Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 21 luglio 2016

Uguaglianza e sostenibilità: possiamo averle entrambe?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR

Di Diego Mantilla




Guest post di Diego Mantilla

Recentemente, in questo blog, Jacopo Simonetta ha sollevato una domanda molto importante: una più giusta distribuzione del reddito in tutto il mondo diminuirebbe il danno che gli esseri umani stanno facendo alla terra? La sua risposta, che non lo farebbe e in realtà renderebbe le cose molto peggiori, mi ha intrigato. Quindi ho deciso di guardare i dati migliori disponibili.

Simonetta ha guardato nello specifico alla questione del se una distribuzione piì giusta del reddito ridurrebbe le emissioni globali di CO2. Nel 2015, Lucas Chancel e Thomas Piketty (da ora in avanti C-P) hanno scritto un saggio ed hanno messo online una serie di dati relativi che hanno affrontato la distribuzione globale del consumo delle famiglie e le emissioni di CO2e (biossido di carbonio equivalente = CO2 ed altri gas serra) nel 2013. I dati non sono perfetti, ma sono i migliori che esistono. La serie di dati di C-P coglie i valori delle Household Final Consumption Expenditures – HFCE (spese finali delle famiglie per il consumo) forniti dalla Banca Mondiale, usando la distribuzione del reddito della serie di dati di Branko Milanovic (che riguardano il 99% di quelli bassi) e quella del World Wealth and Income Database (che riguardano l'1% di quelli alti). (Il reddito non equivale al consumo e C-P ipotizzano che la distribuzione del reddito sia la stessa di quella del consumo. Inoltre, ipotizzano che la stessa distribuzione del reddito che c'era nel 2008 esistesse anche nel 2013. Come ho detto, la serie di dati non è perfetta).


La serie di dati di C-P comprende 94 paesi, che coprono l'87,2% della popolazione della terra, circa 6,2 miliardi di persone che sono responsabili dell'88,1% delle emissioni globali di CO2e. In generale, C-P dividono ogni paese in “11 osservazioni individuali sintetiche (una per ognuno dei 9 decili inferiori, una per il frattale P90-99 ed uno per l'1% superiore)”.

Il grafico seguente mostra il consumo pro capite e le emissioni di CO2e pro capite risultante dalla serie di dati di C-P.


Figura 1. Consumo ed emissioni di CO2e pro capite se condo le percentuali di consumo mondiale nel 2013. )Alcune percentuali mancano a causa del fatto che i quantili del paese varia in dimensione ed a volte si estende oltre una percentuale globale data). (Fonte: mi elaborazione dai dati di C-P (2015)). 

L'1% superiore spende sulla scala del consumo una media di 135.000 dollari (dollari PPP del 2014) ed emette una media di 72 tCO2e per persona all'anno. La soglia per appartenere alla percentuale superiore è di 54.000 dollari. Il loro consumo è pari al 18% di tutti i soldi psesi dalle famiglie in tutto il mondo. Ipotizziamo, per amor di discussione, che il consumo si pari al reddito. Se si dovesse prendere tutto il reddito dell'1% superiore e distribuirlo fra il 99% inferiore, ogni persona che si trova nel 99% avrebbe circa 1.400 dollari.

C-P ipotizzano una elasticità di spesa delle emissioni di CO2e rispetto al consumo di 0,9. Un aumento del 10% del consumo significa un 9% di aumento delle emissioni di CO2e. Si tratta di una generalizzazione ampia e C-P hanno una gamma di elasticità, ma hanno scelto quella perché si tratta del valore medio delle stime. Usando quell'elasticità nella serie di dati di C-P, se ogni persona del 99% inferiore ricevesse 1.400 dollari e a coloro che sono nell'1% superiore rimanessero senza niente, le emissioni globali di CO2e aumenterebbero del 9%.

Ma, naturalmente, l'1% superiore è solo parte del problema. Circa il 22% della popolazione mondiale vive con un livello di consumo al di sopra della media globale di circa 8.000 dollari all'anno. Ipotizziamo che tutti avessero un livello di consumo pari alla media. Tornando alla serie di dati di C-P, se si facesse la media delle emissioni di CO2e di tutti coloro che si trovano in un intervallo di consumo che va da 7.700 a 8.300 dollari, si ottiene un'emissione media di 6,15 tCO2e per persona all'anno. Se tutti avessero quel tipo di emissione, le emissioni globali di CO2e sarebbero praticamente le stesse di oggi ma, inutile dirlo, ciò migliorerebbe la quota di più di tre quarti della popolazione mondiale.

In breve, una distribuzione perfetta del reddito avrebbe un effetto trascurabile sulle emissioni globali di CO2e.

Rimane la domanda: a quale livello di consumo le emissioni di CO2e verrebbero ridotte drammaticamente e questo livello sarebbe compatibile con un'esistenza decente?

Cuba offre un esempio interessante. Moran et al. (2008) hanno guardato il Human Development Index – HDI (Indice di Sviluppo Umano) dell'ONU e l'impronta ecologica di 93 paesi nel 2003 ed hanno lavorato sull'ipotesi “che un HDI di non meno di 0,8 ed un'impronta ecologica pro capite minore della biocapacità disponibile globalmente per persona [un pianeta terra] rappresentano i requisiti minimi per uno sviluppo sostenibile che sia replicabile globalmente”. La loro indagine ha mostrato che solo un paese soddisfa entrambi i requisiti: Cuba.

Cuba ha anche il secondo tasso di fertilità più basso delle Americhe, 1,61 nascite per donna. Solo il Canada ha un tasso inferiore. Ciò significa che una società a basso consumo non può essere compatibile con nessuna crescita della popolazione. Il cubano medio mangia 3.277 calorie al giorno. I cubani hanno un'aspettativa di vita alla nascita di 79,4 anni. E' superiore a quella degli Stati Uniti e solo di 1,5 anni al di sotto di quella della Germania. E la scolarizzazione media di Cuba è maggiore di quella della Finlandia. E solo il Principato di Monaco e il Qatar hanno più dottori pro capite di Cuba. Chiaramente, un livello di consumo compatibile con il pianeta finito che abbiamo non deve livellare miseria e indigenza per tutti. Non sto dicendo che la vita a Cuba sia facile per tutti. Non lo è ma, ad un certo punto nel prossimo futuro, coloro che vivono nel mondo sviluppato e nelle enclave ricche del mondo in via di sviluppo avranno di fronte una scelta fra uno stile di vita cubano e, per citare Noam Chomsky, la distruzione delle “prospettive di un'esistenza decente e gran parte della vita”.

Volevo scoprire se le scoperte di Moran e colleghi erano ancora valide oggi, ma ho fatto un cambiamento. Il HDI è costruito usando tre dimensioni: aspettativa di vita, educazione e reddito pro capite. Questo mi ha sempre disturbato. Una vita lunga e in salute ed una popolazione istruita sono senza dubbio caratteristiche di sviluppo umano. Ma guidare una Lexus è un segno di sviluppo umano? Penso di no. Pertanto ho usato i dati dell'ONU per costruire un indice che guarda solo all'aspettativa di vita e all'educazione, che chiamo HDI troncato (HDIT). (Il calcolo del HDI è spiegato qui. Il HDIT segue la stessa procedura usata dal 2010 in avanti, ma prende solo la media geometrica delle prime due variabili). Nel seguente grafico, confronto il HDIT rispetto all'impronta ecologica, misurata nel numero di pianeti terra che gli abitanti di un dato paese consumano, usando i dati più recenti.


Figura 2. HDIT ed impronta ecologica di 176 paesi. Il puntino rosso rappresenta Cuba. (Il HDIT corrisponde al 2014, l'impronta ecologica al 2012). (Fonte: mia elaborazione da dati dell'ONU e dal Global Footprint Network). 

Ci sono solo due paesi in prossimità di una terra che hanno un HDIT più alto di 0,8: la Georgia e Cuba, il puntino rosso. Uno dei due ha il HDIT più alto. E' interessante che Cuba abbia praticamente lo stesso HDIT del Cile, ma il Cile usa 2,5 terre. Ed ha praticamente lo stesso HDIT della Lituania, ma la Lituania usa 3,4 terre. Inoltre, Cuba usa tante terre quante la Papua Nuova Guinea, ma gli abitanti della Papua Nuova Guinea hanno una media di scolarizzazione di 4 anni, i cubani di 11,5. Questo solo per mostrare le possibilità che esistono riguardo ad una società egualitaria e sostenibile. Recentemente, la disuguaglianza a Cuba è andata aumentando. Tuttavia, secondo la Banca Mondiale, le emissioni di CO2e pro capite a Cuba non sono sostanzialmente diverse oggi da quanto non fossero nel 1986, quando il coefficiente Gini di Cuba era molto basso, 0,22 (Mesa-Lago 2005 , pagina 184). In ogni caso, non sto sostenendo di copiare completamente il modello cubano. Non sto difendendo il giro di vite di Cuba sulle libertà individuali, la libertà di parola fra queste. Tutto ciò che sto dicendo è che Cuba è un esempio interessante delle possibilità che offre una società egalitaria. A me per primo piacerebbe vivere in una società che sia anche più egalitaria di Cuba. Mi pare che non ci sia motivo in linea di principio perché gli esseri umani non possano costruire una società che sia più egalitaria di Cuba e ugualmente sostenibile, specialmente quando le alternative sono terribili.

Cuba non si trova nella serie di dati di C-P. E' difficile stimare il livello di consumo dei cubani in dollari, perché le statistiche pubblicate dal governo cubano non sono confrontabili con quelle del resto del mondo, ma lo scorso anno l'ONU ha pubblicato un numero del Reddito Nazionale Lordo (RNL) pro capite di Cuba del 2014 che sembra essere solido e confrontabile a quello di altri paesi, 2011 PPP 7.301 dollari. Quel numero non è direttamente confrontabile coi dati di C-P, perché C-P hanno guardato il consumo delle famiglie. Ipotizzando che la quota di RNL del consumo delle famiglie pubblicata dall'Ufficio di Statistica nazionale di Cuba sia corretta, si può stimare che il consumo delle famiglie pro capite di Cuba sia intorno 2011 PPP 3.900 dollari. E' difficile tradurre questo in dollari del 2014, perché non mi fido del fattore di conversione PPP pubblicato dalla Banca Mondiale, ma ipotizziamo che il consumo di un cubano medio sia intorno a 2014 PPP 4.000 dollari.
Tornando ai dati C-P, si può trovare che l'emissione media di CO2 e per una gamma di consumo che va da 3.700 a 4.300 dollari è 3,14 tCO2e per persona all'anno. Se tutti nel mondo avessero quel livello di emissioni, le emissioni globali di CO2e verrebbero tagliate della metà. Ed in un sistema sociale simile, ma non identico, a quello di Cuba, nessuno morirebbe di fame o non andrebbe a scuola, e il 63% della popolazione mondiale migliorerebbe.

Per ricapitolare, un livello di consumo uguale per tutti nel mondo al livello della Cuba di oggi offre la possibilità di abbassare in modo sostanziale l'impatto umano sulla biosfera, mantenendo allo stesso tempo uno standard di vita piuttosto decente per tutti.

Secondo il Global Carbon Project, nel 2014 “i pozzi degli oceani e della terraferma hanno rispettivamente rimosso il 27 e il 37% del CO2 totale (combustibili fossili e cambiamento dell'uso della terra), lasciando il 36% delle emissioni nell'atmosfera”. Se le emissioni di CO2 venissero tagliate della metà, verrebbero tutte rimosse dai pozzi dell terra e non ci sarebbe aggiunta netta di CO2 in atmosfera.

Vale la pena evidenziare che il consumo medio globale raggiungerà il livello della Cuba odierna, alla fine. La domanda è se questo accadrà prima che gli esseri umani aumentano la temperatura globale a livelli pericolosi. I cubani oggi consumano 6 barili di petrolio equivalenti per persona all'anno di combustibili fossili, che è quello che Laherrère (2015, pagina 20)  prevede che gli esseri umani consumeranno intorno al 2075, dopo i picchi di produzione di petrolio, gas naturale e carbone. Ma, per quel momento, secondo le previsioni di Laherrère (2015, pagina 22), gli esseri umani avranno emesso circa 800 GtCO2 in più del limite massimo che Rogelj et al. (2016) stimano che possiamo emettere per avere una buona possibilità di evitare la soglia dei 2°C. (Laherrère è scettico sul cambiamento climatico antropogenico, ma io non approvo le sue conclusioni, guardo solo i suoi dati).

Diego Mantilla è un ricercatore indipendente interessato al collasso delle società complesse ed alla disuguaglianza sociale. Ha una laurea in computer networking all'Università di Strayer ed un master in giornalismo all'Università del Maryland. Attualmente vive a Guayaquil, in Ecuador.

14 commenti:

  1. giugno 2016 è stato il 14° mese di fila ad aver raggiunto i massimi di temperature globali dal 1880. Non penso ci sia la possibilità di poter arrivare al 2075. Il mondo deve cambiare subito, ma anche nella mia azienda di 150,000 dipendenti la parola d'ordine è dare addosso ai lavoratori. Ovviamente se verrà fatto qualcosa, sarà solo nei confronti dei plebei, mentre le elitè vorranno continuare a distruggere come prima, più di prima. Questa è la risposta al quesito iniziale: l'uguaglianza non l'avremo mai e la sostenibilità verrà ottenuta sulla pelle del 99% della popolazione fuori dalle elitè, se sarà possibile ridurre alla fame questo 99%, ovviamente.

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    1. "la parola d'ordine è dare addosso ai lavoratori"

      Guarda che i lavoratori spazzerebbero via le elite in un men che non si dica, se queste non operassero organizzativamente per fornire loro quanti piu' beni di consumo possibili. La societa' umana opera come un rullo compressore nel suo insieme, e le tensioni sociali al suo interno servono solo, dovendosi esse protendere verso l'esterno, a rendere piu' efficace l'opera di distruzione.

      Da quel che ci racconti, ti basta guardar fuori dalla finestra per aver conferma.

      Ma basta guardare alle dinamiche interne alle normali famiglie, a prescindere dall'organizzazione sociale in cui sono immerse, per capire cosa cio' significhi: la famiglia nucleare in fase di allevamento dei suoi figli, per quanto siano nobili i suoi membri e i suoi principi, finisce per operare ineluttabilmente nel suo insieme come una cellula predatrice e distruttrice, mai contenta di cio' che ottiene.

      Tutte le teorie politico-sociali sullo sfruttamento sono alla fine solo teorie sull'insufficiente sfruttamento e ripartizione delle risorse naturali, cosa che Simonetta intuisce, e quelli come l'autore di questo articolo invece, con le loro obsolete teorie da lotta di classe, promuovono inconsapevolmente e ulteriormente, cosa verificata sperimentalmente in ogni sua occorrenza "reale".

      La guerra fra gli uomini, che si parli di razze, nazioni, o classi, ha come unico risultato la cancellazione del campo di battaglia, seppure come effetto collaterale.

      L'unica avversita' rimasta all'uomo, oggi come oggi, e' l'altro uomo, ma questa non ha l'effetto di limitarne la presenza e la possanza, semmai il contrario, ne affina sempre di piu' il potere (distruttore), ad una velocita' culturale di ordini di grandezza superiori di quella che puo' essere sostenuta dal mondo biologico, salvo forse quello microbico (che infatti costituiva l'ultimo fattore di limitazione dell'uomo, e quindi di equilibrio).

      Diciamola tutta, il problema di fondo del mondo e dell'uomo stesso in ultima analisi, e' che l'uomo ha eliminato con troppa efficacia i suoi predatori e le sue avversita', e che la guerra fra le sue classi o razze o nazioni o fazioni comunque definite, sterilizza il campo di battaglia sul quale si svolge, la terra intera. Gli schizzati delle scie chimiche forse sono gli unici che avvertono archetipicamente, e al contrario, la base della questione: che l'equilibrio delle specie sulla terra e' un equilibrio di reciproco contenimento. Ma, a ulteriore conferma della tesi, lo vedono solo come un illecito contenimento della loro infinita mania di potenza, che proiettano fuori di se' ma scaturisce dal profondo del loro essere.

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  2. Articolo interessante e ben argomentato, ringrazio Diego Mantilla per averlo scritto, Ugo Bardi per averlo pubblicato e Massimiliano Rupalti per averlo tradotto.
    I dati e le analisi sono certamente più approfondite di quelle usate da me per sollevare la questione, tuttavia non le trovo convincenti.
    In estrema sintesi:
    1 – La correlazione fra emissioni e reddito rimane indimostrata. Mantilla sostiene che vi sia una correlazione lineare fra reddito e consumo pro-capite, mentre io sostengo che tale correlazione sia lineare solo nelle fasce basse e medie di reddito (tutto o quasi l’aumento di reddito viene devoluto al consumo); mentre n on lo è nelle fasce alte ed altissime (esiste una soglia oltre la quale l’aumento del consumo è meno che proporzionale all’aumento del reddito). Posso naturalmente sbagliarmi, ma anche Mantilla. I dati a mia e sua disposizione non consentono di dirimere con certezza la cosa che è invece il punto cardinale della mia argomentazione.
    2 – Un miglioramento sensibile delle condizioni di vita dei poveri porta sempre ad una fase di rapida crescita demografica, sia per l’elevata natalità, sia per la crescita della longevità. Anche il rapporto fra crescita economica e demografica perde di linearità verso l’alto, ma dobbiamo considerare che, complessivamente, siamo già molto al di sopra della capacità di carico del Pianeta. La popolazione umana deve necessariamente diminuire e prima lo farà, meno peggio sarà per chi rimane.
    3 – L’esempio di Cuba è certamente molto interessante e anche io sono convinto che possa darci importanti suggerimenti su come gestire la fase di decrescita. Tuttavia la società cubana (con i suoi pregi ed i suoi difetti) è un incidente storico legato ad una combinazione unica di eventi. Non credo che sarebbe replicabile tal quale altrove.
    Su queste pagine, tempo fa Bardi ha ricordato un altro esempio di società complessa relativamente sostenibile ed estremamente inegualitaria. Il Giappone Edo che con la Cuba contemporanea ha un solo punto in comune: un governo repressivo. Ci sono altri esempi nella storia, ma tutti legati a sistemi politici molto autoritari. Una possibile correlazione che varrebbe la pena di verificare. Anche perché, pure ammettendo in ipotesi che, in società numerose e complesse, la sostenibilità sia correlata all'autoritarismo, non è certamente vero il contrario. Anzi, la maggioranza dei regimi repressivi sono estremamente dissipatori ed inefficienti.

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    1. ai regimi repressivi, finora, è interessato solo il controllo del potere. E' ovvio che in presenza di risorse, queste non siano importanti. Se parlate con qualche cubana, qui maritata, capirete che quando diventa importante il controllo delle risorse, un regime autoritario sa controllarle molto bene, il che vuol dire fame.

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    2. A naso concordo con tutto il tuo commento, ma quando al'ultimo paragrafo scrivi "anche perché, pure ammettendo in ipotesi che, in società numerose e complesse, la sostenibilità sia correlata all'autoritarismo, non è certamente vero il contrario. Anzi, la maggioranza dei regimi repressivi sono estremamente dissipatori ed inefficienti." , ometti di dire il nucleo della questione, cioè che molti sperano che sia possibile gestire una qualche transizione in maniera più o meno democratica...Quindi la conclusione sarebbe che oltre a non esistere esempi storici in tal senso, tutti gli indizi portano esattamente all'altro capo, ed anzi sarebbe il caso di aggiungere quanto forme più o meno velate di democrazia, sussidiate da aiuti di risorse da nazioni meno squilibrate come capacità di carico (vedi il caso dell'Egitto), persistendo oltre il proprio limite naturale interno non creino ulteriori squilibri nel consumo delle risorse...

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  3. Possiamo avere anche la peste e la sostenibilità. Se qualcuno se lo domandasse, eh, dato che siamo sullo stesso piano.

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  4. "Rimane la domanda: a quale livello di consumo le emissioni di CO2e verrebbero ridotte drammaticamente e questo livello sarebbe compatibile con un'esistenza decente?"
    In un certo senso Cuba è il metro a cui ci si deve conformare se si vogliono abbassare le emissioni di Co2 mantenendo condizioni di vita decenti.
    D'altra parte, un multimiliardario potrà anche condurre uno stile di vita sobrio, ma evidentemente le sue finanze alimenteranno attività economiche su larga scala con inevitabili emissioni di Co2 e sfruttamento delle preziose risorse naturali.
    L'autoritarismo non piace a nessuno, ma c'è anche una finta democrazia di cui molti cominciano ad essere nauseati.

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  5. @jacopo simonetta
    E' anche indimostrato che abbassare i redditi bassi riduce le emissioni di co2 ed anzi io penso il contrario. Il non sapere se la propria famiglia arriva a fine mese o a domani fà si che si pensi a brevissimo termine. Quindi al diavolo il bosco dietro casa la spazzatura e l'ordine e la bellezza e tutto ciò che riguarda un futuro. Chi è disperato brucia taglia ruba saccheggia e distrugge tutto quello che puó non fosse altro che per creare un diversivo per ottenere qualcosa. Togliere un futuro al 99% non è la soluzione. E' la fine della società ed il ritorno all'alto medioevo. Nobili chiusi nei castelli e fuori fame guerra strade impercorribili e bande di gente affamata e rapace

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    1. "Quindi al diavolo il bosco dietro casa"

      Il "bosco dietro casa" ha cominciato a riformarsi dopo che, passata l'ultima guerra, e' cominciata l'era dell'abbondanza energetica, sotto forma di carbone e petrolio. Prima il bosco, per necessita' della pressione antropica smisurata, era stato cancellato, e in virtu' della miseria conseguente, il periodo delle guerre mondiali inaugurato.

      Se ora il bosco (in italia) riprende alla grande (e' ad un terzo del territorio, un record che non si rilevava supppongo dai tempi delle grandi pestilenze) e' perche' non ne abbiamo piu' bisogno per cucinare, e l'aumentato rendimento della terra (grazie non solo all'energia ma anche al miglioramento genetico) ha fatto abbandonare le terre marginali per la coltura agraria, mentre fino a prima dell'ultima guerra la legna era l'unico combustibile disponibile, e infatti non ne veniva MAI sprecata per il riscaldamento, ma solo per cucinare. Si stava al caldo solo in cucina, e a letto sotto uno strato di trenta centimetri di piume, senza nessun bisogno dell'iper-idiozia tecnologica che e' la classe A, stigmate del delirio di controllo caratteristico della nostra demenziale epoca della complicazione specialistica.

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    2. Perfetto: ricordiamo anche che le terre marginali sono state abbandonate spesso perchè difficilmente coltivabili con l'agricoltura meccanizzata essendo al limite dei territori montani; ricordiamo anche che il recupero dei boschi nella fascia appenninica è da ascrivere a specie pioniere come il carpino nero, che garantiscono ecosistemi ed assorbimento co2 sicuramente inferiori alle cerrete originarie presenti qualche secolo fa : è dimostrato che i boschi maturi ed in equilibrio assorbono più co2 dei boschi giovani formati da piante "povere".

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    3. http://www.forestepersempre.org/web/foreste/hamburger.htm (un bel sito)
      "Tra il 2000 ed il 2010 la perdita netta di foreste è stata di 5,2 milioni di ettari all'anno,
      . In particolare, le zone più colpite sono il Sud America e l'Africa orientale e meridionale. Il diboscamento ha rallentato molto nell'Asia meridionale, mentre le foreste registrano addirittura una crescita in Nord America, Europa ed Asia orientale[4]." (Wikipedia)
      http://www.ilfattoalimentare.it/100-italiano-materie-prime-grano.html (importazioni alimentari in Italia).
      In Italia le superfici boschive sono cresciute non solo perché non usiamo più la legna per scaldarci o per cucinare ma anche perché importiamo gran parte dei nostri alimenti dall'estero.
      Angelo

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    4. http://www.policyinnovations.org/ideas/commentary/data/00409
      A proposito di equità sociale e sostenibilità.
      Angelo

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    5. "non solo perché non usiamo più la legna per scaldarci o per cucinare ma anche perché importiamo gran parte dei nostri alimenti dall'estero"

      Vero, ma importiamo completamente anche l'energia primaria che e' servita a poter fare a meno della legna e acquistare il cibo.
      La rivoluzione in effetti, i 70 anni di pace che sono seguiti alla seconda guerra, e da cercarsi nell'abbondanza energetica (e quella collegata, di materia prima) che ha prodotto l'abbondanza di tutto il resto. Da notare comunque che questa abbondanza c'era anche prima, c'e' sempre stata, la novita' del dopoguerra e' che si e' trovato il modo di utilizzarla e sfruttarla - le risorse sono tali sono quando si trova il modo, e il senso, di utilizzarle)
      Leggevo ieri che ogni cittadino italiano importa 57 kg di soia transgenica (di cui e' molto ipocritamente vietata la coltivazione in italia) per l'alimentazione degli animali, di cui pero' una parte del prodotto lavorato (carni e formaggi) viene a sua volta esportata, e col relativo guadagno intanto si manda avanti la baracca e si vive.
      Insomma non e' certo una novita' che il nostro paese, come il giappone, e come tutti i paesi sovrappopolati e poveri di risorse, vive di economia di trasformazione, e non certo di autosufficienza energetica o alimentare. Una volta si studiava alle elementari!
      Gli anni dell'autarchia furono anni di miseria. I paesi europei furono a suo tempo molto aggressivi, guerrafondai e colonialisti perche' sovrappopolati e poveri di risorse (resta. da capire perche' la russia comunista, il paese piu' ricco e sottopopolato del mondo, abbia seguito con qualche secolo di ritardo la stessa strategia, miracoli del comunismo)
      Piuttosto, man mano che il resto del mondo diventa come l'italia, (cioe' sovrappopolato, che produce beni manifatturieri da esportare, e diminuisce la quota di quelli primari da esportare, per noi si mette male). Troppa concorrenza.

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    6. "è da ascrivere a specie pioniere"

      Saranno "pioniere" per qualcosa ;)
      Comunque se dovesse venire meno di colpo l'abbondante apporto di combustibili fossili (per una crisi militare ad esempio), ti immagini quanto durerebbe quel nuovo bosco, date le abitudini di spreco energetico attuali? Pochi mesi.

      Per quanto riguarda la situazione mondiale delle foreste, secondo questi qui non e' poi cosi' tragica, e sta rallentando:
      http://www.unric.org/it/lonu-in-italia/9223

      Sto leggendo "Meta' della terra" di E. Wilson, bel libro, in cui si osserva che lo sfruttamento delle risorse e' solo uno dei problemi, anche venisse meno quello, resta il problema dell'antropizzazione totalitaria e ubiqua: per distruggere un ecosistema spesso basta semplicemente introdurre una specie aliena che diventa invasiva. Basta il turismo.

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