Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 24 novembre 2013

Esaurimento dei minerali. A che punto siamo?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR

Questa è una versione scritta della conferenza che ho tenuto a Stoccarda il 12 novembre al “Congresso per l'Efficienza delle Risorse e l'Economia Circolare”. Non è una trascrizione del mio discorso, ma una versione scritta a memoria che conserva il succo di ciò che ho detto. 


Signore e signori, prima di tutto vorrei ringraziare gli organizzatori di questo incontro perché è un piacere e un onore essere qui oggi. E' un piacere soprattutto vedere che il governo locale di Baden-Wurttemberg sta prendendo sul serio il problema dell'esaurimento dei minerali e delle sue conseguenze ambientali e che si faccia un lavoro di così alta qualità su questo tema. 

Detto questo, ho 20 minuti per raccontarvi a che punto siamo in termini di tendenze minerarie mondiali. Come potete immaginare, non è un compito facile. L'industria mineraria mondiale è una macchina gigantesca che estrae ogni tipo di minerale e lavora miliardi di tonnellate di materiali. Se guardiamo i dati del Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) troviamo un elenco di circa 90 beni minerali, ma ogni bene comprende diversi tipi degli stessi composti o collegati. Così, è una storia davvero complicata da raccontare. 

Ciononostante, io e 16 altre persone ci siamo organizzati per cercare per analizzare la situazione con un libro che abbiamo intitolato “Il pianeta saccheggiato”. E' uno studio sponsorizzato dal Club di Roma. Di fatto è il 33° rapporto al Club. Ecco la copertina del libro che abbiamo pubblicato su questo tema:


Naturalmente, questo studio non potrebbe essere un'indagine completa di ciò che è stato fatto e si fa nell'industria mineraria mondiale, altrimenti avremmo dovuto mettere insieme un'enciclopedia di 24 volumi o più. Ma penso che almeno siamo stati capaci di cogliere le tendenze principali e qui posso riassumerne per voi i principali risultati.

Quindi, a che punto siamo in termini minerari? O, ponendoci la domanda in modo esplicito, stiamo per finire qualcosa? E  se sì, quando?

A questo punto, la risposta tipica che potete trovare sul Web o in gran parte degli studi sul tema è un elenco delle riserve disponibili di questo o quel minerale. Permettetemi di raccontarvi che una volta che entrate in questo tipo di valutazione, entrate in un vero e proprio campo minato. Il concetto di “riserva” è una bestia curiosa, una specie di camaleonte che cambia colore a seconda di dove si trova. Le riserve sono, per definizione, depositi minerari che possono essere estratte, ma ciò che sarà realmente estratto dipende da ciò di cui hai bisogno e da ciò che ti puoi permettere. Come potete immaginare, questi concetti variano molto coi capricci dell'economia. Quindi, se volete valutare per quanto tempo verranno estratte certe risorse minerali ad un costo ragionevole – cioè la cosa che ci interessa – be', è un'altra storia. Prevedere la produzione sulla base delle riserve disponibili è un'attività incline agli errori, anche grandi.

Lasciate quindi che assuma un punto di vista diverso della situazione. Non vi elencherò riserve, qui, ma vi mostrerò principalmente i dati storici della produzione e le tendenze dei prezzi. Da questo, vedremo se possiamo dire qualcosa sul futuro.

Prima di tutto, a che punto siamo in termini di produzione mineraria complessiva? Lasciate che vi mostri i più recenti dati disponibili, del USGS.

(Rogich, D.G. e Matos, G.R., 2008, The global flows of metals and minerals: U.S. Geological Survey Open-File Report 2008–1355, 11 p., disponibile solo online http://pubs.usgs.gov/of/2008/1355/.

Questa immagine proviene da un saggio del 2008 aggiornato al 2005. Da allora, le tendenze non sono cambiate molto. Come vedete, stiamo ancora crescendo in termini di quantità totale prodotta. Abbiamo spostato miliardi di tonnellate di materiali durante l'ultimo secolo e continuiamo a farlo. In particolare i materiali da costruzione, per esempio il cemento, continuano a crescere: è una tendenza quasi esponenziale che non mostra segni di diminuzione. Ma non possiamo vivere di cemento soaltanto e penso che voi siate più interessati alle tendenze relative ai combustibili fossili – di sicuro cruciali non solo per l'economia, ma per la nostra sopravvivenza fisica. Lasciate quindi che vi mostri qualche dato.

E' chiaro che non sembra che stiamo per finire i combustibili fossili, almeno finché misuriamo la produzione in termini di tonnellaggio (Mtoe sta per “milioni di tonnellate di petrolio equivalente). Ma notate alcune tendenze: il gas naturale e, specialmente, il carbone, stanno crescendo rapidamente – questo non è una cosa buona, specialmente per il carbone, perché le emissioni di gas serra del carbone sono le più alte fra i tre relativamente alla stessa quantità di energia prodotta. Anche il gas naturale, che a volte viene propagandato come combustibile “pulito” (o persino “verde”), emette a sua volta gas serra e il problema delle perdite di metano durante l'estrazione potrebbe renderlo inquinante quanto il carbone.

Notate anche che la produzione di petrolio greggio è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi 7-8 anni. Ciò è importante perché il petrolio greggio è un bene cruciale per il nostro sistema di trasporti e il fatto che esso non sia cresciuto ci dice qualcosa. Avrete sicuramente sentito parlare della storia del “nuovo petrolio” e di come le tecnologie abbiano rivoluzionato la produzione di petrolio portandoci ad una nuova era di abbondanza. Be', da questi dati sembra che, al massimo, queste nuove tecnologie siano state capaci di evitare il declino, non di più. Una ragione è perché queste tecnologie sono state usate solo negli Stati Uniti. Forse si diffonderanno. Ma ma è anche vero che dopo il grande boom del “fracking” degli anni passati, ci sono già segni di un declino imminente negli Stati Uniti. E' un fatto, in ogni caso, che più rapidamente lo estraiamo, più rapidamente lo finiamo.

Ci sono ulteriori problemi che queste cifre aggregate nascondono. Uno è che dovremmo considerare non solo il petrolio totale prodotto, ma il petrolio prodotto per persona. Eccolo in un grafico, per gentile concessione di Jean Laherrere.



Qui vedete che se consideriamo l'aumento di popolazione, la reale disponibilità di petrolio greggio per persona è stato in declino dopo un picco raggiunto nei primi anni 70. Era il tempo della grande crisi petrolifera che, apparentemente, non è mai realmente finita.

E dovreste anche considerare che in Europa siamo tutti consumatori di petrolio non produttori, quindi quello che ci interessa non è tanto quanto petrolio viene prodotto in totale, ma quanto petrolio possiamo importare dai paesi produttori. Ciò dipende, naturalmente dal loro consumo interno. Ecco, potrei mostrarvi alcuni dati che indicano che diversi produttori hanno grandi problemi col proprio consumo interno e questo rende difficile per loro non solo aumentare le proprie esportazioni di petrolio, ma persino di esportare petrolio. Ma lasciate che non entri nei dettagli.

Questi dati vi mostrano che non stiamo finendo i combustibili fossili, per niente, ma anche che le cose non sono così semplici. Quello che sta accadendo è che l'industria ha bisogno di usare tecnologie sempre più costose per produrre petrolio solo per evitare un declino della produzione E se stiamo spendendo di più per produrre più petrolio, questo significa che i prezzi devono aumentare. Naturalmente, nessuno venderebbe mai petrolio in perdita. Quindi, ecco i dati del “Brent”, uno degli standard industriali del petrolio.

Immagine di Ugo Bardi da dati EIA

Potete vedere chiaramente una tendenza al rialzo. Non si tratta di speculazione. E' diffile pensare che qualcuno possa speculare su un mercato di diversi trilioni di dollari all'anno ma, anche se fosse, la speculazione di solito ha vita breve. Qui c'è una tendenza all'aumento del prezzo che è iniziata col passaggio del secolo ed è ancora in corso.

Possiamo giustificare questi prezzi considerando i dati reali su quanto costi estrarre petrolio. Questa è una valutazione difficile, naturalmente, ma sembra che il petrolio più costoso sul mercato, il cosiddetto “barile marginale”, non costi meno di circa 80 dollari. E' così costoso perché proviene da giacimenti remoti, richiede perforazioni profonde, è un petrolio ad alta viscosità, contaminato e tutta una serie di fattori che contribuiscono ai suoi alti costi. Questi costi possono essere misurati in termini di energia necessaria a estrarre, purificare, raffinare, ecc. Potete stampare quanti soldi volete, ma questo non vi aiuterà a tirar su il petrolio da sotto terra. Per farlo, avete bisogno di energia.

E per cortesia notate un altro punto importante. I prezzi del petrolio (ed i suoi costi), al momento non comprendo i costi dell'inquinamento. Quando comprate benzina per la vostra auto, non pagate per i costi del riscaldamento globale. E non devo dirvi che, come stiamo scoprendo in questo momento, dopo la tragedia delle Filippine, che questi costi sono molto alti e che qualcuno deve pagarli – prima o poi. Per risistemare il casino che noi stessi abbiamo fatto, ci serve energia.

Ora, c'è una conclusione interessante qui. Ed è che se vogliamo mantenere l produzione a questi livelli, dobbiamo accettare questi prezzi. I prezzi sono un indicatore che dice che l'energia e le risorse materiali devono essere canalizzate all'industria del petrolio per metterla in grado di mantenere la produzione ai livelli attuali. Se vogliamo ridurre i prezzi, allora dobbiamo accettare una riduzione di produzione. E se vedremo una riduzione di produzione in un prossimo futuro (che sembra essere la tendenza recente) vedremo scendere anche la produzione. E' questa la situazione: di sicuro non una di abbondanza anche se, come ho detto, non stiamo finendo il petrolio.

Ci sarebbe molto altro da dire sui combustibili fossili, ovviamente, ma lasciate che mi fermi qui. Come ho detto, la mia idea era quella di darvi qualche idea generale di quale sia la prestazione dell'industria mineraria mondiale, quindi lasciate che vi faccia un altro esempio: il rame. Ecco le tendenze produttive.

Ora, il rame è un altro bene cruciale per l'industria mondiale e penso che questa immagine fornisca un po' di cibo per la mente per noi tutti. Vedete che la produzione sta crescendo – anche qui possiamo dire che non stiamo finendo niente. Ma la crescita sta rallentando. La produzione di rame non sta seguendo la crescita esponenziale che ha seguito nei primi tempi. Cosa sta succedendo? Diamo un'occhiata alla tendenza dei prezzi.


Come vedete, i prezzi del rame hanno seguito lo stesso schema che abbiamo visto per il petrolio greggio. E questo non sorprende: per estrarre rame, serve petrolio. E' una regola generale secondo la quale per estrarre qualsiasi cosa – persino il petrolio – serve energia in una forma o nell'altra. E noto che l'industria estrattiva è una vorace consumatrice di petrolio. Le stime del quantitativo sono variabili, ma possiamo dire che forse circa il 10% dell'energia primaria totale prodotta nel mondo viene usata per l'estrazione di minerali. Di questa energia, una grande percentuale (circa il 35% secondo alcune stime) è sotto forma di carburante diesel per i macchinari di estrazione, per bolldozer e cose simili. Non stupisce quindi che un aumento dei prezzi del petrolio abbia causato un aumento dei prezzi di gran parte dei minerali. 

C'è anche un altro problema ed è che non solo l'energia necessaria per estrarre il rame è più cara, è anche sta diventando sempre più caro estrarre il rame perché sta aumentando la quantità di energia che serve per farlo. E' un vero problema: per ogni minerale, vengono estratti i materiali con la densità più alta. Ma, quando finiscono quelli ad alta densità bisogna passare a quelli a bassa densità e lavorare i materiali con minore densità è più costoso. Questo è l'effetto principale dell'esaurimento. Come ho detto, non stiamo finendo i minerali, ma possiamo dire che stiamo finendo i minerali a basso costo. 

Ora, potrei raccontarvi molto di più, ma lasciatemi dire che ci sono ancora dei minerali che mostra una salutare tendenza alla crescita. Uno è l'alluminio, per esempio. Ciò è dovuto al fatto che i bacini di materiali ad alta densità di alluminio sono ancora abbondanti e che anche che l'estrazione di alluminio richiede molta energia elettrica e che l'energia elettrica viene spesso generata con rinnovabili, idroelettrico per esempio. L'alluminio quindi non è soggetto allo stesso problema del rame e di altri metalli.

Quindi la produzione di alcuni beni sta ancora aumentando; ciò che possiamo dire in termini di regola generale è che abbiamo un problema generalizzato di aumento dei prezzi. Evidentemente, i costi di estrazione stanno aumentando ovunque e per tutti i beni minerali. Ecco alcuni dati per una media di alcuni di essi (che casualmente vi mostrano la differenza che fa l'inflazione: c'è, ma non cambia il fatto che c'è stato un enorme aumento dei prezzi di recente): 

Indice medio dei prezzi di alluminio, rame, ferro, piombo, nichel, argento, stagno e zinco (adattati da un grafico riportato da Bertram et al., Resource Policy, 36(2011)315)

Lasciate che vi mostri solo un ultimo esempio. La situazione sembra essere particolarmente difficile per beni rari e costosi ed avrete sicuramente sentito parlare del problema delle terre rare; minerali importanti per le applicazioni in elettronica. Ecco le tendenze produttive.

La produzione non è aumentata per almeno cinque anni ed è chiaro che c'è un problema, qui, anche se le tendenze non sono così chiare in altri casi. Sulla tendenza dei prezzi, le terre rare sono un mercato relativamente piccolo, quindi ciò che è accaduto è un enorme fenomeno di speculazione che ha portato i prezzi alle stelle. Ma, poi la bolla è scoppiata e i prezzi sono scesi ancora in anni recenti. Ma non al valore iniziale, quello precedente alla speculazione. I prezzi delle terre rare rimangono oggi più alti di un fattore 5 rispetto a come erano 5-10 anni fa. 

Sappiamo che il produttore principale di terre rare del mondo è la Cina e negli ultimi anni la produzione cinese è scesa. Alcuni hanno detto che la Cina vuole usare le terre rare come arma commerciale, ma io penso che non sia così. Il fatto è che estrarre terre rare è costoso ed inquinante e il governo cinese ha cercato di ripulire l'operazione. Ed è costoso. Come ho già detto prima, i costi dell'inquinamento sono parte integrante del costo di estrazione, anche se di solito non viene conteggiato. 
Quindi, riassumiamo la situazione in poche righe:

1. La produzione minerali generale è ancora in aumento

2. La produzione pro capite è statica o in diminuzione

3. I costi di produzione aumentano ovunque

4. Anche i costi dell'inquinamento sono in aumento

Tutto ciò non sorprende, anzi, era atteso. Ho detto che “Il Pianeta Saccheggiato” è un rapporto al Club di Roma e probabilmente conoscete il Club per via del suo primo rapporto, quello pubblicato nel 1972 sotto il titolo de “I Limiti dello Sviluppo”. Era una serie di scenari per il futuro che tenevano conto della scarsità di minerali come uno dei parametri principali. I calcoli sono stati rifatti ed aggiornati. Ecco la versione più recente dei principali risultati dalla versione del 2004: 

Da "The Limits to Growth, the 30-year update" di D. Meadows et al.

Senza entrare nei dettagli di come la traiettoria dell'economia mondiale è stata modellata nello studio, lasciatemi solo dire che è basato su fattori fisici – quello principale è il costo sempre più alto dell'estrazione delle risorse minerali. Questi costi in aumento dovevano crescere proporzionalmente alla quantità estratta. E vedete, nel grafico, che la curva delle “risorse” va giù col tempo, ma anche che i problemi iniziano molto prima di finire qualsiasi cosa. E' perché gli alti costi dell'estrazione (ed anche i costi dell'inquinamento) appesantiscono l'economia, così tanto che diventa impossibile mantenere in crescita la produzione industriale ed agricola.  

Ora, quanto detto sopra non deve essere preso come una profezia, niente affatto. Era solo una delle tante possibili traiettorie che avrebbe potuto prendere l'economia mondiale. Ma, sfortunatamente, sembra che abbiamo seguito la traiettoria vicina a questo modello. Per esempio, sembra chiaro che, mentre ci avviciniamo al picco della produzione industriale che il modello prevede, stiamo avendo problemi a mantenere la crescita della produzione industriale come vorremmo. Ecco alcuni dati della produzione industriale dell'Europa:


Ecco, vedete che dopo la crisi del 2008 c'è stato un certo ritorno nella produzione industriale. La Germania è quasi riuscita a tornare ai livelli pre 2008, ma gran parte dei paesi europei non ci sono riusciti. Quindi penso che questa immagine ci dica che la crisi del 2008 non è stata solo una crisi finanziaria. E' stato qualcosa di più profondo e più strutturale. Non possiamo dire con certezza che sia l'inizio di un declino generale della produzione industriale mondiale, come nello scenario I che vi ho mostrato è previsto per il 2020, ma potrebbe esserlo. 

In ogni caso, abbiamo chiaramente grossi problemi collegati agli alti prezzi dei beni minerali che stanno condizionando molto le economie del mondo. Lasciate che vi mostri alcuni dati per Italia e Germania.

Come vedete, abbiamo a che fare con grosse somme spese per importare beni minerali – diverse decine di miliardi di Euro. Circa i dati riportati sopra, notate che abbiamo i soli dati per l'importazione di combustibili fossili, ma che dovremmo aggiungerci i costi dell'importazione di tutti gli altri beni minerali. Per l'Italia, posso dirvi che quasi raddoppiano il totale: nel 2012, il bilancio netto ammontava a circa 113 miliardi di Euro, che l'Italia ha speso e che rappresentano circa il 7,5% del PIL italiano. Penso che dovreste considerare una percentuale analoga anche per la Germania. Somme enormi, come ho detto. 

Ora, considerate che tutti questi beni hanno mostrato un aumento del prezzo di un fattore che va da 3 a 5. Vedete che negli ultimi anni, il fardello aggiunto alle economie di paesi che importano beni minerali ammonta ad almeno alcuni punti percentuali del loro PIL. Ora, questo è un fardello pesante: stiamo parlando di qualcosa nell'ordine dei 70 miliardi di Euro da pagare per la sola Italia – cosa che non può non avere effetti. E, come sicuramente saprete, non sono stati effetti positivi. L'economia italiana è in profonda difficoltà e penso che questi costi aggiuntivi siano un grande fattore nel problema. 

La Germania è sopravvissuta all'aumento dei prezzi dei beni meglio dell'Italia perché il fardello è inferiore in termini relativi. Questo perché la Germania produce un po' della propria energia con risorse interne: carbone e nucleare (cose che l'Italia non ha) ed ha anche fatto uno sforzo notevole per le energie rinnovabili, che sono a loro volta una risorsa interna. La differenza è chiara: ecco alcuni dati (fonte: Banca Mondiale, elaborati da google):

Vedete la differenza nel grafico e, se vi capita di vivere e lavorare in Italia, percepirete voi stessi la differenza. La Germania ha più o meno recuperato dalla crisi del 2008, l'Italia no. E penso che la quasi completa dipendenza dell'Italia da beni minerali importati sia il fattore cruciale che fa la differenza. 

Quindi, è il momento di ricapitolare e concludere: abbiamo chiaramente un problema; ed è un grosso problema. Ma non impossibile da risolvere se lo riconosciamo prima che sia troppo tardi. La soluzione sta, principalmente, nel concetto di “economia circolare” che stiamo esaminando in questo congresso. E sappiamo che cosa significa: riciclare, riusare ed essere più efficienti. Ma lasciate che vi dica una cosa che ho imparato vivendo in Italia: per muoversi verso un'economia circolare, ci servono risorse ed energia. Riciclare ha un costo energetico, riusare anche – perché in pratica si deve riprogettare tutto. E persino essere più efficienti ha un costo: lo vedo nel mio lavoro, che comporta il supporto alle aziende per fare prodotti migliori. Proprio adesso, le aziende italiane non possono permettersi di essere efficienti. Sembra una contraddizione in termini, ma pensateci: stanno lottando per sopravvivere, come possono investire in maggiore efficienza se il premio per questo arriverà solo fra diversi anni?

In breve, se non abbiamo energia non possiamo fare niente. Se abbiamo energia, possiamo riciclare, possiamo riusare, possiamo essere efficienti e possiamo continuare ad estrarre le risorse che sono ancora lì, mentre ci spostiamo gradualmente verso un'economia circolare (o “chiusa”). 

Questo è il punto fondamentale, ma bisogna anche essere detto nel modo giusto, perché può essere frainteso ed è stato frainteso. Ci serve energia, ma del tipo giusto: non inquinante e non soggetta ad esaurimento. Dovrebbe essere chiaro che i combustibili fossili non sono una soluzione: non possono risolvere il problema dell'esaurimento, lo possono soltanto peggiorare. Più velocemente li estraiamo, più velocemente li finiamo. E non mi stancherò mai di dire che il problema che affrontiamo non è solo quello dell'esaurimento, è l'inquinamento in termini di cambiamento climatico. Il problema climatico potrebbe essere molto più difficile e irrisolvibile dell'esaurimento. 

Quindi, la parola giusta sull'energia è “rinnovabile”. E possiamo usare il termine tedesco “energiewende” (trasformazione energetica) per indicare la transizione energetica. Nella figura sotto riporto alcune parole dell'economista britannico William Stanley Jevons, leggermente modificate (lui parlava di “carbone” piuttosto che di “energia”, ma il senso è lo stesso).  

L'energia in realtà non sta alla pari con tutti gli altri beni, ma sopra a tutti gli altri beni... Con l'energia quasi ogni impresa è possibile o facile; senza di essa, veniamo rigettati nella laboriosa povertà dei tempi antichi

Così, sappiamo cosa dobbiamo fare. Ma lo stiamo facendo? Ho paura di no, almeno non sufficientemente in fretta in tutto il mondo. Lasciate che vi mostri alcuni dati:


Vedete che gli investimenti per i combustibili fossili fanno impallidire quelli per l'energia rinnovabile. Pensate a quanti soldi vengono spesi solo per mantenere più o meno costante la produzione dei combustibili! E se guardate ai settori più generici, gli investimenti in sostenibilità in confronto agli investimenti per le infrastrutture collegate ai combustibili fossili, vedrete che la tendenza è la stessa. Viene speso molto di più per mantenere il business as usual – una società basata sui combustibili fossili – di quanto si spenda per creare la energiewende, la transizione ad una società più pulita, salutare ed equa.

Notate anche una tendenza preoccupante: gli investimenti in energia rinnovabile sono scesi nel 2012 in confronto al 2011. Sfortunatamente, i concorrenti più forti vincono. E l'industria dei combustibili fossili è gigantesca, con entrate nell'ordine di diversi trilioni di dollari all'anno per i soli petrolio e gas. Se la crisi economica continua, è possibile che vedremo il sostegno alle energie rinnovabili diminuire, mentre vedremo sforzi sempre più frenetici e disperati per mettere tutto ciò che abbiamo nell'industria dei combustibili fossili per strizzare le ultime gocce di combustibili fossili dal sottosuolo.


Perché lo facciamo? Chi ha deciso di investire queste somme enormi per perpetuare un'attività che sta facendo un gigantesco danno e che dovremo abbandonare in ogni caso in un futuro non troppo remoto?

Penso che possiamo dire che siamo noi; la maggioranza di noi, almeno. E' perché abbiamo perseguito i profitti a breve termine nei nostri investimenti e – se rimaniamo all'interno del paradigma – continueremo a scavare per i combustibili fossili finché non distruggeremo la nostra civiltà e manderemo in pezzi l'intero ecosistema.

D'altra parte, è anche vero che esiste il cambiamento di paradigma. Se guardiamo l'immagine sopra, possiamo vedere le cose in modo più ottimistico. Pensate a quanto è cresciuta rapidamente l'energia rinnovabile – e la sostenibilità in generale. Oggi riusciamo a spendere 250 miliardi di dollari all'anno sulla sola energia rinnovabile. Venti anni fa, era nulla in confronto. Quindi è stato un progresso notevole che ci può far essere ottimisti per il futuro. 

Alla fine, il modo in cui spendiamo le risorse che ci rimangono è una nostra decisione. Una decisione che facciamo come professionisti, come leader politici, come cittadini europei, come cittadini del mondo e come esseri umani. E non è impossibile prendere decisioni sagge se solo spostiamo il nostro orizzonte un po' più avanti dell'immediato ritorno finanziario. 

Per concludere, vorrei ringraziare tutto lo staff del Club di Roma per aver reso possibile questo rapporto.