Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 16 luglio 2013

Un futuro incerto (VI): la pietra filosofale

Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR


Di Antonio Turiel

[Le persone e le situazioni che appaiono in questa storia sono del tutto inventate. Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali sarà sempre un pura coincidenza]

Nonostante il danno enorme che aveva causato, la Chimera della Grande Repubblica Francese era stata straordinariamente effimera: poco più di sette anni separavano il momento in cui la Francia aveva invaso l'Italia dal momento in cui la grande Tempesta di San Alfonso distrusse l'Esercito della Repubblica. Due anni dopo gli eventi di cui raccontavamo nel capitolo precedente, una pace relativa era tornata a regnare in Europa. Le nuove nazioni, molto più piccole degli Stati Nazione falliti dai quali avevano avuto origine, erano riusciti a superare una buona parte delle loro rimostranze storiche e giungere a collaborare fra loro. In molti casi collaboravano per pura necessità: la vita era molto dura in quegli anni nei quali il Cambiamento Climatico si manifestava con sempre più forza. Ottenere un raccolto sufficiente era un'impresa che non era alla portata di tutti gli agricoltori e la fortuna era variabile e sfuggente col passare delle stagioni e degli anni. Mancava praticamente di tutto e tutta la popolazione che poteva tornò in massa alle campagne. Le epidemie di dissenteria, di colera, di febbre tifoidea, di tubercolosi e di tante altre malattie che si pensava fossero dimenticate, tornavano di nuovo e a volte si propagavano per tutto il continente. Nonostante i miglioramenti nelle abitudini igieniche e la maggior conoscenza delle basi microbiologiche delle infezioni, la maggior parte della gente faceva fatica a seguire anche delle semplici raccomandazioni per mancanza di mezzi e per dover soddisfare la necessità sempre più urgente di trovare qualcosa da mangiare. Con le epidemie, la fame e l'emigrazione in altri continenti, la popolazione europea stava sperimentando una graduale ma continua discesa.

Gianni non era estraneo a tutte queste calamità, anche se il suo status di Docente Universitario gli permetteva di vivere un po' meglio del resto dei suoi concittadini di una Svizzera che, a sua volta, conservava un livello di benessere superiore di qualsiasi altro paese. Quando terminava le estenuanti giornate di 10 o 12 ore che si auto-infliggeva, alla ricerca impossibile della fonte energetica ideale, passava altre due o tre ore in una mensa sociale  o facendo il volontario in ospedali per persone in difficoltà. Gianni si sentiva un privilegiato e quindi obbligato a restituire qualcosa ad una società che lo aveva rimesso in piedi. In realtà si sentiva più riconoscente anche perché lui stesso si attribuiva gran parte della colpa delle disgrazie che si erano abbattute sull'Europa negli anni precedenti. Se non avesse ingannato quei creduloni Francesi con i tremogeneratori di Tesla, la Francia non si sarebbe imbarcata in un'impresa così grande e assurda. Lui non li aveva obbligati, ma fu un loro necessario collaboratore. La vita in Europa sarebbe stata migliore se Gianni non avesse aggiunto altro dopo la sua accusa contro l'ignoranza in quel processo di Parigi e se si fosse lasciato semplicemente giustiziare. Si poteva rigirare questo fatto come si voleva, ma era la semplice e inappellabile verità. Gianni sentiva che doveva compensare con tutti i mezzi a disposizione l'orribile male che aveva contribuito a liberare.

Dopo la sconfitta di San Alfonso, probabilmente impressionato dal comportamento di Gianni durante i giorni precedenti, Strauss aveva cominciato a trattarlo in un altro modo. In realtà era da qualche tempo che lo trattava in un altro modo, ma per Gianni fu evidente solo quando la minaccia francese si dissolse come lo zucchero nel tè che era solito condividere con Strauss. Gianni non aveva problemi a scendere a realizzare di persona le sue esperienze di laboratorio e, in alcune occasioni, Strauss, generalmente riluttante ad interagire con le apparecchiature sperimentali, a volte lo seguiva per proseguire le loro discussioni e verificare a caldo le sue diverse ipotesi, verifica che generalmente sottoscriveva il punto di vista di Strauss. “Mi sono sbagliato solo una volta in vita mia”, diceva Strauss con una certa superbia infantile, “ed è stato giudicando lei, caro amico”, diceva a volte a Gianni. Lui gli rispondeva che la nebbia della guerra offusca la ragione umana, non lascia vedere con chiarezza, quindi non aveva troppa importanza ciò che Strauss considerava un errore di valutazione di Gianni (e lo stesso Gianni non lo considerava del tutto una sciocchezza).

Un giorno in cui Gianni stava commentando i dettagli del su ultimo prototipo, Strauss gli disse:

- Lei è così vicino, così vicino... Sì, forse è questo il momento e lei è la persona.

Gianni guardò sorpreso Strauss, curioso. Cosa voleva dire l'anziano professore?

- Venga, venga con me – e guidò Gianni verso il suo ufficio. Dal taschino della sua giacca tirò fuori una chiave che penzolava da una catenina e con essa aprì il cassetto di un armadio, da dove prese un block notes con la copertina azzurra scolorita, la mise fra le mani di Gianni e gli disse: - Mi piacerebbe che faccia una revisione dei calcoli di certe esperienze che erano collegate a questo quaderno e poi mi esponga le sue conclusioni. Non mi fraintenda: naturalmente non le ordino nulla, sono anni che lei è professore di questa università con pieno diritto. Ma mi piacerebbe davvero conoscere la sua opinione. Questo sì, la prego di trattare tutto questo materiale con la massima discrezione: non voglio che venga diffuso fra gli altri professori. Accetti per questa volta questa piccola eccentricità di un professore alla fine della sua carriera professionale.

Gianni fu colpito da una sollecitudine tanto strana, ma la curiosità prevaleva su qualsiasi altra considerazione, quindi accettò l'incarico di Strauss e prese il block notes per studiarlo con tranquillità a casa sua.

Gianni passò ore ed ore assorto dalla lettura di quello straordinario block notes. Quelle 100 pagine contenevano una profondità concettuale e tecnica che non aveva mai visto da nessun'altra parte prima, tutto scritto con i caratteri minuti e puntigliosi di Strauss. Era ovvio che Strauss ci avesse messo le mani molte volte su quegli studi e che lo aveva ripulito, forse più volte, fino a scrivere questo libretto di apparenza umile e contenuto grandioso. Ma quello che vi veniva spiegato non poteva semplicemente essere. Era tanto straordinario che era per forza impossibile. Gianni pensò che Strauss lo stesse mettendo alla prova ancora una volta e la prese come una sfida. Continuava a fare le sue annotazioni nel suo block notes personale, che poi divennero due, poi quattro, poi... Per giorni, Gianni dedicava tutto il suo tempo libero e anche il suo tempo per la sperimentazione nel laboratorio a provare a cercare la trappola di quei calcoli. Concluse il block notes nel momento in cui annotava i suoi ultimi risultati nell'ultima pagina del suo decimo block notes. Non aveva trovato il trucco, Strauss tornava a vincere.

Con il capo chino andò a cercare Strauss nel suo ufficio. Suono alla porta e quando Strauss gli rispose “avanti” la aprì e dalla soglia, con la maniglia ancora in mano, gli disse:

- Mi arrendo, professor Strauss. Lei ha vinto. Non sono riuscito a trovare l'errore. Tutti i calcoli sembrano impeccabili. Dov'è il trucco?

Strauss sorrise e gli chiese di entrare e chiudere la porta. Gianni entrò, rassegnato. Strauss si sarebbe divertito alle sue spalle, facendogli il pelo per non aver trovato un errore evidente, ma come minimo avrebbe imparato qualcosa in più di Fisica.

- Si sieda, amico mio – gli disse Strauss, col tono che usava quando quando Gianni aveva fatto qualcosa che gli piaceva particolarmente – Lei ora ha revisionato i miei calcoli per giorni e non ha trovato nessun trucco. Ed è logico, perché non c'è alcun trucco.

Gianni lo guardò stupito, con la bocca aperta, per alcuni secondi, incapace di articolare una parola e alla fine gli disse:

- Andiamo professor Strauss, andiamo, non si prenda gioco di me. Ho saltato qualche termine, ho presupposto qualche assunto di Fisica che in realtà è sbagliato e che lei conosce meglio di chiunque altro. Mi dica per favore dov'è al chiave di questi risultati assurdi.

- Ma non c'è nessuna chiave occulta! - disse strauss e i suoi occhi brillavano come quelli di un bimbo birichino – I risultati sono corretti. La densità energetica risultante...

- ... è semplicemente assurda professore – lo interruppe Gianni con discrezione.

- Si contraddice il Primo e il Secondo Principio della Termodinamica, professor Palermo?

- No – disse Gianni, questa è stata una delle prime cose che ha confermato, naturalmente

-  C'è conservazione della massa, si sono tenuti in conto tutti i calori latenti e sensibili, i potenziali chimici, i moduli di elasticità, di comprimibilità, i punti di rottura, le dilatazioni termiche? - domandò Strauss come chi spunta una lista della spesa.

- E' tutto apparentemente corretto, professor Strauss – disse Palermo e dopo aver riflettuto un po' aggiunse: - La chiave sta nell'uso delle diverse anomalie reattive presenti in questo strano fenomeno di risonanza...

- ... le quali sono tutte perfettamente documentate da un'infinità di validazioni sperimentali – e qui fu uno spumeggiante Strauss a interrompere Palermo.

Gianni Palermo era in stato di shock. Ma il fatto è che non poteva essere. Semplicemente, non poteva essere.

Intuendo i suoi pensieri, Strauss gli disse:

- Guardi Gianni – era la prima volta nella sua vita che lo chiamava col suo nome di battesimo – ho bisogno di lei. Io, come sa, sono un fisico teorico, ma lei è uno sperimentatore molto in gamba. Ora ha visto la stessa meraviglia che ho visto io anni fa, quando dopo una settimana di frenetica ispirazione, scrissi questo block notes. In realtà, scrissi e riscrissi, provai mille cose cercando l'errore nei miei argomenti, corressi al massimo i miei ragionamenti, separando chiaramente tutti i fattori e non trovai l'errore. Di fatto, capii perché non c'erano errori. Era qualcosa di evidente, sotto gli occhi di tutti, ma come i pezzi di un puzzle mancava una visione complessiva per farli incastrare. In seguito mi spaventai e chiusi quel block notes in questo cassetto per decenni, sperando che un giorno comparisse qualcuno col quale poter discutere questi risultati senza che facesse di me lo zimbello di tutta l'Università. Quindi, professor Palermo, la prego: converta i miei calcoli in dispositivi, realizzi l'esperimento. Dimostri che mi sbaglio. Trovi il mio errore, la prego.

A Gianni girava la testa, ma la richiesta di Strauss gli piaceva. Se c'era un luogo dove Gianni Palermo si sentiva sicuro era in laboratorio. Sì, lì era in grado d trovare l'errore che sulla scrivania del suo ufficio non era stato capace di trovare.

Stava già uscendo dalla porta dell'ufficio quando Strauss gli fece un'ultima richiesta:

- Ma Gianni, per favore, sia discreto.

- Naturalmente Wilhelm – disse Gianni facendo l'occhiolino. .

Lo stesso Gianni aveva interesse ad essere discreto. Non sarebbe stato per nulla edificante se si fosse saputo che due professori dell'Università Tecnica perdevano tempo tentando di attuare una chimera infantile. Quindi programmò il suo orario di laboratorio di modo che, in mezzo alle sue sperimentazioni convenzionali, provava le diverse fasi che erano implicate nel block notes azzurro. Ma nessuna fase fallì di per sé e tutti i valori confermavano, con un'approssimazione molto buona, i calcoli di Strauss. Così che Gianni si vide obbligato ad assemblarle tutte insieme, il che non fu molto discreto (il dispositivo, nonostante fosse in scala, era alto quasi due metri) e alcuni compagni gli chiedevano su cosa stesse lavorando. Lui rispondeva loro che voleva montare un calorimetro di precisione per testare certe reazioni esotermiche e con questa spiegazione li aveva soddisfatti.

Quando finì di montare, tutti i pezzi revisionati tre volte, spostò il suo “calorimetro” nel patio interno della facoltà. Lo fece quando era già notte e praticamente non era rimasto nessuno nell'istituto. Collegò l'apparato a terra, fece gli ultimi aggiustamenti e lo azionò. Prese misure, controllando entrate e uscite, per due ore. Non poteva crederci. Tutto funzionava come nel block notes di Strauss.

Gianni aveva dovuto ingegnarsi per convertire i calcoli di Strauss in u dispositivo fattibile e dovette fare non pochi disegni di ingegneria un po' elaborati per poter sfruttare al massimo il potenziale dei calcoli si Strauss: dalla fisica teorica a quella sperimentale c'è sempre differenza. Tuttavia, i margini che aveva stimato Strauss erano ragionevoli e il dispositivo funzionava quasi come da manuale. Gianni semplicemente non riusciva a credere di aver fatto quello che aveva fatto.

Siccome non poteva lasciare l'apparato in mezzo al patio della facoltà, decise di portarsi il prototipo a casa, con l'aiuto di un carrello. Non viveva lontano dal laboratorio. L'Università aveva una piccola quantità di case che affittava a prezzi bassi al suo personale e la sua piccola dimora aveva un patio posteriore dove avrebbe potuto collocare il dispositivo in modo discreto e lasciarlo acceso a tempo indeterminato.  Lo installò là, lo collegò a un alternatore, questo ad un accumulatore di grande capacità e lo lasciò acceso per dei giorni.
Per giustificare l'uscita del materiale, scrisse una richiesta di trasferimento di attrezzature per un lavoro sul campo destinato alla determinazione di zone franche favorevoli per la generazione termosolare, riempì i formulari di ordine di missione e se ne andò a casa a vigilare l'aggeggio. Dopo aver vigilato il suo funzionamento per una settimana, controllando ogni variabile, si convinse che il dispositivo funzionava correttamente e che avrebbe continuato a farlo indefinitamente.

Fu dopo quei sette giorni nei quali Gianni Palermo credette di vivere in una specie di sogno irreale che decise di andare a trovare Strauss. Era un pomeriggio di domenica e Gianni incontrò Strauss a casa sua, mentre lavorava in giardino. Il giardino era stato la passione di sua moglie e, quando lei morì tre anni prima, Strauss aveva deciso di mantenere vivo il suo ricordo mantenendo vivo il suo giardino.

Strauss alzò lo sguardo e vide di fronte a sé un Gianni palermo sporco, con i vestiti spiegazzati e le occhiaie.

- E' terminato il suo esperimento sul campo, professor Palermo? - gli disse, mentre continuava a potare un arbusto.

- Sì – disse Gianni, laconico – certo che l'ho finito. Dovremmo parlare.

- Naturalmente – disse Strauss – Per favore, entri in casa.

Gianni sprofondò nella poltrona mentre aspettava che Strauss gli servisse il tè. All'improvviso si rese conto di quanto fosse stanco. Erano quasi sette giorni che non dormiva. Quando il professore si sedette nella sua poltrona, Gianni parlò.

- Professor Strauss: il dispositivo funziona. Funziona esattamente come lei aveva previsto; be', con qualche piccolo aggiustamento insignificante, ma ciò che importa è che funzioni! Funziona! Si rende conto di cosa significhi questo?

- Sì - disse Strauss e diede un breve sorso al suo tè – significa che abbiamo trovato una fonte di energia praticamente inesauribile.

Ed era così. Avevano trovato una fonte del genere – be', più che altro Strauss aveva trovato la fonte e Gianni aveva messo in pratica il suo sfruttamento. Suonava come quelle cospirazioni tanto popolari negli anni passati, tutti quei racconti di energia libera, Tesla usato come un'icona grottesca e tutto quel gauzzabuglio assurdo di concetti di fisica quantistica, magnetismo e moto perpetuo. Ma, a differenza di tutte queste parole vuote, il dispositivo di Gianni funzionava su una solida base teorica sviluppata da Strauss e nella sua deduzione ed implementazione era stato usato il metodo scientifico; ogni ipotesi era stata falsificata, ogni processo era stato dimostrato... un lavoro da formichine che che aveva richiesto anni di sperimentazione e di sviluppo. E le cose non venivano fatte così per capriccio: la necessità di usare il metodo scientifico proveniva dal fatto che si cercava la riproducibilità, che i risultati ottenuti oggi qui fossero gli stessi che potesse ottenere qualsiasi altra persona in qualsiasi altro luogo. Insomma, che quello che avessero ottenuto avesse una validità universale, una garanzia di funzionamento, che non si basasse sull'ingenuità o la credulità della gente, ma che fornisse benefici oggettivi e misurabili.

Gianni si sentiva sopraffatto degli eventi. Tanti anni passati a prevedere la scarsità di risorse ed energia per ritrovarsi, alla fine della propria carriera scientifica, con una fonte di energia praticamente illimitata e per il cui sfruttamento erano richiesti materiali semplici e con un fabbisogno energetico per la realizzazione, sfruttamento e mantenimento molto ridotto (Gianni stimava che l'EROEI del suo dispositivo fosse superiore a 40 e, probabilmente, si sarebbe potuto migliorare nei progetti successivi). Gianni si sentiva come il personaggio di un racconto, di una favola, di una storia scritta da uno scienziato per dare l'allarme sui problemi della sostenibilità del nostro mondo. In realtà, gli sarebbe piaciuto essere un tale personaggio immaginario. Perché non era in grado di immaginarsi cosa sarebbe successo a partire da quel momento.

- Professor Strauss... Wilhelm – disse alla fine Gianni di fronte al mutismo di Strauss – questa è la più grande scoperta dell'Umanità. Dobbiamo renderla pubblica.

- Con un'invenzione del genere la Francia avrebbe sottomesso il mondo. Che garanzie abbiamo che la Svizzera non farà la stessa cosa se le offrissimo questo Santo Graal, questa Pietra Filosofale capace di trasmutare il pianeta?

- Il popolo svizzero – rispose Gianni – è un popolo colto ed educato.

- Lo era anche il popolo francese, Gianni – rispose Strauss – Mon Dieu! Il mondo ha conosciuto poche nazioni tanto colte ed avanzate tecnologicamente come la Francia. E, tuttavia, quando il suo sistema industriale collassò, la sua caduta fu più pesante e più brutale di quella di altri paesi meno avanzati come, non si offenda, la sua Italia. Quando la necessità mette sotto pressione, la ragione e il buon senso di solito scarseggiano. E proprio adesso la necessità attanaglia anche la Svizzera. Io mi fido del nostro primo Ministro, ma i francesi non si sono fidati dei loro Presidenti? E non sono stati traditi fino ad essere portati alla sconfitta finale?

- Ma, professore... - Gianni non si sentiva ancora a suo agio con tanta improvvisa familiarità – se tutte le nazioni disponessero di questa tecnologia, nessuno potrebbe invadere nessuno, nessuno avrebbe bisogno di invadere nessuno.

- Questo è vero – Strauss rimase un attimo a pensare – ma si lancerebbero comunque in una folle avventura: quella di espandersi senza controllo fino ad andare a sbattere contro i limiti e tentare sempre di superarli. Fondamentalmente, è ciò che abbiamo fatto finché la società industriale non è collassata.

- Ma, cosa dovremmo fare allora? Lasciare che l'Umanità sprofondi nell'oscurità? Lasciare che la gente muoia di fame e di malattie?

- Sinceramente non lo so, Gianni. Sono anni che conosco questa fonte miracolosa di energia e per anni mi sono fatto la stessa domanda, senza avere una risposta. Dubito che l'Umanità la sappia usare correttamente. Sai? Molti anni fa un astrofisico americano fece un calcolo curioso. Immaginò che qualcuno trovasse questa meravigliosa fonte di energia inesauribile ed illimitata ed si pose il problema di cosa sarebbe successo sulla Terra col calore residuo che dissiperebbero le nostre macchine se mantenessimo un ritmo crescente di consumo di energia di un 2,3% all'anno (cosa che sarebbe considerata una crescita moderata con gli standard di inizio secolo). Le sue conclusioni erano inappellabili: in 350 anni la temperatura del pianeta salirebbe dai 16°C delle medie attuali e fino a 36°C , prima di 450 anni anni gli oceani bollirebbero e in poco più di 7000 anni il pianeta sarebbe talmente caldo che persino l'acciaio fonderebbe. Queste sono le conseguenze della logica esponenziale della crescita infinita ella quale l'essere umano si vede spinto dalla sua stessa biologia. Finché non apprendiamo a moderare questa spinta siamo condannati.

E non dovremmo provarci, professore? Possiamo incrociare le braccia e condannare i nostri simili a una vita di dolore e penuria, giudicando che mai saranno capaci di imparare?

- La decisione finale, mi caro Gianni, la lascio a lei. Il mio tempo qui sta per finire. Mi hanno diagnosticato un cancro terminale, non vivrò più di un paio di mesi.

- Wilhem... oh mio Dio, mi dispiace molto.

- Non si dispiaccia, Gianni. Me ne vado dopo aver vissuto una vita intensa e grazie a suo lavoro degli ultimi mesi posso andarmene con la soddisfazione personale di aver risolto l'ultima sfida scientifica della mia vita. Ma, sinceramente, preferisco non vivere per prendere le decisioni difficili che dovrà fronteggiare lei. Mi chiami pure egoista, se vuole. Non ho figli e non lascio dietro di me altro che la mia opera, se questa ingrata Umanità è in grado di sfruttarla.

Gianni era muto. Sentiva che le lacrime gli venivano agli occhi. Era da molto tempo che rispettava profondamente quell'uomo, ma solo col tempo era giunto ad apprezzarlo. Era la cosa più vicina ad un amico che gli rimaneva in Svizzera. Nel mondo.

- Ho preso una serie di misure opportune. Lascio a lei tutti i miei possedimenti, che comprendono questa casa e tutto ciò che contiene. Tengo particolarmente alla biblioteca: mi ci sono voluti anni per crearla e preferisco evitare che vada dispersa. Lei senza dubbio saprà apprezzarla. La prego anche di curare il giardino. Era molto importante per mia moglie.

Gianni poté articolare solo un “sì” a voce bassa. Non si sentiva di avere la forza morale di contrariare un moribondo, tanto meno uno come lui, uomo di carattere e che meditava con somma attenzione ogni passo che faceva. Wilhelm Strauss continuò a parlare delle sue misure post mortem, come chi fa un inventario.

- Per questa settimana in cui lei era fuori, ho chiesto il permesso per malattia all'Università, la quale me lo ha concesso, date le circostanze, anziché forzare il mio pensionamento: sa già che avrei potuto essere in pensione da anni. In questo modo lei avrà il tempo per prepararsi per i concorsi per la cattedra che lascerò vacante con la mia morte. Nessuno dei suoi competitori ha un livello comparabile al suo, quindi se si sforza, ce la farà, caro Gianni – e come se immaginasse che Gianni gli avrebbe chiesto perché avrebbe dovuto volere la cattedra, aggiunse – Essendo cattedratico di questa Università e con quel poco di anzianità che ha già, il suo stipendio praticamente triplicherebbe, guadagnerebbe a sufficienza da poter intraprendere i progetti che crede opportuni e continuare a mantenere la vedova e i figli del suo pupillo senza bisogno di rimanere un giorno senza cena.

A quell'uomo non sfuggiva nulla.

- Credo che questo sia tutto – concluse Strauss.

- No, non lo è – disse Gianni ed abbracciò con forza Wilhelm.

Tutto avvenne come aveva previsto Wilhelm Strauss. Lui morì dopo due mesi e il suo posto rimase vacante. Gianni approfittò di quel tempo per prepararsi a fondo la cattedra e batté in modo limpido i suoi competitori. Una volta ottenuta la sua nuova posizione, Gianni cominciò a pensare seriamente cosa fare col resto della sua vita. Era sul punto di compiere sessant'anni, anche se manteneva in buona forma, in parte per l'esercizio e in parte per il digiuno involontario che il suo stipendio da professore titolare ed i suoi obblighi morali gli avevano procurato. Il mondo che aveva conosciuto da giovane era fatiscente. Anche quel ristagno di civiltà che era la Svizzera soffriva di un processo di decadenza, un peso morto attaccato ai piedi che trascinava i paesi e le civiltà verso la miseria e l'ignominia. E, ciò che era peggio, il degrado stava accelerando. Ma lui, Gianni palermo, era l'unico uomo sulla terra che conosceva i segreti di una fonte di energia incredibile, il sogno dell'Umanità: praticamente illimitata, rinnovabile, non inquinante e che non richiedeva materiali troppo sofisticati o rari per il suo sfruttamento. Con questa fonte di energia l'Uomo poteva evitare di cadere in fondo al baratro verso il quale sembrava inevitabilmente destinato, questo Gianni lo sapeva bene, ma poteva anche finire di distruggere il mondo e sé stesso. Quell'energia poteva essere allo stesso tempo la sua salvezza e la sua perdizione finale.

Cosa doveva fare? Cosa poteva fare? Avrebbe potuto, forse, scappare in Nord Africa, rifugiarsi in una comunità di lì. Fra gente che era stata capace di sostentarsi per secoli vivendo col necessario, sarebbe stato più facile far capire che non si deve abusare delle risorse, che ci sono sempre delle conseguenze impreviste, delle esternalità, come dicono gli economisti, che alla fine non sono ipotizzabili anche se ci diciamo che lo sono, per inerzia mentale, per non essere in grado di rinunciare a cose che crediamo che siano comodità e non sono altro che catene che ci tengono legati. Gianni avrebbe potuto, forse, rifugiarsi là, partire da zero, tornare a cominciare con mezzi più modesti, mentre il resto dell'Europa finiva di sprofondare. In quel modo, sarebbe riuscito ad ottenere che la sostenibilità dell'azione umana venisse incorporata nell'inconscio collettivo della società? Ma questo sarebbe stato giusto nei confronti del suo paese, del suo continente? Alla fine dei conti lui era europeo. Che diritto aveva di ergersi a “salvatore” di altri popoli, nazioni elette che non avrebbero seguito il sentiero della Gomorra europea? Non sarebbe stato più onesto tentare di salvare quello che c'era qui, per difficile che fosse? Non lo doveva forse a Svizzera, Francia, Italia ed Europa?

Dopo il lavoro e dopo le molte ore di servizio sociale, Gianni Palermo faceva lunghe passeggiate per Zurigo, frequentemente di mattina, sempre pensando a quale decisione prendere. Era un uomo rispettato in Svizzera e in realtà non aveva bisogno di complicarsi la vita. Avrebbe potuto portarsi il segreto nella tomba. Ma di tanto in tanto ricordava le parole di Strauss; non aveva diritto a fare una cosa del genere, forse non era giusto rubare all'Umanità quella che forse era la sua ultima opportunità. “In varie centinaia di milioni di anni, l'Umanità scomparirà, distrutta dall'inevitabile aumento della radiazione solare, è questa la fine che vogliamo? Ma, d'altra parte, senza educazione, senza razionalizzazione, ci espanderemmo come un virus senza controllo per finire ugualmente per soccombere”. Non riusciva mai a uscire da questo circolo vizioso dei suoi pensieri.

Un leggero strattone della gamba dei pantaloni lo destò dalla sua introspezione. Proprio di fronte a lui c'era una bambina di circa otto anni. Scalza, apparentemente affetta da tubercolosi, cenciosa, in mezzo alla strada a quell'ora di notte.

- Signore – gli disse in francese con sguardo implorante – mi dia qualcosa da mangiare. Sono giorni che non mangio qualcosa.

- Dove sono i tuoi genitori, piccola? - chiese Gianni.

- Il signore se li è portati via. Avevano la tubercolosi – disse, tossendo leggermente.

Gianni senti una cosa che non aveva mai sentito. La pietà. La bambina aveva un po' di febbre ed era molto magra. Gianni la prese per mano, quasi senza dirle nulla (un “Vieni!”) e la bambina lo accompagnò senza resistenza. Apparentemente era arrivata al punto di fidarsi di uno sconosciuto, tanto erano scarse le sue prospettive di futuro.

Gianni la portò all'Ospedale Universitario, dove fece valere le sue credenziali di cattedratico perché lo lasciassero passare. I medici presero il suo gesto come un impulso di filantropia eccentrica, ma siccoma pagò di tasca sua l'ingresso e il trattamento, furono felicemente d'accordo. Ogni giorno, dopo il lavoro e prima di proseguire per i suoi servizi, Gianni passava all'ospedale per vedere la piccola Margueritte. La bambina si rimise in salute in poco tempo, grazie agli antibiotici di ultima generazione che avevano sviluppato in Svizzera, ma che erano tanto cari che solo la gente più ricca poteva permetterseli (Gianni dovette investire una buona parte dei suoi risparmi per salvare Margueritte). Due settimane dopo il suo arrivo, Margueritte era un'altra bambina: felice, con una grande voglia di giocare, con grandi occhi interrogativi che si volevano mangiare il mondo. Aveva anche guadagnato peso.

Prima che la dimettessero, nel giorno del suo sessantesimo compleanno, Gianni prese varie decisioni. La prima fu decidere che Margueritte meritava di vivere, quindi la adottò. Era un uomo solo ma di grande prestigio e conosceva abbastanza gente nel Ministero da rendere i procedimenti rapidi. La seconda fu decidere che l'Umanità meritava una seconda opportunità. Avrebbe dovuto ottenere che la sostenibilità fosse un argomento scolastico e avrebbe dovuto cambiare il modo d'essere della gente in molti modi, di modo che l'uomo smettesse di comportarsi come un cancro sulla terra e cominciasse a comportarsi come una specie davvero intelligente. C'era molto lavoro da fare, ma con Margueritte per mano, con quegli occhi aperti e intelligenti che lo guardavano come se fosse un Profeta, Gianni si sentiva capace di tutto.

Antonio Turiel
Luglio 2013