Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


venerdì 21 ottobre 2011

Lo scandalo dell'editoria accademica



Con la "open access week" la settimana del libero accesso, che comincia la prossima settimana, Cassandra traduce (grazie a Massimiliano Rupalti) un recente articolo di George Monbiot, apparso sul "Guardian." In questo momento estremamente difficile per la scienza, sembra che gli scienziati stiano continuando a fare di tutto per spararsi nelle gambe da soli. Una di queste cose è di regalare il loro lavoro - pagato con fondi pubblici - agli editori scientifici che sono dei privati che ci fanno soldi sopra. E' uno scandalo sotto tutti gli aspetti che priva il pubblico della possibilità di capire e giudicare il lavoro fatto per loro (e con i loro soldi) dagli scienziati. Tutto questo da ampi spazi a chi è pagato dalle lobby anti-scienza per fare disinformazione e per la caccia allo scienziato scomodo. Considerando l'urgenza di prendere provvedimenti contro il riscaldamento globale e l'esaurimento delle risorse, se continuiamo così ci stiamo tutti quanti sparando nelle gambe da soli. Allora, dobbiamo liberare la comunicazione scientifica e renderla accessibile a tutti. Come dice Monbiot, "Abbasso il racket del monopolio della conoscenza"



Gli editori accademici fanno sembrare Murdoch un socialista

Di George Monbiot (Traduzione di Massimiliano Rupalti)


Gli editori accademici addebitano elevate commissioni per accedere alla ricerca pagata da noi. Abbasso il racket del monopolio della conoscenza.'


 Sebbene le biblioteche universitarie abbiano freneticamente tagliato gli abbonamenti per sbarcare il lunario, le riviste oggi consumano il 65% dei loro bilanci ': Foto: Peter M Fisher/Corbis

Chi sono i capitalisti più spietati del mondo occidentale? Le cui pratiche monopolistiche fanno di Walmart il negozietto sotto casa e di Rupert Murdoch un socialista? Non indovinereste la risposta neanche in un mese. Benché ci siano moltissimi candidati, il mio voto non va alle banche, alle compagnie petrolifere o a quelle di assicurazioni sanitarie, ma - aspettatevelo – agli editori accademici. 

Il loro sembra essere un settore stantio e insignificante. Tutt'altro. Di tutte le frodi aziendali, il racket che gestiscono è quello che ha più urgente bisogno di essere rinviato alle autorità garanti della concorrenza.

Tutti dichiarano che la gente dovrebbe essere incoraggiata a capire la scienza e le altre ricerche accademiche. Ma gli editori hanno messo un lucchetto e la scritta “Vietato entrare” ai cancelli. Vi dovreste indignare per la politica di accesso a pagamento di Murdoch, con la quale applica una tariffa di una sterlina per 24 ore per accedere al Times e al Sunday Times. Ma almeno in quel periodo puoi leggere e scaricare quello che vuoi. Leggere un singolo articolo pubblicato dalle riviste di Elsevier's ti costerà 31,50 dollari. Springer chiede 34,95€, Wiley-Blackwell 42 dollari. Ne leggi 10 e paghi 10 volte. E le riviste conservano il copyright per sempre. Vuoi leggere una lettera stampata nel 1981? Pagherai 31.50 dollari.



Illustrazione di Daniel Pudles


Naturalmente, puoi andare in biblioteca (se esiste ancora). Ma anche quelle sono state colpite da tasse cosmiche. Il costo medio di un abbonamento annuale ad una rivista di chimica è di 3.792 dollari. Alcune riviste costano 10.000 dollari l'anno o più a magazzino. La più cara che abbia visto è Elsevier's Biochimica et Biophysica Acta, che costa 20.930 dollari. Sebbene le biblioteche universitarie abbiano freneticamente tagliato gli abbonamenti per sbarcare il lunario le riviste oggi consumano il 65% dei loro bilanci, e ciò significa che devono ridurre il numero di libri che comprano. Le tasse delle riviste influiscono in quanto componente significativa dei costi universitari, che vengono passati ai loro studenti.

Murdoch paga i suoi giornalisti ed i suoi editori e le sue compagnie generano gran parte dei contenuti che usano. Ma gli editori accademici ottengono i loro articoli, le loro revisioni tra pari (approvate da altri ricercatori) e persino la maggior parte della loro redazione, gratuitamente. Il materiale che pubblicano è stato commissionato e finanziato non da loro, ma da noi, attraverso finanziamenti alla ricerca e stipendi accademici.
Ma per visionarlo dobbiamo pagare ancora ed in maniera esosa. I ritorni sono astronomici: nel passato anno finanziario, il margine di profitto operativo di Elsevier è stato del  36% (£724 su ricavi di £2 miliardi). Sono il risultato di una morsa sul mercato. Elsevier, Springer e Wiley, che hanno acquisito molti dei loro competitori, ora pubblicano il 42% degli articoli scientifici.

Ancora più importante, le università sono costrette a comprare i loro prodotti. I saggi accademici vengono pubblicati solo in un luogo e devono essere letti da ricercatori che cercano di tenere il passo con il loro tema di ricerca. La domanda è rigida e la competizione inesistente perché riviste diverse non possono pubblicare lo stesso materiale. In molti casi gli editori obbligano le biblioteche a comprare una gran quantità di riviste, che le vogliano in così grande quantità o meno. Forse non sorprende che uno dei più grandi truffatori che abbia mai truffato questo paese – Robert Maxwell – ha fatto gran parte dei suoi soldi attraverso le pubblicazioni accademiche.

Gli editori dichiarano di dovere addebitare tali commissioni a causa del costo di produzione e distribuzione e che loro aggiungono valore (nelle parole di Springer) perché “sviluppano i marchi delle riviste e mantengono e migliorano l'infrastruttura digitale che ha rivoluzionato la comunicazione scientifica negli ultimi 15 anni”. Ma un'analisi della Deutsche Bank giunge a conclusioni differenti. “Crediamo che gli editori aggiungano un valore relativamente piccolo al processo editoriale... se il processo fosse veramente complesso, costoso e di valore aggiunto, come contestano gli editori, il 40% di margine non sarebbe disponibile”. Lontani dall'assistere la divulgazione della ricerca, i grandi editori la impediscono, così come i loro lunghi tempi di consegna possono ritardare l'uscita delle scoperte di un anno o più.

Quello che vediamo è puro capitalismo di rendita: monopolizzare una risorsa pubblica per poi addebitare commissioni esorbitanti per usarla. Un altro termine per questo fenomeno è parassitismo economico. Per ottenere il sapere per il quale abbiamo già pagato dobbiamo cedere le armi ai proprietari terrieri dell'apprendimento. Ciò è abbastanza negativo per gli accademici, è peggio per gli altri. Mi riferisco ai lettori e revisori, sul principio che le dichiarazioni debbano essere seguite dalle fonti. I lettori mi raccontano di non essere in grado di permettersi di giudicare da soli se ho rappresentato o no la ricerca onestamente. I ricercatori indipendenti che cercano di informarsi riguardo a importanti problemi scientifici devono esibirne migliaia. Questa è una tassa sull'educazione, un ostacolo allo spirito pubblico. Sembra violare la dichiarazione universale dei diritti umani, che dice che “tutti hanno il diritto di essere liberi di....condividere i progressi scientifici ed i loro benefici”.

L'editoria ad accesso libero, nonostante le sue promesse e qualche eccellente risorsa come la biblioteca Pubblica della Scienza ed il database fisico arxiv.org, ha fallito nel rimpiazzare i monopolisti. Nel 1998 l'Economist, rilevando le opportunità offerte dall'editoria elettronica, predisse che "i giorni dei margini di profitto del 40% saranno presto defunti come Robert Maxwell".Ma nel 2010 i margini operativi di profitto di Elsevier erano gli stessi (36%) di quelli del 1998.

La ragione è che i grandi editori si sono impadroniti delle riviste con i fattori di impatto accademico più elevato, nelle cui pubblicazioni è essenziale per i ricercatori provare ad ottenere sovvenzioni e progredire nella loro carriera. Puoi cominciare leggendo riviste ad accesso aperto, ma non puoi fare a meno di leggere quelle chiuse.

I governi, con poche eccezioni, hanno fallito nei loro confronti. Gli Istituti Nazionali per la Salute negli Stati Uniti obbligano tutti a prendere le loro sovvenzioni per mettere i loro saggi in un archivio ad accesso libero. Ma il Consiglio della Ricerca inglese, la cui dichiarazione sul libero accesso è un capolavoro di chiacchiera insignificante, si basa “sull'assunto che gli editori manterranno lo spirito delle loro politiche correnti”. Puoi scommetterci. A breve termine, i governi dovrebbero riferire sugli editori ai loro cani da guardia della concorrenza ed insistere che tutti i saggi provenienti da ricerche finanziate pubblicamente vengano inserite in un database pubblico ad accesso libero. A lungo termine, dovrebbero lavorare con i ricercatori per tagliare fuori completamente gli intermediari, creando - seguendo le linee proposte da Björn Brembs della Freie Universität di Berlino - un unico archivio globale della letteratura e dei dati accademici. La revisione tra pari sarebbe supervisionata da un corpo indipendente. Potrebbe essere finanziato dai bilanci delle biblioteche che sono al momento dirottati nelle mani dei privati.

Il monopolio del sapere è così ingiustificato ed anacronistico quanto le leggi sulla bardatura dei cavalli da guerra. Buttiamo fuori questi feudatari parassiti e liberiamo la ricerca, che ci appartiene.

7 commenti:

  1. Anche le riviste "open" hanno problemi simili. Non paghi l'accesso ma paghi (salata) la pubblicazione, circa 1000-2000 euro per articolo. Calcolando che il mio istituto produce 2-300 articoli l'anno, significa una tassa che e' confrontabile con gli abbonamenti. Considerato che copre solo gli accessi online, e poi l'abbonamento lo paghi comunque, quei soldi non li riesci a tirar fuori.

    Non è un caso, gli editori sono gli stessi, quel che esce dalla porta rientra dalla finestra.

    Arxiv ha recentemente chiesto di essere finanziata. I costi operativi infatti pesano sull'organizzazione, e non sono più sostenibili su base volontaristica. Si è fatto un rapido conto, e il contributo per il mio ENTE (nazionale, non l'istituto locale) è di circa 1000 euro, pagati di corsa.

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  2. ..In effetti una decina di ani fà, per fare la mia tesi bibliografica sul paziente odontostomatologico irradiato, dovetti tirar fuori circa 400 euri per una dozzina di articoli su mediline...Anche in questo caso però ridurre il numero delle università porterebbe a dei risparmi...

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  3. Francesco, il tuo commento è una meraviglia. Poiché gli editori scientifici rapinano il mondo, bisogna ridurre il numero delle università in modo da pagare meno abbonamenti. Splendido. Poi cos'altro?

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  4. Da anni seguo la biblioteca di Chimica, e questo problema mi è ben presente. Con l'editoria elettronica gli editori hanno trovato un modo di fare PIU` soldi di prima. Addirittura sono capaci di farti pagare per avere una figura del tuo articolo in copertina di una rivista che esce SOLO in formato elettronico (ciòe, si prestano a vendere PUBBLICITÀ). Inoltre il copyright è molto più facile da implementare. Incidentalmente, sapete che se si acquista una rivista in formato elettronico solamente in Italia almeno si deve pagare l'IVA al 20% ?
    L'open access non è una soluzione, che sia anche quella una fonte possibile di guadagno enorme è testimoniato dal fatto che siamo tutti bombardati da inviti a pubblicare in nuove riviste open-access.

    Il problema è di carattere più generale, ed ha a che fare con la valutazione...e con il fatto che anche noi siamo più tenuti ad APPARIRE che ESSERE dei buoni scienziati.

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  5. Quello che mi fa impazzire di questa faccenda è l'inazione totale degli scienziati. Con sempre meno soldi a disposizione, siamo abituati a far tutto da noi - una volta c'erano delle segretarie che ci battevano a macchina gli articoli, c'erano i bibliotecari che ci cercavano gli articoli, c'era il traduttore che ci riguardava l'inglese. Tutto sparito. Facciamo tutto da noi, fra un po' spazzeremo anche per terra nei laboratori. E poi anche puliremo i bagni e useremo vecchi articoli scientifici come carta igenica.

    Ma non ci riesce di liberarci della tirannia di questa banda di mangiapane a ufo. Possibile che non riusciamo a metterci d'accordo e farci da noi il peer review? Eppure, siamo noi che lo facciamo. M

    Mi viene sempre in mente Woody Allen quando diceva che non avrebbe mai voluto far parte di un club che accetta gente come lui fra i soci. Siamo tanto intelligenti, come scienziati, che siamo completamente fessi.

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  6. Io sono un traditore...
    Gestivo e gestisco una rivista scientifica di proprietà dell'Università di Firenze con (modesto) impact factor. Ebbene dal 2012 passo con Taylor and Francis. Il motivo in questo caso non è economico ma da addebitare alle elefantiache procedure burocratiche delle nostre segreterie (dell'università) che -per esempio- per spedire un numero della rivista, pagato con i soli abbonamenti nostri, ci mette circa tre (3) mesi...
    Quindi è vero che la conoscenza deve essere libera, ma talvolta i motivi per cui si finisce ad aderire a questi Editori internazionali potrebbero tranquillamente essere evitati.

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