Troia non Cadde per Colpa degli Immigranti


Thursday, October 31, 2019

Il Vero Responsabile


Guest post di Bruno Sebastiani.  

La gran parte degli ambientalisti accusa la rivoluzione industriale e il capitalismo di essere i responsabili del dissesto che sta conducendo verso il baratro la biosfera di questo pianeta.
Questi due sistemi, uno tecnologico e l’altro economico, sarebbero i “super colpevoli” impersonali che, di generazione in generazione, si tramandano la responsabilità della crescente distruzione planetaria.
Calandoci poi nei singoli periodi storici degli ultimi duecento anni, nel corso dei quali è maggiormente esplosa l’aggressività dell’uomo contro la natura, constatiamo che industrialismo e capitalismo si sono impersonificati in singoli personaggi del mondo produttivo, politico e finanziario, via via accusati di essere i responsabili “fisici” della catastrofe.
Da Napoleone Bonaparte a Edison, dai Rothschild ai Krupp, da Benz a Ford, dagli Agnelli a Berlusconi, solo per citare una serie di nomi estratti a casaccio da un elenco di centinaia, migliaia di personaggi che, per un verso o per un altro, avrebbero contribuito allo stravolgimento dell’equilibrio che regolava la vita di tutti gli esseri viventi.
Ora è la volta di Trump e di Bolsonaro.
Il primo è accusato di essere il numero uno di tutti gli imperialisti che negano i danni del cambiamento climatico e dello sfruttamento eccessivo delle risorse.
Il secondo viene ritenuto colpevole di un danno circoscritto ma di estrema gravità: la dissoluzione dell’ultimo polmone verde del pianeta, la foresta amazzonica.
Ma davvero sono costoro i veri responsabili dei guai che stiamo passando noi e tutte le altre specie di piante ed animali?
Relativamente al sistema produttivo – economico che sta divorando le cellule sane del pianeta sarà appena il caso di accennare a alcuni differenti contesti storico-politici che ci inducono quantomeno a dubitare sulla unilateralità delle colpe.
Il comunismo, ad esempio, cercò in tutti i modi di accelerare l’industrializzazione dell’URSS con i famosi piani quinquennali di staliniana memoria e, relativamente ai Paesi aderenti all’ex Patto di Varsavia, sono ben note le tragiche condizioni ecologiche in cui furono lasciati dopo il dissolvimento dell’Impero sovietico (il disastro di Chernobyl ne fu la testimonianza più eclatante);
Inoltre i maggiori inquinatori attuali del pianeta sono i Paesi asiatici, con la Cina in prima fila. Dei dieci fiumi che riversano negli oceani il maggior quantitativo in assoluto di materie plastiche ben otto sono asiatici (e due africani). Anche riguardo al dramma della deforestazione dell’Amazzonia la Cina ha gravi responsabilità: gran parte della soia colà prodotta è infatti destinata ad ingrassare i maiali che si trasformano in cibo sulle tavole dei cinesi.
Quest’ultima annotazione ci introduce all’approfondimento di ciò che sta accadendo nel cuore del Brasile.
Da semplici ricerche in rete apprendiamo che l’opera di deforestazione dell’Amazzonia è iniziata a partire dagli anni Quaranta del Novecento, con il fine dichiarato di avere più terra a disposizione per l’agricoltura, di guadagnare con la vendita del legname e di sfruttare i giacimenti minerari esistenti.
Anche la costruzione di numerose vie di comunicazione per collegare le grandi città ha contribuito all’opera di disboscamento ed ha incoraggiato la costruzione di nuovi villaggi, peggiorando la situazione.
All'inizio del XXI secolo l’opera di deforestazione ha subìto una consistente riduzione, salvo ripartire negli ultimi mesi mediante l’incendio di vaste aree.
Complessivamente in poco meno di un secolo più di un quinto della foresta è stato distrutto.
Tutto ciò, ovviamente, non assolve Bolsonaro per le sue azioni nefaste, ma sta a significare che il problema era preesistente e continuerà ad esistere dopo la dipartita del signor Bolsonaro, ammesso che la biosfera del pianeta sopravviva a tale data.
Sul tema della deforestazione sarà utile fare anche un’altra riflessione.
L’Europa, il continente in cui viviamo, era completamente ricoperto da foreste fin quando “homo sapiens” introdusse l’agricoltura 10-12 mila anni fa, costruì villaggi, città e vie di comunicazione, nonché fece spazio ad ampi pascoli per gli animali destinati a nutrirlo.
Ho già trattato questo tema nell’articolo “La distruzione della natura nell’antichità”, pubblicato su Effetto Cassandra il 13 luglio 2019.
Il “delitto” di Jair Bolsonaro, dunque, è stato già commesso dai nostri padri migliaia di anni fa e, nel nostro piccolo, anche noi continuiamo a commetterlo ogni volta che abbattiamo un albero perché le sue radici sollevano l’asfalto di una strada o perché intralcia il passaggio delle onde della rete 5G.
Chiedere ai brasiliani di non deforestare o ai cinesi di non mangiar carne è come dire: noi abbiamo sfruttato tutte le nostre risorse, ci siamo abbuffati fino ad ora e continuiamo a farlo, ma voi, per cortesia, non fatelo, sennò il clima cambia e la biosfera, noi compresi, muore.
Noi abbiamo sfruttato le vostre risorse anche a casa vostra, con il colonialismo e l’imperialismo ed oggi vorremmo continuare a farlo con il “land grabbing”, ma voi per cortesia rispettate l’ambiente e mangiate poco, altrimenti andiamo incontro al collasso.
Non avvertite l’ipocrisia di un tale ragionamento?
Ma quindi la colpa di tutti i disastri che ci circondano è di Trump, di Bolsonaro e dei loro simili o non siamo piuttosto noi, tutti noi, specie “homo sapiens”, ad essere i veri responsabili di ciò che accade?
E più in particolare. Lo siamo sempre stati o vi fu un momento nella nostra preistoria in cui deviammo dalla strada maestra per imboccare il vicolo cieco e senza ritorno in cui ci troviamo?
Il secondo capitolo del mio libro Il Cancro del Pianeta è titolato: “Il cervello: l’origine di tutti i mali”. In esso ho cercato di argomentare come il nostro encefalo a un certo punto della preistoria abbia iniziato gradualmente ad accrescersi, fino a consentirci di contravvenire alle leggi di natura (alias, a deviare dalla strada maestra).
È lui il vero responsabile, e con esso tutti noi che lo ospitiamo.
Prendersela con Trump e Bolsonaro o contro il capitalismo e l’industrialismo significa individuare falsi bersagli per cercare di sfuggire alle nostre responsabilità di specie.
Io combatto questi cattivi capi di stato, quindi sto dalla parte dei buoni. Purtroppo non è così!
Solo una teoria che dimostri all’essere umano la sua vera natura di cellula maligna di Gaia può renderci consapevoli della nocività di “homo sapiens” in quanto “homo sapiens”.
A tale teoria ho dato il nome di cancrismo. Spero che possa contribuire a risvegliare le coscienze e quantomeno a rallentare la nostra folle corsa verso il baratro.

Friday, October 25, 2019

L'utopia oltre lo specchio



Quando terminai il mio libro ‘Il Secolo Decisivo: storia futura di un’utopia possibile’, l’utopia era lì, a un palmo dal mio naso, pronta per essere afferrata e trascinata a forza nella realtà. Un anno dopo, appare in qualche modo allontanarsi. La chiamo, lei si gira. Mi guarda con un’espressione fra speranza e rassegnazione, il volto stanco, come quello di chi crede in un sogno ma è consapevole dell’entità degli ostacoli. E cosi ci guardiamo l’un l’altra, occhi negli occhi. ‘Mi hai mentito?’ le chiedo. Silenzio.
L’utopia, scrisse una volta qualcuno, è la realtà che si guarda allo specchio senza trucco, e rivela a se stessa il proprio inganno. Oppure era il contrario? Quando immaginiamo un’utopia o osserviamo la realtà proiettiamo qualcosa nello specchio, è certo: una cosmesi fatta di speranze e paure, informazioni parziali e convinzioni precarie, di cui non siamo del tutto consapevoli. E poi dimentichiamo di togliere il trucco, e scambiamo lo specchio per una finestra sul futuro o sul presente. Ma se utopia (e realtà) è un riflesso di noi stessi, non possiamo giudicarla al di fuori di noi. Ovvero: l’utopia di qualcuno è la distopia di qualcun altro. Una Terra senza esseri umani: un eden per gran parte degli esseri viventi che popolano il pianeta. Il sistema socio-economico vigente: un paradiso per chi si trova nel giusto emisfero e ha il giusto numero di zeri sul proprio conto in banca. L’utopia del mio libro, invece, nasce come un compromesso: alcuni ci perdono, ma in generale gli esseri umani ne uscirebbero più felici, vedendo garantita la propria sopravvivenza sul lungo periodo. Sfortunatamente, coloro che oggi posseggono il potere necessario a cambiare le cose sul serio sono anche quelli che più avrebbero da perderci nel farlo.
Perché ha due facce, utopia, ed è futile negarlo: una è idee e progetti, e si può riversare nelle pagine di un libro. L’altra è azione ed opere, e ha poco a che vedere con inchiostro e tastiere. Una è il sogno, l’altra è la realizzazione del sogno: un non-luogo che diventa possibile abitare solo attraverso il lavoro e l’impegno di molti. Il problema, privilegiati a parte, è convincere le persone ad agire per il giusto cambiamento. Sì, giusto, perché anche un ritorno al fascismo rompe con lo status quo, ma chi lo vuole un ritorno al fascismo (elettori italiani esclusi)?
Convincere la gente circa la necessità di un cambiamento è in realtà poca cosa. Oh, la gente è già convinta, convintissima! Non importa nemmeno quale, purché sia un cambiamento. Ciò che manca è un dibattito informato su quali cambiamenti sono migliori, o almeno più auspicabili, di altri. Se tale dibattito non esiste al di fuori di taluni circoli accademici e intellettuali, è perché esigerebbe di gettare luce su due elementi che la ´politica del cambiamento´ ama nascondere sotto il tappeto: i costi che suppone una reale transizione a un modello alternativo, da una parte, e i pregi del sistema vigente, dall’altra. Che il modello socio-economico attuale non sia il male assoluto e che il paese delle meraviglie faccia pagare il biglietto d’ingresso sono verità che la gente non vuole assolutamente sentire. Gli assoluti sono più facili da digerire, e non confondono. Male assoluto o sogno ad occhi aperti. Il primo fornisce un nemico esterno, facilmente strumentalizzabile a fini politici, il secondo una comoda via di fuga dalla realtà. Entrambi sono illusioni, per distogliere lo sguardo dal qui-e-ora.
L’utopia, quella possibile, non può invece cedere al sogno. Non può essere un punto d'arrivo, ma solo un sentiero (da seguire adesso, cautamente e con mente critica). È instabile, e viene cancellata dal tempo, se si attende troppo a lungo, confusa dal procedere incessante delle illusioni della politica. Non è perfetta, perché è possibile. La sua risposta alla mia domanda è quasi impercettibile nel clamore del presente, ma non un silenzio. No, ora lo so. La risposta, inutile dirlo, siamo noi.

Saturday, October 19, 2019

Stop alla Formula 1 e a tutte le altre gare motoristiche


Mi scuserà l'amico Sebastiani se precedo questo suo post con una mia critica personale. Non che io sia un appassionato di uno sport dove il momento più eccitante è quando le macchine si fermano a far benzina. Ma, onestamente, questa idea di abolire la formula 1 è una nuova incarnazione dell'autolesionismo dei vari ambientaisti/ecologisti/rossoverdisti/ eccetera. Ovvero, come farsi danni con le proprie mani inventandosi cose che li rendono ancora più fastidiosi e supponenti di quanto non siano normalmente considerati.





Spesso gli interlocutori a cui espongo l’idea che l’uomo sia il cancro del pianeta mi chiedono quale sia la “pars costruens” del cancrismo, ovvero cosa io proponga per porre rimedio alla tragica situazione in cui ci troviamo.
Nessuno vuol sentirsi dire che non c’è niente da fare, che il caso ci ha condotti a distruggere il pianeta e a rompere irreparabilmente l’equilibrio della biosfera, punto e basta.
E allora io suggerisco, perché ci credo, di mettere in atto delle cure palliative, di tentare di alleviare le sofferenze del mondo vegetale e animale per rinviare il più a lungo possibile il “redde rationem”, cioè la presentazione del conto che la Natura prima o poi ci esibirà per il sontuoso banchetto che abbiamo consumato ai suoi danni.
Ridurre i consumi, riciclare i rifiuti, inquinare il meno possibile ecc. ecc., queste sono le azioni concrete che possiamo mettere in atto. Ma non molto di più: non siamo in grado di tornare indietro, la via che abbiamo imboccato è senza ritorno. L’impero che abbiamo edificato è di una tale complessità ed interconnessione che non possiamo abbattere delle colonne portanti senza correre il rischio che l’intero edificio ci crolli addosso.
Il nostro stesso fisico si è modificato, gli agi di cui ci siamo circondati sono diventati delle vere e proprie necessità.
Come potremmo vivere senza elettricità, riscaldamento, auto, aerei e treni?
Ma se non possiamo rinunciare a dei mezzi di collegamento che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana, potremmo quantomeno rinunciare all’esibizione di questi mezzi a fini “spettacolari”.
Ecco allora una proposta concreta che promana dalla teoria cancrista come simbolo “forte” del nostro rifiuto di tutti i danni compiuti in nome del progresso: diciamo STOP a tutte le gare automobilistiche, ad iniziare da quelle di Formula 1!
Sono ovviamente consapevole che il fermo di queste manifestazioni non risolverebbe minimamente i problemi del pianeta, ma l’iniziativa avrebbe il vantaggio di lanciare un segnale importante senza alcuna controindicazione.
Se, ad esempio, chiedessimo di abolire le monocolture, di eliminare l’uso dei pesticidi e dei fitofarmaci, di chiudere gli allevamenti intensivi – tutte ottime e sacrosante battaglie – produrremmo, in caso di vittoria, conseguenze disastrose sul piano alimentare per l’umanità, rischieremmo di scatenare carestie e incontrollabili sconvolgimenti nella catena della distribuzione del cibo.
Al contrario il fermo delle gare motoristiche non comporterebbe alcuna conseguenza dannosa per la popolazione ma assesterebbe un bel colpo psicologico ad uno dei miti più deleteri della nostra epoca, il mito della velocità, della potenza artificiale e, in definitiva, del progresso tecnologico.
E poiché gli uomini, i giovani soprattutto, si nutrono abbondantemente di miti, il sollevare una bandiera con su scritto STOP ALLA FORMULA 1 e portarla in battaglia costituirebbe già di per sé un ottimo catalizzatore di energie da impegnare poi nella mischia di lotte più importanti.
Tra il 20 e 27 settembre 2019 milioni di giovani e meno giovani sono scesi nelle piazze di tutto il mondo per attirare l’attenzione dei governanti sul cambiamento climatico e sulle cause che lo hanno scatenato.
A tutti costoro offro come mio personale contributo questa proposta di campagna molto “concreta” ma anche molto “ideologica”: se è vero, come è vero, che gran parte dei problemi ambientali derivano dall’uso dei combustibili fossili, colpiamo chi di questi combustibili fa un uso tanto inutile quanto smodato (2 - 300 kg di carburante a gara – prove comprese - da moltiplicarsi per una ventina di auto e per una ventina di gare solo per la Formula 1, più le infinite altre gare automobilistiche e motociclistiche!)
Loro amano la velocità, il rumore, la competizione, noi amiamo il procedere lento, il silenzio, la contemplazione.

Saturday, October 12, 2019

Il Prezzo per la Vita è la Morte. Come Mantenere i Servizi Ecosistemici.


Al netto di qualche ricercatore e di pochi professionisti, nessuno in fondo sa cosa siano i servizi ecosistemici e nemmeno gli interessa saperlo.   Eppure un sacco di gente (funzionari, professionisti, politici, sacerdoti ecc.) se ne occupano senza nemmeno saperlo, di solito per demolirli.     
Perfino per chi li studia è difficile parlarne.  Perché?

Una risposta parte, credo, dalla struttura del nostro sistema nervoso.   

Mi risulta che il nostro cervello riesca a processare circa 500 bit al secondo, mentre gli organi di senso ne inviano parecchie migliaia, che già sono una minima parte dell’informazione presente intorno a noi.   Per evitare un blocco per “overflow”, ci sono dunque dei filtri che selezionano le informazioni più urgenti prima che sia raggiunto il livello cosciente.   Una funzione questa presente in tutti gli animali e che evolve coi tempi della biologia, dunque centinaia di migliaia di anni.
Da sempre le informazioni più urgenti sono quelle che riguardano oggetti in movimento.  Per i nostri avi qualcosa che si muove era qualcosa che potevi mangiare, o qualcosa che ti poteva mangiare.   Per noi è magari un’auto che ci viene addosso, ma resta il fatto che prestare attenzione a ciò che si muove è generalmente interessante, spesso salubre.   Di qui la nostra attenzione agli animali assai più che alle piante ed alle piante più che alle pietre.  Di qui il successo degli youtuber, assai più che degli scrittori.   Il successo dei videogiochi, ecc.   

Siamo perfettamente adattati a individuare opportunità a minacce impellenti, quando si muovono, mentre siamo quasi del tutto disarmati quando le opportunità e le minacce vengono da qualcosa di scarsamente visibile, poco rumoroso e/o  molto lento.
Il problema sorge dal fatto che non sempre l’urgenza coincide con l’importanza e qui arriviamo ai servizi ecosistemici.   Non ci facciamo mai caso, addirittura ci viene difficile osservarli anche quando vogliamo, perché sono qualcosa che il nostro cervello automaticamente elimina dal flusso di bit come “rumore di fondo”.  Con ragione, perché sono li da sempre e, su scala globale, finora pressoché immutati.   Il guaio è però che non saranno lì per sempre e che non sono immutabili.  Non a caso, cominciamo ad accorgerci di essi adesso che hanno cominciato a venire meno.

Per fare un’analogia, le persone che vivono vicino ad una cascata o ad un’autostrada non odono il rumore dell’acqua o del traffico, ma si allertano immediatamente se per qualche ragione quel suono così abituale cambia o vien meno.  

I servizi ecosistemici sono così: ti accorgi di loro solo quando non ci sono più.  Ci succede un poco come a quelli che si accorgono della moglie solo quando se lei ne è andata; solo ma senza moglie si può vivere, senza servizi ecosistemici no.  E difatti, se andiamo a studiare le civiltà scomparse, troviamo che sempre, sottostante la crisi che le ha travolte, c’è stato un consistente venir meno dei servizi ecosistemici.

Dunque cosa sono?

Tutto ciò che ci mantiene in vita.  Per esempio energia, acqua, aria, cibo, clima non sono prodotti del nostro ingegno e del nostro lavoro, bensì del funzionamento degli ecosistemi di cui siamo parte.  Ingegno e lavoro contano, ovviamente, ma nella misura in cui riescono ad estrarre qualcosa di utile dal funzionamento della biosfera.  Vale a dire che i servizi ecosistemici sono il risultato complessivo di una miriade di costanti interazioni fra organismi viventi, rocce, acqua, aria ed astri celesti che conosciamo solo in modo molto parziale. 
Vediamone meglio alcuni:

Energia.  Quasi 8 miliardi di noi vivono su questo pianeta dissipando l’energia messaci a disposizione dagli ecosistemi.   Per le fonti fossili (petrolio, gas e carbone) si tratta del prodotto della fotosintesi in ere geologiche passate; biomassa e cibo sono invece prodotti della fotosintesi attuale.  La luce del Sole viene filtrata da un’atmosfera che è il risultato di miliardi di anni di fotosintesi e,  senza questi filtri, ben poco di vivente ci sarebbe sulle terre emerse.   Annualmente consumiamo l’energia fossile accumulatasi in molte centinaia di migliaia di anni di fotosintesi  del passato oltre a circa il 50% della biomassa prodotta dalla fotosintesi attuale.  A far data dall’ “Overshoot day” consumiamo anche quota parte del capitale di biosfera che ci fornisce quell'energia, riducendone quindi la produzione.  Un po’ come qualcuno che ogni anno spenda più di quel che guadagna, attingendo ad un capitale ereditato degli avi.

Acqua.  A scuola ci insegnano che l’acqua è una risorsa rinnovabile perché ricircola costantemente fra il mare e la terraferma.   Vero, ma allora come mai in quasi tutto il mondo la portata di fiumi e sorgenti diminuisce; le falde acquifere sono più o meno depresse ovunque?   Semplice: perché ne pompiamo in mare più di quanta non riesca a tornare indietro e, contemporaneamente, smantelliamo pezzo per pazzo il sistema che porta la pioggia nell'entroterra.   Il ciclo dell’acqua infatti funziona a condizione che vi siano degli ecosistemi funzionanti, in particolare foreste, laghi e paludi, altrimenti le precipitazioni diventano scarse ed irregolari.  

Il meccanismo è complesso e ancora non del tutto compreso, ma in sintesi, l’acqua che evapora dal mare ripiove in mare, salvo una percentuale che piove sulle zone costiere.  Se qui viene intercettata e trattenuta dalla vegetazione e dalle paludi, rievapora e piove più verso l’interno e così via.  Altrimenti se ne torna presto in mare e amen.

I fiumi rappresentano il “troppo pieno” di questo sistema, le falde acquifere sono invece le riserve che possono tamponare le fluttuazioni temporanee, a condizione di non venire prosciugate e/o inquinate. La tecnologia e l’energia fossile ci permettono di andare a pompare riserve sempre più profonde, dimenticate dal tempo, ma meglio ci riesce di fare questo, più alteriamo irreparabilmente il ciclo, spostando acqua dalla terraferma al mare, senza che possa poi tornare.

Certo, questo è solo uno schema e si applica in modo molto di verso a seconda delle regioni e delle stagioni, ma resta sempre valido il fatto che quando la portata dei fiumi diminuisce, significa che abbiamo già superato la soglia di pericolo.  L’unica cosa intelligente da fare sarebbe ridurre i consumi ed aumentare foreste e paludi.  La cosa più stupida è pompare di più e più in profondità, anche se può essere molto redditizio.

Aria.  La composizione dell’atmosfera ha alcune implicazioni su cui raramente si riflette. Rende possibile alle piante di fotosintetizzare ed a praticamente tutto ciò che vive di respirare, ma non solo.  Come abbiamo accennato, filtra i raggi cosmici, impedendo che le cellule vangano uccise ed assicura al Pianeta una temperatura media compatibile con la presenza di acqua allo stato liquido e di vita biologica.  Una composizione dell’atmosfera relativamente costante è un servizio eco-sistemico. 

Qualcuno comincia a rendersi conto che averla alterata anche di poco sta scatenando una specie di anteprima d’inferno in molte regioni.   Questa alterazione deriva solo in parte dalla combustione di biomassa fossile; per una parte consistente deriva da disboscamento e incendi, degrado dei suoli ecc.  
Su quali siano le rispettive percentuali non c’è accordo fra i ricercatori, ma che siano entrambe determinanti è assodato.   Quello su cui non si riflette abbastanza è che tutto ciò ha già scatenato una serie di retroazioni auto-rinforzanti di ulteriore riscaldamento e che solo ed esclusivamente il ripristino dei servizi ecosistemici potrebbe, forse, fermare prima che la maggior parte del pianeta diventi un deserto.  Quindi, abbiamo bisogno soprattutto di foreste e paludi.

Cibo.  In effetti, oggi la base alimentare dell’umanità è costituita da petrolio e gas naturale, ma per rendere digeribile questa roba abbiamo bisogno di trasformarla in tessuti vegetali o animali sfruttando dei servizi ecosistemici.   E troppo petrolio e gas stanno demolendo pezzo per pezzo gli ecosistemi che ci forniscono questo servizio.  Per non parlare dell’effetto definitivo rappresentato da quella coltre di cemento ed asfalto che siamo soliti chiamare “città”.

Clima.   Già molto tempo fa, gli storici si sono accorti che le società complesse, capaci di produrre quelle che chiamiamo “grandi civiltà”, sono sempre state vincolate ad aree caratterizzate da clima mite.   Il motivo è semplice e non c’entra con l’intelligenza umana, semmai con la stupidità.  Un clima temperato è infatti un presupposto per suoli non solo fertili, ma anche dotati di una forte resilienza allo sfruttamento agricolo, a sua volta presupposto per il sostentamento di elevate concentrazioni di persone e, quindi, per lo sviluppo di società complesse, in grado di produrre i capolavori di arte e di scienza che tanto ci affascinano.   Non a caso, man mano che i suoli sono stati erosi ed il clima è diventato più ostile, le “società avanzate” sono fiorite altrove, tendenzialmente più verso nord, laddove il clima era ancora compatibile con elevate densità di popolazione.

Proprio ora, per la prima volta nella storia, climi e suoli stanno diventando inadatti a sostentare una società numerosa e tecnologicamente avanzata in praticamente tutto il mondo contemporaneamente. Si, perché la tecnologia, tanto più è avanzata, quanto più ha bisogno di una base sociale numerosa, il che significa dare da mangiare e da bere alle tante formichine che concorrono a far funzionare una grande città.   Mangiare e bere che sono servizi ecosistemici che la città sistematicamente distrugge.

Sostituire i servizi ecosistemici

Si possono costruire depuratori per riciclare l’acqua, si possono sintetizzare fertilizzanti per produrre cibo su terreni esausti; plastiche e metalli possono sostituire il legno, anzi fare di meglio assai.  Si sono costruite macchine che possono produrre elettricità senza emissioni climalteranti e perfino macchine che pompano CO2 dall’atmosfera nelle viscere della Terra.  Certo, ma tutto ciò ha dei costi.   

Costi in primo luogo energetici, perché mentre la fotosintesi trasforma CO2 in biomassa usando la luce del sole, le nostre macchine sono alimentate comunque da combustibili fossili ed è quanto meno improbabile che si possa fare altrimenti.   Oggi, le fonti rinnovabili coprono infatti meno del 10% del consumo globale (5% idroelettrico, 3% eolico, 2% solare) ed esistono solo grazie ad un’industria potentissima che usa grandi quantità di materiali.   Incrementarne l’uso per sopperire ai consumi attuali comporterebbe l’estrazione ed il consumo di milioni di tonnellate di cemento, acciaio, rame eccetera, compresi parecchi minerali rari provenienti da immense miniere poste ai quattro angoli del mondo.   L’unico modo di ridurre sensibilmente le emissioni climalteranti sarebbe tagliare drasticamente i consumi finali, cioè liquidare buona parte dell’industria e tutte le grandi città, per poi fare i conti con la mostruosa sovrappopolazione che ottenebra il Pianeta e che continuiamo ad ignorare.
Costi finanziari.  Se a qualcuno sembra di dover correre sempre di più per ottenere sempre di meno non è pazzo.  Anzi è uno dei pochi che si è accorto di un fenomeno ben reale: in gergo si chiama “Sindrome della Regina Rossa”.  Ci sono diversi fattori concomitanti e sinergici alla base di questo fenomeno, ma i principali sono due:
Il primo è il degrado qualitativo delle risorse energetiche e minerarie che ci costringe a scavare, pompare, trasportare sempre di più per ottenere ciò che ci serve.  Detto in altri termini, lo sforzo di produzione cresce più rapidamente del prodotto.

Il secondo è il venire meno dei servizi ecosistemici, che ci costringe a ricorrere a succedanei tecnologici.  Macchine ed impianti però costano ed i soldi vengono prodotti dalle banche mediante l’accensione di debiti e che devono poi essere restituiti con l’interesse, altrimenti il sistema grippa ed il denaro scompare.   Per pagare gli interessi è necessario che l’economia cresca, solo che il degrado delle risorse ed il venir meno dei servizi ecosistemici si mangiano parte crescente della produttività, lasciando sempre meno per la crescita.

I servizi ecosistemici, invece, sono gratis.  Ma lo sono davvero?  Come disse giustamente Milton Friedman:  In Natura non esistono pasti gratis”.  E quale è allora il prezzo da pagare?  

Il prezzo è accettare di rimanere degli elementi marginali della Biosfera.   

Oggi però noi, i nostri simbionti e le nostre escrescenze di acciaio, vetro, catrame e cemento, copriamo circa il 50% circa delle terre emerse; il 100% se consideriamo che oramai qualunque angolo della Terra è sfruttato per qualcosa e/o inquinato da qualcosa: dalla troposfera agli abissi oceanici.

Teoricamente sarebbe possibile un “rientro”, ma oramai non “dolce”.   Bisognerebbe infatti che i ricchi accettassero di diventare poveri ed i poveri di restare tali, bisognerebbe anche che tutti accettassimo di fare al massimo due figli e di morire alla prima malattia seria che ci prende.  

Alla fine, il prezzo per la vita è la morte. Non possiamo non pagarlo, ma possiamo scegliere se andarcene tranquillamente, alla spicciolata, oppure se ardere l'intera Biosfera e noi stessi sulla pira.


Saturday, October 5, 2019

La Mescolanza Artificiale delle Specie.


di Bruno Sebastiani

Il 29 novembre 2018 Fabio Balocco ha pubblicato un articolo nel suo blog su ilfattoquotidiano.it dal titolo “Specie invasive, la situazione è sfuggita di mano. Provare a limitarle è una battaglia persa.” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/29/specie-invasive-la-situazione-e-sfuggita-di-mano-provare-a-limitarle-e-una-battaglia-persa/4798512/).

Subito dopo averlo letto mi è capitato tra le mani il libro di Stefano Mancuso “L’incredibile viaggio delle piante”, pubblicato anch’esso nel novembre 2018 da Editori Laterza.  Si tratta di due interventi culturali assai diversi tra loro, ma entrambi sollevano il problema della mescolanza delle specie ad opera dell’uomo.

Secondo un esperto interpellato da Balocco: “la situazione è sfuggita di mano, pensare di uccidere esemplari delle specie invasive è, oltre che immorale, perfettamente inutile. È una battaglia persa.”

Il discorso di Mancuso è più ampio e ruota invece intorno al concetto che le piante hanno sempre viaggiato, via terra, via acqua e via aria. I semi, affidati al vento e agli animali, si diffondono anche a grande distanza dalle piante genitrici.

Nell’ultimo capitolo del suo libro il neurobiologo affronta però i problemi indotti dall’intervento umano, e qui il discorso cambia:

«Tutto è collegato in natura. Questa semplice legge che gli uomini non sembrano comprendere ha un corollario: l’estinzione di una specie, oltre ad essere un dramma in sé, ha conseguenze imprevedibili sul sistema di cui quella specie fa parte.»

Se una pianta riesce a riprodursi perchè i suoi semi vengono trasportati e dispersi da specie animali autoctone, con l’estinzione di quelle specie animali anche la sopravvivenza di quella pianta sarà seriamente compromessa.

A meno che l’uomo non la ritenga utile ai suoi fabbisogni alimentari o di altra natura, ed ecco allora che la mano del “padrone” interviene per salvare la specie dall’estinzione.

È il caso dell’avocado dal grande nocciolo. Si riproduceva grazie ai mega-mammiferi che vivevano un tempo in America. Questi erano in grado di mangiare il frutto intero e di rilasciare il seme pronto per la riproduzione. Con la loro estinzione «l’avocado si trovò, dall’oggi al domani, senza i suoi principali partner e con un seme enorme che non sarebbe stato facile piazzare a clienti di taglia più modesta.» (S. Mancuso, L’incredibile viaggio delle piante, p. 134) Trovò un alleato temporaneo nel giaguaro che gli consentì di sopravvivere, sebbene in un areale molto più ridotto, finché non fu scoperto dall’uomo che lo ritenne utile e prese a coltivarlo.

Salvo poi progettare – ai nostri giorni - di modificarlo per renderlo apirene (senza semi), come già accaduto a banane, uva, pomodori ecc. «Una volta privata delle possibilità di produrre semi una pianta non è più un essere vivente, ma un semplice mezzo di produzione, in mano all’industria alimentare che decide come, quando e dove riprodurla.» (ibidem, p. 136)

Ma la storia del colonialismo e dell’avanzamento metastatico del genere umano offre esempi di danni ben più gravi causati dall’introduzione di specie straniere in ambienti vergini ed incontaminati.

Nel mio recente libro “Il Cancro del Pianeta Consapevole” (Armando Editore, pp. 61 - 62) ho riportato il caso della diffusione dei conigli nel continente australiano. Qui nel 1859 un contadino introdusse alcuni di questi animali come selvaggina. Essendo nuovi di quell’ecosistema, poterono riprodursi in assenza di predatori e lo fecero in quantità spropositata, secondo la loro ben nota predisposizione all’accoppiamento.

In meno di un secolo, nel 1950, avevano raggiunto circa i 500 milioni di esemplari. Per limitarne la crescita si pensò di ricorrere alla “guerra batteriologica” (altri sistemi non avevano dato risultati apprezzabili). Dal Brasile fu introdotto il virus della mixomatosi, una malattia che colpisce i conigli e che si manifesta con lesioni cutanee, edemi, rigonfiamenti agli occhi e alla base delle orecchie, alle narici e agli organi genitali. A causa di tali gonfiori, l'animale non può vedere e nutrirsi e la morte sopraggiunge dopo pochi giorni.

Nonostante questa scelta crudele, che inizialmente comportò un tasso di mortalità di oltre il 99 % «… la guerra batteriologica contro i conigli produsse solo una tregua temporanea: la piccola parte della popolazione che era naturalmente immune alla malattia poté continuare a riprodursi e sette anni dopo il tasso di mortalità era calato a meno del 25 %.» (Clive Ponting, Storia verde del mondo, Torino, S.E.I., p. 191).

Altri squilibri all’habitat che si ripercuotono su flora e fauna sono indotti dalle dissennate campagne di disinfestazione promosse dall’uomo (famoso il grido di allarme lanciato da Rachel Carson in “Primavera Silenziosa”).

Un esempio. Negli anni ’50 del secolo scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità decise di “irrorare” il Borneo con il DDT per sconfiggere la malaria. Effettivamente tale malattia scomparve, ma oltre alla zanzara anofele furono colpiti anche tutti gli altri insetti. La maggioranza scomparve, ma qualcuno uscì indenne. Tra questi una particolare specie di bruco, il “bruco mangia paglia”, che, non trovando più in natura dei competitori o predatori (sterminati dal DDT) si moltiplicò rapidamente e, per cibarsi, iniziò a mangiare i tetti di paglia delle povere case del Borneo.

Poi iniziarono a morire le lucertole che si cibavano degli insetti contaminati, e anche i gatti (o perché si cibavano di lucertole o perché si leccavano il pelo contaminato da DDT). Mancando l’azione di contrasto dei felini, aumentò a dismisura la diffusione dei topi, i quali, in condizioni di sovraffollamento trasmettono pericolose malattie.

Per cercare di frenare tale diffusione nuovi gatti vennero immessi nell’ecosistema con un sistema a dir poco “originale”: furono paracadutati nel corso della cosiddetta operazione “Cat Drop” (la notizia ha dell’inverosimile, circola in rete, ma anche se le modalità per cercare di porre rimedio fossero state altre, rimane comunque la gravità dello squilibrio artificiale compiuto, della ferita inferta a quell’ecosistema).

Pare infine che dopo le campagne di disinfestazione con il DDT le popolazioni del Borneo siano state colpite da epidemie infettive che hanno causato più vittime della malaria. Come noto, poi il DDT fu vietato in quanto riconosciuto cancerogeno.

Un caso di invasione di specie aliena a noi più vicino, che io stesso ho potuto sperimentare dal vivo e che non è affatto superato, è quello delle cimici asiatiche. Alla fine della scorsa estate si sono affacciate alla Liguria in gran quantità e da allora infestano case e campi. I primi esemplari sembra che siano apparsi in Italia nel 2012, e, in mancanza di antagonisti naturali, nel giro di sette anni si sono moltiplicate all’inverosimile. Al culmine dell’invasione alcuni muri esterni della mia casa e di tutte le altre nella mia zona e non solo apparivano ricoperti quasi completamente da questi insetti ed ora temiamo il loro risveglio nella stagione calda.

Sono solo alcuni esempi dei disastri provocati dall’uomo quando si intromette nei delicati congegni che regolano il mondo della natura, importando od esportando piante o animali da un paese all’altro.

Tutti gli squilibri nel “lungo periodo” si ricompongono, grazie agli “anticorpi” che la biosfera mette in campo. Ma noi viviamo nel “breve periodo” e stiamo rovinando i pochi attimi che ci è concesso di vivere su questo pianeta per il folle desiderio di rimodellarlo a nostro piacimento e vantaggio.