Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


lunedì 14 marzo 2011

Siamo tutti giapponesi



 
Il bombardamento di Kobe nel film animato del 1988 "Hotaru no Haka" (La tomba delle Lucciole ) di Isao Takahata. Il film ricorda stranamente la situazione attuale in Giappone, con i problemi con lo tsunami e i reattori di Fukushima. E' un film splendido, ma non vi suggerisco di guardarlo a meno che non siate completamente sicuri di non soffrire di depressione.


Una cosa che mi ricordo del mio primo viaggion in Giappone, nei primi anni '80
è una conversazione con un anziano giapponese a Tokio. Eravamo da qualche parte su una collina e mi stava raccontando del tempo della guerra in una mistura di Inglese e Giapponese. A un certo momento, ha fatto un gesto come a indicare tutta la città e ha detto "era tutto distrutto, tutto uguale, minna onagi..

Avevo almeno una vaga idea di quello che aveva in mente. Avevo letto "Ore Giapponesi" di Fosco Maraini, avevo visto le foto di Tokio dopo il bombardamento incendiario del 1945. Più tardi, andai a vedere Hiroshima e Nagasaki. Molto più tardi, arrivò il film "La Tomba delle Lucciole" che raccontava la storia del bombardamento incendiario di Kobe. Non che, senza esserci stati, uno si possa rendere conto di cosa vuol dire subire un bombardamento a tappeto o un bombardamento atomico. Ma le storie e i film ti dicono comunque qualcosa e basta una visita al museo della pace di Hiroshima per darti incubi per parecchi mesi.

Quando vivevo a Tokio, negli anni '80, c'era sempre questa sensazione di essere in un'altra dimensione. Era una sensazione di impermanenza, come di vivere in un poema di Basho. Era difficile camminare per la città senza notare che quelle grandi strade che tagliavano i quartieri erano state progettate con lo scopo specifico di fare da barriera anti-fuoco e evitare il disastro del 1945. Ma sarebbero state sufficienti? Ogni volta che un piccolo terremoto scuoteva l'edificio dell'Università di Tokio, era un po come se il buon vecchio Godzilla stesse camminando battendo i piedi non lontano.

Tokio mi ha sempre ricordato un'astronave o un transatlantico. Un immensa, sofisticata, complessa macchina dove quello che succede a qualcuno succede a tutti. Nel ventre della macchina, non si può sopravvivere da soli. Se la nave affonda, tutti affondiamo. A Tokio, la gente vive una specie di contrappunto dove tutti devono muoversi a tempo con gli altri. E' il modo di vivere in una metropoli immensa dove milioni di persone si muovono, lavorano, vanno a scuola, parlano, mangiano, vanno in bicicletta, bevono birra, caffé e tutte quelle cose che la gente fa ovunque.

Il terremoto e lo tsunami del 2011 sono stati una rivelazione di tutto quello che mi ero immaginato nei miei incubi peggiori. Le case e i campi invasi dalle onde mostrano quello che succede quando si perdono quelle cose che permettono la vita in una città, incluso un terreno solido su cui appoggiarsi. Le esplosioni delle centrali nucleari di Fukushima ci ricordano di come sia fragile la fornitura di quell'energia che è essenziale per la vita.

Con il mondo che diventa sempre più complesso abbiamo bisogno di sempre più tecnologia per assicurarci che tutto funzioni a dovere. Ma, alla fine, è il principio del cigno nero che conta: qualcosa deve andare storto, prima o poi. E, nel nostro mondo complesso, quando qualcosa va storto, spesso lo fa in modo spettacolare e i risultati sono il disastro per tutti. Lo sappiamo che nessun uomo è un isola. Oggi, siamo tutti Giapponesi.