Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 17 maggio 2016

Cinismo, resilienza e transizione

di Jacopo Simonetta

Il cinismo non è mai stato popolare.  Si può capire, ma un po’ di cinismo potrebbe invece essere uno strumento molto utile da tenere nella propria cassetta degli attrezzi per la transizione.

Cinismo Vintage

“Cinico”  oggi si usa per indicare qualcuno interessato esclusivamente al proprio tornaconto personale, del tutto privo di scrupoli morali e di qualsivoglia empatia per il prossimo.   Insomma, un sociopatico grave, o un astuto farabutto che dir si voglia.  

Interessante è il fatto che la seconda definizione (astuto farabutto) può essere usata sia in senso dispregiativo che come complimento, a seconda dell’ambiente di riferimento.   Cioè a seconda della percentuale di suoi simili fra coloro che ne parlano.

Tuttavia non era questo il significato originale del termine.   I cinici greci erano fior di filosofi che perseguivano la felicità tramite una strada particolarmente impervia, ma proprio per questo interessante per chi si pone il problema di essere felice in tempi difficili.

Punto primo: niente utopie, niente illusioni, niente “bicchieri mozzo pieni” quando hai sete.   Soprattutto imparare a guardare la realtà per come è e non per come ci piacerebbe che fosse.   Contare solo su sé stessi, non perché sociopatici, ma perché non puoi mai prevedere cosa davvero farà un’altra persona.   Del resto, è capitato a tutti di ricevere un aiuto da dove meno te lo aspettavi, mentre anche i più fidati amici e parenti qualche volta ti piantano in asso.   Magari senza neanche accorgersene.   E noi stessi, non facciamo esattamente così?

Questo non significa negare che esistano cose come l’altruismo e la fortuna, significa imparare a non farci troppo conto.   Del resto, i cinici non faceva affidamento neppure sugli Dei che, secondo loro, non potevano essere né influenzati, né previsti.   Dunque poco avevano a che fare con quella felicità che cercavano.

Altro punto fermo era infatti  che la felicità dipende sostanzialmente dal soddisfacimento dei propri desideri.   Quali che siano, altamente spirituali o puramente materiali non fa gran differenza; siamo felici nella misura in cui li realizziamo.

Ma se è così, quale mezzo migliore per raggiungere la felicità che far piazza pulita dei propri desideri?    Magari non riusciremo ad eliminarli tutti, ma è positivo che meno numerosi e più semplici sono i nostri desideri, più facilmente saranno soddisfatti.   Un concetto questo cardinale anche in numerose altre scuole filosofiche europee e non.   Ma oggi anche il modo di “portare l’attacco al cuore del sistema” che è basato sull'esatto contrario: l’infelicità costante di chi desidera sempre qualcosa di più di quello che ha.

Un terzo punto fondamentale del cinismo era il plateale disprezzo per tutte le convenzioni e convenienze sociali.   Spesso spinto fino all'aperta e ricercata provocazione, come il celebre Diogene di Sinope che, se ne aveva voglia, andava in giro nudo ed insultava la gente che gli rivolgeva la parola.   Così, tanto per insegnare loro che la buona educazione non è che un orpello inutile.   Penso che se Diogene fosse vissuto oggi sarebbe stato un grande troll su internet.

Cinismo e resilienza

Dunque il cinismo è una filosofia che fornisce una solida base d’appoggio per contenere le inevitabili ondate di depressione che prendono chi, volente o nolente, vive la decrescita.  Quella vera:  fatta non solo di orticelli e baratto, ma soprattutto di perdite e rinunce,  di sogni infranti ed illusioni perdute.

Tutte cose che possono anche portare una persona al suicidio, senza nemmeno una ragione dal momento che, perlopiù, in realtà non sono neanche mai esistite.   E se anche sono esistite, ma non vi sono più i presupposti perché possano esistere in futuro, a che vale soffrirne?   Il passato esiste solamente nelle conseguenze di ciò che è stato e restarci attaccati ha l’unico risultato di popolare il nostro presente di fantasmi.

Dunque lasciare cadere tutto ciò come un albero le foglie d’autunno è la migliore difesa che abbiamo contro la rabbia e la disperazione; così come contro le illusioni.   Cioè contro tutti i nostri peggiori consiglieri.

Ma, si badi bene, nell'ottica del cinismo non si tratta di una rinuncia sofferta come in tanta mistica cristiana, specialmente rinascimentale.   Niente di più lontano dalla filosofia cinica che il cilicio; oppure la rinuncia ed il sacrificio in attesa di un premio che seguirà.   I discepoli di Antistene non si aspettavano niente da questa vita ed ancor meno dalla prossima.   Anzi, probabilmente neanche credevano che una vita post-mortem esistesse.

Al contrario, il cinico cerca di vivere secondo natura, come gli animali cui basta avere la pancia piena ed un posto tranquillo dove riposare fra amici per essere felici.   Liberarsi dei desideri e delle illusioni serve al cinico per rimuovere altrettante cause di sofferenza e preoccupazione.   Insomma un atteggiamento semmai simile a quello degli eremiti della prima cristianità, al punto che alcuni studiosi come John Dominic Crossan hanno suggerito che lo stesso Cristo fosse in realtà un maestro cinico.   Un’ipotesi con ogni probabilità sbagliata, ma interessante in quanto dimostra la compatibilità di questa filosofia con le religioni monoteiste moderne.

Meno utile, a mio avviso, è il disprezzo per le convenzioni sociali, fino alla ricercata maleducazione.   Le forme sono infatti importanti per mitigare e contenere gli inevitabili attriti all’interno di un gruppo sociale qualunque.   E’ pur vero che sono largamente il risultato di processi inconsci di stratificazione culturale.  Vero anche che spesso sono stupide e noiose, ma è anche vero che rispettarle risparmia scontri diretti e magari violenti.   In pratica, evolutivamente, si tratta né più né meno che di un processo di ritualizzazione, fondamentale per ridurre i conflitti interni e, quindi, aumentare la capacità collettiva di resistere e reagire alle minacce esterne.

Esercizi di cinismo

Se qualcuno avesse trovato questo approccio interessante, cinicamente, gli consiglio di fare subito un esercizio: pensare a qualcosa che gli sta particolarmente a cuore sfrondandolo di  tutto ciò che normalmente usa per esorcizzare la paura ed il dolore.   La via del cinismo non è infatti facile.   E’ vero che se riuscissimo a rinunciare alla nostre illusioni smetteremmo di soffrire per le delusioni.   Ma questo risultato passa necessariamente attraverso la rinuncia alla consolazione che le illusioni ci possono temporaneamente dare.

Facciamo un esempio pratico.   Mario Rossi paga ogni mese un terzo delle sue magre entrate per la previdenza sociale.   Ogni volta che paga soffre, ma si consola pensando che fra 15 o 20 anni toccherà a lui essere pensionato e saranno altri a pagare per lui.   Ha ricevuto una busta arancione: non avrà molto, ma meglio di niente.  

Un cinico gli farebbe però osservare che nella busta non c’è scritto quanto potrà comprare con quella cifra fra 15 0 20 anni.  Ed anche che l’INPS continuerà ad esistere a condizione che il sistema politico, economico e finanziario attuale continui ad esistere e funzionare più o meno come ora. Davvero Mario può contare sul fatto che nel 2030 il sistema attuale sia ancora abbastanza funzionale da occuparsi di lui?  Non c’è bisogno di immaginare i 4 cavalieri dell’apocalisse, basta osservare in maniera disincantata le tendenze in atto e quello che sta succedendo in un numero rapidamente crescente di paesi.

Ma allora in cosa il cinismo può aiutare Mario?    A deprimerlo adesso invece che dopo?
A mio avviso lo può aiutare perché se riesce a farsi una ragione del fatto che oggi paga, ma che domani non avrà nulla, può prepararsi almeno psicologicamente, e magari anche materialmente, ad una vecchiaia breve e povera.   Ma non necessariamente tragica.

Ad esempio, Mario potrebbe rinunciare ad acquistare quella casetta che non avrebbe mai potuto finire di pagare e così, perlomeno, potrebbe non avere debiti.   Potrebbe anche imparare a vivere di poco e scoprire che non ha nessun vero bisogno del 90% delle cose che possiede, dunque perché piangerne l’eventuale perdita?

Per di più, imparando a vivere poveramente adesso che ha ancora dei margini di manovra, sarà esperto domani, quando quei margini non ci saranno più.   Anche il fatto di vivere presumibilmente meno dei suoi genitori potrebbe smettere di terrorizzarlo.    Un cinico non teme la vita che è oggettivamente pericolosa, figuriamoci se può temere la morte che rappresenta la fine di ogni pericolo e sofferenza!

L’esercizio va ripetuto con argomenti via via più delicati, fino a quelli cui attribuiamo la nostra stessa identità.   Chi siamo?   Gente buona ed altruista?   Oppure siamo solo gente che si illude di poter far del bene agli altri senza rinunce per se o per i propri figli?   Stiamo pensando di condividere il nostro benessere o l’altrui miseria?   Quali e quante favole ci stiamo raccontando a proposito di decrescita, transizione, immigrazione, accoglienza, pace e guerra?

E’ importante pensarci perché molto spesso si fanno oggi cose che poi si rimpiangono, solo perché ci siamo ostinati a credere nelle nostre illusioni personali e collettive.


Cinismo versus buonismo e cattivismo

Il buonismo è una grave malattia sociale, che induce le persone a compiere scelte autolesioniste nella certezza che questo non avrà conseguenze negative per loro, per l’ambiente o per altro che si voglia. In pratica, un’idea di almeno parziale invulnerabilità.  Come se l’essere miti e condiscendenti ponesse automaticamente al riparo dalle aggressioni altrui o, più semplicemente, dalle conseguenze delle nostre scelte.

Le reazione ai disastri provocati dal buonismo è di solito il cattivismo, che non è che l’errore eguale e contrario.   Anche il cattivismo è infatti basato su di un’illusione di invulnerabilità.  Come se essere delle carogne rendesse più forti.   Oppure, come se aggredire ponesse automaticamente al riparo dalle aggressioni altrui o, anche in questo caso, dalle conseguenze delle nostre scelte.   Di solito, il contrario di una cattiva idea è un’altra cattiva idea e questo è un caso tipico.

Il cinismo, o meglio una certa dose di cinismo, può invece rappresentare un’alternativa costruttiva ad entrambe queste illusioni.   Per capirsi, un eccellente esempio di vero cinismo è quello di un medico del pronto soccorso che si vede recapitare 10 feriti e ne può curare solo uno per volta.   Se sa fare il suo lavoro, sceglierà chi operare per primo perché è grave, ma può farcela, lasciando indietro quelli meno gravi ed in ultimo quelli che sono comunque spacciati.

E forse è proprio questa l'ultima soglia che rifiutano di varcare anche la maggior parte di coloro che cercano di prepararsi ad un futuro "postpicco".   L'accettare che ci sono situazioni che possono essere modificate ed altre che no, per quanto doloroso questo possa essere.   In Inglese si usa il termine di "predicament" per dire "situazione ineluttabile".

Essere cinici aiuterebbe a distinguere quando si può fare qualcosa e quando no.   Chi possiamo aiutare e chi no (o quando possiamo essere aiutati e quando no).   Una capacità questa che nessun corso di transizione o di resilienza sviluppa, che io sappia, ma che è vitale.    Dedicarsi all'impossibile non solo toglie risorse al possibile, ma facilmente peggiora considerevolmente la situazione di alcuni, mitigando assai poco quella di altri.





19 commenti:

  1. Bel post.
    Ma molti elementi utili per vivere bene si possono trovare anche in Epicuro, che insegna a godere dei piacere facilmente ottenibili, quindi a ridurre le proprie esigenze eliminando il superfluo.
    Penso di aver spiegato malissimo il pensiero di Epicuro, cmq consiglio la lettura de "Lettera a Meneceo".

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    1. Perfettamente d'accordo con te Andrea. Epicuro è uno dei massimi e più bistrattati filosofi. Pensavo per l'appunto di dedicargli un prossimo post. Ed un'altro agli stoici, tanto per dare uno sguardo a tre approcci diversi, ma che hanno molto in comune e che possono aiutarci nei tempi a venire.

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    2. siamo arrivati al punto di pensare a come sopravvivere piuttosto che risolvere i problemi (non e' una critica a Jacopo ma una riflessione generica)

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    3. @CD
      beh! mi sa che la riflessione è azzeccata. E' come stare sul Titanic: se, dopo aver avvertito del pericolo degli iceberg, non si viene ascoltati la cosa più saggia è mettersi un giubbotto di salvataggio e salire su una scialuppa.

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    4. tra l'egoismo cinico, l'atarassia epicurea e l'apatia stoica cosa scegliereste? Il soddisfacimento dei desideri a ogni costo (il consumista cinico e prepotente), il soddisfacimento senza turbarsi del danno fatto (il consumista calcolatore e imprudente) o la rinuncia ai desideri, generatori delle passioni, che se non soddisfatte portano tristezza , depressioni e suicidi? Secondo Evagrio Pontico l'ultima (up theia, assenza di passioni) è l'obiettivo del monaco ed in senso lato di ogni cristiano, perchè senza l'anima rimane attratta dalle trappole della materia e non si può rivolgere al desiderio di Dio, l'unico vero genuino che apre le porte della felicità in terra ed in cielo.

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    5. Nei suoi aspetti generali puo' essere interessante e da meditare questo, che ieri per qualche motivo mi e' rivenuto in mente e ho riguardato:
      http://www.ted.com/talks/dan_dennett_on_dangerous_memes?language=it

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  3. @Jacopo,

    cosa pensi di coloro che ritengono che ogni tipo di ideologia decrescista sia un modo per aggravare la disparità di distribuzione della ricchezza. Lo chiedo perchè seguo diversi blog di economisti o di chi tratta tematiche relative all'economia e alla crisi nella quale ci troviamo,e pur trattandosi per lo più di persone con una cultura al di sopra della mia l'idea di una rinuncia spontanea a quello che viene comunemente definito benessere appare come una eresia. E' possibile che nemmeno persone colte e intelligenti riescano ad afferrare il problema o sono gli altri che non afferrano tutte le implicazioni di una eventuale spontanea decrescita?

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    1. Secondo me questo lo spiega bene Herman Daly. Lui sostiene che a monte di ogni analisi c'è un livello che definisce "preanalitico" che non deriva da un'analisi dei fatti, ma da come è maturata la percezione del mondo in età molto infantile. Mentre il livello analitico può sempre essere discusso confrontando dati e deduzioni, il livello preanalitico è per definizione indiscutibile. Un po' come i postulati in geometria.
      Come esempio, cita esattamente la percezione della quasi totalità degli economisti che considerano l'ecosistema una componente di un più vasto sistema economico. E la percezione degli ecologi che considerano l'economia un sotto-sistema dell'ecosistema. Ovviamente, a parità di intelligenza e cultura, da presupposti così diversi derivano conclusioni inconciliabili.
      L'impressione che ho io è che la realtà stia dando ragione agli ecologi, ma naturalmente questa è l'opinione di un ecologo.

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    2. "l'idea di una rinuncia spontanea a quello che viene comunemente definito benessere appare come una eresia"

      C'e' anche di peggio: se tu rinunci a qualcosa, lo Stato spendera' risorse di tua spettanza e per tuo conto per mantenere il livello dei consumi, che tu lo voglia o no. Spende, e poi ti manda il conto, e se non obbedisci, prima ti vessera' fino allo sremo e poi di mettera' in galera per evasione fiscale, fra gli applausi di tutti.

      Ogni risorsa deve essere sfruttata al massimo, non farlo e' antisociale, e se lo metti in dubbio fra operai, ma anche contadini, ti menano. Prova a lasciare un pezzettino di terra incolto: il tuo vicino ingordo fara' di tutto perche' ti vengano aumentate le tasse finche' non sarai costretto a cedergliela a lui che la fara' rendere al massimo, e tutti gli daranno ragione. Per gli immobili e' lo stesso e anche peggio.

      Quei signori economisti che citi sopra non solo lo sanno benissimo, ma pure ritengono che sia dovere dello Stato spendere e consumare se il privato cittadino non lo fa a sufficienza, per "mantenere la piena occupazione" e il massimo benessere, anche il tuo benessere, che tu lo voglia quel "benessere" o no. Tutte le attuali politiche economiche dell'occidente funzionano cosi', la cosiddetta "spesa intermediata dallo Stato" e' arrivata a livelli che nel nostro paese sfiorano il 90 per cento del PIL per questo, ma altrove sono poco inferiori (nella spesa "intermediata" non c'e solo quella che deriva direttamente dalla tassazione, c'e' pure quella che aumenta il debito "pubblico" e quella che e' imposta da leggi e regolamenti vari).

      Il keynesismo non era altro che un modo esplicito per rimettere in moto a debito un'economia che, soddisfatta la domanda, sedimentava, lasciando inesauste le capacita' produttive sviluppate con la modernita' e soprattutto la guerra, in un tempo in cui ancora la maggior parte dell'economia era di baratto e autoproduzione. Fino a quel momento potevamo ancora scegliere di tornare indietro e restare autosufficienti, ma una volta incatenati al debito, non abbiamo piu' potuto rallentare la corsa che non per caso, piu' tentativi abbiamo fatto per ripagarlo, piu' e' aumentato. E' la stessa strategia che e' stata piu' recentemente usata con i paesi del terzo mondo, deliberatamente, di indebitarli per creare nuovi mercati per le nostre merci prima operaisticamente, poi tecnologicamente prodotte. (e' successo en passant anche fra paesi del nord e del sud europa piu' recentemente ancora, coi risultati ben noti, che siamo ancora piu' impantanati nel debito fino al collo e non ne usciremo mai piu')

      Lo riaffermano ad ogni pie' sospinto, che l'italia e' in primo luogo una "repubblica fondata sul lavoro": ma il lavoro fine a se stesso e' una forma di schiavismo, se viene imposto attraverso il sopra descritto metodo di aumentare spesa e debito pubblici, per incatenare tutti sempre di piu' alla mola.

      La tradizionale politica operaista di idolatria del lavoro (peraltro di derivazione borghese) e l'ecologismo sono incompatibili, e' un pezzo che ce n'e' evidenza ma non si deve dire, dato che la maggior parte dell'ecologismo proviene da quella retorica. In queste stesse pagine e' sempre dato per scontato, "preanaliticamente", che il responsabile unico sia il capitalismo.

      E' tutto da ripensare, al momento non si sa bene come, e tutto sommato non ne vale nemmeno la pena, capisco credo perfettamente il ritrarsi disilluso di Jacopo.

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    3. Io non credo che il responsabile unico sia il capitalismo. A mio avviso è solo il metodo più efficiente fin qui escogitato per sfruttare le risorse e far crescere l'economia. Il che è esattamente la macchina tritatutto che sta distruggendo il mondo. Ma la maggior parte degli altri sistemi tentati, ad esempio il socialismo, perseguono gli stessi scopi finali (crescita e progresso), solo con metodi meno efficienti.
      Per trovare civiltà conservative bisogna cercarle bene, ma ci sono (o meglio, ci sono state). Poche, ma interessanti.

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  4. ".....meno numerosi e più semplici sono i nostri desideri, più facilmente saranno soddisfatti."
    Infatti, io li ho eliminati tutti tranne uno, che è anche molto molto semplice: smettere di lavorare per dedicarmi alla campagna. Ma visto che mi costringeranno a lavorare fino a oltre 70 anni, manco questo ultimo desiderio potrò vedere soddisfatto (presuppongo di non arrivare sano a 70 anni)

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    1. Puoi sempre sperare in un licenziamento! (Scherzo, naturalmente).

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  5. http://www.difesaonline.it/news-forze-armate/mare/mare-mostro-un-mare-di-plastica

    E' inutile.

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    1. Le plastiche nel mare... probabilmente l'ultimo dei problemi.
      Pero'...
      Hai presente i sacchetti per la spazzatura cosiddetti "condominiali", quelli grandi?
      Si chiamano ancora cosi', per tradizione, perche' fino agli anni 60, il bidone della spazzatura di un'intero condominio di media grandezza, conteneva tanta spazzatura quanto un "sacchetto condominiale", e bastava. Ne ho ancora un paio qui a casa di quei bidoni di ferro zincato, di quando furono dismessi per essere sostituiti dai MOLTO piu' capienti cassonetti, fine anni '60 o inizio '70.

      Qualche anno fa, quando non c'era ancora il web 2.0, e la libera discussione in rete si faceva sui newsgroup, ricordo che nell'NG (NewsGroup) di "ambiente" o qualcosa del genere, mentre si parlava degli imballi eccessivi e ridondanti, spesso piu' massicci del bene stesso che imballano, intervenne uno che ne difese a spada tratta l'importanza fondamentale nella civilizzazione e nel progresso dell'economia: era uno di quelli che li producevano e difendeva il suo posto di lavoro... E' tutto cosi', e non solo per gli imballi.

      Come risolvere il problema? Visto che adesso e' di moda tentare di risolvere tutti i problemi con la tassazione o il suo simmetrico, l'incentivazione, basterebbe far pagare la tassa sulla spazzatura solo a quelli che la spazzatura la producono alla sorgente, e non ai consumatori: vedresti come per miracolo si ridurrebbe drasticamente. Ma poiche' questo ridurrebbe sicuramente il PIL, non si fara' mai. Lo scopo primario, non dichiarato ma evidente, di TUTTE le tasse e incentivazioni, e' di aumentare il PIL. QUindi mai far pagare i costi a chi li genera direttamente, secondo il nostro Stato tutto deve essere fatto collettivamente e col "sostituto d'imposta", in modo che nessuno sia in grado di essere consapevole quanto costano i suoi comportamenti ne' tantomeno poter decidere di controllarli al fine di diminuire l'esborso. Finche' la spazzatura e' un business per tutti fuorche' che per chi ne paga lo smaltimento con la tassazione peraltro salatissima su cui non ha nessun controllo, sara' sempre peggio (e' uno dei settori a maggior rischio di infiltrazioni affaristico-mafiose, e spesso i comuni usano quella tassazione, su cui hanno mano libera, per ripianare altri buchi di bilancio, allo stesso modo che per gli "oneri di urbanizzazione" e l'imu).

      Per le batterie al piombo sarebbe gia' in parte cosi', quando le acquisti c'e' una tassa addizionale speciale (il contributo raee) se non sbaglio in percentuale sul prezzo che dovrebbe servire a pagarne lo smaltimento: peccato che poi quando le smaltisci quasi sempre i comuni ti fanno pagare di nuovo! (quell'accozzaglia di mascalzoni negli enti locali, che si credono anche loro i padroni del paese...)

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    2. Dimenticavo la chicca finale e piu' importante: a conferma eclatante di quanto detto sopra, il nostro deve essere l'unico paese al mondo che fa pagare lo smaltimento della spazzatura con una tassa patrimoniale a metro quadro di superficie, in proprieta' o in affitto (nel mio comune di delinquenti si paga, e addirittura maggiorata, anche se il locale e' vuoto e in disuso!!! produrre produrre produrre!!! consumare consumare consumare!!!pagare pagare pagare!!!). Io conosco qualcuno di quegli ambientalisti che a suo tempo hanno cercato di agire ad altissimo livello legislativo per far si' che la spazzatura fosse pagata a consumo, si' da rendere sconveniente il produrne troppa e andare contro il consumismo piu' becero e stupido: quando hanno visto come e' finita, con una a tutti gli effetti "tassa patrimoniale" a metro quadro di superficie, totalmente slegata dal volume di spazzatura prodotta, gli sono cadute le palle. Pero' non hanno ancora capito di essere stati ed essere tuttora degli "utili idioti" il cui effetto involontario e' la sempre ulteriore crescita del mostro che dicono, e credono, di combattere. Probabilmente sono ormai troppo vecchi per potersene mai rendere conto. Beati loro, li invidio.

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    3. Il tema delle tasse, di come funzionano e di come potrebbero funzionare è estremamente interessante. Comunque trovo che hai sostanzialmente ragione. Per inciso, io sono fra quelli cui sono cadute le palle e sono vecchio, ma non tanto da non rendermi conto che l'ambientalismo è stato strumentalizzato dal suo esatto contrario: il consumismo.

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  6. l'ho già segnalato varie volte in passato ma probabilmente non è interessante. Parlo del fatto che una riflessione da fare sia quella sull'inflazione creata ad arte da stato e banche. Infatti basta vedere come, per qualche mese di deflazione, ci sia stato una bella fanfara sulla sua estrema pericolosità e di come mini la nostra società. Peccato che la deflazione sia ciò che il mercato (già, proprio quel mostro di mercato che stiamo combattendo) mette in campo per cercare di correggere gli errori creati dai pianificatori centrali (stati e banche centrali) con la continua immissione di nuovo denaro (inflazione). Consiglio la lettura del libro: inflazione malattia primaria per rendersi conto di come la situazione attuale sia figlia sua. Inoltre mi permetto di mettere un'altro attore nel mirino delle invettive di quanto viene scritto in questo blog: lo stato e non il capitalismo di cui nel mondo non c'è quasi traccia se non nelle transazione private e di poco conto. Il mercato che è dipinto come il mostro che tutto comanda è in realtà manipolato da stato e banche, da un lato con tassazioni che solo 200 anni fa avrebbero fatto esplodere rivoluzioni e dall'altro con la creazione ex novo di nuovi strumenti di pagamento (di cui il denaro comunemente inteso è una minima quantità) che generano inflazione e tutto ciò che ne consegue.
    Non date la colpa al capitalismo ma a chi lo ha manovrato in maniera esemplare e lo ha immolato alle masse che chiederanno un socialismo ambientalista statale per mantenere un po' di ciò che hanno. Per quanto mi riguarda stiamo sparando dalla parte sbagliata.

    W.Samsa

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  7. Mah, i cinici mancano della dimensione spirituale, che e' tutto. Se credevano che non esistesse nulla dopo la morte, temo che si sbagliassero di grosso.

    Ma l'aldila' non e' un luogo di premio per quanto sei stato buono nel di qua. E' molto piu' di questo. Da quello che' ho capito dagli studi fatti finora (prevalentemente studio della casistica NDE, altre sorgenti, e infine fatti personali) se ne deduce che l'aldila e aldiqua sono contigui e attraversabili molto facilmente nei due sensi (dopotutto, per andare la basta morire :D , ma non sempre e' un viaggio di sola andata) e che soprattutto nell'aldila trovi quello che ti aspetti di trovare, fai un assessment di quello che hai appreso , e poi magari ti fai un altro giro (qui, o altrove). In ogni caso, la tua identita' non si annulla, mai.

    Parlando di filosofia, sarei curioso di sentire se qualcuno abbia provato a canalizzare Diogene o Epicuro per sentire la loro versione corrente della loro filosofia e magari spiegassero l'accezione, personalmente spiegata, del loro pensiero originale. Si puo' fare, infatti, ma ora sto divagando :)

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