sabato 26 maggio 2012

Sul ritorno dei limiti dello sviluppo

Da Cassandra's Legacy. Traduzione di Massimiliano Rupalti. 




Quaranta anni dopo, “I limiti dello Sviluppo” torna a fare notizia. Prima o poi, qualcuno doveva pur notare che la crisi economica che stiamo vedendo intorno a noi è qualcosa che ricorda in modo inquietante lo scenario “caso base” dello studio dei Limiti del 1972. Alla fine qualcuno lo ha fatto. Ecco un mio commento sull'evento pubblicato su "Financialsense" il 4 Aprile 2012.


IL PUBBLICO SI RISVEGLIA RIGUARDO AI LIMITI DELLO SVILUPPO

Di Ugo Bardi

Recentemente, il Web è stato in fermento intorno a uno studio del MIT che prediceva un “collasso economico globale” a partire dal 2030. Ugo Bardi, che di recente ha pubblicato il libro The Limits to Growth Revisited, condivide i suoi punti di vista sullo studio e le sue implicazioni.







Quest'anno, ricorre il quarantesimo anniversario del controverso studio “I Limiti dello Sviluppo” condotto originariamente nel 1972. E' stato sponsorizzato dal gruppo di esperti chiamato “Club di Roma” e realizzato da un gruppo di ricercatori  del MIT, condotti da Dennis Meadows, che hanno usato i più potenti computers del tempo. Usando dati che risalivano nel tempo di centinaia di anni, hanno creato un modello a lungo termine delle grandi tendenze globali tenendo conto di esaurimento delle risorse, tassi di nascita e di morte, crescita della popolazione, inquinamento e cibo pro capite (vedi immagine).

E' stato un tentativo audace che, usando metodi innovativi, ha mostrato la crescita economica vissuta fino ad allora sarebbe stata impossibile da mantenere oltre i primi decenni del ventunesimo secolo. Non è stata una profezia di sventura, ma un avvertimento che comprendeva modi e metodi per evitare il declino indicato dai calcoli. Ma non è stato capito. Dopo un momento di intenso interesse durato pochi anni e che ha portato lo studio a diventare molto conosciuti al grande pubblico, sono arrivate forti reazioni negative. Negli anni 80 e 90, lo studio è stato attaccato, demonizzato e ridicolizzato in tutti i modi possibili. L'apparente fine della crisi petrolifera alla fine degli anni 80 e la conseguente e generale ondata di ottimismo hanno consegnato lo studio dei Limiti al bidone della spazzatura delle idee scientifiche “sbagliate”, insieme ai dinosauri di Venere e all'evoluzione del collo delle giraffe secondo Lamarck. Leggende metropolitane sugli “errori” dello studio dei Limiti sono ancora comuni oggi, nonostante non siano altro che leggende.

Ma , col cambio di secolo, l'atteggiamento generale sembra stia cambiando. Nel 2004, alcuni degli autori della versione originale dei “Limiti” hanno pubblicato "Limits to Growth; The 30-Year Update", confermando i risultati del precedente studio del 1972. Nel 2011, Ugo Bardi ha pubblicato "The Limits to Growth Revisited" (Springer) che ripercorre l'intera storia dello studio, dal suo inizio alla demonizzazione fino alla nuova tendenza di rivalutazione. Nel 2008, il fisico Australiano Graham Turner (1) ha confrontato i dati del mondo reale con quelli dello scenario del “caso base” dello studio originale del 1972, trovando una buona concordanza. Un risultato impressionante tenendo conto che lo scenario copre più di tre decenni! Questi sono solo esempi del ritorno di interesse sui vecchi Limiti che ora sono percepiti come sempre più rilevanti per noi, specialmente di fronte alla crisi economica in corso.

Oggi, con il quarantesimo anniversario del primo libro, il ritorno di interesse sui Limiti sembra letteralmente esplodere. Il 6 Marzo del 2012, la rivista dello Smithsonian ha pubblicato un commento citando il lavoro di Turner (2). Il pezzo dello Smithsonian è stato ripreso il 4 Aprile da  Eric Pfeiffer su Yahoo news (3), il che sembra essere la prima apparizione dello studio sulla stampa mainstream del ventunesimo secolo (dal 5 Aprile ha ricevuto oltre 13.000 commenti!).

Sfortunatamente, il pezzo di Pfeiffer è pieno di imprecisioni ed errori. Fra questi, Pfeiffer dichiara che “questo post è stato pubblicato per riflettere sul fatto che il MIT non ha aggiornato la sua ricerca dallo studio originale del 1972”, il che non è vero: lo studio è stato aggiornato due volte, nel 1992 e nel 2004. Poi Pfeiffer dice che “lo studio diceva che la crescita illimitata è ancora possibile se i governi mondiali attuassero politiche ed investissero in tecnologie verdi che ci aiuterebbero a limitare l'ampliamento della nostra impronta ecologica”, mentre lo studio diceva esattamente il contrario: cioè che la crescita economica illimitata è impossibile e che le tecnologie verdi ed altre forme di politica potevano al massimo evitare il collasso.

Il testo di Pfeiffer mostra come sia difficile, ancora oggi, capire lo studio dei Limiti. Tuttavia, è un'importante pietra miliare della percezione pubblica che certe tendenze che stanno avendo luogo sono insostenibili. La rinnovata diffusione dello studio potrebbe portare a riconsiderare le idee proposte come modi per evitare il collasso nello studio del 1972 (e ripetuto nelle edizioni successive). Abbiamo perso quarant'anni che potevao essere usati per prepararci per quello che vediamo accadere oggi nel mondo dell'economia ma, forse, non è troppo tardi per fare qualcosa per ridurre l'impatto della crisi. Il futuro non può essere mai predetto esattamente, ma possiamo essere preparati ad esso, e lo studio dei Limiti,  e le sue versioni successive, ci possono essere di grande aiuto in questo.

Riferimenti

1.Graham Turner (2008). "A Comparison of `The Limits to Growth` with Thirty Years of Reality" . Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO)
2. http://www.smithsonianmag.com/science-nature/Looking-Back-on-the-Limits-of-Growth.html#ixzz1rCjl1Wn4
3. http://news.yahoo.com/blogs/sideshow/next-great-depression-mit-researchers-predict-global-economic-190352944.html 







giovedì 24 maggio 2012

"Mi avete fatto sciogliere il rimmel." Sylvie Coyaud ringrazia per la solidarietà



Nel post precedente, avevo raccontato di come Sylvie Coyaud è stata insultata e minacciata da un bullo sessista per un articolo che aveva scritto sul sole 24 ore. Sono stato molto contento di vedere come il post abbia ricevuto decine di commenti di solidarietà per Sylvie, come pure molti altri messaggi di solidarietà privati e su altri forum. Sylvie ha ringraziato tutti in un commento in cui dice, "mi avete fatto sciogliere il rimmel."

Quindi, mi pare che il bullo che si firmava "Carneade" abbia fatto una pessima figura, come si meritava ampiamente. Purtroppo, però, queste tattiche aggressive sono spesso efficaci. Come sia difficile difendersi dalla calunnia via internet è raccontato, fra le altre cose, nel libro "Primo, non diffamare" di Luca Bauccio. Come si suol dire, la calunnia ha già fatto il giro del mondo mentre la verità si sta ancora allacciando le scarpe. Quello che poi è la cosa peggiore è l'abitudine inveterata di presentarsi in forma anonima, cosa che tira fuori i peggiori istinti di chiunque.

Su questo punto, vi lascio con un pensiero di Schopenauer (da un articolo di Paul Carr sul Telegraph - traduzione mia)

Ma, prima di tutto, l'anonimato, quello schermo che copre tutta la mascalzonaggine letteraria, dovrebbe scomparire. Era stata introdotta con il pretesto di proteggere il critico onesto, che voleva allertare il pubblico, contro il risentimento dell'autore e dei suoi amici. Ma se c'è un caso del genere, ce ne saranno cento dove serve meramente per sollevare dalla sua responsabilità un uomo che non ha il coraggio di affrontare le conseguenze di quello che ha detto <..>

Vorrei raccomandarvi un "anti-criticismo" generale, una medicina universale o panacea per mettere fine a tutti commenti anonimi, sia che lodino il male o che se la prendano con il bene: Bastardo! Il tuo nome!  Se un uomo si deve coprire tutto e mettersi il cappello sulla faccia, per poi prendersela con la gente che cammina senza nessun camuffamento, allora questo non è il ruolo di un gentiluomo, ma quello di una canaglia e di un mascalzone.

martedì 22 maggio 2012

Solidarietà a Sylvie Coyaud, insultata e minacciata


Sylvie Coyaud è una giornalista scientifica che scrive anche con lo pseudonimo di "OcaSapiens". In questi giorni, è stata pesantemente insultata e minacciata per un articolo che ha scritto sull'argomento della cosiddetta "energia piezonucleare".  Fra i tanti insulti, Sylvie è stata definita "omofoba, femminista e sicuramente fallofobica". Entro certi limiti, è un onore essere insultati da degli imbecilli, ma decisamente questi qui hanno esagerato e credo che sia il caso di rispondere.


Sylvie Coyaud ha scritto recentemente sul "Sole 24 Ore" un articolo a proposito della cosiddetta "energia piezonucleare" (lo trovate riprodotto su suo blog). Non entro nei dettagli, ma vi posso dire che il punto principale dell'articolo mi risulta corretto. Ovvero, gli articoli pubblicati dal Prof. Carpinteri e suoi collaboratori sull'argomento delle trasformazioni dette "piezonucleari" non solo non hanno avuto conferma, ma sono stati esplicitamente smentiti da altri ricercatori che hanno ripetuto gli esperimenti. Se, come riferisce l'articolo, sono stati chiesti importanti finanziamenti pubblici su un argomento così incerto e privo di validazioni indipendenti, allora ha fatto molto bene Sylvie Coyaud a sollevare il problema.

Su questo argomento si può certamente dibattere, ma c'è modo e modo. In questo caso, l'articolo di Sylvie Coyaud ha generato un attacco personale pesantissimo contro l'autrice. Sui commenti del blog "Ocasapiens" è apparso un personaggio che si firma "Carneade,"  i cui post sono poi rimbalzati in altre forme in altri blog.

Vi invito a leggervi da voi questa indescrivibile  serie di commenti per capire a che livello si può arrivare. Quello che da fastidio, soprattutto, è l'atteggiamento sessista di "Carneade" che se la prende con Sylvie Coyaud perché è una donna. In un commento che appare in un altro blog (che probabilmente arriva dalla stessa persona) l'accusa a Sylvie è di essere "omofoba, femminista, e sicuramente fallofobica."  Nella mente malata di questo qui, evidentemente, "femminismo" è un offesa.

L'attacco di "Carneade" non è rimasto isolato ma è stato anche segnalato da Daniele Passerini nel suo blog pro-fusione fredda con queste parole, "Carneade! Chi era costui?" Segnalo a tutti la comparsa di un nuovo VERO AMICO della scienza. Seguitelo nei commenti all'ennesimo post scandalistico di Oca Novella 2000 Sapiens." Ah, si? Questo qui che se la prende con una donna dal rifugio dell'anonimato sarebbe un "vero amico della scienza"? Verrebbe voglia di commentare come nei fumetti con qualcosa tipo "%$£&!!"


Oltre a prendersela con Sylvie Coyaud in questo modo indegno, "Carneade" ha sparato offese pesanti anche contro Claudio Della Volpe, ricercatore all'Università di Trento (le trovate qui). In più, nella serie di commenti, troverete anche delle insinuazioni nei riguardi di un certo "professore" o "titolare di cattedra" che "scrive su un blog" dove parla male della fusione fredda. Quando mi hanno segnalato questa vicenda, mi ci è voluto poco a capire che questo Carneade ce l'aveva con me, anche se non ha avuto il coraggio di scrivere il mio nome in chiaro. Fra le altre cose, Carneade dice che questo professore (ovvero io) è "socio di una società che promuove un'innovazione rivoluzionaria nelle rinnovabili." Questa è dunque la ragione per la quale io e altri stiamo cercando di affossare la fusione fredda; è tutto un oscuro complotto per favorire la nostra invenzione! Grande rivelazione, vero?

Peccato però che il povero Carneade oltre a non brillare in simpatia non brilla neanche in intelligenza. Non so dove abbia preso le sue "rivelazioni" su di me, ma basta fare una ricerchina con Google per trovare i miei articoli a proposito dell'eolico di alta quota, tecnologia rinnovabile che potrebbe essere definita come "rivoluzionaria" (ne ho scritto uno anche recentemente). Sono tutti firmati con il mio nome e cognome; non solo, ma io stesso ho dichiarato pubblicamente nel 2009 (leggete il disclaimer qui) che ho delle quote in una ditta che finanzia l'innovazione nel campo dell'energia eolica(*) Veramente è la rivelazione dell'acqua calda questa di Carneade. Non solo queste cose le dico pubblicamente da anni, ma ne vado anche orgoglioso!

Ma, alla fine dei conti, gli attacchi contro di me e gli altri sembrerebbero solo un giro di discorsi per continuare a prendersela con Sylvie Coyaud che, secondo questi qui, io e altri avremmo "istigato" a scrivere il suo articolo sul Sole 24 ore. Notate che questo Carneade evidentemente ritiene che una donna non può essere abbastanza intelligente da avere un'idea sua propria - deve essere per forza imbeccata da un maschio. Veramente il massimo dello squallore. "Carneade" sarebbe patetico se non fosse così profondamente antipatico. (**)


Può darsi che non valga la pena dare troppa importanza a questi attacchi da parte di gente che non ha nemmeno il coraggio di firmarsi con nome e cognome. Tuttavia, sono anche tattiche di disinformazione ben note che, alle volte, potrebbero essere efficaci. Per questo mi è parso il caso di rispondere con questo post. Anche perché, in fin dei conti, essere insultati non fa piacere a nessuno, anche se chi ti insulta è un imbecille. E allora, un po' di solidarietà fa sempre piacere.




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(*) Incidentalmente, può darsi che vi incuriosica sapere qualcosa di questa ditta nella quale posseggo una piccola quota. Si chiama "Wind Operations Worldwide" (WOW) ed è nata con l'idea di permettere anche ai piccoli risparmiatori (come sono io) di investire in nuove tecnologie - in particolare nell'eolico di alta quota. Vi può anche incuriosire sapere che ho investito qualcosa dei miei risparmi anche in altre ditte che lavorano nel campo dell'energia rinnovabile e nell'innovazione tecnologica. Al momento, ho delle quote in tre ditte e nella cooperativa "Retenergie".

Ora, attenzione, queste cose prendetele con la massima cautela. Uno questi investimenti li fa più che altro perché ci crede. Se ti va di lusso potresti anche guadagnarci sopra - magari una di queste ditte sarà la nuova Apple o la nuova Microsoft. Ma sono cose estremamente rischiose. Sapete cosa si racconta in proposito? Beh, si dice che ci sono tre modi di rovinarsi: con il gioco, con le donne, e con l'alta tecnologia. Il gioco è il sistema più rapido, le donne il più piacevole, l'alta tecnologia il più sicuro. Quindi, notate che non sto cercando di convincere nessuno a seguire il mio esempio. Se poi per caso volete provare a farlo, beh, fate pure, ma non dite che non vi ho avvertiti!!

(**) Fra le altre cose, ho scoperto che già diversi mesi fa (Gennaio 2012) Sylvie era stata accusata da tal "Giovanni" di essere stata ispirata per "osmosi" dal modesto sottoscritto (Ugo Bardi) per le sue posizioni sulla questione della fusione fredda (link al commento). Ringrazio per ritenermi così influente, ma ho il dubbio che le mie capacità osmotiche siano state grandemente esagerate. D'altra parte, con certa gente c'è poco da fare: il concetto che una donna possa avere delle idee gli è profondamente alieno. Già l'anno scorso, infatti, "Daniele"  (che ritengo sia Daniele Passerini) non trovava di meglio che accusare Ugo Bardi e Sylvie Coyaud di essere "pappa e ciccia"  (link al commento). Insomma oltre a non avere idee, oltre a non saper fare altro che insultare la gente, trovano anche il modo di insultare le donne nel modo più antipatico possibile.



venerdì 18 maggio 2012

La Grande Esclusione


Da The Oil Crash. Traduzione di Massimiliano Rupalti



Foto "Famiglia senza casa, braccianti nel 1936” dalla Biblioteca Franklin Delano Roosevelt, pubblicata su http://history1900s.about.com.

Di Antonio Turiel

Cari lettori,

il dibattito di ieri su Radio Libertad mi ha suggerito l'opportunità di discutere su un tema che a volte emerge nelle discussioni sulla crisi energetica: il fatto che la scarsità di energia non si manifesterà in modo semplice come la gente spererebbe. Molte persone pensano che, se l'energia è sempre più scarsa, quello che dovrebbe succedere è che all'improvviso ci siano grandi interruzioni nella fornitura di energia, sotto forma di petroliere che non arrivano, mancanza di gas o di elettricità, code alle pompe di benzina, ecc. Non è che questo genere di cose non possano succedere o che non stiano, di fatto, succedendo (date un'occhiata veloce nel Web su Energy Shortage, vi mostrerà fino a che punto stia scarseggiando l'energia nel mondo in questo momento). E questo potrebbe succedere in qualsiasi momento anche nell'OCSE stessa, come ha avvertito il rapporto dei Lloyd's di un anno fa e che è già stato commentato in questo blog (il rapporto considerava possibile che ci fossero interruzioni nella fornitura di petrolio nel Regno Unito molto presto, nel 2013). Tuttavia, non bisogna aspettare che questo tipo di eventi traumatici siano quelli che diano il segnale del declino energetico dei prossimi anni. L'impressione che ho sempre di più riguardo a ciò che accadrà è che ci saranno tagli, senza dubbio, ma si attribuiranno sempre ad un peggioramento delle condizioni economiche della società (mancanza di manutenzione, mancanza di finanziamenti, ecc.), peggioramento che verrà messo sempre in un contesto a parte, come se fosse un fatto indipendente e slegato dalla crisi energetica. Nel frattempo, le condizioni di vita dei più saranno sempre peggiori, ma in un modo che sarà accettabile ed accettato. Insomma, che il processo di degrado economico e della società che seguirà il Picco del Petrolio sarà, come dice John Michael Greer, una lunga discesa.

L'attuale corso degli eventi ci fa intuire che, se non si producono eventi traumatici che portino ad una reazione massiccia e violenta (sia in forma di guerra sia di rivoluzione), ci sarà un progressivo declino del livello di vita delle popolazione e se è sufficientemente graduale la gente si adatterà alla nuova realtà, perdendo rapidamente la memoria e/o la consapevolezza che in altri tempi le nuove condizioni di vita sarebbero state inaccettabili. Non è nulla di insolito: negli anni 30 del secolo passato una nazione avanzata e colta come la Germania è stata capace di abbracciare, una parte con entusiasmo e un'altra parte sottomessa e messa a tacere, una aberrazione come il nazismo. Se il nazismo avesse provato ad ascendere di colpo nel 1930, la società tedesca avrebbe reagito in massa cacciandolo per sempre dalle istituzioni. Tuttavia un corso graduale degli eventi ha modificato in modo tale le regole e le aspettative sociali che quello che nel 1930 sembrava barbarie è stato accettato come logico e naturale, di buon grado o per forza, nel 1933.  E se si guarda in prospettiva storica quei quattro anni non sono nulla, sono un sospiro. Sono essenzialmente lo stesso tempo di durata della crisi in cui ci troviamo e che, come sappiamo, non finirà mai. Già sappiamo che per bollire una rana non la si può mettere nell'acqua bollente, poiché salterebbe fuori. E' meglio metterla in acqua fredda e riscaldarla progressivamente: così si lascerà cuocere senza rendersene conto.

Essenzialmente, questo lento processo di disintegrazione del concetto di società che abbiamo ora nei paesi occidentali (che comprende lo stato sociale, ma anche altri valori come la libertà di espressione e di opportunità, lo stato di diritto, ecc.) è ciò che si potrebbe chiamare La Grande Esclusione. L'esclusione della maggior parte della cittadinanza dai benefici sociali, dalle libertà fondamentali, dall'uguaglianza delle opportunità (almeno di fronte alla legge). L'espulsione di una parte maggioritaria della popolazione occidentale verso il Terzo Mondo dove vive la maggioranza della popolazione del pianeta, però senza uscire di casa – beh, salvo quando vengono sfrattati. Un'espulsione sufficientemente lenta è ben pubblicizzata in modo che gli esiliati nel proprio paese la interiorizzino come qualcosa di necessario, inevitabile e in qualche misura meritata per la propria mancanza di competenza.

Sintomi del fatto che un processo simile sia in atto ci sono ovunque senza sforzarci di cercare più di tanto. Come dicevo, sono cose che non sono eccezionali ma quotidiane nel resto del mondo più svantaggiato, ma al fiero cittadino occidentale ancora oggi gli costa unire i puntini e tracciare la retta che li conduce logicamente dal proprio benessere di oggi alla precarietà che avrà entro pochi anni. A questa incapacità di comprendere la situazione  contribuisce la superbia occidentale coltivata fino ad oggi, secondo la quale la chiave del nostro grande progresso materiale provenga dalla nostra maggiore intelligenza e capacità di lavoro, senza tenere conto di quanta importanza abbia avuto il trasferimento di risorse naturali pagati a prezzo di saldo da altri paesi meno favoriti. Questa dissonanza cognitiva del cittadino occidentale viene spronata dai mezzi di comunicazione di massa che comunicano sempre le notizie sulla situazione economica come un fatto indipendente dalla gestione delle risorse e praticamente da qualsiasi altra base materiale, condizionate soltanto dalla capacità di gestione dei leader politici, imprenditoriali e finanziari. Comunque molte volte i concetti si capiscono meglio in virtù di un esempio completo e l'illustrazione pratica che presenterò in ciò che segue è una buona collezione dei primi ed una prevedibile successione dei secondi.

Non è un segreto che i debiti pubblici dei paesi occidentali non sono sostenibili e che, di fatto, ad un certo punto tutti questi dovranno ristrutturare i propri debiti in qualche modo o lanciarsi nella monetizzazione dello stesso. Indipendentemente dal percorso che seguono, ciò che sembra chiaro è che la ricetta fiscale che continuerà ad applicare l'Unione Europea (e che applicheranno gli Stati Uniti non appena i repubblicani recupereranno il potere) è quella del taglio delle prestazioni da parte dello Stato. Per il momento si tagliano le prestazioni sociali che non siano produttive o che lo siano poco, ma alla fine si taglierà anche negli investimenti in sviluppo. Nel caso della Spagna, a fronte di una disoccupazione  che supera il 21% della popolazione attiva totale e il 45% nel caso della popolazione attiva con meno di 25 anni, da un lato è stato soppresso l'aiuto eccezionale di 400 euro al mese per i disoccupati di lungo periodo senza altro reddito, ed ora si propone senza vergogna di creare sottoimpieghi pagati meno di 400 euro al mese e con prestazioni sociali minime.  La coincidenza nelle cifre dello stipendio mostra che c'è un certo consenso nei circoli economici per cui questa quantità sia la minima per la sussistenza di una persona. In questo calcolo implicito o esplicito di buona assicurazione, si tiene conto dell'aiuto della cerchia famigliare vicina di coloro che rientrano in questi stanziamenti da bisognosi, per cui non solo si ottiene che venga accettato che 400 euro al mese sia una quantità ragionevole, “la massima che si possa ricevere, viste le circostanze”, ma che inoltre si mobilitino risorse nell'ambiente delle persone colpite che così vengono drenate e spingono un settore più grande verso questo livello di mera sussistenza. Perché i lettori che non vivono in Spagna si facciano un'idea di cosa siano 400 euro qui, nella città dove vivo, 800 grammi di pane (una pagnotta che per ragioni storiche viene chiamata “chilo di pane”) costa 2,40 euro. Altro esempio: sono solito fare compere settimanali di alimentari ed altri prodotti per la casa, una piccola infrasettimanale, al supermercato, per supplire alle cose che in itere vediamo si esauriscono e un'altra di sabato, comprando carne, salsicce, verdura e frutta in piazza ed il resto dei prodotti al supermercato. La prima spesa mi cosa di solito 20 euro e la seconda intorno ai 60 (la mia famiglia è composta da due adulti e due bambini piccoli). Questo mi costa, per articoli più o meno di prima necessità di 300-350 euro al mese. E' evidente che guadagnando 400 euro al mese, ai quali vanno sommati i costi di acqua, elettricità, tasse comunali... Tutte spese che tendono ad aumentare: dopo essere aumentate per due volte del 10% quest'anno, si parla ripetutamente del fatto che il prezzo dell'elettricità dovrebbe ancora salire fra breve di un altro 40%; in quanto all'acqua, abbiamo già discusso qui i problemi di finanziamento del servizio di trattamento dell'acqua e l'inequivocabile tendenza alla sua privatizzazione; e in quanto alle tasse comunali, con un'allarmante percentuale di comuni spagnoli (il discorso si adatta perfettamente a quelli italiani, ndT) al limite del fallimento, non è irragionevole pensare che le tasse municipali in generale aumenteranno. Il problema non è specificatamente spagnolo: nel Regno Unito un quarto delle famiglie vive in una situazione di povertà energetica (devono spendere più del 10% del proprio stipendio in energia – percentuale sorprendentemente simile a quella che segna la soglia della recessione nel caso dei paesi). In Francia già l'anno scorso c'erano 300.000 persone al limite del taglio della fornitura di gas, come denunciava Quim nel suo blog. E sono sicuro che non costerebbe nulla raccontare storie simili in Italia, Olanda, Belgio, Germania, Stati Uniti... C'è da evidenziare che in tutti i casi gli alti prezzi ed i salari in declino sono la causa dell'esclusione della classe media in via di proletarizzazione all'accesso all'energia, ma anche quando la causa immediata sia la crisi economica, la causa mediata è, in realtà, la crisi energetica, e escludendo questi consumatori si chiude il cerchio. 

Riconoscere che la crisi energetica è la causa ultima della crescente esclusione sociale è sempre la cosa più difficile, quella che alla gente costa di più accettare, tanto è la forza del discorso economico. E tuttavia ha tutto il senso di questo mondo. La prima questione è capire quando possiamo dire che l'energia è cara. Alla fine e all'inizio, è sicuro che i prodotti energetici sono oggettivamente molto convenienti: 100$ al barile il petrolio, un litro di petrolio costa meno di 63 centesimi, 43 centesimi di euro ad oggi – e non dimentichiamo che contiene l'energia che un uomo giovane, sano e forte, potrebbe esprimere senza fermarsi per quattro giorni e mezzo. Un Kilowattora di elettricità costa in Spagna sui 15 centesimi di euro ed equivale al lavoro di 10 ore di quell'uomo che citavamo prima: 3,3 volte più caro del petrolio, ma ancora così convenientissimo. Ed i prezzi del gas si aggirano su livelli simili a quelli del petrolio. Tuttavia, dato che l'energia è antecedente al lavoro, lavoro col quale produciamo beni e servizi, per continuare a produrli nei volumi e quantità in cui li produciamo oggi, e per poter ottenere i benefici dell'economia di scala con tutto il suo gigantismo operativo in modo da ridurre il costo unitario, abbiamo bisogno che il costo dell'energia sia molto basso. Abbiamo già commentato qui che il prezzo massimo che un paese industrializzato può pagare per la propria energia è intorno al 10% del suo PIL, e non per capriccio ma per l'imperativo termodinamico di mantenere un EROEI minimo. Cosicché, superata quella soglia, si deve produrre un riaggiustamento nel sistema produttivo. In qualche occasione ho sentito che non dobbiamo preoccuparci dei problemi causati dalla crisi energetica, poiché il libero mercato si farà carico da sé di aggiustare e risolvere questi problemi. E in realtà sono d'accordo: questo è esattamente ciò che sta facendo il libero mercato. Quelle attività produttive meno competitive, che hanno meno margine per ridurre i propri costi o meno capacità di trasferirli al prezzo finale, vengono a poco a poco eliminate. Questo si somma ad una maggiore popolazione in disoccupazione, per cui si vanno riducendo i consumatori, per cui altri settori produttivi stanno entrando in crisi e in più la scarsità energetica si va facendo più intensa. Crisi energetica che per il momento è meramente locale: il consumo di petrolio scende a un ritmo medio del 3% all'anno nell'area OCSE (anche quando la produzione totale di petrolio è riuscita ad aumentare un po' negli ultimi due anni) di nuovo grazie all'efficienza del libero mercato, che sta spostando il consumo ai paesi più efficienti: Cina, India, Brasile, Russia e la stessa OPEC,...E' per questo che nonostante la produzione di petrolio non declini ancora, noi stiamo già soffrendo il Picco del Petrolio. E ovviamente non tutti i paesi dell'OCSE seguono lo stesso schema. C'è anche l'esclusione tra nazioni e così è ovvio che la Germania tarderà nel seguire il nostro sentiero di impoverimento. La fine graduale della società industriale presuppone la scomparsa del lavoro dipendente di massa.

Ad ogni nuovo livello di consumo di energia, sempre più basso, corrisponderà una maggiore percentuale di popolazione esclusa socialmente. Gente senza impiego fisso, che dovrà cercarsi da vivere come può. Alcuni otterranno lavori sottopagati coi quali bene o male tirare avanti, senza protestare, senza mettersi in malattia, senza sognare di uscire mai dal buco; lavoreranno in piccole fabbriche che produrranno beni esclusivi per pochi o in miniere buie. Altri lavoreranno in quello che c'è, raccoglieranno erbe o funghi per venderli al mercato o nei ristoranti o prenderanno veri tesori dai container, dagli edifici abbandonati o dagli sfasciacarrozze. Altri improvviseranno mestieri, come riparatori di vestiti o calzature, o barcaioli a buon mercato, arrotini, robivecchi... quello che potranno. Vivranno della liquidazione dei resti della classe media, dei beni che abbiamo oggi e dei quali non ci rendiamo conto: libri, giocattoli, CD, televisori, radio, computer... Nello stato stazionario, sul finire del processo storico della Grande Esclusione, la gran massa di esclusi, il nuovo sottoproletariato, sopravviverà del proprio ingegno e delle eccedenze dei pochi che continueranno ad essere molto ricchi in confronto al loro ambiente: coloro che ancora avranno ancora la luce elettrica e la cucina a gas in ricchi palazzi dalle alte mura, coloro che avranno ancora la capacità di consumare, fondamentalmente per essere molti di meno. Qualcosa di non molto diverso dalla Spagna del XIX secolo, anche se con molta più popolazione, per cui il livello medio sarà abbastanza più basso di allora.

Abbiamo già commentato diverse volte che la nostra interpretazione della realtà dipende dalla narrativa che usiamo per descriverla. In anticipo ho descritto su questo blog due possibili scenari dello sviluppo della crisi energetica, economica e sociale nella quale siamo immersi, denominati il peggiore e il migliore scenario possibile. La Grande Esclusione è, probabilmente un altro scenario come i precedenti, ma al contrario di questi non contiene una narrativa eroica, di grandi eventi e di lotte. E' uno scenario caratterizzato da un lento spegnersi, come uno stoppino che galleggia sopra un letto d'acqua. Il peggiore ed il migliore scenario possibili sono a loro modo stimolanti ed eccitanti per l'epica ad essi collegata, mentre la Grande Esclusione è una storia triste e mesta, che non desidera essere raccontata. Resta da sapere se la Grande Esclusione non sia né lo scenario peggiore né il migliore, ma il più probabile.


Saluti.
Antonio Turiel



mercoledì 16 maggio 2012

I poteri forti contro l'innovazione scientifica


I poteri forti stanno veramente contrastando le grandi invenzioni che potrebbero salvarci dalla crisi energetica e climatica? E' un'opinione comune ma, francamente, un tantinello azzardata. Nel seguito riporto un'articolo di Silvia Bencivelli che ci descrive come riconoscere i ciarlatani e gli auto-vittimisti.


In questo momento di crisi, c'è in giro una disperazione quasi palpabile. Questo porta molta gente a buttarsi ad appoggiare il ciarlatano di turno che promette energia gratis, cura del cancro, ricrescita dei capelli, e quant'altro.

La faccenda è particolarmente comune nel campo che definirei "desktop nuclear energy", ovvero tutti gli arnesi che in qualche modo vengono detti produrre energia utile grazie a misteriose reazioni nucleari non-ortodosse (per esempio il famosissimo "E-Cat" di Andrea Rossi). In questo campo, l'auto-vittimismo è una prassi consolidata: qualsiasi critica che si faccia agli inventori di queste macchine viene immediatamente presa come una conferma di un complotto ai loro danni da parte dei poteri forti. Ci sono molti esempi - uno recentissimo l'ha riferito Barney in un suo articolo intitolato "fusione fredda di mezza primavera a Pisa".

Queste cose non sarebbero tanto dannose di per sé, se non fosse per gli allocchi che vanno dietro ai miraggi e per certi giornalisti che amplificano cose che non meriterebbero amplificazione. Su questo punto, Silvia Bencivelli scrive un post particolarmente azzeccato che definisce molto bene i ciarlatani scientifici e la tendenza di tanta gente a dargli retta. Da "silviabencivelli.it"


Lezione di giornalismo scientifico for dummies e for gente che di mestiere fa altro e dovrebbe continuare a far altro



Regola numero 1: Lo scienziato sedicente eterodosso, fuori dal coro, non ufficiale, indipendente e via discorrendo, nel 99% dei casi è un ciarlatano.

Regola numero 2: Nella scienza, e nella medicina in particolare, i ciarlatani possono essere molto pericolosi.

Regola numero 3: Anche se non sono così pericolosi, i ciarlatani tendono a chiedere soldi: ai cittadini, alle istituzioni, alla politica. Magari lo fanno raccontando storie semplici semplici sugli interessi degli altri nascondendo con cura i propri: ricordiamoci che nessuno vive d’arte e d’amore.

Regola numero 4: Un giornalista che dà voce al ciarlatano, inseguendo lo scoop a tutti i costi per poter dire guardate, è un genio, ma nessuno gli dà ascolto, farà buoni ascolti ma sta facendo malissimo il suo mestiere.

Regola numero 5: Idem per il politico.

Regola numero 6: Come si riconosce il ciarlatano? Cfr regola numero 1. Ah: in più il ciarlatano muore dalla voglia di essere intervistato.

Regola numero 6, corollari: Altri criteri per riconoscere il ciarlatano li copio dal manuale di giornalismo della World Federation of Science Journalists: chiedersi sempre
a. che cosa ne pensano gli altri scienziati?
b. per chi lavora quello lì? è un battitore libero o ha della roba solida alle spalle?
c. chi paga, o ha pagato finora, le sue ricerche?
d. che cosa ha pubblicato e dove?
e. chi ci guadagna?

D’accordo: per valutare le risposte a queste domande ci vuole un po’ di competenza (soprattutto per le domande a, b, c e d). Ma è proprio per questo che esiste la figura del giornalista scientifico.

Regola numero 7: la ricerca del colpevole a tutti i costi nella scienza non funziona quasi mai. Ci sono cose che non hanno colpevoli diretti (alcune malattie dovute a sfiga), cose che ne hanno più di uno (la cattiva gestione dell’energia) e soprattutto cose i cui colpevoli, alla fine, siamo noi, anche noi o in primo luogo noi: la maggior parte delle nostre malattie, la qualità del nostro ambiente, la scarsa attenzione alla qualità della ricerca, la cattiva gestione dei soldi e così via. Cercare un colpevole esterno, lontano, grande e magari anche con qualche difficoltà di immagine (la semprevalida politica…) è il modo migliore per garantire che questi problemi restino a lungo fra noi.

Le scrivo per me, per promemoria, e sicuramente appena avrò chiuso questa pagina me ne verranno in mente altre.

Perché ultimamente, tra la gente che frequento dal vivo e in blogosfera, il venerdi e il lunedi c’è da divertirsi. Se la prendono con Report che, a furia di voler inseguire il notizione bomba, dice cose e dà voce a gente che a noi fa venire la pelle d’oca. E lo fa col tono di chi ha scoperto la grossa bega, ahahhhh!, o il povero genio inascoltato, colui che potrebbe salvare migliaia di vite e invece, guarda te, lavora in cantina e parla solo con la moglie. Report è riuscita a far arrabbiare persino i miti astrofisici e un mio amico architetto, non solo epidemiologi, medici clinici e gente che si occupa di salute ed è abituata alla polemica politica.

Un po’ questa cosa mi preoccupa. Ma non solo come cittadina, come amante della scienza, come persona che lavora nella comunicazione… Egoisticamente, mi preoccupo come watchdog degli watchdog, una a cui, a volte, gli altri chiedono pareri.

Ce la farò? Ce la sto facendo? Ho appena smontato un lavoro sul solito metodo innovativo rivoluzionario del solito genio bistrattato, ma stavolta era una cosa facile.

Altre volte non ce l’ho fatta.

Poi ho anche paura di diventare paranoica, di vedere ciarlatani da tutte le parti.

Ma mi chiedo anche se, in fondo, la famosa filastrocca che i giornalisti non scientifici ci ripetono di continuo: un pezzo di scienza è prima di tutto un lavoro giornalistico, non pensiate che si scriva in modo diverso! non possa usarla anch’io. In questo modo: occhei, occupatene pure tu che di scienza non sai niente e lo trovi un motivo di vanto, ma ricordati che un pezzo di scienza è prima di tutto un lavoro giornalistico, quindi, almeno, fa’ quello che faresti con qualsiasi altro pezzo, cioè verifica le fonti, chiediti che interessi ci sono dietro, fa’ un paio di telefonate in più, non berti tutto quello che ti dicono, non essere ossequioso e così via.


Sono credibile?

domenica 13 maggio 2012

I limiti dei biocombustibili / Il picco del fosforo


Da The Oil Crash. Traduzione di Massimiliano Rupalti


Di Antonio Turiel

Cari lettori,

è da molto tempo che voglio dedicare un po' di tempo all'analisi dell'opzione energetica rappresentata dai biocombustibili, ma mi manca il tempo e lo sto rinviando, mentre i temi si accumulano, così farò un ripasso rapido. Eccolo:


  1. Le coltivazioni a scopo energetico a latitudini medie come la nostra hanno rendimento energetico (EROEI) inferiore a uno. Cioè, per ogni unità di energia (tipicamente fossile) totale immessa nel terreno (per mezzo dei macchinari, i fertilizzanti ed i pesticidi) si recupera meno di una unità di energia (tipicamente si ottengono EROEI di 0,8:1, 0,8 unità recuperate per ogni unità investita). Potete consultare i grafici di Charlie Hall, per esempio nella relazione "Alla ricerca di un miracolo", di Richard Heinberg. Perché siano davvero redditizie (senza sovvenzioni pubbliche) è inutile usare la granella residua come alimento per il bestiame, con scarso rendimento e sicurezza alimentare incerta (si usano prodotti chimici troppo aggressivi che pottrebbero passare alla catena alimentare). In sintonia con questi risultati, uno studio recente sostiene che si guadagna più energia netta destinando le coltivazioni agli alimenti che destinandoli alla produzione di biocombustibili.
  2. Solo in Brasile, con la canna da zucchero, si ottiene un rendimento mediocre, ma almeno con un valore maggiore di uno. Quindi sì, le condizioni di sfruttamento insostenibili, con un sovrasfruttamento del suolo e monocoltura, portano ad una erosione del suolo che può arrivare ad essere irreversibile. Ciò viene venduto come il miracolo brasiliano, ma si può trasformare in un incubo. Potete trovare ulteriori dati qui.
  3. Le piante terrestri hanno un fattore di conversione per funzione clorofilliana abbastanza inefficace, intorno all'1% (5% nel caso della canna da zucchero), ma le alghe marine sono abbastanza efficaci. Quindi sì, non si è ancora trovato un metodo efficace di utilizzo con rendimento termodinamico (EROEI) superiore a uno, inclusi i metodi basati sui bioreattori. Ci sono grandi speranze riposte sulle alghe, anche se è incerto che daranno mai grandi rendimenti termodinamici e certamente lontano dagli EROEI di 10:1 che si crede siano necessari per mantenere una società simile alla nostra. 
  4. Le coltivazioni per il biodiesel potrebbero avere senso, ad ogni modo, poiché senza questi l'aviazione sarebbe semplicemente impossibile. C'è un buon grafico sulla densità energetica su una recente presentazione di Steven Chu, segretario degli Stati Uniti per l'energia, che potete trovare qui; vedete che il combustibile per aerei richiede una densità di 32 Megajoule per litro (comparatelo con gli 0,9 Megajoule per litro delle batterie al litio). Di certo vi consiglio la presentazione di Chu, nonostante il suo tecno-ottimismo, perché vi darà una buona radiografia di cosa stia pensando il governo degli Stati Uniti. Useremmo pertanto il biodiesel come carrier, un vettore di energia come lo è l'elettricità o l'idrogeno, ma essendo più stabile e trasportabile ed avendo un EROEI di 0,8:1 significa che perderemmo solo il 20% dell'energia convertita, il che è molto buono per un carrier. Ovvero, fare biodiesel può essere, ad ogni modo, utile, sempre che abbiamo energia da altre fonti. Tuttavia, ciò pone due grandi problemi che affronto nei due punti successivi. 
  5. Lo spostamento delle coltivazioni per la produzione di biocombustibili (biodiesel e bioetanolo) comporta la contrazione della superficie coltivata per alimenti. Su Acorazado Aurora trovate ciò che questo comporterà in termini di funzionamento del mercato, ma non è difficile immaginare. Possiamo ricordare: durante il 2008 ci sono stati gravi problemi alimentari nel mondo, con aumenti record del prezzo del mais che ha causato problemi in Messico, nella misura in cui si destinava più mais alla produzione di etanolo per coprire la mancanza di petrolio che ha portato al picco del prezzo nel luglio 2008. Vogliamo che diversi milioni di persone muoiano di fame per poter uscire con la macchina?
  6. Il problema più grave di tutti è quello dell'uso del fosforo. Da un lato è un problema ambientale (il dilavamento del fosforo genera la proliferazione di alghe tossiche – le HAB – negli estuari, uccidendo la vita marina – le zone morte, ndT.) e dall'altra il deterioramento del suolo da parte della monocoltura. Ma risulta che il minerale di fosforo, che è quello da cui stiamo estraendo il fosforo per le colture in tutto il mondo, sia anch'esso un minerale esauribile. E il suo picco è stato... nel 1989. La cosa più triste del problema del fosforo è che è ben conosciuto da un secolo o più. Persino Aldous Huxley lo commenta nei suoi racconti (come in “Un mondo felice”). Il picco del fosforo sarebbe e meriterebbe un post di per sé, ma è tanto profondo e deprimente (l'agricoltura e, di conseguenza, il nostro approvvigionamento di alimenti dipende dal fosforo) che è meglio lasciarlo per altri momenti. Potete trovare molte informazioni sul tema sull'Energy Bulletin, più specificamente a questo link (oltre al precedente link all'articolo di Marco Pagani, ndT.). Curiosamente, il problema del picco del fosforo comincia ad arrivare ai media convenzionali. Non fatevi prendere dal panico: possiamo – e di fatto dobbiamo -  riutilizzare il fosforo delle nostre feci. Huxley è ancora più radicale e propone di riutilizzare i cadaveri... 

Riassumendo, i biocombustibili non saranno una fonte di energia, possono causare molti problemi ambientali e di sicurezza alimentare, anche se potrebbero essere utili per certi usi. Pensiamo bene a come vogliamo usarli, poiché nulla in questo mondo è gratis.
Saluti,

AMT


venerdì 11 maggio 2012

La fusione nucleare e la “legge dei tre anni” della ricerca scientifica

Da Cassandra's Legacy, traduzione di Massimiliano Rupalti


Parte di una mini serie sulla fusione nucleare, ecco una breve discussione sullo stato dell'approccio alla fusione basato sul plasma caldo, la cosiddetta configurazione “tokamak”. Questa tecnologia sta progredendo ad un ritmo molto lento: i primi impianti che producono energia dovrebbero apparire non prima di diversi decenni nel futuro (se mai appariranno). Data la situazione, potremmo fare un grande errore di comunicazione se presentassimo questo approccio come la soluzione dei problemi energetici del mondo. A questo ritmo di progresso, molta gente ha già perso la pazienza e si sta rifugiando  nella pseudoscienza e nelle bufale complete. (Immagine sopra da un articolo di Jean Pierre Petit ).


C'è una legge non scritta che domina la ricerca e lo sviluppo  industriale. Dice che devi dimostrare che la tua idea può funzionare in non più di tre anni. In casi eccezionali, cinque anni possono essere il limite ma, normalmente, nessun progetto di ricerca industriale dura più di così. Se un progetto non produce risultati utili in cinque anni, ci sono buone possibilità che non ne darà mai. 

Ci sono diversi esempi della “legge dei tre anni” (o, forse, della “legge dei cinque anni”). Pensate ai fratelli Wright: il loro primo aliante è volato nel 1900 e tre anni dopo hanno volato col primo aereo a motore al mondo. Pensate alla fissione nucleare; il progetto Manhattan è stato attivo dal 1942 al 1946 e in meno di tre anni sono stati creati sia la prima bomba nucleare, sia il primo reattore nucleare. La legge sembra valere indipendentemente dall'ambizione del progetto: che sia una bicicletta o una nave spaziale, devi mostrare che può funzionare in pochi anni.

Al contrario, considerate la “Guerra al Cancro”, lanciata nel 1971 dal presidente Nixon. In più di 40 anni, molti progressi sono stati fatti nella ricerca di base sul cancro, certo, ma la guerra non è stata vinta. Pensate all'idrogeno come combustibile. L'idea di un'economia “basata sull'idrogeno” risale agli anni 60 ma, ad oggi, non esiste niente di pratico sul mercato. Questo tipo di progetti a lungo termine può generare buona ricerca di base, ma difficilmente può produrre risultati pratici.

Quindi esaminiamo l'idea della fusione nucleare controllata sotto questa luce. Stiamo ancora lavorando, prevalentemente, sul concetto “tokamak”, proposto negli anni 50 dal fisico russo Andrei Sakharov. Non c'è dubbio che un tokamak può produrre la fusione nucleare, ma in più di 50 anni di lavoro non siamo stati in grado di raggiungere il punto di “pareggio”, che è la condizione in cui la quantità di energia prodotta dalla fusione è la stessa di quella necessaria per mantenere il plasma in uno stato stazionario. Si suppone che il  progetto europeo ITER sulla fusione nucleare raggiunga e superi quel punto quando diventerà pienamente operativo, nel 2026, cioè circa 20 anni dopo l'avvio del progetto. L'intero progetto ITER dovrebbe durare fino al 2038. Sono tempi lunghi in modo anomalo per un progetto di ricerca industriale. Considerate anche che, anche se ITER raggiungesse i suoi obbiettivi, ci troviamo a ordini di grandezza lontani da un dispositivo effettivamente capace di produrre energia utile. 

Ora, naturalmente, è impossibile dire che il tokamak non produrrà mai energia utile. Ma guardate la figura all'inizio del post. Non vi rende perplessi? Sembra che stiamo semplicemente facendo la stessa macchina, solo un po' più grande, nella speranza che, alla fine, funzioni. Pensate se un 747  sembrasse semplicemente un aereo dei fratelli Wright, solo più grande. Non è impossibile arguire che abbiamo preso una strada senza uscita col tokamaks, come discusso in un recente articolo di Jean Pierre Petit. Anche altri fisici, come Luigi Sertorio, sono molto scettici su questi sforzi per la fusione nucleare.

In breve, il progetto ITER non è un progetto di ricerca industriale, è un progetto di ricerca di base. Naturalmente non c'è nulla di sbagliato nello studiare la fusione nucleare, i plasma a temperature molto alte e cose simili. E' scienza seria messa in atto da persone competenti e possiamo apprendere molte cose utili da questo lavoro. E, facendolo, potremmo anche trovare il modo di ottenere energia utile. Ma non possiamo pensare a ITER (o a sforzi simili di ricerca sulla fusione) come qualcosa che sia direttamente rivolta a risolvere i problemi energetici del mondo.

Il problema è che può darsi che non siano in tanti a conoscere la “legge dei tre anni”, ma ci sono limiti alla pazienza umana. Dall'alba dell'”era nucleare”, alla gente è stato raccontato che la scienza può risolvere i problemi energetici del mondo con la fusione nucleare. Ma questa non ha prodotto nulla di funzionante in 50 anni. Ora gli viene detto che deve aspettare per diversi decenni ancora. A questo punto, non sorprende se vediamo così tanta gente che cerca rifugio nella pseudoscienza e nelle bufale complete della recente mania della “fusione fredda”. E' un disastro, perché la gente viene facilmente convinta che ci sono soluzioni miracolose ai problemi energetici e tende a trascurare le tecnologie, come le rinnovabili, che non sono così spettacolari, ma che producono energia. Ma non esistono miracoli nella scienza e ce la dobbiamo cavare con quello che abbiamo ora.