Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 9 luglio 2013

Il cambiamento climatico in una cultura perversa








Da “The frog that jumped out”. Traduzione di MR


"Impegnarsi per il cambiamento climatico", edito da Sally Weintrobe, è un bel libro scritto da persone si interessano al mondo, alla natura e al benessere degli esseri umani. Una lettura rinfrescante in un dibattito basato sull'odio e gli attacchi personali. Va dritto al cuore del problema, al modo in cui la mente umana reagisce alle prospettive del cambiamento climatico, come mostrato in questo estratto dal capitolo di Paul Hoggett.


Pensiero perverso

di Paul Hoggett – estratto da “Impegnarsi per il cambiamento climatico” (Rutledge 2013) (grassetto della “Rana”)


Un problema che affrontano i cittadini nel mondo sviluppato è la maledizione che deriva dalla nostra capacità di conoscenza. L'informazione satura il mondo in cui viviamo e di conseguenza non possiamo che sapere cose delle quali non vorremmo sapere. Cose come l'ineguaglianza e la povertà globale, o i massacri e i progrom, alcuni dei quali, come in Bosnia, avvengono proprio sull'uscio di casa. Nel suo avvincente libro “Stati di Negazione”, Stan Cohen sostiene fortemente che nella società post-olocausto, il negazionismo organizzato è divenuto un meccanismo cruciale per sostenere l'apatia del cittadino di fronte alla violenza, all'ingiustizia e al disastro. Noi “sappiamo” e tuttavia sembriamo male equipaggiati per sopportare il dolore di ciò che sappiamo. Nello stato mentale di perversione, la realtà non viene rifiutata immediatamente, ma viene simultaneamente riconosciuta e sconfessata.

Hoggett poi continua a descrivere gli stati mentali “perversi” che conducono all'apatia: scetticismo, chiudere un occhio, propaganda interna ed altro. E conclude che:

... il pensiero perverso... è stato grandemente facilitato dalla diffusione della virtualità nella vita sociale ed economica. Ho ipotizzato che tale perversità potrebbe aver infettato la pratica delle politiche stesse, portando a una specie di politica virtuale o del “e se”, nella quale viene immessa un'enorme energia nella specificazione degli obbiettivi, dei traguardi e degli indicatori e la relativa dimostrazione che la prestazione di qualcuno si sta muovendo verso tali traguardi. … i tentativi di raggiungere un accordo internazionale sul cambiamento climatico, prima rappresentato dal Protocollo di Kyoto e più recentemente dal fallito Summit di Copenhagen, in qualche modo ha una sconcertante somiglianza a tali forme di politica perversa, come se gli attori governativi stessi non sappiano più se stanno o no simulando.