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sabato 16 marzo 2013

E' La negazione la più grande barriera al cambiamento sostenibile?

Da “The Guardian”. Traduzione di MR (h/t Max Iacono)

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1 Febbraio 2013

La battaglia per il riconoscimento del cambiamento climatico potrebbe essere finalmente essere vinta ma, a meno che non troviamo modi innovativi per far fronte alla nostra paura di agire, potremmo ancora perdere la guerra.


Sono la paura e la negazione che ci impediscono di agire su questioni globali come il cambiamento climatico? Foto: Handout / Reuters


Esiste un vecchia barzelletta che dice che la negazione non è un fiume in Egitto (gioco di parole denial/the Nile, che si pronunciamo quasi allo stesso mondo in inglese, ndt.). Tuttavia, è la più perniciosa delle barriere nell'affrontare le sfide della sostenibilità della nostra epoca.

Non che dovremmo esserne sorpresi, perché, come esseri umani, siamo bravissimi a bloccare tutti i tipi di trauma, nella speranza di tenere insieme le cose solo un po' più a lungo.

Ci sono stati alcuni eventi durante la scorsa settimana che hanno portato la questione della negazione in una luce particolare. Ho parlato in privato con l'amministratore delegato di una grande azienda a Davos che mi ha detto che, nell'attuale difficile situazione economica, non era in grado di parlare di questioni di sostenibilità pubblicamente, in quanto gli azionisti avrebbero percepito questo come un perdere di vista la crescita dei profitti a breve termine.

Tornato a Londra un paio di giorni più tardi, l'amministratore delegato di una grossa impresa di investimento della città mi ha raccontato di quanto i dirigenti abbiano paura di esprimere la verità nei mercati. L'istinto gregario è vivo e vegeto quindi.

Forse ancora più preoccupante - dall'altra parte del mondo - è stata la risposta del premier del New South Wales, Barry O'Farrell, per le devastanti inondazioni che sono seguite a un'estate australiana di caldo senza precedenti.

"Cerchiamo di non trasformare questo quasi-disastro, questo episodio che ha danneggiato le proprietà e tante altre cose, in un dibattito politicamente corretto sul cambiamento climatico", ha detto.

E non è affatto solo. Il senso di enorme frustrazione tra i negoziatori del cambiamento climatico e i leader istituzionali a Davos circa l'incapacità di chi detiene il potere di prendersi la responsabilità era palpabile.

I vertici della Banca Mondiale, FMI e OCSE si sono incontrati privatamente coi leader politici e hanno detto loro, collettivamente, di dimenticare il concetto di crescita se non sono preparati ad affrontare i cambiamenti climatici e la scarsità di risorse.

Il discorso dell'ultimo giorno a Davos, era del presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, che ha dedicato sette dei 10 minuti dello stesso ai presidenti e primi ministri mondiali parlando della terribile catastrofe che ci attende.

Per fortuna è pronto a mettere la testa oltre il parapetto. In un articolo del Washington Post, non avrebbe potuto essere più chiaro: "Proprio come le istituzioni di Bretton Woods sono state create per evitare una terza guerra mondiale, il mondo ha bisogno di un approccio coraggioso e globale per evitare la catastrofe climatica che gli si trova di fronte oggi. Bank Group è pronta a lavorare con gli altri per affrontare questa sfida. Con ogni investimento che facciamo e ogni nostra azione, dobbiamo avere in mente la minaccia di un mondo ancora più caldo e la possibilità di una crescita inclusiva verde.

Ha continuato: "Dopo l'anno più caldo mai registrato negli Stati Uniti, un anno in cui l'uragano Sandy ha causato miliardi di dollari di danni, una siccità record ha bruciato terreni agricoli nel Midwest e la nostra organizzazione ha riferito che il pianeta potrebbe diventare più caldo di sette gradi, cosa stiamo aspettando? Dobbiamo prendere le cose velocemente sul serio. Il pianeta, la nostra casa, non può aspettare."

Ma il suo squillo di tromba sarà caduto nel vuoto? La risposta a breve termine probabilmente è sì, ed i capi delle varie istituzioni sono in difficoltà su quale approccio adottare per ottenere reale traino.

Dire alla gente quanto sia brutta la situazione rischia di spingerla ancora di più verso la negazione, non vedendo alcuna via d'uscita. Ma il falso ottimismo maschera la verità che dobbiamo affrontare.

Achim Steiner, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, crede che dobbiamo essere molto più positivi, mostrando fino a che punto siamo già arrivati negli ultimi 25 anni e come l'innovazione può portarci al livello successivo. Questa è una cosa buona e giusta, ma può rappresentare un approccio lento in un momento in cui abbiamo bisogno di cambiamenti rapidi e profondi.

Forse la risposta è quella di cercare idee altrove, soprattutto tra i professionisti che sanno come lavorare con la dipendenza e il trauma, perché se ci prendiamo il tempo di guardare in profondità, il dolore collettivo è alla radice dei problemi che dobbiamo affrontare.

L'economista Jeffrey Sachs, che era a Davos per parlare del suo ordine del giorno, la felicità, sa bene quanto sia importante adottare un approccio interdisciplinare. Ha imparato da giovane, quando è stato mandato in Bolivia per curare l'iper-inflazione, e si è reso conto che la conoscenza dell'economia da sola non era abbastanza per curare i mali di un paese.

Sachs, che è direttore dell'Earth Institute della Columbia University, l'anno scorso ha tenuto una conferenza di un giorno alla quale hanno partecipato esperti di una vasta gamma di discipline, tra cui il neuroscienziato Richard Davidson, il monaco buddista Matthieu Ricard e Martin Seligman, fondatore della psicologia positiva.

Il libro preferito del presidente della Banca Mondiale è il “Miracolo della Presenza Mentale” del maestro Zen, Thich Nhat Hanh, ed è probabile che i due uomini si incontreranno entro la fine dell'anno.

Quando ho intervistato Thich Nhat Hanh nel suo monastero francese di Plum Village qualche settimana fa, egli ha detto in generale delle persone: "Quando vedono la verità è troppo tardi per agire ... ma non vogliono svegliarsi, perché può farli soffrire, non possono affrontare la verità. Non è che non sanno cosa sta per accadere, solo che non vogliono pensarci...

"Vogliono darsi da fare per dimenticare. Non dobbiamo parlare in termini di ciò che dovrebbero fare e quello che non dovrebbero fare per il bene futuro. Dovremmo parlare con loro in un modo che tocchi il loro cuore, che li aiuti ad impegnarsi sulla via che li porterà alla vera felicità, la via dell'amore e della comprensione, il coraggio di lasciar andare. Quando avranno assaggiato un po' di pace e di amore, potranno svegliarsi".

Ciò che Davos ci ha mostrato è che, mentre la battaglia per l'accettazione del cambiamento climatico come realtà è stata finalmente vinta, a meno che non troviamo forme innovative per dissolvere la paura e la negazione dei popoli, siamo a rischio estremo di perdere la guerra.