lunedì 15 giugno 2020

La retorica del lavoro: più lavoriamo, più distruggiamo il pianeta


Per via di tutta la faccenda del coronavirus, questo interessante post di Bruno Sebastiani è rimasto in coda nella lista dei post e ora arriva un po' in ritardo rispetto alla data del 1 Maggio che ne era l'origine. Comunque, meglio tardi che mai e vale comunque la pena di leggerlo.

Un post di Bruno Sebastiani


Il 1° maggio, in occasione della festa del lavoro, un membro del Gruppo Cancrismo di Facebook ha scritto questo post: “Buon 1° maggio a chi crede ancora nella giustizia e nella libertà e combatte la sopraffazione...” L’immagine mostrava un corteo di uomini e animali che sfilavano affiancati.
Io, in qualità di amministratore del Gruppo nonché di ideologo del Cancrismo, ho così commentato: “Per il Cancrismo il lavoro è lo strumento attraverso il quale abbiamo devastato il pianeta! Non vedo cosa ci sia da festeggiare!
L’estensore del post ha replicato che “il senso di questo post era un altro e c’è scritto chiaramente”.
A questo punto concedo al mio interlocutore il beneficio della buona fede, ma credo che l’occasione sia propizia per fare un po’ di chiarezza su tutto l’argomento.
Coloro che festeggiano il 1° maggio apprezzano lo spirito di questa festa, e cioè l’aspirazione alla giustizia sociale da conseguire con l’accesso a forme di lavoro equamente retribuite, prive di rischi, non degradanti né eccessivamente faticose.
In realtà anche i datori di lavoro, imprenditori, industriali, amministratori ecc. hanno buon diritto a celebrare questa festa, perché è proprio attraverso il lavoro (oltre che il capitale) che essi conseguono i loro obiettivi produttivi e quindi economici.
Il lavoro in definitiva costituisce uno dei miti fondanti della nostra società, tanto da essere stato inscritto nell’articolo 1 della Costituzione italiana (“L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”) e da essere citato tra i principali obiettivi del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa (Art. 3: “L'Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato […] su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale […]”).
È un mito che è sempre andato di pari passo con quello del progresso tecnico e scientifico, ma che rischia, in un futuro ormai prossimo, di separarsi inesorabilmente da quest’ultimo: l’automazione dei processi produttivi rende infatti sempre più superfluo l’intervento dell’uomo, che, oltretutto, rappresenta uno degli elementi di costo maggiore di tali processi.
Sulla graduale espulsione dell’uomo dal mondo del lavoro e sulla sua progressiva sostituzione con dispositivi automatici e robot esiste un’ampia letteratura e ad essa rimando chi volesse approfondire l’argomento. In questi giorni sto leggendo “Homo Deus – Breve storia del futuro” di Yuval Noah Harari e anche in questo saggio ho trovato un’ampia descrizione di quella che sarà la società di domani, dominata dagli “algoritmi informatici” anziché da quelli “biologici” (alias “uomini”; vedasi il capitolo 9 dove il paragrafo titolato “La classe inutile” si apre con questa frase: “La più importante questione economica del XXI secolo potrebbe essere come impiegare tutti gli individui superflui.”)
Ma tralasciamo in questa sede il problema della disoccupazione prossima ventura e concentriamoci invece sul significato della retorica del lavoro tuttora imperante.
Iniziamo col dire che la glorificazione di questa attività tipica dell’essere umano è abbastanza recente. Nasce e si diffonde tra la metà e la fine del settecento con la prima Rivoluzione industriale e poi con la Rivoluzione francese.
Fino ad allora il lavoro manuale non aveva goduto di buona fama.
Per chi crede nei miti, la sua origine deriverebbe nientemeno che dalla maledizione divina conseguente al peccato originale, quando Dio scacciò Adamo dal giardino di Eden perché lavorasse il suolo, a sua volta maledetto e destinato a produrre spine e cardi. Questa attività sarebbe stata dolorosa e Adamo avrebbe potuto mangiare il pane solo con il sudore del suo volto. La donna avrebbe partorito tra grandi sofferenze. Così il capitolo 3 della Genesi.
Fin qui il mito. Ma anche quando dalla preistoria si passò alla storia, la considerazione per il lavoro non crebbe gran che.
I Faraoni utilizzarono migliaia e migliaia di schiavi per edificare le piramidi e stessa sorte toccò a miriadi di cinesi (o loro schiavi) quando fu costruita la Grande Muraglia.
Le antiche società per caste collocavano la categoria dei lavoratori al punto più basso della organizzazione sociale.
Tra gli indù i “bramhani” o sacerdoti erano al vertice gerarchico delle caste, seguiti dagli “kshatriya” o guerrieri. Solo dopo di loro venivano i “vaishya”, agricoltori e mercanti e i “shudra”, servi addetti ai lavori manuali più umili.
In Occidente le caste erano forse meno rigide che in Oriente, ma fino al tardo Medio Evo, e anche dopo, il clero e l’aristocrazia si spartirono i primi posti della gerarchia sociale, lasciando alla nascente borghesia (gli abitanti delle città) e ai servi della gleba (i lavoratori della terra) le posizioni meno degne.
Con la Rivoluzione industriale le cose iniziarono a cambiare, ma con estrema gradualità. La classe lavoratrice “urbana” e “operaia” andò acquistando consistenza numerica, ma non ancora dignità e considerazione; i contadini rimasero per tutto l’Ottocento tristemente subordinati ai proprietari terrieri (si veda il bell’affresco della società contadina realizzato da Ermanno Olmi nel film “L’albero degli zoccoli”)
Ma i lavoratori acquisirono un poco alla volta coscienza della loro importanza per il sistema industriale e capitalistico. Si unirono in organizzazioni sindacali e dettero vita a vasti movimenti rivoluzionari. Uno di questi conquistò il potere in Russia e lo tenne per quasi tutto il Novecento, espandendo la sua influenza su buona parte del globo terracqueo.
A est e a ovest il mito del lavoro crebbe sempre più in diffusione e importanza.
Lo stesso simbolo prescelto dai partiti delle classi lavoratrici (la falce e il martello) rendeva assai bene l’idea del culto nutrito per questa attività umana.
D’altra parte analogo culto venne tributato al mito del lavoro da parte delle classi egemoni (politici, industriali, finanzieri), fino al punto, come abbiamo visto, di inserirlo in testa alle Costituzioni nazionali e sovranazionali.
Ma in ottica cancrista quale è il reale significato del lavoro? Quale il valore da attribuirgli?
Iniziamo a dire che il lavoro è l’attività mediante la quale l’essere umano trasforma la materia a proprio vantaggio.
Si manifesta originariamente nella cosiddetta “industria litica”, oltre 2 milioni di anni fa, come conseguenza delle accresciute capacità encefaliche dei nostri progenitori che da ominidi si trasformarono in “Homo habilis”.
Proprio l’abilità è una delle principali caratteristiche del lavoro, la capacità di trasformare la materia prima (pietre, minerali, legno, esseri viventi) in “altro da sé”, in qualcosa di diverso da ciò che sarebbe stata in natura in assenza dell’intervento umano.
La pietra divenne la punta di una lancia, il ramo si trasformò in un arco, la pelliccia degli animali fu usata per ripararsi dal freddo.
La pietra non fu più pietra, il ramo non fu più ramo e gli animali furono uccisi per il nostro comfort.
Da allora è trascorso un tempo immemorabile e il significato del lavoro dal punto di vista concettuale non è cambiato.
Si è però modificato enormemente da un punto di vista quantitativo e qualitativo.
I piccoli, insignificanti sfregi perpetrati ai danni di un’ecosfera ricca di foreste lussureggianti sono divenuti immani scempi su un corpo planetario esausto, sfruttato all’estremo limite.
Tutto ciò grazie al lavoro.
La responsabilità, naturalmente, è della mente che ha guidato la mano, non della mano in sé. Ma l’atto che ne è conseguito, l’atto lavorativo, è lo strumento attraverso il quale abbiamo distrutto l’equilibrio che regnava nel mondo della natura e attraverso il quale non siamo in grado di ricomporlo.
Come e perché festeggiamo dunque questo strumento di distruzione?
La spiegazione che io do è la seguente:
  • con il lavoro abbiamo edificato una società ultra-complessa e sovrappopolata, quella che nel mio nuovo libro ho definito “l’impero del cancro del pianeta”
  • pur se ci rendiamo conto dei guai combinati, la via del ritorno ci è preclusa
  • non resta pertanto che andare avanti sperando che il progresso tecnico / scientifico trovi rimedi all’esaurimento delle risorse, all’inquinamento, al riscaldamento globale ecc.
  • l’andare avanti implica nuovo lavoro, e ciò perpetua il mito di questa attività mediante la quale abbiamo devastato la biosfera.
La retorica del lavoro come valore fondante della società è destinato dunque ad accompagnarci ancora per un certo numero di anni, unitamente agli altri miti corresponsabili della distruzione dei tessuti sani di Gaia, il mito del progresso, della crescita economica, dell’aumento della produzione e dei consumi.
Poi, come abbiamo già accennato, qualcosa cambierà. Ma non intendo parlare di situazioni future che non si sa con esattezza come evolveranno.
Preferisco rivolgermi ai miei contemporanei e dire loro: non festeggiate il lavoro, rimpiangete piuttosto il mondo che il lavoro ha distrutto e continua a distruggere! L’attività che voi celebrate il 1° maggio è in tutto analoga a quella delle cellule tumorali nel corpo dell’ammalato di cancro!

26 commenti:

  1. Il lavoro è e resta la base fondante della vita in ogni specie vivente, basta chiarire cosa si intende per lavoro: atto finalistico dedito a produrre un risultato desiderato. L'animale "lavora" brucando, cacciando, riproducendosi ed in genere espletando le proprie attività istintive, l'umano è attualmente l'unico cordato che è riuscito a differenziare all'interno della propria specie diverse funzioni, chiamate mestieri, costruendo un "corpo" costituito da "mestieri-organi" interdipendenti, solo le colonie di insetti fanno altrettanto. Come nel caso degli insetti la razza umana costruisce superorganismi, quello che chiamiamo lavoro è la funzione base di ogni cellula-uomo all'interno dell'organismo quindi difficilmente si vedranno cambiamenti in un arco di tempo storico.
    Per chiarire potremmo osservare come anche società minimali ed integrate nell'ecosfera, i villaggi di cacciatori-raccoglitori, siano costituiti da un insieme di professioni diverse: cacciatori, raccoglitori, trasformatori, sciamani, intrattenitori e così via. Probabilmente vedremo calare la "frenesia lavorativa" tipica della società post rivoluzione industriale, ormai l'umano non può realmente seguire i ritmi e le capacità delle macchine e dovrà quindi trovare il modo di conciliare l'esistenza con altri valori diversi da quelli attuali, spostando la richiesta di soddisfazione dall'avere materiale all'avere immateriale (qualcosa di simile fù il francescanesimo).
    Possiamo ammettere che il lavoro necessario a garantire le necessità vitali sia una frazione infinitesimale dell'odierna attività, il lockdown lo ha dimostrato, riuscire a trasformare questa consapevolezza in una realtà stabile sarebbe un modo per riportare il peso della nostra specie nei limiti dei cicli di rinnovamento dell'ecosfera ma richiederebbe un notevole passo avanti nelle capacità sociali. Saremo in grado di farlo o arriverà rima Seneca?

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    1. lo vedrai a breve, se il covid continuerà a farci visita spesso, come l'influenza ed il raffreddore, altri 2 coronavirus, tanto per intenderci.

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    2. Concordo.
      Se per il lavoro il "risultato desiderato" e' produrre uno stipendio, un reddito, e quindi se per la politica si parla (straparla) di creare posti di lavoro e non di mirare al benessere duraturo ed equilibrato (ecosistemi e biosfera, cibo sano e sostenibile, studio e ricerca, benessere e salute personale) di cui il lavoro e' strumento, e' chiaro che Seneca arrivera' comodamente prima.

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    3. "Il lavoro è e resta la base fondante della vita in ogni specie vivente, basta chiarire cosa si intende per lavoro: atto finalistico dedito a produrre un risultato desiderato."

      Non credo, noi probabilmente siamo l'unico essere vivente che, per sua maledizione, distingue fra lavoro e gioco, fra dovere e piacere, il che fra l'altro accade solo dalla rivoluzione agricola neolitica in poi. La caccia-raccolta, che prima era l'attivita' attraverso la quale l'umanita' si sosteneva durante tutto il corso del suo sviluppo biologico, a tutt'oggi e' un gioco per cui si e' disposti a pagare una licenza, e il piu' bello dei giochi che guarda caso serve proprio a procurarsi il cibo (oltre alla lotta e la sua ritualizzazione odierna, lo sport). La celebrazione retorica e rituale del lavoro come "travaglio" deriva dal fatto che, nemmeno per gli umani di oggi, e' "naturale", tant'e' che chi si diverte lavorando non e' considerato un vero lavoratore: il lavoratore, cioe' il meritevole secondo la retorica e l'indottrinamento sociale odierni, e' colui che si sacrifica, che soffre, che agisce contro la sua natura per un premio futuro**. Anche nel campo degli studi, oggi ritualizzati nell'istituzione concentrazionaria scolastica, l'indottrinamento allo sforzo e al sacrificio viene realizzato attraverso l'esempio e la prassi per un lunghissimo periodo di tempo che un secolo fa avrebbe superato la durata di un'intera vita media, al fine di promettere una promozione e una felicita' in un futuro remoto che oggi come allora supera la durata media della vita per quanto essa si sia allungata. Bel risultato, da esseri intelligenti proprio: specie quando ci si aspetta che continuando a insistere sempre di piu' nel reiterare lo stesso errore, il risultato cambi. E anche qui vale la pena di notare che la perseveranza, cioe' la ottusa testardaggine, nella nostra societa' e' considerata un valore, e chi piu' ne soffre piu' viene premiato socialmente.

      ** nei paesi politicamente comunisti, l'eroe per antonomasia e' Stakanov, il lavoratore indefesso (il terzo stato), non il guerriero o il custode della sapienza: cioe' l'espressione personificata della classe uscita vincitrice dalla rivoluzione dei lumi, la borghesia con la sua etica del lavoro e del sacrificio anche fine a se stesso oggetto e critica della presente discussione, evidenziando cosi' che gia' da allora i lumi li avevamo persi per strada da un pezzo.

      firmato winston

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    4. @winston, la separazione gioco-lavoro è puramente arbitraria, chiamiamo gioco un attività che ci gratifica e lavoro un attività che riteniamo ci dia un risultato che noi desideriamo quindi nulla esclude un attività che le coniuga entrambe. Nel regno animale le due cose coincidono quasi sempre perchè legate dall'istinto, nelle società umane la cosa varia ma tendenzialmente si può osservare come in assenza di un "industria dell'intrattenimento" molti lavori vengano utilizzati come svago, un esempio semplice è l'intaglio del legno: abitualmente nelle comunità montane dove il legno è abbondante e l'inverno blocca molte attività si trovavano spesso mobili intagliati a mano in tutte le abitazioni, per passare il tempo infatti molti intagliavano il legno per i propri mobili, ovviamente questo trattamento vale per i mobili non utilitaristici.
      Sulla premialità nella nostra società ti contraddico, la massima premialità non viene assegnata al lavoro ma alla socialità, le capacità più remunerate sono quelle di intrattenimento e convivialità, dimostrabile facilmente osservando come le retribuzioni più alte siano riservate ad intrattenitori (attori, sportivi,personaggi dei media, conferenzieri etc), a dirigenti apicali non specializzati (CEO e simili, in grado di saltellare in ambiti completamente diversi poichè non competenti in un ambito specifico ma nelle gestione delle relazioni interne ed esterne proprie e dell'azienda)e a speculatori (truffatori sotto un altro nome).
      Trovo la celebrazione del lavoro come una delle più autentiche forme di celebrazione dell'umanità, ogni popolo ha sviluppato la sua forma di "festa del raccolto" inserendovi mille sfumature del ringraziamento al mondo per aver concesso un altro anno di vita. La capacità di festeggiare i frutti del proprio lavoro ringraziando la divinità (in una forma o nell'altra) sacrificando una parte del prodotto o dedicandone ulteriore ad essa (edificazione di templi, cerimonie, ex voto etc) è una delle caratteristiche perse nella nostra società, si ringraziava per ciò che si era preso e si dava per compensare riconoscendo come tutto il lavoro umano non sia che un elaborazione di ciò che qualcos'altro ci ha fornito e perciò una compensazione "simbolica" fosse dovuta.

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    5. Bello il commento di Athanasius!
      Ciò non toglie che anche il lavoro ha un dominio "sano" al di fuori del quale diventa problema.

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  2. Il Tau 2500 anni fa aveva già notato che il lavoro era una negatività: "fai il meno possibile, possibilmente niente, perchè qualunque cosa fai, fai qualcosa di sbagliato". Io, da cristiano, aggiungo che è sì tutto sbagliato, tranne il poco che è in accordo con lo Spirito Santo. Peccato che il messaggio di Cristo sia stato degradato a religione materialistica in questi 20 secoli.

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    1. E' il promo principio edonistico. Cristo ed i cristiani son arrivati dopo.

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    2. il piacere spirituale è troppo più appagante e soddisfacente di quello materiale. Per questo pochi riescono ad assaporarlo: da inguaribili egoisti siamo troppo succubi dei piaceri materiali. Gioia e divertimento sono molto diversi.

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  3. R "non festeggiate il lavoro, rimpiangete piuttosto il mondo che il lavoro ha distrutto e continua a distruggere! "

    Perfetto; ci collegherei la critica ed il cocnetto di tempo meccanico del lavoro connesso al temo die combustibili fossili analizzato daL grandissimo Ernst Junger (sconosciuto all maggior parte degli ignorantissimi insegnanti italiani) nel suo ultimo libro di pochi lustri fa: L'OROLOGIO A POLVERE (Sandhure buch) in cui contrappone il concetto di tempo meccanico a quello dei tempo solare, della meridiana, legato al lavorodei campi quando si era forzati ad adottare tecniche di permacoltura ante litteram. In buona sostanza dobbiamo creare dei corridoi di wilderness, come sostiene sia Mark Beckoff che Lovelock,cioè aree boschive proprio al limite delle aree coltivate più fertili dove si affacciano i boschi residuali. in pratica il peccato capitale oggi è sfamare le popolazioni in grave squilibrio demografico con il loro territorio...

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    1. Le aree boschive proprio al limite delle aree coltivate più fertili rendono incoltivabili le aree più fertili a causa dell'incursione di animali selvatici che distruggono i raccolti, come può vedere chi un minimo osserva l'agricoltura non solo industriale ma anche di sussistenza e su piccola scala. Io sono completamente a favore del diritto di esistere degli animali selvatici, ma anche delle persone che devono mangiare, quindi le proposte devono essere praticabili se no non hanno senso, per quanto ribadite.

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    2. Quella di Gaia è una precisazione più che pertinente.
      Diciamo che le incursioni di selvatici provenienti dai corridoi di wilderness [1], se ben gestite (ad esempio con trappole e tagliole), possono integrare la dieta dei coltivatori, per di più con costi prossimi allo zero. Si potrebbe parlare di serbatoi di wilderness, e non c'è niente di male a mangiare quel che esce spontaneamente da un serbatoio, per di più con intenzioni di razzia.

      [1] E' proprio necessario ficcare in ogni dove st'inglese del cavolo?

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    3. Trappole e tagliole no però... povere bestie.
      Penso che sarebbe da riaprire un dibattito sulla caccia. Tra il cacciatore che gira tra campi e case per impallinare fagiani allevati apposta, e il montanaro che conosce le abitudini dei cervi, li segue per ore e se sbaglia un colpo cerca l'animale per finirlo e non farlo soffrire inutilmente, e poi se lo mangia, c'è una bella differenza.

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    4. Entrambi no avete capito il cocnetto di corridoi di wilderness: immaginatelo visivamente: no ad un quadarato enorme di aree agricole antropizzate, si ad una scacchiera fra aree sfruttate dall'uomo ed aree lasciate alla natura...Questo è quanto ssotengono due grandissime menti del moviemtno ecologista ins enso lato come beckoff e Lovelock, ovvio che in aree come il canada è molto più facile da immagianre che non in pianura apdana, ma già l'appennino con le sue vallette trasversali ne è un esempio indiretto ed è anche grazie a questo che si è potuto salvare il lupo italico...Serve molto meno lavoro nel senso anche che servono molti meno uomini...

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    5. La soluzione è impraticabile fintanto che non si provvedere a lasciare che la quantità di gente che vive dalle nostre parti si riduca spontaneamente, come starebbe facendo se non fosse per le robuste iniezioni accuratamente pianificate e implementate di persone provenienti da diversi "altrove", nel più totale spregio dei costi ambientali, sociali ed economici. In ambito dirigenziale (non necessariamente in ambito politico), evidentemente, si è deciso che va bene così, salvo poi fingere di preoccuparsi per la salute collettiva.

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    6. Fra, io ho capito benissimo, ma ti garantisco, proprio perché vivo in un ambiente "a scacchiera", che se hai aree selvatiche vicino ai campi, alle case e agli allevamenti, tutti i giorni arrivano gli animali selvatici e ti predano gli animali domestici e ti mangiano o distruggono i raccolti. Beckoff e Lovelock saranno sicuramente due grandissime menti ma non sono contadini o allevatori e siccome abbiamo bisogno di contadini e allevatori sarebbe il caso di ascoltare anche loro, a meno che non vogliamo morire tutti di fame adesso.
      Finché esiste anche solo un piccolo gruppo di esseri umani che hanno bisogno di essere sfamati (e immagino che anche tu sia un essere umano che mangia cibo), senza caccia di questi animali non può esistere un equilibrio. Non sterminio, ovviamente, ma qualche forma o di difesa, dove è possibile, o di controllo delle popolazioni animali, lupo compreso, mi spiace ma è così. E a ben vedere, tutti gli animali in qualche modo cacciano via i rivali per il cibo, uccellini compresi.

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  4. ps al mio commento studiare di pu'

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  5. A me sembra assurdo che tutti trattino la famosa imminente "automazione" come inevitabile / ecologica / una liberazione dal lavoro, trascurando il piccolo particolare che le macchine consumano energia, e anche tanta!
    Cioè: dovremmo consumare energia e risorse per mantenere le persone a far niente, e addirittura a fare attività non produttive (abbiamo bisogno di muoverci per stare bene), e poi consumare altre risorse ed energia per costruire e alimentare macchine che lavorino al posto nostro, e questo ci viene spacciato come il futuro migliore possibile... non sarebbe più sia ecologico che sensato utilizzare direttamente la nostra energia per lavorare? Poi per carità, tagliare la legna con la motosega è meglio che farlo con l'ascia, ma non tutti i lavori fisici sono così pesanti.
    Io il discorso sull'automazione proprio non lo capisco.

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    1. In sostanza l'automazione è oggettivamente inevitabile ed ecologica perchè semplicemente riduce i passaggi produttivi e gli scarti con conseguenti risparmi di risorse ed energia.....
      Una macchina o un umano consumano pari energia a pari lavoro ma la macchina è più precisa e più potente (compie il lavoro urilizzando meno volume e tempo, diciamo che dispone di una maggire concentrazione di energia), prendi ad esempio una macchina per taglio degli alberi (https://www.youtube.com/watch?v=HfKHAgK9-IM)sostituisce il lavoro di una squadra di 10 uomini, facendone il lavoro in un decimo del tempo ed utilizzando un decimo delle risorse. Ovviamente nel mio paragone le risorse utilizzate sono diverse, la macchina utilizzerà un barile di conbustibile e qualcosa tra ricambi e consumabili mentre i nostri 10 uomini avranno bisogno di cibo e acqua ma eventualmente anche di riscaldarsi, cucinare, accamparsi e simili.
      Il paradosso che tu riscontri secondo il mio punto di vista è invertito, siamo diventati così bravi che ormai abbiamo poco bisogno di lavoro per sostenere una comunità enorme e quindi non siamo più in grado di distribuirne i frutti in maniera adeguata! La distribuzione delle risorse in condizione di scarsità è automatica, le risorse vanno dove sono utili pena la morte, quindi la ricchezza tende a concentrarsi o verso le capacità migliori (corporazioni medioevali) o verso le caste guerriere (che devono dimostratre la loro capacità sul campo pena la morte o la perdita dello status). La sovrabbondanza di risorse tende invece a premiare le capacità sociali quindi a creare burocrazie e camarille finalizzate alla predazione dei produttori di risorse.
      Il caso delle burocrazie (statali o ecclesiastiche) è emblematico, nascono come strumento indispensabile per coordinare gli sforzi di gruppi di persone per fini utilitaristici ma degenerano in componenti parassitari: la Cina sviluppa la burocrazia per implementare enormi opere di ingegneria idraulica in grado di sfamare letterelmente un miliardo di individui, il potere della burocrazia però tende a corrompere i funzionari che spesso dventano parassiti, nel tempo questo provoca la debolezza della struttura sociale e produttiva.....

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    2. Athanasius, non sono per niente convinta di quello che dici, e non presenti neanche dati. In base a cosa dici che le macchine consumano meno risorse? Nell'agricoltura, per esempio, la meccanizzazione ha significato che produciamo una caloria di cibo ogni tre calorie di energia (cerca su internet, ci sono molti dati al riguardo; secondo altri calcoli il rapporto è addirittura più svantaggioso). Non c'è dubbio che sia così, solo che finché abbiamo petrolio a buon mercato non solo non ce ne accorgiamo ma ci conviene. Se invece dovessimo avere un rapporto così negativo producendo cibo con la sola energia umana, moriremmo tutti di fame! Questo esempio dimostra che l'umano è più efficiente delle macchine.
      È come dire che bruciare un bosco e starci vicino è un modo meno faticoso di scaldarsi che fabbricarsi un maglione... magari sì, ma dopo che hai bruciato il bosco?
      Tutti i calcoli che io abbia mai letto sulla quantità di energia che consumano le macchine sono spaventosi, altro che ecologia! Di nuovo, non ce ne accorgiamo perché l'energia è ancora a buon mercato. In un barile di petrolio ci sono, credo (intervengano gli autori del blog) svariate migliaia di ore di lavoro umano. Quindi un'infinità di risorse, non poche.
      Tra l'altro tu stesso ti contraddici: "Una macchina o un umano consumano pari energia a pari lavoro ma la macchina è più precisa e più potente ..." poi: "sostituisce il lavoro di una squadra di 10 uomini, facendone il lavoro in un decimo del tempo ed utilizzando un decimo delle risorse." Usano la stessa energia, o la macchina usa un decimo? E questa è una tua idea, o è dimostrato?
      Calcola comunque che le persone resteranno in vita lo stesso, e dovranno muoversi e consumare energia perché altrimenti non godranno di buona salute, mentre la macchina è stata creata apposta.
      Mi sembra che sia vero il contrario di quello che sostieni. Non credo che vivremo abbastanza per vederlo, ma finita l'energia a buon mercato finirà anche questa mania dell'automazione, e si farà con le macchine il minimo indispensabile.

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    3. Gaia, come dicevo le leggi fisiche dettano legge, nella premessa specificavo che il lavoro (in senso fisico) compiuto è sempre paritetico a prescindere da come l'energia venga fornita, il bue ed il trattore devono impiegare per forza la stessa quantità di energia per arare lo stesso campo. La cosa si estende ad ogni lavorazione quindi la differenza si traduce in quanta energia viene "sprecata" per immetterla in quella lavorativa.
      Tutto il mondo biologico ha un efficienza probabilmente leggermente superiore alle macchine ma non ne possiede due fondamentali vantaggi: le macchine possono essere spente se non utilizzate mentre il vivente no e le macchine hanno una densità energetica improponibile nel biologico. Se hai visto il filmato una macchina moderna taglia un albero, lo pulisce, lo segmenta e lo carica in un paio di minuti, lo stesso lavoro richiederebbe una squadra di circa 10 uomini e un paio di ore, la previsione di un fusto di gasolio per mezza giornata di lavoro è credibile per una macchina (200kg circa), la nostra aquadra di tagliaboschi consumerà molto meno (20kg di cibi e bevande) in mezza giornata ma dovrà lavorare molto più tempo per ottentere lo stesso risultato annullando il vantaggio e finendo in coda di molto. A questo punto si aggiungono le necessità di alloggio e riscaldamento, i servizi alberghieri base e simili e scoprirai che il vantaggio è decisamente della macchina.
      I calcoli che citi sul consumo di energia in agricoltura comprenddono i fertilizzanti, purtroppo questo è un ambito incredibilmente energivoro ma inevitabile che pesa notevolmente, l'altro aspetto che sottovaluti in questo senso è che i dati sono "generici", comprendono tutto dalle serre olandesi ai campi di grano nel deserto..... Di base farei notare come il mais sia a 180 euro alla tonnellata con il gasolio agricolo a circa un euro al litro, il guadagno energetico direi che lo trovi facilmente.
      Come mi è capitato più volte di sottolineare il problema energetico in agricoltura è molto inferiore a quel che si creda, attualmente le pratiche più energivore (aratura profonda, fertilizzazione massiccia, irrorazioni preventive e simili) stanno andando in disuso in quanto deleterie per la produzione già nel medio periodo, eliminate quelle il costo energetico della lavorazione dei campi potrebbe essere coperto anche solo dallo scarto intrinseco di un azienda agricola se metanificato o pirolizzato. il problema dei fertilizzanti rchiede un diverso ragionamento soprattutto per quanto riguarda i fosfati.

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    4. Ma infatti io dicevo che l'umano consuma meno o uguale energia, non tempo! Chiaro che una macchina è più veloce... Ma di tempo ne abbiamo, quello che inizierà a scarseggiare, e che ha un impatto ambientale devastante, è l'energia.
      Inoltre, avendo studiato alcuni processi produttivi (lana, legna, cibo), mi sono accorta che la macchina fa molta più fatica ad adattarsi alle irregolarità della materia, per cui spreca molto di più. Inoltre compatta il terreno dove passa.
      E poi, nel bilancio energetico, va contata anche la fabbricazione della macchina, il suo trasporto e il suo smaltimento. Non puoi contare queste cose solo per l'umano e ignorarle per la macchina.
      Trascuri infine un aspetto fondamentale: l'umano che non lavora va mantenuto comunque, non è che sparisce. Tra pagare una persona per non far niente o fare attività fisica inutile e pagarla per lavorare mi sembra molto più vantaggioso pagarla per lavorare.
      Non dico che non convenga usare nessuna macchina, ma che molte sono grandemente sopravvalutate. Tu dici che sono più ecologiche, e poi ammetti che usano più energia...

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    5. Tendo a fare un bilancio complessivo, per unità di prodotto le macchine consumano meno energia. Pensa ad una piantagione, pur potendo utilizzare schiavi nel tempo sono passati tutti alla maggior meccanizzazione possibile, non per bontà d'animo ma per un semplice calcolo economico, per chiarire la cosa inizia nel 1800 dove si usavano macchine a vapore alimentate con la biomassa di scarto!
      Concordo con te sul fatto che la cosa abbia preso una piega eccessiva e si usino ormai macchine anche dove non servono, io ho scoperto che la mia sega giapponese la uso più del seghetto alternativo in molti lavori.

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  6. [...]
    — Dopo tanto tempo avevamo dato per scontato che vi foste organizzati. A quanto pare, non c’è niente che ve lo impedisca. Mancano solo organizzazione e lavoro — disse Grayder.
    — Se qualcuno crede di organizzarci si sbaglia — dichiarò Hamarverd perentorio. — E si sbaglia anche se crede di farci lavorare. Non ne vogliamo sapere. E che crepino tutti!
    Gli ufficiali si scambiarono occhiate, poi Grayder riprese: — Ma sentite un po’, nessuno vi ha mai detto che il lavoro è una virtù?
    — Come no! Un tale che diceva di chiamarsi Samuel il Santo, ma Samuel il Fesso sarebbe stato un nome più adatto. Non faceva che farneticare di onestà, sincerità e altre sciocchezza. E si atteneva pure a quel che predicava! Lavorava come uno schiavo e tutta la tenuta campava alle sue spalle. Era scemo dalla nascita, poveraccio.
    — E che gli è accaduto?
    — È morto di fatica, senza neppure smettere di blaterare. Se non fosse stato matto, sarebbe vissuto di più e in buona salute.
    — Nessuno gli dava retta?
    — Solo per farsi una risata.
    — Ma sulla Terra lavorano tutti — disse Grayder.
    — Me lo immagino.
    — Non mi credete?
    — Perché, quello là lavora? — disse indicando la pancia dell’ambasciatore.
    — Certo che lavoro — rispose l’ambasciatore.
    — Come no, basta guardarvi.
    — Io svolgo un lavoro di estrema importanza!
    — A chi volete darla a intendere, ciccione?
    Grayder si affrettò a intervenire. — Se non lavorassimo, come faremmo, secondo voi, ad avere i vestiti che indossiamo e questa stupenda nave? — Avete degli schiavi, ne avete a milioni. E noi siamo qui perché i nostri antenati rifiutarono di essere vostri schiavi. Scelsero la libertà, capito?
    [...]

    da "The Great Explosion (1962)", di Eric Frank Russell

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  7. https://twitter.com/bbcweather/status/1272472685449183234?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Eembeddedtimeline%7Ctwterm%5Eprofile%3Aflash_meteo%7Ctwcon%5Etimelinechro
    a ridaie, in Scandinavia fa più caldo che qui.

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  8. almeno il covid ci ha insegnato che si vive meglio se si imposta la società in modalità sussistenziale invece che consumistica. Basterebbe il lavoro di un 10-15% della forza lavoro e consumi petroliferi al 30% per vivere bene, anzi meglio. Il problema sarebbe come tener tranquillo il restante 80% della popolazione; con le buone non si puole, con le cattive nemmeno. Il consumismo è lì per questo: un eterno gioco al massacro, nel nostro caso al disastro di Seneca.

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