Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 12 marzo 2017

Una narrativa per domani


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Ci siamo smarriti

Per visitare una città od una regione sconosciuta abbiamo bisogno di una mappa.   Se non l’abbiamo, o se non corrisponde a ciò che troviamo, siamo giustamente in ansia.   In molti casi, la faccenda può prendere una piega decisamente pericolosa.

Per esplorare con serenità il futuro immediato, cioè le cose che ci capitano di giorno in giorno, abbiamo ugualmente bisogno di una mappa.   Cioè di un sistema organico e coerente di idee che descrivono come è fatto il mondo e come funziona.

Di fatto oggi ci troviamo perduti in un deserto narrativo.   La fede nel progresso vacilla sempre di più sotto i colpi della realtà, ma le uniche alternative che finora si vedono sull’orizzonte sono perfino peggio. Spaziano infatti da reinvenzioni più o meno feroci di religioni tradizionali, a rigurgiti di ideologie che già hanno devastato il mondo.   In tutti i casi abbiamo un elemento comune: il focus è sulla brama di vendetta, piuttosto che sulle cose da fare per mitigare gli effetti nefasti dello scontro con i Limiti dello  Crescita globale.   Insomma, ciò che per ora emerge sono idee che hanno l’effetto di peggiorare ulteriormente i danni già fatti dal mito del progresso.   E non si tratta di una affermazione gratuita, abbiamo il riscontro sperimentale.  Per esempio in parecchi paesi arabi, dove al venire al pettine di nodi maturati nei 50 anni scorsi (crescita demografica, esaurimento delle risorse, degrado ambientale, pessimi governi, peggioramento del clima, erosione, ecc.) una percentuale sufficiente di persone ha risposto con un equivalente prosaico del biblico “Muoia Sansone con tutti i Filistei” ed i risultati sono nelle cronache internazionali.

Ciò è doloroso, ma tutt’altro che strano.  Strano, casomai, è che dopo decenni che si parla di queste cose, ancora non si veda sull’orizzonte un mito fondante capace di sostituire quello morente in modo efficace e funzionale.   Insomma, una narrativa alternativa a quella del progresso abbastanza potente da indurre una fetta consistente di umanità a reagire alle difficoltà crescenti in modo costruttivo anziché distruttivo.

Alcuni tentativi, a dire il vero ci sono stati.   Fra gli altri, possiamo ricordare la cosiddetta “ecologia profonda” (primi anni ’70) che si basava su di una sintesi fra dati scientifici e sentimenti potenti.   In parte mediati dal romanticismo europeo ed in parte da culture arcaiche.   Ma si tratta di fenomeni di ultra-nicchia, del tutto incapaci di influenzare l’evoluzione della cultura popolare.

Forse il fallimento di questo ed altri tentativi simili è dipeso proprio dal fatto che la distanza fra la mitologia proposta e quella corrente era troppo grande.   Del resto, se diamo uno sguardo al passato, le nuove religioni hanno spesso impiegato secoli per affermarsi, specialmente quando non potevano contare su di un’indiscussa superiorità militare ed una precisa volontà di conversione massiccia dei vinti.

Forse l’esempio che ci riguarda più da vicino è quello del Cristianesimo.   Nato in Palestina come riforma radicale dell’ebraismo di allora, per oltre due secoli è rimasto un fenomeno marginale nel panorama culturale dell’Impero Romano, prima di diventare oggetto di persecuzioni e quindi religione di stato.  Dunque un lungo periodo in cui si è evoluto, assorbendo e riadattando buona parte del patrimonio culturale della civiltà romana.

L’odierna mitologia del progresso, in entrambi i suoi filoni principali, quello socialista e quello capitalista, è nata nel grembo del cristianesimo e ne ha ereditato alcuni degli elementi fondanti come l’attesa messianica per una “fine dei tempi” trionfale ed una visione lineare della storia.   Anzi, è stato proprio questo retaggio che ha permesso alla nuova fede di stratificarsi sopra i culti precedenti, spesso senza neppure il bisogno di sostituirli formalmente.

Due esempi 

Dunque, tornando a noi, adesso che la resa dei conti è cominciata e si protrarrà per almeno un paio di secoli, abbiamo assoluto ed urgentissimo bisogno di una narrativa che ci aiuti, anziché aggiungere danno al malanno.   Ma non può essere troppo diversa da quella finora corrente, altrimenti non sarà accettata, come già è accaduto al citato tentativo della “Deep Ecology” e ad altri simili.
Senza volermi inventare teologo, mi pare che abbiamo sottomano diverse opzioni, potenzialmente idonee alla bisogna.   In Europa, ne abbiamo almeno due profondamente radicate nella nostra tradizione.   Più altre di non recente importazione, parimenti promettenti.

La prima è proprio il Cristianesimo.   E’ vero che, almeno nella variante cattolica, contiene nella sua struttura alcuni elementi estremamente problematici, primo fra tutti il rifiuto dogmatico della sovrappopolazione come dato di fatto e, quindi, di tutte le conseguenze relative.    Tuttavia il Cristianesimo contiene anche elementi preziosi per il contesto qui in discussione.   In particolare, mi riferisco alla mistica del peccato-penitenza-redenzione.

Passata in secondo piano nei decenni in cui il “progressismo” dominava il pensiero anche dei cristiani, e mal vista da molti fedeli, proprio questa mistica credo sia invece un punto molto qualificante per il futuro.   Negli anni a venire, quasi tutti noi ci dovremo rassegnare ad essere più poveri, a morire prima del previsto, a combattere per difenderci e molto altro ancora.   Un’insieme di cose dolorose che saremo in grado di tollerare senza il rischio di impazzire solo se saremo in grado di vedervi un significato ed una speranza.   Esattamente ciò che ci può dare la mistica dell’espiazione.

Fra l’altro, il concetto che nuocere alla Biosfera possa essere peccaminoso traspare già nell’enciclica “laudato si”; è un buon inizio.   Essere in grado di interpretare le calamità che attraverseremo come un cammino di redenzione potrebbe aiutarci molto e, quindi, anche facilitare l’elaborazione di stili di vita e modelli mentali in equilibrio dinamico con ciò che resta della Biosfera.   Qualcosa che potrebbe facilitare l’effettivo raggiungimento di un “nuovo mondo” assai più scomodo dell’attuale, ma migliore di quello che altrimenti rischia di essere.   Non bisogna sottovalutare la potenza del mito nel modellare la realtà.

La seconda mitologia cui sto pensando è proprio una variante del mito progressista: il socialismo.   Anche se alcuni dei suoi elementi basilari sono derivati dal cristianesimo, la sua narrativa è diversa su molti punti fondamentali, a cominciare dal fatto di essere una fede atea.  Praticabile quindi per quanti rifiutano l’ipotesi dell’esistenza di una o più divinità.  Nato nel cuore della rivoluzione industriale europea come alternativa ai movimenti populisti, si è dimostrato molto meno efficiente del capitalismo nel gestire la fase di crescita della civiltà industriale.  I Paesi socialisti hanno tutti consumato altrettanto o più dei quelli capitalisti, assicurando però alla gente un tenore di vita assai inferiore ed un grado di libertà molto più ridotto.

Tuttavia, il mito socialista contiene alcuni elementi che, se non hanno funzionato in fase crescente, potrebbero invece essere molto funzionali in fase di decrescita. In particolare, l’enfasi posta sul primato della comunità sull’individuo che può essere un formidabile strumento di coercizione, ma che può anche essere un altrettanto formidabile strumento per rendere accettabili sacrifici inevitabili.   Parimenti l’egualitarismo.   Ad esempio, è probabilmente vero quel che dicono gli economisti: che tagliare i redditi dei pochissimi super-ricchi non avrebbe un impatto sensibile sui bilanci statali in dissesto.   Ma è altrettanto vero che un simile taglio avrebbe invece un’importanza politica immensa, in quanto renderebbe la maggioranza della gente molto più disponibile ad accettare a sua volta tagli dolorosi.

Esistono anche altre narrative già ampiamente diffuse che potrebbero fornirci il supporto necessario, ma ci sono dei limiti di spazio da rispettare.

Una narrativa per il domani

In conclusione, penso che l’eredità culturale recente ci metta a disposizione parecchi modelli mentali adattabili all’estremo bisogno in cui siamo adesso.   Per limitarsi ai due esempi citati, il Cristianesimo, a condizione che riesca a superare il tabu sulla sovrappopolazione, ed il socialismo, a condizione che riesca a sopravvivere alla fine del progresso. Due cose forse possibili, ma estremamente difficili.

Per quanto riguarda il Cristianesimo, rispetto al tabu natalista ci sono delle differenze fra le varie chiese. In particolare, quella Cattolica ne discusse ampiamente durante il Concilio Vaticano II su istanza dei vescovi asiatici che premevano per un’apertura formale alla contraccezione. Ma fu deciso di non farne di nulla, principalmente per non mettere a repentaglio il dogma dell’Infallibilità del Papa. Ci sono tuttavia anche altri fattori più profondi.   Fra gli altri, accettare formalmente la contraccezione richiederebbe di elaborare un diverso rapporto spirituale con la sessualità e con gli istinti vitali dell’uomo. Per non parlare di altri tabu oggi anche più rilevanti nell’Europa odierna. In particolare, quello sull’accanimento terapeutico e la morte che avrà pesantissime ricadute sociali ed economiche nella lunga fase di necessario decremento demografico.

Per quanto riguarda il socialismo, rinunciare all’utopia del progresso significherebbe mettere in discussione il fondamento stesso dell’intera ideologia. Un’operazione che rischierebbe di annientare il poco che ne resta, ma che potrebbe anche farne una vera scialuppa di salvataggio mentale per molti.  In fondo, il socialismo reale non lo ha inventato Carlo Marx.   In un qualunque esercito moderno ci sono ruoli chiari e disciplina ferrea, ma il generale non è il padrone dei panzer ed è un servitore dello Stato esattamente come i suoi soldati.
 Il suo rango è reso riconoscibile da simboli che gli conferiscono grande prestigio sociale, mentre il suo stipendio può anche essere modesto.
La prima cosa che insegnano alla scuola ufficiali è che, se vuoi avere la fiducia dei tuoi uomini, devi fargli capire che ci tieni a loro, anche quando gli ordini di andare a morire.   Ci sono metodi consolidati per farlo e funzionano. Spesso costano la vita agli ufficiali, la cui mortalità è percentualmente sempre più alta di quella della truppa, ma è così che funziona.

In ultima analisi, quando una società è in crisi profonda, il modo spesso più efficace di gestire la situazione è proprio quello militare: gente ordinata e disciplinata, razionamento del necessario, eliminazione del superfluo, estrema solidarietà interna al gruppo.  Parimenti forte aggressività verso chi costituisce una minaccia, anche solo potenziale.  E’ così che funzionano i reparti al fronte ed è di qualcosa del genere che, temo, avremo presto bisogno.

Insomma, ci sono delle alternative sia allo stare seduti a frignare sui bei tempi andati, sia al consegnarci legati mani e piedi a dei dittatori in erba. Ce la faremo a praticarle?