mercoledì 4 febbraio 2015

Il collasso dell'industria del petrolio di scisto statunitense

Da “RENew Economy”. Traduzione di MR (h/t Antonio Turiel)

Di Giles Parkinson

Da quando il collasso dei prezzi del petrolio è iniziato a metà dello scorso anno, tutti gli occhi sono stati puntati a come avrebbe risposto l'industria petrolifera. Di già, circa 200 miliardi in progetti sono stati o tagliati drasticamente o differiti, in gran parte perché non possono competere coi costi.

L'industria statunitense del petrolio di scisto è a sua volta sofferente. Questo grafico sotto dell'analista dell'industria Baker Hughes mostra il crollo drammatico del numero di piattaforme in funzione nell'industria dello scisto.



In soli tre mesi, il numero di piattaforme è crollato del 24%, o 389 dal massimo storico di 1609 registrato la settimana del 10 ottobre dello scorso anno. Come osserva Mark Lewis, della società di indagine con sede a Parigi Kepler Chevreux: “In tutti i dati storici di Baker Hughes che risalgono fino al luglio del 1987, non ci sono precedenti in quanto a un crollo di questa velocità e gravità”.
Dunque, cosa significa questo?

Lewis osserva che il numero di piattaforma statunitensi è un indicatore importante dell'offerta statunitense (più piattaforme ci sono, più offerta ci sarà). Per questa ragione, probabilmente al momento è il singolo indicatore più considerato nei mercati mondiali del petrolio, in quanto offre la migliore guida a quello che succederà all'offerta di petrolio di scisto statunitense nei prossimi mesi.

Ciò è importante perché è l'industria statunitense dello scisto che è stata il motore fondamentale dell'offerta globale di greggio negli ultimi 5 anni e senza l'enorme aumento del petrolio di scisto dal 2009, la produzione globale di petrolio greggio sarebbe del 2014 in realtà stata inferiore rispetto a quella del 2005. Questa è la stessa offerta che i sauditi e gli altri membri dell'OPEC hanno preso di mira.

Ciò che suggerisce il crollo improvviso del numero di piattaforme, dice Lewis, è che il mercato sta cominciando a rivalutare il modello del petrolio di scisto, deriso da alcuni come una specie di schema Ponzi a causa della sua dipendenza dal riciclaggio di capitale e da nuove trivellazioni per sostituire i pozzi che si esauriscono entro un anno o due.

Il significato di questo è che le previsioni della bolla dello scisto ora potrebbero avverarsi. Come ha scritto nella sua analisi “Drill, Baby, Drill” David Hughes del Post Carbon Institute, ci sono sempre stati dubbi su quanto sarebbe stata sostenibile la rivoluzione dello scisto.

“Primo, i pozzi di gas e petrolio di scisto hanno dimostrato di esaurirsi rapidamente, i giacimenti migliori sono già stati sfruttati e non si ipotizza nessuna scoperta di grandi giacimenti”, ha scritto nel 2013.

“Così, con una produttività media per pozzo in declino e sempre più pozzi (e giacimenti) necessari semplicemente a mantenere la produzione, un “tapis roulant di esplorazioni” limita il potenziale a lungo termine delle risorse di scisto”.

Hughes ha osservato questo dalla fine del 2011, i giacimenti migliori erano già in declino. Dal 2012, il tasso di declino molto alto dei pozzi di gas di scisto richiede 42 miliardi di dollari statunitense all'anno per trivellare più di 7.000 pozzi – solo per mantenere la produzione.

Il collasso del prezzo del petrolio sembra aver portato una fine prematura ma del tutto logica al boom.
Come ha osservato Hughes allora: “Bene che vada, il gas di scisto, il tight oil ed altre risorse non convenzionali forniscono una tregua temporanea dal dover affrontare i problemi reali: i combustibili fossili sono finiti (limitati, ndr) e la produzione di nuove risorse fossili tende ad essere sempre più costosa e ambientalmente dannosa.

“I combustibili fossili sono il fondamento della economia moderna globale, ma la continua dipendenza da essi crea rischi maggiori per la società che trascendono le nostre sfide economiche, ambientali e geopolitiche. Le migliori risposte a questo a questo enigma comporteranno un ripensamento della nostra attuale traiettoria energetica”.

martedì 3 febbraio 2015

Ron Patterson: il picco del petrolio è arrivato

DaPeak Oil Barrell”. Traduzione di MR (rev. Luca Pardi)

Di Ron Patterson

In questa vita non c'è niente di certo. Pertanto non sto dichiarando che siamo al picco del petrolio in modo assoluto, ma solo che si tratta di una quasi certezza. Sto mettendo la mia reputazione in gioco facendo l'affermazione che il periodo settembre 2014 – agosto 2015 sarà l'anno del picco del petrolio. Sotto trovate le ragioni di quest'affermazione.

Per prima cosa, il picco del petrolio non è una teoria. L'affermazione secondo la quale il picco del petrolio è una teoria è del tutto assurda. Gli idrocarburi fossili sono stati creati dai corpi di alghe sepolte milioni di anni fa e sono presenti in quantità limitata. E finché continuiamo ad estrarli a milioni di barili al giorno, è solo buon senso affermare che un giorno raggiungeremo il punto in cui la loro estrazione comincerà a declinare. Di fatto molti paesi in cui viene estratto il petrolio sono già in declino. Quindi, ovviamente, se i singoli paesi possono sperimentare il picco del petrolio, allora il mondo nel suo complesso può a sua volta sperimentarlo.

Tutti i grafici sotto sono in migliaia di barili al giorno di Greggio + Condensato con gli ultimi dati aggiornati a settembre 2014.


Per prima cosa voglio affrontare la porzione del mondo che ha raggiunto il picco del petrolio circa quattro anni fa, nel gennaio 2011. Cioè ovunque tranne Stati Uniti e Canada. Non sto dicendo che ogni altro paese al di fuori di Stati Uniti e Canada abbiano raggiunto il picco del petrolio, ma che nel complesso lo hanno raggiunto. Il mondo al di fuori di Stati Uniti e Canada è rimasto ormai per diversi anni su un plateau accidentato ed ora, anche con l'aumento di settembre 2014, è ancora di 1.670.000 barili al di sotto del picco di gennaio 2011. Tuttavia solo pochi paesi sono responsabili di questo plateau. Il plateau accidentato è in realtà iniziato nel 2005 col picco in luglio. Da allora, al di fuori di Stati Uniti e Canada, ci sono stati 15 paesi con aumenti di produzione e 21 paesi con declini di produzione. Ecco una panoramica dei 15 vincitori al di fuori di Stati Uniti e Canada.



Affrontiamo i vincitori uno alla volta:

Iraq: La EIA ha dati solo fino a settembre , ma l'Iraq ha in realtà aumentato la produzione di circa 300.000 barili al giorno fino a dicembre, ma si dice che sia leggermente in diminuzione a gennaio. Ciò mette l'Iraq in attivo di circa 1,5 milioni di barili al giorno da quando hanno cominciato il loro programma di trivellazione a riempimento (si tratta di una tecnica di recupero avanzato) nel 2009. L'Iraq ha ancora un po' di potenziale di crescita, ma il suo rischio di diminuzione ora è anche maggiore.

Russia: La Russia ha raggiunto il picco, anche secondo gli analisti russi. Declinerà solo leggermente nel 2015 ma il suo declino accelererà in seguito.

Brasile: Il Brasile ha un po' di potenziale di crescita e molto potenziale di declino. Le finanze di Petrobras sono un gran casino. Moody's l'ha declassata a Baa3, appena sopra lo stato di 'spazzatura' e presto ci si attende un ulteriore declassamento. Aumentare molto di più la loro produzione 'pre-salt' richiederà molti più prestiti in denaro. Cosa che non è molto probabile.

Qatar: La EIA dice che la produzione C+C è aumentata di 598.000 barili al giorno fra il luglio 2005 a il settembre 2014. Il Rapporto Mensile sul Mercato del Petrolio dell'OPEC dice che la loro produzione di greggio è declinata di 78.000 barili al giorno durante quel lasso di tempo. Il grafico sopra è stato fatto coi dati EIA che conteggiano il condensato come petrolio. Il rapporto dell'OPEC solo il greggio. Nel grafico sotto i dati EIA sono fino a settembre, quelli dell'OPEC fino a dicembre 2014.



La EIA dice che il Qatar ha aumentato la produzione di condensato dai sui enormi giacimenti di gas. La produzione di petrolio greggio del Qatar è in declino dal 2008. Il greggio del Qatar continuerà a declinare ed è probabile che anche il loro condensato raggiunga il picco.

Angola: L'Angola ha raggiunto il picco nel 2009 e 2010 ed ora è in declino. Tuttavia, parte del declino è causato da problemi politici. E' probabile che quei problemi peggiorino.

Colombia: La produzione della Colombia è raddoppiata negli ultimi 8 anni ma ha raggiunto il suo picco nel 2013 e si è mantenuta quasi piatta negli ultimi due anni. La Colombia ha raggiunto il picco e declinerà, anche se il declino sarà probabilmente molto lento. Ho incluso la Colombia nel grafico sotto che mostra quattro paesi che hanno di recente raggiunto il picco.

Kazakistan: Il Kazakistan è al picco dei suoi giacimenti attualmente in produzione. E probabile che la produzione diminuirà finché non entra in produzione Kashagan, circa nel 2017. Questo giacimento che un tempo prometteva di produrre oltre un milione di barili al giorno ora si pensa che produrrà a malapena 300.000 barili al giorno... se entrerà mai in produzione. Ma non ci si attende niente di spettacolare dal Kazakistan, specialmente in considerazione del fatto che ci si aspetta che i suoi vecchi giacimenti comincino a declinare presto.

Cina: La Cina ha raggiunto il picco nel 2010 e si è mantenuta stabile da allora. Mi aspetto che la Cina cominci a declinare presto.

Azerbaijan: L'Azerbaijan ha raggiunto il picco nel 2010 e da allora è stato in declino costante.

Emirati Arabi Uniti, Oman e Kuwait: Tutti e tre questi paesi del Medio oriente hanno implementato massicci programmi di trivellazione a riempimento nell'ultimo decennio, più o meno. Ma tutti e tre ora hanno raggiunto il picco. Queste tre nazioni, insieme alla Colombia, mostrano un bell'aumento di produzione poi un picco di arrotondamento al vertice.



Questi quattro paesi sono responsabili di 1,5 milioni di barili al giorno dell'aumento dal 2005. Tutti e quattro ora hanno raggiunto il picco, o perlomeno vi si trovano molto vicini.

Arabia Saudita: L'Arabia Saudita ha portato il suo ultimo giacimento non sfruttato in produzione, Manifa. Ora non ne hanno più. I sauditi stanno producendo a pieno regime. Potrebbero, con grande sforzo, produrre qualche barile in più al giorno, ma fondamentalmente sono al picco proprio in questo momento.

E guardate i 21 perdenti.


Ho cambiato i numeri negativi in numeri assoluti per renderne più facile la lettura. Ma fondamentalmente, queste sono le nazioni che hanno raggiunto il picco e sono in declino. Un paio, Iran e Libia, a causa di problemi politici, hanno declinato molto di più di quanto avrebbero fatto senza quei conflitti. Tuttavia è improbabile per entrambi che recuperino presto. Siria e Sudan, compreso il sud del Sudan, e Yemen sono altri paesi che non recupereranno in questo decennio, o molto dopo che saremo nella fase di discesa del picco del petrolio.

Ciò porta a Stati Uniti e Canada.


Stati Uniti e Canada sono responsabili di circa il 120% dell'aumento della produzione mondiale dal 2005, anche se hanno iniziato la loro grande ascesa solo nel 2009. L'aumento di oltre 400.000 b/g del Canada a settembre è responsabile dell'ultimi picco di crescita. Ma questa cosa può andare avanti?
In una parola...no. L'aumento è stato quasi tutto in LTO (Light Tight Oil) e sabbie bituminose. Ed ora il calo dei prezzi li sta uccidendo entrambi. Se i prezzi rimangono bassi sia Canada che Stati Uniti cominceranno a declinare nella seconda metà di quest'anno. Ma anche se i prezzi tornassero entro una forbice di 70-80 dollari (è improbabile che crescano più di così), la loro produzione non crescerà comunque abbastanza velocemente da compensare il declino del resto del mondo.

Ma che ne è di quelle enormi riserve ancora sottoterra? Molti dicono che non abbiamo ancora prodotto le Ultime Riserve Recuperabili (URR) e finché non siamo almeno a metà strada, non possiamo trovarci al picco del petrolio. Be', ci sono alcuni problemi molto seri in questa logica. Primo, cosa si intende con la parola “recuperabile”? E a quale prezzo? Guardiamo un grafico molto importante.

I punti dei dati sul grafico sotto rappresentano la media da gennaio a novembre.


Qui c'è un grafico dei prezzi storici del petrolio greggio. Il prezzo medio, la linea blu, è il prezzo medio del petrolio di quell'anno. La linea arancione è il prezzo medio dal 1946 ad ogni punto della linea. Per esempio il prezzo medio del petrolio dei 34 anni dal 1947 al 1973 è stato di 23,68 dollari. E questo in dollari di oggi. Dal 1946 al 1973 le società petrolifere ricevevano una media di 23,68 dollari al barile per il loro petrolio e facevano montagne di soldi con quel prezzo. Oggi, il prezzo è più del doppio di quello e molte di loro stanno perdendo montagne di soldi.

Torniamo quindi alle riserve. Le riserve prodotte nel 1973 e negli anni precedenti erano molto redditizie a meno di 24 dollari al barile. Poi si è scatenato l'inferno in Medio oriente e i prezzi sono schizzati alle stelle. Quindi nella successiva dozzina di anni le società petrolifere hanno fatto profitti eccezionali. Ma nel 1986 i prezzi sono tornati alla norma. Fra il 1986 e il 2002 o prezzi del petrolio hanno avuto una media di 30,42 dollari al barile. (Non mostrati nel grafico). Anche a quel prezzo, le società petrolifere facevano ancora enormi profitti. Ma oggi stanno perdendo soldi a 50 dollari al barile.

Il problema sono quelle “riserve”. Le riserve di oggi semplicemente non sono le stesse di quelle di prima. Tutta la roba buona ed economica è già stata risucchiata. Ora non ci resta che raschiare il fondo del barile. Tutto il petrolio nuovo di oggi è difficile da trovare, si esaurisce molto prima e costa molte volte di più da produrre. Non è rimasto niente della roba economica, eccetto per qualche vecchio super giacimento nel quale si sta praticando la trivellazione a riempimento come se non ci fosse un domani.

Ancora una volta, ci troviamo al picco del petrolio proprio in questo momento. Il picco si svilupperà nella linea temporale dal 2014 al 2015. Il 2016 sarà il primo anno di calendario pienamente post picco. Non importa realmente quanti barili di petrolio rimangano nel sottosuolo. Il punto è che non lo estrarremo mai dal sottosuolo allo stesso ritmo al quale lo estraiamo ora.



lunedì 2 febbraio 2015

Uno scontro di epistemologie: perché il dibattito sul cambiamento non sta andando da nessuna parte

Da “Resource Crisis”. Traduzione di MR

Di Ugo Bardi



(Da Wikipedia)  Epistemologia (ἐπιστήμη, episteme-conoscenza, comprensione; λόγος, logos-studio di) è la branca della filosofia che si occupa della natura e dello scopo della conoscenza [1] [2] e viene anche chiamata “teoria della conoscenza”. Messa in modo conciso, è lo studio della conoscenza e della credenza giustificata. Si domanda che cos'è la conoscenza e come possa essere acquisita e la misura in cui la conoscenza pertinente ad ogni dato soggetto o entità possa essere acquisita. (fonte dell'immagine)


Qualche settimana fa, qualcuno è atterrato pesantemente nella sezione dei commenti di un post sul cambiamento climatico sul blog della Società Chimica Italiana (SCI) con una serie di attacchi contro la scienza e gli scienziati del clima. Lo scontro seguente è stato tutto in lingua italiana ma, se seguite il dibattito sul clima, sapete molto bene come vanno queste cose. Il nuovo arrivato ha monopolizzato la discussione ripetendo le solite leggende: il clima è sempre cambiato, non c'è stato aumento di temperatura negli ultimi 15 anni, non c'è prova dell'effetto umano sul clima e così via. E potete immaginare come gli scienziati che seguono il blog abbiano reagito. La discussione è rapidamente degenerata in insulti assortiti e diffamazioni personali, finché il moderatore non ha chiuso i commenti. Ma è stato troppo tardi: il negazionista della scienza del clima è risultato il vincitore; mentre gli scienziati sono riusciti a dare l'impressione di avere una mentalità ristretta e di essere settari.

E' stato un classico caso di trolling climatico, ma con una differenza. Stavolta, il troll non ha cercato di nascondere la sua identità (come fanno di solito). Si è invece presentato con un nome, un indirizzo e un CV. Era il signor Rinaldo Sorgenti , vice presidente dell'Associazione degli Industriali del Carbone (“Assocarboni”). Questo fatto ci da la possibilità di capire cosa dia origine al tipo di comportamento che definiamo “trolling”. Naturalmente, non posso entrare nella mente del signor Sorgenti, ma sono disposto a scommettere che NON sia un disinformatore pagato – accusa che ha ricevuto nel dibattito. In altre parole, non nega la scienza del clima perché è sul libro paga di Assocarboni (in realtà, sostiene di non prendere soldi per la sua posizione di vice presidente, ma immagino che ne ricavi almeno qualche vantaggio). Direi anche che non è vero nemmeno l'opposto: il signor Sorgenti non è il vice presidente di Assocarboni perché è un negazionista della scienza del clima. No, scommetterei che negare la scienza del clima ed essere impegnato nell'industria del carbone siano due elementi non separati e non separabili della visione del mondo del signor Sorgenti. E questa visione del mondo ha poco o niente a che fare con ciò che chiamiamo scienza. Il signor Sorgenti non è uno scienziato, non sa come funzioni il metodo scientifico o, se lo sa, non crede che funzioni o che sia in qualche modo utile. Usa il metodo di dibattito usato comunemente nel dibattito politico, un metodo di discussione che chiamiamo “retorica”.

Il caso di Sorgenti non è isolato. In diversi anni di dibattito (sempre che lo possiamo chiamare in questo modo), sono venuto in contatto con diverse persone che possono essere definite “troll” o “negazionisti”. La maggior parte di loro (compreso Sorgenti) crede (penso sinceramente) che si possano usare i metodi del dibattito politico per arrivare ad una conclusione su un campo scientifico difficile e complesso come la scienza del clima e si offendono se vengono bruscamente liquidati dagli scienziati. Gli scienziati sanno quanto lavoro e studio è necessario per capire la scienza del clima e si offendono per ciò che vedono come superficialità ed approssimazione nel dibattito. Il risultato è il tipo di scontro che abbiamo visto nel blog della SCI. E' stato, se volete, uno scontro di epistemologie: retorica contro metodo scientifico.

Come in tutti gli scontri di assoluti, i contendenti pensano di parlare lo stesso linguaggio e di partire dagli stessi assunti, ma non è così. Il problema viene identificato da Adam Dawson su “The Ruminator” in questi termini:

..... ma dovete capire che in America ci sono due diversi tipi di scienza. C'è la scienza che è vantaggiosa per le multinazionali, che buona, giusta e solida come una roccia. E' quella degli Smartphone, dei boiler, del GPS, del televisiore a schermo piatto da 62 pollici e 700 canali, delle pillole per l'erezione e ancora e ancora. E poi c'è la scienza che costa soldi alle multinazionali, che è fraudolenta, truffaldina e puro gibberish. Sotto la seconda definizione ci sono cose come la climatologia, le misurazioni dell'inquinamento, l'oceanografia ed altre discipline che potrebbero fottere i margini di profitto ai produttori di energia e al settore manifatturiero.

Penso che Dawson abbia centrato il bersaglio sui “due diversi tipi di scienza”, ma il punto non è tanto che alcuni tipi di scienza costano soldi alle multinazionali. La scienza e la tecnologia spingono per il cambiamento e il cambiamento spesso significa che qualcuno perderà soldi, ma questo non significa che il cambiamento è impossibile. Internet, per esempio, sta facendo fallire i quotidiani, ma la lobby dei quotidiani non sembra essere molto efficace nel fermare la sua espansione. Piuttosto, il punto fondamentale è che i campi scientifici come la scienza del clima usano metodi diversi per raccogliere i dati e gestire la conoscenza rispetto, diciamo, alla scienza dei dispositivi a stato solido. E' una differenza epistemologica: il tipo di certezza che può derivare da un esperimento di laboratorio ben eseguito su un dispositivo a stato solido non è possibile nella scienza del clima.

Il diverso approccio epistemologico diventa realmente fondamentale quando si tratta di implementare una politica sulla base del risultato dei modelli. Gli scienziati del clima in maggioranza sono d'accordo che non c'è un semplice rimedio tecnologico per evitare un cambiamento climatico disastroso. Quindi, ciò che proponiamo non è ingegneria pesante, ma un qualche tipo di ingegneria sociale basata su un consenso generale che il pericolo del cambiamento climatico è reale. Ora, come otteniamo un tale consenso? Per cominciare, dobbiamo condividere gli assunti di base su come vengono ottenute e validate le conclusioni della scienza del clima. Questa è una questione di epistemologia. E quando abbiamo a che fare con argomenti sociali, i metodi tradizionalmente accettati per raggiungere la conoscenza e il consenso non sono basati sul metodo scientifico. Il dibattito diventa politico e i metodi usati per i dibattiti politici sono completamente diversi. Come ho detto, è uno scontro di epistemologie.

Per diversi aspetti, sembra che stiamo imparando ad usare metodi epistemologici diversi nel dibattito sul clima: avete notato che l'affermazione secondo la quale esiste un “consenso del 97%” fra gli scienziati sul problema climatico? Ha avuto un notevole impatto, considerando quanto duramente sia stato criticato da parte dei negazionisti. Ma potete pensare ad un singolo caso nella storia della scienza in cui una controversia scientifica sia stata soggetta ad un voto di maggioranza? Mai, che io sappia. Nella scienza, crediamo che il metodo scientifico sia sufficiente per arrivare ad un consenso. Le controversie politiche sono cose diverse, i dati e le interpretazioni sono molto più incerte, quindi c'è la necessità di votare.

Non sto dicendo che la scienza dovrebbe trasformarsi in organizzazione politica. E' già qualcosa, tuttavia, che ci rendiamo conto di che cosa abbiamo a che fare, qualcosa che non è scientifica. E anche dobbiamo riconoscere che irrigidirsi e apparire offesi quando qualcuno maltratta la scienza del clima non è utile. Ancora peggio è affermare che qualcuno sia un disinformatore pagato perché non usa il metodo scientifico. Dobbiamo essere molto più intelligenti di così se vogliamo andare da qualche parte nel combattere il cambiamento climatico.


domenica 1 febbraio 2015

La maggior parte delle riserve di combustibili fossili mondiali deve rimanere sepolta per evitare il cambiamento climatico, dice uno studio

Da “The Guardian”. Traduzione di MR

Una nuova ricerca è la prima ad identificare quali riserve non devono essere bruciate per mantenere l'aumento della temperatura al di sotto dei 2°C, compreso oltre il 90% del carbone statunitense ed australiano e quasi tutte le sabbie bituminose del Canada 



 Trilioni di dollari di carbone, petrolio e gas conosciuti ed estraibili non possono essere sfruttati se si vuol mantenere l'aumento della temperatura globale al di sotto del limite di sicurezza dei +2°C, dice un nuovo rapporto. Foto: Les Stone/Les Stone/Corbis 

Di Damian Carrington

Grandi quantità di petrolio in Medio oriente, di carbone negli Stati Uniti, in Australia ed in Cina e molte altre riserve di combustibili fossili dovranno essere lasciati nel sottosuolo per evitare un cambiamento climatico pericoloso, secondo la prima analisi che identifica quali riserve esistenti non possono essere bruciate. Il nuovo lavoro rivela le implicazioni geopolitiche ed economiche profonde del contrasto al riscaldamento globale sia per i paesi che per le grandi società che dipendono dalla ricchezza di combustibili fossili. Il lavoro mostra che trilioni di dollari di carbone, petrolio e gas conosciuti ed estraibili, comprese gran parte delle sabbie bituminose del Canada, tutto il petrolio e il gas dell'Artico e gran parte del gas di scisto potenziale, non possono essere sfruttati se si vuol mantenere l'aumento della temperatura globale al di sotto del limite di sicurezza dei +2°C stabilito dalle nazioni del mondo. Attualmente, il mondo si sta dirigendo verso un catastrofico riscaldamento di 5°C e la scadenza per siglare un accordo climatico globale si presenta a dicembre in un critico summit a Parigi. “Ora abbiamo cifre tangibili delle quantità e del posizionamento dei combustibili fossili che dovrebbero rimanere inutilizzati per cercare di restare entro il limite dei 2°C”, ha detto Christophe McGlade, presso la University College London (UCL), e che ha condotto la nuova ricerca pubblicata dalla rivista Nature. Il lavoro, che usa dati dettagliati e modelli economici consolidati, ipotizza che politiche climatiche convenienti userebbero i combustibili fossili più economici all'inizio, coi combustibili più costosi esclusi da un mondo in cui le emissioni di carbonio fossero fortemente limitate. Per esempio, il modello prevede che una quantità significativa di petrolio convenzionale economico da produrre verrebbe bruciato ma che il limite di carbonio verrebbe raggiunto prima che i più costoso petrolio da sabbie bituminose possa essere usato. Si sapeva già che ci sono circa tre volte più combustibili fossili nelle riserve che potrebbero essere sfruttate oggi di quelle compatibili coi +2°C e oltre dieci volte più risorse di combustibili fossili che potrebbero essere sfruttate in futuro. Ma il nuovo studio è il primo a rivelare quali combustibili e da quali paesi dovrebbero essere abbandonati. Lo studio mostra anche che la tecnologia per catturare e seppellire le emissioni di carbonio, propagandate da alcuni come un modo per continuare un uso sostanzioso di combustibili fossili nelle centrali elettriche, sorprendentemente fanno poca differenza rispetto alla quantità di carbone, petrolio e gas ritenuti non bruciabili.



Le grandi società di combustibili fossili sono di fronte al rischio che parti significative delle loro riserve diventeranno inutili, con Anglo American, BHP Billiton e Exxaro che possiedono enormi riserve di carbone e Lukoil, Exxon Mobil, BP, Gazprom e Chevron che possiedono massicce riserve di petrolio e gas. Se le nazioni del mondo mantengono le loro promesse di combattere il cambiamento climatico, l'analisi scopre che le prospettive sono più oscure per il carbone, il più inquinante dei combustibili fossili. Globalmente, l'82% delle riserve odierne devono essere lasciate nel sottosuolo. Nelle grandi nazioni produttrici di petrolio come Stati Uniti, Australia e Russia, più del 90% delle riserve di carbone non verrebbero utilizzate per soddisfare le promesse per i 2°C. In Cina e India, entrambe forti consumatori di carbone in crescita, il 66% delle riserve sono non bruciabili. Mentre per il gas le prospettive sono migliori, comunque lo studio ha scoperto che il 50% delle riserve globali deve rimanere incombusto. Ma ci sono forti variazioni regionali, coi giganti produttori di gas in Medio oriente e Russia che devono lasciarne quantità enormi nel sottosuolo, mentre gli Stati Uniti e L'Europa possono sfruttare il 90% o più delle loro riserve per sostituire il carbone e fornire elettricità alle loro grandi città. Un po di fracking per il gas di scisto è coerente con l'obbiettivo dei 2°C, secondo lo studio, ma è dominato dall'industria presente negli Stati Uniti, con Cina, India, Africa e Medio oriente che devono lasciare l'80% del loro potenziale gas di scisto incombusto. Il petrolio ha la quota più bassa di combustibile non bruciabile, con un terzo che rimane inutilizzato. Tuttavia, il Medio Oriente deve comunque lasciare 260 miliardi di barili di petrolio nel sottosuolo, una quantità equivalente al totale delle riserve petrolifere dell'Arabia saudita. La conclusione dello studio sullo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi è secca, rivelando che la produzione si dovrebbe ridurre a livelli “trascurabili” dopo il 2020 se si deve soddisfare lo scenario dei 2°C. La ricerca scopre anche che non c'è nessuno scenario compatibile con il clima nel caso in cui si trivelli per il petrolio o per il gas nell'Artico.


La miniera della Syncrude Canada Ltd nello Stato di Alberta, Canada. Il rapporto dice che le sabbie bituminose canadesi devono ridursi a livelli “trascurabili” dopo il 2020 se si deve soddisfare lo scenario dei 2°C. Foto: Ben Nelms/Getty Images

La nuova analisi mette in discussione le somme gigantesche di investimenti privati e governativi che vengono buttati nell'esplorazione di nuove riserve di combustibili fossili, secondo il professor Paul Ekins della UCL, che ha condotto la ricerca con McGlade. “Nel 2013, le società di combustibili fossili hanno speso circa 670 miliardi di dollari nell'esplorazione di nuove risorse di petrolio e gas. Ci si potrebbe chiedere perché lo stiano facendo quando nel sottosuolo ce ne sono già più di quelli che possiamo permetterci di bruciare”, ha detto. “Gli investitori in quelle società potrebbero percepire che i soldi siano spesi meglio nello sviluppo di fonti energetiche a basso tenore di carbonio e restituiti agli investitori sotto forma di dividendi”, ha detto Ekins. “Una lezione di questo lavoro è inequivocabilmente ovvia: quando ci si trova in un buco, smettere di scavare”, ha detto Bill McKibben, cofondatore di 350.org che sta cercando di portare gli investitori a lasciare le loro azioni di combustibili fossili. “Questi numeri mostrano che i combustibili fossili 'estremi' o non convenzionali – la sabbie bituminose del Canada, per esempio – devono semplicemente rimanere sottoterra”. “Dati questi numeri, non ha letteralmente senso che l'industria vada alla ricerca di altri combustibili fossili”, ha detto McKibben. “Abbiamo gozzovigliato sull'orlo della nostra stessa distruzione. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno ora è di trovare qualche negozio di liquori in più da saccheggiare”.

Gli esperti finanziari, compresa la Banca d'Inghilterra e  Goldman Sachs, hanno iniziato a prendere seriamente il rischio che costosi progetti per combustibili fossili saranno resi inutili dall'azione climatica futura. James Leaton, direttore di ricerca della Carbon Tracker Initiative (CTI) ha detto: “Gli investitori stanno già utilizzando le curve dei costi delle CTI (Climate Technology Initiative) per iniziare ad identificare quanto in basso possano finire gli scenari delle domanda e del prezzo”. La ricerca evidenzia anche la contraddizione dei governi che perseguono la massimizzazione della loro estrazione di combustibili fossili nazionale, come nel Regno Unito, mentre allo stesso tempo promettono di limitare il riscaldamento a 2°C. Ekins ha detto che se i governi approvassero nove produzioni di combustibili fossili, bisognerebbe chiedere loro quali risorse non dovrebbero essere sfruttate altrove. “Se le risorse di gas di scisto del Regno Unito risultano essere economicamente sostenibili, e a patto che gli impatti ambientali locali possano essere resi accettabili, direi che li dovremmo usare”, ha detto. “Ma il problema è quali combustibili fossili dovrebbero a quel punto non essere usati da qualche altra parte, se ci terremo entro il bilancio del carbonio. Questa è una domanda che non ho mai sentito fare da un politico in questo paese”.

Se l'accordo globale per mantenere gran parte dei combustibili fossili nel sottosuolo viene firmato a dicembre, allora compensare i perdenti sarà cruciale, secondo Michael Jakob, un economista del cambiamento climatico all'istituto di Ricerca Mercator sui Beni Comuni Globali e il Cambiamento Climatico a Berlino. “Se si vuol davvero convincere i paesi in via di sviluppo a lasciare il proprio carbone nel sottosuolo, si deve offrire qualcos'altro e non penso che i sauditi lasceranno quel petrolio nel sottosuolo se non ottengono nulla in cambio”, ha detto, citando tecnologie verdi come il CCS (Carbon Capture & Storage), così come compensazioni finanziarie. Jakob ha detto che la sfida sarebbe enorme, ma fornirebbe dei benefici oltre a dei costi: “Ci sono somme enormi in gioco, non solo dal lato dei perdenti ma anche da quello dei vincitori. Alcuni beni perderanno valore, ma altri ne guadagneranno, come il solare e l'eolico e la terra per la produzione di biomassa”. NEL 2014, L'IPCC ha concluso che affrontare il riscaldamento globale dirottando centinaia di miliardi di dollari dai combustibili fossili alle energie rinnovabili e il taglio degli sprechi energetici richiederebbe solo lo 0,06% dei tassi di crescita economica annuali del 1,3-3%.


venerdì 30 gennaio 2015

Effetto Risorse. Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo?

Statistiche aggiornate per il blog "Effetto Risorse". Il salto in alto nei contatti degli ultimi mesi lo possiamo chiamare "Effetto Rupalti", essendo correlato al gran numero di traduzioni prodotte e pubblicate da Max Rupalti.


Una settimana fa, avevo pubblicato un post intitolato ".... oppure torniamo a guardare il TG1?" dove chiedevo ai lettori un'opinione sul blog e su quale pensavano che potesse essere il suo futuro sviluppo. Il risultato è stata una discussione interessante che si è svolta sia sui commenti del blog, come su varie email.

E' venuto fuori, come mi aspettavo, che "Effetto Risorse" ha uno  "zoccolo duro" di lettori che lo apprezzanolo seguono costantemente, anche se non commentano o commentano di rado. Il fatto che il blog abbia pochi commenti rispetto al numero di lettori è stato anche quello oggetto di discussione. Io credo che sia il risultato di una politica specifica di moderazione che rifiuta la polemica fine a se stessa. In altri blog, la polemica viene cercata - o persino creata apposta - come un mezzo per attirare l'attenzione; è lo stile del "Processo di Biscardi" che qui però cerchiamo di evitare. Quindi, non mi preoccupo troppo del piccolo numero di commenti. Forse si potrebbe migliorare se potessimo fare una lista di commentatori "noti" che possono bypassare la moderazione (vedi più in basso se volete entrare nella lista)

Il punto centrale della discussione è stato, tuttavia, cosa pensiamo di fare con questo blog. Chiaramente, nonostante un numero relativamente alto di contatti, siamo un'entità assolutamente marginale - ovvero del tutto insignificante - nel panorama dell'informazione in Italia. Allora,vogliamo cambiare il mondo con un blogghettino? Chi ci crediamo di essere?

Su questo punto, ho una riflessione che viene dal mio recente viaggio in Inghilterra. Sulla via del ritorno, all'aeroporto c'erano paccate di "Daily Mail" distribuite gratis, e la gente li leggeva. Ora, non so se vi rendete conto di cos'è il "Daily Mail" (http://www.dailymail.co.uk/home/index.html). In confronto. il nostro "Libero Quotidiano" è un giornale di alto livello intellettuale . Questi qui non so quante copie facciano, ma la loro potenza di fuoco è spaventevole. Proprio quel giorno che c'ero io al "city airport" di Londra, supposto frequentato da "business people" c'era in prima pagina un titolone su come le "trade unions" avrebbero "salvato l'industria del fracking inglese da una moratoria imposta dagli ambientalisti". Salvando così molti posti di lavoro di bravi inglesi. Occhebbello.

Insomma, vedete che la guerra della comunicazione si combatte a colpi di artiglieria mediatica. E, come ben si sa, Dio combatte dalla parte dell'artiglieria pesante.

Quindi, da tempo mi sono reso conto che il nostro modello di comunicazione standard non può funzionare. Tendiamo a pensare che iamo in democrazia, che siamo quindi in un regime di libera espressione, che quindi tutti hanno accesso alla nostra opinione, che quindi la leggeranno, che quindi si renderanno conto che abbiamo ragione, che quindi eleggeranno persone competenti e responsabili, che quindi metteranno in pratica le sagge soluzioni alla crisi che proponiamo. Inoltre, da ora in poi tutti gli anni la befana ci porterà anche a Ferragosto una calza piena di dolcetti al marzapane..... Sicuro!

Tuttavia, non vorrei apparire troppo pessimista (dalli alle Cassandre!). Il punto è che se uno pensa che i lettori siano imbecilli (come fa il Daily Mail) si ritroverà ad avere soltanto lettori imbecilli. Invece, se uno cerca di fare un'informazione di qualità, si troverà ad avere lettori di qualità. Non escludo che il nostro messaggio possa avere un impatto del tutto sproporzionato al numero dei lettori. Dopotutto, si racconta che George W. abbia deciso di invadere l'Iraq dopo aver letto i rapporti di ASPO sul picco del petrolio. Allora, per avere un impatto, certe volte basta un lettore; anche se alle volte l'impatto non è esattamente quello che uno avrebbe voluto...... :-)

Quindi, credo che il risultato finale di questa discussione sia un incoraggiamento a continuare così e a cercare di fare sempre meglio (anche con l'aiuto preziosissimo di Max Rupalti per le traduzioni). Seguiremo anche un suggerimento ricevuto più di una volta, quello di ridurre un po' il numero di post, cercando di privilegiare la qualità alla quantità. Dopo di che, tutto quello che accadrà, sarà perché doveva accadere.


Saluti a tutti/e e grazie per l'interesse in questo blog. Vorrei anche ringraziare collettivamente tutti quelli che hanno gentilmente dato un contributo finanziario al blog a seguito di questa discussione. Nessuno si fa ricco con queste piccole cose, ma aiutano.


Ugo Bardi

________________________


Nota sui commenti: se commentate abitualmente su questo blog e se non vi ho mai censurato un commento (cosa che comunque faccio molto di rado) potete scrivermi per essere messi fra gli "autori" del blog; i quali possono mandare commenti bypassando la moderazione. Se diventate "autori", oltre a vedere il vostro commento pubblicato immediatamente, potete anche pubblicare post, il che va benissimo, soltanto vi prego di farlo dopo aver concordato con me contenuti e tempi.

Quindi, scrivetemi a ugo.bardi(cosinostrambo)unifi.it Saluti. UB


giovedì 29 gennaio 2015

La fase evolutiva di una civiltà influenza il grado di stupidità della sua classe dirigente?

di Jacopo Simonetta

Da Gianbattista Vico a Toynbee, passando per Gibbon e Spencer, molti dei principali storici occidentali si sono sforzati di capire se esistano leggi della storia che determinano l’ascesa e la decadenza delle civiltà.  Un argomento che in questo post vorrei tentare di discutere partendo da una delle opere di Carlo Cipolla.  Uno storico dell’economia che fu tra i primi a porre in evidenza il ruolo di fattori come la disponibilità di energia, la tecnologia e le infezioni epidemiche nello sviluppo e nel collasso delle civiltà.    Tuttavia è divenuto celebre soprattutto per un librettino dal titolo “The Basic Laws of Human Stupidity” (1976), inizialmente stampato in poche copie per gli amici e col tempo diventato un classico “encoutournable”.   Un testo per certi aspetti goliardico, eppure denso di un significato molto serio.

Con il tono leggero che ne distingue gli scritti, Cipolla, stila e discute quelle che secondo lui sono le 5 leggi della stupidità umana:

  1. Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  2. Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certo individuo sia stupido è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.
    Corollario: La percentuale di stupidi è identica in qualsiasi gruppo umano comunque definito.
  3. Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: E’ stupido chi causa un danno ad un'altra persona o gruppo di persone senza trarne alcun vantaggio o  addirittura subendo una perdita.
  4. Quarta Legge Fondamentale: I non stupidi sottovalutano sempre la capacità distruttiva degli stupidi.   In particolare, i non stupidi dimenticano sempre che in qualsiasi tempo, in ogni luogo ed in qualsiasi circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra immancabilmente un costoso errore.
  5. Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.
    Corollario: Lo stupido è più pericoloso del bandito.


Per illustrare la sua tesi, Cipolla usa un classico diagramma cartesiano i cui assi sono così definiti:

Sull’asse X sono riportati i vantaggi ottenuti dall’individuo “x” con una sua azione.   Vantaggi che possono essere positivi, nulli o negativi.

Sull’asse Y sono riportati i vantaggi ottenuti dall’individuo “y” in conseguenza dell’azione di “x”.  

Vantaggi che possono essere positivi, nulli o negativi.

ATTENZIONE!    La validità della teoria si basa sul fatto che i vantaggi relativi dei due individui (o gruppi) in questione devono assolutamente essere riportati secondo il punto di vista dell’interessato: rispettivamente x ed y. Non è assolutamente banale ed ha conseguenze importanti che vedremo.

Un altro punto importante da ricordare è che le persone normali si comportano in modo diverso a seconda delle circostanze con azioni che, di volta in volta, possono essere intelligenti, banditesche o cretine.   Ma le azioni di ogni persona o gruppo tendono a concentrarsi con una diversa frequenza nei vari  riquadri e soggetti capaci di frequenti azioni intelligenti solo eccezionalmente commetteranno azioni stupide.  I Cretini ed i banditi hanno comportamenti tendenzialmente più variegati, mentre gli stupidi sono abitualmente molto coerenti: la grande maggioranza delle loro azioni sono stupide, al massimo cretine o delinquenziali.

Analizziamo ora il diagramma così definito.   Nel riquadro I (in alto a destra) ricadono le azioni che producono vantaggi per entrambi i soggetti coinvolti; azioni definite “intelligenti”.

Nel riquadro S  ( in basso a sinistra) ricadono invece le azioni che comportano danni per tutti; sono queste la azioni veramente stupide.  

In basso a destra (riquadro B) le azioni “banditesche” che comportano vantaggi per chi le compie e danni per chi le subisce; mentre in alto a sinistra (riquadro C) le azioni “cretine” che comportano danni per chi le compie e vantaggi per chi le subisce.

E’ soprattutto analizzando quest’ultimo quadro che è necessario fare molta attenzione al citato punto di vista, pena classificare come “cretini” una pletora di santi, eroi e filantropi di ogni genere.    Dal loro punto di vista, infatti, il vantaggio portato agli altri è fonte di una soddisfazione ben maggiore del danno materiale eventualmente subito.    Oppure l’eventuale perdita materiale può essere compensata da un guadagno in reputazione che porta il soggetto “x” a considerare positivo il risultato ottenuto.   Ecco quindi che le loro azioni ricadono in realtà nel riquadro a dove si raggruppano gli “intelligenti”.   Fattori sociali e culturali influenzano dunque la classificazione; un punto importante su cui torneremo.

Tracciamo ora la diagonale dei riquadri in cui stanno i cretini ed i banditi. Lungo la linea si troveranno le azioni che comportano dei vantaggi personali esattamente identici ai danni prodotti ad altri (quadro B) e viceversa (quadro C).

Dal punto di vista collettivo queste azioni sono quindi neutre.   Spostano infatti vantaggi a favore di certi soggetti a scapito di altri, ma con una somma pari a zero dal punto di vista generale. Possiamo quindi distinguere i banditi a tendenza intelligente (BI) e quelli a tendenza stupida (BS) a seconda che la sommatoria di vantaggi a danni complessivi risulti negativa o positiva.   Analogamente, ci sono cretini tendenzialmente intelligenti (CI) e cretini tendenzialmente stupidi (CS).

Questo, in sintesi, il saggio di Cipolla che, effettivamente, appare convincente sotto molti aspetti.   Eppure, vorrei qui porre in discussione il corollario della seconda legge: “La percentuale di stupidi è identica in qualsiasi gruppo umano comunque definito.”

Cipolla osserva, ritengo a ragione, che la stupidità è del tutto indipendente da fattori quali il grado di istruzione, il censo, il rango, ecc.   Ma, singolare per uno storico, non parla della possibilità che fattori ambientali possano influenzare il comportamento delle persone, né se questo possa essere correlato con il fiorire e decadere delle civiltà.

In un precedente post,  ho esposto un modello che ho definito anabolico-catabolico di sviluppo e crisi delle economie.   Simile ad altri del genere, questo modello cerca di individuare le ragioni termodinamiche e sistemiche che determinano, o perlomeno influenzano, le fasi di crescita, stagnazione e decadenza delle economie su cui sono basate le civiltà.

La domanda che adesso mi pongo è questa: il trovarsi in fase anabolica o catabolica può influenzare il comportamento delle persone, con particolare riguardo per la classe dirigente?   E se si, come?   Il diagramma di Cipolla ci offre più di uno spunto per la discussione.

La caratteristica principale di un’economia in fase anabolica è un’effettiva crescita della ricchezza reale complessiva. In un simile contesto, è relativamente facile ideare e perseguire azioni utili a sé e ad altri in quanto i margini di vantaggio possibile sono ampi.   Anche fra i cretini ed i banditi, potrebbe essere favorito un atteggiamento tendenzialmente intelligente, per la medesima ragione. Dal momento che raccogliere vantaggi consistenti in maniera legale e magari altruistica è facile, lo stimolo per azioni decisamente nocive è modesto.   Inoltre, una buona reputazione può costituire un vantaggio molto più interessante dell’accaparrarsi qualche soldo più del dovuto.

D'altronde, la classe dirigente delle civiltà in questa fase evolutiva è solitamente molto dinamica. Anche quando è strettamente legata a fattori dinastici, il tasso di ricambio degli individui è piuttosto elevato.  Se osserviamo, ad esempio, la carriera dei rampolli di alto lignaggio nei periodi di ascesa delle civiltà troviamo che la mortalità è molto elevata.  Spesso più elevata nelle classi dirigenti che nelle altre proprio perché quello che i potenti si contendono è il potere su di una classe produttiva e su risorse che, di solito, nessuno ha interesse a distruggere.  

A titolo di esempio, posso citare i giovani delle classi senatorie ed equestri nella lunga fase di espansione dell’Impero Romano, oppure la vita dei giovani cavalieri dell’Europa merovingia e carolingia.   Ma lo stesso vale, ad esempio, anche per i colonizzatori europei che hanno conquistato ed asservito il mondo.   Possiamo sicuramente trovare un congruo numero di banditi tra le loro fila, ma pochissimi cretini ed ancor meno stupidi per la semplice ragione che difficilmente questi vivevano a lungo in un ambiente denso di grandi opportunità, ma anche altamente selettivo.

Perfino il miracolo economico post-bellico è stato gestito da una classe politica ed imprenditoriale sopravvissuta alla più terribile carneficina della storia umana. Non a caso una classe dirigente densa di intelligenti e farabutti, ma con pochissimi cretini e stupidi.

Non solo. Società che vivono in un ambiente selettivo tendono ad avere un alto grado di coesione interna e ad essere particolarmente dure nel reprimere comportamenti dannosi per gli altri membri del gruppo. Naturalmente ciò va letto nel contesto di ogni singola tradizione. Un comportamento giudicato corretto da un equipaggio di pirati vichinghi non lo sarebbe stato da parte di coloni russi in Siberia od irlandesi in Texas.  Ma in ogni caso, comportamenti dannosi e pericolosi per il gruppo sono fortemente inibiti, mentre i comportamenti altruistici vengono molto apprezzati.  

In fase anabolica dunque, vi è un grosso vantaggio ad essere tendenzialmente intelligenti; mentre i cretini che nuocono solo a se stessi vengono in qualche misura protetti da se stessi dalla forte coesione interna.   Il banditismo è di solito bene accetto, a condizione che sia rivolto all'esterno del gruppo; altrimenti viene represso ferocemente.  Infine, gli stupidi hanno poche probabilità di sopravvivere. Il saldo di tutto ciò è che la maggior parte dei comportamenti tende a ricadere in categorie che portano più vantaggi che svantaggi alla comunità. In altre parole, le società in fase catabolica tendono a favorire comportamenti socialmente utili.

Naturalmente, sempre tenendo conto del punto di vista dei soggetti direttamente interessati e non di chi, magari molti secoli dopo, studia gli eventi.

Viceversa, in una fase catabolica, i margini possibili di vantaggio si restringono progressivamente.   Quando si è raggiunto il limite della crescita antieconomica l’unico modo per ottenere dei vantaggi personali è danneggiare altri, in misura crescente man mano che la situazione economica peggiora. In altre parole, la legge dei “ritorni decrescenti” si applica anche in questo campo.
Questa situazione comporta che  un numero crescente di soggetti viene tentata dal passare nella categoria dei banditi, con tendenza progressivamente sempre più stupida man mano che per ottenere un determinato vantaggio diventa necessario danneggiare maggiormente gli altri.   D’altronde, man mano che il numero di banditi aumenta, diminuisce lo stigma sociale cui sono soggetti, mentre sempre di più gli altruisti vengo considerati cretini da parte dell’opinione pubblica.   Un fatto che scoraggia fortemente questo tipo di comportamento che, nel frattempo, diventa più costoso e pericoloso man mano che è necessario affrontare sacrifici personali maggiori per ottenere vantaggi collettivi minori.
Contemporaneamente, le classi dirigenti delle società in questa fase evolutiva sono solitamente molto ben protette dalle conseguenze nefaste delle loro azioni.   Crescendo oltremisura il divario fra classi, l’accesso a vantaggi di posizione diventa molto più importante delle capacità personali e della reputazione nel determinare le probabilità di successo degli individui e dei gruppi.   Ancora all’epoca della I guerra mondiale, un gran numero di rampolli di “buona famiglia” sono morti nella guerra che avevano entusiasticamente voluto.   Ed in misura percentualmente superiore quella dei loro soldati.

Viceversa, quando un manipolo di astuti delinquenti ha scatenato quella che probabilmente risulterà essere la più grave crisi economica della storia, sono stati accuratamente protetti e soccorsi dalle autorità.  Perfino i consulenti ed i guru che hanno coperto tali azioni con rassicuranti parole e fantasiosi modelli matematici continuano ad imperversare come se nulla fosse.  Come disse una volta Herman Daly, nel mondo attuale dell’alta finanza, nessuno viene chiamato a rendere conto delle stupidaggini che dice.  Quali che ne siano le conseguenze.
Ma qualcosa di analogo succede a cascata a tutti i livelli dirigenziali. Per citare un solo esempio, quando un’alluvione devasta un quartiere tutti si scagliano contro l’amministrazione in carica. Nessuno chiede conto alle amministrazioni che nei decenni precedenti ne hanno permesso la costruzione, magari all’interno di un alveo fluviale o su di una paleofrana.

Concludendo, ritengo che in fase anabolica un insieme di fattori sistemici e culturali favorisca comportamenti socialmente utili o, perlomeno, non dannosi per il gruppo di appartenenza.   In altre parole, individui e singoli tendono a comportarsi come simbionti o commensali della società di cui fanno parte, favorendone lo sviluppo.

Viceversa, in fase catabolica, aumentano progressivamente gli incentivi a comportamenti di tipo banditesco, progressivamente sempre più stupido.   L’aumento dei cretini con tendenza stupida procede parallelamente in quanto, di solito, un cretino è un bandito incapace.   I comportamenti altruistici sono molto spesso derisi o sotto-stimati, soprattutto all’interno della classe dirigente.    In altre parole, singoli e gruppi tendono a diventare parassiti delle loro stesse società, accelerandone il collasso.

Un’ipotesi, questa, che ritengo plausibile, anche perché coerente con le analoghe conclusioni cui era giunto Arnold Toynbee,  sulla base di ben altri studi e materiali.