Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 27 novembre 2014

Petrolio: la quiete prima della tempesta, secondo la IEA

Da “Oil Man”. Traduzione di MR

La IEA avverte nel suo ultimo rapporto annuale: il pianeta petrolio sta per entrare in una zona ad altissimo rischio, nonostante ciò che potrebbe far pensare l'attuale prezzo dell'oro nero. Conseguenza della rivoluzione del petrolio “di scisto” negli Stati Uniti e del rallentamento della crescita mondiale, la spettacolare riduzione dei prezzi del barile minaccia di prosciugare gli investimenti indispensabili per allontanare lo spettro del picco del petrolio, conferma la IEA.

Il capo economista della IEA Fatih Birol, avverte:

“L'immagine a breve termine di una mercato del petrolio ben approvvigionato non deve mascherare i rischi futuri (…), nella misura in cui aumenta la dipendenza nei confronti dell'Iraq e del resto del Medio Oriente”. 




Crescita prevista della produzione mondiale di greggio (la produzione attuale è dell'ordine dei 90 milioni di barili al giorno) Fonte: IEA, 2014.

Il dottor Birol non si arrischia a dire quanto tempo potrebbe durare l'attuale crollo del prezzo del barile (tuttavia, a margine di una presentazione a Brussels, evoca a mezza voce un periodo di due anni), ma secondo lui, la tendenza a lungo termine è necessariamente al rialzo del prezzo dell'oro nero: Egli prevede:

“Tenuto conto dei tempi necessari per sviluppare i nuovi progetti di estrazione, le conseguenze di una mancanza di investimenti potrebbe impiegare del tempo a materializzarsi. Ma cominciano ad accumularsi nuvole sull'orizzonte a lungo termine della produzione mondiale di petrolio; sono foriere di possibili condizioni di tempesta di fronte a noi”. 

La linea della potenziale tempesta emerge esaminando il grafico della IEA riprodotto qua sotto:

- il boom della produzione americana dovrà finire prima della fine del decennio (conformemente alle diagnosi più recenti dell'amministrazione Obama);

- al di fuori degli Stati Uniti, non ci sono repliche significative da aspettarsi dal boom del petrolio “di scisto” (o di roccia compatta, per essere più precisi);

- i petroli non convenzionali nordamericani (petrolio di roccia compatta negli Stati uniti, sabbie bituminose in Canada) non saranno sufficienti da soli ad apportare una compensazione delle fonti convenzionali di petrolio in declino;

- già più che delicato da conservare da quando il barile è sceso sotto i cento dollari (in particolare per le "majors"), il gigantesco sforzo di investimento – dell'ordine dei 500 miliardi di dollari l'anno – necessario al fine di compensare il declino naturale del numero delle vecchie e più grandi fonti di greggio e giunte alla maturità, è più difficili da sostenere in particolare ora che il barile è crollato sotto gli 80 dollari , rileva la IEA, in particolare per quanto concerne le sabbie bituminose e le trivellazioni ultra profonde al largo del Brasile. In giugno, quando il barile era ancora a 115 dollari, la compagnia petrolifera francese Total ha riposto negli scaffali un progetto da 10 miliardi di dollari in Canada, perché non offriva un rendimento sufficiente. Ormai, segnala il Financial Times, emergono problemi molto consistenti di redditività dei progetti offshore e rapporti di tensioni vive condivise dai paesi membri dell'OPEC. Il ritmo delle trivellazioni del petrolio di roccia compatta negli Stati uniti sembra flettere in queste ultime settimane, constata altrove l'agenzia Bloomberg;

- last but not least (at all), in rosso sul grafico, quello che si chiama “Medio Oriente” corrisponde essenzialmente alla crescita attesa della produzione di greggio iracheno. Comprenderete le vertiginose implicazioni geostrategiche – agghiaccianti? - dell'importanza futura, ben più cruciali di oggi, attribuite dalla IEA alla produzione irachena (paese più o meno in stato di guerra o sotto embargo da 34 anni), mentre il dottor Birol constata, senza sorpresa, che “l'appetito” degli investitori per l'Iraq sembra di questi tempi un po' ridotto...

Sul fronte del clima, l'accordo fra Stati Uniti e Cina siglato la settimana scorsa è a giusto titolo qualificato come “storico” da fatih Birol.

Il presidente Barack Obama ha impegnato gli Stati uniti a ridurre dal 26 al 28% le loro emissioni di CO2 nel 2025 in relazione al loro livello del 2005. Il presidente cinese Xi Jinping, in cambio, assicura che le emissioni cinesi raggiungeranno un picco “verso il 2030”.

Questo accordo è “storico” se non altro perché conferma la probabilità molto alta di un'alterazione irreversibile del clima, anche se, ancora una volta, non è una sorpresa.



Il futuro del carbone cinese è l'altra grande novità celata nel rapporto annuale della IEA:
il grafico della IEA (con “un alto livello di certezza”, precisa Fatih Birol) sull'avvio corrente di un picco del consumo cinese di carbone.


IEA, 2014.

Con quale energia ha scelto la Cina di alimentare prioritariamente la propria economia, riducendo l'intensità delle proprie emissioni di gas ad effetto serra?

Lo sviluppo del nucleare in Cina promette di essere non meno spettacolare di quello delle energie rinnovabili pianificato da Pechino:


Evoluzione della potenza nucleare installata da qui al 2040. IEA, 2014.

130 GW in più nel 2040, è quasi più del doppio del parco nucleare francese e più del 30% della totalità del parco nucleare americano, il primo del mondo. La Cina attualmente dispone di una capacità nucleare di 12 GW.