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giovedì 3 marzo 2016

La geopolitica dei gasdotti: finale senza fine


Guest post di Tatiana Yugay,
Docente presso la Plekhanov Russian University of Economics / РЭУ Плехановa Mosca








 

Questa è la parte finale di una serie di post sui gasdotti russi. Vorrei ringraziare il mio caro amico, Ugo Bardi per l'opportunità di publicare i miei post nel suo famoso blog!


E' passato abbastanza tempo dall'uscita del mio post precendente sui gasdotti in Europa. Volevo scrivere sul nuovo progetto Turkish Stream che dovrebbe sostituire il South Stream ma la sua sorte era cosi' incerta.

Come ho scritto in precedenza, il primo dicembre 2014 la Russia ha dichiarato la rinuncia al progetto South Stream, perche l’UE aveva posto troppi ostacoli, principalmente tramite il terzo pacchetto energetico (TEP). Però, subito dopo, i presidenti Putin e Erdoğan hanno annunciato al vertice di Ankara della possibile costruzione di un gasdotto, che terminerebbe al confine greco-turco, garantendo l’accesso del gas russo al mercato europeo.

L’accordo per la grande opera firmato a dicembre tra Gazprom e la turca Botas Petroleum Pipeline Corporation, prevedeva appunto la costruzione di una condotta che doveva passare sempre sotto il Mar Nero, partendo dallo stesso punto del South Stream, ma con arrivo in Turchia invece che in Bulgaria. La capacità di questo tubo avrebbe dovuto trasportare 63 miliardi di metri cubi all’anno. Ma questa capacità era la stessa del cancellato South Stream.



Foto 1 PipeLines

Sembrerebbe che un'alleanza del gas tra Russia e Turchia seguisse naturalmente dalle dinamiche delle relazioni commerciali ed economiche. Secondo Nicolò Sartori, esperto nell'ambito della sicurezza energetica dell'Istituto degli Affari Internazionali di Roma, negli ultimi anni “la Turchia è diventata il secondo mercato di destinazione per il gas russo al di fuori dello spazio ex-sovietico, alle spalle della Germania e prima dell’Italia. Si tratta di un volume pari a quello di tutto il mercato dell’Europa centro-orientale e dei Balcani. Al contempo, la Turchia dipende in modo sostanziale da Mosca per i suoi approvvigionamenti energetici. I 27 miliardi di metri cubi annui, importati e forniti dalla Russia rappresentano il 56% dei consumi totali di gas di Ankara”.

Questo ambizioso progetto sarebbe vantaggioso per entrambe le parti. Da un lato, Gazprom sarebbe rafforzata nella sua posizione nel crescente mercato del gas turco. Inoltre, avrebbe permesso al colosso energetico Russo di raggiungere altri mercati (Italia, Balcani ed Europa centro-orientale). Del resto, la Turchia potrebbe realizzare il suo sogno geoeconomico di diventare un polo energetico per l'Europa perche la Russia voleva fornire il gas fin alla porta dell'Unione europea, al confine tra Turchia e Grecia per non cadere sotto la giurisdizione del Terzo pacchetto energetico. Erano in vista anche altri progetti comuni, favorevoli per la Turchia.

Come sostiene Nicolò Sartori, “La luna di miele energetica annunciata da Putin, avrebbe pertanto trasformato la Turchia nell’hub del gas russo, permettendo al contempo a Mosca la potenziale capacità di diversificare le sue esportazioni verso l’Ue, alla luce della crisi con Kiev”.

Tuttavia, dopo il clamoroso annuncio dell'intesa tra Russia e Turchia le cose hanno cominciato di insabbiarsi. Infine, dopo l’abbattimento del caccia-bombardiere Su-24 delle Forze aeree russe nei cieli della Siria é stato chiaro che anche il Turkish Stream non si farà più.

Dal punto di vista economico era assolutamente incomprendibile come la Turchia potesse mettere a rischio un progetto a lungo termine così vantaggioso per entrambe le parti. Anche le informazioni scioccanti che la Turchia rivende il petrolio siriano prodotto nel territorio controllato dal Daesh (ISIS), non hanno completamente spiegato perchè Erdogan abbia preferito i benefici immediati agli interessi a lungo termine. [I filmati e foto divulgati dal ministero della Difesa della Russia mostravano le lunge file di autocisterne con petrolio di contrabbando, proveniente dai territori controllati dal Daesh, che entravano effettivamente in Turchia].

Purtroppo, la geopolitica ha le sue proprie ragioni che non sempre coincidono con le considerazioni di opportunità economica. Come ha raccontato Eugenio Di Rienzo, storico, professore ordinario dell'Università di Sapienza, a Sputnik-Italia, “la Turchia é ritornata ad avere il vecchio sogno di Impero Ottomano. Cioè di riconquistare se non territorialmente ma almeno come l'egemonia tutti i territori che appartenevano all'Impero Ottomano. La filosofia politica di Erdogan è diretta al ritorno ad un controllo del Medio Oriente territorialmente avvalendosi di una parte della Siria e una parte dell'Iraq e facendo fuori una possibilità di un Kurdistan indipendente. E così la Turchia vuole diventare nel Medio Oriente la grande potenza sunnita per poi naturalmente entrare in rotta di collisione con l'Iran sciita. Purtroppo questo sogno folle di ritornare a questo impero — sembra un sogno di Grande Dittatore del film di Chaplin — trova la complicità con gli Stati Uniti”.

Tutto sommato, la Turchia sta usando Daesh come la sua arma e i raid aerei russi hanno scongiurato l’avverarsi di questo incubo geopolitico.

Subito doppo il tragico avvenimento, Nicolò Sartori ha scritto “Quanto accaduto potrebbe avere un forte impatto anche sull’architettura energetica regionale, basata su un crescente ruolo della Turchia come hub del gas, anche in virtù della partnership strategica promossa dal Cremlino nel tentativo di uscire dall’impasse con l’Unione europea per via della questione ucraina».

Dopo l'abbattimento dell'aereo, la Russia ha annunciato delle sanzioni economiche pesanti contro la Turchia. Nondimeno, il 2 dicembre 2015, il ministro dello Sviluppo economico russo Alexey Ulyukayev affermava che il decreto governativo riguardante misure economiche speciali contro la Turchia non si applica per ora ai grandi progetti di investimento come il Turkish Stream.

Andrew Korybko, commentatore politico presso l'agenzia Sputnik, presenta nel suo post “Washington’s “Destabilization Agenda”: A Hybrid War to Break the Balkans?” una ipotesi interessante e nello stesso tempo verosimile. Lui ricorda tutta la catena degli avvenimenti che precedevano l'abbattimento del caccia-bombardiere russo. Prima era la cancellazione del South Stream. E poi dopo l'accordo tra Russia e Turchia sul Turkish Stream avevano ebbero luogo i tentativi di rivolta quasi “Color Revolution” inspirati dagli Usa in Macedonia nel maggio 2015. Anche i disordini in Grecia dopo il referendum sull'austerita' erano provocati allo scopo di spostare Tsipras per sostituire il Balkan Stream con il progetto Eastring patrocinato dagli Usa. Il Balkan Stream doveva essere collegato al Turkish Stream per portare il gas russo al Sud Europa.

Nondimeno, i Balcani si sono mostrati resistenti alle trame americane. Al parere di Korybko, l'abbattimento del Su-24 fu provocato dagli Usa per lanciare l'effetto domino che in fin dei conti ha causato la rovina della cooperazione energetica tra Russia e Turchia.

Tuttavia, Korybko arriva ad una conclusione piuttosto ottimista sul fatto che il progetto Turkish Stream non'è definitivamente annullato, ma è accantonato temporaneamente. Ma quali sarebbero le condizioni della ripresa del progetto? Secondo l'analista, uno scenario più probabile sarebbe che le masse popolari o i rappresentanti militari sconvolti potranno rovesciare il regime di Erdogan.

Korybko prevede che la Cina avrà un ruolo importante nel dare un nuovo respiro al Balkan Stream perché il Balkan Stream sarà un componente decisivo nella infrastruttura del Balkan Silk Road combinata da Cina. “Il Partenariato strategico russo-cinese è destinato a rivoluzionare il continente europeo con un infuso di influenza multipolare lungo il corridoio balcanico, che avrebbe dovuto supportare il Balkan Stream e Via della Seta dei Balcani” (Per approfondire leggi: Washington’s “Destabilization Agenda”: A Hybrid War to Break the Balkans?).

Intanto, nel mondo dei gasdotti non è tutto completamente oscuro. Mentre nel corridoio meridionale tutti i lavori sono sospesi, è emerso di nuovo il progetto Nord Stream-2 in nord Europa. Come indica Nicolò Sartori, “l’azione turca porti non solo al definitivo congelamento di Turkish Stream - a vantaggio della Germania che vedrebbe la strada spianata per il suo Nord Stream-2 - ma anche un chiaro ridimensionamento del ruolo della Turchia nelle strategie del Cremlino”.

Il progetto Nord Stream-2 prevede la realizzazione di due rami di gasdotti con una capacità totale di 55 miliardi di metri cubi di gas ogni anno che porterà energia dalle coste della Russia fino a quelle tedesche attraverso il Mar Baltico. Il patto sociale tra gli investitori del progetto della joint venture “New European Pipeline AG”, che si occuperà della costruzione del gasdotto, è stato firmato il 4 settembre scorso.



Foto 2 nord-stream-

Si può immaginare che nell'attuale situazione internazionale, la realizzazione di un nuovo progetto di gasdotto debba incontrare una strenua resistenza da parte delle forze europee e di oltreoceano. Non è sorprendente che contro Nord Stream-2 sono schierati gli stessi personaggi che cercavano di impedire la costruzione di Nord Stream nel 2006 - con Slovacchia e la Polonia capofila e sostenuti dalla Repubblica ceca, Ungheria, Romania, Estonia, Lettonia, Lituania e Grecia. Il gruppo di paesi dell'Europa orientale ha inviato la lettera alla Commissione europea chiedendo di bloccare il Nord Stream-2. Sostengono che la costruzione del gasdotto va contro le politiche di diversificazione e di sicurezza energetica dell'UE. Secondo la petizione, il gasdotto Nord Stream-2 permetterà alla Germania di dominare il mercato europeo del gas.

Comunque, il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker ha detto che il progetto non dovrebbe essere considerato come una questione politica, ma come una questione commerciale.

In questo contesto, l'esperto tedesco Alexander Rahr presunta, “Dobbiamo dire francamente che c'è una guerra in Europa: la guerra energetica. Sette paesi, tra i quali la Polonia, hanno inviato una lettera alla Commissione europea con una la richiesta di non permettere questa costruzione. È un attacco alla Germania, le cui attività sono coinvolte nella costruzione del gasdotto, che considerano economicamente molto importante”.

Le autorità russe e tedesche sono adamanti sul fatto che il progetto ha significato puramente commerciale, non politico. Secondo presidente Putin, “Il progetto ha l'obiettivo di garantire il fabbisogno energetico, prima di tutto, al Nord Europa considerando anche i cali di produzione nel Regno Unito e in Norvegia e contemporaneamente l'incremento della domanda di energia in questa parte d'Europa. Non c'è assolutamente l'intenzione di privare qualcuno delle opportunità di transito”, per questo “chiedo di mettere da parte qualsiasi speculazione politica”.

“Il progetto di gasdotto Nord Stream-2 è in assoluto un progetto economico, commerciale, è sicuramente vantaggioso per la Germania e tutta l'Europa, è utile per la Russia” ha detto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov nella conferenza stampa sui risultati della politica estera della Russia nel 2015. Lavrov dice “se saremo pragmatici, penseremo ai nostri propri interessi nazionali, che non violano gli obblighi internazionali, il risultato sarà sempre positivo e raggiungibile”.

La cancelliera tedesca, Angela Merkel presume che il progetto di raddoppio del gasdotto Nord Stream “è una proposta di business economico”; bisogna “garantire un quadro legale” e non escludere l'Ucraina come Paese di transito. Il vice-cancelliere Sigmar Gabriel ha osservato che il progetto potrebbe essere economicamente vantaggioso non solo per la Germania, ma anche per la Francia e gli altri Stati membri dell'UE, ma per la sua attuazione è necessario che ci siano le “condizioni politiche”. Quest'ultima clausola è ovviamente al fine di dimostrare che la Germania è preoccupata per la sicurezza energetica dell'Unione europea, in particolare dall'Europa dell'Est.

Durante la sua visita a Mosca il 29 gennaio 2016, il primo ministro finlandese Juha Sipila ha affermato che la Finlandia considera il progetto Nord Stream-2 da un punto di vista pragmatico, non politico. “Questo è un progetto commerciale per la Finlandia, e noi siamo pragmatici verso di essa.”

La posizione dell'Italia sul Nord Stream-2 è abbastanza ambigua. La questione del gasdotto Nord Stream-2 è stata sollevata durante il vertice Ue dal presidente del governo Matteo Renzi. A suo parere, è strano che un anno dopo la chiusura del South Stream che ha danneggiato la Bulgaria e alcune società italiane, la questione del Nord Stream-2 è sia stata adottata “in assoluto silenzio.” “L'Italia e la Bulgaria non capiscono perché il South Stream non è possibile realizzare per la UE, mentre il North Stream-2, che porta in Germania, è possibile”.

Gianni Petrosillo, giornalista ed esperto presso conflittiestrategie.it, scrive in maniera fin troppo ironica, “Renzi sembra l’unico a non capire un tubo. Cioè a non comprendere l’importanza delle rotte strategiche dei gasdotti, delle possibili alleanze internazionali veicolate dagli approvvigionamenti degli idrocarburi e degli scambi nel settore energetico che producono vantaggi al sistema politico ed economico di un Paese. La sua dichiarazione riportata qualche giorno fa dal Messaggero lascia letteralmente di stucco: “Siamo in una fase di riflessione, la questione richiede molto tempo per arrivare a eventuale maturazione. Soprattutto non si può perdere la faccia per due tubi…”. Petrosillo presume, “Evidenziati questi scenari, l’offerta russo-tedesca dovrebbe essere colta al volo dalla nostra classe dirigente, così come la possibilità di riaprire il discorso sul South Stream. Insomma, meglio “perdere la faccia per due tubi” (con chi poi?) che finire intubati per deperimento e per false credenze ambientalistiche che potrebbero portarci ad una completa rovina.”

La ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, ha notato che “l'Italia importa dalla Russia, il principale fornitore del nostro Paese, tra il 45 e il 50% della domanda annuale di gas nazionale e questo spostamento di flussi richiederebbe anche nuovi investimenti sulla rete interna europea e sulla connessioni tra gli Stati membri necessari anche per mantenere le attuali forniture europee all'Ucraina e analoghi problemi sorgerebbero anche per alimentare i Paesi dell'area balcanica, nei casi in cui la rotta ucraina dovesse essere abbandonata”.

Uno dei voci piu' influenti dell'Italia - Romano Prodi, l'ex presidente del Consiglio italiano ed l’ex presidente della Commissione europea, ha scritto l'articolo sul Nord Stream-2 su Il Messaggero. Da un lato, Prodi tratta con la comprensione la decisione russa di bypassare l'Ucraina. Egli scrive, “Esistono naturalmente ragioni fondate perché la Russia cerchi di evitare il passaggio ucraino: infinite sono state infatti le controversie sui prezzi e sui diritti di passaggio. Io stesso, come Presidente della Commissione Europea, mi sono recato più volte a Kiev per cercare di porre fine al vero e proprio furto di gas che veniva messo in atto, ovviamente con il tacito permesso e forse con l’attiva cooperazione delle autorità, facendo buchi nel grande tubo e spillando il gas come si fa con il vino da una botte.”

D'altra parte, Prodi propone un piano che, purtroppo, è quasi impossibile da realizzare in questa fase di confronto tra l'Unione europea e la Russia a causa dell'Ucraina. “La soluzione è quella che da tempo propongo, cioè un’impresa comune per la gestione dei gasdotti che attraversano l’Ucraina. Un’impresa posseduta per un terzo dalla Russia, un terzo dal governo ucraino e un terzo da soggetti europei, in modo che russi ed europei si sentano garantiti nei loro interessi e gli ucraini siano correttamente controllati.”

Gli analisti italiani capiscono benissimo che accanita opposizione al progetto Nord Stream-2 non ha il carattere principalmente economico, ma sopratutto politico. Elena Veronelli scrive nel Fatto quotidiano, “Si fa più agguerrita e ingarbugliata la partita sul gas russo che sta spaccando il Vecchio Continente. Berlino va a braccetto con Mosca ma al tempo stesso chiede all’Europa di mantenere la linea dura e prolungare le sanzioni contro il Cremlino. Roma accusa di doppiogiochismo e incoerenza la cancelliera tedesca Angela Merkel e blocca di fatto il rinnovo delle sanzioni. Il ‘casus belli’ è il raddoppio del Nord Stream”.

Mentre i progetti South Stream e Turkish Stream sono decisamente sospesi a tempo indefinito se non abbandonati per sempre, l'Italia può entrare nel gioco del Nord Stream-2 attraverso il gruppo Eni. Gli business esperti italiani sostengono che “il gasdotto Nord Stream-2 rappresenterebbe un ottimo progetto potenziale per Saipem che ha già realizzato i gasdotti del Nord Stream per un valore complessivo di oltre 1 miliardo di euro e potenzialmente con margini di guadagno ampiamente a doppia cifra”, commentano gli analisti di Equita. Anche per gli analisti di Icbpi qualsiasi coinvolgimento di Saipem nel progetto Nord Stream-2 sarebbe “molto positivo per il gruppo italiano, che ha visto svanire il contratto South Stream da 2,4 miliardi di euro nel corso del 2015, contratto che avrebbe dovuto essere sostituito da uno di dimensioni simili per il progetto Turkish Stream, anche questo abbandonato”.

Dietro la discordia europea è possibile distinguere anche la mano degli Usa. Come ritiene Andrea Indini, “contro Berlino... si sono recentemente schierati anche gli Stati Uniti. Che, come fa notare l'Huffington Post, puntano al Vecchio Continente per esportare il gas naturale.”

E' chiaro che l'arbitro supremo della battaglia tra i giganti e i nani dell'Europa è sempre la Commissione Europea con il suo temibile Terzo pacchetto energia. Secondo Sergey Pravosudov, l'esperto russo, “Il Nord Stream-1 al suo tempo rientrava nelle norme del terzo pacchetto energetico. E adesso la posizione di Gasprom è la stessa che per quel progetto é disponibile alla costruzione di due ulteriori linee. Ma molti altri europei lo considerano come un progetto del tutto nuovo e a Gazprom gli serve ottenere tutti i permessi che per ora ritardano la sua realizzazione”.

Danila Bochkarev, Senior Fellow presso il East West Institute (Bruxelles), scrive, “La situazione è ulteriormente complicata dalle rivendicazioni, che sostengono che la legge energetica dell'UE potrebbe essere applicata anche al fondo marino del Baltico. Se questa opzione diventerà la realtà, il Nord Stream-2 sarà costretto a mantenere il 50% della sua capacità riservata ai fornitori non-Gazprom sia in sottomarino offshore e condotte a terra”.

Ciò nonostante, egli presume che esiste “un elegante soluzione a questo problema... che richiede meno tempo e i sforzi, rispetto ai tentativi di ottenere una deroga alle norme energetiche esistenti dell'UE”. Siccome la Russia “ha già liberalizzato le sue esportazioni di GNL e nessuno puo' impedire a Mosca di prenotare il 50% del gasdotto Nord Stream-2 per le forniture non-Gazprom”. L'esperto sostiene che tale decisione sarà vantaggiosa per tutte le parti interessate: 1) il progetto sarà pienamente compatibile con il diritto comunitario; 2) Gazprom avrà la sua quota garantita di forniture di gas (minimo 27,5 miliardi di metri cubi) e potrebbe anche condividere le spese di costruzione del gasdotto con i fornitori di gas indipendenti russi; 3) la partecipazione dei fornitori non Gazprom permetterà di esportare più gas russo verso l'Europa e di conseguenza aumentare i ricavi del governo.

Così, come un infinito serial tv quello dei gasdotti russi in Europa ha la possibilità di concludersi con un Happy end. Il Nord Stream-2 puo' essere pienamente conforme alle norme del terzo pacchetto energetico e anche la parte importante del South\Turkish Stream puo' incarnarsi nel Balkan Silk Road.



I post precedenti

La geopolitica dei gasdotti

La geopolitica dei gasdotti: Nord Stream













mercoledì 3 giugno 2015

La geopolitica dei gasdotti

Guest post di Tatiana Yugay

Tatiana Yugay insegna economia mondiale, relazioni economiche internazionali, e teoria economica presso l'Università Statale di Mosca, Russia. Si può anche essere interessati a visitare il suo blog "Santatatiana" dove descrive i suoi viaggi per l'Italia Medievale.


Nota: la prof. Yugay terrà un seminario sulla geopolitica dei gasdotti a Firenze Venerdì 5 Giugno al polo di Novoli delle scienze sociali, edificio D6, aula 102, ore 11. Ingresso libero per tutti gli interessati. (La prof. Yugay parlerà in Italiano)


 
Diamo un'occhiata alla mappa dell'Europa e la Russia. Si vedrà che, da un lato, molti paesi europei sono quasi totalmente privi di idrocarburi, e dall'altra — la parte orientale della Russia ha enormi riserve di petrolio e gas.


Picture credit http://www.grida.no

Infatti, il tallone d'Achille dell'UE è la sua dipendenza energetica: oltre la metà del suo fabbisogno è coperto dalle importazioni di idrocarburi. Mentre il ricorso al gas soddisferà fino al 25% del consumo energetico dell'Unione sino al 2050, il costo delle importazioni di combustibili fossili dovrebbe salire a circa 500 miliardi di euro già nel 2030.

La Russia sarà ancora il più grande esportatore al mondo di energia fino al 2035, ha detto BP nella sua relazione annuale Energy Outlook. La produzione di gas naturale in Russia è impostata per essere la seconda più grande al mondo, dopo gli Stati Uniti, arrivando a 75 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2035.

Secondo la teoria classica dei vantaggi assoluti di Adam Smith, i paesi esportano i prodotti che producono a costi inferiori (nella produzione di cui hanno un vantaggio assoluto), ed importano quei beni che vengono prodotti in altri paesi a costi inferiori (un vantaggio per la produzione appartiene ai loro partner commerciali). Questa semplice regola è la pietra angolare di tutto il sistema del commercio internazionale. Sembrerebbe che non ci dovrebbe essere posto per la geopolitica; solo gli interessi economici puri.

Tuttavia, il gas non è solo una merce. Ha una serie di caratteristiche speciali che lo rendono una merce politicizzata. Prima di tutto, si tratta di una risorsa rara, anche se questo concetto è molto relativo. In alcune regioni è abbondante, in altri, al contrario, esso è mancante. Inoltre, il progresso della scienza e della tecnologia porta alla scoperta di nuovi campi e nuovi modi per estrarre il gas. Questi esempi sono la produzione di gas nel Mare del Nord e l'estrazione di gas di scisti negli Stati Uniti. Al momento, stiamo assistendo alla situazione opposta, quando non sono rare le risorse minerarie, ma la necessità per loro. Nuovi produttori di gas entrano in forte concorrenza con i fornitori tradizionali. Nel contesto della crisi economica la domanda di gas è ridotta. Per sostenere i loro produttori i governi stanno iniziando a utilizzare gli strumenti politici.

Il gas naturale, tuttavia, è diverso da altre fonti energetiche. Sopratutto è una fonte di energia più pulita degli altri combustibili fossili. Essendo un gas, è un bene che non viaggia molto facilmente ed è costoso da trasportare. Le proprietà fisiche del gas richiedono i metodi speciali della trasportazione. A livello moderno della scienza e della tecnologia, ci sono due modi di trasporto: 1) il gas naturale è fornito dal sistema di condotte e 2) il gas naturale e convenzionale liquefatto (LNG, liquefied natural gas) è trasportato da navi speciali. Il trasporto del LNG richiede la costruzione di impianti speciali di liquefazione e rigassificazione presso i punti di partenza e di destinazione, e una flotta di navi speciali.

La Russia tradizionalmente utilizza per le forniture di gas il sistema di condotte in Europa. L’esportazione di gas russo verso i mercati europei è cominciata alla fine degli anni ’60. Nel 1967 era entrato in funzione il gasdotto «Bratstvo» (Fratellanza), che attraverso l’Ucraina e la Slovacchia trasporta il gas fino in Germania, Austria e Italia. Il «Bratstvo» può trasportare oltre 100 miliardi di metri cubi di gas all’anno e resta tuttora il principale gasdotto per l’esportazione di gas russo verso l’Europa centro-occidentale.

Picture credit http://www.gazprom.com/

Oggi la rete dei gasdotti della compagnia statale russa Gazprom è la più vasta al mondo. Si estende per 160.400 chilometri (quattro volte la circonferenza equatoriale della Terra), dall’isola di Sakhalin nell’Estremo oriente fino alle porte della Germania, ed è in continua espansione. Per pompare il gas lungo la fitta rete di gasdotti, Gazprom mantiene in funzione 215 stazioni di compressione, con una capacità totale di circa 42.000 Megawatt.

A prima vista, per la costruzione di un sistema delle tale complessita e  lunghezza, i principali compiti sono di ingegneria e logistica. Da un punto di vista economico, è necessario calcolare come fornire il più alto volume di gas ai consumatori europei in modo costo-efficace. Purtroppo, la saggezza economica non funziona nel settore del gas. Cinque anni fa Ben Aris ha scritto, “I gasdotti e gli oleodotti sono veri e propri strumenti politici quando sono in fase di pianificazione ma, una volta costruiti, sono l’equivalente geopolitico di un matrimonio”. Lui sperava che la costruzione dei gasdotti rivali potesse rompere “il monopolio russo».

Poiché le condotte collegano i fornitori e i consumatori di gas nel lungo termine, è qui che entrano in gioco gli interessi geopolitici. Per prima cosa, i paesi consumatori sono naturalmente  preoccupati dell'eccessivo affidamento a un monopolio nella fornitura di gas. Pertanto, essi cercano di diversificare le forniture di gas, che è, se si continua l'analogia di Aris, un modo per spostarsi dalla monogamia alla poligamia. Da parte sua, il fornitore di gas impegna enormi capitali per la costruzione del gasdotto e deve essere sicuro che l'elevata domanda di gas rimarrà per lungo tempo per recuperare i suoi costi.

In secondo luogo, un ruolo crescente è svolto dagli stati di transito del gas. Fornendo il loro territorio per la costruzione di infrastrutture per il gas, tali paesi vogliono trarre il massimo vantaggio dalla loro posizione privilegiata, per ottenere un prezzo speciale sul gas e tasse sul transito. Solitamente la contrattazione inizia nella fase di decisione sulla costruzione e spesso continua durante la fase di esercizio della condotta. E a volte vediamo un vero e proprio ricatto da parte del paese di transito e anche l'uso illegale di gas sottratto dal gasdotto.

In terzo luogo, gli interessi dei fornitori e consumatori sono identici solo quando si ha la fornitura di un flusso di gas ininterrotto verso la destinazione. Questo dipende in larga misura dalla situazione politica ed economica nei paesi di transito. Infine, i contratti per la costruzione dei gasdotti internazionali sono spesso sotto pressione politica da parte di paesi che non sono formalmente coinvolti nei progetti, ma hanno gli interessi geopolitici ed economici nella regione. A questo punto la geopolitica dei gasdotti viene fuori alla grande.

Fin dai primi anni '80, i gasdotti dell'URSS erano diventati l'oggetto di una pressione politica senza precedenti da parte degli Stati Uniti. Per esempio, il secondo gasdotto sovietico Urengoy - Pomary - Uzhgorod è stato costruito dall'Unione Sovietica nel 1983 per la fornitura di gas naturale dai giacimenti nel nord della Siberia occidentale ai consumatori in Europa centrale e occidentale. La capacità effettiva è 28 miliardi di metri cubi all'anno. La lunghezza totale del gasdotto è  4451 km. La lunghezza sul territorio dell'Ucraina è di 1160 km. La sua costruzione aveva coinciso con l'avvento al potere di un fanatico anti-comunista Reagan nel 1981. Il nuovo presidente iniziò una crociata economica contro l'Unione Sovietica. In condizioni di estrema segretezza era stato sviluppato un piano integrale per minare il potere economico e militare dell'Unione Sovietica. Alla fine degli anni '90, Roger W. Robinson, Jr. , ex direttore senior per gli affari economici internazionali del Consiglio di sicurezza nazionale (1982-1985), ha aperto il velo di segretezza.

Secondo Robinson, l'azione era iniziata con la formazione del "gruppo interdipartimentale di alto livello per la politica economica internazionale" (Senior Interagency Group on International Economic Policy, SIG IEP). Prima di tutto, il gruppo aveva esaminato le fonti di afflussi in valuta estera dell'URSS. Era stato scoperto che l'Unione Sovietica aveva ricevuto circa l'80% del fatturato estero da quattro fonti: il petrolio, il gas, le armi e l'oro, con gli idrocarburi che avevano generato circa il 66% di questo importo.  Sulla base di questo rapporto, Reagan era deciso a colpire le forniture di petrolio e di gas verso l'Europa. Gli analisti americani contavano sul fatto che che le minori entrate in valuta estera avrebbero limitato la politica interna ed estera dell'Unione Sovietica. Gli Stati Uniti si erano opposti alla costruzione del gasdotto dalla Siberia verso l'Europa occidentale e in collusione con l'Arabia Saudita avevano abbassato i prezzi del petrolio sei volte, fino a 9-10 dollari al barile, verso la fine degli anni 1980. La produzione saudita era passata da ~ 2MBD (milioni di barili / giorno) a 6 mbd in un arco d'un anno del 1985.

Il piano di Reagan includeva l'attuazione della cosiddetta "triade strategica commerciale." In particolare, questo  significava limitare fortemente l'accesso di Mosca a: 1) mercati del gas naturale in Europa occidentale; 2) accordi di prestito ufficialmente agevolati; e 3) tecnologie sofisticate statunitensi e occidentali per uso militare.

Gli Stati Uniti non potevano vietare esplicitamente la costruzione di un gasdotto che doveva passare esclusivamente sul territorio dell'URSS. Essi hanno fatto ricorso a metodi indiretti, mettendo un embargo sulle attrezzature chiave e la tecnologia degli Stati Uniti per petrolio e gas che non erano disponibile altrove e effetuando una forte pressione sui paesi europei. Infatti, l'amministrazione di Reagan aveva imposto sanzioni alle imprese europee che volevano fornire attrezzature e tecnologie, che erano prodotte da licenze statunitensi. Questo significava l'applicazione delle leggi degli Stati Uniti verso l'Europa sul principio di extraterritorialità. Questo principio era stato utilizzato per la prima volta durante il conflitto sul gasdotto siberiano.

Gli Stati Uniti avevano stabilito il controllo dell'importazione per tutte le imprese dell'Europa occidentale, il che significava una rapida crescita delle sanzioni economiche. Questo controllo di importazione, quando identificato per un'azienda. le chiudeva completamente i mercati degli Stati Uniti, compresi i mercati finanziari.

Nonostante questo, cinque aziende provenienti da Germania, Francia, Italia e Regno Unito avevano continuato a rifornire l'Unione Sovietica. Il risultato delle sanzioni adottate dagli Stati Uniti era stato il fallimento delle tre società. Di conseguenza, l'Europa era stata costretta a obbedire ai dettami degli Stati Uniti.

In  aggiunta, nel maggio del 1983, prima dell'incontro al vertice economico a Williamsburg, l'Agenzia Internazionale per l'Energia ha firmato un accordo sulla questione del gas. Il documento dichiarava l'intenzione dell'Europa di evitare la dipendenza da un unico fornitore, con un chiaro riferimento all'Unione Sovietica. Il documento annunciava anche la necessita del'accelerazione dello sviluppo del giacimento Troll in Norvegia. In tal modo, gli Stati Uniti  avevano chiesto all'Europa di pagere un "premio per la sicurezza", nel senso di prezzo del gas norvegese aumentato e degli investimenti per velocizzare la costruzione degli impianti per LNG.

Come risultato, gli Stati Uniti erano riusciti a rimandare la messa in servizio della prima linea del gasdotto trans-siberiano  per due anni e mezzo, e cancellare la seconda linea del gasdotto. Il costo per Mosca della perdita della seconda parte del gasdotto siberiano sarebbe stato di circa $ 10-15 miliardi di dollari all'anno, senza contare i costi di un ritardo di due anni per portare la prima parte on-line.

La strategia dell'amministrazione Reagan, progettata per 5 - 10 anni, era iniziata nel 1982. E il 23 dicembre del 1991, due giorni prima dal'annuncio della dissoluzione dell'Unione Sovietica, Gorbaciov ha annunciato un default su 96 miliardi di dollari di debiti in valuta estera.

Questo vecchio episodio della guerra fredda può servire come un libro scolastico per capire l'attuale fase di confronto tra la Russia e l'Occidente. Veronica Krasheninnikova, direttrice del Centro per gli studi internazionali e giornalismo MIA "Russia Today", dice: “Trenta anni dopo l'inizio dello sviluppo della strategia di Reagan per soffocare l'Unione Sovietica, nel 2012, Barack Obama sembra aver messo a punto un piano simile - questa volta contro la Russia”.
(continua)

lunedì 3 novembre 2014

La guerra dei gasdotti (ovvero: Renziologia applicata)




Riproduco qui di seguito parte di un interessante post di Aldo Giannuli che racconta della "guerra del gas" in corso e di come questa influenzi le decisioni  del governo italiano. Leggendo questo e altri commenti, non finisco mai di stupirmi di quanto il discorso del gas/petrolio sia così platealmente assente dal dibattito politico a tutti i livelli e di come, invece, sia fondamentale nella pratica. Insomma, siamo alla "Renziologia" come una volta si parlava di "Kremnlinologia". Ovvero, a frizionarsi vigorosamente i neuroni per cercare di capire cosa vogliono veramente dirci i nostri governanti nei loro vacui discorsi. Evidentemente, deve essere l'essenza della democrazia.


Renzi fra Gentiloni e la Camusso.

di Aldo Giannuli
Nel giro di una settimana il governo Renzi ha dovuto affrontare tre grane: la manifestazione della Cgil, il pestaggio degli operai di Terni ed il cambio della guardia alla Farnesina. Iniziamo dall’ultima cosa: che significato ha la nomina di Gentiloni? Per capire sino in fondo ci mancano dei passaggi: a quanto pare (ma vatti a fidare delle indiscrezioni giornalistiche!) Gentiloni non faceva parte della prima rosa di nomi offerta al Quirinale e che era composta da sole donne, di cui una sola di qualche autorevolezza internazionale (la Dassù). Non sappiamo per quali motivi Napolitano abbia respinto queste candidature, forse ritenendole troppo “leggere”, in una fase politica di crisi montante come questa presente. Se ne dedurrebbe che il nome di Gentiloni sia stato imposto dal Colle o che sia stato una sorta di compromesso fra i due presidenti. Ma non c’è ragione di pensare che Renzi possa proporre Gentiloni come candidato di “seconda scelta”: viene dalla Margherita, come gran parte dello staff renziano ed è dall’inizio nella cordata del fiorentino, inoltre ci sono ragioni specifiche per pensare che sia l’uomo più adatto ai bisogni di Renzi in questo momento. 

Dunque, non era nella rosa iniziale, solo in omaggio al principio della “parità di genere” nel governo? Renzi è abbastanza fatuo per andare dietro a queste fesserie, ma la cosa non convince del tutto. Di sicuro, se l’esigenza di Napolitano era quella di un nome di maggior peso, Gentiloni risponde a questa esigenza e gli orientamenti del nuovo ministro degli esteri non gli dispiacciono. Ma allora come mai non ci si è pensato subito? Ecco qui c’è un passaggio che ci manca. In compenso la logica politica dell’operazione è abbastanza trasparente e proviamo a spiegarla.

Dopo una breve scapigliatura giovanile, che lo portò a militare nel Movimento Studentesco e nel Pdup per il Comunismo, ed una più matura collaborazione con il Manifesto (dove era ritenuto esperto di mondo cattolico), Gentiloni è andato a sciacquare i suoi panni nel Potomac, diventando uomo assai sensibile alle ragioni a stelle e strisce. Ed ancor più sensibile è diventato, con il tempo alle ragioni di Israele: è interessante constatare come proprio alla vigilia della sua nomina, Gentiloni abbia avuto un caloroso incontro con i maggiori rappresentanti della comunità ebraica italiana.

Prima che saltino su i soliti dietrologi che vedono Israele dietro ogni complotto o i più fanatici sostenitori di Israele ad accusarmi di antisemitismo per aver insinuato chissà cosa, preciso: niente oscuri complotti, ma uno scenario politico che è sotto gli occhi di tutti e che ha una sua logica interna. Non è un mistero che da almeno 5 anni (epoca del “discorso del Cairo” di Obama), Washington e Telaviv vanno in direzioni via via divaricanti e l’intesa non è più quella di un tempo. Israele avrebbe voluto l’intervento in Iran che non c’è stato, Israele non ha visto affatto di buon occhio la primavera araba che gli Usa hanno, in parte, incoraggiato, Washington si è mostrata meno allineata del passato ad Israele sulla questione palestinese. Ma soprattutto, in tempi recenti, è la questione energetica a dividere i due vecchi sodali: gli Usa hanno l’obiettivo strategico di indebolire la Russia ed, in particolare, la sua influenza sull’Europa, determinata dal peso delle sue forniture di gas. A questo scopo, gli Usa hanno cercato in tutti i modi di impedire la nascita del gasdotto Southstream, prima con il progetto concorrenziale di Nabucco, dopo spingendo per l’inserimento del Quatar nella rete metanifera europea. Entrambe le questioni vedono al centro il nostro paese: Southstream avrebbe dovuto essere costruito dall’Eni (ora non sappiamo che fine farà il progetto), mentre la via più semplice per agganciare il Quatar alla rete europea è agganciarlo al gasdotto italo-libico-algerino; cosa tentata nel 2005 e bloccata dal governo Berlusconi, per evidenti preferenze moscovite. Cosa che i quatarioti si legarono al dito, rendendo all’Italia pan per focaccia in occasione della crisi libica. Va da sé che Israele veda il piano di inserimento del Quatar come il fumo negli occhi; ed è ovvio, dato che il Quatar finanzia i Fratelli Musulmani e accentuare la dipendenza dell’Europa dalle forniture di un paese arabo è in palese contrasto con i suoi interessi strategici. Per questo si è determinata una oggettiva convergenza fra Mosca e Telaviv.

La cosa era tornata per un attimo alla ribalta (all’inizio della crisi ucraina) in occasione del viaggio di Letta in Quatar per trattare sul loro ingresso in Alitalia. Poi la tempestiva crisi del governo Letta bloccò sul nascere la ripresa del disegno.

Dopo, con il governo Renzi (sul quale si sa avere molta influenza l’economista Yoram Gutgeld, già ufficiale superiore dell’esercito israeliano), sono venute le nomine Eni con la promozione di De Scalzi al posto che fu di Scaroni e, con essa, la conferma piena degli orientamenti filorussi dell’ente petrolifero di Stato. Insomma nel governo Renzi si è riprodotta in sedicesimo quella convergenza russo-israeliana di cui dicevamo. E gli americani non hanno affatto gradito, riservando al giullare fiorentino più di uno sgarbo. Poi, puntuale come Big Ben è arrivato lo scandalo Nigeria, che ha colpito De Scalzi, oltre che Scaroni. Renzi in un primo momento ha difeso a spada tratta De Scalzi, ma si è molto raffreddato quando questi, per salvarsi, ha buttato a mare Scaroni (“decideva tutto lui”). Ed il gelo è sceso in occasione della visita di Italia di Li Kequiang, quando, alla cerimonia della firma dei contratti d’affari conclusi, tutti hanno notato la clamorosa assenza di De Scalzi, unico a mancare fra i big delle imprese di Stato.

Insomma, mi pare che tutto confermi che sia in atto una nuova puntata della guerra segreta dei gasdotti e che essa passi per il governo italiano.

Di qui la necessità di un ministro degli esteri molto ben accreditato sia presso Washington che presso Telaviv per trovare una mediazione in un conflitto che potenzialmente può travolgere il governo.

E meglio ancora se questo mediatore disponga di buone entrature in Vaticano e sia amico di un personaggio come Stefano Silvestri (altro ex estremista passato al campo a stelle e strisce) che può contare a sua volta su amici a Mosca ed a Washington. Come mai un nome così perfetto non è stato la prima scelta? Forse perché occorreva coprirlo con altre candidature di parata, per non bruciarlo nel partito, dove c’erano altri candidati pure renziani? O per distrarre l’attenzione dal vero senso dell’operazione? Chissà, dovremmo avere più informazioni.



Aldo Giannuli