Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 10 marzo 2015

Mentre scende la notte

Da “The Archdruid Report”. Traduzione di MR (h/t Richard Heinberg)

Mi ha rattristato sapere, pochi giorni fa attraverso una telefonata di un collega scrittore, che William R. Catton Jr. è morto all'inizio del mese, poco dopo il suo 89° compleanno. Alcuni dei miei lettori non avranno idea di chi fosse; altri potrebbero ricordare vagamente che ho menzionato ripetutamente lui e il suo libro più importante, "Overshoot", in questi post. Coloro che si sono presi il tempo di leggere il libro appena nominato si potrebbero chiedere perché nessuno dei siti della blogosfera del picco del petrolio abbia messo un annuncio funebre o perlomeno notato la morte dell'uomo. Non ho la risposta a quest'ultima domanda, anche se ho i miei sospetti. Ho incontrato Overshoot per la prima volta in una libreria universitaria di Bellingham, a Washington nel 1983. Delle lettere rosse su una copertina rigida gialla enunciavano il titolo, una parola che conoscevo già dalle mie lezioni di ecologia e teoria dei sistemi. L'ho preso dallo scaffale e ho scoperto il futuro che mi stava fissando. Ecco cosa c'è sulla copertina sotto il titolo:


Capacità di carico: carico massimo sopportabile in modo permanente.
Mito cornucopiano: credenza euforica in risorse senza limiti.
Drenaggio: rubare risorse dal futuro.
Culto del cargo: illusione che la tecnologia ci salverà sempre dal
Overshoot (superamento): crescita al di sopra della capacità di carico di un'area che porta al
Collasso: moria.



Se volete sapere dove ho preso le idee chiave che ho esplorato in questi saggi degli ultimi 8-9 anni, in altre parole, ora lo sapete. Ho ancora la copia di Overshoot; si trova sulla scrivania di fronte a me proprio ora, ricordandomi ancora una volta quante possibilità abbiamo avuto di allontanarci da un futuro nero che si sta chiudendo ora intorno a noi, come la notte alla fine di un lungo giorno.

Moltissimi libri negli anni 70 e nei primi anni 80 hanno applicato le lezioni dell'ecologia al futuro della civiltà industriale e raccolto almeno parte delle cattive notizie che ne risultano. Overshoot è stato probabilmente il migliore del gruppo, ma era praticamente garantito che sarebbe sprofondato anche di più degli altri nel buco della memoria. La difficoltà è stata che Catton non si piegava alle mitologie standard che ancora affliggevano qualsiasi tentativo di dare senso al dilemma che ci siamo costruiti da soli, non forniva alcun incoraggiamento a ciò che chiamava “cargoism”, l'affermazione che il progresso della tecnologia ci avrebbe inevitabilmente permesso di avere il nostro pianeta e anche di mangiarcelo senza cadere dall'altra parte della bilancia nel tipo di sogno ad occhi aperti apocalittico che Hollywood ama rappresentare in brutti film. Piuttosto, con calma, freschezza, prosa riflessiva, ha spiegato come la civiltà industriale si stesse tagliando la gola da sola, come fossimo già andati ben oltre il punto di non ritorno e cosa si dovesse fare per salvare qualcosa dal naufragio in arrivo.

Come ho osservato in un post qui nel 2011, ho avuto la fortuna di incontrare Catton ad una conferenza ASPO e ho cercato di fargli capire quanto sia stato importante il suo libro per me. Ho fatto del mio meglio per non comportarmi come un fan quattordicenne che incontra una rock star, ma non ho idea se ci sono riuscito. Abbiamo parlato per 15 minuti a cena, era molto carino. Poi le cose sono andate avanti, ognuno ha lasciato la conferenza e proseguito con la propria vita e ora se ne è andato. Come dice una vecchia canzone, è così che va.

C'è molto altro che si potrebbe dire su William Catton, ma probabilmente il compito dovrebbe essere lasciato a qualcuno che conosceva l'uomo come insegnante, come studioso e come essere umano. Non è il mio caso. Eccetto per quella conversazione di 15 minuti, lo conoscevo soltanto come la mente che stava dietro ad uno dei libri che mi avevano aiutato a dare un senso al mondo e che mi ha fatto continuare nel lungo viaggio nel deserto dell'era Reagan, quando gran parte di coloro che affermavano di essere ambientalisti nel decennio precedente hanno incassato i propri ideali ed agitato il mito cornucopiano come scusa per tale atto. Quindi invito tutti miei lettori che non lo abbiano già fatto a leggere Overshoot il più presto possibile, anche se dovessero arrampicarsi a mani e ginocchia nude su un impianto per il fracking abbandonato per averne una copia. Detto questo, mi piacerebbe procedere nel tipo di tributo che credo avrebbe apprezzato di più: un tentativo di portare alcune delle sue idee più avanti di quanto non abbia fatto lui.

Il nocciolo di Overshoot, che è anche il nocciolo dell'intero mondo della tecnologia appropriata e delle alternative verdi alle quali è stato sparato in testa e che sono state gettate in una tomba senza nome negli anni di Reagan, è il riconoscimento che i principi dell'ecologia si applicano alla società industriale tanto quanto si applicano ad altre comunità di cose viventi. E' strano, tutto considerato, che questa sia una proposta così controversa. La maggior parte di noi non ha problemi ad afferrare che il fatto che la legge di gravità condiziona gli esseri umani allo stesso modo in cui condiziona le pietre, la maggior parte di noi capisce che altre leggi della natura si applicano realmente a noi, ma pochissimi di noi sembrano essere incapaci di estendere lo stesso ragionamento sensato ad una serie particolare di leggi, quelle che governano il modo in cui le cose viventi si relazionano al loro ambiente.

Se le persone trattassero la gravità allo stesso modo in cui trattano l'ecologia, si potrebbe visitare un sito web di notizie ogni giorno della settimana e leggere qualcuno che insiste con faccia tosta che mentre è vero che le pietre cadono quando vengono lasciate, ma gli esseri umani no - , no no, gli esseri umani vanno dritti verso l'alto e chiunque la pensi diversamente è sbaglia in modo così ovvio che non vale nemmeno la pena discuterci. Questo livello di assurdità appare ogni singolo giorno nei media americani ed anche nelle conversazioni ordinarie, ogni qualvolta escono fuori questioni ecologiche. Suggerite che un pianeta finito contiene per definizione una quantità finita di combustibili fossili, che buttare miliardi di tonnellate di rifiuti gassosi nell'aria ogni singolo anno per secoli potrebbe cambiare il modo in cui l'atmosfera trattiene il calore, o che la legge dei ritorni decrescenti potrebbe applicarsi alla tecnologia allo stesso modo in cui si applica a tutto il resto, e praticamente potete contare sul fatto che verrete azzittiti da coloro che, per quello che torna loro comodo, potrebbero anche credere che il mondo sia piatto.

Eppure, come parte del viaggio in corso nell'indicibile in cui questo blog è attualmente impegnato, mi piacerebbe proporre che, di fatto, le società umane sono soggette alle leggi dell'ecologia come lo sono ad ogni dimensione della legge naturale. Questo atto di eresia intellettuale implica certe conclusioni che sono fortemente sgradite in gran parte dei circoli proprio ora. Eppure, come i miei lettori assidui avranno notato da tempo, questo è solo uno dei servizi che offre questo blog.

Cominciamo dai fondamentali. Ogni ecosistema, in termini termodinamici, è un processo tramite il quale l'energia relativamente concentrata viene dispersa in calore di fondo diffuso. Qui sulla Terra, perlomeno, l'energia concentrata proviene prevalentemente dal Sole, sotto forma di radiazione solare – ci sono alcuni ecosistemi, nelle profondità dell'oceano e sottoterra, che prendono invece l'energia dalle reazioni chimiche alimentate dal calore interno della Terra. Ilya Prigogine ha mostrato qualche decennio prima che il flusso di energia in un sistema di questo genere tende ad aumentare la complessità del sistema stesso. Jeremy England, un fisico del MIT, ha recentemente mostrato che lo stesso processo rappresenta perfettamente l'origine della vita stessa. Il flusso costante di energia dalla fonte al pozzo è il fondamento su cui si basa tutto il resto.

La complessità del sistema, a sua volta, è limitata dal tasso al quale l'energia scorre nel sistema stesso e questo a sua volta dipende dalla differenza di concentrazione fra l'energia che entra  nel sistema, da un lato, e lo sfondo in cui il calore di scarto si diffonde quando lascia il sistema, dall'altro. Non dovrebbe essere un concetto difficile da afferrare. Non solo è termodinamica di base, è fisica di base – equivale esattamente, infatti, a sottolineare che che il tasso al quale scorre l'acqua in ogni sezione a flusso dipende dalla differenza di altezza fra il luogo dove scorre l'acqua all'interno di quella sezione e il posto in cui fuoriesce.

Semplice com'è, è un punto che un numero impressionante di persone – comprese alcune che sono scientificamente allitterate – di solito non afferra. Un po' di tempo fa su questo blog, per esempio, ho osservato che le ragioni centrali per cui non si può alimentare una moderna civiltà industriale con l'energia solare è che la luce solare è relativamente diffusa come fonte di energia, in confronto all'energia estremamente concentrata che otteniamo dai combustibili fossili. Sento ancora sproloqui da parte di persone che insistono che questa sia una sciocchezza assoluta, visto che i fotoni hanno esattamente la stessa quantità di energia che avevano quando hanno lasciato il Sole. Noterete, però che se questa fosse la sola variabile che importava; Nettuno sarebbe caldo come Mercurio, visto che i fotoni che colpiscono un pianeta costituiscono in media lo stesso colpo energetico di quelli che colpiscono l'altro.

E' difficile pensare ad un esempio migliore della cecità nei confronti dei sistemi complessivi che sia pandemica nella cultura odierna dello smanettone. Ovviamente, la differenza fra le temperature di Nettuno e quelle di Mercurio non è una funzione dell'energia dei singoli fotoni che colpiscono i due mondi, è una funzione di una differente concentrazione di fotoni – il loro numero, diciamo, che colpisce un metro quadro della superficie di ognuno dei pianeti. Questa è anche una delle due cifre che contano quando parliamo di energia solari qui sulla Terra. L'altra? E' il calore di sottofondo in cui si disperde il calore di scarto quando il sistema, ecologico o solare, ha finito con esso. Su scala più ampia, questo è lo spazio profondo, ma gli ecosistemi non incanalano il loro calore di scarto diritto in orbita, sapete. Piuttosto, lo diffondono nella temperatura dell'ambiente a qualsiasi altezza al di sopra o al di sotto del livello del mare e a qualsiasi latitudine più vicina o più lontana dall'equatore capita che si trovi – e siccome è scaldata dal Sole, a sua volta, la differenza fra le concentrazioni in ingresso e in uscita non è molto sostanziosa.

La natura ha fatto cose sorprendenti con quella differenza di concentrazione molto modesta. Le persone che insistono che la fotosintesi sia terribilmente inefficiente, e che naturalmente possiamo aumentare la sua efficienza, stanno trascurando un punto cruciale: Qualcosa come metà dell'energia che raggiunge le foglie di una pianta verde dal Sole viene messa al lavoro sollevando l'acqua dalle radici attraverso una forma ingegnosa di pompaggio ad evaporazione in cui l'acqua risucchiata attraverso i pori delle foglie come vapore pompa più acqua attraverso una rete di piccoli tubicini negli steli della pianta. Un'altra piccola percentuale va nella produzione di zuccheri per fotosintesi e in un numero di processi minori, come le reazioni chimiche fanno maturare i frutti, dipendo anche in qualche misura dalla luce o dal calore provenienti dal Sole. Detto tutto ciò, una pianta verde probabilmente è quasi efficiente, nel suo uso di energia solare, quanto le leggi della termodinamica glielo permetteranno.

Inoltre, gli ecosistemi della Terra prendono l'energia che scorre nei motori verdi della vita della pianta e la mettono al lavoro in una straordinaria diversità di modi. L'acqua pompata in aria da ciò che i botanici chiamano evapotraspirazione – cioè il pompaggio di evaporazione che ho menzionato poco fa – gioca ruoli cruciali nei cicli dall'acqua locali, regionali e globali. La produzione di zuccheri per immagazzinare energia solare in forma chimica innesca una serie di cambiamenti ancora più intricata, man mano che le cellule della pianta vengono mangiate da qualcosa, che viene mangiato da qualcosa e così via attraverso la danza vivace ma precisa della rete alimentare. Alla fine tutta l'energia che la pianta originale ha raccolto dal Sole si trasforma in calore diffuso di scarto e permea lentamente l'atmosfera verso il suo destino finale, riscaldando qualche angolo dello spazio profondo leggermente al di sopra dello zero, ma prima di arrivarci, di solito ha fatto un lungo viaggio.

Detto questo, ci sono limiti massimi solidi alla complessità dell'ecosistema che questi processi intricati possono sostenere. Potete capirlo abbastanza chiaramente paragonando una foresta pluviale tropicale a un tundra polare. I due ambienti potrebbero ricevere una quantità di precipitazioni quasi uguale nel corso dell'anno, potrebbero avere una disponibilità ugualmente ricca o povera di nutrienti nel suolo, ma anche così, la foresta pluviale tropicale può facilmente sostenere 15-20.000 specie di piante ed animali, mentre la tundra sarà fortunata se ne sosterrà poche centinaia. Perché La stessa ragione per cui Mercurio è più caldo di Nettuno: il tasso al quale i fotoni arrivano dal Sole in ciascun posto per metro quadrato di superficie.

Vicino all'equatore, i raggi del Sole arrivano quasi verticalmente. Vicino ai poli, visto che la Terra è rotonda, i raggi del Sole entrano con un angolo acuto e vengono così diffusi in una superficie maggiore. La temperatura ambiente è parecchio più alta nella foresta pluviale che nella tundra, ma siccome il grande motore di calore che chiamiamo atmosfera pompa calore dall'equatore ai poli, la differenza di temperatura ambiente non è grande quanto la differenza di input solare per metro cubo. Così gli ecosistemi vicini all'equatore hanno una più grande differenza di concentrazione di energia fra ingresso e uscita di quelli vicini ai poli e la complessità dei due sistemi varia di conseguenza.

Tutto ciò dovrebbe essere un sapere comune. Naturalmente non lo è, perché le nozioni di educazione del mondo industriale ignorano costantemente ciò che William Catton chiamava “i processi che contano” - cioè, le leggi fondamentali dell'ecologia che inquadrano la nostra esistenza su questo pianeta – e affrontano un gran numero di questi soggetti che finiscono nel curriculum in modi che incoraggiano l'ignoranza più imbarazzante sui processi naturali che ci tengono tutti in vita. Fra poco, discuteremo questo più in dettaglio. Per adesso, comunque, voglio raccogliere questi punti appena sollevati ed applicarli sistematicamente, più o meno nel modo in cui lo ha fatto Catton, al dilemma della civiltà industriale.

Una società umana in un ecosistema. Come qualsiasi altro ecosistema, esso dipende per la sua esistenza dai flussi di energia e, come in qualsiasi altro ecosistema, il limite massimo della sua complessità dipende alla fine dalla differenza di concentrazione fra energia che entra e lo sfondo in cui si disperde il calore di scarto. (Quest'ultimo punto è un corollario della Legge di White, uno dei principi fondamentali dell'ecologia umana, che dice che lo sviluppo economico di una società è direttamente proporzionale al suo consumo di energia pro capite). Fino all'inizio della rivoluzione industriale, quel limite massimo non era molto più alto del limite della complessità in altri ecosistemi, visto che gli ecosistemi umani prendevano gran parte della loro energia dalla stessa fonte dei non umani: i raggi del Sole che giungono alle piante verdi. Man mano che gli esseri umano hanno capito come sfruttare altri flussi di energia solare – energia eolica per alimentare mulini a vento e muovere navi sui mari, energia idrica per far girare mulini e così via – il limite massimo si è innalzato, ma non di molto.

Le scoperte che hanno reso possibile trasformare i combustibili fossili in energia meccanica ha trasformato l'equazione completamente. I processi geologici che hanno immagazzinato mezzo miliardo di anni di raggi solari in carbone, petrolio e gas naturale hanno aumentato la concentrazione di ingressi di energia disponibili alle società industriali di un fattore quasi inimmaginabile, senza scaldare la temperatura ambiente del pianeta se non di pochi gradi, e gli enormi differenziali di concentrazione di energia che ne sono risultati hanno alimentato un aumento altrettanto inimmaginabile della complessità. Scegliete la misura della complessità che preferite – numero di distinte categorie occupazionali, numero medio di esserei umani impegnati nella produzione, distribuzione e consumo di ogni dato bene o servizio, o quello che volete – e sulla scia della rivoluzione industriale, questa è andata fuori scala. Termodinamicamente, è esattamente ciò che ci si aspetterebbe.

La differenza di concentrazione di energia fra ingresso e uscita, vale la pena di ripeterlo, definisce il limite massimo di complessità. Altre variabili determinano se il sistema in questione raggiungerà o no il limite massimo. Negli ecosistemi che chiamiamo società umane, la conoscenza è una di quelle variabili. Se avete una fonte di energia altamente concentrata e non sapete ancora come usarla efficientemente, la vostra società non diventerà complessa come invece potrebbe. Nei tre secoli di industrializzazione, di conseguenza, la produzione di conoscenza utile è stata una strategia vincente, poiché ha permesso alle società industriali di di crescere costantemente fino al limite massimo della complessità definito dalla concentrazione differenziale. Il limite non è mai stato raggiunto – le legge dei ritorni decrescenti lo ha verificato – e quindi, inevitabilmente, le società industriali hanno finito per credere che la conoscenza da sola fosse in grado di aumentare la complessità dell'ecosistema umano. Visto che non c'è un limite massimo alla conoscenza, a sua volta, questo sistema di credenze ha alimentato ciò che Catton chiamava mito cornucopiano, l'illusione che ci sarebbero sempre state abbastanza risorse se solo la riserva di conoscenza aumentasse abbastanza rapidamente.

Questa credenza è sembrata però funzionare soltanto finché la concentrazione differenziale fra ingresso e sfondo è rimasta molto alta. Una volta che i combustibili fossili facilmente accessibili hanno iniziato a diventare scarsi, e si sono dovute investire sempre più energia ed altre risorse nell'estrazione di quanto è rimasto, i problemi hanno iniziato a saltar fuori. Le sabbie bituminose e gli scisti petroliferi nella loro forma naturale non sono concentrati come fonte energetica come il petrolio greggio leggero – una volta raffinati, certo, le differenze sono minime, ma un'analisi del sistema complessivo della concentrazione di energia deve cominciare nel momento in cui ogni fonte di energia entra nel sistema. Prendete una iarda cubica di sabbie bituminose appena estratta dalla miniera, con ancora la sabbia dentro, o una iarda cubica di scisto petrolifero con petrolio ancora intrappolato nella roccia ed avrete semplicemente ottenuto meno energia per unità di volume di quanta ne avreste ottenuta se aveste una iarda cubica di petrolio greggio leggero appena uscito dal pozzo, o anche una iarda cubica di arenaria permeabile con il petrolio greggio leggero che trasuda da ogni poro.

E' un atto di fede nella cultura contemporanea che tali differenze non contino, ma questo è solo un altro aspetto del nostro mito cornucopiano. L'energia necessaria per estrarre la sabbia dalle sabbie bituminose o il petrolio dallo scisto deve venire da qualche parte e quell'energia, a sua volta, non è disponibile per altri usi. Il risultato, comunque la si rigiri concettualmente, è che il limite massimo della complessità comincia a scendere. Ciò suon astratto, ma aggiunge una grande quantità di miseria molto concreta, perché come già osservato, la complessità di una società determina cose come il numero delle diverse specializzazioni occupazionali che può sostenere, il numero di impiegati che sono impegnati nella produzione e distribuzione di un dato bene o servizio e così via. C'è una definizione adatta per una contrazione costante nella usuali misure della complessità in un ecosistema umano: “depressione economica”.

I problemi economici che stanno scuotendo il mondo industriale sempre più spesso in questi giorni, in altre parole, sono sintomi di un disastroso disallineamento fra il livello di complessità che la nostra concentrazione differenziale può sostenere e il livello di complessità che le nostre ideologie predilette insistono che dovremo avere. Quando queste due cose si scontrano, non c'è dubbio su quale delle due vincerà. Aumentare la nostra riserva di conoscenza non cambierà il risultato, visto che la conoscenza è una condizione necessaria all'espansione economica ma non una sufficiente: se il limite massimo della complessità stabilito dalle leggi della termodinamica scende al di sotto del livello che la vostra base di conoscenza altrimenti sosterrebbe, ulteriori aggiunte alla base di conoscenza semplicemente significano che ci sarà un numero crescente di cose che le persone sanno come fare in teoria, ma che nessuno ha le risorse per fare nella pratica.

La conoscenza, in altre parole, non è una bacchetta magica, un surrogato del Messia o una fonte di miracoli. Può aprire la strada per sfruttare con più efficienza l'energia e può capire come usare le risorse energetiche che prima non venivano usate affatto. Ma non può creare energia dal nulla. Anche se le risorse energetiche ci sono, per quel che vale, se altri fattori impediscono che vengano usate, la conoscenza di come potrebbero essere usate non è una consolazione – piuttosto il contrario.

Il secondo punto, penso, riassume la tragedia della carriera di William Catton. Lui sapeva, e poteva spiegare con grande chiarezza, perché l'industrialismo avrebbe causato la sua stessa caduta e quello che si poteva fare per salvare qualcosa da questo naufragio. Quella conoscenza, tuttavia, non era sufficiente a far accadere le cose, solo poche persone hanno ascoltato, la maggioranza si è tappata le orecchie ed ha cominciato a cantare “La la la, non ti sento” una volta che Reagan lo ha reso di moda e le azioni che avrebbero potuto risparmiare a tutti noi una grande quantità di miseria non sono mai avvenute. Quando gli parlai nel 2011, Catton era perfettamente consapevole che il lavoro della sua vita non aveva fatto essenzialmente niente per allontanare la società industriale dalla sua corsa verso l'abisso. Questa dev'essere una cosa amara da contemplare nelle ultime ore di vita e spero che i suoi pensieri si siano rivolti a qualcos'altro il mese scorso, quando la notte è alla fine scesa.