Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 7 febbraio 2016

La colpa è del capitalismo!!

Da “rabble.ca”. Traduzione di MR (via Nicola Savio)

Di Jesse McLaren


Cowspiracy getta una luce sulle emissioni di carbonio dell'industria dell'agricoltura animale, ma il suo raggio è così ristretto che lascia il resto dell'agricoltura e dell'economia nascosti alla vista ed eleva la scelta dietetica a strategia politica. Come molte persone, Kip Anderson ha visto “Una scomoda verità” di Al Gore ed è rimasto frustrato dalla limitatezza delle scelte di vita per fermare il cambiamento climatico – come andare in bici o usare meno acqua. Poi ha scoperto che l'agricoltura animale è responsabile di emissioni significative ed è sostenuta dai grandi poteri, ma non è oggetto di attenzione da parte di molte ONG ambientaliste. Quindi ha fatto una scelta.


Avrebbe potuto fare un film che collegava l'agricoltura animale al resto dell'economia petrolifera, mettendo a nudo le enormi multinazionali che dominano la fornitura di cibo e che hanno deformato le nostre relazioni con gli animali. Avrebbe potuto chiedere che vegani e non vegani si unissero, sostenendo un movimento di avanguardia per un cambiamento di sistema ed un reale controllo sulla produzione e distribuzione di cibo. Invece ha scelto di fare un film che contrappone l'agricoltura animale al resto dell'economia dipendente dal petrolio, liquida la sfida verso le sabbie bituminose e il fracking e la necessità di posti di lavoro 'climatici', dà la colpa alle mucche e a coloro che consumano prodotti animali, mette a ludibrio le ONG ambientaliste al posto dell'agribusinesses, ignora la conoscenza tradizionale su come vivere in modo sostenibile con gli animali e definisce i non vegani ambientalisti ipocriti – mentre predica il veganesimo come panacea per tutto, dal cambiamento climatico alla fame nel mondo.

Il risultato: delle persone che protestavano ispirate dal suo film hanno denunciato la recente People's Climate March di Edmonton: “Gli organizzatori volevano concentrarsi solo su petrolio e gas, gli argomenti climatici sicuri e non 'spostare l'attenzione' per affrontare i comportamenti personali che possono davvero fare la differenza”. Non ci sarebbe una People's Climate March ed un movimento per la giustizia climatica se non fosse per le comunità indigene che hanno sfidato le sabbie bituminose ed il fracking, mentre difendevano i loro diritti, compreso quello di cacciare, pescare e usare trappole. E' ridicolo scartare come “argomenti sicuri” la sfida a queste potenti industrie e dare la colpa alle diete che le comunità hanno seguito in modo sostenibile per millenni. Come piazziamo l'agricoltura animale industrializzata nel suo contesto di modo che le preoccupazioni dei vegani possano integrarsi con quelle del movimento per la giustizia climatica?

Cowspiracy o cowpitalismo?

Cowspiracy solleva il punto importante che la crisi climatica non è alimentata solo dalle società di petrolio e gas, ma è anche collegata al nostro sistema alimentare. Ma invece di sfidare le multinazionali che controllano la produzione e distribuzione di cibo, da tutta la colpa alla “agricoltura animale”. Usando statistica e grafici decontestualizzati, sottintende che le mucche sono creature intrinsecamente distruttive che sprecano acqua mentre producono il metano che alimenta la crisi climatica – al posto di evidenziare come il capitalismo abbia separato le mucche dalle comunità, le abbia concentrate in fabbriche e trasformate in macchine da metano. Kip Anderson sostiene che “le parole sostenibile e agricoltura animale sono un ossimoro. Non possono stare insieme”. Ma come spiega la grande ambientalista indiana (e vegetariana) Vandana Shiva,

“L'allevamento industriale di bestiame è assolutamente un contributo importante di gas serra, specialmente metano. Ma il bestiame normale – alimentato con foraggio – è importante per una soluzione sostenibile. Il problema di molti di questi studi è stato che la maggiore pratica industriale, per esempio l'allevamento industriale per ottenre carne... e la estrapolano per tutto il mondo. Come se tutto il mondo trattasse il proprio bestiame nel modo straziante con cui lo tratta l'allevamento industriale”. 

Come spiega ne Il raccolto rubato: il dirottamento della fornitura globale di cibo,


  • “Ecologicamente, la mucca è stata centrale nella civiltà indiana... Usando il suo letame e la terra non coltivata, i bovini indigeni non competono con gli esseri umani per il cibo, piuttosto forniscono fertilizzante biologico per i campi e quindi migliorano la produttività del cibo... I bovini indiani forniscono più cibo di quanto ne consumino, al contrario di quelli dell'industria degli Stati Uniti, in cui i bovini consumano sei volte il cibo che possono fornire”. 

Al posto di sfidare la multinazionalizzazione dell'agricoltura, Cowspiracy dà la colpa alle mucche – rinforzando la prospettiva dell'industria degli animali come unità di produzione astratte scollegate dalle comunità. Come spiega Vandana Shiva,

“Il bestiame è assolutamente cruciale. La tragedia è da un lato che ci sono coloro che metterebbero gli animali negli allevamenti intensivi – e questa è la fonte di emissioni di metano, non il pascolo libero... E c'è il problema che coloro che pensano di amare gli animali fanno pressione per una situazione in cui non ci siano animali. Per cui dobbiamo evitare entrambi questi estremi che sono anti-animali negando un ruolo effettivo dell'animale e un ruolo effettivo del contadino. E penso che provenga dal paradigma che assume che sia esseri umani sia animali possano avere solo relazioni predatorie con la natura. No, possiamo avere una relazione armoniosa con la natura”. 

Capitalismo, sostenibilità e scelta

La nostra relazione armoniosa con la natura non è stata disturbata dal consumo di animali (che le comunità hanno fatto per millenni in modo sostenibile) ma da un sistema relativamente recente di produzione che ci ha separati dalla natura ed ha trasformato i mondi animali e vegetali – e gli umani stessi – in fonti di profitto. Cowspiracy non solo sbaglia nel non differenziare uso tradizionale e industriale degli animali, ignora anche le emissioni di carbonio dell'agricoltura capitalistica in generale. Il nostro sistema alimentare non è insostenibile perché include gli animali, è insostenibile a causa del capitalismo – che è basato sulla colonizzazione dei territori indigeni e sulla cacciata dei contadini dalla terra, sfruttando i lavoratori per il profitto e riducendo animali e piante ad unità di produzione. Facendo questo, il capitalismo in Europa ha creato, dal XIX secolo, una frattura metabolica fra gli esseri umani e la natura ed ha eroso la fertilità del suolo, innescando una ricerca di fertilizzanti artificiali. Come ha descritto Karl Marx,

“La produzione capitalistica raccoglie riunisce la popolazione in grandi centri... Disturba l'interazione metabolica fra gli [esseri umani] e la terra, cioè impedisce il ritorno al suolo dei suoi elementi costituenti consumati dagli [esseri umani] sotto forma di cibo e vestiario, pertanto ostacola l'operazione dell'eterna condizione naturale per la fertilità del suolo... Tutto il progresso dell'agricoltura capitalistica è un progresso nell'arte non solo di rubare ai lavoratori, ma di rubare al suolo”. 

Man mano che il capitalismo si è sviluppato è diventato concentrato e centralizzato in enormi multinazionali che dominano ogni industria . Rendendo tutta la nostra economia, comprese le piante e gli animali che mangiamo, dipendenti dal petrolio. Come spiega Vandana Shiva in Soil Not Oil (Suolo, non petrolio),

“L'agricoltura industrializzata globalizzata è una ricetta per mangiare petrolio. Il petrolio viene usato nei fertilizzanti chimici che vanno ad inquinare suolo ed acqua. Il petrolio viene usato per cacciare piccoli agricoltori con enormi trattori e mietitrebbiatrici. Il petrolio viene usato per elaborare industrialmente il cibo. Il petrolio viene usato per la plastica delle confezioni. E infine, sempre più petrolio viene usato per trasportare cibo sempre più lontano da dove viene prodotto. I combustibili fossili sono il cuore dell'agricoltura industriale”. 

Cowspiracy ha ragione nell'evidenziare gli enormi sussidi e gli interessi forti che sostengono l'industria del manzo e creano domanda ed offerta artificiali, ma ciò vale per tutte le industrie – compreso gli enormi agribusiness che hanno ridotto le nostre diete a monocolture di mais, soia e grano, sostenuti da enormi emissioni in fertilizzanti, macchinari, stoccaggio e trasporto. Chiedere una “scelta” dietetica fra prodotti capitalistici delle piante e prodotti capitalistici degli animali non fa nulla per sfidare il sistema che alimenta il cambiamento climatico e vincola le scelte. Ogni scelta limitata che qualcuno di noi possa avere nei consumi – una scelta determinata dalla distribuzione iniqua di risorse e reddito – non sfida il sistema di produzione.

Consumismo vs giustizia climatica

Per decenni il movimento ambientalista ha dato questo sistema per scontato. Depoliticizzando l'ambiente, le ONG si sono tradizionalmente concentrate sulla riforma dei singoli problemi facendo azione di lobbying presso i governi e chiedendo una limitata scelta da parte dei consumatori sui prodotti del capitalismo – piuttosto che sfidare il sistema di produzione guidato dal profitto e la distribuzione iniqua. Ancora peggio, alcuni gruppi ambientalisti preso come capri espiatori le comunità indigene per aver portato avanti le loro pratiche culturali. Come ha detto Francis Frank, co-presidente del Consiglio tribale dei Nuu-chah-nulth, in risposta alle proteste contro la caccia alle balene indigena nella costa occidentale nei tardi anni 90, ”Le proteste che sono state studiate sono solo un'altra forma di eco-colonialismo... Stanno sostenendo la continua oppressione del nostro popolo”. Il movimento per la giustizia climatica è emerso negli ultimi anni andando oltre le vecchie politiche di consumismo individuale, verso movimenti di massa basati su politiche anti-coloniali ed anti-capitalistiche. E' emozionante che le ONG ambientaliste si uniscano agli indigeni e i gruppi operai per combattere per il cambiamento di sistema necessario per fermare il cambiamento climatico. Le ONG ambientaliste hanno ancora delle limitazioni strutturali e non afrontano tutti i problemi, come il fatto che l'apparato militare statunitense è il più grande consumatore di petrolio del pianeta (un fatto ignorato da Cowspiracy). Ma la risposta dei gruppi contro la guerra non è stata quella di suggerire una cospirazione fra ONG e l'apparato militare, ma piuttosto di integrare le loro preoccupazioni a quelle del movimento per la giustizia climatica – come il contingente “No guerra, no riscaldamento” (No war, no warming) alla manifestazione 100% è possibile ad Ottawa.

Cowspiracy invece nomina e svergogna una dozzina di ONG senza nominare nessun agribusiness, rifiuta le richieste di lavori 'climatici' ed ignora le comunità indigene mentre afferma che coloro che mangiano carne sono ipocriti. Il regista presenta persino sé stesso come l'eroe climatico perseguitato, senza intervistare o nemmeno menzionare gli indigeni e le comunità di avanguardia che sopportano il peso della crisi climatica e dello stato di repressione. Il documentario afferma anche che una dieta vegana metterà fine alla fame nel mondo, senza affrontare le disuguaglianze nella produzione e distribuzione di cibo. Sembra che il punto sia questo, come ha spiegato Kip Anderson in una intervista: “la soluzione è molto semplice... Non comporta nemmeno necessariamente una trasformazione diffusa del sistema legale e delle nostre politiche. Si tratta semplicemente di cambiare dieta”. Ciò non sorprende, provenendo da una persone che si autodefinisce un “imprenditore seriale” che spinge il suo DVD e le magliette e qualche celebrità che vuole attrarre gli ambientalisti, ma non dovrebbe essere la guida di un movimento.

Solidarietà e cambiamento di sistema

Come ha scritto l'organizzatore climatico (e vegano) Cam Fenton,

“abbiamo bisogno di un cambiamento di sistema per fermare il cambiamento climatico e le nostre scelte dietetiche personali non sono un cambiamento di sistema. Cambiare le lampadine e fare docce più corte non è stata una strategia davvero efficace per il clima e a me sembra che passare dalle bistecche al tofu sia la stessa cosa. Non solo non farà un sacco di cose per risolvere la crisi climatica, di fatto non va nemmeno al cuore di quello che si pretende di spingere – la riduzione delle emissioni dall'agricoltura. Se l'obbiettivo è davvero affrontare le emissioni dell'agricoltura, e queste emissioni sono un gran problema, è ora di smetterla di dire alle persone di non mangiare carne e cominciare a pensare come ci si metterà a fianco dei contadini che sono stati costretti dalle Monsanto del mondo ad abbandonare i loro metodi agricoli tradizionali a favore di enormi monocolture. E' il momento di sostenere le comunità che si stanno opponendo ai baroni dei bovini che vogliono spianare enormi tratti di terreno – come la foresta pluviale in Sud America – per espandere le loro operazioni. Queste cose potrebbero aiutare a far pendere la bilancia e a ridurre le emissioni da parte dell'agricoltura in un modo che molti vegani semplicemente non vogliono, e potrebbero farvi conquistare qualche alleato nel percorso”.

Queste alleanze stanno aumentando. Un paio di anni fa l'organizzatore della comunità di Heiltsuk, Jess Housty, ha scritto un articolo sugli otto modi in cui i coloni possono sostenere Idle No More, compreso partecipare a manifestazioni e sfidare il razzismo. Questi sono “comportamenti personali” che possono davvero fare la differenza, piuttosto che cambiare semplicemente dieta. All'inizio dell'anno la Nazione Heiltsuk ed i suoi alleati hanno fermato il Dipartimento della Pesca e degli oceani che volevano sfruttare eccessivamente la pesca delle riserve di aringhe sulla costa occidentale. La strategia è stata non di affermare che la pesca è intrinsecamente insostenibile e di chiedere alla comunità di mettere fine alla loro tradizionale dieta a base di pesce, ma di sostenere la nazione Heilstuk che stava difendendo la riserva di aringhe ed i loro diritti di pesca. Come ha spiegato il Capo Marylin Slett, “Non stiamo cercando di impedire alle persone di guadagnarsi da vivere. Ma dobbiamo gestire le cose in modo da avere una risorsa che sostenga tutti in futuro... Ci sono persone molto motivate nella comunità che faranno tutto ciò che è in loro potere per proteggere le riserve di aringhe”. C'è anche una solidarietà vegana crescente con le comunità indigene che difendono i loro territori:

“Sul fuoco sull'embargo sui pasti vegani per il cuoco della Wildlife Defence League vicino ai cibi tradizionali per il Klabona Keepers. C'è comprensione e rispetto reciproci fra i due gruppi in quanto lavorano insieme per fermare l'eccesso di caccia sulle terre sacre di Tahltan... Essi riconoscono che non è un loro diritto quello di dire ai popoli indigeni che li hanno accolti nel loro territorio come vivere. Si rendono conto che i Klabona Keepers hanno salvato più vita selvaggia nella loro resistenza ai progetti industriali di quanto qualsiasi persona possa fare cambiando dieta... I vegani possono cominciare a decolonizzare il nostro lavoro e combattere per la liberazione di tutti, che si tratti dei confini di un mattatoio o i confini di uno stato coloniale”. 

Sono esempi come questi, piuttosto che Cowspiracy, che mostrano come le preoccupazioni vegane possano essere incluse nel movimento per la giustizia climatica, di modo che possiamo sfidare le multinazionali e gli stati responsabili della crisi climatica ed ottenere un cambiamento di sistema piuttosto che combattere sul cambiamento delle dieta individuale.