Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


sabato 2 giugno 2012

Non ce la facciamo più a evitare il cambiamento climatico, allora cosa dobbiamo fare?


Di David Schlosberg, professore di Relazioni Governative e Internazionali all'Università di Sidney, e pubblicato su The Conversation. E' un'eccellente e franca panoramica delle sfide che affronteremo e con le quali dovremo venire a patti a causa della realtà del cambiamento climatico. (Traduzione di Massimiliano Rupalti)



Quando pensiamo alle sfide che dobbiamo affrontare per fronteggiare il cambiamento climatico, è il momento di ammettere che il nostro obbiettivo politico è stato piuttosto ristretto fino ad oggi: limitare le emissioni dei sistemi basati sul carbonio. Per trent'anni, la prevenzione è stata l'obbiettivo dichiarato di gran parte degli sforzi politici, dai negoziati dell'UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) alla carbon tax. Per chiunque sia attento all'argomento, è chiaro che questi sforzi non sono stati sufficienti. Ed ora siamo entrati in una nuova era nelle relazioni fra esseri umani e cambiamento climatico, con una varietà di sfide ampie e diverse.

La prima delle sfide è ammettere che non riusciremo a fermare il cambiamento climatico. La prevenzione non è più un'opzione valida. I sistemi naturali che regolano il clima sul pianeta stanno già cambiando e gli ecosistemi che ci sostengono stanno cambiando sotto i nostri occhi.

Saremo una società che dovrà convivere con la sfida del clima per il prossimo futuro, immersa in una lunga era di adattamento. Questo è quello che dovremo fronteggiare e sono tutte questioni aperte quelle che riguardano come potrebbe essere una società adattata e come possiamo progettare una strategia per arrivarci.

Uno dei segni di speranza è che, anche se molti governi nazionali non stanno facendo niente per prevenire il cambiamento climatico, c'è una crescente preoccupazione riguardo questo adattamento a livello locale. Il cambiamento climatico sfida l'intero progetto dell'illuminismo – il sogno che la ragione ci possa guidare a svelare le verità e che queste verità portino al miglioramento ed al progresso umano.

Immaginiamo di vivere in una società razionale ed illuminata. In una società del genere, gli esperti identificherebbero i problemi da affrontare e gli obbiettivi da raggiungere in risposta alla creazione da parte nostra del cambiamento climatico. La conoscenza scientifica sarebbe rispettata ed accettata (dopo una revisione fra pari, naturalmente) e la politica sarebbe plasmata per rispondere a questo.

La realtà è che di frequente abbiamo un intervento diretto progettato esplicitamente per rompere il collegamento fra la conoscenza e la politica; abbiamo visto quanto sia facile per il potere frammentare e corrompere la conoscenza su scala globale. Di fatto, i negazionisti climatici organizzati e le figure politiche che li sostengono, hanno fatto più danni alle idee dell'illuminismo di ogni cosiddetto teorico postmoderno.

La sfida chiave dell'adattamento è ricostruire una relazione costruttiva fra la competenza scientifica, il pubblico e lo sviluppo politico. Potrebbe succedere che l'impegno necessario della competenza scientifica con le conoscenza e gli interessi locali aiuterà a ricostituire un po' di speranza di progresso umano.

Come possiamo agire in modo onesto?

Il cambiamento climatico indebolirà molti dei fondamenti ecologici della nostra capacità di provvedere ai bisogni fondamentali. Chiaramente, una delle sfide chiave sarà capire come distribuire il peso del cambiamento e come risponderemo alla vulnerabilità della gente ai cambiamenti e agli aggiustamenti climatici – dalle siccità alle alluvioni, ai problemi sanitari che vanno dalle malattie agli attacchi di cuore, alla sicurezza alimentare, alle migrazioni ambientali.

Ancora più impegnativa, comunque, è la realtà che le nostre emissioni indeboliscono gli ambienti di persone vulnerabili in altri luoghi: Bangladesh, Corno d'Africa, piccole isole-stato, New Orleans.

E, naturalmente, le nostre azioni attuali – dato il ritardo fra le emissioni e l'impatto – nuoceranno alla gente in futuro. Quindi le nostre responsabilità di giustizia ora si estendono per vaste distese di geografia e tempo.

Sono parecchie le sfide etiche da affrontare. Quindi, come potremo cominciare ad affrontare le sfide della giustizia climatica? Soprattutto, le comunità locali potrebbero essere coinvolte a fondo sia nella mappatura delle proprie vulnerabilità, sia nel determinare le politiche di adattamento. Le percezioni sulla vulnerabilità saranno diverse a seconda dei gruppi di parti interessate – indigeni, agricoltori e agenti di turismo potrebbero avere una percezione diversa di cosa è reso vulnerabile dal cambiamento climatico.

La partecipazione e la deliberazione locale – diritti fondamentali di per sé – possono aiutarci a capire e determinare i diversi bisogni ambientali locali di varie comunità e pianificare così l'adattamento. Queste strategie di adattamento possono aiutare ad affrontare la giustizia climatica.

Governare la complessità

Per tutti i cospirazionisti che pensano che il cambiamento climatico sia un complotto di sinistra per sviluppare un governo mondiale basato sull'ONU – spero stiate scherzando. L'UNFCCC rappresenta un fallimento del governo globale su una scala mai vista prima.

Potremmo avere a che fare con un problema con un livello di complessità che gli esseri umani sono semplicemente incapaci di affrontare. Il cambiamento climatico sfiderà sicuramente le nostre capacità di adattamento più di ogni altra cosa la nostra specie abbia mai affrontato.

E' un diverso tipo di problema per i governi. Richiederà risposte multi-scala, largamente distribuite, collegate in rete, flessibili, anticipatrici ed adattabili da parte dei governi dal globale fino al locale. Il cambiamento climatico richiederà un ripensamento radicale della natura stessa del concetto di governo e l'adozione di nuove forme.

Abbiamo bisogno di dare un lungo e severo sguardo a noi stessi (e alla natura)

Ma la sfida più grande del cambiamento climatico, naturalmente, è se siamo o meno capaci di cambiare le nostre attuali relazioni distruttive col resto della natura. La chiave qui è la realtà che, portando su noi stessi il cambiamento climatico, abbiamo dimostrato che il concetto stesso di come ci immergiamo nel mondo naturale e come provvediamo ai nostri bisogni fondamentali, semplicemente non funziona. Infatti, la nostra relazione con la natura sta minacciando le vite che ci siamo costruiti. Ci immaginiamo separati dal sistema e dalla relazione che ci sostiene e causiamo così queste massicce distruzioni nei processi della vita intorno a noi. Il nostro rifiuto continuato di riconoscere noi stessi come animali facenti parte degli ecosistemi ha finito col minacciare questi sistemi che ci sostengono. Questo è il nostro problema chiave, la nostra sfida principale.

Per fortuna, ci sono sempre più esempi di alternative e modelli per adattarsi ad una società sfidata dal clima. Molti gruppi e movimenti stanno ripensando e ristrutturando i modi in cui interagiamo col mondo naturale mentre provvediamo ai nostri bisogni fondamentali – riguardo all'energia sostenibile, la sicurezza alimentare locale ed anche di lavorazione e manifattura. Questi nuovi movimenti materialisti offrono modi alternativi di relazionarsi ai sistemi non umani che ci sostengono ed illustrano la possibilità di riprogettare e ristrutturare le nostre vite quotidiane basandole sulla nostra immersione nei sistemi naturali. Dopo trent'anni di fallimenti nella nostra risposta al cambiamento climatico, possiamo ancora dimostrare che gli esseri umani hanno la capacità di adattarsi.