sabato 20 dicembre 2014

L'altro lato della Sfinge

Dachimeramyth”. Traduzione di MR

Di Ugo Bardi

Alcuni miti antichi ci giungono dal crepuscolo della mitopoiesi. Sono storie che sembrano giungerci dal “tempo del sogno” degli Aborigeni australiani, un'era antecedente alla parola scritta, un'era di cui abbiamo solo tracce che ci raccontano di un mondo diverso. Un mondo, tuttavia, che troviamo quasi impossibile da capire. Una di queste storie è quella di Edipo e la Sfinge, una storia sconcertante, lontana da qualsiasi cosa corrisponda alla nostra esperienza. Ma è una storia che rimane parte della nostra consapevolezza, una storia che non possiamo dimenticare. Segue un testo sul mito della Sfinge che ho scritto qualche anno fa, leggermente corretto nella versione presente.

L'altro lato della Sfinge

Di Ugo Bardi, maggio 2005

“E' quindi questo che si nasconde dall'altro lato della Sfinge!” André Gide


La Sfinge femminile della tradizione greca è mostro, donna e divinità allo stesso tempo. Accoppiata con la storia oscura di Edipo e della dinastia Tebana coi loro omicidi, incesti e lotte, è un mito così ricco e complesso che sbrogliarlo è una sfida che molti hanno tentato con diversi gradi di successo. Questo testo non pretende di essere l'ultima parola sul tema e nemmeno di essere particolarmente originale. E' lo specchio di una ricerca personale, uno in cui il lettore potrebbe – forse – vedere il proprio riflesso. 

Si dice che, un tempo, un antropologo abbia chiesto ai nativi africani se potevano spiegargli perché i leoni uccidessero così tanti gnu. La risposta fu che era perché, forse, i leoni amavano particolarmente il sapore della carne di gnu. L'interpretazione dei nativi potrebbe non essere sofisticata quanto quella moderna, scientifica (qualsiasi essa sia) ma, dopo tutto, nessuno può sapere perché i leoni pensano quando uccidono gli gnu. Ciò che possiamo dire è che tendiamo a trovare motivi interiori per ciò che le persone (o i leoni) fanno. E' un tipo di gioco intellettualmente pericoloso, ma che tutti amano giocare.

Se dare motivazioni ai leoni è intellettualmente pericoloso, cosa ne dite della grande leonessa che è la Sfinge Greca? Quali sono le sue motivazioni interiori? Perché fa indovinelli? Perché mangia le persone? Probabilmente non solo perché le piace il sapore della carne umana. E il fascino non si ferma alla Sfinge. Ci piacerebbe anche sapere cosa c'è dentro le teste di altri personaggi del mito. Edipo risolve l'indovinello della sfinge, liberando i tebani dalla sua maledizione. Sposa sua madre, la regina Giocasta, e diventa il re di Tebe. Prima, aveva ucciso Laio, suo padre. Poi, quando tutta la storia viene scoperta, si acceca e scappa nel bosco, mentre Giocasta si uccide. Che ne facciamo di questa storia oscura di sesso e omicidio?

Come raccontata, la storia sembra assurda, sconcertante, persino stupida. Pensate solo ad un dettaglio: si dice che la Sfinge si sia suicidata gettandosi dalla cima di una montagna. Ma dai, una creatura alata fa una cosa del genere? E poi pensate a come Edipo, ampiamente avvisato dall'oracolo di Apollo che stava per uccidere suo padre e sposare sua madre – e credendoci completamente – uccide un uomo abbastanza anziano da essere suo padre e continua sposandosi una donna sufficientemente anziana da essere sua madre. E' un idiota o cosa? E che dire di Giocasta? Cosa pensereste di una regina che decide di sposare un viandante appena apparso in città dopo che qualcuno aveva ucciso suo marito, il re, nel bosco? Come per l'indovinello posto dalla Sfinge ad Edipo, è così facile che anche un idiota poteva risolverlo.

Alcune persone sembrano aver preso la storia solo per quello che sembra essere: una stupida storia per bambini. Già nel quarto secolo prima di cristo, Palefato, nel suo Peoria Apiston, si chiede perché i tebani non si siano semplicemente sbarazzati di quello strano mostro, la Sfinge, tempestandola di frecce. In tempi più recenti, Andrew Wilson vede la Sfinge come una specie di Godzilla nel film sbagliato, una banale spalla nel dramma, piazzata lì per evidenziare l'intelligenza di Edipo (una cosa di cui c'era disperato bisogno, sembra). Nel suo libro “Appetiti profani”, Barbare E. Hort critica l'interpretazione di Freud del “Complesso di Edipo” e dice che Edipo non può essere accusato di alcun errore nello sposare Giocasta, visto che non poteva sapere di essere suo figlio.

Tuttavia, Sofocle non poteva avere scritto uno dei pezzi più grandi della letteratura di ogni tempo se ci avesse raccontato la storia di un mucchio di idioti. Né Freud avrebbe potuto basare una gran parte della sua teoria psicanalitica sul comportamento di un idiota che per giunta era un pervertito sessuale. A prescindere da quanto alcune persone cerchino di giustificare il mito, il suo fascino intrinseco rimane. E' affascinante perché capiamo che i personaggi della storia non sono né idioti né pervertiti. Percepiamo che si comportano nel modo in cui si comportano perché non possono evitarlo ma, per tutto il tempo, sanno perfettamente quello che stanno facendo anche se non possono ammetterlo, nemmeno a sé stessi. Ciò ce li rende – personaggi mitici di una Tebe mai esistita – vicini, persone che non mancano di capire le cose che tutti noi conosciamo, ma che non possiamo ammettere di conoscere, a volte nemmeno a noi stessi.

Non pensate che Edipo sapesse, dentro di sé, cosa stesse facendo? E che dire della Sfinge che si è uccisa, non ne dubitereste? Perché se ne dubitate, significa che credete che il grande re di Tebe abbia ucciso lui stesso la Sfinge, piuttosto che ridicolizzarla risolvendo il suo indovinello. Poi, i maschi moderni, a quanto pare, non riescono a ricordare di essere stati sessualmente attratti dalle proprie madri o, in generale, da donne più anziane. E le donne moderne, a quanto pare, non possono ammettere di essere state sessualmente attratte da giovani maschi. Eppure, in Giocasta vediamo qualcosa che la nostra società lascia emergere solo occasionalmente: la sessualità dominante delle donne più anziane. Riconosciamo Giocasta in film e racconti: è la Norma Desmond di “Sunset Boulevard”, la signora Robinson del “Laureato”. Non c'è dubbio che esista in innumerevoli casi di persone reali. Ed Edipo è a sua volta uno di noi. Possiamo vedere in lui l'eroe invecchiato dei nostri tempi, di tutti i tempi, l'uomo coraggioso che cerca ancora di fare del suo meglio solo per essere sopraffatto dalla vecchiaia che avanza. L'ex eroe che scopre che le sue imprese di gioventù erano, dopotutto, non così eroiche.

Ma la Sfinge? La sua miscela di sessualità, potere ed oscurità è così lontana dalla nostra vita quotidiana, così remota dalla nostra cultura che sembriamo esserne completamente sconcertati. Un Godzilla nel film sbagliato, forse. Eppure, percepiamo che ha dei motivi nascosti da un altro lato, più profondo. Possiamo capire quest'altro lato solo se andiamo un po' in profondità nel mito. Robert Graves è stato, forse, il primo a vedere la relazione della storia di Edipo col sacrificio rituale dei re nella antica storia umana. Era una cosa che era stata descritta in dettaglio dalla generazione di antropologi che comprendeva  Frazer e Frobenius. Nessuno dei due menziona Edipo, né lo ha fatto, più tardi, Joseph Campbell nel suo monumentale “Le maschere di Dio”. Ma la relazione è chiara: in questi tempi arcaici, i re dovevano essere sacrificati e sostituiti dopo un po' di tempo, quando il loro potere magico si era esaurito. Sotto questa luce, le azioni di Edipo diventano improvvisamente chiare, lui è uno di questi re sacrificali. Sostituisce il suo predecessore (suo “padre”) nel sangue e viene, a sua volta, sostituito, quando la peste a Tebe indica che il suo potere magico è scomparso.

Ma se i re sono stagionali, le regine sono stabili. E se la regina di tebe è Giocasta, lei e la Sfinge sono due facce della stessa medaglia, due regine regnanti. Sappiamo di antichi tempi e luoghi in cui regnava una coppia di regine: è ciò che Erodoto ci racconta sulle Amazzoni. Le Amazzoni erano mitiche, ma gli antichi cretesi non lo erano e, pare, avevano due regine. In “Maschere di Dio”, Campbell ci mostra l'immagine di una statuetta micenea di due figure femminili (due regine?) e un bambino fra loro. Giocasta, la Sfinge ed Edipo, si è tentati di dire. In tempi antichi, spesso le Dee sembravano appaiate: da Inanna ed Ereshkigal dei tempi dei Sumeri a Demetra e Proserpina dell'antichità classica. E con Inanna ed Ereshkigal, c'era uno sposo maschio, Dummuzi, il cui destino, venire fatto a pezzi dai demoni Galla, non è stato migliore di quello di Edipo.

Quindi, la Sfinge è una regina, proprio come Giocasta. Possiamo immaginare che una delle due regine che regnavano a Tebe, Giocasta, fosse più preoccupata del lato materiale e temporale del suo governo, mentre l'altra, la Sfinge, più del lato spirituale, della conservazione della conoscenza. E non della sola conservazione, ma anche della distribuzione, era un'insegnante. Si diceva che la Sfinge fosse una “cantante” (una “furia cantante” secondo Sofocle). Come per le canzoni che le Sirene cantarono ad Ulisse, possiamo solo fare congetture su cosa la sfinge cantò ad Edipo, ma possiamo dire che cantò parole di saggezza. Sappiamo che la saggezza può essere pericolosa e può assere liberamente data a chiunque. Come per molti insegnanti dei tempi antichi, gli aspiranti allievi dovevano superare degli esami, a volte esami difficili. Se sbagliavano, c'era una punizione. Nel caso della Sfinge, essere mangiati era una punizione dura, ma l'idea è quella.

Così, la Sfinge è un'insegnate di saggezza. E, potremmo chiederci, quando mai le donne nel nostro mondo sono insegnanti di saggezza? La risposta è mai, o molto raramente. I nostri insegnanti, i nostri capi, i nostri filosofi, i nostri modelli da seguire, sono tutti uomini e le poche donne che appaiono in posizioni dominanti impersonano ruoli maschili innaturali, proprio come le mitiche Amazzoni. Tuttavia, la figura di una donna come insegnante non è così lontana da noi da non dargli perlomeno un'occhiata. Pensate solo a quando Socrate, nel “Simposio” di Platone si rivolge a una figura femminile, Diotima di Mantineia, quando si tratta di andare alla domanda più importante e alla caratteristica più fondamentale di tutto l'insegnamento: l'amore; e non solo l'amore carnale, ma specificamente l'amore per ogni cosa che sia bella e nobile. Platone viveva vicino a quando e dove è stato creato il mito della Sfinge ed alcuni accenni dell'antico mito potrebbero essere passati alla figura di Diotima come lui la descrive. Ci sono molti più esempi. Brigida di Kildare, che era, a quanto pare, consacrata a vescovo in Irlanda. Pensate a quella Dea Romana “Alma Mater” che usiamo ancora per definire le nostre Università. E pensate a come Dante Gabriel Rossetti, nel suo dipinto, abbia colto esattamente questo aspetto della Sfinge. Non pone semplicemente domande, lei ha le risposte. Risposte a problemi profondi di vita e di morte, proprio come, nel dipinto, Edipo/Rossetti chiede alla Sfinge del destino del suo amico morto. Questa è l'altro lato della Sfinge, quella in cui lei è un'insegnante, non un mostro, una fonte di saggezza, non di stupidi indovinelli.

Ma quest'altro lato della Sfinge è una cosa che è sfuggita completamente ad Edipo nel mito così come ci viene raccontato. La domanda che la Sfinge gli ha posto, per come ci è giunta, è banale: cos'è che cammina su quattro zampe al mattino, a due durante il giorno e a tre di sera? Facile, ma non si trattava solo di uno stupido indovinello, era parte di un insegnamento ed aveva un significato nascosto, proprio come un “koan” presentato a un allievo da un maestro Zen. La domanda che la Sfinge ha posto non era stupida. Una domanda sottile come questa ha molte risposte possibili, alcune sbagliate, alcune giuste. La risposta che ha dato Edipo è stata “l'uomo” ed era una di quelle sbagliate. Una di quelle giuste era “Edipo”. La Sfinge stava chiedendo ad Edipo di guardare in sé stesso ed Edipo ha rifiutato. Aveva delle ragioni per rifiutare: non importa se aveva già ucciso Laio, suo padre, sapeva – ma rifiutava di ammettere – che la strada che aveva intrapreso lo stava portando alla propria distruzione. Così, piuttosto che ammettere la verità a sé stesso, Edipo ha ucciso la Sfinge. In seguito, la verità ufficiale divenne che la Sfinge si fosse suicidata. E' lo stesso. Le persone uccidono ciò che non riescono a capire, ciò che non vogliono capire. Ai nostri tempi, la Sfinge non è più una Dea, né una regina. Non possiamo percepire che ha qualcosa da insegnarci. Eppure, è l'altro lato di noi, il lato che abbiamo scelto di ignorare, il lato che ha a che fare col mondo naturale e il modo in cui lo avveleniamo, tagliamo, pavimentiamo e distruggiamo. Il lato che ci sta portando, alla fine, alla nostra stessa distruzione. Quella natura – ed alla fine noi stessi – per cui mostriamo “il massimo di commozione ed il minimo di gentilezza”, come ha scritto Keith Sagar. Anche noi, a quanto pare, abbiamo ucciso la nostra Sfinge e la cecità di Edipo è, o sarà, la nostra maledizione.



venerdì 19 dicembre 2014

La dimensione psicologica della sostenibilità


di Mark Garavan,  originariamente pubblicato da  Feasta   28 novembre 2014
Tradotto e chiosato da Jacopo Simonetta.

Propongo qui la traduzione di un articolo che trovo interessante, anche se contiene un'inesattezza chiosata nel testo.

Man mano che il XXI secolo si dispiega, è sempre più chiaro che stiamo sprofondando in tempi difficili.   I sintomi, sia personali che sociali, sono tutti di una crisi sistemica.   A livello politico vediamo il riemergere di vari fondamentalismi, nazionalismi, politiche di estrema destra e la normalizzazione di una Orwelliana “guerra al terrore” che giustifica la costante sorveglianza dello stato sui cittadini.    Governi autoritari ad Est e post-democratici nell'Ovest adesso coesistono fianco a fianco.  La politica si è ridotta ad un regime tecnocratico di gestione dell’economia globale.  Il sistema capitalista barcolla in una continua instabilità, tenuto a galla soltanto con misure quali il “Quantitative easing” (massiccia iniezione di denaro nel sistema finanziario ndt) e l’imposizione della socializzazione dei debiti della elite.    A livello sociale ineguaglianza, insicurezza, nuove forme di apartheid e di esclusione sociale, schiavitù e traffici, oltre al crescere degli spostamenti di persone in cerca di sicurezza,  accentuano ulteriormente l’instabilità del mondo.    Al di sopra di tutto questo disordine, la crisi ecologica cresce.    Il termine “Cambiamento climatico” può suggerire che è in questione solo il tempo che fa, ma il clima è tutto – cibo, Acqua, temperatura, la stessa natura.   Metà dei vertebrati si sono estinti nel corso degli ultimi 40 anni.   (Non è vero.  Il tasso di estinzione è estremamente allarmante ed in crescita, ma non ha ancora raggiunto livelli di questo genere ndt).

Cosa tutto questo sta facendo ad ognuno di noi?   Questo incastro di problemi non è solo “la fuori”.   Siamo anche affetti ad un livello profondamente personale.    Non soltanto siamo in un’età di insostenibilità sociale ed ecologica; dobbiamo anche riconoscere la pena e l’angoscia che ciò comporta.    Tutto questo non-ordine sta esigendo un tributo al nostro benessere umano.   Le nostre emozioni stanno sentendo  il collasso del sistema molto prima che lo possano fare le nostre menti razionali.   Sintomi di stress e di angoscia sono in tutti noi , si veda  la crescita esponenziale di malattie etichettale “mentali” (sostenuta dalla compagnie farmaceutiche), di tossicodipendenza, di disperazione.   Molti di noi sono ansiosi o depressi.

Come Feasta ha predetto ed arguito fin dalla sua fondazione, il sistema stesso si sta disintegrando.   Quello che sta accadendo è una tragedia.   Non consola aver previsto ciò che sta accadendo.   Adesso stiamo attraversando questo periodo.    Non è sorprendente che man mano che il sistema decade noi soffriamo di stress e di ansia a livello personale.

E’ un questo contesto che Feasta ha bisogno di dire dove è oggi a cosa può fare. Abbiamo prodotto dettagliate analisi e proposte per molti anni.  Tutto questo rimane utile e valido, ma essendo una piccola organizzazione che disperatamente cerca di propugnare cambiamenti fondamentali a livello sistemico, un grosso tributo è necessario a livello umano. Le organizzazioni di solito non parlano abbastanza di questo aspetto.  Esaurimento, frustrazione e sfinimento possono far disperdere anche i più motivati.

Ho conosciuto tutto questo personalmente, durante le campagne.   So che facilmente completo esaurimento ed incapacità a proseguire prevalgono.   C’è così tanto da fare, così tanto sembra gravare sulle nostre spalle, l’argomento è così urgente, sentiamo così tanta responsabilità.   Facilmente puoi essere sopraffatto.

Spesso, i sostenitori del cambiamento necessariamente finiscono nel ruolo di critici, di quelli che si oppongono, di coloro per i quali è sempre tutto sbagliato, quelli che dicono sempre di no, dei catastrofisti.   Sembriamo venire da un luogo di negoziazione, possiamo apparire esperti in cosa è sbagliato, in ciò cui ci opponiamo, in ciò che odiamo.

In questo tempo di grave ed autentica crisi, abbiamo un disperato bisogno di evocare ciò che amiamo. Abbiamo bisogno di riportare nei nostri discorsi pubblici la capacità di sognare un mondo di inclusione, sufficienza economica, partecipazione democratica, integrità  e benessere psicologico che diano fondamento alla nostra fragile esistenza.   La diffusa alienazione, caratteristica del nostro decadente sistema,  può evolversi in rabbia, odio e paura se non può essere offerto un progetto di speranza ed ispirazione.

La parola Feasta può essere usata in modo ambivalente.   La sua origine è come titolo dalla frase “Cad a dheanimid feasta gan adhmaid” (cosa faremo in futuro senza legno).   Questo suggerisce il futuro come un luogo di presagio ed allarme. Ma Feasta può anche essere un’affermazione di speranza: che malgrado tutto c’è un futuro.   Dovrà essere abitato e costruito. Questo spetta a noi.

Ma sicuramente non possiamo fare tutto questo da soli.  Il minimo che noi di Feasta possiamo fare è di non essere collusi con le illusioni contemporanee.   Possiamo parlare in tutta onestà a proposito di noi stessi come di combattivi esseri umani, a proposito del nostro sistema in collasso, a proposito delle nostre paure, angustie e debolezze ed a proposito la nostra speranza per un mondo che sia abbastanza buono per  una vita umana politicamente sostenibile.  La sostenibilità deve includere gli aspetti sociali, politici, economici, ed ecologici, ma anche quelli psicologici.   Il nuovo linguaggio e la prassi di una politica sostenibile deve includere attenzione e benessere – focalizzando il benessere di tutti noi.   Questo deve cominciare ora e quindi dobbiamo cominciare a dare sostegno a noi stessi attraversando questi tempi di dolore.

Ho voluto tradurre questo breve articolo perché mi è parso che spieghi bene il sentimenti di frustrazione, impotenza e scoramento che immancabilmente prendono chi si rende conto di remare contro una corrente che trascina il mondo intero; su di una barca dove l’unica politica è spingere a tutto motore verso la cascata.   Si dice tante volte che l’antidoto ai sentimenti negativi siano i sentimenti positivi, ma ci sono situazioni in cui l’odio e la volontà di vendetta sono l’unica reazione di cui si è capaci.   Sentimenti tanto più forti quanto maggiore è l’amore per ciò che viene distrutto, giorno per giorno, con totale noncuranza. 

Eppure questa può facilmente diventare una trappola mortale.   Da quando esiste la politica, gli “arruffapopolo”  sanno benissimo che la rabbia è il sentimento più facile da recitare in pubblico e più contagioso.    Ma chi è trascinato dall'ira viene manipolato con estrema facilità, anche contro sé stesso e la sua gente.   Sono tecniche ben conosciute, ma sempre efficaci.
Perciò penso che imparare a controllare la rabbia e l’odio, così come lo scoramento, la frustrazione e l'impotenza, siano abilità necessarie alla resilienza perfino più dell’orticoltura sinergica o del riciclaggio degli scarti.


Nota di UB: "Feasta" significa "Futuro" in gaelico

Il picco mondiale della pesca

Da “roperddl.com” Traduzione di MR (h/t Antonio Turiel)

Di L. David Roper
http://arts.bev.net/roperldavid
29 giugno 2014

Introduzione

Gran parte dell'evoluzione umana è avvenuta vicino le coste di mari ed oceani, quindi gli esseri umani evolvono a livello nutrizionale a privilegiare i frutti del mare. Quindi è importante conoscere la disponibilità di frutti del mare in futuro. Questo è un tentativo di misurare i dati delle catture di pesce negli oceani mondiali per proiettarle nel futuro. I dati indicano che la pesca oceanica mondiale ha raggiunto un picco. La piscicoltura sta rapidamente crescendo per colmare il divario.

Dati sulla pesca

Adattare i dati

Ci sono almeno quattro modi per adattare i dati di cattura del pesce esposti qui sopra per proiettarli nel futuro:
1.  Gli esseri umani continuano a pescare negli oceani finché tutto il pesce non verrà sterminato (adattamento Verhulst).

2.  La pesca si livella circa al punto in cui si trova ora per il futuro a lungo termine (adattamento tanh).

3.  La pesca raggiunge il picco circa al punto in cui si trova ora e quindi diminuisce ad un certo livello quasi costante di circa la metà del valore attuale (adattamento tanh a metà).

4.  La pesca raggiunge un picco e poi diminuisce a circa la metà del valore attuale (adattamento tanh a metà aggiunta).

I quattro tipi di adattamento sono:


L'adattamento tanh è




, dove a a = 0, b = 91.4, t0 = 1967 = anno di inflessione e w = 25.3 .

Alcuni commenti sugli adattamenti:

1.  Adattamento Verhulst: l'adattamento viene assunto come simmetrico. Tutti i parametri sono determinati dall'adattamento. Man mano che diventano disponibili altri dati in futuro, i parametri dell'adattamento cambieranno senza dubbio.

2.  Adattamento tanh: tutti i parametri sono determinati dall'adattamento. Man mano che diventano disponibili altri dati in futuro, i parametri dell'adattamento cambieranno senza dubbio. E' improbabile che le catture rimangano costanti per molti anni perché le riserve di pesce vengono esaurite molto rapidamente. Rimarrebbero alte solo grazie a nuove tecniche di pesca.

3.  Adattamento doppio-than: viene fatta un'ipotesi secondo la quale il valore quasi stabile finale sarà di circa la metà di quello attuale, il punto di rottura nel secondo tanh è il 2050 con un'ampiezza di 20 anni.

4.  Doppio-tanh aggiunta alla funzione Verhulst: viene fatta un'ipotesi secondo la quale il valore quasi stabile finale sarà di circa la metà di quello attuale, il punto di rottura nel secondo tanh è il 2050 con un'ampiezza di 30 anni.
Il grafico seguente mostra la cattura di pesce pro capite per i tre casi futuri considerati sopra:


Il picco è poco dopo il 1980 in tutti e tre i casi. Il grafico seguente mostra la cattura globale di pesce e l'aumento della concentrazione biossido di carbonio atmosferico (ppmv):


Notate che l'anno di inflessione della cattura di pesce, il 1967, si verifica poco dopo che le concentrazioni di CO2 cominciano rapidamente a salire.

Piscicoltura

Quando la pesca di pesce in ambiente naturale ha cominciato a entrare in stallo negli anni 90, la piscicoltura ha accelerato:


La curva arancione è un adattamento esponenziale dei dati della piscicoltura fra il 2000 e il 2011.

Sembra che la piscicoltura supererà la pesca in mare aperto circa nel 2016.

Ci sono molti problemi ambientali con la piscicoltura.

Declino del fitoplancton

Il fitoplancton è responsabile dell'immissione di circa la metà dell'ossigeno in atmosfera. Il krill si alimenta di fitoplancton e il krill viene mangiato da balene, foche, pinguini, calamari e pesce. Quindi una certa densità di fitoplancton nell'oceano è necessaria per mantenervi altra vita acquatica e per rimuovere biossido di carbonio dall'atmosfera e convertirla in ossigeno. Uno studio recente [Nature 466, 591-596 (29 luglio 2010) “Declino globale del fitoplancton durante il secolo scorso”] ha mostrato che la densità del fitoplancton è diminuita durante gli ultimi 50 anni circa. Per esempio i dati dell'Oceano Artico e di tre regioni dell'Oceano Atlantico sono:


Notate come fosse molto maggiore la densità nell'Oceano Artico rispetto a quella dell'Oceano Atlantico fino al 2000, stessa cosa anche confrontando l'Oceano Artico con l'Oceano Pacifico. Come per tante altre cose, l'Artico è il “canarino nella miniera” riguardo agli effetti del riscaldamento globale sulla densità del fitoplancton. Così, da ora in avanti considero solo la densità del fitoplancton nell'Oceano Artico. I dati si fermano al 2000, ma si afferma che la densità del fitoplancton sia diminuita di circa l'1% all'anno da allora. I dati della densità del fitoplancton (il cibo dei pesci) e la diminuzione ipotizzata di circa l'1% nell'Oceano Artico, insieme con le catture di pesce, sono:



Il punto di inflessione tanh della cattura di pesce (1967) si trova approssimativamente dove comincia il declino del fitoplancton. I dati insieme alla concentrazione di biossido di carbonio atmosferico (ppmv) sono:



Il rapido declino della densità del fitoplancton artico si verifica molto in prossimità dell'inizio del rapido aumento della concentrazione di CO2. Il declino iniziale del fitoplancton artico deve aver qualche altra causa. Il grafico seguente mostra un adattamento di secondo grado ed uno di legge di potenza del declino del fitoplancton artico dal 1960 all'aumento della concentrazione di CO2:




  •  L'equazione dell'adattamento di secondo grado è  AP = 140.7 - 0.7383*CO2 + 0.7722*CO2^2/1000 .
  •  L'equazione dell'adattamento di legge di potenza è AP = 0.2446 + 5.071*CO2^(-13.2257)*10^33 . Questo è un adattamento del 32% migliore di quello di secondo grado.

Conclusione

La pesca oceanica mondiale ha raggiunto un picco, probabilmente dovuto al rapido declino del fitoplancton negli oceani. Questo lavoro usa i dati per fare ipotesi plausibili su quanta pesca mondiale possa essere praticata in futuro: la stessa di adesso, di qualche livello inferiore o zero. Zero sembra essere la meno probabile delle tre. Quella pro capite.

Riferimenti











  •  Piscicoltura: “La piscicoltura è aumentata drammaticamente negli ultimi 15 anni ed ha più che compensato la perdita di produzione delle catture oceaniche. All'inizio sembrava una soluzione, e lo è in parte, ma ci sono dei limiti. L'inquinamento causato dalle grandi popolazioni di pesci e gamberi allevati in grandi recinti negli estuari sta causando un danno significativo agli ecosistemi locali, in particolare in Thailandia, dove ci sono pesanti concentrazioni di allevamenti di gamberi. C'è anche il problema del cibo. Attualmente una quantità significativa del cibo per allevare il pesce consiste di pasti a base di pesce. Nella misura in cui del pesce allo stato naturale viene catturato e deliberatamente trasformato in pasti per alimentare il pesce allevato, il sistema e controproducente. Ci voglio circa 2,250 kg di pasti a base di pesce per ottenere 0,450 kg di pesce allevato, più molto carburante e spese. Allo stesso tempo i pesci dell'oceano vengono privati del loro cibo. Meglio lasciare il pesce nell'oceano perché venga consumato dai loro predatori naturali e catturare i pesci più grandi. E' vero che parte dei pasti del pesce allevato è fatto di prodotti di scarto dell'industria del pesce, ma questo è prossimo al suo limiti, quindi altro cibo dovrà provenire dall'agricoltura, che sta affrontanto a sua volta i propri limiti”.








giovedì 18 dicembre 2014

Dirupi di Seneca del terzo tipo: come il progresso tecnologico può generare un collasso più rapido

Da “Resource Crisis”. Traduzione di MR

Di Ugo Bardi




L'immagine sopra (da Wikipedia) mostra il collasso delle riserve di merluzzo del Nord Atlantico. Il disastro della pesca dei primi anni 90 è stato il risultato di una combinazione di avidità, incompetenza e supporto governativo ad entrambe. Sfortunatamente, è solo uno dei numerosi esempi di come gli esseri umani tendono a peggiorare i problemi che cercano di risolvere. E' una cosa che il filosofo Lucio Anneo Seneca aveva capito già 2000 anni fa, quando ha detto "Sarebbe una consolazione per la nostra debolezza e per i nostri beni se tutto andasse in rovina con la stessa lentezza con cui si produce e, invece, l'incremento è graduale, la rovina precipitosa.” 


Il collasso della pesca al merluzzo del Nord Atlantico ci fornisce un buon esempio del collasso improvviso della produzione di risorse – anche di risorse che in teoria sono rinnovabili. La forma della curva degli sbarchi del merluzzo mostra una certa analogia con la “curva di Seneca”, un termine generale che ho proposto da applicare a tutti i casi in cui si osserva un rapido declino della produzione di una risorsa non rinnovabile o lentamente rinnovabile. Ecco la forma tipica della curva di Seneca:


L'analogia con gli sbarchi di merluzzo è solo approssimativa ma, chiaramente, in entrambi i casi abbiamo un declino molto rapido dopo una crescita lenta che, nel caso della pesca del merluzzo, è durato per più di un secolo. Cosa ha causato questo comportamento? La curva di Seneca è un caso particolare della “curva di Hubbert”, che descrive lo sfruttamento di una risorsa non rinnovabile in una ambiente di libero mercato. La curva di Hubbert è “a campana” e simmetrica (ed è l'origine del famoso concetto di “picco del petrolio”). La curva di Seneca è simile, ma inclinata in avanti. In generale, l'inclinazione in avanti può essere spiegata col tentativo dei produttori di mantenere la produzione di una risorsa in via di esaurimento ad ogni costo.

Ci sono diversi meccanismi che possono alterare la curva. Nella mia prima nota su questo tema, ho osservato come il comportamento Seneca potrebbe essere originato dall'aumento dell'inquinamento e, in seguito, come potrebbe essere invece il risultato dell'impiego di più risorse per la produzione come conseguenza dell'aumento dei prezzi di mercato. Tuttavia, nel caso della pesca del merluzzo, nessuno dei due fattori sembra essere fondamentale. L'inquinamento sotto forma di cambiamento climatico potrebbe aver svolto un ruolo, ma non spiega il picco verso l'alto degli anni 60 nella produzione di pesce. Inoltre, non abbiamo prove di aumenti netti dei prezzi del merluzzo durante questa fase del ciclo di produzione. Piuttosto, ci sono prove chiare che il picco ed il successivo collasso siano stati originati dai miglioramenti tecnologici. L'effetto di tecnologie migliori e nuove viene chiaramente descritto da Hamilton et al. (2003).

La pesca è cambiata quando si è sviluppata una nuova tecnologia per pescare merluzzo e gamberi e i pescherecci sono aumentati di dimensioni. Un pugno di pescatori sono passati alla pesca a strascico o agli attrezzi “da traino”. Il governo federale ha svolto un ruolo decisivo introducendo nuova tecnologia e fornendo risorse finanziarie ai pescatori che erano disposti a prendersi il rischio di investire in nuovi attrezzi e barche più grandi.
... I pescatori su imbarcazioni aperte e i palangari hanno continuato a pescare merluzzi, aragoste e foche verso la costa. Nel frattempo i pescherecci a strascico ed altri palangari si sono spostati in oceano aperto, pescando merluzzo e gamberi quasi tutto l'anno. Al culmine del boom, i capitani dei pescherecci a strascico guadagnavano 350.000-600.000 dollari all'anno dal solo merluzzo... Il governo federale ha aiutato a finanziare miglioramenti delle navi,  fornendo contributi che coprivano il 30-40% dei loro costi. 
...

Per la fine degli anni 80, alcuni pescatori hanno riconosciuto segni di declino. Le imbarcazioni aperte e i palangari raramente potevano raggiungere le loro quote. Per trovare il merluzzo rimasto, i pescatori hanno navigato sempre più verso nord, dispiegato più attrezzi e intensificato i loro sforzi. Alcuni hanno cominciato a spostarsi su specie alternative come i granchi. Infrangere le regole della pesca – vendendo il pescato non dichiarato di notte, usando reti a maglie piccole e buttando il pesce indesiderato in mare – si diceva che fosse una pratica comune. Grandi catture illegali, oltre a quote legali troppo alte, hanno ridotto la risorsa. Alcuni dicono di ever percepito il problema in arrivo, ma si sono sentiti impotenti nel fermarlo. 

Non ci servono quindi modelli complicati (ma vedete sotto) per capire come l'avidità umana e l'incompetenza – e l'aiuto da parte del governo – abbia generato il disastro del merluzzo. I merluzzi sono stati uccisi più rapidamente di quanto si potessero riprodurre e il risultato è stato la loro distruzione. Notate anche che nel caso della caccia alle balene del 19° secolo, la tecnologia di pesca non poteva “progredire”, non poteva essere così radicale come è stata nel 20° secolo. Il collasso di Seneca della pesca del merluzzo dell'Atlantico è solo uno dei molti casi in cui gli esseri umani “tirano la leva dalla parte sbagliata”, generando direttamente il problema che cercano di evitare. Se c'è una qualche speranza, un giorno, che la pesca del merluzzo possa riprendere, la situazione è ancora più chiara con le risorse completamente non rinnovabili come petrolio e la maggior parte dei minerali. Sembra che nessuno si preoccupi del fatto che più velocemente lo si estrae, più velocemente lo si esaurisce: tutto il concetto della curva di Seneca è qui. Quindi fate attenzione: c'è un dirupo di Seneca in vista anche per il petrolio!
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Un modello dinamico semplice per descrivere come il progresso tecnologico possa generare il collasso della produzione di una risorsa lentamente rinnovabile, come nel caso della pesca 

Di Ugo Bardi

Nota: questo non è un saggio scientifico formale, solo una breve nota per tratteggiare come possa essere costruito un modello dinamico che descrive la pesca eccessiva. Vedete anche un modello analogo che descrive l'effetto dei prezzi sulla produzione di una risorsa non rinnovabile.

I fondamentali di un modello di dinamica dei sistemi che descrive lo sfruttamento di una risorsa non rinnovabile in un libero mercato sono descritti nei dettagli in un saggio del 2009 di Bardi e Lavacchi. Secondo il modello sviluppato in questo saggio, viene ipotizzato che la risorsa non rinnovabile (R) esista sotto forma di riserva iniziale di misura determinata. La riserva di risorsa viene gradualmente trasformata in una riserva di capitale (C) che a sua volta declina gradualmente. Il comportamento delle due riserve come funzione del tempo è descritto da due coppie di equazioni differenziali.

R' = - k1*C*R 
C' = k2*C*R – k3*C,

dove R' e C' indicano il flusso delle riserve come una funzione del tempo (R' è ciò che chiamiamo “produzione”), mentre le “ks” sono costanti. Questo è un modello essenziale che, ciononostante, può riprodurre la curva “a campana” di Hubbert e adattarsi ad alcuni casi storici. Aggiungere una terza riserva (inquinamento) al sistema genera la “Curva Seneca”, che è una curva di produzione, col declino più rapido della crescita. Il sistema a due riserve (che non tiene conto dell'inquinamento) può a sua volta produrre una curva Seneca se l'equazione sopra viene leggermente modificata. In particolare, possiamo scrivere:

R' = - k1*k3*C*R 
C' = ko*k2*C*R – (k3+k4)*C.

Qui, “k3” indica esplicitamente la percentuale di capitale reinvestito in produzione, mentre k4 è proporzionale al deprezzamento del capitale (o qualsiasi altro uso non produttivo). Possiamo quindi ipotizzare che la produzione è proporzionale alla quantità di capitale investito, cioè a k3*C. Notate come il rapporto di R' rispetto al flusso di capitale nella creazione di risorsa descriva la produzione energetica netta (EROEI), che risulta essere uguale a k1*R. Notate anche che “ko” è un fattore che definisce l'efficienza della trasformazione di risorse in capitale. Può essere visto come collegato all'efficienza tecnologica.

Il modello descritto sopra vale per una risorsa completamente non rinnovabile. Avendo a che fare con la pesca, che in teoria è rinnovabile, dovremmo aggiungere un fattore di crescita ad R', sotto forma di k5*R. Ecco il modello come l'ho implementato usando il software Vensim (TM) per la dinamica dei sistemi. Alle “ks” sono stati dati dei nomi espliciti. Sto anche usando la convenzione di “modelli a portata di mente” con riserve di energia libera maggiori che appaiono al di sopra delle riserve di energia libera minore.


Se le costanti rimangono costanti durante il run, il modello è lo stesso del famoso “Lotka-Volterra”. Se il tasso di riproduzione viene regolato a zero, il modello genera una curva di Hubbert simmetrica. Per simulare il progresso tecnologico, la costante di “efficienza di produzione” è ipotizzata raddoppiare intorno metà ciclo. Un possibile risultato è il seguente, che qualitativamente riproduce il comportamento della pesca del merluzzo del Nord Atlantico.


Fra le altre cose, questo risultato conferma le conclusioni di un mio saggio (2003) su questo tema, sulla base di un diverso metodo di modellazione.

Lasciate che sottolinei ancora una volta che questo non è un saggio accademico. Sto semplicemente mostrando i risultati di prove fatte con semplici ipotesi riguardo alle costanti. Ciononostante, questi calcoli mostrano che il dirupo di Seneca è un comportamento generale che si verifica quando i produttori tendono il loro sistema allocando percentuali sempre maggiori di capitale in produzione. Se ci fosse qualche volontario per darmi una mano a fare modelli migliori, sarei felice di collaborare!


mercoledì 17 dicembre 2014

Non date da mangiare ai troll climatici!




Si sa benissimo che non bisogna dar da mangiare ai troll, eppure c'è sempre qualcuno che ci casca, come è successo recentemente sui commenti del blog della Società Chimica Italiana (SCI) (immagine da The Week)



Sappiamo tutti (o dovremmo sapere) che cos'è il troll: è qualcuno che usa una tattica ben precisa nel dibattito sul web: quella di intervenire in modo fortemente aggressivo per poi far finta di offendersi quando altre persone gli rispondono per le rime. Questo genera di solito una bella rissa, che è quello che il troll vuole. Il troll, come è ben noto, non ha nessuna intenzione di dialogare, solo quella di creare confusione.

Il troll compare in molti dibattiti, ma prospera in particolare nel dibattito sul clima, dove ha modo di rifulgere riciclando in continuazione le solite leggende (il clima è sempre cambiato, non c'è stato nessun riscaldamento dal 1998, I ghiacci dell'Antartide si stanno espandendo, etc....). Ne segue, tipicamente, una bella rissa che serve a far confusione e a mascherare il fatto che la questione del cambiamento climatico è importante ed è ormai bene assodata fra gli scienziati.

Qualcosa di simile è successa qualche giorno fa nei commenti di un post del blog della Società Chimica Italiana (SCI), dove si è visto arrivare niente di meno che Rinaldo Sorgenti, vicepresidente di Assocarboni, ben noto per le sue opinioni un tantino estreme sulla questione del riscaldamento globale e del ruolo del carbone nel generarlo.

In questo caso, non possiamo definire Sorgenti come un "troll", dato che non ha usato la tattica tipica del troll: quella dell'anonimato. Ma il suo intervento ha avuto tutte le caratteristiche delle tattiche dei troll: una serie di commenti aggressivi, conditi con tutte le leggende del caso. Leggetevi il dibattito (per chiamarlo cosi) per rendervene conto da voi.

Alle risposte dei commentatori, è seguito il classico atteggiamento di persona ingiustamente maltrattata. Ecco un tipico esempio in cui Sorgenti risponde al moderatore.


@ devoldev,
 

Non ho ancora il piacere di conoscerla e non scenderò al suo livello con insulti e tentativi di svilire l’altruyi pensiero. Lei sa certamente tutto ed anche quello che ancora non è stato scoperto. Beato lei.


Purtroppo, mi dispiace dover notare ancora una volta come molti scienziati sono altrettanto competenti e preparati nel loro lavoro quanto ingenui e impreparati nell'affrontare il dibattito fuori dai canoni del mondo scientifico. Il blog della SCI è un blog divulgativo ma di buon livello scientifico, anche grazie agli sforzi e alla passione di Claudio della Volpe, ricercatore presso l'università di Trento. Purtroppo, tuttavia, nè il moderatore né gli altri che sono intervenuti sono riusciti a gestire correttamente l'intervento di Sorgenti. Il risultato è stato una bella rissa verbale che non ha fatto fare una gran bella figura al blog.

Ma perché continuiamo a fare sempre gli stessi errori? Ai troll, non bisogna dar da mangiare!




Sui troll climatici, vedi anche questo articolo dal titolo esplicito "don't feed the climate troll", come pure il commento di Sylvie Coyaud sul caso specifico dell'intervento di Sorgenti sul blog della SCI:









martedì 16 dicembre 2014

Primo, non spaventarli

DaResource Crisis”. Traduzione di MR

di Ugo Bardi


Guarda il video sottotitolato in italiano

Un principio fondamentale seguito dagli scienziati e dalle persone preoccupate dal clima è che “non si devono spaventare le persone sulla minaccia del clima”. Certo, lo sappiamo tutti. E' ragionevole, ha senso e persino ovvio: se dici quanto credi che sia cattiva la situazione, se anche accenni all'ipotesi dello scenario peggiore, le persone si tapperanno le orecchie cantando “lalala!” mentre scappano via. Se non fai attenzione, non vorranno ascoltare quello che dici loro e se non ti ascoltano non faranno niente. E se non fanno niente, il problema non verrà risolto. E' un esercizio standard della gestione del rischio.

Quindi, dobbiamo sempre stare attenti a seguire le istruzioni: evitare di spaventare le persone, evitare di sembrare catastrofisti, evitare anche di alludere che le cose potrebbero essere peggio, molto peggio di quanto chiunque possa immaginare. Siamo stati attenti a terminare ogni avvertimento con un elenco di soluzioni, dicendo che, sicuro, la cosa è grave, ma il problema svanirà semplicemente se isoliamo la nostra casa, compriamo una macchina più piccola e spegniamo le luci quando lasciamo una stanza. Ciò che ci serve è solo un po' di buona volontà.

Inutilmente: il problema climatico è ancora qui, più grande è più spaventoso ogni giorno che passa. Niente cambia, niente si muove, non si fa niente. Niente di nemmeno lontanamente confrontabile alla dimensione della minaccia. E, a volte, si sente di averne avuto abbastanza. Ci si sente di gridare che questo NON è un problema risolvibile coi doppi vetri e con auto più piccole, NON è un problema per il prossimo secolo, NON è un problema di un'altra generazione. E' qui, è adesso, è grande, dannatamente grande ed è fuori controllo. Hai voglia di gridarlo forte.

Quindi, la scena scritta da Aaron Sorkin per “The Newsroom” (vedi sopra) è allo stesso tempo sbalorditiva e rinfrescante. E' narrativa, certo, è una cosa che non accadrà mai, ma è uno scossone incredibile. E' un momento di verità che appare miracolosamente in un luogo dove non appare mai: al telegiornale. Per esempio:

“L'ultima volta che c'era cosi tanto' CO2 nell'aria, gli oceani erano 24 metri più alti di adesso. Deve sapere due cose: metà della popolazione mondiale vive entro 190 km da un oceano. - E l'altra? - Gli esseri umani non respirano sott'acqua”.

Lo so, lo so... Non dovremmo mai, mai nemmeno sognarci di dire questo tipo di cose in pubblico. Non dovremmo... Eppure...

Potete leggere un commento eccellente su questa scena su “Huffington Post” (c'è anche un commento di David Roberts su Girst, che ho trovato piuttosto deludente.