappiamo che misurare il benessere è un affare molto difficile ed insidioso.   Non voglio dire che la nostra misura è una grande misura del benessere, ma dimostra il fatto che quando progettarono il PIL non tentarono nemmeno di misurare  il benessere.   Noi ci abbiamo provato e probabilmente abbiamo trovato una misura un poco migliore del PIL.   E la correlazione fra i due è molto scarsa.

Ok, questo è solo un assaggino di crescita anti-economica.   Io penso che la crescita degli Stati Uniti, la crescita aggregata, sia anti-economica perché i costi aumentano più rapidamente di quanto facciano i benefici.   Con questo voglio dire che non c’è modo di migliorare il benessere degli Stati Uniti?   No, certamente no.    Ci sono un sacco di cose che devono crescere ed altre che devono declinare.   Il problema è l’aggregazione del PIL.   Se volete parlare delle cose che devono crescere dovete lasciar perdere gli aggregati ed occuparvi delle parti.   Dovete allontanarvi dalla macroeconomia, occuparvi di microeconomia ed identificare quegli elementi per i quali i benefici marginali sono ancora maggiori dei costi marginali.   Questo vi allontanerà dalla grossolana politica di stimolare genericamente la crescita economica aggregata che rappresenta il problema maggiore.


Ora permettetemi di occuparmi di qualche ragione di storia politica per controllare la crescita.   Ho detto che la spinta per la crescita in effetti non deriva dalla teoria economica standard che dice che esiste qualcosa come un optimum dove vi dovete fermare.   In macroeconomia invece non lo facciamo, andiamo avanti a crescere.   Da dove viene questo mandato?   Voglio suggerire diverse origini.    Penso che scaturisca dai problemi politici pratici di cui si occupano gli economisti.   Per esempio, il problema pratico della sovrappopolazione associato con il nome di Malthus.   La cura standard per la sovrappopolazione nel modo di oggi è la transizione demografica.   Se semplicemente andiamo avanti con la crescita economica, arriveremo ad un punto oltre il quale le persone cominceranno ad essere sempre più ricche e cominceranno ad avere automobili e frigoriferi invece di bambini.   L’economia cresce, la popolazione tende a diminuire e la transizione demografica avviene automaticamente.   Quindi se siete preoccupati per la popolazione, si è legittimo esserlo, ma non vi preoccupate, semplicemente dedicate ogni vostro sforzo alla crescita economica ed il problema demografico si risolverà da solo.

Ora consideriamo un altro grosso problema, l’iniqua distribuzione dei redditi fra classi sociali, largamente associata con il nome di Karl Marx fra i molti altri.   Quale è la soluzione?   Ridistribuire?

Oh no, questo causerebbe dei problemi.   Cresceremo in modo che l’iniqua distribuzione fra classi divenga perlomeno tollerabile.   Voglio dire che anche se il ricco arricchisce più rapidamente del povero, il povero non può protestare perché anche lui si sta arricchendo.   Quindi il modo per far stare tutti meglio è la crescita aggregata.   “La marea montante alza tutte le barche” si dice, ma naturalmente non è vero dal momento che una marea che sale in una parte del mondo significa una marea calante altrove, ma forse per una parte del mondo può essere vero.

Che dire della disoccupazione involontaria, il grande problema riconosciuto da John Maynard Keynes e, naturalmente, molti altri.   La cura è stimolare la crescita aggregata..   E come stimolare la crescita aggregata?   Beh, ci sono molti modi, ma il principale è l’investimento.   Devi stimolare gli investimenti e la crescita e questo curerà la disoccupazione.

Dobbiamo crescere oltre il livello ottimale per perseguire il pieno impiego?  Pare che questa sia un’importante domanda che non viene posta.  

Continuando in quest’epoca l’onorata tradizione di Malthus, Marx, e Keynes, durante il 1992 apparve il Rapporto della Banca Mondiale sullo Sviluppo Economico che quell'anno era dedicato allo sviluppo ed all'ambiente.  “Si”, diceva, “c’è un problema di degrado ambientale, ma hey, guarda!   Basta mantenere la crescita.   Crescendo abbastanza, magari diventiamo abbastanza ricchi da pagare i costi di ripulire e migliorare l’ambiente.”   Così, nella onorata tradizione, hanno trovato qualcosa che hanno battezzato “Curva ambientale di Kuznets” da Simon Kuznets che fu un grande statistico ed economista.   L’idea è una curva a forma di U rovesciata.   Man mano che la crescita economica prosegue lungo l’asse orizzontale, nel caso di Kuznets, la disuguaglianza cresce fino ad un massimo e poi diminuisce fino ad un qualche punto.   Bene, hanno adattato questo dicendo che l’asse orizzontale mostra la crescita del PIL.   Poi hanno preso un certo numero di misure di cose diverse, accuratamente scelte e, sicuramente, hanno trovato che alcuni tipi di inquinamento crescevano con il PIL fino ad un massimo per poi declinare.   Hurrà!   La cura per un problema ambientale è semplicemente persistere nella crescita anti-economica.    Una volta superato il picco la curva ridiscende e si entra in un campo di soluzioni sempre vincenti, tutto va contemporaneamente meglio eccetera.

Allora, quale è il punto dove voglio arrivare?   Il punto è che tutti questi problemi hanno la stessa soluzione: più crescita economica presupponendo che la crescita sia effettivamente economica in ogni caso, che questa crescita ci stia davvero rendendo più ricchi anziché più poveri.   Ma se entriamo in un’era di crescita anti-economica, la crescita ci renderà più poveri.   Questo non sosterrà la transizione demografica per curare la sovrappopolazione, non aiuterà a riparare l’ingiusta distribuzione e neppure a ripulire l’ambiente.

Quindi abbiamo bisogno di soluzioni più radicali ai problemi di Malthus, Marx e Keynes .   Controllo della popolazione per contrastare la sovrappopolazione.   Ridistribuzione per contrastare le ineguaglianze eccessive.   Per la disoccupazione non sono sicuro di conoscere la risposta: forse il settore pubblico come datore di lavoro di ultima istanza, una riforma ecologica della tassazione, alzare il prezzo delle risorse, condivisione del lavoro, soluzioni diverse.

Questa per me è una conclusione su cui riflettere.   Mi pare che la ragione per cui abbiamo enfatizzato politicamente la crescita, ponendola al primo posto, è che senza essere radicale dovrebbe risolvere tutti questi devastanti problemi: sovrappopolazione, disoccupazione, iniqua distribuzione, ecc.   Offre una soluzione sempre vantaggiosa a tutti questi problemi che ci schiacciano le ossa.   Togliete la crescita e dovrete trovare delle soluzioni davvero radicali, cosicché i politici non vogliono farlo ed il pubblico non è pronto per sopportarlo.   Ma se la crescita attuale è davvero anti-economica, allora dobbiamo fronteggiare soluzioni di tipo veramente radicale ai problemi fondamentali.   Niente di più tentante di pensare: “Beh, di sicuro la crescita deve essere economica.”   E tirare avanti.
In chiusura, lasciatemi puntualizzare che ritengo che il tipo di politiche radicali cui ho fatto cenno senza definirle veramente (politiche per contrastare la sovrappopolazione, l’ingiusta distribuzione ed il degrado ambientale) devono essere portate avanti dagli stati nazionali a livello nazionale.   Questo è l’ambito comunitario nel mondo di oggi; questo è l’ambito in cui le autorità attuano la politica.   So che le cose stanno cambiando, che si stanno spostando, ma è quello che esiste adesso e se avremo globalizzazione temo che questo ridurrà la capacità delle nazioni e delle comunità di sviluppare il tipo di politiche molto radicali di cui abbiamo bisogno per fronteggiare queste difficoltà.

Concludendo, giusto per chiarezza, vorrei distinguere l’internazionalizzazione dalla globalizzazione.   Per me l’internazionalizzazione si riferisce alla crescente importanza del mercato internazionale, dei trattati, delle alleanze eccetera.   Internazionale, naturalmente , significa fra nazioni.   L’unità di base rimane la nazione, anche se le relazioni fra nazioni diventano sempre più importanti, cruciali e necessarie.   Questa è l’internazionalizzazione. 

Globalizzazione si riferisce invece all’integrazione economica di molte economie precedentemente separate.   La globalizzazione, perlopiù tramite il libero commercio e la libera mobilità dei capitali, ma anche in misura minore favorendo le migrazioni, è un’effettiva erosione delle frontiere economiche nazionali.    Quello che prima era internazionale adesso diventa inter-regionale, quello che era governato dal vantaggio relativo e dal reciproco guadagno adesso diviene governato dal vantaggio assoluto senza alcuna garanzia di reciproco guadagno.   Ciò che era molti diventa uno.   La stessa parola integrazione deriva da “integer”, sicuro, ed integer significa uno, completo ed unico.   L’integrazione è l’atto di amalgamare in un tutto unico. E Siccome c’è un solo tutto unico, una sola unità di riferimento in cui le parti sono integrate, ne consegue logicamente che l’integrazione economica globale implica la disintegrazione delle economie nazionali.    

Con disintegrazione non intendo che scompaiono le unità produttive, solo che sono estratte dal contesto nazionale e riarrangiate su base internazionale.   Come dice il proverbio: “Per fare una frittata bisogna rompere le uova”.   Per integrare la frittata globale bisogna rompere un po’ di uova nazionali.   Mentre suona simpatico parlare di “comunità mondiale”, dobbiamo confrontarci con i costi a livello nazionale dove le istituzioni e le comunità esistono veramente.   Disintegrare le comunità dove esistono, al livello nazionale, nel nome di un ideale e speranzosa nozione di comunità attenuata dove questa ancora non esiste, a me sembra molto problematico (l’autore è statunitense e ritengo che per livello nazionale si riferisca quindi ad un livello federale analogo a quello degli USA, non a quello dei suoi singoli stati della federazione ndt.).   

Globalizzando, togliamo agli stati la capacità di imporre ed attuare le politiche necessarie per internalizzare i costi esterni, controllare la popolazione, fare le cose necessarie.   Entriamo in un regime di competizione al ribasso in cui le compagnie transnazionali possono giocare un governo contro un altro allo scopo di ottenere la minore intenalizzazione possibile dei costi sociali ed ambientali delle loro produzioni.   In questo processo, secondo me, i principali sconfitti saranno le classi lavoratrici dei paesi che, per qualsiasi ragione, avevano fatto in modo di mantenere alti salari, bassa crescita demografica, alti standard di internalizzazione dei costi ambientali.   Tutti questi standard saranno schiacciati a livello della media mondiale che sarà relativamente bassa.   Perciò io vedo la globalizzazione come l’ostacolo maggiore all'attuazione del tipo di politiche radicali che sono necessarie per evitare la spirale decrescente della crescita anti-economica.

In effetti, a me sembra che la globalizzazione sia solo un modo per ridimensionare la capacità delle nazioni di contrastare i propri problemi di sovrappopolazione, iniqua distribuzione, disoccupazione e costi esterni.   Tende a convertire molti problemi difficili, ma relativamente trattabili, in un grande ed intrattabile problema globale.   Per questa ragione penso che dovremmo essere molto accorti a celebrare e promuovere la globalizzazione ed invece tornare al modello dell’internazionalizzazione.  

Questo non significa rinunciare ad una comunità economica globale, una comunità mondiale: è un differente modello di comunità.   Significa che il mondo può essere una comunità di comunità, di nazioni federate in una comunità, piuttosto che membri diretti di una comunità in cui non c’è intermediazione da parte delle nazione che fondamentalmente spariscono.   
Bene, dopo questa provocazione io penso che forse sia meglio fermarmi.