Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 17 marzo 2015

Declino energetico e allocazione delle risorse

DaThe Oil Crash”. Traduzione di MR


Cari lettori,

nelle ultime settimane ho percepito una certa ondata di commenti, su diversi forum di Internet (nel forum di Crashoil naturalmente, ma anche in commenti di notizie nei quotidiani ed altri media digitali) in cui si pretende di fare a meno del problema del declino energetico. In generale, questi commenti – molte volte dal tono dispregiativo e vessatorio, a volte perfino personalizzando gli attacchi contro le persone che, come me, ci dedichiamo a parlare di questi temi – di solito basano le loro “contro-argomentazioni” ai gravi problemi esposti qui su una qualche meraviglia tecnologica o risorsa favolosa che stanno per arrivare nelle nostre case. Così, un giorno si ricorre alla vecchia falsità della “sempre incombente” rivoluzione degli idrati di metano o clatrati, mentre altri danno un eco smisurato all'ultimo annuncio commerciale della società Tesla Motor o si fa girare la quintessenza del grafene. Qualche mese fa i temi di moda erano i reattori a fusione portatili o il riutilizzo delle plastiche per fare combustibile domestico (tema, di sicuro, già affrontato da tempo in questo blog). Seguendo il solito ordine nell'avvicendamento di messia energetici, nei prossimi mesi sentiremo parlare del grande potenziale dello sfruttamento dei residui e probabilmente di qualcosa collegata all'idrogeno, la fotosintesi artificiale o i miglioramenti nel rendimento dei pannelli solari. E così in un ciclo perpetuo in cui le tecno fantasie si avvicendano senza fine da un insieme di queste che dopotutto, come attestato dalla loro ripetizione continua, è abbastanza limitato.



E' relativamente normale, quando si comincia a discutere con una certa profondità dei problemi energetici della nostra società, che qualche commentatore se ne esca con qualche idea letta qua e là sulla soluzione miracolosa di sua preferenza. Ma nel caso attuale richiama l'attenzione la grande quantità di commenti che abbondano in questi giorni, così come l'estremo di alcune esagerazioni (per esempio, dando per scontato che la prossima rivoluzione energetica arriverà in poche settimane) e anche il rancore, a volte abbastanza brutale, contro coloro che non sostengono questa visione di vino e rose (la definizione più leggera che ho letto dedicata a me in questi giorni è “spaventa vecchie”). Oltre agli insulti ho incontrato alcune cose curiose, come alcune rozze dichiarazioni false riguardo alla mia posizione reale sulla crisi energetica e il problema delle risorse (gente che improvvisamente apprende - c si felicita del “mio cambiamento di opinione” - che io penso che il problema è più sociale che tecnico, nonostante che sono anni che lo dico) o quello che mi ripete continuamente quanto fosse sbagliato il rapportoContinuously less and less”, sul qualesecondo questa persona - “Turiel si basa per trarre le sue conclusioni sul picco di tutto”, alludendo a dei post che ho scritto cinque anni fa, come se nel frattempo Alicia Valero non avesse difeso le sue tesi, non avesse pubblicatoThanatia” o Jeremy Grantham, fra i tanti, non avesse analizzato il problema. Se persino la IEA comincia a riconoscere timidamente che diverse materie prime sono prossime al loro massimo produttivo!

Non credo che questa offensiva sia casuale, assolutamente. C'è una gran necessità di nuovi idoli e di nuove rivoluzioni in un anno, questo 2015, nel quale, se non si verifica un cambiamento radicale di tendenza, passerà alla storia come l'anno in cui la produzione di idrocarburi liquidi è arrivata al suo massimo volumetrico (sappiamo già che il massimo in energia è stato qualche anno fa). Quelle persone che scommettevano tutto sul fatto che la cosiddetta “comunità picchista” si sbagliasse radicalmente, e fra loro alcuni che vivono della disinformazione su questi temi, stanno cercando con ansia un appiglio, un punto di appoggio per evitare che la gente cominci a mettere in dubbio aspetti fondamentali del nostro modello energetico, il che porta irrimediabilmente a mettere in dubbio aspetti fondamentali del nostro sistema economico (e ciò è intollerabile per loro). Pertanto, c'è una certa disperazione e la necessità di coprire l'enorme buco che sta lasciando il collasso dell'ultima “rivoluzione energetica”: il fracking. I segni del fatto che il boom del fracking negli Stati Uniti sta giungendo alla fine si moltiplicano giorno dopo giorno e comincia già ad essere di dominio pubblico che il numero di pozzi di petrolio attivi negli Stati Uniti è diminuito di circa il 30% dal suo massimo della fine dell'anno scorso, come mostra il grafico seguente.



Allo stesso tempo, persino gli analisti più ritardati si sono resi conto del fatto che l'attuale “eccesso di offerta di petrolio” si deve più al crollo della domanda di petrolio su scala mondiale che a un grande incremento dell'offerta a causa di un'offensiva saudita o di qualche altra teoria della cospirazione, frutto di una illusione del controllo. Come prevedevamo, molti analisti sono completamente persi rispetto all'evoluzione dei prezzi del petrolio e reagiscono con eccesso ai movimenti degli ultimi giorni, qualcuno pensando che schizzerà a valori in dollari al barile di tre cifre, mentre altri credono che potrebbe crollare fino a metà del suo valore attuale. E praticamente nessuno vuole contemplare la possibilità che stiamo cominciando una pericolosa spirale di distruzione della domanda – distruzione dell'offerta che minaccia di sovvertire gran parte del nostro mondo.

Se il 2015 è l'anno in cui comincerà la nostra inevitabile discesa energetica su scala globale o no è una cosa che sapremo solo fra qualche anno. Anche se sempre peggiori, esistono ancora alcune opzioni per stiracchiare la situazione attuale ancora per qualche anno (Ugo Bardi poco tempo fa ha fatto riferimento alla possibilità di usare il carbone per trasformarlo in idrocarburi liquidi, un processo poco redditizio che è conosciuto da decenni). Ognuna di queste opzioni implica implicitamente il fatto di destinare o dirottare risorse da alcune attività ad altre e dato che le fonti di energia residuali sono di EROEI minore (con ciò che questo significa a livello economico), puntare su questo rattoppi significa che arriverà meno energia alla società e che questa nel suo complesso sarà più povera. Per fare un esempio concreto e particolare, se decidiamo di puntare sulla conversione del carbone in un cattivo succedaneo del petrolio, ci troveremo a dover destinare molti più soldi a questa attività di quelli che destiniamo attualmente a comprare petrolio e ciò implicherà più tagli sociali, più diminuzioni degli stipendi e più disoccupazione. Ma dall'altra parte se non troviamo nessun idrocarburo liquido che possa essere prodotto a buon prezzo ci saranno molte attività economiche che non potranno andare avanti, si chiuderanno fabbriche e ci sarà più disoccupazione, si raccoglieranno meno imposte e si faranno più tagli sociali. Insomma, a quanto pare possiamo scegliere fra il fuoco e la brace.

Ciò non è del tutto sicuro. Se si comprende e si assume che lo scenario più realistico che abbiamo davanti è quello della decrescita energetica, a partire da questo si possono adottare misure che portano a gestire le risorse che rimangono in modo più efficiente o socialmente più equo. Insomma, che c'è una certa libertà di scegliere come vogliamo realizzare la nostra decrescita energetica. Ma per questo è molto importante comprendere che siamo già dentro al processo di decrescita energetica, perché diversamente non solo l'assegnazione delle risorse sarà altamente inefficiente, ma socialmente molto distruttiva. Il nostro sistema economico attuale si basa su una premessa di fondo: che la quantità di energia disponibile aumenterà ogni anno ed avrà prezzi accessibili. Per questo il suo modello di assegnazione delle risorse è espansivo: si deve produrre sempre maggior attività economica per sfruttare quella pletora di energia e materie prime che abbiamo a nostra disposizione. E proprio per questo, lasciando da parte la questione ambientale – che è a sua volta grave – questo modello è potenzialmente catastrofico quando la tendenza nella disponibilità di energia si inverte, che è proprio ciò che sta succedendo adesso.

Definire le linee guida dell'assegnazione di risorse nella decrescita energetica non è un compito facile. Come sempre, quando affronto temi di questo genere, proporrò una serie di questioni generali che giustificherò con argomenti e le difficoltà implicate nella loro implementazione. Ma naturalmente niente di quello che dirò adesso è l'ultima parola sul tema e tutto e rivedibile; si tratta di cominciare un dibattito largamente ritardato ma imprescindibile.

Ecco la lista questioni di cui si dovrebbe tener conto nel momento dell'assegnazione delle risorse in una situazione di decrescita energetica.

  • Pianificazione: Se le risorse non sono tanto abbondanti come vogliamo e se ogni anno avremo in realtà di meno a nostra disposizione, è necessario razionare il loro possesso, visto che non ce ne sono per coprire tutte le opzioni che possiamo immaginare. Quindi, si deve decidere quali attività sono prioritarie e quali sono accessorie o superflue. Non solo questo: si deve fare una previsione informata e realista di come evolverà negli anni a venire la disponibilità di risorse, visto che attività che oggi ci possiamo permettere forse ci sarà impossibile mantenerle l'anno successivo. Peggio ancora: forse per conservare una certa capacità di soddisfare le necessità della popolazione negli anni a venire dovremmo cominciare ora a destinare parte delle risorse che abbiamo in questo momento e che se non facciamo questo investimento non avremo in futuro (in linea con le conclusioni del lavoro fatto qualche anno fa). Il nostro futuro può dipendere in modo determinante dalle azioni che intraprendiamo nel presente. Senza una pianificazione adeguata, la nostra evoluzione più probabile non sarà certo ottimale. Per esempio, può essere che investire ora in sistemi di produzione di energia rinnovabile, o in miglioramenti dell'isolamento delle case, o nel riorganizzare la popolazione, o cambiando gli usi del suolo, o in altre forme molteplici di ottenere una società meno dipendente dall'energia. Tutti questi cambiamenti sarebbero molto più facili da fare con tutta l'energia che abbiamo adesso. Potrebbe persino essere che alcune di queste siano impossibili se non abbiamo fatto le adeguate trasformazioni in tempo. Per questo si deve analizzare il problema con attenzione sulla base delle necessità locali (vedere più in basso) e fare un piano di transizione, condiviso con tutte le parti in causa. Il problema più grave posto dalla pianificazione nell'assegnazione delle risorse è che cozza frontalmente con idee molto consolidate durante gli anni di abbondanza di materie prime, fondamentalmente con due: l'ideale del libero mercato e il timore di un eccessivo interventismo da parte dello Stato. L'ideale del libero mercato è un'ipotesi condivisa dalla maggioranza degli economisti e responsabili politici, secondo cui un mercato libero è il sistema migliore di assegnazione delle risorse. Proprio per questo, qualsiasi tentativo di controllare il mercato porta a inefficienze e ad una dispersione di risorse. E di tutte le forme di intervento, quella che abitualmente viene considerato più dannoso è l'intervento dello Stato, in parte perché la sua grande dimensione gli permette di squilibrare il mercato più di altri attori e in parte perché, secondo questa visione parziale delle cose, gli enti pubblici sono i più inefficaci nella gestione economica. Coloro che sostengono questo tipo di argomentazioni di solito basano la loro visione su una sfilza di dati che mostrano la bontà delle loro ipotesi, ma in generale la premessa è contenuta nelle sue conclusioni (il che le rende inconfutabili). In realtà le cose sono molto più complicate: anche quando il libero mercato, come ente ideale, potrebbe essere efficiente nell'assegnazione delle risorse, quello che si ha nella pratica è un mercato naturale, che somiglia di più alla legge del più forte. Si difende il fatto che il mercato è libero, quando se lo si osserva in dettaglio si vede che è fortemente condizionato dagli attori economici più potenti. In quanto al ruolo dello Stato, molte volte questo agisce cooperando coi grandi poteri economici (mi spingo oltre: a mio modo di vedere, Stato e capitalismo hanno bisogno l'uno dell'altro). Lo Stato è interventista, sì, ma con troppa frequenza in favore di interessi privati e questo si riflette non solo nel mercato ma anche in molte altre relazioni umane ora “mercificate”. Con tutto ciò, l'interventismo dello Stato è ancora un passo indietro di ciò che avverrebbe nel contesto di un mercato completamente naturale, in cui i forti imporrebbero le proprie regole. Da un lato, la pianificazione è già una parte essenziale del capitalismo: le grandi imprese pianificano con mesi di anticipo le tendenze di consumo della stagione seguente e manovrano per compensare qualsiasi deviazione. La supposta soddisfazione piena dei desideri dei consumatori non è altro che una finzione. In realtà l'unica cosa che serve cambiare sono gli obbiettivi di questa pianificazione, che al posto di essere la massimizzazione del profitto del capitale dovrebbero essere la soddisfazione delle necessità fondamentali della popolazione con criteri di vera sostenibilità.

  • Riforma finanziaria: Semplificando in modo un po' furbo, potremmo dire che in un sistema economico feudale il signore del feudo aveva il diritto di ricevere una remunerazione annuale che era una percentuale della produzione dei suoi vassalli, tipicamente un 10%. Il nostro sistema economico è caratterizzato dal fatto che il capitale, per il semplice fatto di esistere, ha diritto ad una remunerazione annuale che è una percentuale del capitale stesso, tipicamente il 5% nominale (in modo effettivo, questa percentuale si riduce a un 3% tenendo conto dei vari effetti di riduzione del capitale: investimenti falliti, inflazione, usura del patrimonio, ecc.). Con tutte le ingiustizie che aveva il sistema feudale (e il continuo tira e molla fra il signore e i vassalli e il viavai di ufficiali giudiziari che si assicuravano del corretto pagamento al proprio signore) era un sistema sostenibile: se la produzione era minore, la remunerazione era minore e se la remunerazione era maggiore era in conseguenza di una maggiore produzione. Invece, il sistema capitalista è intrinsecamente insostenibile: ogni remunerazione che riceve il capitale lo fa crescere e ciò obbliga al fatto che l'anno successivo la remunerazione necessaria sia ancora maggiore, poiché è proporzionale alla dimensione del capitale. Ad un ritmo effettivo del 3% il capitale si moltiplica per 20 in un secolo, il che obbliga la produzione a crescere nella medesima proporzione soltanto per poter pagare i suoi interessi. Ciò obbliga a crescere in continuazione, ad aumentare la produzione senza sosta per soddisfare le ansie di un nuovo signore feudale la cui ingordigia non conosce limiti e cresce a ritmo esponenziale. Il problema grave che si pone nella situazione attuale di declino energetico è che è impossibile far crescere la produzione. Con la scarsità dell'energia e alla fine delle materie prime, la produzione non può continuare ad aumentare. Tuttavia, il signor capitale esige il pagamento delle obbligazioni, che vengono imposte attraverso titoli di debito (prestiti ed ipoteche) ed ha lo Stato come ufficiale giudiziario per assicurarsi che siano pagati. Questa impossibilità fisica di continuare a pagare i debiti farà sì che il capitale, incapace di alimentarsi di una produzione che non crescerà più ma che addirittura diminuirà al diminuire della rendita disponibile di coloro che dovrebbero pagarla, cannibalizzerà – come sta già facendo – il resto degli attori, principalmente la classe media (la Grande Esclusione) e il proprio Stato (attraverso salvataggi forzati di imprese considerate strategiche e i cui debiti hanno la loro origine ultima nella fagocitazione del grande capitale). La prima cosa che bisogna capire, pertanto, è che non ha senso mantenere il sistema attuale del debito, perché la sola cosa alla quale può portare in una situazione di decrescita energetica è liquidazione frettolosa di attività che saranno preziose nella transizione, unicamente per ingrassare il capitale e rendere ancora più grande il problema della devoluzione dei debiti futuri (visto che questo capitale ora incrementato, in virtù del nostro sistema finanziario, sarà prestato per mettere in moto altri progetti e imprese che a loro volta falliscono a causa della decrescita energetica). Nella misura in cui si mantenga l'attuale struttura del nostro sistema finanziario, il pompaggio di risorse col solo obbiettivo dell'accumulo improduttivo di capitale continuerebbe fino a che non rimanga virtualmente niente da pompare. Nel cammino, si distruggeranno tutte le strutture che servono a creare la coesione sociale (in particolare che siamo tutti a far parte di un progetto comune che chiamiamo società). E' ovvio che un tale modo di assegnare le risorse provocherebbe carestie, epidemie, rivolte ed alla fine guerre, sia civili sia con altri paesi. Dall'altra parte, quando la suzione di risorse da parte del capitale giungesse al limite del sostentamento minimo vitale della maggior parte della popolazione, già esclusa, il capitalismo come tale cesserebbe di esistere e si trasformerebbe, probabilmente, in un sistema feudale tradizionale, in cui la democrazia risulterebbe definitivamente abolita. E' per questo che risulta imprescindibile spezzare una dinamica tanto nociva. Il modo più logico per farlo è di “hackerare” completamente il sistema finanziario. Il primo passo sarebbe, ovviamente, ristrutturare tutti i debiti: se la prospettiva è che non ci sarà crescita, concedere prestiti sarà sempre più complicato fino a diventare impossibile (come non si stanca mai di ripetere Gail Tverberg). Ma il primo giubileo del debito non è sufficiente. Dato che l'economia nel suo complesso si contrarrà per la perdita di capacità produttiva implicata dalla perdita di energia disponibile, non si può aspirare a portare avanti progetti che si basino su un finanziamento in cui il capitale abbia un interesse percentuale esattamente per lo stesso motivo: anche se si ponesse il debito a zero, la mancanza di sostenibilità finanziaria dei nuovi progetti si manifesterà dal primo minuto, perché in un mondo in contrazione energetica la maggioranza dei progetti non hanno un rendimento sufficiente a garantire il pagamento degli interessi (Gail Tverberg ha scritto recentemente un lungo saggio sul perché eliminare i debiti pendenti non serve in un mondo con energia limitata). Questo problema di scarso rendimento è una manifestazione della diminuzione generalizzata dell'EROEI delle fonti energetiche delle quali ci riforniamo ed è nell'origine dello scarso entusiasmo dell'investimento attuale in progetti di produzione di energia rinnovabile in Molti paesi del mondo. E tuttavia forse sono quei progetti che potrebbero garantire loro un accesso ragionevole all'energia dei prossimi decenni. Dato che l'iniziativa privata, continuando con la logica finanziaria appresa durante gli ultimi secoli di prosperità energetica, non investirà mai nella maggior parte dei progetti, si rende necessario non solo cancellare i debiti pregressi e impagabili, ma bisogna anche stabilire un sistema pubblico di finanziamento, senza interesse associato, il cui dovere sarebbe di fomentare la rapida implementazione di quei sistemi e attività che si considerano più convenienti per garantire una decrescita energetica ragionevole. Inoltre, si dovrebbero proibire tutti i prestiti con interesse, compresi quelli non destinati ai fini prioritari, data l'urgenza della situazione, il che nella pratica significherebbe la proibizione o sorveglianza molto stretta del credito privato e la persecuzione dell'usura (intesa come la richiesta di qualsiasi interesse per un prestito). Il problema di questa riforma tanto profonda del sistema finanziario è anche maggiore di quello con la pianificazione che ponevamo sopra. Se questa poneva ostacoli all'espansione del commercio non tutelato, questa riforma punta contro il cuore stesso del capitalismo. Chi tenti di promuovere questi cambiamenti sarà tacciato di essere un comunista obsoleto o di qualcosa di peggio, visto che un tale grado di intervento suona come appropriazione e statalismo. Critica questa fatta un po' alla leggera, poiché il comunismo di taglio statalista che il mondo ha conosciuto è nocivo tanto quanto il capitalismo o di più (come abbiamo già discusso a suo tempo). Ma di sicuro c'è un fondo di ragione in essa, visto che i marxisti classici attaccavano i diritti remunerativi del capitale e in questo senso la coincidenza con ciò che è esposto sopra è piena. Dato che l'enorme carico ideologico del dibattito capitalismo-comunismo durante i decenni della Guerra Fredda non si è ancora dissipato del tutto e potrebbe ravvivarsi mentre si mettono in discussione le basi teoriche e pratiche del nostro sistema economico, mi sembra praticamente impossibile avere un dibattito ragionevole fra i cittadini sull'impossibilità logica di mantenere il credito con interessi e l'imperiosa necessità delle riforme espresse sopra: qualsiasi tentativo di procedere con questa discussione si impantanerà in diatribe interminabili sui vecchi argomenti di 30 anni fa. Come modalità più pratica, il mio suggerimento sarebbe, semplicemente, di prescindere da qualsiasi tipo di finanziamento convenzionale, ricorrendo all'appoggio delle comunità locali per portare avanti piccoli progetti concreti, mentre il sistema finanziario collassa da solo. Questa strategia ha il rischio che lo Stato possa lanciare qualche iniziativa legislativa per perseguire queste strade alternative (i recenti movimenti del governo spagnolo per regolare il crowdfunding sono un indizio di questa possibilità). Pertanto, le comunità dovranno che sondare molto bene il terreno che calpestano ed assicurarsi che le loro iniziative siano sempre scrupolosamente legali e che quindi non vengano individuate dal radar.  
  • Cambiamento del sistema produttivo: In un mondo con energia disponibile in netta decrescita e risorse sempre più scarse, è impossibile conservare un sistema orientato alla produzione: Strategie come l'obsolescenza programmata dovranno essere progressivamente abbandonate e gli sforzi dovranno essere diretti ad ottenere nuovi progetti che assicurino una maggior riparabilità, riciclabilità e riutilizzo. Ciò crea un problema per le imprese, che dovranno re-orientare i loro modelli d'affari in modo che i loro risultati non dipendano dal vendere di più ma dal vendere meglio. Nel caso delle imprese che producono beni di consumo di massa, che siano materiali o immateriali, il cui target di clientela sia la classe media calante, avranno il problema aggiuntivo di adattarsi alla diminuzione della capacità d'acquisto dei loro clienti e la diminuzione obbiettiva del loro mercato potenziale. In aggiunta, le imprese dovranno ricorrere sempre di più alle proprie risorse finanziarie visto che la loro prospettiva non sarà quella di crescere, ma all'inizio di calare e alla fine, se hanno fortuna, di stabilizzarsi. Ciò renderà tutto molto più difficile e l'evoluzione generale dei progetti molto più lenta, a meno che non possano contare sul finanziamento partecipativo a interesse zero (e non aggirino i problemi indicati sopra). Aggiungete a tutto quanto si è detto che assegnare le risorse per riscattare le imprese la cui sostenibilità a lungo termine è dubbia è una strategia destinata al fallimento. Per esempio, pensando a medio e lungo termine non ha senso aiutare il settore dell'automobile, come di certo non ha senso puntellare le compagnie aeree o il settore del trasporto su strada, nonostante il peso economico così importante che questi settori hanno in questo momento. Il grande problema del cambiamento di sistema produttivo è che le riforme proposte sono anche molto radicali e sono diametralmente opposte a tutto ciò che si insegna oggigiorno nelle scuole di economia di tutto il mondo. Gli specialisti di queste scuole obbietteranno che tutti questi cambiamenti portano ad una perdita di produttività e di efficienza economica enorme. Ed hanno tutte le ragioni. Ciò che succede è che il problema è di impossibilità, non di convenienza: con risorse limitate ed in decrescita il loro modello semplicemente non funziona. E' dubbio che accetteranno tali argomenti, così non si può far altro che aspettare che la forza degli eventi li finisca per convincere. E' anche vero che, durante la transizione, un'impresa che puntasse fortemente sul cambiamento di modello sarebbe meno competitiva, mentre ancora c'è una certa abbondanza energetica, pertanto avrebbe molti problemi a sopravvivere fino al momento in cui il modello fossile attuale smette di funzionare. Per questo motivo molti autori danno per assodato che la società industriale finirà necessariamente con la fine dei combustibili fossili. Che l'industria dovrà essere ridefinita è evidente, che scompaia del tutto dipenderà dalle decisioni che si prendono e in ogni luogo la storia sarà diversa.
  • Gestione delle infrastrutture: Nel momento in cui sono state create, le infrastrutture hanno fornito un grande valore tanto economico quanto sociale: le ferrovie mettevano in comunicazione città un tempo lontane, i porti permettevano di trasportare grandi volumi di mercanzie su grandi distanze, la rete elettrica portava luce nella notte... Ma nella misura in cui le infrastrutture stavano crescendo in dimensione ed estensione, ed allo stesso tempo invecchiavano, si sono trasformate progressivamente in un maggior carico, il che implica un maggior consumo di risorse. Salvo eccezioni onorevoli, nella maggior parte delle infrastrutture è mancata una pianificazione a lungo termine e il beneficio marginale che supponeva ogni nuovo livello delle infrastrutture è andata diminuendo (e probabilmente in alcuni casi è diventata negativo). Riasfaltare periodicamente le strade è molto oneroso, la rete elettrica ha bisogno di essere controllata e mantenuta, le ferrovie richiedono una manutenzione continua – specialmente le linee ad alta velocità... persino mantenere accesi di notte implica una spesa costante. Ma se le risorse disponibili calano, la parte necessaria per mantenere tutte le infrastrutture semplicemente non ci sarà. Di fronte a questo problema ci sono due possibilità. La prima è far finta di far vedere all'opinione pubblica che non c'è alcun problema, ma di fatto trascurare alcune infrastrutture, in modo poco ordinato, per cui i problemi si aggravano – e sono pertanto più costosi da sistemare – col tempo (cosa che ci porterebbe ad un brusco Dirupo di Seneca, come abbiamo già spiegato in queste pagine). La seconda opzione consiste nel prendere decisioni audaci – non sempre ben recepite dall'opinione pubblica – e procedere con uno smantellamento ordinato di alcune infrastrutture con l'intenzione di sostituirle con altre meno costose e più resistenti. Per esempio, la decisione che hanno preso alcune contee degli Stati Uniti di non riasfaltare le strade sotto la loro responsabilità e, al contrario, riportarle a strade di terra e ghiaia. Fra tutte le infrastrutture in pericolo di abbandono volontario o involontario, quelle collegate al trasporto sono particolarmente a rischio: in un mondo con meno energia l'ipermobilità che ha caratterizzatogli ultimi decenni è condannata a scomparire, quindi così tante strade, porti, aeroporti e persino ferrovie che per giunta sono anche molto costose perdono di senso. La cosa ideale, di nuovo, sarebbe progettare un piano di decrescita energetica e, in base a quello, decidere cosa si deve abbandonare, cosa si deve sostituire e a cosa fare manutenzione. Ed anche prendere decisioni su ciò che ora non esiste ma che è necessario costruire per affrontare il futuro (per esempio, porti fluviali). Il problema più grande per il cambiamento di modello di gestione delle infrastrutture ha radici, soprattutto, nella grande capacità di pressione ed influenza che ha il settore dei trasporti, che interpreterà qualsiasi decisione in linea con la decrescita energetica che lo colpisca come un'aggressione, negando probabilmente di accettare che non solo i giorni di gloria del trasporto non torneranno, ma che le cose andranno sempre peggio. E' problematica anche le tendenza elitaria, che convergerà verso la creazione di mezzi di trasporto per ricchi e mezzi di trasporto per poveri.
  • Rilocalizzazione: Giustamente, se manca l'energia né i materiali né le persone potranno viaggiare per lunghe distanze. Dall'altra parte, mentre diminuisce la dimensione dell'economia diminuiranno anche i legami di lunga distanza e sarà l'attività locale quella che genererà una parte sempre maggiore del reddito delle persone. Insomma, i soldi non viaggeranno per grandi distanze e l'industria locale sarà quella che crea l'impiego locale e soddisfa il consumo locale, formando un ecosistema economico chiuso in se stesso e di dimensioni sempre più piccole. Per evitare la carenza di beni e servizi cruciali, come lo sono gli alimenti o i vestiti ma anche la sanità e l'educazione e cose più prosaiche ma fondamentali come motori di base e macchine elementari, così come veicoli ed automobili semplici, si dovrebbe pianificare accuratamente quello che si produrrà e dove, in modo da assicurare un minimo livello di funzionalità senza dover uscire dalla scala locale. Il grande problema delle rilocalizzazione è che la parola è già stata abbastanza umiliata da queste parti e molto spesso si trova in discorsi vuoti, senza contenuto. E' molto più facile parlarne che fare qualcosa di positivo nella sua direzione. 

  • Riumanizzazione: E richiesta l'introduzione di valori più solidi per le relazioni umane e il rispetto per tutti, per non dover discutere cose ovvie come che il sistema non sta funzionando bene se ci sono bambini il cui unico pasto avviene nella mensa della scuola, o che è più importante avere meno sfratti che più produttività, o che se il problema della disoccupazione cronica colpisce diversi milioni di persone, non è perché queste persone sono inutili o svolgiate, ma perché c'è qualcosa di profondamente sbagliato nel settore e nella struttura del lavoro, in particolare nella sua completa sottomissione ad un sistema economico inflazionistico e suicida; o che soddisfare i banali capricci dei consumatori di oggi è meno rilevante che proteggere la qualità di vita delle generazioni a venire. Inoltre, bisogna migliorare la qualità della stampa: è del tutto impossibile che i cittadini possano essere tali se non si pone l'accento sulla necessità e l'obbligo di diffondere informazioni complete e veritiere e molta meno propaganda meramente al servizio di alcuni interessi economici non sempre confessabili. Il problema più grave della riumanizzazione è che si scontra coi valori promossi dal capitalismo per creare una società acritica e consumista: in fondo, promuovere nuovi valori per una nuova società è, fra tutte, la proposta più sovversiva. Si può lavorare in questo ambito con minor pericolo che, per esempio, nell'ambito finanziario, poiché stiamo parlando dell'ambito delle convinzioni personali, che è intangibile. Ma allo stesso tempo è più difficile salvarsi dall'enorme trappola della propaganda contraria, del discredito, della ridicolizzazione e dell'indifferenza.  


Come vedete, la difficoltà maggiore per implementare i modelli di assegnazione necessari si scontrano con l'ideologia imperante. E per questo che per poter fare il cambiamento di modello economico si dovrà produrre un cambiamento del modello culturale. Ma questo sarà un tema di un altro post.

Saluti.
AMT