Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 22 febbraio 2015

La falsa speranza della tecnologia e la saggezza dei corvi

Da “Shift”. Traduzione di MR (h/t Paul Chefurka)

“Cosa dobbiamo fare se non stare con le mani vuote e i palmi verso l'alto in un'era che avanza progressivamente all'indietro?”

TS Eliot, Cori da “La Rocca”



Di Dave Pollard

Solo un decennio fa, facevo parte del nocciolo duro di una squadra per la strategia e l'innovazione per un'enorme agenzia di consulenza multinazionale e scrivevo esuberante sul mio (a quel tempo nuovo) blog sull'innovazione e la tecnologia e come avrebbero probabilmente salvato il mondo. L'immagine sopra della Sintesi del Forum sulla Nuova Economia del Credit Suisse First Boston, descrive un “processo di sviluppo tecnologico” universale popolare a quel tempo. Uno dei principali relatori aziendali di quei giorni eccitanti era Chris Christensen, autore de Il dilemma dell'innovatore, che ho più o meno idolatrato.

E poi è successo qualcosa. La mia ricerca sulla storia dell'innovazione e della tecnologia mi ha suggerito che, piuttosto che essere il risultato di un processo rigoroso, di eccellenza inventiva, la maggior parte delle tecnologie durature di un qualche valore sembravano essere il risultato di incidenti fortuiti o erano il prodotto di scarto da buttar via di programmi militari massicci e scandalosamente costosi. La scienza della complessità a quel punto stava gettando seri dubbi su molte teorie accettate sul modo in cui avviene realmente il cambiamento nelle organizzazioni e nelle società. Il libro di Ronald Wright Breve storia del progresso e lavori analoghi di Jared Diamond ed altri, sostenevano che il 'progresso' fosse un'illusione e che tutte le civiltà collassano inevitabilmente (portandosi con sé la capacità di sostenere le loro tecnologie).

In realtà è probabile che abbiamo vissuto più sani, felici (e spesso più a lungo, quando non venivamo mangiati dai predatori) in tempi preistorici, sembra, molto prima delle invenzioni – o più precisamente le scoperte – delle prime grandi tecnologie (la freccia, il fuoco, la ruota e poi il linguaggio astratto e, più tardi, l'agricoltura – che Richard Manning, in Contro il grano, dice che dovrebbe più precisamente essere chiamata “agricoltura catastrofica”), permettendo l'evoluzione umana innaturale che chiamiamo “insediamento”. L'insediamento ha portato con sé una bufera di nuovi problemi da risolvere per la tecnologia (più in particolare malattie infettive ed emotive) ed ogni nuove tecnologia dalle buone intenzioni ha prodotto ancora più problemi, probabilmente maggiori di numero, dimensione e intrattabilità, dei benefici che le tecnologie precedenti hanno fornito.

Delusione e disillusione

Niente di nuovo in tutto questo. Nel 1994, nel suo libro "Ricominciare", David Ehrenfeld ha descritto il sostegno tecnologico alla nostra civiltà come un volano lacero, sovradimensionato, rattoppato ed arrugginito, che gira sempre più veloce e che ora comincia a tremare a a gemere man mano che inevitabilmente si sfalda. Nel decennio scorso, la disillusione verso l'innovazione e la tecnologia è cresciuta. Il lavoro di Christensen è stato ampiamente discreditato da una revisione, col senno di poi, che suggerisce che le aziende “innovative” alla fine non vanno meglio di quelle che hanno “disgregato”. Uno studio recente di Peter Thiel sul MIT Technology Review afferma che “la tecnologia è in stallo dal 1970”. Man mano che il potere multinazionale si è consolidato in sempre meno mani, spiega, c'è sempre meno motivazione all'innovazione e più ricchezza per comprarla fuori e soffocarla, con l'aiuto degli eserciti di avvocati della Proprietà Intellettuale.

La mia stessa ricerca degli ultimi anni sostanzia questa affermazione. La cosa più importante che ho imparato da 35 anni nella (e studiando la) cultura organizzativa, è stata che la dimensione è nemica dell'innovazione e che gran parte delle cose creative utili che avvengono in grandi organizzazioni accadono attraverso soluzioni alternative di persone in prima linea, nonostante, non grazie al, tono del processo culturale stabilito dall'alto. Ripensando ai centinaia di programmi e progetti strategici, costosi ed orientati al cambiamento in cui sono stato coinvolto (compresi numerosi che ho condotto io stesso) non è rimasto quasi niente da mostrare di loro dieci, o persino cinque, anni dopo che sono stati condotti.

La critica più schiacciante alla tecnofilia Kurzweiliana che tante persone brillanti ora abbracciano proviene da John Gray, che dedica un intero capitolo del suo libro Cani di Paglia a smontare le nozioni idealistiche ed acritiche secondo le quali la tecnologia, sul lungo termine, migliora costantemente e a volte in modo impressionante le nostre vite. Gray scrive:

“Se c'è una cosa sicura di questo secolo è che il potere conferito “all'umanità” dalle nuove tecnologie sarà usato per commettere crimini atroci contro di essa. Se diventa possibile clonare gli esseri umani, verranno riprodotti soldati nei quali le normali emozioni umane sono stentate o assenti. L'ingegneria genetica potrebbe permettere di estirpare malattie secolari. Allo stesso tempo, è probabile che sia la tecnologia scelta per i genocidi futuri. Coloro che ignorano il potenziale distruttivo delle nuove tecnologie possono farlo solo perché ignorano la storia. I progrom sono vecchi quanto la cristianità, ma senza ferrovie, il telegrafo e i gas velenosi non ci poteva essere alcuno Olocausto. Ci sono sempre state tirannie, ma senza i moderni mezzi di trasporto e di comunicazione, Stalin e Mao non avrebbero potuto costruire i loro gulag. I peggiori crimini dell'umanità sono stati resi possibili solo dalla moderna tecnologia”.

Presto per essere una cosa del passato

Sia che crediamo che l'innovazione e la tecnologia rendano il mondo migliore o peggiore, oppure no, ora ci sono prove schiaccianti che sono insostenibili in ogni caso. Fra la sovratensione economica, la dipendenza energetica e la rovina della nostra atmosfera e di altri ambienti da parte della nostra civiltà e delle sue tecnologie, ora è quasi inevitabile che vedremo presto un collasso che farà sembrare la Grande Depressione, e forse anche la precedente quinta estinzione della vita sulla Terra, un nonnulla.

Questo collasso ci richiederà di vivere una vita molto più semplice, più locale, diversa e dipendente dal luogo. Siamo destinati ad essere molto nostalgici dei buoni vecchi tempi della tecnologia moderna appena se ne va, cosa che è probabile che accada presto. La tecnologia moderna richiede energia a buon mercato e, malgrado i recenti giochi di potere fra Stati Uniti e Russia stiano temporaneamente ed artificialmente abbassando i prezzi del petrolio, lo finiremo rapidamente. La tecnologia richiede standardizzazione e globalizzazione su vasta scala e, senza petrolio a basso prezzo, lavoro straniero a basso prezzo e materie prime a basso prezzo, nessuno dei quali è sostenibile, non possiamo aspettarci che duri ancora a lungo. Un barile di petrolio sostituisce il lavoro di sei anni di una persona e quando quei barili diventeranno indisponibili o inaccessibili, la grande maggioranza di ciò che noi tutti facciamo cambierà drasticamente.

Ma almeno, si potrebbe insistere, Internet sopravviverà e permetterà ad altre tecnologie di continuare a prosperare anche se devono essere prodotte e fatte funzionare in modo più frugale e locale. Dmitry Orlov, come spiega ne Le cinque fasi del collasso, non pensa che sia così e il costo impressionante e il tempo richiesto per mantenere a galla Internet quando l'economia è in caduta libera sembrano completamente insostenibili man mano che i nodi dei server diventano articoli di lusso e il tempo delle persone viene reimpiegato per vivere adeguatamente nel mondo reale. Analogamente ad altre tecnologie sui cui poniamo grandi speranze per il nostro futuro o che siamo arrivati a dare per scontate: pannelli solari ed altri beni costosi e dipendenti dalle risorse; la macchina privata; i voli aerei non di emergenza; i prodotti miracolosi delle industrie farmaceutiche e plastiche (comprese le fibre sintetiche); l'agricoltura industriale; i mass media e qualsiasi cosa che dipenda da una rete elettrica o di comunicazione affidabile e coerente.


La vita dopo la falsa speranza

Come sarà la vita senza le tecnologie alimentate dal petrolio? Varierà enormemente da una comunità, sempre più isolata, all'altra. Molto dipenderà dallo stato della terra (la qualità del suolo, la sua capacità di produrre cibo sostenibile, la vicinanza a fonti di acqua pulita e salutare, la sua vulnerabilità alle siccità, alle alluvioni, alle pandemie e ai disastri naturali indotti dal cambiamento climatico), dal numero di persone della comunità che devono essere sostenute, la loro coesione come comunità e la loro salute fisica e mentale, dalle competenze e capacità essenziali. Dipenderà dalla nostra capacità collettiva di vivere adeguatamente, non in modo stravagante, e di essere resilienti al cambiamento. Dmitry Orlov, in Le comunità che si adeguano (Communities That Abide), dice che tali comunità hanno bisogno di tre qualità: (1) autosufficienza, (2) capacità di autoorganizzarsi e recuperare di fronte alle calamità e (3) mobilità: non essere legate a nessuno luogo. Le più moderne tecnologie non si adattano bene ad un modello del genere.

Ronald Wright non solo ha scritto il summenzionato Breve storia del progresso, ma anche il racconto Una storia d'amore scientifica (A Scientific Romance), che dipinge la vita quotidiana del Regno Unito secoli dopo il collasso. Quando l'ho letto, sono rimasto colpito da quanto la nostra antica natura umana (come spazzini, più come corvi che come mammiferi) emerga nella sua visione e quanto il mondo che descrive risuoni col mondo descritto nel libro di Pierre Berton La Grande Depressione. Entrambi i libri descrivono mondi che accettano (o anche si rassegnano), che sono auto-sostenuti, pieni di sforzo e gioia e solo occasionalmente (e anche brevemente e spettacolarmente) violenti.

Entrambi i libri descrivono persone che inizialmente cercano di perpetuare le proprie tecnologie, di farle illogicamente funzionare in un mondo in cui l'infrastruttura di base non può più sostenerle. E entrambi i libri descrivono come le persone alla fine lasciano perdere queste tecnologie e si liberano dalla loro dipendenza. Non è così terribile, un mondo senza tecnologie moderne e Internet. E' il mondo a cui si anela nel libro di Mark Kingwell Il mondo che vogliamo e in quello di Thomas Princen La logica della sufficienza, anche se questo non avverrà nel modo così elegante che gli autori avevano sperato. La tecnologia ci ha sempre offerto una falsa speranza e continua a farlo (l'ultimo “miracolo” tecnologico che ci è stato venduto è il fracking). Prima e più gentilmente la lasciamo perdere, e la nostra dipendenza da sistemi che sottende in modo così precario, prima e più gentilmente possiamo cominciare a farci strada verso uno stile di vita più resiliente.

La saggezza dei corvi

I corvi, un successo evolutivo spettacolare sia con sia senza di noi, hanno hanno molto da insegnarci e da mostrarci a questo proposito. Non hanno quasi nessuna tecnologia e quelle che hanno scoperto (per esempio l'uso di bastoncini uncinati) le prendono alla leggera, usandole per impieghi non essenziali e di divertimento. Hanno un sofisticato senso del divertimento ed usano creativamente il loro tempo libero in modo gioioso ed esuberante ogni qualvolta e ovunque sia disponibile. Amano, sostengono ed insegnano agli altri senza aspettarsi reciprocità. Si adattano ai luoghi, al posto di tentare di adattate scioccamente gli ambienti che hanno scelto a loro. La falsa speranza della tecnologia ci può portare solo alla delusione, al dolore e alla sofferenza. E' tempo di imparare a lasciar perdere, gradualmente ma a partire da adesso, e abbandonare i nostri sogni di tecnologie “intelligenti” che sono troppo intelligenti per il nostro bene. Facendo così, non abbracceremo il progresso e la saggezza delle masse (crowds), ma la resilienza e la saggezza dei corvi (crows).