Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 20 settembre 2015

La fine annunciata della civiltà

Da “bastamag.net” Traduzione di MR (via Luca Pardi)

Di Ivan Du Roy


Dei nove limiti vitali al funzionamento del “sistema Terra”, almeno quattro sono già stati superati dalle nostre società industriali, con il riscaldamento globale, il declino della biodiversità o il tasso insostenibile di deforestazione. Superare questi limiti significa prendersi il rischio che il nostro ambiente e le nostre società reagiscano “in modo improvviso ed imprevedibile”,avvertono Pablo Servigne e Raphaël Stevens nel loro libro “Come tutto può collassare”. Ricordando tutti i dati e gli avvertimenti scientifici sempre più allarmanti, i due autori fanno appello ad uscire dalla negazione. “Essere catastrofisti non significa né essere pessimisti né ottimisti, significa essere lucidi”. Un'intervista.



Basta!: Un libro sul collasso, non è un po' troppo catastrofista?

Pablo Servigne e Raphaël Stevens: [1] La nascita del libro è il risultato di quattro anni di ricerca. Abbiamo messo insieme centinaia di articoli e di saggi scientifici: libri sulle crisi finanziarie, sull'ecocidio, opere di archeologia sulla fine delle civiltà antiche, rapporti sul clima... Tutto rimanendo il più rigorosi possibile. Ma percepivamo una forma di frustrazione: quando un libro affronta il picco del petrolio (il declino progressivo delle riserve di petrolio e di gas), non evoca la biodiversità; quando un saggio tratta l'estinzione delle specie, non parla della fragilità del sistema finanziario... Mancava un approccio interdisciplinare. E' l'obbiettivo del libro. Per mesi siamo stati attraversati da grandi emozioni, quelle che gli anglosassoni chiamano il punto “Oh my God” (Oh cazzo!” oppure “Oh mio Dio”), quando ricevono un'informazione così enorme da essere sconvolgente. Abbiamo vissuto diversi punti “Oh my Godt”, come scoprire che la nostra alimentazione dipende completamente dal petrolio, che le conseguenze di un riscaldamento oltre i 2°C sono terrificanti, che i sistemi altamente complessi, come il clima o l'economia, reagiscono in maniere repentina ed imprevedibile nel momento in cui si superano alcune soglie. Quindi, a forza di leggere tutti questi dati, siamo diventati catastrofisti. Non nel senso in cui si dici tutto è perduto, per cui si affonda in un pessimismo irrevocabile. Piuttosto nel senso per cui si accetta che delle catastrofi si possono verificare: sono di fronte a noi, dobbiamo guardarle con coraggio, con gli occhi bene aperti. Essere catastrofisti non significa né essere pessimisti né ottimisti, significa essere lucidi.

Picco del petrolio, estinzione di specie, riscaldamento climatico... Quali sono i limiti della nostra civiltà “termo-industriale”? 

Abbiamo distinto i limiti e i confini. I confini sono fisici e non possono essere superati. I limiti possono essere superati, a nostro rischio e pericolo. La metafora della macchina, che utilizziamo nel libro, permette di comprenderlo bene. La nostra macchina è la civiltà termo-industriale attuale. Accelera in modo esponenziale, all'infinito, è la crescita. Tuttavia, è limitata dalle dimensioni del suo serbatoio: il picco del petrolio quello dei metalli e delle risorse in generale, il “picco di tutto” (“peak everything”), per riprendere l'espressione dello statunitense Richard Heinberg. Ad un certo punto, non c'è più energia sufficiente per continuare. E quel momento è oggi. Siamo in riserva. Non si può più proseguire oltre.












Poi ci sono i limiti. La macchina viaggia in un mondo reale che dipende da clima, biodiversità, ecosistemi, grandi cicli geochimici. Questo sistema terra comporta la particolarità di essere un sistema complesso. I sistemi complessi reagiscono in modo imprevedibile se vengono superate certe soglie. Sono stati identificate nove limiti vitali del pianeta: clima, biodiversità, uso del suolo, acidificazione degli oceani, consumo di acqua dolce, inquinamento chimico, ozono stratosferico, ciclo di azoto e fosforo e il carico di aerosol in atmosfera. Di queste nove soglie, quattro sono già state superate: riscaldamento climatico, declino della biodiversità, deforestazione e le prime “zone morte” stanno comparendo in mare. Ci sono zone in cui non c'è assolutamente più vita, oltre a molte interazioni dovute ad inquinamenti molto forti (vedete qui). Sulla terra, il tasso di deforestazione rimane insostenibile [2]. Tuttavia, quando superiamo un limite, aumentiamo il rischio di superare altre soglie. Per tornare alla nostra metafora della macchina, ciò corrisponde ad un'uscita di strada: abbiamo superato i limiti. Non solo continuiamo ad accelerare, ma abbiamo lasciato l'asfalto per una strada caotica, nella nebbia. Rischiamo l'incidente.

Quali sono gli ostacoli alla presa di coscienza?

Prima di tutto c'è il negazionismo, individuale e collettivo. Fra la popolazione, ci sono quelli che non sanno, quelli che non possono sapere per mancanza di accesso all'informazione e quelli che non vogliono sapere. Ci sono quelli che sanno, e sono numerosi, ma non credono. Come la maggior parte dei decisori che conoscono i dati e i rapporti dell'IPCC, ma non ci credono realmente. Infine, ci sono quelli che sanno e che credono. Fra loro, si constata un ventaglio di reazioni: quelli che dicono “a che serve”, quelli che pensano che “scoppierà tutto”...

L’allarme sui limiti della crescita è stato lanciato più di 40 anni fa, col rapporto del fisico americano Dennis Meadows al Club di Roma (1972). Come si spiega questa persistente cecità dei “decisori”? 

Quando si produce un fatto che contraddice la nostra rappresentazione del mondo, preferiamo deformare quei fatti per farli rientrare all'interno dei nostri miti, piuttosto che cambiarli. La nostra società si basa sul mito della competizione, del progresso, della crescita infinita. Questa ha fondato la nostra cultura occidentale e liberale. Quando un fatto non corrisponde a quel futuro, si preferisce deformarlo o negarlo in assoluto, come fanno gli scettici del clima o le lobby che seminano il dubbio contraddicendo le argomentazioni scientifiche. Poi, la struttura delle nostre connessioni neurali non ci permette di visualizzare facilmente degli avvenimenti di così grande portata. Tre milioni di anni di evoluzione ci hanno forgiato una forza cognitiva che ci impedisce di comprendere una catastrofe che si pone sul lungo termine. E' l'immagine del ragno: la vista di una tarantola in una teca provoca più adrenalina della lettura di un rapporto dell'IPCC! Mentre la tarantola rinchiusa è inoffensiva, il riscaldamento climatico causerà potenzialmente milioni di morti. Il nostro cervello non è adatto ad affrontare un problema gigantesco che si pone su tempi lunghi. Tanto più che il problema è complesso: la nostra società va dritta contro il muro, si dice. Non si tratta di un muro. Solo dopo aver superato una soglia – in materia di riscaldamento, inquinamento, perdita di biodiversità – si percepisce di averla superata.

Non possiamo frenare e riprendere il controllo della macchina, della nostra civiltà?

Il nostro volante è bloccato. Si tratta del blocco tecnico-sociale: quando un'invenzione tecnica appare – il petrolio ed i suoi derivati, per esempio – invade la società, la blocca economicamente, culturalmente e giuridicamente ed impedisce alle altre innovazioni più prestanti di emergere. La nostra società resta bloccata su scelte tecnologiche sempre più inefficaci. E spingiamo a fondo l'acceleratore visto che non ci si può permettere di abbandonare la crescita, salvo correndo il rischio di un collasso economico e sociale. L'abitacolo della nostra macchina è anche sempre più fragile, a causa dell'interconnessione sempre maggiore delle catene di approvvigionamento, della finanza, delle infrastrutture dei trasporti o delle comunicazioni, come Internet. E' apparso un nuovo tipo di rischio, il rischio sistemico globale. Un collasso globale che non sarà soltanto un semplice incidente stradale. A prescindere da come si affronti il problema, siamo bloccati.

I modi in cui si potrebbe produrre il collasso e ciò che resterà della civiltà postindustriale è abbondantemente rappresentato al cinema – da Interstellar a Max Max, passando per Elysium – o nelle serie come Walking Dead. Questo immaginario è in linea con la vostra visione del “giorno dopo”?

Parlare di collasso significa prendersi il rischio che il nostro interlocutore s'immagini immediatamente Mel Gibson con un fucile a canne mozze nel deserto. Perché non c'è altro che questo tipo di immagine che ci arriva. Le nostre intuizioni non portano pertanto ad un mondo versione Mad Max, ma a delle immagini o delle storie che non troviamo se non troppo di rado nei romanzi e al cinema. Ecotopia, per esempio, è un eccellente romanzo utopistico di Ernest Callenbach. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1975, ha molto ispirato il movimento ecologista anglosassone, ma sfortunatamente non è stato tradotto in francese. Non pensiamo più che sarà un avvenire alla Star Trek; non abbiamo più energia a sufficienza per viaggiare verso altri pianeti e per colonizzare l'universo. E' troppo tardi. C'è una lacuna nel nostro immaginario del “giorno dopo”. L'URRS è collassata economicamente. La situazione della Russia di oggi non è terribile, ma non è Mad Max. A Cuba il ricorso all'agroecologia ha permesso di limitare i danni. Mad Max ha questa specificità di affrontare un collasso attraverso il ruolo dell'energia e di considerare resterà ancora abbastanza petrolio disponibile per fare guerre gli uni contro gli altri. Gli scienziati si aspettano proprio degli avvenimenti catastrofici di questo tipo. Nella letteratura scientifica, la comparsa di carestia, epidemie e guerre viene affrontata, anche attraverso la questione climatica. L'emigrazione in massa c'è già. Non si tratta di avere una visione ingenua dell'avvenire, dobbiamo rimanere realisti, ma ci sono altri scenari possibili. Sta a noi cambiare il nostro immaginario.

Esiste, come per i sismi, una scala Richter del collasso?

Ci siamo interessati a quello che ci insegna l'archeologia e la storia delle civiltà antiche. Dei collassi si sono già verificati in passato, l'Impero Maya, l'Impero Romano o la Russia Sovietica. Sono di natura e grado diversi. La scala realizzata da un ingegnere russo-americano, Dmitry Orlov, definisce 5 stadi del collasso: collasso finanziario – abbiamo avuto un leggero antipasto di quello che questo può provocare nel 2008 – il collasso economico, politico, sociale e culturale, ai quali può essere aggiunto un sesto stadio, il collasso ecologico, che impedirà il riavvio della civiltà. L'URRS, per esempio, si è fermata al terzo stadio: un collasso politico che non le ha impedito di girare l'angolo. I Maya ed i Romani sono andati più lontano, fino al collasso sociale. Questo si è evoluto verso l'emersione di nuove civiltà, come quelle dell'Europa del Medioevo.

Quali sono i segnali che un paese o una civiltà è minacciata dal collasso?

C'è una costante storica: gli indicatori chiari del collasso si manifestano in primo luogo nella finanza. Una civiltà passa sistematicamente da una fase di crescita, poi una lunga fase di  stagnazione prima del declino. Questa fase di stagnazione si manifesta attraverso dei periodi di  stagflazione e deflazione. Anche i Romani hanno svalutato la loro valuta: le loro monete contenevano molto meno argento col tempo. Secondo Dmitry Orlov, non possiamo più, oggi, evitare un collasso politico, di stadio 3. Prendete il sud dell'Europa: il collasso finanziario che è cominciato sta per trasformarsi in collasso economico e a poco a poco si perde la legittimità politica. La Grecia sta per giungere a questo stadio. Altro esempio: la Siria è collassata oltre il collasso politico. Secondo noi ha iniziato un collasso sociale di stadio 4, con guerre e morti di massa. In questo caso, si avvicina a Mad Max. Quando oggi si guarda un'immagine satellitare notturna della Siria, l'intensità luminosa è diminuita dell'80% in confronto a quattro anni fa. Le cause del collasso siriano sono molto evidentemente molteplici, di volta in volta geopolitiche, religiose, economiche... A monte c'è anche la crisi climatica. Prima del conflitto, annate successive di siccità hanno provocato pessimi raccolti e lo spostamento di un milione di persone, che si sono aggiunte ai rifugiati iracheni ed hanno rafforzato l'instabilità. Anche se semplificata, questa classificazione degli stadi ci permette di comprendere che quello che stiamo per vivere non è un evento omogeneo e brutale. Non è l'apocalisse. E' un mosaico di collassi, più o meno profondi seconda dei sistemi politici, le regioni, le stagioni, gli anni. Ciò che è ingiusto è che i paesi che hanno contribuito di meno al riscaldamento climatico, i più poveri, sono già sul punto di collassare, in particolare a causa della desertificazione. Paradossalmente, i paesi di zone temperate, che hanno maggiormente contribuito all'inquinamento, forse ne usciranno meglio.

Questo ci porta alla questione delle disuguaglianze. “Le disuguaglianze nei paesi dell'OCSE non sono mai così alte da quando le misuriamo”, ha dichiarato, il 21 maggio a Parigi, il segretario generale dell'OCSE. Che ruolo giocano le disuguaglianze nel collasso?

Le disuguaglianze sono un fattore di collasso. Affrontiamo la questione con un modello chiamato “Handy”, finanziato dalla NASA. Descrive le diverse interazioni fra una società e il suo ambiente. Questo modello mostra che finché le società sono diseguali, collassano più velocemente ed in modo più sicuro delle società egalitarie. Il consumo ostentato tende ad aumentare quando le diseguaglianze economiche sono forti, come dimostra il lavoro del sociologo Thorstein Veblen. Ciò intrappola la società in una spirale di consumo che, alla fine, provoca il collasso per esaurimento di risorse. Il modello mostra anche che le classi ricche possono distruggere la classe lavoratrice – il potenziale umano – sfruttandola sempre di più. Questo fa stranamente da eco alle politiche di austerità attuate attualmente, che diminuiscono la capacità dei più poveri di sopravvivere. Con l'accumulo di ricchezze, la casta delle élite non subisce il collasso se non dopo i più poveri, cosa che la rende cieca e la mantiene nella negazione. Due epidemiologi britannici, Richard Wilkinson e Kate Pickett [3], mostrano anche che il livello di diseguaglianze ha conseguenze molto tossiche sulla salute degli individui.

Il Movimento di Transizione, molto collegato alle alternative ecologiche, affronta a sufficienza le disuguaglianze? 

Il Movimento di Transizione tocca principalmente le classi più ricche, le meglio istruite e ben informate. Le classi precarie sono meno attive in questo movimento, è un fatto. Nel Movimento di Transizione, così come si manifesta in Francia con Alternatiba o gli obbiettori alla crescita, la questione sociale è presente, ma non viene affrontata di petto. Non è una bandiera. La posizione del Movimento di Transizione è quella di essere inclusivi: siamo tutti sulla stessa barca, siamo tutti preoccupati. E' vero che questo può infastidire i militanti politicizzati che sono abituati alle lotte sociali. Ma ciò permette anche a molta gente disincantata o poco politicizzata di mettersi in movimento, di agire e di non sentirsi più impotenti. Il Movimento di Transizione viene dal Regno Unito dove, storicamente, l'utilizzo dello stato sociale è meno forte: una via, un quartiere, un paese. Il ruolo degli animatori del movimento è di mettere tutti, individuo o gruppo, in relazione.

Il Movimento di transizione sembra essere per gli spazi in cui un cittadino può ancora esercitare il suo potere di agire: la sfera privata, il suo modo di abitare o di consumare, il suo quartiere... Il mondo del lavoro, dove questo potere di agire attualmente è molto limitato, persino impedito, ma che rimane il quotidiano di milioni di stipendiati, non è di fatto escluso?

Non necessariamente. Quella che chiamano “REconomy”: costruire un'economia che sia compatibile con la biosfera, pronta a fornire servizi e a fabbricare prodotti indispensabili ai nostri bisogni quotidiani. Non una cosa che si fa solo durante il tempo libero. Sono cooperative in cui imprenditorialità svolta verso un'attività senza petrolio, in movimento con un clima destabilizzato. Ci sono anche monete locali. Tutto ciò rappresenta oggi milioni di persone nel mondo [4]. Non è cosa da poco. La Transizione è la storia di una grande sconnessione. Coloro che lavorano dentro e per il sistema, che è in via di collasso, devono sapere che questo finirà. Non glielo si può dire diversamente! Bisogna sconnettersi, staccare progressivamente i fili, ritrovare un po' di autonomia e  il potere di agire. Mangiare, vestirsi, abitare e spostarsi senza il sistema industriale attuale non avverrà da solo. La Transizione è un ritorno alla collettività per ritrovare un po' di autonomia. Personalmente, non sappiamo come sopravvivere senza andare al supermercato o utilizzare la macchina. Non lo impareremo che all'interno di un quadro collettivo. Coloro che rimarranno troppo dipendenti avranno grosse difficoltà.

Non è un po' brutale come discorso, soprattutto per coloro che necessariamente non hanno la capacità o il margine di manovra di anticipare il collasso?

La tristezza, la collera, l'ansia, l'impotenza, la vergogna, il senso di colpa: abbiamo percepito in successione tutte queste emozioni durante le nostre ricerche. Le vediamo esprimersi in modo più o meno forte nel pubblico che incontriamo. E' accogliendo queste emozioni, non rifiutandole, che possiamo piangere il sistema industriale che ci ha nutrito e passare oltre. Senza una presa di coscienza lucida e catastrofista da un alto e delle strade per andare verso la Transizione dall'altro, non ci si può mettere in movimento. Se non sei catastrofista, non fai niente. Se non sei positivo, non ti puoi rendere conto dello shock che sta arrivando e quindi entrare in transizione.

Come fare in modo, in questo contesto, che prevalgano il sostegno reciproco e le dinamiche collettive?

Il sentimento di ingiustizia di fronte al collasso può essere molto tossico. In Grecia, che sta per collassare finanziariamente, economicamente e politicamente, la popolazione vede questo come un'enorme ingiustizia e risponde con la collera o il risentimento. E' del tutto legittimo. La collera può essere diretta, con la ragione, contro le élite, come ha mostrato la vittoria di Syriza. Ma rischia anche di di prendere come bersagli dei capi espiatori. Lo si è visto col partito di estrema destra Alba Dorata che se la prende con gli stranieri e gli immigrati. Trattare a monte la questione delle diseguaglianze permetterebbe di disinnescare catastrofi politiche future. E' per questo che i sindacati e i protagonisti di lotte sociali hanno tutto il loro spazio all'interno del Movimento di Transizione.


Confronto fra le previsioni del Club di Roma del 1972 e la situazione attuale in materia di esaurimento delle risorse, produzione agricola e industriale, crescita della popolazione, aumento della deforestazione e dell'inquinamento globale...

Note

Pablo Servigne è ingegnere agronomo e laureato in biologia. Raphaël Stevens è esperto in resilienza dei sistemi socio-ecologici. Sono entrambi autori di “Come tutto può collassare”, Ed. du Seuil, aprile 2015.
Fra il 1995 e il 2010, il pianeta ha perso in media 10 ettari di foresta al minuto, secondo la FAO.
Vedere il libro, tradotto in francese: “Perché l'uguaglianza è meglio per tutti”.
Vedere la nostra mappa delle alternative in Francia così come la nostra rubrica Inventare.