Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


lunedì 17 aprile 2017

CONFINI – 2 – La scomparsa dei confini

Abbiamo visto che qualunque sistema, di qualunque taglia e natura, necessita di una delimitazione che serve a controllare gli scambi fra ciò che è “dentro” e ciò che è”fuori”.  La dimensione e il grado di permeabilità di questa barriera devono necessariamente cambiare nel tempo, per adattarsi al divenire dalla situazione sia interna, che esterna al sistema in esame.  Pena la disintegrazione.

Nascita degli stati e degli imperi.


Passando ad osservare le società umane, vediamo che, fin dall’inizio, ogni clan o piccola tribù ha costituito un sistema (perlopiù formato da sotto-sistemi familiari), facenti parte di sistemi più grandi (popoli ed umanità).  A loro volta parte della Biosfera e così via.

I limiti erano costituiti da barriere genetiche (grado di parentela), ma più spesso da limiti immateriali come quelli culturali (lingua, religione, faide, ecc.).  A questi si associavano spesso (ma non sempre) anche limiti materiali, ad esempio geografici.

Abbiamo però visto che i sistemi più grandi e complessi sono più efficienti nell’estrazione delle risorse e nella dissipazione dell’ energia.  Ad esempio, sempre parlando di società primitive, una tribù più numerosa si può permettere persone specializzate come artigiani, guerrieri e sciamani.  E questo le può consentire di prevalere sui vicini, raziandoli; oppure eliminandoli per estendere il proprio territorio.

Vi è quindi un vantaggio notevole nella collaborazione ed integrazione fra sistemi diversi.  Una progressiva integrazione che, man mano che cresce, rende progressivamente più permeabili i confini dei sotto sistemi, rafforzando di conserva il confine comune che si va formando.

Ricordate la foglia?  Le cellule perdono buona parte della loro individualità, costituendo tessuti ed organi.   In questo modo, ogni cellula perde qualcosa in termini di “sovranità”, ma guadagna parecchio in termini di una maggiore e più regolare disponibilità di energia ed alimenti.   Un’alga monocellulare può sfruttare una frazione di millimetro cubo di acqua.   Un albero può sfruttare migliaia di metri cubi sia sopra che sotto terra.   Può anche usare la porpria ombra per uccidere altre piante concorrenti e, viceversa, favorire organismi che gli sono utili.

Analogamente, un clan familiare di contadini autosufficienti può sfruttare un paio di ettari di terra, usando attrezzi di legno e di pietra.  I grandi imperi della storia hanno costellato il Pianeta di meraviglie.

Vantaggi e svantaggi dell'integrazione


Dunque, il punto qui è che un sistema più ampio permette una maggiore abbondanza e regolarità nei flussi di materia e di energia sia in entrata che in uscita.

Per esempio, nelle economie locali semi-autosufficienti bastano due-tre cattivi raccolti di seguito, oppure una calamità importante, e la gente comincia a morire di fame.   Mentre lo sviluppo dei commerci e dei trasporti su grande scala e distanza, così come la nascita di grandi stati e potenti organizzazioni sovra-nazionali,  rendono possibile far affluire nelle zone di crisi il surplus di altre.

Il rovescio della medaglia è però che, in questo modo, ogni sotto-sistema dipende da altri.   Trattando di società umane, la perdita di sovranità è il prezzo da pagare per aumentare le proprie potenzialità di difesa, di crescita e di contenimento delle crisi.

Sempre parlando di società umane, aumentare la complessità significa anche la nascita e lo sviluppo della specializzazione professionale e, di conseguenza, delle classi sociali.  Man mano che i confini interni si erodono, aumenta infatti la produzione complessiva di beni e servizi, ma questi non sono mai ugualmente distribuiti, in nessuna società complessa.   Ed il livello di ineguaglianza tende a crescere con le dimensioni del sistema ed il suo grado di integrazione.   L’Impero Romano di Traiano, fortemente integrato e centralizzato, era molto meno egalitario dell’Impero Carolingio, basato su una miriade di capi locali legati fra loro da un giuramento. Ovviamente, non è questo l’unico fattore, ma è una tendenza.

In pratica, le sperequazioni presenti fra i sistemi separati che si integrano tendono a sparire, mentre ne sorgono altre, diversamente distribuite.  Per questo, la creazione degli stati nazionali ha richiesto l’eliminazione, spesso violenta, delle società precedenti.  Per fare un esempio, la formazione della Francia, fra Luigi XIII e XIV, ha comportato la sostituzione di gran parte della classe dirigente di tradizione feudale con un’altra formata da burocrati e proto-capitalisti.  Mentre la formazione della Francia moderna è passata attraverso il Terrore e le guerre napoleoniche.

Un esempio di natura diversa, ma analogo, è lo sviluppo del capitalismo industriale che eliminò ogni traccia delle tradizioni che davano identità e resilienza alle classi popolari.  Queste si adattarono, creando un nuovo confine culturale: l’identità della classe operaia.  Il capitalismo finanziario ha eliminato anche questa.   Il primo passaggio era stato ampiamente previsto da Marx ed Engels, il secondo assolutamente no.

In sintesi, l’integrazione di sotto-sistemi in sistemi maggiori comporta un vantaggio complessivo, ma necessariamente questo avviene a danno di alcuni elementi, per il maggior vantaggio di altri.   Un “effetto collaterale” che può essere fortemente mitigato scaricando i danni ad altri soggetti esterni.  Finché questi soggetti sono altre società umane, la cosa è crudele, ma sostenibile.  Quando il “soggetto esterno” è invece la Biosfera (come di norma, almeno in parte) è più problematico.  Infatti, anche se siamo abituati a considerare la Biefera come esterna al nostro sistema socio-economico, è invece il nostro sistema umano ad essere interno all’ecosistema globale.  In altre parole, danneggiando la Biosfera necessariamente danneggiamo noi stessi.

Il pericolo più insidioso è quindi che la maggiore crescita economica e demografica che accompagna la complessità metta sotto crescente stress il sistema maggiore di cui le società umane fanno parte (ecosistema e financo la Biosfera).   Ci torneremo.

Internazionalizzazione


Nel XVIII secolo, i principali stati europei avevano raggiunto un notevole grado di integrazione interna, ma il commercio internazionale era assai limitato.  Lo sviluppo di questo fu indicato da David Ricardo e dagli altri padri dell’economia liberale come una delle chiavi di volta per la crescita economica ed il progresso.   In estrema sintesi, si sostenevano due punti fondamentali.

Il primo è quello già citato della possibilità di sopperire con il surplus di alcuni alle carenze di altri.

Il secondo era che i diversi paesi e le diverse regioni hanno vocazioni produttive diverse.   Per esempio, in Sicilia si fa del vino migliore che nello Shropshire, mentre le pecore inglesi producono una lana migliore di quella siciliana.   Parimenti, i giacimenti di minerali e le fonti energetiche (all’epoca soprattutto il carbone) non sono uniformemente distribuiti.  Rendere i confini statali più permeabili alle merci  poteva quindi consentire ad ogni paese di specializzarsi nelle produzioni per le quali era più vocato, aumentando l’efficienza e quindi la ricchezza complessiva delle popolazioni.  Inoltre,  aumentando il grado di interdipendenza, diminuiva il rischio di conflitto.

Una teoria coerente con quello che oggi sappiamo sulla dinamica dei sistemi e, difatti, ha sostanzialmente funzionato, anche se non sempre così bene come Ricardo sperava.


Europeizzazione

La formazione di una struttura sovrastatale europea ha seguito una schema analogo, ma con alcune importanti novità.  Tanto per cominciare, l’integrazione è avvenuta in modo volontario, sulla base di trattati approvati dai parlamenti nazionali e non, come di solito avviene, tramite un’invasione militare e/o l’imposizione di una nuova classe dirigente.

Un secondo punto importante è che, fino al 1995, l’integrazione è avvenuta in modo molto graduale.

Il terzo è che non ha riguardato solo accordi commerciali, ma che politici.  Di conseguenza, la permeabilità dei confini è cresciuta non solo nei confronti delle merci, ma anche delle persone e dei capitali.

Come in tutti i processi di trasformazione, anche questo ha avuto i suoi perdenti, ma nel complesso, l’Europa occidentale è diventata la società di gran lunga più prospera e pacifica dell’intera storia dell’umanità.  Un dato di fatto che è di moda dimenticare.

Con l’integrazione dei paesi dell’ex-impero sovietico (nel 2004 e nel 2007) furono invece commessi diversi errori.   I due principali penso che siano stati la scelta sbagliata dei valori fondanti e la fretta.   I valori fondanti di Coudenhove-Kalergi e, successivamente, di Shuman, de Gasperi e gli altri “padri fondatori”  erano soprattutto la fine delle guerre in Europa e lo sviluppo di una società liberale.   Viceversa, negli anni '90 e 2000, fu in nome del benessere materiale che società ed economie furono sconvolte nel giro di pochi anni.   Ovviamente, il contraccolpo generò una serie di squilibri che siamo lontanissimi dall’aver recuperato.

Globalizzazione


Ma in quegli anni, tutto questo era invisibile per una classe dirigente completamente ebbra di vittoria (in occidente). Oppure completamente sedotta dalla prospettiva di una facile ricchezza (in tutti gli altri paesi).

Sorse così l’idea di estrapolare un processo simile a quello europeo a livello mondiale. Era nata la globalizzazione.   Nei sogni dei suoi promotori, avrebbe dovuto integrare tutti i paesi della Terra in un unico mercato, governato da organismi internazionali indipendenti e sovraordinati agli stati.  Col tempo, si diceva, ciò avrebbe portato anche ad un’unica società, con un’unica lingua, un'unica cultura, un unico governo, eccetera.  L’intera umanità finalmente affratellata in una sorta di villaggio globale grazie al commercio ed alle nuove tecnologie.

Sappiamo che è andata diversamente per una lunga serie di fattori. Limitandoci qui al punto di vista sistemico, si può però dire che è accaduto esattamente quello che ci si poteva aspettare.

Nell’internazionalizzazione, capitali e persone rimangono ancorati al loro luogo d’origine. Ciò significa che chi si arricchisce con il commercio internazionale è costretto a investire nel proprio paese e questo, almeno in linea di principio, crea lavoro per la popolazione locale che è anch’essa vincolata al proprio territorio.  Non solo; i capitalisti si posso arricchire a dismisura, ma non possono lasciare il proprio paese, pena perdere tutto.  Inoltre, se si rendono sufficientemente odiosi, potrebbero anche subire delle conseguenze molto sgradevoli, come molte volte è effettivamente accaduto nella storia.

Nell'europeizzazione, i confini dei singoli stati veniìvano progressivamente erosi, ma contemporaneamente si formava e rafforzava un confine esterno comune. In pratica, anche se il processo di europeizzazione e quello di globalizzazione vengono spesso confusi, sono intrinsecamente antitetici.

Gli accordi di globalizzazione permettono lo spostamento ovunque sia dei capitali finanziari, sia del capitale culturale (in particolare know-how e tecnologie). Permettono altresì ai capitalisti di spostarsi quasi liberamente da un luogo all’altro in quello che, per loro, è effettivamente un villaggio globale.   E permettono anche lo spostamento di masse di manodopera, creando un mercato globale del lavoro che, in pratica, diventa un sistema di crumiraggio mondiale.

Paradossale ed istruttivo è il fatto che la UE e gli USA furono fra i principali promotori di questa follia planetaria.   Senza rendersi conto che  i loro stessi confini ed i loro stessi sistemi socio-economici sarebbero stati  fra quelli che avrebbero subito il contraccolpo maggiore.   In un processo di integrazione rapida a tutti i livelli, ci sono infatti necessariamente sotto-sistemi (regioni, gruppi di persone, imprese, o altro) che avranno il più dei vantaggi, se non tutti.  Mentre altri soggetti avranno gli svantaggi corrispondenti.  In altre parole, si crea un mondo di vincenti e perdenti assoluti.  E dovremmo sapere tutti da un pezzo che la civiltà industriale è un "gioco" in cui chi ha le manifatture vince, chi ha le cave, le miniere e le discariche perde.  Esattamente quello che, guarda caso, è accaduto.   Nessuna sorpresa.

Il seguito, al prossimo post.

18 commenti:

  1. R "Nell'europeizzazione, i confini dei singoli stati venivano progressivamente erosi, ma contemporaneamente si formava e rafforzava un confine esterno comune. In pratica, anche se il processo di europeizzazione e quello di globalizzazione vengono spesso confusi, sono intrinsecamente antitetici." bellissima osservazione.
    Il ritorno al locale però sarà necessario con l'avanzare del peak everything, naturalmente per chi può permetterselo...Da bambino c'era il gioco con le sedie in circolo "chi va a Roma perde la poltrona"... Altra osservazione squisitamente culturale: tanto il cristianesimo, che la dottrina liberale nei rapporti fra cittadino e stato e poi lo stesso Marxismo sono line di pensiero universalistiche: il resiliente al di là dei combustibili fossili è intrinsecamente locale e di comunità...

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  2. Marx non poteva prevedere la nascita del settore terziario che ha fagocitato anche la classe operaia, come il secondario aveva fagocitato il primario. Ovviamente questi mutamenti sono stati resi possibili dall'energia fossile, difatti nel post precedente Migliorino anticipa come inizio del collasso il crollo del sistema economico finanziario e a seguire degli altri sistemi di mantenimento di questa società capitalistica globale. Meadows e Migliorino sperano almeno nella comparsa di piccole comunità resilienti, ma il futuro non lo comprese nemmeno Marx, la cui critica sociale non poteva andare più in là della sua società, allora dominata dai pochi padroni dei mezzi di produzione e dai nuovi servi della gleba, gli operai. Ma nelle società medievali, chi gestiva il potere era in questo coadiuvato da un sistema di controllo violento e militarizzato. La Cina, con Tien an Mem e decine di migliaia di pene capitali all'anno sarà il futuro?

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  3. Mi piacerebbe conoscere il vostro punto di vista sull'attuale situazione in Corea.
    Puo uno stato così piccolo scatenare l'inferno?
    Nel caso accedesse: Russia e Cina resterebbero neutrali?

    Io sono giovane, sono arrivato tardi allo "spettacolo" della prima guerra fredda ma avrei comunque fatto a meno della seconda.

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    1. Per me non è uno spettacolo.
      Per me è una tristezza.
      .----
      Comunque, per rispondere alla tua domanda :
      1. SI.
      2. Non lo so, ma .... non credo, tutto è possibile. E' un mondo di matti.
      La saggezza è poca, nelle teste "civilizzate", nelle teste di quasi tutti i politici, e di quasi tutti i generali. E' poca perfino nelle nostre teste, non trovi ?

      Gianni Tiziano

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    2. E' chiaro che con il termine "spettacolo" scherzavo?
      Anche se la guerra fredda sembra finita apparentemente "senza colpo ferire" è costata tantissimo in termini di risorse e di vite umane (morti di fame)
      Trump ha tutto l'interesse a scatenare una nuova corsa agli armamenti.

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    3. Io invece non credo che la NK sarà la scintilla di una guerra apocalittica. Non so Trump cosa pensi, ma al Pentagono non sono idioti e continuano a giocare di sponda coi cinesi. Naturalmente, se dovesse scoppiare una guerra con la Cina per altri motivi, il discorso cambierebbe.
      Quanto alla seconda questione concordo invece con Gianni Tiziano. Per me è assolutamente imprevedibile cosa farebbero le varie potenze.

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  4. non ti preoccupare: non succederà niente. Io ho vissuto la prima guerra fredda e quando vidi su un giornale in tedesco proveniente dalla DDR (Germania comunista) all'inizio degli anni '80, che venivano attribuiti alla NATO più aerei, più carri armati, più divisioni, più navi da guerra, che al patto di Varsavia, quasi nelle stesse proporzioni con le quali i nostri giornali le attribuivano ai nemici capii che la strategia del terrore usata di quà e di là della cortina di ferro era la stessa e che molto probabilmente i due nemici erano d'accordo, come da accordi di Yalta. Ricordiamoci che l'URSS è caduta, perchè il sistema comunista era meno efficiente di quello liberalista nello sfruttamento delle risorse, non certo per motivi bellici. Si comanda molto meglio un suddito impaurito di uno tranquillo e impavido.

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    1. Mauro, se non altro la geopolitica contemporanea ci sta dimostrando un altro limite della nostra genìa, forse il più importante.
      Cioè quello che mostra la sostanziale nostra incapacità di agire in modo da rendere minimo il sacrificio di individui per rendere massimo il vantaggio per la società.
      In altre parole, coviamo sempre un terribile amore ed ardore per la guerra.

      Non che in passato non conoscessimo in qualche modo questo limite, ma l'insieme dei molti limiti raggiunti sopratutto nell'ultimo secolo, uno per tutti il territorio pro-capite disponibile su questo pianeta, ha reso l'evidenza di questo limite etologico, folgorante di tremendo splendore.

      Come mai nonostante l'incombere di catastrofiche conseguenze di molteplici nostri comportamenti ed azioni, opponiamo dei rimedi così inadeguati?

      Da tempo ormai, credo che la maggior parte degli esseri umani sia semplicemente incapace di comportarsi diversamente.

      Nè che sia libera di agire nè che ne sia costretta.
      Per converso, una parte minoritaria riesce a comportarsi e ad agire diversamente, anche a costo di diventare quella che finirà per sacrificarsi.

      Stanti in questo modo le cose, la deterrenza all'uso derivata dalla trascendente potenza distruttiva delle armi nucleari, potrebbe esaurirsi molto presto.
      Il fatto che non siano state usate in guerra per ben oltre mezzo secolo, non mi pare una garanzia sufficiente a credere che rimarranno inutilizzate a tale scopo per altri decenni a venire.
      Ma quante persone al mondo sono disposte a pensare seriamente alle conseguenze del limite di questa deterrenza?

      Molti fatti mi inducono a credere che siano poche e comunque insufficienti ad impedire l'uso di queste armi, che intrinsecamente indurrebbero una reazione bellica distruttiva, violentemente esponenziale.

      Comunque, cerco di vivere secndo questa massima di Nikos Kazantzakis:

      Δεν ελπίζω τίποτα, δε φοβούμαι τίποτα, είμαι λέφτερος.
      Non mi aspetto nulla. Non temo nulla. Sono libero.

      Marco Sclarandis

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    2. intanto la portaerei nucleare che doveva puntare il paese canaglia c'è andata solo a discorsi. E tutti a chiedersi quanto fosse ormai prossima allo scontro nucleare. Che creduloni che siamo, vero? E come ce la fanno vedere col contorno di navi di scorta e ci informano dei 6000 marinai imbarcati. Mi dispiace solo per i 100.000 di Hiroscima e nagasaki, vittime usate dagli alleati solo per tenere fermi i 3 mln delle divisioni russe, pronte a dilagare a occidente.

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    3. Spero che abbia ragione Mago ma più conosco l'essere umano più mi rendo conto che Einstein aveva ragione sull'infinita ignoranza che ci caratterizza.

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    4. conosco persone che impiegano il limitato e prezioso tempo della loro vita a fare elucubrazioni politiche/economiche, continuamente aggiungendo complessità alla loro visione, finendo col mettere in discussione tutto, oppure scegliendo inconsapevolmente una univoca visione, delle innumerevoli plausibili, e continuando a solidificarla, vittime dei difetti cognitivi ed epistemiologici della mente umana.

      i fatti ci possono giungere ragionevolmente corretti, oppure filtrati, distorti, oppure non ci giungono proprio, fatti di cui non abbiamo esperienza diretta, che colleghiamo secondo le interpretazioni del mainstream, oppure di qualche autore o blogger "alternativo", oppure secondo le nostre ultime sensazioni o "intuizioni".. alla scoperta della trama che c'è sotto.. della verità.. di un senso..

      siamo esseri limitati, e la complessità del nostro contesto, anche a patto di avere informazioni corrette e complete, non è gestibile dal nostro piccolo cervello.

      la cosa buffa è: anche ipotizzando che si riesca ad avere una visione completa e corretta del contesto (che a mio parere in fondo ricerchiamo per un nostro bisogno di sicurezza, creando paradossalmente solo più insicurezza), che potere abbiamo per cambiare le cose?

      il tempo che passiamo nel doppiamente inutile tentativo di sbrogliare la matassa storico/politico/economica è tempo che sottraiamo al reale cambiamento.

      credo ci voglia più umiltà, senso del limite, e dedicarsi alle attività raggiungibili dal nostro raggio d'azione.
      chi occupa posti di potere potrebbe, teoricamente, agire su una sfera più ampia, anche se nella pratica non credo, per vari motivi facilmente intuibili.
      un proverbio orientale recita "Il potere va dato a chi non lo vuole".

      credo, se ci sarà, che il cambiamento potrà avvenire solo dal basso.
      continuare ad osservare le elites è quello che esse stesse vogliono, perchè ciò crea immobilismo.

      PS: non nego il valore della conoscenza, se collegata ad un reale e sostenibile benessere, soprattutto morale.


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    5. @Guido
      Trovo che hai assolutamente ragione!
      Il massimo che posso fare è comprare qualche pastiglia di iodio!

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    6. Guido, è vero quel che dici, ma cercare di capire è un esercizio molto interessante, anche se sai a priori che nella migliore delle ipotesi farai ben poca strada. E che il rischio di perdersi nei meandri delle proprie elucubrazioni è elevato. E' così che funziona la testa di un ricercatore. Altre teste, per fortuna, funzionano in altro modo. E credo che ci sia bisogno di un po? di tutto ciò.

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    7. sono d'accordo Jacopo, e il tuo post, come la maggior parte degli altri, lo trovo interessante ed originale.
      utile forse di rimbalzo, potrebbe smuovere qualche mente e non solo sollazzare la fame culturale ed emotiva del lettore medio (nel complesso il sollazzo deriverebbe dall'aggiungere punti a favore della propria visione, coerente o meno che sia).

      il commento era una nota un pò amara, per la verità, derivata dal constatare che la stragrande maggioranza delle persone, su problemi personali e sociali, tende a trovare le cause, e le eventuali soluzioni, esternamente a sè; mentre aspetta la realizzazione del suo miraggio personale non fa niente perchè le cose vadano, anche se di pochissimo, meglio, modificando le proprie abitudini, priorità, sogni.

      tu in questa serie di post stai spiegando molto bene, da una prospettiva nuova per me, il fatto che siamo interconnessi, su più livelli.
      essere parte di un sistema, vuol dire che se una parte cambia, il tutto cambia, e il modo in cui le parti cambiano influenza la direzione in cui il sistema cambierà. su questo ognuno di noi può agire.


      concludo con un altro proverbio orientale : "quando punti il dito su qualcuno, tre sono puntati su di te"

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  5. Piccolo off topic
    https://www.bloomberg.com/features/2016-crystal-serenity-northwest-passage-cruise/

    Oramai anche i disastri ambientale diventano "bisniss"...

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  6. Premesso che ogni medaglia (quindi anche la Globalizzazione) ha il proprio rovescio, si può affermare che "il pendolo della Storia" continua le proprie abituali oscillazioni, ossia che si sta verificando un tendenziale RIFLUSSO dalla/della G., in particolare da parte di quelle aree geo-politiche e quei gruppi sociali che dalla G. stessa hanno ricevuto più danni che benefici: riflusso i cui contorni e le cui conseguenze risultano ancora poco decifrabili. Tutto ciò a (ennesima) riprova del fatto che, con buona pace ad es. dei natalisti "ad oltranza" di qualsivoglia credo ideologico-politico-religioso, NON è possibile avere contemporaneamente botte piena, moglie ubriaca e pure abbondanza d'uva nella vigna!

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    1. > NON è possibile avere contemporaneamente botte piena, moglie ubriaca e pure abbondanza d'uva nella vigna!

      Mi piace un sacco questa estensione/precisazione della metafora.
      :)

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