venerdì 23 aprile 2010

Earth day: il giorno dopo


Il giorno dopo "il giorno della terra", qualche ulteriore riflessione sul tema da Giorgio Nebbia e Paolo Berbenni. (da "ilB2B.it")


Abbiamo incontrato il nemico... e il nemico siamo noi

Giorgio Nebbia e Paolo Berbenni parlano dell’istituzione della Giornata della Terra e dell’evoluzione della coscienza e della responsabilità in ambito ambientale

22/04/2010 

Cadono quest’anno quaranta anni dal 22 aprile 1970, dichiarato in tutto il mondo “Giornata della Terra”, Earth Day: l’inizio, di fatto, della "primavera dell'ecologia". Il 1970 arrivava dopo una lunga serie di contestazioni contro le esplosioni di bombe nucleari che facevano cadere su tutto il pianeta le loro scorie radioattive, contro la diffusione planetaria dei pesticidi clorurati persistenti, come il Ddt, i cui effetti nocivi erano stati rivelati pochi anni prima dalla biologa americana Rachel Carson; arrivava in un periodo in cui la popolazione mondiale, allora di 3,7 miliardi di persone, stava aumentando in ragione di cento milioni di persone all'anno e in cui, dopo la fine dell'occupazione coloniale, centinaia di milioni di famiglie, in Asia, in Africa, in America latina, rivendicavano il diritto a migliori condizioni di vita.

Il 1970 era arrivato nel pieno della disastrosa guerra del Vietnam nella quale l'esercito americano aveva impiegato diserbanti tossici per distruggere le foreste e la giungla in cui potevano rifugiarsi i partigiani Vietcong; le città industriali erano afflitte da un traffico congestionato e la loro aria era oscurata dai fumi industriali; il petrolio copriva vaste superfici del mare e gli incidenti industriali provocavano stragi di vite umane.

In quei giorni fu come se si aprissero gli occhi a un gran numero di persone: in un'epoca di grande sviluppo economico gli abitanti dei Paesi industrializzati si accorsero improvvisamente che le fumose ciminiere delle fabbriche non segnavano l'avanzata del progresso, ma buttavano nell'atmosfera polveri e sostanze cancerogene e acidi che andavano a finire nei polmoni dei cittadini, nei fiumi, sui boschi.

L'automobile, massimo segno del successo tecnologico, appariva improvvisamente un aggeggio che, invece di liberare dai vincoli dello spazio, costringeva a muoversi a pochi chilometri all'ora, tutti in fila, in mezzo a un'atmosfera inquinata da fumi, metalli, veleni. La plastica, trionfo dell'industria chimica sintetica, era un bellissimo materiale che, dopo l’uso, restava indistruttibile e copriva i mari, si fermava sugli argini dei fiumi, svolazzava per i campi coltivati. Il turismo assicurava riposo e divertimento a folle sempre maggiori, a spese della distruzione degli alberi e delle spiagge, riproducendo in riva al mare o nelle valli i rumorosi e inquinati modelli della vita urbana.

Il lavoro nelle fabbriche liberava grandi masse di persone dalla miseria secolare a prezzo di incidenti, avvelenamenti, morti, tanto che alcuni scrissero che "lavorare fa male alla salute". Il petrolio, i minerali, i prodotti forestali, i raccolti agricoli potevano trasformarsi in merci, in carta, in macchine ed energia, in cibo - beni abbondanti e a basso prezzo - soltanto perché i Paesi industriali costringevano i Paesi poveri a vendere quasi per niente le loro risorse naturali, lasciandoli con terre desolate, con i fiumi inquinati, con nuovi deserti.

Nella primavera di quarant’anni fa una nuova generazione di giovani, gli stessi delle lotte studentesche e operaie in California, a Parigi, a Berlino, a Milano, misero in luce i lati oscuri del progresso, si accorsero che le Università, i grandi scienziati, il potere economico e politico avevano tenuto nascosti gli aspetti negativi del "progresso" merceologico; furono scoperte parole magiche e sconosciute come "ecologia".

Qualcuno ricordò che il nome era stato inventato da un seguace di Darwin, un certo Ernst Haeckel, nel 1866, più di un secolo prima, ma la parola era rimasta sepolta nei laboratori e nelle cattedre universitarie i cui scienziati neanche potevano immaginare che la loro tranquilla e distinta disciplina potesse trasformarsi nella bandiera di una nuova contestazione.

La parola "ecologia" divenne allora domanda di un cambiamento verso un mondo meno violento e più ospitale per gli esseri umani; i sit-in, quelle forme di lezioni all'aperto dei campus delle università americane, riunivano migliaia di studenti e docenti di pre- stigio, autori di libri che chiedevano una nuova etica di vita nell'ambiente.

Il 22 aprile 1970 fu un evento importante anche in Italia; i movimenti ambientalisti in Italia erano appena nati - Italia Nostra esisteva dal 1955, il Wwf era stato fondato pochi anni prima, Legambiente sarebbe nata dieci anni dopo. La Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche (Fast) di Milano organizzò alla Fiera di Milano una grande conferenza internazionale i cui atti, purtroppo ormai una rarità bibliografica, contenevano un inventario delle forme di violenza contro l’ambiente. Amintore Fanfani, che allora era presidente del Senato, creò una commissione "speciale" invitando alcuni studiosi ad informare i senatori sui "problemi dell'ecologia".

La prima "giornata della Terra" rappresentò uno sti- molo culturale formidabile: un gran numero di persone - giornalisti e studenti, professori e comuni cittadini - si misero a pensare, a leggere, a scrivere, a parlare di ecologia. I cristiani si ricordarono che San Francesco aveva spiegato che gli esseri umani e gli animali e le parti inanimate della natura, come l'acqua e il fuoco, erano tutti “prossimo”, fratelli da trattare con rispetto e amore. Molti scoprirono che perfino gli austeri padri del comunismo, Marx ed Engels, contemporanei di Liebig, diDarwin, di Haeckel, avevano riconosciuto i legami fra gli esseri umani e la terra e la natura, e avevano avvertito che tali legami venivano rotti dal modo capitalistico di produrre. Alcuni si permisero addirittura di spiegare la fallacia del “Prodotto interno lordo” come indicatore bel benessere e dello sviluppo umano.

In quella lontana "giornata della Terra" di quarant’anni fa sui muri delle città americane apparve un manifesto in cui era riprodotta la vignetta di un fumetto, allora celebre, Pogo, un opossum umanizzato che, come molti personaggi dei fumetti, ironizzava sul comportamento, nel bene e nel male,degli umani. Pogo guardava un diligente ecologista che gettava per terra un foglio di carta straccia, e Pogo si chinava a raccoglierlo mormorando sconsolato: "Ho scoperto il nemico e il nemico siamo noi". Anche oggi quante volte si vedono delle degnissime persone, eminenti nella loro professione, che si dichiarano fedeli amici dell'ecologia, ma poi fanno a gara per sfrecciare su ingombranti Suv e per costruire suntuose ville (meglio se abusive) nei boschi e sulla riva del mare.Che cosa è rimasto di quella voglia di cambiamento, di quell’ondata di speranza?

Nel 1973 la prima crisi petrolifera offrì l’occasione al potere economico e finanziario per spiegare che quelle dell’ecologia era tutte favole, che occorreva energia a basso prezzo, che, in Italia, diecine di centrali nucleari avrebbero permesso di superare la crisi, che occorreva produrre e consumare più automobili, più merci, più plastica, diffusero l’illusione che la tecnica avrebbe risolto tutto. La breve stagione dell’austerità, promossa dalla sinistra nella seconda metà degli anni Settanta del Novecento, proponeva di sostituire il consumo della massa delle merci con spese per i servizi, dalla difesa del suolo, all’approvvigionamento idrico e alla depurazione delle fogne, alla ristrutturazione delle città, ma fu ben presto spazzata via.

Quarant’anni di conferenze, di chiacchiere, da Rio de Janeiro a Johannesburg, di promesse di sviluppo sostenibile, e oggi? La popolazione mondiale è aumentata a quasi 7 miliardi di persone, due miliardi di nuovi consumatori in Asia si affiancano aidue miliardi di abitanti dei Paesi già industrializzati affannandosi a bruciare carbone e petrolio, a produrre macchine e merci, a immettere nell’atmosfera gas nocivi e che alterano il clima, a gettare nelle discariche e negli inceneritori, miliardi di tonnellate all’anno di rifiuti, oltre cento milioni di tonnellate ogni anno solo in Italia; residui di plastica galleggiano addirittura sugli oceani. Grandi città costiere anche in Italia, spacciata come quarta o quinta o sesta potenza economica mondiale, gettano tranquillamente le acque di fogna non trattate nel mare e nei fiumi. Molti Paesi dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia sono devastati da guerre per lo sfruttamento delle riserve di minerali, di petrolio, per la distruzione delle foreste.

Si intensifica la rivoluzione merceologica per cui terre agricole sono impiegate per produrre biocarburanti, la fame di spazio per edifici, centrali, fabbriche, quartieri urbani, svettanti grattacieli simboli del lusso, rendono più fragili le collinee le coste, fanno aumentare frane e alluvioni; l’illusione della felicità implicita nel possesso di cose materiali rende miliardi di persone schiave del potere finanziario che si arricchisce vendendo pezzi di natura, addirittura speculando sul commercio dei gas serra.

Forse bisognerebbe fermarsi e guardarsi intorno, forse bisognerebbe riscoprire l’ecologia e le sue lezioni, forse occorrerebbe trasformare la rituale stanca e svogliata celebrazione annuale della ricorrenza del 22 aprile in una voglia di rilanciare un nuovo rapporto fra gli esseri umani con le risorse naturali, una nuova richiesta di giustizia nella distribuzione dei beni della Terra. Davvero, come diceva Pogo, occorre scoprire che il nemico siamo noi.

giovedì 22 aprile 2010

Earth Day: non vi sembra che la terra stia cercando di scrollarsi via di dosso gli esseri umani?


Una piccola riflessione per il "giorno della terra". Non è questione di salvare il pianeta: è questione di salvare noi stessi. 


Qualche anno fa, mi è capitato di sentire parlare Sharon Stone a un convegno sull'ambiente a Rimini. Poco dopo l'uragano Katrina e lo Tsunami dell'Indonesia, disse a un certo punto, "non vi sembra che la terra stia cercando di scrollarsi via di dosso gli esseri umani?"

Affermazione da "ecologia profonda" che mi sembra adatta per essere citata in occasione del "Giorno della Terra". Certo, se ci ragioniamo sopra in termini razionali, dire che la Terra sta cercando di scrollarsi gli umani di dosso è una fesseria. Però, è il contraltare dell'ondata di vago buonismo che si appiccica tutti gli anni a questa giornata. "Salviamo il pianeta" si dice. Fesseria ancora peggiore. E' vero che siamo perfettamente in grado di fare dei grossi danni all'ecosfera terrestre - ma sono danni fatti più a noi stessi che al pianeta.

La Terra non ha nessun bisogno di scrollarsi di dosso gli esseri umani. Le nostre emissioni di CO2 saranno riassorbite in tempi che sono difficili da stimare - forse migliaia di anni, forse centinaia di migliaia, ma comunque saranno riassorbite dal processo naturale di erosione dei silicati. Dopo di che, l'ecosfera terrestre continuerà indisturbata il cammino verso la sua vecchiaia; gia cominciato almeno un centinaio di milioni di anni fa. Un cammino che la porterà gradualmente a sparire fra qualche centinaio di milioni di anni - quando il sole sarà diventato troppo intenso per la vita terrestre.


Nel frattempo, abbiamo tutte le possibilità di fare molto male a noi stessi.

mercoledì 21 aprile 2010

Ma quanto CO2 viene fuori da questo benedetto vulcano?



Continuano le polemiche su questo benedetto vulcano islandese, che non è niente di eccezionale ma che ha avuto il cattivo gusto di andare a buttare un po' di polvere proprio dove passano le rotte Europee e intercontinentali dell'aviazione.

Allora - comincia ieri il sito "Information is Beautiful" a sparare una robusta fesseria dando per le emissioni del vulcano un valore di 15.000 tonnellate al giorno. E' un errore (se guardate il sito adesso, è stato corretto) - le emissioni reali sono molto maggiori: circa 150.000 tonnellate al giorno; ovvero circa 10 volte tanto. Ma il dato è stato ripreso dalla stampa internazionale, per esempio dal Guardian e da noi dal Manifesto. Dato che le emissioni dall'aviazione sono circa 350.000 tonnellate di CO2 al giorno, tutti hanno concluso che l'arresto dei voli causato dal vulcano ha generato una riduzione delle emissioni di CO2 nel bilancio totale, aggiungendoci varie considerazioni più o meno filosofiche.

Nel frattempo, è intervenuto il sito di Anthony Watts "Watts up with that" che fa notare la scemenza nella quantità di emissioni di CO2 e fa vedere il dato giusto. Ovviamente, non perde l'occasione di farne un'ulteriore attacco contro la scienza del clima sostenendo che per gli ambientalisti il CO2 del vulcano non conta mentre quello degli aerei si. Il concetto è illustrato con un bel disegnino che mostra il CO2 "buono" (faccina sorridente) emesso dal vulcano e il CO2 "cattivo" (faccina triste) emesso dagli esseri umani. Ci crediate o no, questo disegnino dal sito di Watts illustra la cattiveria degli ambientalisti:



Il bello della faccenda è che la conclusione iniziale di "Information is Beutiful" era comunque giusta, a parte l'errore numerico. La frazione di CO2 emessa dai vulcani è trascurabile rispetto alle emissioni umane. E il vulcano islandese, che non è che sia niente di speciale, non fa eccezione. Per scoprire questa grande verità bastava farsi un giretto in internet - io l'avevo detto in due post sull'argomento (qui, e qui)

Insomma, quelli che scrivono sui giornali e sui blog di successo sembrano sempre gente che è uscita dalla foresta una settimana prima, tanto sono ignoranti delle cose più elementari. Per altri, invece, la tentazione di attaccarsi a qualsiasi cosa pur di dir male della scienza e degli scienziati del clima è sempre fortissima, come per esempio nel caso del "vulcanone" che ho descritto qui.

Magari un giorno riusciremo ad essere un pò più seri in queste cose, ma per ora non ci siamo proprio.

martedì 20 aprile 2010

La scienza del clima ha sempre torto, anche quando ha il 100% ragione



"Un vulcanone che erutta! Che grande fortuna perchè: se le temperature scendono e’ colpa delle polveri emesse. Se le temperature restano stazionarie il vulcano ha mascherato l’aumento di temperatura dovuto all’AGW. E se le temperature salgono e’ sempre colpa della CO2 antropica che andandosi ad aggiungere anche quella del vulcano supera come volevasi dimostrare il tipping point. Certo che e’ bello stare in mainstream c’e’ una giustificazione per tutto. Anzi forse forse l’eruzione del vulcano e’ pure colpa dell’AGW." da Climatemonitor


Questo notevole paragrafo si trova su "climatemonitor" dove viene attribuito a Teo Georgiadis. Manca un link che ne confermi la paternità ma, indipendentemente da chi sia l'autore, illustra bene l'estrema superficialità con la quale certa gente abborda il problema climatico.


Georgiadis (o chi sia che scrive) elenca alcune ipotesi perfettamente lecite basate sul fatto che l'emissione di polveri dal vulcano avrà come effetto una certa riduzione della temperatura dell'atmosfera dovuta al loro effetto schermante. Queste sono cose ben note: è un fatto storico che le eruzioni vulcaniche molto intense hanno un temporaneo effetto di raffreddamento sulla temperature, come si vede bene in questa figura:


Ne consegue che se l'eruzione islandese si rivelerà molto forte, avrà effetti climatici di raffreddamento; altrimenti non li avrà. Ciononostante, il fatto stesso che gli effetti del vulcano siano perfettamente compatibili con quello che sappiamo del clima terrestre è per l'autore motivo di ironia; come se il "vulcanone" lo avessero fatto eruttare i climatologi per dar ragione alle loro teorie. In sostanza, per il nostro autore, qualunque cosa avvenga sarà comunque un fallimento della scienza del clima.

E' stato già notato che i negazionisti climatici sono riusciti a far passare uno standard per il quale l'IPCC può aver ragione il 99.9% delle volte e comunque quello 0.1% di errore lo mette dalla parte del torto (vedi il caso dei ghiacci dell'Himalaya). Al contrario, i negazionisti possono aver avere torto nel 99.9% dei casi, ma quello 0.1% di volte che dicono qualcosa di giusto li mette dalla parte di quelli che hanno ragione.

Qui, con questo paragrafo, l'autore è arrivato ancora più avanti: la scienza del clima ha torto anche quando ha il 100% di ragione.


Non so come siamo arrivati a questo punto, eppure ci siamo arrivati. Considerando poi che non c'è limite al peggio, non c'è di che essere ottimisti per il futuro.

lunedì 19 aprile 2010

La torre d'avorio dei nerd

George Mombiot sta pubblicando una serie di articoli sulla questione climatica che sono tutti estremamente ricchi di elementi di riflessione. Ne avevo già pubblicato uno, notando come Monbiot non è certamente tenero con gli scienziati, ma fa delle considerazioni inoppugnabili sulla necessità di smetterla di fare i nerd (cosa che condivido in pieno) e cominciare a capire che bisogna aprirsi al mondo reale e far vedere che la scienza serve a qualcosa.

Qui, Monbiot parte dall'audizione di Phil Jones al parlamento britannico per arrivare a una serie di brillanti considerazioni sulla separazione fra "le due culture" che ci ha portato a una situazione di ignoranza generalizzata: "Da quel punto in poi ci siamo separati in due culture e tale processo ci ha reso tutti degli idioti. Forse arriveremo a dividerci in due specie. Riproducendoci tra di noi, gli scienziati diventeranno presto così geneticamente isolati che non saranno più in grado di accoppiarsi con gli altri esseri umani."
 

Decisamente da leggere e da rifletterci sopra (ringrazio Carlo Fusco per la traduzione)

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Chiudersi dentro una torre d'avorio

La scienza e gli studi umanistici si guardano l’un l’altro senza capirsi: la colpa è del nostro stupido e ristretto sistema scolastico.

Di George Monbiot, pubblicato sul Guardian del 6 Aprile 2010. - Traduzione di Carlo Fusco.

I parlamentari sono stati davvero gentili col professor Phil Jones. Durante l’audizione il comitato sulla Scienza e la Tecnologia non ha chiesto all’uomo al centro della crisi delle email rubate di giustificare neppure la parte più importante delle accuse da cui egli doveva difendersi, ovvero il fatto che egli abbia esortato altri scienziati a cancellare il materiale oggetto della richieste di divulgazione conformi alla legge sulla libertà di informazione [NDT: Freedom of Information, FOI, ovvero un corpo di regole che garantisce l'accesso ai dati posseduti dallo stato] (1). La scorsa settimana il comitato ha reso pubbliche le proprie conclusioni e ha dato la colpa alla sua università per questa "cultura della segretezza" sulla quale era Jones a presiedere (2).

Forse i parlamentari Forse i parlamentari si sono orientati a suo favore a causa della prestazione disastrosa del suo capo durante l’audizione. Edward Acton, vice rettore dell’università della East Anglia si è mostrato in modo teatrale, untuoso e falso (3). D’altra parte Jones è sembrato allo stesso tempo mortalmente noioso e assolutamente onesto. Come ha potuto questo classico topo di laboratorio [NDT: Nerdy forma aggettivata di Nerd], chiaramente una brava persona, aver combinato un simile disastro?

Nulla di tutta questa storia ha alcun senso: il suo rifiuto intollerante di adempiere alla richiesta di rilascio dei dati non pubblici, la sua completa mancanza di reazione alla pubblicazione delle email rubate, il rifiuto di altri ricercatori di riconoscere che ci fosse qualche cosa che non andava in tutta questa vicenda. Ma ad un certo punto ho letto un articolo di un ricercatore informatico, Steve Easterbrook, e per la prima volta mi si è accesa una lampadina (4).

Easterbrook nel tentativo di difendere Jones ed i suoi colleghi, descrive una cultura ripiegata su se stessa nel quale il resto del mondo è solo una noiosa quanto incomprensibile distrazione. "Gli scienziati normalmente interagiscono solo con i loro colleghi. Noi viviamo una vita piuttosto protetta ... per uno scienziato, chiunque sia così stupido da provare ad ottenere dei dati scientifici con delle richieste di FOI abbastanza chiaramente si merita solo del disprezzo. Jones aveva semplicemente espresso (in privato) un sentimento comune alla maggioranza degli scienziati - ovvero una frustrazione estrema verso degli individui che chiaramente non capiscono."

Quando ho letto ciò sono rimasto colpito dalla vastità dell'oceano che divide i nostri due mondi. Per quelli di noi che si sono battuti per instaurare una legge sulla libertà di informazione tali richieste legali sono sacre. La promulgazione di tali leggi è stata una vittoria rara per la democrazia; queste sono tra i pochi mezzi a nostra disposizione per assicurarci che i politici ed i servitori dello stato debbano rispondere delle loro azioni ai cittadini. Quello che gli scienziati considerano triviale e fastidioso i giornalisti e i promulgatori della democrazia vedono come centrale e irriducibile. Noi parliamo lingue diverse e abitiamo mondi diversi.

So bene come questo possa succedere. Come quasi tutti quelli che hanno ottenuto una laurea scientifica, io ho lasciato l'università con un patrimonio di conoscenze recondite che non potevo dividere con praticamente nessuno. Non in grado di capire un qualsiasi soggetto che non fosse quello per cui ho studiato, mi sono sentito tagliato fuori dal resto del pianeta. La tentazione di ritirarmi in un posto sicuro è stata quasi irresistibile. Solamente l'estrema specializzazione che sarebbe stata necessaria per ottenere un dottorato di ricerca, cosa che mi avrebbe isolato come un anacoreta, mi ha dissuaso dall'intraprendere una simile strada.

Io ho odiato tale isolamento. Avevo un interesse appassionato per la letteratura, la storia, le lingue straniere e le arti, ma all'età di 15 anni sono stato costretto, come tutti gli studenti, a scegliere se studiare le scienze o le materie umanistiche. Da quel punto in poi ci siamo separati in due culture e tale processo ci ha reso tutti degli idioti. Forse arriveremo a dividerci in due specie. Riproducendoci tra di noi, gli scienziati diventeranno presto così geneticamente isolati che non saranno più in grado di accoppiarsi con gli altri esseri umani.

Noi detestiamo i mondi arroccati e recintati: il Vaticano e il suo congedarsi dagli scandali sulla pedofilia definendoli "chiacchiere inutili" (5), il Palazzo di Westminster [NDT: la sede delle due Camere del Parlamento del Regno] i cui membri non riescono a capire la furia popolare riguardo le loro spese, le forze di polizia che rifiutano di disciplinare gli agenti che non si attengono al proprio dovere (6). La maggior parte di noi abbraccerebbe volentieri la tesi di George Bernard Shaw che tutte le professioni sono delle cospirazioni contro la laicità. Gran parte della pubblica ostilità verso le scienze origina dalla percezione che queste sono possedute da una razza a cui noi non apparteniamo.

Ma succede che la scienza sia quel particolare mondo arroccato e recintato con la più efficace forma di autoregolamentazione: il processo di Revisione dei Pari [NDT Peer-Review, la procedura per la quale un articolo scientifico viene pubblicato solo dopo aver passato il vaglio congiunto di esperti del settore scelti dagli editori della rivista, normalmente due o tre]. Questo mondo è anche altamente competitivo e la competizione consiste nel tentativo continuo di stendersi a vicenda. L'apice del trionfo scientifico è quello di dimostrare la falsità di una teoria dominante. Questo succede molto raramente dato che solo le teorie che hanno resistito ad attacchi portati continuamente riescono a restare in piedi. Chiunque riuscisse a ribaltare i canoni della scienza climatica sarebbe immediatamente considerato come Newton o Einstein. Non c'è alcun premio nel concordare con i colleghi e degli incentivi tremendi nel provare i loro errori. Queste sono le circostanze meno favorevoli nelle quali si potrebbe schiudere una genuina cospirazione.

Ma non è più sufficiente per gli scienziati parlare solo tra di loro. Per doloroso e disorientante che sia, occorre che questi si confrontino con quella distrazione così irritante chiamata resto del mondo. Tutti debbono qualche cosa alla laicità e la scienza morirebbe se non fosse per i miliardi che ci spendiamo sopra. Gli scienziati non devono scendere a compromessi con la razionalità, ma hanno non di meno il dovere di capire il contesto nel quale essi operano. Non è più accettabile che i ricercatori del clima si barrichino nel loro mondo e lascino ad altri la difesa della loro professione.

Ci sono segni che tutto questo sta cambiando. Un importante membro della comunità di ricercatori che sostengono la validità del cambiamento climatico, Simon Lewis, ha appena inviato un lungo reclamo alla commissione di vigilanza della stampa [NDT: Press Complaints Commission, PCC] riguardo una falsa rappresentazione delle sue posizioni perpetrata dal Sunday Times (7). Il giornale ha sostenuto che la commissione intergovernativa sul cambiamento climatico [NDT: Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC] avrebbe affermato che il riscaldamento globale potrebbe distruggere fino al 40% della foresta pluviale amazzonica "basandosi su delle affermazioni arbitrarie di attivisti politici verdi con nessuna competenza scientifica" (8). Ed il giornale ha quotato Lewis suggerendo che egli supportasse questa storia. L'articolo e le sue affermazioni sono state riprodotte in tutto il mondo.

Ma tali affermazioni erano del tutto errate: ci sono solide ricerche che mostrano come un danno di tale portata è del tutto plausibile in Amazzonia (9, 10). Lewis afferma che il Sunday Times ha riportato la propria posizione in modo del tutto falso. Lui ha lasciato un commento sul sito web, ma questo è stato cancellato. Ha poi mandato una lettera al giornale, ma questa non è stata pubblicata. Solo dopo il reclamo al PCC il Sunday Times gli ha risposto. Il giornale ha lasciato un messaggio sulla sua segreteria telefonica che lui ha reso pubblico: "riconosciamo che la storia era sbagliata" (11). Dopo diverse settimane in cui il giornale ha tergiversato, finalmente il Sunday Times si è offerto di pubblicare la sua lettera. Ma non hanno né ritrattato l'articolo errato né pubblicato una correzione.

Buona fortuna a Simon Lewis, ma come la commissione di vigilanza della stampa ha mostrato col suo comportamento in occasione dello scandalo sulle intercettazioni telefoniche perpetrate dal giornale News of the World [NDT: http://en.wikipedia.org /wiki/News_of_the_World_phone_hacking_affair], è probabile che egli si troverà al di fuori dal recinto difensivo di un altro mondo arroccato su se stesso, il giornalismo, in cui i
meccanismi di autoregolamentazione chiaramente non funzionano (12). Ecco una professione che sembra davvero cospirare contro la laicità, persino dal suo interno.

L'incomprensione con cui gli studenti di scienze e discipline umanistiche si confrontano l'uno con l'altro è una tragedia di opportunità perdute. Una specializzazione precoce permetterà anche di competere in un mercato sempre più specializzato, ma non ci equipaggia con null'altro. Come il professor Don Nutbeam, vice rettore della Southampton University, lamenta, "le nuove generazioni imparano sempre di più su sempre meno cose" (13).

Noi veniamo privati da uno stupido sistema scolastico della maggior parte delle meraviglie del mondo, delle capacità e conoscenze necessarie alla sua navigazione e sopra tutto della capacità di comprensione reciproca. Il nostro ristretto, antiquato sistema educativo ci spinge a separarci come i protagonisti in un ritratto di Francis Bacon, ognuno rinchiuso all'interno di una scatola, incapaci di comunicare.

www.monbiot.com

Bibliografia:

1. http://www.publications.parliament.uk/pa/cm200910/cmselect/cmsctech/387/387ii.pdf

2. http://www.publications.parliament.uk/pa/cm200910/cmselect/cmsctech/387/387i.pdf

3. Watch from 01.29.30, at
http://www.parliamentlive.tv/Main/Player.aspx?meetingId=5979&player=windowsmedia

4. http://climateprogress.org/2010/03/29/how-scientists-think-peer-review-global-warming/

5. http://www.guardian.co.uk/world/2010/apr/04/pope-defiant-child-sex-abuse

6. http://www.monbiot.com/archives/2010/03/29/morality-policing/

7. http://climateprogress.org/2010/03/24/simon-lewis-jonathan-leake-richard-north-amazon-gate-ipcc-sunday-times-complaint-pcc/

8. http://www.timesonline.co.uk/tol/news/environment/article7009705.ece

9. DC Nepstad et al, 2004. Amazon drought and its implications for
forest flammability and tree growth: a basin-wide analysis. Global
Change Biology, 10, 704-717.

10. eg DC Nepstad et al, 2007. Mortality of large trees and lianas
following experimental drought in an Amazon forest. Ecology 88(9):
2259-2269.

11. http://climateprogress.org/2010/03/25/audio-sunday-times-leake-simon-lewis-ipcc-amazon-story/

12. http://www.guardian.co.uk/media/2010/mar/01/phone-hacking-pcc

13. http://www.guardian.co.uk/education/2009/nov/17/a-levels-degrees-narrow-education-broaden

domenica 18 aprile 2010

Vulcani, supervulcani e clima


  Il vulcano islandese dal nome impossibile di Eyjafjallajokull sta facendo dei discreti danni al traffico aereo e potrebbe farne ancora per un bel pezzo. Ma non ci si aspettano altro che effetti minimali a lungo termine sul clima. Ho già accennato agli effetti climatici di queste eruzioni, in questo post cerco di approfondire un po' la cosa.

I vulcani sono spesso cose molto spettacolari ma, in pratica, che effetto possono avere sul clima terrestre? Una cosa la possiamo dire con buona certezza: il loro effetto diretto - ovvero in termini di calore emesso - è praticamente nullo. I vulcani sono una manifestazione del calore geotermico che viene dall'interno della terra e questo calore è soltanto circa lo 0.01% del calore che arriva dal sole. I "grandi fornelli artici" ai quali qualcuno attribuisce la perdita dei ghiacci polari sono di gran lunga troppo deboli per avere un effetto del genere.

Quindi, l'effetto dei vulcani sul clima è dovuto al pulviscolo emesso ed è sempre di raffreddamento. Un effetto che, ovviamente, dipende dall'intensità dell'eruzione. La potenza di un vulcano si misura su una scala detta VEI (Volcanic Explosivity Index) che va da 0 a 8 e che, come le scale usate per i terremoti, è logaritmica. Ovvero, va su di un fattore 10 per ogni tacca. Il vulcano islandese ha un VEI non molto alto. Da quello che si legge sulla stampa, pare che sia intorno a 2-3. Non è di più di quello di altre eruzioni recenti, tipo quelle dell'Etna di qualche anno fa. Il problema è più che altro nel fatto che il pulviscolo emesso è andato a finire in zone abitate e zone agricole in Europa - queste ultime potrebbero riceverne danni non piccoli. C'è un post recente su The Oil Drum di David Summers ("Heading Out") che va a esaminare la questione. E' probabile, comunque, che se non succede niente di nuovo, questa eruzione non avrà effetti importanti - anche se potrebbe fare grossi danni al traffico aereo.

Tuttavia, ci sono stati dei vulcani ben più potenti del nostro Eyjafjallajokull. Per esempio, il vulcano Laki che è andato in eruzione nel 1783 - sempre in Islanda - ha causato carestie in Europa per via del pulviscolo che ha bloccato la radiazione solare. Potrebbero essere state queste carestie a scatenare la rivoluzione francese, pochi anni dopo. Pare che Laki avesse un VEI=6, ovvero fosse un buon mille volte più potente di Eyjafjallajokull. Sempre in quel periodo, Napoleone era partito per conquistare la Russia proprio nell'anno (1815) dell'esplosione del vulcano Tambora (VEI=7); cosa che ha causato un raffreddamento globale e qualche problema a Napoleone durante la ritirata da Mosca.

Ma ci sono state eruzioni anche molto più potenti di Tambora e quando si arriva a VEI=8 e oltre, si parla di un "supervulcano." Non c'è stato nessun supervulcano in tempi storici. Il più recente è quello noto con il nome di Ouranui, che ha eruttato in Nuova Zelanda 26500 anni fa. Ancora più potente (circa 5 volte tanto) è stata l'eruzione di Toba, a Sumatra, 74000 anni fa (vedi questo link). Non erano tempi storici, ma i nostri antenati "sapiens" esistevano già. Da quello che sappiamo, Ouranui non ha fatto danni agli esseri umani che sembra non esistessero in Nuova Zelanda. Molto peggio ha fatto Toba, che è stato un evento globale. Il raffreddamento che ne è seguito sembra abbia sterminato gran parte degli umani dell'epoca, riducendone il numero a meno di 10000. Tuttavia, per quanto tremenda sia stata l'eruzione di Toba, il suo effetto si vede appena nei record climatici, come si vede per esempio a questo link.

Insomma, i vulcani hanno brevi effetti di raffreddamento che possono causare gravi danni - specialmente se proprio in quel momento vi state ritirando dalla Russia. Ma non hanno effetti a lungo termine, nemmeno se sono dei supervulcani. Tutto questo ha una sua logica e si spiega molto bene nell'ambito della comprensione che abbiamo del sistema climatico. Quello che ha l'effetto più importante nel clima sono i gas serra, e le eruzioni vulcaniche - per quanto spettacolari siano - contribuiscono pochissimo alla variazione della concentrazione dei gas serra. Questo diagramma chiarisce la cosa molto bene (da un articolo di Lisa Moore):

 

Vedete che i vulcani degli ultimi decenni non hanno nessun effetto sulla curva. E' interessante notare come l'effetto dell'attività umana sia tanto più importante di quella naturale su queste scale di tempo.

Tuttavia, bisogna anche dire che l'attività vulcanica è fondamentale per determinare il clima terrestre - ma su scale estremamente lunghe rispetto a quelle che ci possono interessare. La terra emette ("degassa") CO2 dal suo interno attraverso l'attività vulcanica. Si ritiene (Derrill Kerrick, 2001) che il totale degassamento di CO2 annuale odierno sia intorno a 2x10^12 (duemila miliardi) di "moli" all'anno. Questo è molto poco dato che l'atmosfera contiene circa 6x10^16 moli di CO2, ovvero più di 10000 volte tanto. Invece, l'aumento che vediamo nella concentrazione di CO2 si spiega molto bene con la quantità di combustibili fossili che bruciamo

Ma su scale di tempi molto lunghe, il degassamento del CO2 - ovvero i vulcani - sono fondamentali per mantenere i livelli di CO2 nell'atmosfera a un livello tale da non trasformare il pianeta in un blocco di ghiaccio. Se non ci fossero i vulcani, la reazione del CO2 atmosferico con i silicati lo farebbe sparire completamente in qualche decina o centinaia di migliaia di anni e forse meno. Senza vulcani, la vita sulla terra sarebbe morta appena nata - anzi, probabilmente non sarebbe mai esistita.

Ma è anche vero che ci può essere troppo di una cosa buona: troppi vulcani possono emettere troppo CO2 e scaraventare il pianeta in una fase di surriscaldamento. E' il caso delle "grandi province magmatiche" che sono il "top" della classifica dei vulcani. Sono aree di centinaia di migliaia di chilometri quatrati (per intenderci, dell'ordine dell'area dell'intera Italia) che eruttano per centinaia di migliaia di anni. In queste condizioni, il degassamento di CO2 non è certamente trascurabile e - nel remoto passato - queste eruzioni hanno causato alcuni disastri veramente planetari. Da quello che sappiamo è stata una di queste grandi provincie che si è formata alla fine dell'era Paleozoica in Siberia a causare un riscaldamento planetario che ha portato all'estinzione di forse il 90% di tutte le specie esistenti all'epoca. Questa ed altre estinzioni di massa sono dei malfunzionamenti del ciclo "lungo" del carbonio che equilibra - più o meno - il CO2 che degassano i vulcani con quello che viene rimosso per reazione con i silicati.


Insomma, un argomento molto affascinante quello dei vulcani e dei supervulcani che, fra le altre cose, è una continua conferma delle fondamenta della scienza del clima, ovvero al fatto che i gas serra sono il fattore predominante nel determinare la temperatura dell'atmosfera.

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Si veda anche l'ottimo post di Steph sull'argomento. 

sabato 17 aprile 2010

Era glaciale ancora in ritardo: questo Marzo il più caldo della storia


Sono disponibili i dati del NOAA per le temperature del Marzo 2010. Stiamo accumulando record su record - questo Marzo è stato il più caldo in assoluto da quando si fanno queste misure.

Secondo il NOAA, la combinazione delle temperature medie delle terre emerse e degli oceani per Marzo ci da un "anomalia" (ovvero la differenza rispetto alla media del ventesimo secolo) di 0.77 gradi centigradi in più. Questo è, appunto, il Marzo più caldo mai misurato, nonché il trentaquattresimo in fila che risulta più caldo della media.

Sulle terre emerse, questo Marzo è stato il quarto più caldo mai misurato, mentre il record assoluto vale per le temperature degli oceani. Per quanto riguarda il primo trimestre del 2010, abbiamo il quarto anno più caldo della storia da quando si fanno queste misure.


Ulteriori dati li trovate sul sito del NOAA , comunque, dopo questo bel record (per così dire), mi piace citare quello che scriveva poco tempo fa Paolo Granzotto sul "Giornale" ovvero "qui non si scalda un bel niente".

A parte le battute di pessimo gusto da parte dei vari tromboni che scrivono sulla stampa, la situazione è particolarmente preoccupante in quanto questa impennata delle temperature sta avvenendo in una fase di minimo dell'attività solare che tenderebbe, invece, a portare a un certo raffreddamento. In più, c'è un effetto di raffreddamento dovuto al pulviscolo atmosferico generato dalle attività industriali. Nonostante questi effetti, tuttavia, la temperatura sale al di là di tutte le aspettative. In sostanza, si conferma ancora una volta (semmai ce ne fosse stato bisogno) che i gas serra, e in particolare il CO2, sono il fattore principale nel determinare la temperatura dell'atmosfera. Più CO2 mettiamo nell'atmosfera, più il pianeta si scalda - c'è poco da fare. (Ah.... già, ma ci sono delle email di dieci anni fa che dimostrano che è tutto falso.... sicuro!)