Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 3 aprile 2014

Tappare le crepe del muro della realtà col nastro adesivo

Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR


di Antonio Turiel

Cari lettori,

i segni evidenti del degrado sociale avanzano senza sosta. Nel caso della Spagna, lo scontento si è manifestato sabato scorso in una grande manifestazione a Madrid (foto iniziale di questo post), culmine delle cosiddette Marce della Dignità che durante le settimane precedenti sono avanzate da un punto geografico della Spagna, sotto l'indifferenza generale dei mezzi di comunicazione. La morte domenica del primo presidente del Governo spagnolo da quando è stata restaurata la democrazia, annunciata dal venerdì precedente (cioè da giorno prima della manifestazione) è servita a mettere la sordina mediatica a quella che probabilmente è stata una delle più grandi manifestazioni vissute a Madrid (e alla quale le fonti ufficiali hanno ridicolmente assegnato una partecipazione di sole 50.000 persone).

Non è una coincidenza. Nella misura in cui si incrina il muro di sicurezze sul quale è stato costruito lo Stato di Benessere e vengono compromesse le basi stesse del capitalismo come lo si è inteso durante gli ultimi secolo, i mezzi di comunicazione, sempre più ostaggi dei grandi gruppi economici che li possiedono, continuano ad abbandonare il proprio obbligo di informare e lo sostituiscono con la necessità di fare propaganda. Propaganda che cerca di addormentare le coscienze e di rassicurare. Ma le sicurezze di cui parliamo hanno una base fisica nella disponibilità di materie prime e di energia. Sono quattro anni che lo ripetiamo: questa crisi non finirà mai, finché i dettagli concreti del corso degli eventi non cambiano questo fatto semplice e poco discutibile quando si osserva con un po' di razionalità.

E tuttavia si discute, con sempre maggior veemenza e urlando sempre di più; la propaganda è focalizzata a tappare col nastro adesivo le crepe sempre più grandi nel muro della realtà. E anche se non potranno evitare il suo crollo finale, possono però contribuire, e tanto, a creare un'immagine completamente distorta di quello che sta succedendo, a introdurre abbastanza rumore nella comunicazione per fare in modo che una grande massa di persone accetti rassegnata e docilmente il cammino della Grande Esclusione.

Durante i prossimi anni saremo sopraffatti da notizie false di abbondanza energetica, alcune completamente nuove, alcune che stanno già comparendo e alcune altre che verranno riciclate dal passato recente. Ho creduto conveniente fare qui una piccola guida di alcune delle menzogne e scuse che verranno usate nei media per togliere importanza al problema energetico e che tenteranno di far credere che l'origine dei nostri problemi sono altri gruppi umani e non il nostro modello economico assurdamente insostenibile. Non posso prevedere tutte le cose che diranno, ma spero che questi appunti servano a qualcuno da guida, da faro nel mezzo della tormenta che si avvicina.

Il prezzo del petrolio: Voglio illustrare questa discussione con un piccolo aneddoto che mi riguarda. Poco tempo fa ho visto un una discussione di Burbuja.info dove prendono gioco di me per quella che chiamano la mia “fallita previsione sul prezzo del petrolio”. Ad iniziare la discussione è stato l'illustre Alb, che ha imperversato tanto qui col suo sogno (quello si che non si è materializzato) dell'introduzione esplosiva dell'auto elettrica e che ovviamente ha deciso di fare contro di me la sua crociata personale (come dimentica tutto le critiche che mi aveva fatto per che avevo detto nel 2010 che il 75% dei giacimenti di petrolio sarebbero decaduti a un tasso di quasi il 6% all'anno, quando nel 2013 la stessa IEA riconosce che decade già a questo tasso il 100% dei giacimenti attualmente sfruttati). Il fatto è che nella sua critica, Alb mette il link all'immagine di apertura del post (che non è mia, ma di Dave Cohen)


e dice: “Guardate quanto sono sbagliate le previsioni di Turiel, quando in realtà il prezzo si è comportato così”:



Lasciando perdere il fatto che né lui né quelli che commentano si sono scomodati a leggere il post in questione e vedere tutte riserve che li si esprimevano (per esempio, testualmente: “In realtà tutto questo [il post] è del tutto speculativo; ci sono molti fattori non lineari che favoriranno il fatto che i ritmi siano sempre più rapidi di quanto qui indicato e altri che che favoriranno il rallentamento del prezzo, ma come conseguenza di una grande devastazione dell'economia”), la cosa veramente curiosa è che nessuno si è disturbato nemmeno nel mettere i due grafici insieme per vedere fino a che punto il grafico di Dave Cohen (rozzo ed approssimativo, visto che il punto da mostrare era il comportamento generale qualitativo, non quello quantitativo) somigliava alla realtà:


La corrispondenza è fatta a mano libera, ma anche così è impressionante come la previsione di Dave Cohen abbia colto correttamente la tendenza e una parte significativa della volatilità (sicuramente meglio di quello che hanno fatto in quel periodo tanto lungo di tempo molti analisti professionisti che guadagnano stipendi a sei cifre). E se in qualcosa sbaglia la previsione di Dave Cohen, come anche sbagliava la mia (anche quella qualitativa, come saprà chi ha letto il post), è in cui i prezzi non scendono tanto fra i picchi consecutivi (e che il secondo picco non è tanto elevato) per le ragioni che indicavo nel paragrafo che ho evidenziato nel mio post, che in questo caso si chiama fracking, una tecnica per la quale gli Stati Uniti sono riusciti a produrre 2,5 milioni di barili al giorno di petrolio che in condizioni di libero mercato non sarebbero sfruttabili e se lo sono e grazie alla tecnica di esportare inflazione nel resto del mondo, cioè, deteriorando l'economia del resto del mondo (in prima istanza quella dei suoi fornitori, anche se questi addossano i loro dollari sopravvalutati ai loro stessi fornitori fino a far cadere il peso dell'inflazione implicita sugli ultimi anelli della catena, che di solito sono i paesi che forniscono le materie prime). Ma anche così questo “petrolio subprime” (un'espressione fortunata di Rafa Íñiguez) è costato caro alle grandi multinazionali del petrolio, che, come abbiamo già spiegato, stanno tagliando le spese a tappe forzate con conseguenze prevedibilmente disastrose sulla produzione di petrolio a breve termine. Come questo condizionerà il futuro prezzo del petrolio dipende da molti fattori (come, per esempio, se gli Stati vengono in soccorso dei giacimenti non redditizi, sottraendo per questi risorse che non arriveranno più al resto della società), ma ciò che è ovvio è che tanto se la volatilità è selvaggia, come se il prezzo si mantiene semplicemente alto, in ambo i casi sarà a costo di un impoverimento della società.

In realtà, la questione chiave non è il prezzo (rappresentazione del valore) ma la produzione di petrolio e più nello specifico l'energia netta che ci resta (il valore in sé, visto che è con l'energia che si effettua il lavoro utile) e per questa le previsioni non possono essere più tetre. Tuttavia, è più che prevedibile che durante i prossimi anni tutta la discussione si centrerà sul prezzo del petrolio, cercando ad ogni piè sospinto la scusa del giorno per giustificare le sue variazioni. Per un po' si è riusciti ad occultare il declino dell'energia netta (che in realtà è iniziato nel 2010) semplicemente aggiungendo più volume di petrolio senza nessun guadagno reale di energia, ma in poco tempo il volume di petrolio greggio diminuirà e non molto dopo anche il volume di tutti i liquidi mostrerà segni di decadenza. Sarà il tempo di guerre e rivolte e in quel momento le scuse di distrazione tenderanno ad essere altre. Tenendo conto di questo, stimo pertanto che le discussioni vuote sul prezzo del petrolio dureranno altri cinque anni da adesso, approssimativamente.

Di sicuro per ironia della sorte, nonostante la quantità di articoli dall'inizio di questo blog e dei discorsi registrati per anni in cui ho ripetuto che l'importante è la produzione e non il prezzo, ancora leggo che è una cosa nuova che dico adesso “perché mi sono sbagliato nelle mie previsioni sul prezzo”.


La scarsità è originata dalla guerra, quando questa finisce tutto si risolve: Prima o poi i conflitti che si stanno scatenando in tutto il globo finiranno per colpire un produttore importante di petrolio. In quel momento sarà evidente che c'è davvero un problema con la fornitura di petrolio, dato che mancherà realmente nell'opulento occidente indipendentemente dal prezzo che si è disposti a pagare. Siccome nessuno metterà le cifre in prospettiva, nessuno metterà nel conto che la diminuzione di produzione di 2 o 3 milioni di barili al giorno rappresenta soltanto il 2,2 o il 3,3% dei 90 milioni di barili al giorno che si consumano nel mondo e che una diminuzione così, anche se brusca, è relativamente piccola e se ci sono problemi per compensarla è perché il resto dei produttori realmente non possono mettere una sola goccia in più nel mercato, perché loro stessi si trovano in declino produttivo o prossimi ad esserlo. Tutto lo sforzo di analisi si centrerà nell'analisi della guerra, su come il paese in questione sia il quarto o il settimo maggior produttore del mondo, come se questo spiegasse il motivo per cui non si può superare il problema della fornitura; nessuno spiegherà nemmeno che quella piccola percentuale di volume di petrolio rappresenta un volume più grande e pertanto significativo dell'energia netta del petrolio che arriva alla società, perché tutto il maquillage contabile della falsa categoria "tutti i liquidi del petrolio" nasconde la realtà di ciò che vale e ciò che non vale. Con la mancanza repentine del greggio e lo sforzo della guerra, la popolazione dei paesi occidentali si vedrà obbligata a misure drastiche di riduzione del consumo, ma se per caso qualcuno osasse collegare la scarsità del prezioso liquido col picco del petrolio, qualche analista economico di guardia se ne uscirà a dire che tale affermazione è una barbarie, che la scarsità è causata “artificialmente” e che è “temporanea”, che finirà “quando finisce la guerra e torna l'investimento”, visto che il mondo nuota nel petrolio e nei suoi succedanei. Anche se al lettore attento non quadrerà poco un tale scenario di pretesa abbondanza coi problemi che starà causando la mancanza di produzione di un solo paese le cui esportazioni, inoltre, era da tempo che stavano diminuendo, alla maggioranza della popolazione tale spiegazione quadrerà.

Tuttavia, la piaga crudele della guerra non solo chiederà non solo il suo infelice ed evitabile pedaggio di vite umane, ma causerà che la produzione del paese colpito non torni mai ai livelli prebellici. Pensate per esempio al caso della Libia: vedendo che le sollevazioni popolari non riuscivano a rovesciare Gheddafi, i paesi occidentali hanno scatenato una guerra lampo che ha causato la caduta a picco della produzione nel 2011, ma come mostra questo grafico di Flussi di Energia durante il 2012 la produzione non ha ancora recuperato i livelli di prima della guerra:


Come vedete, la Libia non ha recuperato mai il livello di produzione di petrolio che aveva nel 1970, circa quando Muhammar Gheddafi è giunto al potere rovesciando il re Idris. Quando sembrava che la produzione tornava a risalire, la guerra col Chad prima e le rappresaglie per l'attentato di Lockerbie poi, con l'embargo che è seguito agli attacchi americani, hanno portato ad un nuovo contraccolpo con successiva stagnazione. E quando di nuovo la cosa sembrava che stesse per riprendere, sembra che sia arrivato il picco del petrolio della Libia (verso il 2008 circa). E poi la guerra. Se si guarda più in dettaglio quello che è successo negli ultimi anni si vede che la situazione in Libia è lungi dall'essere stabilizzata: 


Ci sono due ragioni per questo: una sopra ed una sotto il suolo. Sopra il suolo abbiamo un paese in una situazione convulsa, instabile, con frequenti proteste (come quelle che hanno chiuso il giacimento elefante in data recente) che finiscono per interrompere parzialmente il flusso di petrolio. Ma ci sono anche ragioni sotto il suolo: mantenere in buone condizioni di sfruttamento un giacimento vecchio non è facile, visto che si deve iniettare continuamente gas o acqua in pressione e se a causa di una guerra tale flusso si interrompe, ristabilirlo non è tanto semplice, visto che mancando la pressione supplementare la porosità della roccia può diminuire e andare lentamente verso il collasso per azione della pressione. Inoltre, esistono molte installazioni dal pozzo alla raffineria o al magazzino che richiedono una manutenzione continua e che si vedono seriamente colpite da un'interruzione dell'attività per settimane, per non dire mesi. Questo fenomeno è stato osservato in molti paesi in guerra (Iraq, Iran, Siria), con sollevazioni sociali (Venezuela) o che hanno subito un collasso sociale (Russia, dove il livello di produzione non è mai tornato ai livelli del 1980). E' per quello che qualsiasi paese che si veda coinvolto in un conflitto su grande scala difficilmente potrà recuperare il proprio livello di produzione di petrolio precedente. 

Possiamo fare pressione sui produttori di petrolio perché producano di più: La situazione attuale con la Russia mostra fino a che punto il mondo è cambiato senza che ce ne rendessimo conto. L'Europa minaccia di sanzionare la Russia per l'occupazione della Crimea, ma in pratica è un leone con gli artigli di velluto: il 26% del gas e il 40% del petrolio consumati in Europa vengono dalla Russia, così che in realtà è più la Russia quella che ci può danneggiare, piuttosto che il contrario. Gli americani, da parte loro, si sono imbarcati in una ruota di fantasie pericolose. Da un lato vogliono esportare in Europa le loro eccedenze di gas da fracking (senza tenere conto che la bolla ha i giorni contati e che sarà scoppiata per quando finissero di costruire le costosissime installazioni di liquefazione del gas per il trasporto nella altrettanto costosissime navi metaniere). Dall'altro stanno tentanto di convincere i sauditi di inondare il mondo di petrolio a basso prezzo e far così sprofondare l'economia russa; essenzialmente lo stesso trucco che usarono negli anni 80 e che ha tanto aiutato all'affondamento dell'Unione Sovietica. Tuttavia, a differenza di 30 anni fa, l'Arabia Saudita non ha più capacità inutilizzata, ha solo l'apparenza di averla e tanto meno gli Stati Uniti diventeranno il primo produttore di petrolio del mondo grazie al fracking. Cioè, la capacità reale di far pressione sulla Russia è nulla e in realtà è la Russia che ha il coltello dalla parte del manico, soprattutto se decidono di eliminare il dollaro dalle loro transazioni di petrolio, come si è già accordata con la Cina. La distanza tremenda fra il mondo in cui crede di vivere l'opinione pubblica occidentale e quello in cui vive realmente darà luogo, nei prossimi anni, a dichiarazioni assurde e situazioni ridicole che sarebbero divertenti se non fossero tanto gravi e tanto tristi. 

Diverse illusioni nel mondo degli idrocarburi: Mentre la guerra va mostrando i suoi artigli neri in un confine o nell'altro del pianeta, i portavoce dell'abbondanza in Occidente annunceranno che stanno sul punto di arrivare in nostro aiuto nuove fonti di idrocarburi. Dieci anni fa erano i biocombustibili che dovevano salvarci e si è già visto che non sarà così; 5 anni fa la panacea erano i petroli super pesanti e come bandiera su scala mondiale avevamo le sabbie bituminose del Canada (seguite da vicino dai petroli della Cintura dell'Orinoco in Venezuela), ma si è visto che anche queste hanno troppi limiti per cambiare sostanzialmente la situazione. Ora si spinge il fracking come metodo fantastico per estrarre gas in tutto il mondo e petrolio leggero in alcune zone, ma è sempre più evidente che è una risorsa dal rendimento molto basso e che in realtà non è altro che una bolla finanziaria sul punto di scoppiare. E così, siccome il gas da fracking è sempre stato una rovina e si prepara già per una rapida discesa, il petrolio da fracking, sebbene per poco giungeva ad essere redditizio, sta già cominciando ad avere il respiro affannoso.  


Immagine dell'articolo “Texas RRC Crude and Condensate Data, Is Eagle Ford Peaking?" http://peakoilbarrel.com/texas-rrc-monthly-update/ 

Da qui a due o tre anni comincerà ad essere evidente che il fracking non cambierà il mondo né, tanto meno, sosterrà la fantasia secondo la quale gli Stati Uniti saranno indipendenti energeticamente; e entro 5 anni il fracking sarà praticamente dimenticato (anche se quando si tira fuori il tema l'esperto di turno di energia dirà che è stato abbandonato “per un eccesso di regole da parte degli Stati”, dando da intendere che i governi abbiano ceduto all'isteria ecologista disinformata). E cosa viene dopo il fracking? Torneranno i miti ricorrenti degli ultimi 10-20 anni: il petrolio dell'Artico, le formazioni pre-sale del Brasile e della costa africana occidentale, gli idrati di metano, comprese le risorse dell'Antartide, se audaci... Si faranno nuove e costose campagne per cercare di dimostrare la capacità commerciale di tutte queste risorse, i quotidiani si faranno eco del fatto che sono già qui, che quasi le possiamo toccare con la punta delle dita, ma non arriveranno mai ed essere sfruttate su scala significativa, visto che se tutte quelle che abbiamo gia enumerato sono di cattiva redditività, queste altra sono direttamente rovinose già nella fase di investimento precedente. Tuttavia, le fanfare della stampa faranno credere a più di uno che “il problema del petrolio” (del quale si sarà sempre più consapevoli) è sul punto di essere risolto.

Il carbone: C'è chi linka i miei articoli annunciando una rinascita del settore del carbone in Spagna, forse senza vedere che in realtà tutta la nostra società è minacciata dalla scarsità energetica e che forse, perché siano energeticamente redditizie, queste miniere di carbone in Spagna, si finisce per sfruttarle con schiavi umani, di fatto o di diritto. La cosa certa è che l'energia del futuro è l'energia del passato: in tutto il mondo il consumo di carbone sale, sale più in fretta da quando il consumo di petrolio è stagnante e molto presto il carbone supererà il petrolio come prima fonte di energia primaria su scala mondiale (se non l'ha già superato). Il problema col carbone è che ci si attende che anch'esso giunga al suo picco entro pochi anni; per esempio, secondo la previsione del Energy Watch Group si pensa che il suo massimo (in energia prodotta) sarà verso il 2020:


Bisogna evidenziare che, a causa delle caratteristiche geologiche del carbone (può essere estratto praticamente a mano se così è richiesto, al contrario di petrolio e gas), è possibile che si possa ritardare leggermente il suo picco ed allungare il plateau produttivo (in linea con ciò che mostra già il grafico sopra). Il che non rappresenta necessariamente delle buone notizie dal punto di vista del carico umano che dovrà sopportare questa società basata sull'estrazione dell'ultimo carbone, redditizio solo in condizioni penose di estrazione. In ogni caso, e anche nelle migliori condizioni di sfruttamento, il carbone non ci permetterà di tornare ai ritmi crescenti del passato; è solo una pausa, un “vecchio amico fedele” che ci può aiutare per un po' se siamo capaci di sfruttarlo (anche se dato il suo impatto ambientale bisognerebbe chiedersi se vogliamo realmente il suo aiuto). Per quando la scarsità di petrolio sarà evidente, i mezzi di comunicazione ci racconteranno che degli scienziati locali hanno scoperto un metodo nuovo ed ultra efficiente per trasformare il carbone in “petrolio” (diranno così), “con un miglior numero di ottani” (in riferimento alla benzina che ne deriva) e che le riserve locali (per esempio, nel caso della Spagna) permetteranno di assicurare la fornitura del paese per almeno 200 anni. In realtà la scoperta sarà una piccola miglioria del processo centenario di Fischer-Tropsch, conosciuto ed usato da molto tempo, e l'esagerazione provvederà, come sempre, a confondere riserve (ciò che si può estrarre dal suolo) con la produzione (a che velocità si estrae). Nella pratica la società spagnola ed altre in situazioni simili dovrà imparare a fare con meno idrocarburi liquidi, che verranno riservati per i servizi cruciali, mentre il carbone da bruciare nelle caldaie per il riscaldamento sarà un lusso non alla portata di tutti.

C'è scarsità perché la si vuole, abbiamo energia rinnovabile da dare e regalare: Questo tema è stato trattato per esteso su questo blog. L'energia rinnovabile è senza dubbio quella che ci resterà nel futuro a lungo termine, ma non può compensare nemmeno lontanamente il tremendo buco che si sta lasciando dietro di sé il petrolio e che si lasceranno dopo qualche anno in più gas e carbone. Le rinnovabili hanno molti limiti, tanto quelli associati con le necessità di capitale, di materie prime, di ubicazioni per i pannelli fotovoltaici e per gli aerogeneratori ed hanno anche limiti al proprio potenziale massimo (tanto l'eolico quanto il fotovoltaico – di quest'ultimo non ho ancora scritto il saggio corrispondente, per questo non c'è link). Dall'altro lato l'EROEI del fotovoltaico è basso e in generale si pone il dubbio sul fatto che l'EROEI sarebbe troppo basso senza i combustibili fossili. Sì, insomma, gli attuali sistemi di generazione rinnovabili non sono che mere estensioni dei combustibili fossili. Inoltre, vedendo come evolve il consumo di energia elettrica e comprendendo perché succede questo, si capisce che l'attuale modello di installazione di centrali rinnovabili non risolverà la crisi energetica (in parte perché ci si sta ponendo il problema sbagliato).

Nonostante quanto enumerato qui sopra, anche per troppo tempo si insisterà da parte di certi settori che questo modello di investimento in energia rinnovabile è la strada giusta, la giusta direzione. Si creeranno fazioni nel dibattito pubblico diffuso e stimolato dai mezzi di comunicazione: da un lato i difensori dei nuovi giacimenti fantasiosi menzionati sopra o di qualche altra tecno-fantasia collegata all'energia nucleare (che sia la più che improbabile fusione o i reattori di IV generazione, coi quali sono già 70 anni che si fanno esperimenti); dall'altro, i difensori di questo modello di generazione rinnovabile. L'opinione pubblica sarà convinta che convinta che queste siano tutte alternative disponibili ed assisterà al dibattito sperando che alla fine qualcuno vinca, che si trovi una soluzione ai nostri gravi problemi. Naturalmente questo non succederà mai e ci ritroveremo sempre più sprofondati economicamente, ma distratti dal credere che la nostra salvezza si radichi in questo falso ed immobile dibattito.

La chiave è la sovrappopolazione: Questo tema esce fuori alcune volte nel blog e non ha un approccio facile. Ovviamente siamo molti sul pianeta e, come alcune volte si è detto, il numero di ettari coltivabili per abitante è di solo 0,16, cioè 1.600 metri quadrati, un quadrato di 40 x

40 metri. E' nel limite della capacità di carico di un essere umano e questo con una fornitura di combustibili fossili enorme. E' pertanto ovvio che se non si prendono misure correttive verranno prese automaticamente quelle esercitate dalla Natura in questo tipo di situazioni: fame, epidemie, guerra e morte.

Un problema tanto critico e tanto delicato, che richiederebbe una gestione integrata (in modo da sfruttare le risorse non rinnovabili rimanenti per adattarci dolcemente alla capacità di sostenere la popolazione del pianeta nei prossimi decenni) non sarà affrontato affatto in questo modo e così i mezzi di comunicazione tenderanno a fare un discorso sempre più semplicistico, sempre più xenofobo e dai tratti rozzi. In un determinato momento la base sociale comunemente accettata probabilmente sarà che il nostro è nostro e che bisogna cacciare quelli di fuori che vengono ad approfittarsi di quello che è nostro (ignorando chi siamo e da dove veniamo). Visto che è un discorso semplicistico e volgare, ma facilmente popolare e per populisti, e vedendo come si sta evolvendo l'Europa in questo senso, le mie speranze che si imponga un minimo di razionalità, se sono basse rispetto al resto delle problematiche, rispetto a questa sono nulle.

I problemi col cambiamento climatico: Un altro fronte di negazione e di confusione è quello collegato al cambiamento climatico. Un anno fa ho pubblicato qui un articolo intitolato “Un anno senza estate”, del quale si sono presi gioco più volte in diversi forum di Internet con la curiosa argomentazione di “Vedi? Questo tipo si è sbagliato. Certo che c'è stata l'estate”. Chi dice questo dimostra, ancora una volta, che l'unica cosa che ha letto dell'articolo è il titolo. Per nostra disgrazia, il problema che si descriveva in quel post (la destabilizzazione della Corrente a Getto polare, che è sempre meno zonale e più meridionale) persiste, con conseguenza incerte per il nostro futuro.



Gli episodi di ondate successive di fronti di forti piogge nell'Atlantico settentrionale, lo stazionamento delle Vortice Polare nella zona orientale degli Stati Uniti e le siccità nella zona occidentale sono fortemente collegate col problema del Jet Stream e anche stando così le cose si persiste nel tentativo di disdegnare i problemi come cose che rientrano in una più o meno pretesa “normalità”. In questo senso, è impressionante vedere con frequenza nei mezzi di comunicazione come persone con conoscenze di meteorologia tendano a sminuire le tendenze attuali e per esempio spieghino che nel 1962 la temperatura minima di giugno nella Cuenca è stata inferiore a quella osservata nel 2013 o che nel 1958 ci sono state grandi mareggiate a Santander e tuttavia non sono capaci di capire che non si erano mai visti fenomeni di tale ampiezza in tutti questi luoghi contemporaneamente (è ciò che in statistica si chiama statistica comparativa marginale, di fronte alla statistica comparativa congiunta). Quando si insiste ripetutamente che per decifrare tendenze statisticamente significative è necessario vedere l'evoluzione dell'andamento climatico durante i decenni, il che è sicuro quando si parla di quelle marginali, si disdegna anche il fatto che un andamento congiunto di molti punti allo stesso tempo abbia molto più significato statistico di una serie lunga di un solo punto (a ragione di una proprietà fondamentale in Fisica Statistica: l'Ergodicità). Ciononostante si tenta di tranquillizzare la popolazione anche in presenza di fenomeni significativamente anomali e la cosa sicura è che ci si riesce. Poco tempo fa a Gijón mi hanno raccontato di come una signora che tornava a casa, nel bel mezzo di una terribile mareggiata che inondava la sua via, ha incontrato una persona che ha assistito ad un mio discorso. Lei gli ha detto che non aveva mai visto nulla di simile in vita sua. Quando lui ha commentato che probabilmente era una conseguenza del cambiamento climatico, le gli ha risposto: “Be', questo non lo vedrò mai”. E in un certo senso è vero, perché ce l'ha davanti ma non lo vede.

Alla fine, sembra un po strana l'insistenza ad usare modelli del passato per cercare di descrivere il comportamento del clima nel presente e nel futuro se si comprende che in realtà il clima sta cambiando. Fondamentalmente, potremmo dire che una parte dei meteorologi in modo implicito non crede alla validità del cambiamento climatico, visto che insistono nel credere che il futuro sia una replica del passato. Il problema più serio a breve termine con la destabilizzazione climatica è il suo effetto sulla produzione di alimenti e le possibili guerre che si possano scatenare a causa sua (le Guerre della Fame). Nonostante questo, tutti questi aspetti verranno coperti con illusioni tecnologiche di rimedi tecnici per combattere una forza che supera, in ordini di grandezza, la capacità industriale dell'Uomo e con appelli al consumo responsabile e al risparmio che in realtà occultano la necessità di consumare meno per la minore disponibilità, che a poco a poco arriverà in tutto. Quello che potrebbe finire per succedere col Cambiamento Climatico è impossibile da sapere con certezza in questo momento, anche se gli scenari di futuro, se non si facesse assolutamente niente, possono essere simili ad un racconto dell'orrore.

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La finisco qui col mio catalogo , non esaustivo, di scuse per il prossimo decennio. Alla fine, tutte le scuse hanno uno stesso punto in comune: l'opposizione ferrea al cambiamento del sistema economico con uno veramente sostenibile e la necessità di mantenere a oltranza il BAU, costi quel che costi, ingannando la gente con qualsiasi mezzo per riuscirci. Mettere in discussione le basi del nostro sistema economico è un'eresia e per questo verrà distorta la realtà quel tanto che sia necessario per mantenere l'illusione il più a lungo possibile, anche se se fosse un solo secondo in più e anche se ci lasci peggio preparati per quello che succede alla caduta del capitalismo.

Nonostante tutto quello che abbiamo detto, ultimamente si vedono alcune crepe nella compiacenza ufficiale. Da poco la Banca d'Inghilterra ha pubblicato un articolo di ricerca sorprendente che fa cadere le idee convenzionali sulla creazione di denaro, con gravi conseguenze sul significato del nostro sistema monetario. Uno studio scientifico finanziato dalla NASA da un lato e un rapporto dell'ONU, dall'altro, danno l'allarme su un collasso più che probabile della società. Anche da parte dell'economia più tradizionale, qualche giorno fa è stato pubblicato su "La Carta del la Bolsa" un articolo nel quale un economista abbastanza convenzionale conveniva, su basi completamente razionali, che la scarsità di risorse è un problema grave  che cambierà il nostro mondo. Tutto questo sarà sufficiente? Siamo in tempo per fermare la barbarie?


Saluti.
AMT