Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 22 settembre 2015

La nascita del positivismo.

di Jacopo Simonetta

Cercando le tracce della nascita della nostra civiltà, mi sono fatto l’idea che questa sia stata concepita sostanzialmente in casa di Bacone e sia poi stata portata in grembo da Galileo e Descartes, fra gli altri.  Nacque, direi, a cavallo della manica, nella seconda metà del XVIII secolo con l’aiuto di molte levatrici, fra cui le più importanti furono, forse, Adam Smith, Diderot e Condorcet. Nel frattempo, Voltaire e l’intera fratellanza massonica si impegnavano a diffondere la nuova utopia del Progresso.   Un concetto del tutto nuovo per quei tempi e foriero di immense conseguenze.

Appena battezzato da Condorcet, il bimbo ebbe però una grave malattia che rischiò di spacciarlo: il romanticismo.   Tuttavia sopravvisse, dimostrando quella straordinaria resilienza e plasticità che sono necessarie affinché un concetto possa divenire il mito fondante di un’intera civiltà.

Uno che lo aiutò moltissimo in questo periodo particolare fu un altro aristocratico francese: Claude-Henri de Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760 – 1825).   Un personaggio singolare che merita di essere conosciuto.

A 17 anni partì volontario con Lafayette per combattere in America.   Tornato, non fece mai più l’errore di farsi coinvolgere di persona in vicende pericolose. Al contrario di parecchi promotori del progresso, riuscì così a passare indenne attraverso la macelleria rivoluzionaria.  Anzi, colse l’occasione per rimpinguare abbondantemente le esauste finanze familiari speculando sui beni requisiti alla Chiesa, ma senza compromettersi troppo.   Riuscì anche ad evitare qualunque coinvolgimento durante la dittatura di Napoleone e, dunque, non ebbe problemi nemmeno con la restaurazione, malgrado ne fosse un dichiarato oppositore.

Potrebbe essere il ritratto di un qualunque furbo, ed invece stiamo parlando di uno dei grandi idealisti del XIX secolo ispiratore, fra gli altri, di nientedimeno che Karl Marx.   Qui mi interessa perché fu anche il padre (o forse meglio dire nonno) di un passaggio cruciale della nostra civiltà: la nascita del Positivismo.

Già durante la Rivoluzione Francese un nutrito gruppo di illuministi “d’assalto” avevano inteso tributare un culto religioso alla “Dea Ragione”: divinizzazione dell’intelletto umano.   Una vera e propria funzione si svolse a Notre Dame di Parigi, con tanto di ragazza in costume da Pallade Atena.   Una carnevalata che non fu replicata, ma l’idea che la mente umana fosse la vera divinità cui fare riferimento rimase e trovò altri modi per affermarsi.   Uno che fece molto in questo senso fu proprio il conte di Saint-Simon.

Dotato di una cultura scientifica eclettica, ancorché superficiale, Saint-Simon era infatti un autentico “fan” della scienza moderna, fino a vagheggiare apertamente di tributarle un vero culto.   La legge di gravitazione Universale di Newton per lui era l’equivalente della Sacra Scrittura per i cristiani.   Anzi di più: era Dio stesso.   Saint-Simon fu il primo a dire chiaro e tondo che ogni decisione politica doveva essere presa sulla base di una rigorosa analisi scientifica e che, su questa base, lo Stato doveva unicamente sviluppare l’economia, l’industria e la meccanizzazione.   Tre aspetti di un unico processo che avrebbe immancabilmente portato al benessere per tutti, all’eliminazione delle ingiustizie, eccetera.   In pratica rilanciando in stile romantico lo stesso copione utopico che era stato degli illuministi e che fu poi fatto proprio tanto dai liberali, quanto dai socialisti.   Non a caso, questo “aristò” riciclatosi industriale fu l’unico personaggio a ricevere onori postumi contemporaneamente in USA ed URSS.

Sul piano scientifico, il conte ebbe un’intuizione importante, che ancora oggi sta alla base di molte realizzazioni rilevanti.   Da imprenditore intelligente qual’era, capì che per garantire lo sviluppo dell’economia e dell’industria era necessario che strade, ferrovie e canali costituissero un sistema integrato, analogo al sistema circolatorio in un organismo.  Un concetto che è andato molto lontano.   Non solo i canali di Suez e di Panama (fra gli altri) furono opera di suoi seguaci, ma la teoria delle reti è oggi un settore di ricerca vivacissimo.   Credo proprio che se Saint-Simon potesse vedere internet penserebbe di aver raggiunto il paradiso.

Un altro punto cardinale per lui era l’eliminazione dei parassiti sociali, identificati con i redditieri, i preti ed i militari.   Un altro dei punti su cui il nostro gode tuttora di un ampio seguito.  Secondo il suo modo di vedere, il vertice della società spettava agli scienziati che dovevano costituire una sorta di clero laico, incaricato di compulsare costantemente la natura alla ricerca di nuove scoperte per spingere la gioiosa macchina del progresso verso sempre più elevate vette.   Viceversa, l’amministrazione doveva essere appannaggio degli industriali, dei mercanti e dei banchieri i quali avrebbero sicuramente provveduto ad evitare la dilapidazione di risorse in attività inutili, così come avrebbero evitato accuratamente ogni guerra e scontro sociale per il semplice fatto che queste cose non convengono a nessuno.

Oggi è facile sorridere di queste idee e, a dire il vero, nell'ultimo periodo della sua vita anche Saint Simon si rese conto che l’interesse privato non era sufficiente a garantire la prosperità e la pace comune.  Andò quindi alla ricerca di un’etica più profonda che trovò, o pensò di trovare, in una versione profondamente rimaneggiata del cristianesimo.   Riforma che teorizzo e descrisse nelle sue ultime opere.

Saint-Simon ebbe un enorme seguito e la sua influenza, più o meno diretta, risulta evidente ancora oggi in moti ambienti.   Ma ancor più di lui ebbe influenza un altro augusto conte, stavolta per nome e non per tutolo.   Intendo Auguste Comte (1798 - 1856), che per circa sei anni fu segretario personale del conte.

Ancor più di Saint Simon, Comte spinse agli estremi la concezione romantica della scienza come valore assoluto; strumento di riscatto e sublimazione definitiva dell’Uomo.   Ma se la scienza voleva essere degna di tanto onore, doveva evitare accuratamente alcune tendenze che, già allora, si manifestavano.  Non doveva infatti suddividersi in specializzazioni: sei e solo sei dovevano essere le scienze e nessuna contaminazione fra queste doveva essere ammessa.  

La sociologia era la scienza suprema, articolata in “statica” e “dinamica” sulla falsariga della meccanica newtoniana.   La Sociologia statica era fondata sul concetto di “Ordine” e doveva studiare le cause del disordine sociale e, dunque, i modi per prevenirlo.   La Sociologia dinamica doveva invece dare attuazione al concetto di “Progresso”, inteso come destino ineluttabile e ragion d’essere di un’umanità divinizzata.

A tal fine, gli scienziati non dovevano sprecare tempo e risorse a ricercare il “PERCHÉ” avvengono i fenomeni in quanto dietro ogni causa se ne cela sempre un altra, all’infinito.  In uno spirito di sobria economia, Il compito della scienza era solo quello di capire “COME” avvengono i fenomeni che ci riguardano e, dunque, come si possono manipolare a nostro vantaggio.

Nelle sue opere più mature, pensò anche che una fede religiosa fosse necessaria per il buon ordine della società positiva.   Si inventò dunque a tavolino una vera e propria dottrina religiosa devoluta all'Umanità, chiamata “Grande Essere”.   Una sorta del Leviatano di Hobbes, ma dotato di una dimensione storica e sacrale del tutto nuova.

Al di la dei dettagli del culto immaginato da Comte, il Positivismo ebbe un’importanza determinante sul successivo sviluppo della civiltà europea prima, e mondiale poi.  In particolare, ebbe grande seguito la tripartizione della storia del pensiero umano in fasi: teologica (ovvero fittizia), metafisica (o astratta) e scientifica (o positiva).   La prima sarebbe caratteristica dei popoli primitivi che, non capendo niente di quello che gli succede intorno, si immaginano degli esseri sovrannaturali che fanno e disfano.  Nella fase metafisica la gente, già un po’ più sveglia, sostituisce gli Dei con dei concetti astratti come l’Essere o la Natura.   Nella fase scientifica, finalmente, la realtà si schiude all’occhio umano per quello che è e l’umanità apprende a dominare la natura.

L’idea che la civiltà industriale europea fosse superiore a tutte le altre in quanto più “avanzata” ha radice soprattutto negli scritti polemici di Voltaire, ma Comte portò l’idea a sistema.   E come sistema è ancora alla radice del nostro modo di vedere noi stessi.   Di qui, ad esempio, la nostra classificazione dei popoli in “sviluppati”, “in via di sviluppo” o “sotto-sviluppati” in rapporto a quanto distano da noi: astro fulgente cui tutti, necessariamente, tendono.

Difficile immaginare qualcosa di più lontano dal “Noi moderni siamo nani assisi sulle spalle di giganti” di uno scienziato del calibro di Blaise Pascal.  Va detto, del resto, che Comte non era uno scienziato e che, per sua stessa dichiarazione, praticava una rigida “igiene mentale”.  Vale a dire che leggeva pochissimo di ciò che non era in linea con le sue idee.   Evidentemente neanche i classici, visto che per cambiare idea gli sarebbe bastato leggere un qualunque autore antico.   Magari solo “nuvole”,  in cui Aristofane si fa beffe, fra gli altri, di un sempliciotto che crede che “a far piovere sia Zeus pisciando nel crivello”.

Destino beffardo.   Comte è stato smentito in praticamente ogni punto del suo pensiero proprio da quel progresso scientifico cui tanto anelava.   Per esempio, contrariamente a quanto da lui previsto, lo studio dei popoli antichi e dei “primitivi” tuttora viventi  ha rivelato conoscenze ed elaborazioni teoretiche sorprendenti.   Le scoperte scientifiche principali sono avvenute nei campi della scienza pura e, soprattutto, nelle interfaccia fra le diverse specializzazioni.   La moltiplicazione di queste, d'altronde, ha non poco favorito la messa a punto di una massa di dettagli senza i quali non sarebbe mai stato possibile verificare l’attendibilità delle teorie generali.   Il progresso della tecnologia ha portato immensi vantaggi, creando nel contempo i presupposti per la più grande catastrofe della storia dell’umanità.    Il calcolo delle probabilità è fondamentale in molti campi d’avanguardia come la fisica delle particelle e le dinamiche caotiche.   L’astronomia ha dato il meglio di se sondando i limiti dell’universo conoscibile.   La microbiologia ha potuto spiegare molti dei segreti del mondo vivente.   Lo studio delle civiltà del passato ha arricchito enormemente la nostra cultura e fertilizzato numerose scienze contemporanee.   Per citare solo i punti principali su cui Comte aveva certamente torto.  

Ciò nondimeno, le idee basilari di Comte ebbero un’immensa eco e si concrezionarono nei manuali scolastici, così come in molte ideologie politiche.   Ancora i miei figli, pochi lustri addietro, tornavano da scuola raccontando, assai poco convinti, che i maestri gli avevano spiegato di come gli antichi, nella loro ignoranza, pesassero che la pioggia fosse l’urina di Zeus e simili amenità.   Che in tempi più moderni i filosofi avevano cercato di spiegare razionalmente il mondo, ma che solo la scienza moderna era stata in grado di svelare ogni segreto e porre finalmente la natura al servizio dell’uomo.

Insomma, anche se la scienza non cessa di smentire il Positivismo, questo continua ad informare di sé gran parte della scienza odierna e l'intera nostra civiltà.  Tanto che quando gli scienziati dicono cosa NON si deve fare e perché vengono perlopiù ignorati (o marginalizzati).   Compito della scienza, si sa, è scoprire come dominare sempre meglio e sempre più i fenomeni naturali, non certo quello di porre dei limiti al Progresso!

Ma spesso un eccesso ne provoca un altro di segno opposto.   E, difatti, proprio negli stessi anni in cui si esaltava il ruolo sommamente “positivo” della scienza, nasceva dalla penna di una donna, Mary Shelley, la figura dello “scienziato pazzo”.   Una contro-narrativa non meno fantasiosa e potente di quella di Comte e, come quella, destinata ad avere un peso nella nostra civiltà.







8 commenti:

  1. Bella sintesi Jacopo. Se Saint-Simon, Comte ecc. fossero ancora vivi, sarebbe interessante domandar loro se ritenessero se ciò che tu/io/noi tutti designiamo come "animali" potessero essere anch'essi scienziati. E, se sì, ovviamente, sotto quali condizioni.

    Ciao!

    carlo

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  2. La scienza come positivismo è ancora pensiero antropocentrico. E' l'errore dell'umanità contemporanea. La dialettica dell'Illuminismo di Adorno e Horkheimer e Il Principio Responsabilità di Jonas sono tra i testi più importanti in cui si denuncia l'ottica violenta e autodistruttiva del positivismo inteso come diritto assoluto dell'uomo e della tecnica al suo esclusivo servizio. Un ritorno alla Natura e ai suoi diritti (solo all'interno dei quali è possibile considerare quelli degli uomini) è l'unica salvezza.

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  3. Che la scienza abbia enormemente accresciuto il potere del genere umano mi pare indubbio.
    Nulla, in passato, ha fornito al genere umano tanto e in così poco tempo.
    Cosa ne abbiamo fatto, di tale potere, non ha a che fare però con la scienza, né con il positivismo, né col conte di Saint-Simon, né con Comte, né con Mary Shelley o con altri pensatori più o meno noti. Il potere materiale creato dalla scienza, come quello ricavato dallo sfruttamento delle fonti energetiche fossili è stato monopolizzato dal (ed asservito al) potere sociale immagazzinato dalla circolazione del denaro.

    In altre parole l'unica vera religione che si è imposta ovunque non è stata quella scientifica, pseudo-scientifica od anti-scientifica. E' stata quella mercantilistica. La logica d'accaparramento e di concorrenza in essa insita hanno sterminato (nel senso letterale del termine) ogni possibile deviazione politica, culturale e/o sociale.

    Anche la filosofia e gli intellettuali sono stati integrati da tali logiche ed usati in vita e da morti in chiave propagandistica filo-monetarista.

    I veri "colossi" intellettuali dell'epoca moderna sono stati i Rothschild, i Rockefeller e le varie casate di ultra-super-ricchi che hanno plasmato gli ultimi 2 secoli e mezzo, annientando ogni pur minima e residuale resistenza intellettuale, filosofica e politica. Nessun pensiero filosofico è mai stato più vincente del loro. Probabilmente perchè nessun pensiero filosofico è mai stato più morboso, menzognero e seducente di quello basato sui soldi nudi e crudi.

    Saluti

    Alessandro

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  4. Un altro articolo (forse meglio: breve saggio) di notevole interesse storico-epistemologico!
    Da semplice signor nessuno, sento peraltro l'esigenza di "spezzare una lancia" in difesa del vivace e composito movimento positivista, che ha annoverato tra le proprie fila ad es. uno dei 'padri nobili' del birth control & della family planning come John S. Mill e che, con tutti i propri limiti e le proprie (inevitabili) degenerazioni ha comunque svecchiato/ammodernato in modo sensibile la cultura (non solo) filosofica occidentale, generalmente tendente ad un approccio (ancora & sempre) idealistico-spiritualistico e (più o meno marcatamente) anti-scientifico, con tutte le conseguenze del caso...

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  5. Antropocentrismo, positivismo, scientismo ed ecc. sono a mio parere tutte manifestazioni leggermente diverse di un unico fenomeno. Cioe il profondo narcisismo degli umani (almeno della maggior parte) da quando sono scesi dagli alberi come scimmie leggermente più evolute fino adesso. Vogliamo dominare o conquistare o sfruttare per noi stessi, la natura, le risorse, le idee, gli altri, parliamo continuamente dei "nostri" figli e di come assicurare il loro benessere futuro…..ma non vogliamo mai dominare noi stessi e le nostre menti le quali sembra riteniamo infallibili. (almeno così sembra accadere talmente ripetutamente durante la storia in diversi contesti, che forse e' un principio)…E quindi ritorno ad un mio proprio concetto preferito a favore della filosofia buddhista…(non del suo apparato religioso o della sua gerarchia i quali soffrono degli stessi difetti degli apparati di tutte le altre religioni) (ed aggiungerei "scientismo" ad un'altro tipo di religione)…perché si focalizza sul capire se stessi e nemmeno di "conquistare" se stessi, ma di almeno capire di ESSERE così come SONO altri organismi ed altre cose nel cosmos. Il buddihsmo nel mondo attuale e molto minoritario ma anche essendolo, in un paese ultra capitalista e neoliberista ma comunque a sfondo buddhista come la Thailandia (dove abito) riesce comunque a convincere una buona parte della popolazione del valore di una cosiddetta "sufficiency economy". Cioe' produrre, consumare, usare ed ecc. ciio che e sufficiente e non andare oltre. (Ricorda forse alcune grandi scoperte recenti in Occidente sul riciclare, sprecare meno, usare rinnovabili, economie circolari ed ecc. ecc.?) A mio parere questo indica un rispetto fondamentale per la natura e la sua unicità organica cosa che non mi sembra sia presente nelle filosofie o religioni "più occidentali" anche se molto lentamente (dopo Darwin) queste idee si stanno facendo strada anche in Occidente. Ed e per questo che a volte mi piace dire che dopo più di duemila anni di strade più o meno sbagliate da parte di migliaia di filosofi, politici ed ecc. l'Occidente (che sta rompendo le scatole al resto del mondo e distruggendolo o cercando di usarlo e di dominarlo e di sfruttarlo da almeno cinquecento anni)….e stato finalmente costretto dagli effetti deleteri del suo proprio modo di pensare….a capire quel che aveva capito da solo un singolo uomo 2500 anni fa' seduto sotto a un albero. Quindi forse e' vero che gli umani (possono) essere degli esseri fantastici ...e non solo degli imbecilli pieni di amor di se in diverse forme. Chiudo con la mia citazione preferita di Shakespeare uno che secondo me "aveva capito": “Out, out, brief candle! Life's but a walking shadow, a poor player that struts and frets his hour upon the stage and is heard no more. It is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing.” ― William Shakespeare, Macbeth

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    1. Max12345,
      mi trovo molto d'accordo con te.

      Tiziano

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  6. A me pare che ogni singola persona abbia ampie capacità di capire e di scegliere. Ma queste capacità si riducono rapidamente con le dimensioni del gruppo di appartenenza. Ed un gruppo di 7 miliardi e rotti di individui sembra non avere nessuna capacità né di capire, né di reagire.
    Mentre nelle formiche c'è qualcosa che chiamiamo intelligenza collettiva, negli umani sembra esserci qualcosa che potremmo chiamare imbecillità collettiva.

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  7. A me pare che ogni singola persona abbia ampie capacità di capire e di scegliere. Ma queste capacità si riducono rapidamente con le dimensioni del gruppo di appartenenza. Ed un gruppo di 7 miliardi e rotti di individui sembra non avere nessuna capacità né di capire, né di reagire.
    Mentre nelle formiche c'è qualcosa che chiamiamo intelligenza collettiva, negli umani sembra esserci qualcosa che potremmo chiamare imbecillità collettiva.

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