mercoledì 18 dicembre 2013

Curve pericolose con il petrolio.

Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR


Cari lettori, il 12 di novembre è uscita l'edizione 2013 del World Energy Outlook (WEO 2013) pubblicato ogni anno dall'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA), con la sua relativa presentazione alla stampa. La maggior parte dei quotidiano spagnoli si sono concentrati su aspetti banali di questa presentazione, anche se qualche quotidiano, come il Financial Times ha evidenziato alcuni aspetti inquietanti dai caratteri sottili di questo rapporto. Ho fatto una rapida lettura dello stesso (sono 708 pagine e vi anticipo alcune delle mie conclusioni generali, che sono naturalmente molto diverse da quelle dei media spagnoli e non sono per niente rassicuranti. Se è possibile, nei prossimi giorni o io o qualcun altro faremo un'analisi più approfondita di alcuni dettagli.

Il WEO 2013 è strutturato in tre parti principali. La parte A è dedicata all'analisi dello stato della produzione di energia di tutti i tipo su scala globale; la parte B analizza il caso specifico del Brasile e la parte C è dedicata interamente al mercato del petrolio (pertanto l'analisi del petrolio è separata dalla parte A).

Come è consuetudine, gli scenari che dipinge la IEA per il futuro fino al 2035 sono tre: Politiche Attuali (vale a dire, continuazione delle tendenze osservate in questo momento), Nuove Politiche (se le nuove politiche annunciate dai Governi per lottare contro il cambiamento climatico venissero avviate) e Scenario 450 (nel quale si prendono misure drastiche per evitare che la concentrazione di gas serra nell'atmosfera superi le 450 ppm equivalenti di CO2). Lo scenario centrale (in qualche modo, quello che la IEA considera più probabile) è quello delle Nuove Politiche e quindi i commenti saranno riferiti a questo, salvo se diversamente specificato.

Della parte A richiama l'attenzione varie cose. La prima è che si considera che il vero “combustibile del futuro” sia, nelle parole della IEA, “l'efficienza energetica”. Secondo le sue stime, l'efficienza energetica “fornirà” più energia aggiuntiva del petrolio da qui al 2035. Tale affermazione dimostra una comprensione uguale a zero di ciò che rappresenterà questa efficienza in termini economici (non esiste nemmeno il minimo riferimento al Paradosso di Jevons in tutto il documento), il che non è solo sorprendente ma preoccupante, tenendo conto che i fondamenti teorici del paradosso di Jevons sono ben compresi e spiegati nella teoria economica classica, ma è chiaro che la IEA preferisce evitare di alludere alle sue conseguenze negative sulla crescita economica. Proprio nella discussione sulla crescita economica si enfatizza che la crescita del PIL è sempre meno dipendente dal consumo energetico, come si sta osservando negli ultimi decenni, anche se si riconosce che c'è un forte legame fra le due cose (che di fatto esisterà sempre, come ha brillantemente esposto Tom Murphy).

In realtà, in vista della persistenza della crisi nella OCSE e dei segni di debilitazione di molte economie emergenti, l'impressione è che la minor dipendenza della crescita osservata del PIL dall'energia negli ultimi anni potrebbe obbedire più alla volontà di mascherare le cifre dell'evoluzione del Pil stesso che ad una vera smaterializzazione dell'economia (ma questo sarebbe materia per un'altra discussione che va oltre il contesto di questo post). I lettori più avvezzi troveranno curioso verificare come nei tre scenari che propone la IEA si presume che il tasso di crescita dell'economia mondiale sarà del 3,6% annuo in media per tutto il periodo fino al 2035, cioè, che il PIL arriverà ad essere in quell'anno qualcosa in più del doppio di quello attuale. Nello stesso periodo si presume una crescita del consumo di energia del 1,6% all'anno da qui al 2020 e solo del 1% dal 2020 al 2035, il che porterebbe ad una crescita del consumo di energia accumulato in tutto il periodo del 33%. Pertanto, la IEA presume che continuerà e a buon ritmo il miglioramento dell'efficienza energetica, misurata con l'intensità energetica o rapporto fra il PIL e il consumo di energia, come mostra il grafico seguente, che mostra anche il consumo totale di energia primaria.

Notate la stagnazione nel consumo di energia nella OCSE; da lì viene la necessità del miglioramento dell'efficienza energetica: senza di essa, il PIL non potrebbe crescere. Siccome non c'è una base fisica solida per assicurare che l'intensità energetica debba migliorare sempre, se interpretiamo bene la previsione della IEA che il consumo di energia dell'OCSE non aumenterà più, la faccenda si fa abbastanza cupa. La cosa si presenta peggio se teniamo in considerazione che anche se si presume che la produzione di petrolio possa ancora salire fino a raggiungere i 101,4 milioni di barili al giorno (Mb/g) nel 2035 (un po' di più di quello che stimavano l'anno passato), i paesi dell'OCSE (che attualmente consumano circa 43 Mb/g dei poco meno di 90 Mb/g che si consumano nel mondo) dovranno continuare a perdere accesso al mercato petrolifero, con conseguenze che possono essere soltanto funeste.

E' il caso di aggiungere, a mo' di aneddoto, che il piccolo incremento della produzione di petrolio nel 2035 rispetto alla previsione dello scorso anno proviene dai guadagni di lavorazione, come chiarisce una nota a piè della pagina 73 (molte volte l'informazione chiave si trova nelle note a piè di pagina). Ricordiamo che i guadagni di lavorazione sono quelli che si producono dopo la raffinazione del petrolio: esce un volume di prodotti risultanti superiore a quello del petrolio che entra. Come è logico, la quantità di energia che apporta il petrolio dopo la raffinazione non può essere superiore a quella che aveva prima della raffinazione, anche se i prodotti risultanti possono invece essere un po' più energetici visto che nel processo si usa gas naturale. Ciò che ci indica qui la IEA è che la lavorazione dei petroli di sempre peggior qualità, più pesanti (che comportano grandi investimenti in raffinerie) porta a maggiori aumenti del volume e maggior uso di gas naturale per la sua lavorazione. Questo gas dirottato per la produzione di petrolio non viene sottratto dai grafici di produzione del gas, per cui si produce ancora una volta una doppia contabilità che proviene dal non tener conto di qual è l'energia netta che giunge alla società (cioè, al netto dei costi energetici della mera produzione di energia). Significativamente, la IEA avverte (gli dedica tutto il capitolo 16) che arriveranno tempi turbolenti per il settore delle raffinerie, con un “eccesso di capacità” di circa 10 Mb/g nel 2035, situato fondamentalmente in Europa (visto che qui il consumo di petrolio può solo crollare).

In realtà, questo WEO fa vedere in modo nitido alcuni limiti e non solo per il petrolio. Tenendo conto che la IEA non può accettare che la produzione di nessun combustibile possa scendere, il riconoscimento del fatto che le produzioni di alcuni di essi siano stagnanti è la cosa più simile al riconoscimento dell'arrivo del picco produttivo. Come mostra la figura seguente, secondo la IEA ci si aspetta poca crescita della produzione di energia da petrolio e carbone; i grandi aumenti si affidano al gas naturale (confidando forse nel fiasco del gas da fracking), al nucleare (nonostante che il picco dell'uranio sembri più vicino di quello degli altri combustibili e che il programma Megatons to Megawatts finisca quest'anno), alla biomassa (probabilmente senza tenere conto del fattore di carico delle coltivazioni e del loro basso EROEI) e alle rinnovabili (i cui limiti abbiamo discusso numerose volte su questo blog nella serie “I limiti delle rinnovabili”).

Dal resto della parte A emerge la menzione esplicita a problemi di fornitura di petrolio ed elettricità in molte parti del mondo, le meravigliose prospettive che la IEA vede ancora nel settore del gas, la contraddizione inerente al fatto che il carbone è la risorsa più abbondante ma quella che dovrebbe essere consumata di meno se vogliamo lottare veramente contro il cambiamento climatico, il brillante futuro che attende l'energia rinnovabile e la produzione nucleare (anche se riconosce alcune pietre sul loro cammino e che il nucleare crescerà solo in Cina) e la lode dell'efficienza energetica come la vera salvezza dal problema energetico nel quale ci troviamo. Richiama l'attenzione tanta insistenza quando i guadagni da efficienza presumibili per il 2035 (come si vede nella figura qua sotto, dell'ordine di centinaia di Megatonnellate equivalenti di petrolio, Mtoe) impallidiscono in confronto al consumo di energia primaria prevista per questo anno (circa 17.000 Mtoe, come mostriamo più in alto discutendo della intensità energetica).

Add caption
Rispetto alla parte B del WEO 2013, dedicata al Brasile, non farò grandi commenti; sottolineo soltanto che le proiezioni sulla produzione futura di petrolio sembrano altamente sovrastimate, alla luce degli ultimi eventi della OGX e dei problemi che ha persino la compagnia nazionale Petrobras.

Il nocciolo del WEO 2013 sta, in definitiva, nella parte C, in cui si dedica anche un paragrafo alla discussione sul picco del petrolio (pagine 447 e 448). La IEA naviga in acqua turbolente qui. Da un lato continua a parlare del picco del petrolio come una “teoria”, dall'altro cita riferimenti solidi, come Laherrere, e riconosce che il petrolio "tight" (o petrolio da scisti) (che si sfrutta col fracking, come abbiamo già spiegato), non rivoluzionerà il mondo del petrolio; al massimo potrebbe posticipare il picco del petrolio di qualche anno. Osano persino andare più in là, riconoscendo che il profilo di produzione di un pozzo di petrolio tight è molto più scosceso di quello del petrolio convenzionale e che il suo sfruttamento smette rapidamente di essere economico: il grafico seguente, chiarificatore, si trova a pagina 467:


E' significativo anche che si riconosca che le risorse recuperabili dal LTO sono dell'ordine dei 345.000 milioni di barili (che equivale a circa 10 anni al tasso di consumo attuale, se si potessero estrarre a tutta velocità; ciò spiega perché il LTO non comporterà nessun cambiamento pratico). In realtà la IEA qui fa una svolta importante, moderando, e di molto, l'ottimismo espresso nei rapporti precedenti rispetto a questo tipo di tecnologia – fracking – e di risorsa – petrolio leggero di roccia compatta (tight oil). E' altresì chiaro che al di fuori degli Stati Uniti la produzione di LTO sarà abbastanza marginale (probabilmente perché non possono contare sul dollaro per far leva sul cattivo investimento insito nel LTO).

Tutta la parte C sembra un compendio di scuse per cercare di giustificare che il declino sotto accusa della produzione di petrolio greggio proveniente dai giacimenti esistenti oggigiorno (che secondo lo stesso WEO è di un 6% all'anno) non sarà un grande problema su scala mondiale. Pensate che con un 6% di diminuzione annuale i giacimenti attualmente in produzione saranno decaduti nel 2035 di una quarta parte di quanto producono ora, cioè, da 70 MB/g a soli 18 Mb/g – una diminuzione di 52 Mb/g, che viene tradotto con il linguaggio eufemistico al quale ci ha abituati la IEA a “ci si aspetta una caduta di più di 40 Mb/g”.

Nella stessa parte C c'è una lunghissima spiegazione del perché la produzione di petrolio greggio diminuisce col tempo; essenzialmente, spiegazioni tecniche di picco del petrolio e senza usare mai il termine! Tutta questa discussione comprende tavole dei tassi di declino per diversi tipi di giacimento, con dati significativi come, per esempio, che i tassi di declino terminale sono di circa il 6% all'anno per giacimenti a terra e fino al 12% all'anno per i giacimenti in mare, o che il declino al di fuori dell'OPEC (7,8% all'anno) è più rapido che all'interno dell'OPEC stessa (4,5% all'anno). Nessuna menzione, questo sì, a crescenti costi di estrazione, che come sappiamo sono vincolati alla caduta dell'energia netta che ci fornisce il petrolio, aspetto che sembra cominciare ad essere preoccupante. C'è anche un'analisi che mostra che, con l'investimento adeguato, il tasso di declino si può ridurre ad un 2,5% all'anno, senza che, curiosamente, si colleghi il maggior sforzo estrattivo con la redditività. Merita anche menzione, per la sua audacia, la discussione a pagina 514 sul concetto di “picco delle macchine” (peak car) (cioè, che l'uso delle macchine sembra essere giunto al suo massimo e già retrocede).

Ma ciò che sciocca di più di questo WEO è che non si trova da nessuna parte il grafico dell'evoluzione della produzione di petrolio secondo lo scenario centrale che appariva nei WEO degli anni precedenti. C'è solo una tavola a pagina 458 molto meno dettagliata degli altri anni (si distingue solo il petrolio convenzionale, non convenzionale e i liquidi del gas naturale), ma di grafici non ce ne sono, nemmeno nella presentazione alla stampa. Forse hanno paura che qualche analisi come quella che ho mostrato l'anno scorso nel post “Il tramonto del Petrolio”, anche se in realtà credo che il problema sia dovuto dal fatto che è sempre più difficile dissimulare il crollo della produzione di petrolio greggio che sta già cominciando. Per chi è stato sufficientemente perseverante da arrivare a pagina 470 del WEO 2013, lì incontriamo il modo in cui la IEA presenta le cattive notizie. La figura (in basso) mostra come si svilupperà la produzione di tutti i liquidi del petrolio di quasi tutte le fonti possibili (greggio convenzionale, biocombustibili, LTO, pesanti, di alto mare...), con l'unica eccezione dei liquidi del gas naturale (che in realtà non avrebbero dovuto essere mai contati come petrolio), sotto la premessa “se non si fa un investimento”. Tutto uno squillo di allarme.

Sicuramente la frase “se non si fa un investimento” è il modo politicamente corretto che usa la IEA per avvertire che “è necessario fare quest'investimento altrimenti ci mettiamo in guai seri”. Curiosamente, una delle barre si riferisce all'anno 2013, che sta per finire, per cui la diminuzione osservabile rispetto ai livelli del 2012 sembra indicare che la produzione sta già diminuendo in modo significativo.

Per concludere con la mia analisi della parte C, mi piacerebbe evidenziare la seguente figura, che ci mostra come la IEA si aspetta che vari la produzione di petrolio in alcuni paesi del mondo da qui al 2035.

Si vede che tutta la crescita della produzione di petrolio greggio si affida all'Iraq (e sappiamo quanto sia tutto esagerato), Brasile (cosa che sembra poco probabile ad oggi) e Kazakhstan (del quale un giorno parleremo). Per sottolineare che paesi come l'Arabia Saudita o il Kuwait sono giunti al loro massimo di produzione. 

La conclusione di questo rapporto è sintetizzata molto bene nell'ultima frase della presentazione alla stampa: “La transizione a un settore energetico più efficiente e a minore intensità di carbonio è più difficile in tempi di difficoltà economica, ma non meno urgente”. Un fine eufemismo che si definisce con l'ultima parola: urgente.

Saluti.
AMT





lunedì 16 dicembre 2013

Petrolio: la strada è in discesa.

Da “Oil Man”. Traduzione di MR (h/t Fabio Biagini)

Di Matthieu Auzanneau

La domanda di petrolio dovrebbe continuare a crescere e passare da 87 a 101 milioni di barili al giorno (Mb/g) da qui al 2035, secondo il rapporto della Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) pubblicato ieri. Rispondere a questa richiesta promette di costituire una sfida la cui enormità che è stata confermata di nuovo e che viene specificata un po' meglio.

La IEA ammette che “il declino della produzione dei giacimenti esistenti sarà un grande motore di investimento nella produzione”. Per la prima volta, essa dedica un capitolo intero al problema del declino della produzione esistente. Sottotitolo del capitolo: “Il declino non sempre porta al crollo”.

A partire dall'analisi di 1.600 giacimenti che hanno superato il picco di produzione, la IEA stima il loro tasso medio di declino al 6% all'anno. Ciò significa che se l'industria smettesse oggi di investire sulla ricerca e la messa in produzione di nuove risorse, le estrazioni petrolifere mondiali precipiterebbero di circa la metà da qui al 2020 (guardate il grafico qui sotto!)

Produzione petrolifera osservabile in caso di assenza di tutti i nuovi investimenti. IEA, WEO 2013.

Questo declino naturale della produzione rappresenta un problema di una scala senza precedenti: mai finora l'industria petrolifera ha affrontato un tale tasso di caduta della produzione di un numero di giacimenti così alto.

Anche solo per mantenere la produzione al livello raggiunto nel 2012, l'industria petrolifera dovrà, da qui al 2020, sviluppare circa 34 Mb/g di capacità supplementare, stima la IEA. Questa rappresenta l'equivalente di tre Arabie Saudite. Il tasso di declino annunciato dalla IEA è ormai lo stesso che aveva evidenziato nel 2011 l'ex Amministratore Delegato della Shell, Peter Voser.

Insomma, ”la strada è dritta, ma è molto ripida”. Maledettamente ripida.

La IEA conferma incidentalmente il declino annunciato per la produzione di petrolio convenzionale, riconosciuto per la prima volta nel suo rapporto del 2010. Questa produzione di petrolio liquido classico, che fornisce i 4/5 dell'attuale offerta di combustibili liquidi, si ridurrà a 65 MB/g nel 2035 contro i circa 70 Mb/g di oggi, a giudizio della IEA. L'agenzia internazionale, incaricata di consigliare i paesi ricchi (e importatori di petrolio) membri dell'OCSE, conferma ugualmente la sua diagnosi emessa lo scorso anno di un declino in corso (Messico, Angola, Gran Bretagna, Norvegia) o imminente (Russia, Iran, Kuwai) di alcuni dei pesi massimi della produzione mondiale.

Lo sviluppo di petroli non convenzionali – sabbie bituminose, petrolio di scisto, ecc. - così come di liquidi del gas naturale (NGL) permetterà di colmare il divario crescente fra la domanda e l'offerta di petrolio greggio convenzionale, assicura la IEA.

I petroli non convenzionali e i NGL sono più difficili e costosi da produrre.

La IEA sottolinea in particolare che i pozzi petroliferi di scisto (o del substrato roccioso, per dirlo in modo più appropriato) hanno un declino ben più precoce e pronunciato di quello del petrolio convenzionale. L'agenzia prevede per la prima volta un picco della produzione di petrolio di scisto degli Stati Uniti, di cui fissa la data per il 2025. Una previsione sensibilmente più ottimista di quelle ormai avanzate dall'amministrazione Obama (picco nel 2020) e dalla segreteria generale dell'OPEC (picco nel 2017).

La IEA insiste sul futuro mantenimento dei costi di produzione molto elevati. Le spese del settore petrolifero e del gas dovranno raggiungere un nuovo record nel 2013 e superare i 700 miliardi di dollari.

Impennata dei costi degli investimenti nella produzione petrolifera e di gas dopo il 2000. IEA, WEO 2013.

La chiave del futuro della produzione mondiale di petrolio sembra essere là.
Un analista della Douglas-Westwood Associates, una delle società di consulenza più prestigiose in seno all'industria petrolifera, spiega:

“La maggior parte dei grandi produttori ora ha bisogno di un barile di Brent a 120 o 130 dollari per mantenere il loro livello attuale di dividendi insieme ai loro programmi d'investimento”.

Il gruppo francese Total ha a sua volta annunciato a settembre una forte diminuzione delle proprie spese d'investimento di capitale future, nonostante le estrazioni di greggio siano in declino dal 2004.

La domanda di petrolio negli Stati Uniti tende a ridursi quando il prezzo del barile di Brent è al di sopra dei 103 dollari; essa fa la stessa cosa in Cina quando il prezzo del Brent supera i 120 dollari, indica la società Douglas-Westwood Associates all'agenzia specializzata Platts.

L'industria petrolifera corre dunque il rischio di ritrovarsi presa in mezzo fra i costi di produzione sempre maggiori ed una domanda che non potrà soddisfare.

La produzione petrolifera mondiale e la crescita economica mondiale si sono fin qui sviluppate in modo quasi parallelo, come il prezzo del greggio e quello dei prodotti alimentari.


venerdì 13 dicembre 2013

Trasformare l'elettricità in cibo

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR

Il nostro articolo pubblicato sul “Journal of Cleaner Production”, dove discutiamo la possibilità di usare l'energia elettrica rinnovabile per alimentare tutte le fasi del processo agricolo. Per una copia di questo articolo, mandate un messaggio a ugo.bardi(aggegginostrano)unifi.it

Quando si discute di energia in agricoltura, il paradigma è la produzione di energia sotto forma di biocombustibili. Ma l'idea dei biocombustibili derivati da prodotti agricoli è un errore monumentale. La moderna produzione alimentare dipende quasi completamente dai combustibili fossili: l'agricoltura è una consumatrice di energia, non una produttrice.

Il problema è che l'esaurimento graduale sta rendendo i combustibili fossili sempre più cari. E prezzi dei combustibili più alti generano immediatamente prezzi del cibo più alti. E' accaduto, ed è un grosso problema, specie per la gente povera del mondo (il grafico sotto proviene dai dati FAO)


Così, che cosa faremo? Ci serve energia per l'agricoltura, non c'è dubbio su questo. Per ottenere questa energia potremmo tornare al lavoro umano e agli animali da soma, come in passato. E' il concetto dei “50 milioni di contadini” (nei soli Stati Uniti) proposto da Richard Heinberg. Ma il lavoro del contadino di un tempo non era per niente piacevole e nemmeno tanto efficiente. L'agricoltura preindustriale produceva solo un modesto surplus a spese di un numero di persone maggiore. Non c'è dubbio che l'arrivo della moderna agricoltura meccanizzata sia stata vista ovunque come un grande progresso nella liberazione della gente dalla schiavitù del duro lavoro manuale dell'agricoltura. (Immagine sotto -1971- per gentile concessione di Stefan Landsberger)



Così, possiamo eliminare i combustibili fossili in agricoltura senza dover tornare alle pratiche spacca-schiena del passato? Io ed alcuni colleghi abbiamo cominciato a porci questa domanda già qualche anno fa e questo ci ha portato a studiare l'idea di usare l'energia rinnovabile (NON intesa come biocombustibili) per alimentare macchine agricole. Abbiamo notato che le moderne tecnologie rinnovabili (principalmente eolico e fotovoltaico) producono elettricità e che trasformare l'energia elettrica in combustibili è costoso ed inefficiente. Così, l'idea che abbiamo sviluppato è stata quella di usare direttamente l'elettricità per alimentare l'agricoltura.

Il risultato è stati il “progetto Ramses”, che ci ha portato a sviluppare un prototipo di veicolo agricolo che non fosse solo un trattore, ma un veicolo multifunzione per diverse applicazioni, compreso l'immagazzinamento di energia (nella foto sotto, da sinistra a destra, Toufic El Asmar, Paolo Pasquini e Ugo Bardi).


Il veicolo Ramses è stato un successo come prototipo ed è stato usato in diverse attività agricole per alcuni anni, prima in Libano ed ora in Italia. Ci ha insegnato diverse cose: una è che, facendo i calcoli appropriati, oggi la meccanizzazione elettrica in agricoltura è ancora marginalmente più costosa dei motori convenzionali, basati sui combustibili fossili. A causa di questo costi marginalmente maggiori, i contadini usano ancora motori convenzionali e il Ramses è ancora solo un prototipo.

Ma le cose stanno gradualmente cambiando e, alla fine, a causa sia dell'esaurimento sia del cambiamento climatico, dovremo “svezzare” l'agricoltura dai combustibili fossili. Questa idea ci ha portati ad un esame più completo del processo agricolo. Se il Ramses ha dimostrato che possiamo usare l'energia elettrica per molte mansioni che richiedono energia meccanica, è anche vero che l'agricoltura ha bisogno di molto di più: le servono fertilizzanti, pesticidi, trasporto, refrigerazione ed altro. Possiamo svolgere tutte queste mansioni usando l'energia elettrica prodotta dalle fonti rinnovabili?

Questo è ciò di cui parla il nostro articolo recente sul “Journal of Cleaner Production” (autori Ugo Bardi, Toufic El Asmar e Alessandro Lavacchi, vol. 19, pp. 2034-2048 - 203). Si tratta di un esame esteso di come l'energia viene usata in agricoltura e di come, in futuro, potremmo ottenere questa energia dalle fonti rinnovabili, abbandonando i combustibili fossili e allo stesso tempo mantenendo alta la produttività della moderna agricoltura.

I risultati? Come potete immaginare, non sarà un'impresa facile, ma abbiamo trovato che non è neanche impossibile. Via via che le moderne rinnovabili (eolico e solare) aumentano la propria efficienza e costano meno è perfettamente possibile pensare di integrarle nel processo agricolo, prima riducendo e quindi eliminando del tutto il bisogno di usare localmente combustibili fossili.

Poi, naturalmente, la produzione agricola non è basata solo sull'uso locale di combustibili fossili: i fertilizzanti, per esempio, vengono prodotti in grandi impianti industriali, Questi impianti possono essere alimentati dall'energia rinnovabile e risulta, per esempio, che ci sono metodi conosciuti per usare l'elettricità e generare ammoniaca come fertilizzante senza bisogno di usare metano o idrogeno come materia prima. Neanche così, anche un'energia abbondante può risolvere tutti i problemi, per esempio il graduale esaurimento delle risorse minerali di fosforo. Per quello, solo una gestione accurata di ciò che abbiamo può mantenere la disponibilità dei fertilizzanti a base di fosfato necessari.

Quindi, il risultato finale del nostro studio è che le moderna energia rinnovabile può essere di incredibile aiuto all'agricoltura, ma non per l'agricoltura sprecona ed insostenibile di oggi. E' possibile trasformare l'elettricità in cibo e non abbiamo bisogno di tornare alle pratiche spacca-schiena di un tempo. Ma dobbiamo immaginare e costruire un'agricoltura che non distrugge le risorse che usa.

Per una copia del nostro articolo sul “Journal of Cleaner Production” scrivetemi all'indirizzo ugo.bardi(pispoloattorcigliatohiocciola)unifi.it



lunedì 9 dicembre 2013

L'eredità del Club di Roma

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


Questa è una versione scritta del discorso che ho tenuto all'incontro tenutosi a Bucarest in occasione del ventesimo anniversario della fondazione della sezione rumena del Club di Roma (ARCoR) il 17 ottobre 2013. E' stata una riunione alquanto formale, quindi il mio discorso è stato un po' più formale del solito. Ciò che segue non è una trascrizione, ma una versione testuale scritta a memoria. Ringrazio Liviu Tudor, segretario generale di ARCoR, Mugur Isarescu, presidente e tutti i membri di ARCoR per avermi invitato in questa occasione (l'immagine sopra proviene dall'incontro ARCoR dello scorso anno, ma quella a cui faccio riferimento si è tenuta nella stessa sala a Bucarest).



Signore e signori, è un privilegio e un onore per me rappresentare oggi il Club di Roma. Posso quindi portarvi i saluti e le congratulazioni dei co-presidenti del Club, Anders Wijkman e Ernst Weizsacker, così come quello del Segretario Generale, Ian Johnson.

Oggi celebriamo il ventesimo anniversario della fondazione dell'associazione rumena del Club di Roma, ARCoR, cosa che rappresenta una realizzazione notevole. E' altrettanto notevole, credo, la realizzazione del Club di Roma come associazione globale, che esiste già da 40 anni, dopo essere stata fondata da Aurelio Peccei nel 1969.

La celebrazione di oggi, tuttavia, non è alla memoria delle glorie passate. Ciò che invece celebriamo è la sempre maggiore consapevolezza di quanto importante e di quanto moderna sia stata la visione che è apparsa nel primo rapporto al Club, il celeberrimo libro dal titolo “I limiti dello Sviluppo”. Oggi, più di 40 anni più tardi, ho avuto l'onore di firmare come autore principale il trentatreesimo rapporto al club, un libro dal titolo “Il Pianeta Saccheggiato”.

Con questo libro, abbiamo riesaminato alcuni degli scenari e il concetto del rapporto del 1972. Abbiamo scoperto quanto le idee del primo rapporto avessero consistentemente colpito nel segno e quanto l'economia mondiale abbia seguito da vicino lo scenario allora definito “caso base” e che oggi definiremmo come “business as usual”. E' uno scenario che vede la crescita dell'economia mondiale mantenuta fino ai primi decenni del ventunesimo secolo, seguita da una stasi e poi da un rapido declino.

Per favore, fate attenzione: “I Limiti dello Sviluppo” non è stata una profezia e non lo doveva essere. Gli autori avevano chiaramente dichiarato nel libro che non volevano che il futuro fosse come il loro scenario “caso base”. Nessuno voleva il collasso dell'economia mondiale, con tutte le conseguenze che questo comporta, naturalmente. Essi hanno detto, correttamente, che il futuro è qualcosa che creiamo con le nostre azioni e le nostre decisioni e che se avessimo voluto evitare il declino avremmo dovuto fare le scelte che lo avrebbero evitato. Ma ciò non è stato fatto e lo scenario caso base è diventato, sfortunatamente, sempre più simile ad una profezia.

Tuttavia, indipendentemente da quale sarà l'evoluzione dell'economia mondiale nei prossimi anni, penso che l'eredità principale de “I Limiti dello Sviluppo” oggi sia quella di ricordarci quanto siano importanti le risorse materiali per la nostra sussistenza e la nostra prosperità. La ricchezza non è creata dalle banche o da altre istituzioni finanziarie, è creata da ciò che chiamiamo “risorse naturali”, che vengono prodotte e elaborate dal sistema industriale e alla fine trasformate in prodotti: è ciò che chiamiamo “economia”. Senza risorse naturali  non ci sarebbe un'economia e i soldi sarebbero senza valore, perché non ci sarebbe nulla da comprare. Questo dovrebbe essere ovvio, ma a volte siamo così preoccupati – direi ossessionati – dai capricci del sistema finanziario mondiale che tendiamo a dimenticare una cosa che il mio amico e collega Giorgio Nebbia mi diceva: “L'economia è la scienza delle cose materiali”.

Quindi, dove ci troviamo rispetto a queste “cose materiali” oggi? Be', da un lato è chiaro che NON stiamo esaurendo niente: la produzione dei minerali più importanti non è in declino e non manca nessun bene minerale sul mercato, almeno se siamo disposti a pagarne il prezzo. A volte si diceva che il messaggio de “I Limiti dello Sviluppo” era che avremmo finito presto le risorse minerali. Ma non è vero. “I Limiti dello Sviluppo” non hanno mai detto niente del genere. Era chiaro dai calcoli riportati nello studio che non avremmo finito le risorse minerarie principali prima della fine del ventesimo secolo. Il punto è del tutto diverso: molto prima di finire fisicamente le risorse finiremo le risorse economiche.

Ed è esattamente questo che è accaduto. Non stiamo finendo nulla, ma dobbiamo pagare di più per ciò che ci serve. Come sicuramente sapete, i prezzi del petrolio sono aumentati di un fattore di circa 5 negli scorsi 5-6 anni e il prezzo medio delle risorse minerali è aumentato di un fattore di circa 3 nello stesso lasso di tempo. Questa è una tendenza robusta e non è indolore per le economie dei paesi importatori.

Lasciate che vi fornisca alcuni dati: nel 2012 i paesi dell'Unione Europea hanno importato 500 miliardi di euro di valore in combustibili fossili (1), si tratta di circa il 4% del PIL europeo. I singoli paesi mostrano valori leggermente diversi, per esempio per l'Italia sono stati circa 66 miliardi di euro di importazioni, che corrispondono a più del 4% del PIL italiano. Per la Romania la percentuale è inferiore, in parte a perché la Romania produce una quantità relativamente grande di combustibili fossili in confronto alla dimensione della propria economia.

Considerate che questi sono solo i costi dell'importazione di combustibili fossili. Altri soldi devono essere spesi per l'importazione di beni minerali che normalmente “contengono” molta energia sotto forma di combustibili fossili usati per la loro estrazione, elaborazione e trasporto. Ma rimaniamo sui combustibili fossili. Poniamoci una domanda: il 4% è poco o molto? Be' questa è una delle domande classiche alle quali si deve rispondere “dipende”. Se l'economia potesse crescere, allora l'aumento dei costi dei combustibili fossili non sarebbero un grande fardello – rimarrebbero più o meno la stessa percentuale dell'intera economia. Ma non è stato così. L'economia europea sta crescendo, ma la crescita è stata ben lontana dall'essere robusta come lo è stata negli anni passati e in diversi paesi l'economia non cresce affatto. E questi paesi hanno visto il proprio “conto energetico” crescere e diventare un fardello pesante. Un buon esempio è l'Italia, ma lo stesso tipo di problemi ci sono ovunque. Mentre parliamo di punti percentuali dell'economia europea stiamo parlando di centinaia di miliardi di euro che si spostano dall'Europa – i gran parte importatrice di beni minerali – ai paesi produttori che si trovano in gran parte al di fuori dell'Europa.

Questo gigantesco trasferimento di ricchezza non può rimanere senza conseguenze e penso che questa sia una delle ragioni principali dei problemi che viviamo oggi. Come ho detto prima, l'eredità principale de “I Limiti dello Sviluppo” è quella di ricordarci che la nostra prosperità è basata su risorse materiali e non dovremmo dimenticarcelo. Vi invito a considerare questo elemento quando cercate di capire cosa sta succedendo.

Ma c'è un altro elemento che possiamo a sua volta considerare oggi come eredità del Club di Roma e questo va dritto al cuore della questione. Gli scenari che stanno alla base dello studio “I Limiti dello Sviluppo” sono stati creati usando una tecnica chiamata “dinamica dei sistemi”. Ha a che fare con la risoluzione di equazioni differenziali su un computer ma, in realtà, non è niente altro che buon senso formalizzato.

Mi spiego. Definirei “buon senso” in un modo molto semplice: è semplicemente pensare alle conseguenze e, in particolare, alle conseguenze a lungo termine di quello che facciamo. Usare un computer significa che possiamo proiettare il nostro buon senso a una certa distanza nel futuro e considerare sistemi più complicati di quelli coi quali abbiamo a che fare abitualmente. Ma il buon senso – pensare alle conseguenze – rimane una qualità del pensiero umano che, sfortunatamente, a volte rifiutiamo di utilizzare.

Considerando la nostra situazione attuale stiamo affrontando scelte che avranno conseguenze profonde sul nostro futuro. Per esempio, dobbiamo perforare in cerca di più petrolio e gas? Possiamo, naturalmente, scegliere di investire grandi quantità delle nostre risorse per sfruttare le cosiddette risorse “non convenzionali”. Ma la conseguenza sarà che diventeremo ancora più dipendenti da una risorsa che sta diventando sempre più difficile e costosa da ottenere (per tacere del peggioramento del problema climatico). Così, tutto ha conseguenze e dovremmo pensarci prima di prendere queste importanti decisioni, se vogliamo prenderle in modo saggio.

Per concludere, vorrei citare una frase che viene spesso attribuita a Robert Luis Stevenson. Ed è: “Ognuno di noi, prima o poi, si siede ad un banchetto di conseguenze”. Cosa verrà servito al banchetto dipenderà dalle scelte che stiamo facendo ora. In questo senso, i metodi e le idee sviluppate dal Club di Roma già negli anni 70 possono aiutarci a fare scelte sagge (se vogliamo farle). E' questa l'eredità del Club di Roma.


1. http://cleantechnica.com/2013/04/07/eu-2030-energy-green-paper-introduce-oil-import-reduction-targets/



domenica 8 dicembre 2013

Ghiaccio e metano: la combinazione mortale



Questi due documentari tradotti da Max Rupalti fanno un po' paura. Lo si vede anche dai commenti aggressivi e fuori dalle righe che hanno ricevuto sul sito dove sono stati pubblicati originariamente, Transition Italia. Sfortunatamente, mettersi a urlare contro i problemi non è un buon modo per risolverli

Clima: due documentari (ora) in italiano

di


Salve a tutt*

Volevo segnalarvi due documentari che ho recentemente sottotitolato e che potrebbero essere utili, a scopo divulgativo, per chi è attiv* in un’iniziativa di Transizione o in un Gruppo Guida.

L’argomento è per entrambi il clima.

Il primo è “Chasing Ice” (2012), del fotografo americano James Balog. Anni di fotografie scattate giorno dopo giorno durante la spedizione “Extreme Ice Survey” ricostruisco il ritiro dei ghiacci in Islanda, Groenlandia, Alaska e Montana. “E’ una cosa magica, miracolosa, orribile e spaventosa”, una frase del film che lo rappresenta piuttosto bene. (Grazie a Paolo e Ilaria per le segnalazioni di errori nel testo).




Di carattere più tecnico e dalle immagini meno godibili (ma non per questo meno importante) è il secondo documentario: “La spirale mortale dell’Artico e la bomba a orologeria del metano” (2013). Il titolo è piuttosto macabro, ma quanto sta accadendo nell’Artico potrebbe rivelarsi esserlo davvero. I ghiacci si sciolgono, l’albedo diminuisce, il mare e la terra nuda assorbono più energia solare, l’acqua si scalda, il permafrost si scioglie, gli idrati di metano in fondo al mare cominciano a sciogliersi a loro volta rilasciando metano, il metano è un gas serra molto potente… Insomma, un problemino di cui proprio non possiamo più fare a meno di occuparci.



Mi spiace che non siano belle notizie. Spero che servano a trasformare i problemi in soluzioni, che è un po’ quello per cui nasce la Transizione.

Buona visione e diffusione (se volete).


P.S. Se volete diffondere i documentari vi consiglio di scaricarli, su youtube oggi ci sono e domani non si sa. I sottotitoli sono scaricabili con appositi programmi freeware, ma se avete difficoltà contattatemi: rupo[chiocciola]cheapnet.it



giovedì 5 dicembre 2013

Tre anni dopo Macondo

Da “Truthout”. Traduzione di MR

Di Dahr Jamail, Aljazeera English

Tre anni dopo l'esplosione, il declino della pesca e le deformità indicano un ambiente sotto stress. (Foto: Erika Blumenfeld)

New Orleans – Centinaia di chili di detriti oleosi sulle spiagge, declino della pesca ed altri segni preoccupanti indicano un ecosistema in crisi sulla scia del disastro petrolifero della BP nel Golfo del Messico. “Ciò che stiamo vedendo è inquietante” ha detto ad Al Jazeera il membro della Task Force “Ostrica”, in Louisiana, Brad Robin. “Non ci sono più piccoli di granchio, il che è un brutto segno. Stiamo vedendo cose mai viste prima”. Robin, un pescatore e commerciante di ostriche che è anche membro del Comitato Consultivo del Governo della Louisiana, ha detto che del fondo marino nel quale ha raccolto le ostriche in passato, solo il 30% è produttivo ora.

“Vediamo granchi con buchi nel guscio ed altre deformità dei frutti di mare. La stagione delle ostriche dello stato della Louisiana ha aperto il 15 ottobre e non siamo in grado di trovare nessuna produzione la fuori, ancora. Non c'è vita la fuori”. Secondo Robin, interi settori dell'area di raccolta di ostriche della Louisiana sono “morti o in gran parte morti”.  “Ho 10 barche nella mia flotta e solo due di loro sono in funzione, perché non ho la produzione per far andare le altre. Non siamo neanche lontanamente vicini a tornare alla normalità e non posso dirvi quando e se ci si tornerà”. Le statistiche dello stato della Louisiana confermano che i numeri della pesca complessiva sono declinati dal momento dello sversamento.

Sono stati trovati oltre tre milioni di libbre di materiali oleosi in Louisiana quest'anno. (Foto: Erika Blumenfeld / Al Jazeera)

E' tutto a pezzi


Gamberi con tumori continuano ad essere trovati lungo la zona di impatto, dalla Louisiana alla Florida.
 (Foto: Dean Blanchard)
Robin non è il solo membro dell'industria ittica del Golfo a riportare notizie desolanti. Kathy Birren e suo marito sono proprietari della Hernando Beach Seafood, un'impresa per la vendita all'ingrosso di frutti di mare in Florida.

”Ho visto molti cambiamenti da quando c'è stata lo sversamento”, ha detto la Birren ad Al Jazeera. “Il nostro raccolto di granchio di pietra è crollato e non è più ritornato; i numeri sono di gran lunga inferiori. Di solito vedresti un po' di buona pesca al granchio lungo le coste della Florida, ma quest'anno abbiamo avuto problemi ovunque”. Birren dice che i problemi non ci sono solo coi granchi. “Anche la nostra pesca della cernia è crollata da quando c'è stata lo sversamento”, ha aggiunto. “Abbiamo visto pesci con sfere di bitume nello stomaco fino alle Florida Keys. Abbiamo preso una cernia con sfere di bitume nello stomaco lo scorso mese. In generale, è tutto a pezzi”. Secondo la Birren, molti pescatori nella sua zona si stanno arrendendo. “La gente si sta ritirando dalla pesca e svende perché deve. Io abito nella Florida centro occidentale, ma i pescatori fino a Key West stanno lottando per andare avanti. Penso al futuro di mio figlio, visto che è appena entrato nel settore, e sono preoccupato”.


Dean Blanchard, proprietario di un'azienda di frutti di mare a Grand Isle, in Louisiana, è a sua volta profondamente preoccupato da quello che vede. “Ci sono grandi strati di bitume che emergono a Elmers Island, Fouchon, Grand Isle e Grand Terre," ha detto Blanchard ad Al Jazeera. “Ogni volta che c'è cattivo tempo ci arrivano nuove palle e strati di bitume”. Blanchard ha detto che la sua impresa genera solo il 15% di quello che generava prima dello sversamento. “ Sembra che stia peggiorando”, ha detto. “Ho detto a mia moglie che quando va al supermercato può spendere solo il 15% di quello che spendeva prima”.  Blanchard ha visto anche visto gamberi con deformità ed ha fatto delle foto di gamberi con tumori (vedi sopra). Ad altri mancano gli occhi. Egli attribuisce le deformità all'uso da parte della BP di agenti disperdenti per far sprofondare il petrolio fuoriuscito. “Tutti coloro che vivono quaggiù li hanno visti spruzzare i loro agenti disperdenti giorno dopo giorno. Hanno spruzzato le nostre baie e le nostre spiagge”, ha detto. “Abbiamo un problema, perché la BP dice di non aver spruzzato nulla quaggiù, ma c'era un prete che li ha a sua volta visti. Quindi, o abbiamo un prete bugiardo, ho mente la BP”.  La BP e la Guardia Costiera hanno detto ai media di non aver mai spruzzato agenti disperdenti entro le 10 miglia dalla costa e che gli agenti disperdenti non sono mai stati usati nelle baie.

Gambero senza occhi, insieme ad altre anormalità dei frutti di mare, sono diventati comuni in molte aree lungo la costa del Golfo. (Foto: Erika Blumenfeld / Al Jazeera)

Un recupero lungo decenni

Su una nota più cupa, il dottor Ed Cake, un oceanografo biologico e biologo marino, crede che serviranno decenni al Golfo per recuperare dal disastro della BP. “Gli impatti dell'esplosione del Ixtoc 1 sulla Baia di Campeche nel 1979 si sentono ancora”, ha detto Cake, riferendosi alla grande perdita di petrolio vicino alla costa messicana, “e ci sono baie in cui le ostriche non sono ancora tornate. La mia previsione è che avremo a che fare con gli impatti di questo sversamento per diversi decenni a venire e questa cosa mi sopravviverà”. Secondo Cake, la pesca del granchio blu e del gambero è crollata in Mississippi e Alabama dal momento dello sversamento e d ha anche espresso preoccupazioni sulla moria di delfini in corso. Ma la sua preoccupazione principale è il recupero lento della popolazione di ostriche della regione. “Il Mississippi ha aperto di recente la sua stagione e i loro pescatori di ostriche sono autorizzati a pescare solo 12 sacchi di ostriche al giorno. Ma non riescono a prenderne nemmeno 6”, ha detto Cake. “30 sacchi sarebbero il pescato normale di un giorno per quanto riguarda le ostriche – che era il limite precedente – ma questo ora è stato ridotto perché le riserve non ci sono”. La conclusione di Cake è sinistra: “Qui nelle aree dell'estuario, dove ci sono le ostriche, penso ci vorranno un decennio o due prima di vedere un qualche recupero”. La BP in precedenza aveva fornito ad Al Jazeera una dichiarazione su questo argomento, una parte della quale diceva. “I frutti di mare dal Golfo del Messico sono fra i più collaudati del mondo e, secondo la FDA (Food and Drug Administration) e il NOAA, è sicuro ora quanto lo era prima dell'incidente”. La BP sostiene che le lesioni ai pesci sono comuni e che prima dello sversamento c'erano prove documentate di lesioni nel Golfo del Messico causate da parassiti ed altri agenti.

Trovato altro petrolio

La seconda fase del processo in corso contro la BP appura se le azioni della compagnia per fermare la fuoriuscita di petrolio durante l'esplosione sono state adeguate e punta a determinare quanto petrolio è stato rilasciato. “La BP sta montando una campagna di pubbliche relazioni e legale aggressiva per proteggere se stessa dalla responsabilità e minimizzare la quantità di petrolio fuoriuscito nel Golfo, così come gli impatti in corso a causa del disastro”, ha detto Jonathan Henderson, un organizzatore della Rete per il Ripristino del Golfo, un gruppo ambientalista. Persino il Governatore Repubblicano della Louisiana Bobby Jindal è d'accordo. Jindal ha recentemente detto, “Tre anni e mezzo più tardi, la BP sta spendendo soldi – voglio che lo ascoltiate – spende più soldi per spot televisivi di quanti ne abbia realmente spesi per ripristinare le risorse naturali che sulle quali ha impattato”.

Più lontano dal luogo dell'esplosione in Florida, i ricercatori continuano a trovare petrolio sia a Tampa Bay sia a Sarasota Bay. In Lousiana, secondo l'Autorità per la Protezione e il Ripristino della Costa della Louisiana (APRC), più di 200 miglia di linea di costa hanno “un inquinamento da petrolio di qualche tipo”, comprese 14 miglia che sono moderatamente o pesantemente sporche di petrolio. Da marzo ad agosto di quest'anno, sono stati raccolti oltre tre milioni di libbre di materiali petroliferi in Louisiana, più del doppio della quantità durante lo stesso periodo dello scorso anno. In aggiunta, La APRC riporta che “le ricerche sulla composizione chimica dei campioni di petrolio del MC252 [il pozzo di Macondo della BP] dimostrano che il petrolio sommerso NON è sostanzialmente logorato e non ha esaurito gran parte degli IPA [idrocarbori policiclici aromatici]”, e “controversie... scoperte portate dalla Guardia Costiera degli Stati Uniti secondo le quali il petrolio della Deepwater Horizon non è tossico”. L'agenzia ha anche espresso preoccupazioni secondo le quali “il petrolio sommerso potrebbe continuare a costituire un rischio a lungo termine per gli ecosistemi sotto costa”.

“Continuano anche ad emergere nuovi impatti sull'ecosistema e sulle creature del Golfo”, ha detto Henderson ad Al Jazeera. “Solo quest'anno, Il Servizio Nazionale Marino per la Pesca ha registrato lo spiaggiamento di 212 delfini ed altri mammiferi marini nel nord del Golfo. Un nuovo studio scientifico condotto dal NOAA, dalla BP e da ricercatori universitari a sua volta mostra significativi impatti negativi sui piccoli organismi che vivono sul letto del mare in un'area di 57 miglia quadrate intorno al sito del pozzo della Deepwater Horizon”. Numerosi altri impatti sono stati documentati da quando è iniziato il disastro, compresi sconvolgimenti genetici delle Cyprinodontidae del Golfo, pericolo per il corallo di profondità e moria dei piccoli foraminiferi che sono una parte importante della catena alimentare del Golfo. Gli studi in corso continuano a rivelare tossine dallo sversamento della BP nei campioni di acqua, suolo e frutti di mare. Nel frattempo, i pescatori nella zona di impatto della BP si chiedono se le cose torneranno mai alla normalità. “Il nostro futuro è molto, molto oscuro e non esistono granchi spugna là fuori, che sono il futuro”, ha concluso Robin. “Non ho mai visto una cosa simile nella mia vita. Non vedo un futuro, perché è tutto morto la fuori”.

mercoledì 4 dicembre 2013

Cambiamento climatico? Provate a chiedere ai contadini

Da “The Guardian”, Traduzione di MR (Peak Transition Translators Team) 

Le osservazioni di contadini in Africa, Asia e America Latina confermano i rapporti di temperature in aumento ed eventi atmosferici estremi


Il cambiamento climatico colpirà più duramente i paesi più poveri, dice l'IPCC. Sopra: capre colpite dalla siccità che bevono da un pozzo a Wargadud, Kenya. Foto: Stephen Morrison/EPA



I gruppi europei per lo sviluppo hanno riportato che le ultime valutazioni scientifiche dell'Intergovernmental Panel on Climate Change del fenomeno combacia con le osservazioni e le esperienze dei gruppi agricoli e di altri gruppi coi quali collaborano in Africa, Asia e America Latina. Gli scienziati dell'IPCC, che riconoscono di avere spesso dati approssimativi sulle precipitazioni e sulle temperature per molte aree di paesi in via di sviluppo, dicono che le temperature sono aumentate, che gli eventi atmosferici estremi sono più frequenti e le precipitazioni meno prevedibili. Se le emissioni non vengono tagliate in modo netto, dicono, il mondo si può aspettare un costante aumento del livello del mare e delle temperature, più eventi atmosferici estremi e precipitazioni meno certe.

“Qui il cambiamento climatico è una realtà. Possiamo vederne gli impatti ovunque. Ci sono nuovi insetti sulle nostre colture a causa delle temperature più alte. Ora non possiamo più produrre senza irrorare i campi” ha detto un contadino boliviano, Alivio Aruquipa, che vive a La Granja, vicino a La Paz, e lavora con un gruppo che collabora con Christian Aid di nome Agua Sustentable (CARE). “Noi siamo quelli che risentono dell'impatto del cambiamento climatico. Abbiamo subito molto la mancanza d'acqua. La gente sente di dover lasciare il proprio paese o di lasciare le proprie case per cercare lavoro e trovare un modo di sfamare le proprie famiglie. Ci sono conflitti per l'acqua fra le diverse comunità perché tutti noi abbiamo bisogno d'acqua e non ce n'è abbastanza per tutti”, ha detto.

“La gente con la quale lavoriamo convive con gli effetti del cambiamento climatico adesso. Nel Niger, i contadini sono stati costretti a trovare nuove fonti di reddito dal momento in cui il cambiamento climatico ha reso il pascolo di bestiame impossibile. In Perù, le comunità degli altipiani che si sono affidate a disponibilità regolari d'acqua provenienti dai ghiacciai andini per secoli, devono con una disponibilità d'acqua incostante che sta condizionando la loro capacità di coltivare del cibo per sfamare le proprie famiglie e guadagnarsi da vivere”, ha detto il funzionario per il cambiamento climatico, Sven Harmeling. Nkhuleme Ntambalika, che vive nel distretto di Balaka in Malawi ed è stato aiutato dal Centro per il Patrocinio e le Politiche Ambientali, ha detto che i ritmi delle precipitazioni sono diventati sempre più irregolari, una cosa che egli attribuisce al cambiamento climatico. “Avevamo precipitazioni molto stabili che erano adeguate e non provocavano erosione. Al giorno d'oggi nessuno sa più quando mettere a dimora una coltura. Quando arrivano le piogge, o sono troppo leggere per piantare o sono troppo pesanti, quindi i campi si allagano o vengono erosi. Poi segue un periodo di siccità prolungato che brucia le colture germinate. Il seme così viene perduto”.

“La climatologia più recente conferma ciò che i piccoli contadini nel mondo ci raccontano, cioè che le stagioni stanno cambiando, sia perché sono sempre più estreme sia perché sono imprevedibili, rendendo così più difficile sfamare le loro famiglie”, ha detto Oxfam in un nuovo documento informativo. “E' importante riconoscere che il cambiamento climatico sta avvenendo nello stesso momento in cui stanno cambiando drasticamente le vulnerabilità. Dei 3 miliardi di persone che vivono in aree rurali dei paesi in via di sviluppo, 2,5 miliardi sono impegnati nell'agricoltura e 1,5 miliardi vivono in piccole fattorie familiari. Molti si trovano pericolosamente esposti ai cambiamenti del clima, il che significa che troppa pioggia, o troppo poca, può fare la differenza fra l'avere abbastanza cibo e vivere nella fame”.


Camilla Toulmin, direttrice dell'Istituto Internazionale per l'Ambiente e lo Sviluppo, ha detto che il rapporto ha confermato che le attività umane sono responsabili dell'aumentata instabilità climatica. “Ma c'è valore anche in quello che il rapporto dell'IPCC non dice, per esempio come cambierà il clima da luogo a luogo. I modelli climatici non sono ancora abbastanza robusti da prevedere gli impatti su scala locale e regionale ma è chiaro, dall'esperienza di molta gente con la quale lavoriamo e che ha affrontato perdite e danni solo quest'anno, che tutti sono vulnerabili in qualche modo. Quest'incertezza sugli impatti locali, insieme alla certezza che gli impatti arriveranno, è un duro avvertimento per il quale tutti ci dobbiamo preparare. I cittadini e i dirigenti di impresa del mondo devono far pressione sui governi ad agire, sia in casa propria che nel consesso internazionale”.

domenica 1 dicembre 2013

Aumenta la resistenza dei batteri agli antibiotici: un problema sempre più difficile

Guest post di Roberto Rondoni





Quando parliamo di antibiotici incontriamo nel pubblico degli utilizzatori due atteggiamenti opposti: uno, probabilmente ancora minoritario, è pregiudiziale all'utilizzo degli stessi (nell'ambito di un più generale atteggiamento di ritrosia nei confronti dei farmaci), l'altro vede negli antibiotici stessi una soluzione generale a tutte le malattie da raffreddamento e ad altri disagi aventi componente infiammatoria.

Al di là, però, di queste divergenze ideologiche il problema della crescente resistenza batterica agli antibiotici è poco considerato dai mezzi di comunicazione tradizionali (fuorché, forse, in corrispondenza degli appelli per la vaccinazione antiinfluenzale) ed in generale dalla popolazione dei potenziali utenti. I dati dell'indagine "Eurobarometro sulla resistenza antibiotica", commissionata nel 2010 dal Direttorio Generale per la salute dei consumatori dell'Unione Europea, indicano che solo il 22% dei cittadini europei (e solo il 14% di quelli italiani) é veramente informato sugli antibiotici, inoltre assieme a Romania (57%), Ungheria (75%) ed Estonia (78%) l’Italia, con il 65% degli intervistati, è il Paese in cui i cittadini sono meno consapevoli che un uso non adeguato degli antibiotici ne riduce l’efficacia. Questo generale atteggiamento non corrisponde alla sempre crescente attenzione che la comunità scientifica sta ponendo nelle possibili conseguenze dello sviluppo di batteri resistenti.

Quasi ogni anno l'Agenzia Italiana del Farmaco lancia una campagna di sensibilizzazione sull'uso responsabile degli antibiotici, l'ultima delle quali, del 2012, richiama l'attenzione sullo sviluppo delle resistenze batteriche causa di oltre 25mila decessi l'anno in Europa, i quali, oltre che essere evitabili, inducono costi supplementari per la sanità e il lavoro per almeno 1,5 miliardi di euro. L'AIFA afferma anche che "il conseguente sviluppo di antibiotico-resistenza pone un problema di particolare rilievo per la tutela della salute dei cittadini, poiché espone al rischio di non poter disporre più, in un futuro ormai prossimo, di alcuna possibilità di cura per le infezioni. Anche patologie oggi ritenute minori, potrebbero quindi divenire temibili".

Inoltre, recentemente, in occasione della 6a Giornata Europea della Consapevolezza sugli antibiotici, il Centro Europeo per la Prevenzione ed il Controllo delle malattie (ECDC) ha presentato dei dati sull'incremento, a oltre il 5%, tra il 2009 ed il 2012 delle setticemie da Klebsiella pneumoniae resistenti anche ai carbapenemi, che sono l'ultima linea di difesa attuabile quando tutti gli altri antibiotici hanno fallito. Ciò riguarda in particolare 5 paesi, la maggior parte dei quali del sud dell'Europa. Il report rimarca anche la preoccupante crescita delle resistenze di Acinetobacter ad oltre il 25% in 18 paesi europei. Perchè gli addetti ai lavori sono così preoccupati? Perchè questi dati vanno ad aggiungersi a quelli dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sui decessi causati ogni anno dallo Stafilococcus aureus meticillino-resistente (Mrsa) e dall'Escherichia coli multiresistente(ESBL) che assommano a 8200 decessi in 31 nazioni europee (dati del 2007). Lo sono a maggior ragione perchè le quasi insuperabili resistenze di Klebsiella sono su organelli batterici chiamati plasmidi e potrebbero trasmettersi ad altri gram- (come l'ubiquitario Escherichia coli).

Lo sono altresì perché nuove carbapenemasi chiamate NMD-1 (New Dheli metallo-beta-lactamese tipe 1) sono state trovate nel 2009 in enterobacteriacee nel sistema di distribuizione dell'acqua della capitale indiana, e, dopo il paziente "zero", uno svedese di ritorno dal Pakistan, dall'Asia tali batteri e/o il plasmide portatore del carattere codificante la resistenza, si sono diffusi negli altri continenti, con i primi casi documentati in Italia nel 2011, relativi a 6 pazienti nella provincia di Bologna.

Come siamo arrivati a questo punto? Aumentando la pressione selettiva sui germi, e favorendo col tempo sempre più mutanti resistenti. Il fenomeno si é svolto con diverse modalità. La prima di queste riguarda l'uso degli antibiotici come promotori della crescita (APC) negli animali da reddito. Fino ad 2006 questa era una pratica standard della zootecnia intensiva europea e portava a guadagni ponderali nelle produzioni zootecniche (la FAO ha stimato che l'uso degli APC abbia portato ad un incremento del 30% nella disponibilità proteica mondiale).

Ma c'è stato un rovesvo della medaglia: come afferma, in una review della letteratura sull'argomento, il dottor Stuart Levy della Tufts University, presidente dell’International Alliance for the Prudent Use of Antibiotics, " la somministrazione prolungata di antibiotici a basso dosaggio fa sì che si crei un ambiente ottimale per la proliferazione di diversi ceppi resistenti. Gli animali così trattati diventano una sorta di fattoria vivente, ideale per batteri selezionati, robusti, che non risentono degli antibiotici come il famigerato stafilococco aureo resistente alla meticillina (Mrsa) o a vari tipi di salmonelle. I ceppi resistenti proliferano e tramandano questa caratteristica di generazione in generazione fino a trasmetterla anche al di fuori dell’allevamento". In seguito allo stop in Europa (gli Stati Uniti ne consentono ancora l'utilizzo) si sono avuti diversi problemi legati ad un peggioramento delle performances zootecniche, in particolare nell'allevamento dei suini, che hanno spostato l'uso degli antibiotici da promotori della crescita ad un ambito prettamente terapeutico.

Ora si cerca di compensare il mancato utilizzo degli antibiotici come APC nei mangimi con interventi coordinati di tipo igenico-sanitario, nutrizionale e con le vaccinazioni. Resta innegabile l'impatto che l'uso, anche solo terapeutico, puó avere sullo sviluppo delle resistenze batteriche, considerato il numero di capi negli allevamenti intensivi. Infatti il 90% degli antibiotici utilizzati si diffonde nell'ambiente, ed in questo modo, potenzialmente, la resistenza passa anche attraverso il suolo, le acque, l’aria, la catena alimentare e si diffonde; senza considerare le problematiche legate all'allevamento ittico e più in generale alle produzioni extraeuropee. La seconda modalità è l'abuso, o l'uso non adeguato, di antibiotici nell'ambito terapeutico umano.

Nelle sue frequenti campagne di sensibilizzazione l'AIFA non manca mai di rimarcare che é necessario ricorrere agli antibiotici solo quando necessario e dietro prescrizione del medico che ne accerti l’effettiva utilità. Tra i consigli, per il pubblico degli utenti, viene sempre ricordata la necessità di non interrompere mai la terapia prima dei tempi indicati dal medico o, comunque, solo dietro suo consiglio e di non assumere antibiotici per curare infezioni virali. L’Italia è infatti ai primi posti fra i Paesi Europei per consumo eccessivo e inappropriato di antibiotici.

L'abuso non é però sola responsabilità dei cittadini, anche i sanitari hanno le loro colpe. Negli ospedali la cosiddette ICA (infezioni correlate all'assistenza ) rappresentano sempre più un problema rilevante, ed uno studio recentemente promosso dall'ECDC ha rilevato che, in particolare per l'Italia, "è necessario e urgente avviare programmi di governo dell’uso responsabile di antibiotici utili a promuovere l’uso solo ove indicato e con modalità (durata, scelta della molecola, dosaggio) appropriate". E che "questo studio documenta come l’igiene delle mani non sia divenuta una pratica corrente in tutti gli ospedali italiani: nei 49 ospedali partecipanti allo studio, il consumo di prodotti idroalcolici per l’igiene delle mani è inferiore a 10 litri per 1000 giornate di degenza (la categoria più bassa in Europa), contro una media europea di 18,7 litri/1000 e di punte >40 nei Paesi scandinavi".

L'uso ospedaliero degli antibiotici é particolarmente critico nelle unità di terapia intensiva (UTI), nelle quali la pressione selettiva esercitata sui patogeni é tale da richiedere un frequente monitoraggio sia sullo sviluppo delle resistenze sia sulle pratiche sanitarie effettuate, con l'obiettivo di ricavare dati utilizzabili per minimizzare le prime e massimizzare l'efficacia delle seconde. Inoltre uno studio italiano della fondazione Maugeri ha individuato come causa della tubercolosi resistente la non corretta applicazione delle linee guida internazionali da parte dei centri deputati alla gestione e cura dei malati. Il terzo problema sono gli investimenti in ricerca delle aziende, che si sono man mano spostati su altre categorie farmaceutiche più remunerative: nell'ambito delle patologie croniche, legate all'invecchiamento, e nel settore dei c.d. biologici.

La Infection Desease Society americana ha, recentemente pubblicato un report che evidenziava come solo sette nuovi antibiotici siano, attualmente, in sviluppo per il trattamento delle infezioni causate da organismi batterici multiresistenti come E.coli e i cosiddetti Cre (enterobatteri resistenti ai carbapenemi). Tale rapporto è stato pubblicato sulla rivista Clinical Infectious Diseases. Anche l'Istituto superiore di sanità britannico aveva lanciato l’allarme della diffusione incontrollata negli ospedali dei batteri resistenti a tutti gli antibiotici, sottolineando la necessità di trovare nuovi medicinali contro questi "superbatteri".

Questo il quadro, ed i rimedi? Non é facile rispondere. Come già evidenziato, le organizzazioni sanitarie nazionali e sovranazionali da tempo si adoperano nell'implementazione di campagne di sensibilizzazione, nel monitoraggio delle resistenze, nell'analisi ed il confronto dei dati reperiti sul campo. Un primo passo (comunitario) è stato il bando degli antibiotici come APC, anche se è necessario un costante controllo, visto che in una nazione all'avanguardia come la Germania uno studio promosso da Ministero per la salute dei consumatori ha rivelato un uso di antibiotici nel 96,4% dei polli, e più recentemente, in Italia un'indagine di Altroconsumo su tagli di pollo ha evidenziato Escherichia coli resistenti nell'84% dei casi, contro un 40% riscontrabile in Svezia.

Le istituzione comunitarie hanno a disposizione data-base sulle resistenze batteriche e sull' uso degli antibiotici nell'Unione Europea; la medesima ha inserito l’antibiotico-resistenza tra le priorità da affrontare, già dal 1999, con la risoluzione denominata “Una strategia contro la minaccia microbica” in cui si afferma che "l’antibiotico-resistenza costituisce un grave problema di sanità pubblica e che un’efficace riduzione del fenomeno non può essere conseguita solo attraverso misure a livello nazionale, ma richiede una strategia comune e un’azione coordinata a livello internazionale". Nel 2001 ha poi deliberato le raccomandazioni per una strategia comune contro l’antibiotico-resistenza e l’uso prudente degli antibiotici in medicina umana.

La politica comunitaria ha emanato la Direttiva 2003/99/CE, recepita in Italia con il Decreto Legislativo 191/2006, sancendo l’obbligatorietà per gli Stati Membri di attivare un sistema di sorveglianza per l’antibiotico resistenza in agenti patogeni di origine animale e umana. Recentemente, il Parlamento europeo, in parere congiunto con tutte le agenzie europee che operano nel settore, ha lanciato il Piano d’azione europeo sulla resistenza agli antibiotici 2011-2015, una serie di importanti azioni strategiche per la mitigazione, la prevenzione ed il controllo, al fine di preservare l’efficacia degli antibiotici, ed assicurare che rimangano uno strumento efficace per combattere le malattie, sia nell’uomo che negli animali.

Attenzione e azione, quindi, non mancano anche se passano sottotraccia ed il problema è misconosciuto o quasi al grande pubblico, con uno scollamento di percezione tra quest'ultimo e chi specificatamente di resistenze batteriche si occupa. La sostanziale limitazione dei casi a eventi sporadici nei reparti ospedalieri (ma che tutti insieme costituiscono un numero rilevante) ne allontana infatti l'impressione di urgenza; d'altro canto gli stessi scienziati che se ne occupano temono un "salto di qualità" ma non sanno se e quando questo si verificherà.

Ricorda, in qualche modo, la questione del riscaldamento globale (ma senza fenomeni di negazionismo alcuno) con la differenza che, per il GW, il "salto di qualità" ci accingiamo a farlo realmente. Infine, per proseguire nell'analogia, per entrambe le questioni ci sono cause sistemiche che non possiamo alterare significativamente come singoli individui (per esempio la necessità dei carburanti per i trasporti in un caso o dei trattamenti antibiotici per l'allevamento intensivo e le patologie batteriche umane nell'altro), ma esiste, contemporaneamente, una dimensione personale dei comportamenti che può pesare sulle conseguenze degli stessi. Ognuno di noi, modulando le proprie scelte, nel global warming così come nell'incremento delle resistenze batteriche, esercita la sua responsabilità di utente/utilizzatore (avveduto o meno). Ricordiamolo.

 ****************************************************************************
Roberto Rondoni Medico veterinario degli animali da affezione Informatore del farmaco etico e dell'integratore alimentare
******************************************************************************

Consultati

http://www.agenziafarmaco.gov.it/it/content/antibiotici-difendi-la-tua-difesa-usali-con-cautela-0
http://www.epicentro.iss.it/problemi/infezioni_correlate/aggiornamenti.asp
http://www.simpios.it/public/ufiles/Documento%20E-MDR%2009272010.pdf http://qn.quotidiano.net/salute/2011/12/19/639928-superbatteri_tutte_tappe_dell_infezione.shtml http://www.ecdc.europa.eu/en/press/news/_layouts/forms/News_DispForm.aspx?List=8db7286c%2Dfe2d%2D476c%2D9133%2D18ff4cb1b568&ID=906&RootFolder=%2Fen%2Fpress%2Fnews%2FLists%2FNews&Source=http%3A%2F%2Fstaging10%2Eecdcnet%2Eeuropa%2Eeu%2Fen%2FPages%2Fhome%2Easpx&Web=86661a14%2Dfb61%252
http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_338_en.pdf
http://www.ecdc.europa.eu/en/press/Press%20Releases/antimicrobial-resistance-rates-carbapenem-resistant-infections-continue-to-increase-in-Europe.pdf
http://www.arpa.emr.it/documenti/arparivista/pdf2007_5e6/PivaAR5e6_08.pdf
http://cmr.asm.org/content/24/4/718.abstract
http://www.vet.unipi.it/system/files/10-Impatto+ambientale+degli+allevamenti+ittici.pdf http://www.scribd.com/mobile/doc/88123469
http://mbio.asm.org/content/3/1/e00305-11.abstract?sid=6f21a7b7-ef5f-40dd-9aef-7c8af4e78033
http://www.epicentro.iss.it/focus/resistenza_antibiotici/resistenza.asp
http://ecdc.europa.eu/en/publications/Publications/antimicrobial-resistance-in-zoonotic-and-indicator-bacteria-summary-report-2011.pdf
http://ecdc.europa.eu/en/eaad/Pages/Home.aspx
http://www.ilfattoalimentare.it/batteri-resistenti-antibiotici-pollo-maggiore-attenzione-allambiente-non-emergenza-immediata.html http://ecdc.europa.eu/en/press/news/_layouts/forms/News_DispForm.aspx?ID=718&List=8db7286c%2Dfe2d%2D476c%2D9133%2D18ff4cb1b568
http://news.idsociety.org/idsa/issues/2013-09-27/15.html
http://www.pharmastar.it/index.html?cat=search&id=10995
http://www.fsm.it/fsm/comunicati/pdf/2012-02-09-allarme-tbc-multiresistente-in-eu-uno-studio-condotto-da-fondazione-maugeri-scopre-il-perche.pdf
http://www.ascofarve.com/upload/news/attach/363/swissmedic_rapporto_vendita_antibiotici__e_resistenza.pdf?iframe=true&width=100%25&height=100%25

 

venerdì 29 novembre 2013

I Limiti della Natura

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR

Guest Post di Graeme Maxton

Non possiamo gestire i limiti della natura perché sono limiti.

Vogliamo vivere in un mondo senza limiti. Come corridori su lunga distanza o piloti di automobili, la razza umana cerca sempre di superare i limiti, di ottenere di più. Nel momento in cui otteniamo delle conquiste, è facile pensare che viviamo già in un mondo simile.

Anche così, c'è una velocità massima alla quale possiamo correre, persino se dopati. C'è una velocità massima alla quale le automobili possono andare, prima di iniziare a volare. Noi non capiamo dove si trovano questi limiti, semplicemente perché non li abbiamo ancora raggiunti. Un giorno li raggiungeremo, comunque, e allora capiremo che non possiamo superarli.

Quando parliamo di oceani sconfinati, orizzonti senza fine e di infinite possibilità, è una cosa meramente poetica. Gli oceani e l'orizzonte non sono affatto senza limiti. Il loro confine è il pianeta. Mentre le possibilità possono essere tante, non sono mai infinite. Persino il nostro universo ha dei limiti. Ciò che sta nella nostra testa ha a sua volta dei limiti. La nostra immaginazione è limitata da qualsiasi cosa comprendiamo attualmente. E' impossibile concepire qualsiasi cosa in più.

Quando raggiungiamo i limiti naturali, anche le migliori tecnologie non possono superarli. Pensiamo che possano essere superati solo perché ne abbiamo incontrati tanti finora e perché i limiti che abbiamo infranto finora erano creati dall'uomo o non erano affatto dei limiti.

Alcuni dei limiti della natura sono conosciuti. La luce non può viaggiare a più di 300.000 km/s nello spazio. Niente può essere più freddo di -273°C. Il ghiaccio non può essere riscaldato oltre gli 0°C nel caso di una pressione normale. Questo è il limite della sua propria esistenza in forma di ghiaccio.

Se ci pensate, tutto è definito dai limiti propri – persino gli elementi creati dall'uomo. Una casa è delimitata dalle mura e da un tetto, i limiti della sua presenza fisica. Bottiglie, serbatoi di combustibile e scafi delle navi sono progettati per limitare l'influenza di qualsiasi cosa si trovi all'esterno. La dimensione della nostra società, dai tempi preistorici ad oggi, è limitata dalle regole che imponiamo.

Queste, tuttavia, non sono limiti naturali, ma artificiali.

La differenza fra i limiti creati dall'uomo e quelli naturali è che essi si possono cambiare. Possono essere superati. Possiamo abbattere muri e rompere le bottiglie che abbiamo costruito. Possiamo cambiare le leggi.

I nostri avanzamenti tecnologici supportano l'idea che possiamo dominare ciò che si trova intorno a noi, che possiamo spingere in avanti anche i limiti della natura. Possiamo prendere energia dal vento, modificare i contenuti delle cellule e dividere gli atomi. Ma questa comprensione del mondo e la nostra capacità di manipolarlo ci ha anche resi sciocchi.

Sciocchi, perché le nostre scoperte sono davvero piuttosto modeste. Quando prendiamo energia dal vento, catturiamo semplicemente ciò che è già lì. Quando cambiamo i contenuti delle cellule, stiamo solo copiando la natura. E quando dividiamo l'atomo, stiamo in realtà solo guardando dentro.

Quando si tratta di mondo naturale, c'è davvero tanto che non comprendiamo. Non conosciamo i limiti della consapevolezza, o persino che cosa sia. Non abbiamo esplorato gran parte degli oceani, la parte più ampia del pianeta. Non sappiamo nemmeno di quale sostanza o forza è costituito l'80% dell'universo e lo abbiamo scoperto solo di recente.

Continuiamo anche a cambiare le nostre idee. Le nostre teorie sull'origine della vita e la nascita dell'universo sono cambiate completamente negli ultimi 150 anni. Nonostante questo, ora pensiamo di avere tutte le risposte, o almeno quelle più importanti.

Questo potrebbe essere naturale, ovviamente. Siamo ambiziosi e capiamo già i limiti di gran parte delle strutture che usiamo ogni giorno, perché le abbiamo fatte noi. Sappiamo quando è probabile che le cose vadano male.

In natura, tuttavia, i segnali di avvertimento appaiono spesso solo quando il cambiamento è inevitabile. Quando si forma un tifone, non c'è nulla che chiunque possa fare per fermare il processo, o cambiare il suo percorso. Possiamo solo aspettare e vedere quale danno scatena. Analogamente, le calotte glaciali dell'Artico che si fondono, i ghiacciai che si ritirano e l'aumento dei livelli del mare non sono segnali di avvertimento, segni del fatto che dobbiamo cambiare. Sono l'inizio di una trasformazione di cui saremo testimoni.

I Cambiamenti che abbiamo scatenato sono già inarrestabili, sicuramente in qualsiasi quadro temporale che siamo in grado di capire. Gli effetti del nostro pompaggio di grandi quantità di carbonio nell'atmosfera sono diventati visibili nel giro di un secolo, un lampo di tempo terrestre. Ci vorranno molte centinaia di anni prima che i suoi effetti siano passati.

La natura è facilmente il sistema più complicato che conosciamo. Non possiamo sopravvivere senza di essa. Non ci sono altri posti, a quello che sappiamo finora, dove l'acidità degli oceani e i gas nell'atmosfera sono esattamente creature come noi richiedono. Sappiamo anche che l'aumento della temperatura media di anche solo pochi gradi cambierà tutto questo.

Abbiamo messo in moto un processo. Ora dobbiamo fare qualsiasi cosa possiamo per fermare quel processo e in fretta.


Graeme Maxton è un Membro del Club di Roma