Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 31 agosto 2011

Il messaggio in bottiglia di Antonio Turiel


Guest post di Antonio Turiel (da “The Oil crash” il 25 Agosto 2011) Traduzione dallo Spagnolo di Massimiliano Rupalti



Caro lettore,

Mi dispiace veramente che tu debba leggere queste righe. Sei arrivato qui perché disperato e perché hai bisogno di capire. Capire cos'è successo. Capire per quale motivo la tua vita è andata alla deriva e perché tutti sembrano impazzire. Probabilmente, oltre ad una spiegazione cerchi una consolazione e forse anche una soluzione. Io non potrò darti nessuna di queste cose o forse sì, però non nel modo che immagini. E comunque sono l'ultima cosa che ti resta. Sono la tua ultima speranza. Ma sono ben poca cosa in realtà.

Per prima cosa dovremmo capire cos'è successo. Perché il tuo mondo si è sbriciolato. Sì, già lo sappiamo, l'economia va male, la disoccupazione aumenta, c'è agitazione nelle strade e ci sono sempre più tagli e meno servizi da parte delle sempre più inefficaci e vuote istituzioni; ma questo è ciò che gli economisti chiamano “il quadro macroeconomico”. Siamo sinceri, a te quello che ti interessa è il quadro tuo: cosa ne sarà di te e della tua famiglia. Il quadro microeconomico. Ed hai ragione; tutte queste sciocchezze piene di sigle (PIL, MIB, MIB30...) e di espressioni strane (tipo di interesse, debito sovrano, fare default, sospensione dei pagamenti...) non hanno, in realtà, nessuna importanza. Sono nomi coi quali la gente importante ed i telegiornali vogliono fare la mappa del disastro.

Però, in realtà, per quanto riempiano il telegiornale di ripresa, avversione al rischio dell'investitore, riduzione del deficit, bilancio dei pagamenti o altre cose esoteriche, la cosa certa è che quelli che ne parlaono sono come te. Non hanno idea di quello che sta accadendo. Siamo tutti su una nave che affonda e il capitano è terrorizzato quanto lo siamo noi. Cosicché la prima cosa e la più giusta è quella di spiegarti perché sta accadendo quello che sta accadendo, con parole semplici, senza entrare in grandi spiegazioni teoriche né fare indigeste insalate di dati.

Non posso darti i dettagli esatti sull'evoluzione delle cose perché non le ho e non credo le si possa avere, però posso darti la linea generale di come sono andate ed andranno le cose e, credimi, fino a questo momento le previsioni che alcuni di noi avevano fatte si stanno avverando molto bene. In realtà il corso generale degli avvenimenti è molto semplice. E' tanto semplice che i bambini ed vecchi lo intendono con due o tre frasi. Il problema siamo noi, il resto della popolazione, noi che siamo nell'età adulta e con la responsabilità di farci carico della società; e siccome presumo che ti trovi lì, dovrò usare qualcosa di più di due o tre frasi. Alcune in più, di fatto.

La cosa è evidente, però siamo stati educati in modo che il concetto sia inaccettabile, così come un computer che si blocca, ci riavviamo continuamente alla ricerca di un'altra spiegazione, di qualcosa che coincida con i nostri schemi mentali. Perché la pura e semplice verità è inaccettabile. E questa pura e semplice verità è che la crescita, la crescita in generale, dell'economia, della popolazione, del benessere, ecc non è più possibile. Non solo non è più possibile, ma siamo condannati a decrescere per un po', per una luuunga stagione. Non per elezione, non per coscienza e tutte queste cose che dicono i gruppi ecologisti, no. Decresciamo perché non c'è più alcun rimedio. Per forza. Obtorto collo.

Ti sei mai chiesto perché cresciamo? Perché l'economia cresceva – il PIL aumentava ogni anno, come dicevano? Perché la popolazione cresceva? Perché il nostro livello di vita migliorava? Tutto questo succedeva perché avevamo molte risorse; non solo molte, ma ogni anno di più. Abbiamo avuto più cibo, più acqua, più energia, più macchine, più elettrodomestici, … Non solo più, ma ogni volta migliori e sono apparse cose nuove e meravigliose: computer potentissimi che entrano in una valigia, telefoni intelligenti che stanno nelle nostre tasche e ci indicano con una mappa dove ci troviamo e dove andiamo, medicinali che curano malattie prima incurabili, aerei che ci trasportano da una parte all'altra del mondo, pomodori in inverno e arance d'estate... Bene, è vero che una parte dell'Umanità, la maggioranza di fatto, non ha mai avuto accesso a tali meraviglie, però per noi che siamo vissuti qui è stato un tempo glorioso. Un sogno di rapido e continuo progresso che è durato molti decenni, fino al punto che quasi è scomparsa la memoria di un mondo passato dove le cose andavano più lentamente e la vita era più difficile. Crescevamo, eravamo sempre più potenti, la gente aveva lavoro, si compravano case (a volte con piscina), due auto, vari computer e si andava alla Riviera Maya in estate e a Praga per la Settimana Santa. Arrivò un momento in cui abbiamo pensato che tutto questo fosse il frutto della nostra intelligenza e del nostro sforzo e pensavamo che ci fosse garantita la continuità di queste cose, che ne avessimo diritto.

Però non prestammo attenzione a un dettaglio fondamentale. Mentre il nostro progresso materiale accelerava, lo faceva anche il nostro consumo di materie prime, di tutte le materie prime: petrolio, carbone, gas, uranio, ferro, rame, alluminio, oro, argento, stagno, litio, cobalto, fosfati... Perché il nostro progresso era materiale e si basava sulla materia; avevamo bisogno di più materiali per costruire sempre più cose, sempre migliori. Eravamo tanto sicuri che avremmo sempre migliorato che costruimmo un sistema economico e finanziario basato sul credito.

Credito viene dal latino credere, (appunto) credere; chi concede credito crede che chi lo contrae potrà restituirlo. Non solo, ma che potrà restituirne di più di quanto riceve, che potrà restituire un interesse. Vale a dire che non solo potrà generare la ricchezza sufficiente in futuro, ma che addirittura lo farà a ritmo crescente, crescente in modo molto veloce (i matematici direbbero esponenziale), una percentuale ogni anno. Il problema è che quando il debito è molto grande, fino ad una piccola percentuale, implica di dover incrementare di molti milioni il debito totale. Però, alla fine, il nostro sistema economico ha funzionato così per più di un secolo e, occasionalmente, facendo tabula rasa – le crisi – per poi re-iniziare e tornare a funzionare. Ma questa volta no.

Cos'è mancato? Sono mancate le risorse. Il pianeta è finito; grande, però finito, cosi che la quantità di materiali che contiene è finita. Questo problema non è tanto grave rispetto ai metalli, se si usassero in modo da poterli riciclare (anche se non si può riciclare mai al 100% e ci saranno problemi a lungo termine), però è critico per le materie energetiche perché si bruciano usandole, si consumano e non si possono più utilizzare: restano solo ceneri. Questo significa che in questo modo si possono fare le cose solo per un tempo limitato, fino a che si esaurisca il petrolio, il gas, il carbone e l'uranio che forniscono più del 90% di tutta l'energia che si consuma nel pianeta Terra. Così, all'inizio del xxi secolo, con le riserve di questi combustibili per vari decenni, dicevano, dovevamo cominciare a pensare verde e passare a poco a poco alle energie rinnovabili.

Questo dicevano. Ma era una menzogna. Per ragioni profonde che hanno le loro radici nella Geologia e nella Fisica, risulta che non si possa estrarre il petrolio, il carbone, il gas e l'uranio alla velocità che desideriamo. Certo, si che si può, però facendo le cose in modo talmente brutale e sprecando tanta energia che alla fine il combustibile estratto non ci restituirebbe l'energia spesa e quindi non ha senso fare estrazioni di questo tipo. Pertanto, se vogliamo ottenere energia nell'estrazione, estrarre più energia di quella che impieghiamo nelle nostre miniere e perforazioni, dobbiamo accettare che non sempre ne uscirà lo stesso, non sempre avremo la stessa quantità di energia.

Un geologo molto stimato, tal Marion King Hubbert, studiò questo negli anni 50 del secolo scorso ed arrivò ad una conclusione: qualunque pozzo o miniera segue una certa curva di produzione; all'inizio si estrae poco ogni anno; poi negli anni va ad aumentare fino ad arrivare al suo massimo o picco; poi, inesorabilmente, diminuisce. Con più tecnologia si può migliorare l'efficienza ed aumentare il ritmo di salita per un po', però al prezzo di aumentare il ritmo della discesa in seguito.

Il fatto è che la produzione di materie prime non è costante. All'inizio sale e sale rapidamente, esponenzialmente, proprio come gli interessi del nostro debito, come il nostro PIL. Però prima o poi arriva al suo tetto, al suo massimo, al suo picco. E una cattiva notizia: anche se varia da un materiale all'altro, ciò accade tipicamente quando si raggiunge l'estrazione più o meno della metà della risorsa. A partire dal picco la produzione comincia a diminuire, all'inizio lentamente, fino al punto che la produzione sembra che, semplicemente, stia stagnando; in seguito però la caduta accelera e la produzione decade molto rapidamente, esponenzialmente. E sebbene non arrivi mai a scomparire del tutto, in pratica nel giro di pochi anni, pochi decenni al massimo, la produzione è tanto marginale che praticamente non ci possiamo contare, soprattutto se vogliamo conservare quello che abbiamo. La nostra economia che deve crescere esponenzialmente per poter pagare i nostri debiti che crescono esponenzialmente.

Questo è quello che è successo, caro lettore. Il picco della produzione di petrolio è stato nel 2005, quello del carbone nel 2011, quello dell'uranio nel 2015 e quello del gas naturale nel 2025. Questo blog è pieno di dati e riferimenti che avallano quello che dico, non devi prendere le mie parole per certe. Verificalo. Probabilmente quando leggerai questo articolo saranno passati alcuni anni e se le informazioni saranno ancora accessibili potrai verificarlo. Forse le date finali variano di qualche anno, ma questo non cambia nulla. Quando ho scritto questo pezzo, il 25 agosto del 2011, le principali fonti di energia del pianeta stavano mostrando sintomi di esaurimento, di fine di un ciclo. Della fine della crescita.

In fin dei conti, lo smettere di crescere non è parte di un processo naturale? Quando siamo bambini cresciamo fino a diventare adulti e lì smettiamo di crescere. E questo è sano e salutare; che succederebbe se crescessimo per sempre? Nella nostra società succede la stessa cosa; di fatto è simile ad un essere vivente. All'inizio ci regolavamo con la legge del cowboy che davanti a sé vedeva solo estese praterie da attraversare e conquistare. Ma ora siamo molti, siamo 7 miliardi di abitanti in questo pianeta e ci resta un solo fazzoletto di terra coltivabile, un quadrato di 40 o 50 metri di lato a persona in questa pietra isolata in mezzo allo spazio. Non possiamo più avere l'economia del cowboy che non riesce a vedere i limiti con il suo sguardo, ma quella della nave spaziale Terra, in cui tutto si ricicla e si regola per garantire la sopravvivenza del suo equipaggio.

Lo abbiamo fatto? Abbiamo cambiato dal modo “verdi praterie” a quello “nave spaziale”? No, certo che no. Decenni di insegnamenti economici nelle grandi facoltà non hanno permesso che i nostri esperti economici, gli operatori delle grandi corporazioni ed i governi potessero capire un concetto di fondo tanto semplice ed evidente. Soprattutto, le complesse e grandi istituzioni che abbiamo creato hanno molta inerzia e c'erano, come dimenticarlo, questi debiti che avevamo, questi crediti che si basavano sul fatto che credevamo che potessimo generare ricchezza e, non solo, che potessimo crescere per poter pagare gli interessi. Così che, intorno al 2005, cominciò ad essere chiaro che nel nostro gigantismo stavamo cominciando comprimerci sotto la volta celeste del Pianeta Terra, stavamo barando e giocando a fare qualcosa mentre perdevamo il tempo fingendo di guadagnarlo. Nel 2008 la compressione fu talmente forte che il sistema giunse al crack e per un po' si parlò di rifondare il capitalismo, di cambiare le regole, di ripensare tutto; per un momento si ebbe paura che tutto sprofondasse e per questo si parlò di cambiare tutto. Però l'inerzia mentale, l'impossibilità di accettare che non potevamo continuare a crescere, la falsa identificazione della crescita economica con il proprio benessere, fece sì che creassimo ancora più debito per uscire dal buco del 2008. Vale a dire, credemmo che in futuro avremmo generato più ricchezza e la prendemmo in prestito per tappare i buchi di oggi. Senza renderci conto di rendere più grandi i buchi di domani.

Caro lettore, se sei arrivato sin qui probabilmente hai perso il tuo lavoro o hai paura di perderlo tra poco. Se lo conservi ancora con una certa sicurezza, di sicuro ti hanno ridotto lo stipendio; se è passato del tempo probabilmente te lo avranno abbassato varie volte mentre i prezzi salivano. Il fatto è che non stai passando un buon momento e nella tua famiglia le cose non sono messe meglio. Quando scrivo questo, nell'agosto del 2011, anticipo che questo autunno sarà complicato, sarà un autunno nero: si faranno ancora più tagli, vedremo ancora le borse in caduta, la recessione delle grandi economie sarà imminente e ci saranno più tensioni sulle strade. Stiamo aspettando la nuova tormenta e i danni che si lascerà dietro. Per te, caro lettore, questo forse sarà parte del tuo passato e tu già saprai com'è finito tutto quanto... se si può dire che sia mai finito. Perché la realtà è che questa crisi economica non può finire; cerca nel blog, leggi i dati. Non finirà, finché non troveremo un nuovo suolo fermo sul quale appoggiarci, potremo solo continuare a cadere e cadere.

Con questo voglio dire che non c'è speranza? No, ovviamente no. Però dobbiamo comprendere che dobbiamo cambiare. Tutta la società deve cambiare. Perché dobbiamo organizzarci in un altro modo, smetterla di vedere la coperta della nostra nave come la prateria senza fine che non è più da tempo. Ci sarà chi ti dirà che siamo condannati all'apocalisse ed alla distruzione totale. Non far loro caso. E' il tipico caso di profezia autorealizzata: se crediamo che tutto se ne andrà alla deriva, allora tutto se ne andrà alla deriva. Però se comprendiamo quello che succede, se capiamo che il problema non è il partito A o B, né il dirigente Pinco o Pallino, ma la concezione stessa del sistema economico, siamo in tempo ad invertire la situazione. Essenzialmente il nostro problema è di credenza, di credere in una determinata cosa. Molto bene, crediamo in un'altra, un'altra molto differente. Abbiamo i mezzi tecnici per fornire energia senza basarci sui combustibili fossili e l'uranio. Non potremo produrre tanta energia in modo sostenibile (le grandi installazioni da oggi in poi potranno mantenersi solo grazie ai combustibili fossili), sicuramente a lungo termine non potremo produrre nemmeno il 10% di tutto quello che consumiamo oggi, ma probabilmente questo è più che sufficiente. Però dobbiamo prepararci con ordine per questo, dobbiamo organizzarci.

E prima di pensare a produrre energia, pensa a quella di cui hai veramente bisogno tu e la tua famiglia, caro lettore. Intanto acqua, cibo e dove ripararti. Avere un lavoro, un lavoro degno col quale mantenerti e contribuire alla tua sussistenza ed a quella della tua comunità. E parlando della comunità, e del tuo stesso interesse in realtà, dobbiamo mantenere pulite le nostre strade e la nostra acqua per evitare che proliferino le infezioni. Dobbiamo essere capaci di produrre medicine semplici, come gli antibiotici, per poter curare le malattie più comuni; alcune le potremo ricavare direttamente dalle piante, come facevamo un tempo. Dobbiamo preservare l'energia in primo luogo per meccanizzare i campi ed aumentare la loro produttività, però dobbiamo coltivare in modo sostenibile, senza distruggere i terreni. Dobbiamo organizzare la produzione dei beni necessari ma senza sprecare nulla, né materiali né energia. Dobbiamo mantenere le case calde in inverno e fresche in estate però senza intossicarle di fumi tossici. Dobbiamo mandare i nostri figli a scuola perché imparino a vivere in un mondo diverso da quello attuale e ai nostri malati in ospedali più degni ed adeguati che possiamo.

Abbiamo molto lavoro da fare. Abbiamo bisogno di molte mani. Smetti di lamentarti per ciò che hai perduto e lavora per quello che abbiamo bisogno di ottenere insieme agli altri.

Forse ti chiederai cos'è stato di me in particolare. Se avremo fortuna, forse ci riusciremo, io insieme ad altri pazzi abbiamo provato a far prendere coscienza alla società che molta gente, quella sufficiente, leggerà questo messaggio, lo capirà ed agirà di conseguenza. So che è poco probabile, però è logico che ci provassi: per questo ho inviato questo messaggio in bottiglia. Forse non potevamo evitare che il degrado economico e sociale continuasse, ma nonostante questo ebbi fortuna, in questo caso specifico, e riuscii ad adattarmi al mio ambiente e sopravvivere. Forse no e sono morto da tempo; spero di no, veramente, perché vorrei conoscere i miei nipoti. In ogni caso poco importa quello che è successo o succederà a me. Ora si tratta di sapere cosa succederà a te, caro lettore, e alla tua famiglia.

Sii coraggioso e scrivi tu stesso la tua storia.

Antonio Turiel

(su “The Oil crash” il 25 Agosto 2011) Trad. Massimiliano Rupalti

55 commenti:

  1. MANDIAMO IN GIRO QUESTA LETTERA.
    Io appartengo a una risicata schiera che queste cose le dice da decenni ma non ha alcun potere di farle cambiare se non nella propria "microeconomia".
    Lavoro per "l'ambiente" ma sento spesso i CAPI assecondare scelte idiote di politici incompetenti, perchè "non ci può far nulla".

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  2. Mi pare molto concreta, ragionevole condivisibile questa lettera. Sono certo che nella sostanza abbia ragione, potrà sbagliare qualche data (nell'esaurimento delle risorse) qualche percentuale, ma le cose stanno così.
    Noi siamo coscienti della cosa e pronti ad adeguarci ai cambiamenti, il problema (ulteriore) è che troppi non vogliono vedere ed un adeguamento intelligente (che sarebbe ancora possibile) diventerà sempre più difficile e per l'avidità di pochi e la stoltezza di molti rischia di diventare una tragedia...

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  3. ... ho fatto come consigliato da Daniela.

    Ho spedito a un lista di amici questo link tre ore fa: nessuna risposta!

    Alle stesse persone tempo fa scrissi un messaggio con oggetto " aperitivo in giardino": dopo pochi minuti almeno tre risposte.

    Mah, come è strana la gente

    L.

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  4. No, non è strana L., queste cose fanno paura.
    E' la prima cosa che dovremmo imparare ad affrontare quando si fa divulgazione.
    Queste cose rovesciano ogni cosa nella vita delle persone scardinandone in profondità i paradigmi.
    Non è affatto raro che ci siano anche veementi reazioni. Il lutto va elaborato.
    Ci vuole un po' di tempo....

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  5. E' troppo lunga, poco leggibile.
    La realtà sarà molto piu comunicatva degli stessi concetti molto a breve.

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  6. C'è un errore nella traduzione, manca un NON, altrimenti non avrebbe senso:
    "Decenni di insegnamenti economici nelle grandi facoltà [hanno permesso] NON PERMETTONO che i nostri esperti economici, gli operatori delle grandi corporazioni ed i governi [potessero] POSSANO capire un concetto di fondo tanto semplice ed evidente."
    Non conosco lo spagnolo e quindi non so se ho azzeccato il tempo dei verbi, ma sul "NON" non ho molti dubbi ("no permitían" nell'originale).

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  7. Mi pare non sia granché ferrato riguardo la produzione di cibo:

    "Dobbiamo preservare l'energia in primo luogo per meccanizzare i campi ed aumentare la loro produttività, però dobbiamo coltivare in modo sostenibile, senza distruggere i terreni."

    Non mi risulta che "meccanizzare i campi ed aumentare la loro produttività" (meccanizzare ancora di più??) e "coltivare in modo sostenibile" vadano d'accordo.

    Consiglio vivamente la lettura di questo articolo di Toby Hemenway:

    * "Is Sustainable Agriculture an Oxymoron?"
    http://tobyhemenway.com/sustag.html

    Riassunto: aver puntato sull'agricoltura è stato il "peccato originale" che ci ha spinto a questo delirio che è la crescita obbligata; l'alternativa sostenibile, che pare abbia funzionato in passato per alcuni millenni, è l'orticoltura (ovvero la policoltura -intercropping- su piccola scala).

    È difatti noto agli economisti che esisterebbe una relazione inversa fra la dimensione della coltivazione e la sua resa (cercate: "inverse size-yield relationship" oppure "inverse) relationship between farm productivity and farm size").

    Ovviamente la cosa crea loro sconforto perché un "rendimento marginale decrescente" va ad intaccare il concetto di "economia di scala".
    Così i nostri "eroi" cercano di imbrogliare le carte coi soliti trucchi statistici che dovrebbero "corregge" dei presunti errori di rilevazione (o di altro tipo) dei dati.

    In qualche modo trovano difficile uscire ed andare ad osservare e confrontare, ad esempio, un bosco o un giardino ben tenuto e un campo di mais... se poi leggessero qualcosa di ecologia (la scienza intendo) comincerebbero anche a sospettare il motivo per cui, aldilà delle differenze qualitative fra appezzamenti di terreno, una policoltura fatta con criterio (alla "forest garden") è potenzialmente in grado di rendere molto di più richiedendo molte meno risorse.

    Altra lettura suggerita:
    * "THE MYTH: Industrial agriculture is efficient."
    http://www.keepmainefree.org/myth3.html

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  8. Non ricordavo di aver scaricato questo recente documento, che riassume un po' la questione e la approfondisce:

    * "Reconsidering Conventional Explanations of the Inverse Productivity-Size Relationship"
    http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1275353

    Abstract:
    The inverse productivity-size relationship is one of the oldest puzzles in development economics. Two conventional explanations for the inverse relationship have emerged in the literature: (i) factor market imperfections that cause cross-sectional variation in household-specific shadow prices and thereby induce variation in input application rates; and (ii) the omission of soil quality measurements that are inversely correlated with farm or plot size but positively associated with yields. This study uniquely employs precise soil quality measurements at the plot level with multiple plots per household so as to allow testing of both conventional explanations simultaneously. Our empirical results show that, in these data, only a small portion of the inverse productivity-size relationship is explained by market imperfections and none of it seems attributable to the omission of soil quality measurements.

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  9. Queste cose le dice già Pallante da più di un lustro e, prima di lui, anche altri. Questo articolo non mi sembra aggiunga nulla di nuovo, pur essendo meritevole la reiterazione del concetto. Consiglio "La decrescita felice": più semplice come lettura e meno pessimistica.
    Per quel che riguarda il mondo economico, ricordo una intervista alla radio in cui erano presenti Pallante e Tremonti: parlavano della stessa cosa, l'economia, ma da due punti di vista talmente diversi che un muto cinese e un sordo afgano si sarebbero intesi meglio. Chi avesse ragione lascio decidere a voi; io dico solo che il metodo-Pallante ci ha portato dall'anno 0 a.c. alla fine del 1800 d.c. Il metodo-Tremonti ci governa da circa 150 anni e siamo dove siamo.

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  10. Giusto oggi è uscita questa notizia.

    http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/energietradizionali/2011/08/31/visualizza_new.html_729765585.html

    Che ne pensa, Bardi?

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  11. @Massimo A.
    Avevo notato anche io la questione della meccanizzazione dell'agricoltura ma l'avevo considerata nell'ambito di un discorso generalistico (meno scientifico) di approccio alimentare necessario per una popolazione planetaria alquanto vasta. Ovvero siamo in tanti meglio utilizzare l'energia (anche fossile rimasta) per ottenere cibo.
    Concordo con lei, una policultura o anche la permacultura sono approcci migliori e che la qualità del suolo sia un indicatore importante.
    In un testo di Rifkin (economia all'idrogeno) la storia della caduta dell'impero romano è la storia della caduta della produttività dei terreni.
    Rimane, a mio modesto parere, un discorso apprezzabile e da diffondere, visto che comunque (come racconta L.) è un discorso DURO da digerire.

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  12. BELLISSIMA !! Non sappiamo proprio se fra 20 o 30 anni i server potranno conservare in formato elettronico questa lettera e se potremo permetterci pc per leggerla; quindi io ne farei proprio 100 copie, messe una in altrettante bottiglie tappate con ottimo sughero e le getterei al largo del mare, per i posteri. Sarebbe meglio metterne anche alcune tradotte in differenti lingue. Bisognerebbe trattare la carta in modo che non si rovini sotto gli UVA del sole, forse meglio usare la autentica pergamena!! Ogni bottiglia rappresenterebbe una piccola astronave spedita nel futuro, senza una destinazione precisa. Passare parola!!

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  13. @rupo
    la mia ovviamente era un'osservazione ironica. In un post precedente è già stata sviluppata un imteressante serie di osservazioni sul tema dell'approccio psicologico al problema.

    @arturo tauro

    nota interassante la sua. Proprio in questi giorni riflettevo su quanto, anche da questo punto di vista sia fragile il nostro tumultuoso sviluppo.
    Nel 2011 possiamo ancora leggere un testo su una
    antica pergamena scritto mille anni fa. Non sono certo se sia possibile, invece, leggere un "antico" documento su floppy di fine novecento o un Cd inciso oggi tra 20 anni.

    L.

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  14. lavoro nel marketing; le prime dieci righe erano interessanti e dentro la testa mi scorreva la frase :"questo testo va messo in tutte le caselle postali e in ogni buca per lettere della mia città"...poi mi son reso conto che è troppo lunga.
    lo stile è molto buono però troppo lunga per essere letta.
    se qualche buon anima dell'aspo vorrà renderla leggibile ad un pubblico piu ampio, io mi impegnerò a diffonderla personalmente e con i miei amici in tutto il territorio della provincia di perugia. Parola.
    fatemi sapere: federicocarocci@gmail.com

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  15. @Daniela: ma aspettare sino all'ultimo momento per convertire il sistema produttivo alimentare è un suicidio, sarebbe come ignorare del tutto il problema.
    Inutile girarci attorno: senza energia abbondante e a buon mercato, la produzione di cibo richiederà molte più persone (nonostante possa richiedere molta meno energia in senso assoluto) e dovrà essere per la maggiorparte localizzata.

    P.S.: la permacultura non è un metodo colturale ma un disciplina di progettazione ecologica che ha come scopo la creazione di insediamenti umani sostenibili; quindi senza dubbio nella progettazione può servirsi dell'orticoltura, ma anche della bioarchitettura e della zootecnia cosiddetta biologica o ecologica, come di qualsiasi tecnologia "appropriata" per produrre un po' di energia (in senso lato, non necessariamente elettrica).

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  16. Non è corretto affermare che "la Terra sia un sistema finito" e chiuderla così... Essa riceve infatti circa 4 000 000 exajoule di energia all'anno dal Sole. Per fare un paragonem gli USA utilizzano 94 EJ all'anno considerando tutte le fonti di energia. Altro discorso va fatto per l'estrazione e lavorazione di minerali ed idrocarburi, i quali hanno una massa precisa e si formano in ere geologiche a pressioni e profondità terrestri spesso proibitive all'estrazione.

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  17. @ Massimo.
    Grazie, effettivamente mi era sfuggito un non.
    Ho provveduto ad inserirlo.

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  18. Bellissima!
    La realtà, almeno dal mio punto di vista, è che stanno mettendo in atto un qualcosa, un piano portato avanti da secoli (basta che su youtube cerchi "http://www.youtube.com/user/ComplottistiXCaso?blend=21&ob=5#p/u/13/v6D2TQB8DjU), e queste non sono fantasie o libri idioti, pensiamo a quando nascono gli illuminati e tutte le guerre da loro generate! Leggiamo anche il "Cimitero di Praga" Umberto Eco, la reale storia dell'unità d'Italia e dei Protocolli dei Savi di Sion. Un piano è in atto e certamente non è a favore delle masse, ma di una piccola lobby che possiede e governa il mondo, una lobby che GRAZIE A NOI ha potuto vivere da ricchi, esageratamente ricchi, e che stanno avvelenando tutta la popolazione mondiale. Vedi Uranio impoverito, antibiotici a valanga nella carne che mangiamo, scie chimiche e vaccini, possono bastare?
    Non credo che tra 30 anni la popolazione sarà ancora di sette miliardi, non credo proprio, questi si stanno preparando all'antico eden, vedi anche il monumento di Guidestones, http://neovitruvian.wordpress.com/2010/11/17/georgia-guidestones-i-comandamenti-del-nwo/
    Io non credo affatto che scherzino, forse sarò paranoico...

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  19. @Massimo A.
    Grazie per le precisazioni sulla permacoltura. Tuttavia ho solo detto "approccio" e non metodo. Forse avrei dovuto precisare "approccio innovativo alla gestione del territorio - tra cui l'agricoltura - per realizzare ambienti umani sostenibili".
    Comunque io continuo a ritenere la lettera un discorso apprezzabile, forse magari da rendere più stringato ma non troppo.
    Si legge e si parla quasi nulla di tutto questo, quindi meglio insistere poi sarà il caso di specificare che dovrà cambiare la nostra visione del mondo diventando meno legata al fossile e più a metodi locali e sostenibili.

    Modestamente ricordo cosa disse Arthur Schopenhauer "Every truth passes through three stages before it is recognized. In the first it is ridiculed, in the second it is opposed, in the third it is regarded as self-evident".

    Grazie per la risposta.

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  20. Ragazzi, non scherziamo con il fuoco. Permacultura non vuol dire che l'agricoltura non deve essere meccanizzata. Se volete dire arare i campi col trattore, forse no; forse non è cosa da fare. Ma ci sono centinaia di cose in agricoltura che richiedono energia: trasporto, irrigazione, semina, raccolta, trattamenti vari. Queste cose devono essere meccanizzate. E' vitale, altrimenti ritorniamo ai servi della gleba di una volta e ai contadini di 50 anni curvi a 90 gradi da una vita passata a zappare la terra. Una meccanizzazione che deve essere sostenibile e basata sull'energia solare, ma ci deve essere.

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  21. nonostante le imprecisioni sull'agricoltura e la lunghezza, per me, è da divulgare.
    se qualcuno vuol capire cos'è la permacoltura si può fare una idea con questo filmato (magari si può mandare il link anche all'autore dell'articolo):
    http://www.youtube.com/watch?v=Ia7CNAte3Dw&feature=player_embedded#!

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  22. PARTE I

    Premessa: mi scuso per la lunghezza del messaggio (così lungo che il blog mi costringe a spezzettarlo), ma per ribattere in modo convincente, si spera, a poche righe "scritte in scioltezza" (diciamo così) non era possibile limitarsi ad una risposta breve.

    @Ugo Bardi: esattamente che cosa, in ciò che ho scritto e a cui ho fatto riferimento tramite link, ti ha dato l'impressione che io stia scherzando? Ti è parso che io abbia fatto affermazioni con leggerezza, non ponderate, "per sentito dire", non documentate?

    Questa tua risposta francamente mi sorprende, in poche righe hai inventato tanti "uomini di paglia" a cui è facile dare fuoco. Non voglio però risponderti a tono (ci perderemmo in un inutile, stupido "flame"), preferisco entrare nel merito, cercando di essere costruttivo.

    #Ugo Bardi scrive: "Permacultura non vuol dire che l'agricoltura non deve essere meccanizzata."

    Questo l'hai deciso tu o lo affermi perché pensi ci sia un consenso su questo punto?

    Reality check: non voglio spacciarmi per esperto di permacultura, ma qualche lettura in merito l'ho fatta.

    Apriamo "Introduzione alla PERMACULTURA" (IaP), di Bill Mollison con Reny Mia Slay, Editrice AAM Terra Nuova, I edizione marzo 2007.

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  23. PARTE II

    A pagina 25 di IaP si legge: "1.7 IL CICLO DELL'ENERGIA - La moderna industria agro-alimentare si basa su una rete mondiale di trasporti, stoccaggio e vendita. In termini energetici questa rete di distribuzione è, naturalmente, più costosa rispetto a quella che si può ottenere dalla diversità di un'agricoltura locale ed è possibile solo perchè si basa su un grande consumo di combustibili fossili. Già ora i costi della distribuzione globalizzata del cibo sono sfuggiti di mano e gli effetti negativi cominciano a essere avvertiti anche nelle stesse aziende agricole. Agli agricoltori sono imposti sistemi di produzione cosiddetti ''efficienti'', anche se questo comporta danni a lungo termine per il suolo e per la qualità della produzione."

    A pagina 15 viene introdotto il concetto di "pianificazione a zona". A pagina 16 vi si può leggere una descrizione succinta: "La divisione in zone viene definita prendendo in considerazione (1) quante volte occorre visitare l'elemento (pianta, animale o struttura) per operazioni di raccolta o altro e (2) quante volte quello stesso elemento ha bisogno che noi gli facciamo visita."

    Potrei andare avanti e citare, oltre a Mollison, uno dei padri della permacultura, molte altre fonti che propongono la permacultura e concordano con questa visione di rilocalizzazione spinta. Il fine è di rendere la produzione di cibo sempre più indipendente dalla abbondante disponibilità di energia e di grandi infrastrutture tecnologiche di cui abbiamo goduto soprattutto nell'ultimo secolo.

    Naturalmente ciò non vuol dire che qualsiasi aiuto tecnologico è da rifiutare, la permacultura non è un dogma: per esempio, quando si volessero scavare degli "swale" (fosse livellari), che raccolgono acqua piovana, è comodo disporre di un piccolo escavatore. Ma questi sono interventi "una tantum" o davvero sporadici - immagino che in questo contesto l'utilizzo di un escavatore potrebbe essere condiviso localmente fra molte realtà produttive, alimentato a biocarburante e, con opportuna manutenzione, potrebbe durare molto a lungo.

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  24. PARTE III

    Per il resto la progettazione in permacultura cerca di sfruttare le energie che circolano nel sistema senza ricorrere alla forza bruta, nella maniera meno invasiva possibile (vedi citazione più sotto).

    Riguardo i flussi di energia nei sistemi ecologici, spero di avere il tempo, presto o tardi, di leggere "MODELING FOR ALL SCALES - An Introduction to System Simulation", dei fratelli Odum.


    #UB: "Se volete dire arare i campi col trattore, forse no; forse non è cosa da fare."

    Grazie della concessione.


    #UB: "... Ma ci sono centinaia di cose in agricoltura che richiedono energia: ..."

    L'approccio verso cui la permacultura indirizza è il seguente (pagina 30 di IaP):

    "Nell'agricoltura convenzionale lo sviluppo della vegetazione è contenuto (è questo il caso di ortaggi, cereali, legumi, pascoli) utilizzando energia per falciare, diserbare, arare, fertilizzare e perfino per bruciare; tutto ciò rappresenta un dispendio per il sistema, in quanto richiede lavoro e dispendio di energia maggiori, necessari per arrestare la successione che si avrebbe in natura se non intervenisse l'uomo.

    Invece di contrastare il processo naturale, la permacultura suggerisce di dirigere e accelerare tali processi per arrivare in tempi più brevi a creare un habitat più adatto alle specie che si desidera coltivare. Questo obiettivo si può raggiungere con i seguenti metodi."

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  25. PARTE IV

    Domande cruciali riguardo l'energia sono quindi: da quale fonte attingiamo, come la utilizziamo e per quale scopo? È proprio necessario usarla contrastando l'energia che gli ecosistemi naturalmente usano per i propri scopi, tramite uso prevalente/esclusivo di strumenti tecnologici che per essere prodotti hanno bisogno a loro volta di abbondanti energia e materie prime e la presenza di una rete fitta e complicatissima di infrastrutture tecnologiche, fragile per definizione?

    Tradotto in parole povere: mi sembra da veri fessi contrastare un flusso di energia sprecando un mare di altra energia e facendosi un gran mazzo, quando si può assecondarlo e ricavarne comunque un effetto positivo.

    A prescindere da quanta energia riusciremo a disporre in futuro, è saggio puntare DI NUOVO su un sistema come questo? Non è forse arrivato il momento di ripensare ai pro e i contro di questa civiltà?

    Se vi degnaste di leggere "Is Sustainable Agriculture an Oxymoron?" (http://tobyhemenway.com/sustag.html) di Toby Hemenway, che oltre a far parte del Permaculture Institute USA è un biologo ed ha lavorato con le biotecnologie come ricercatore in genetica ed immunologia (http://tobyhemenway.com/bio.html), forse trovereste che le argomentazioni contro la civiltà agricola-industriale non si possono liquidare con sufficienza. Ci sono da considerare dei vantaggi anche sul piano sociale/economico a favore di una rilocalizzazione/ridimensionamento/diffusione della produzione di cibo.

    Ad ogni modo, se siete sensibili solo al discorso "produttività", nei miei precedenti commenti non ho inserito a caso i riferimenti alla nota relazione inversa fra superficie coltivata e produttività: la più alta efficienza dell'agricoltura su vasta scala (quella che ha la NECESSITÀ della meccanizzazione) è sostanzialmente un mito.

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  26. PARTE IV bis

    Infine, non ho citato a caso il sistema noto come "forest garden", che a fronte di un basso input di risorse produce un output per metro quadro notevolmente superiore rispetto all'agricoltura:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Forest_gardening

    http://www.edibleforestgardens.com/about_gardening

    Non è una novità, esistono in tutto il mondo tracce di questa tecnica di coltivazione.

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  27. PARTE V

    #UB: "... trasporto, ..."

    C'è tutta una letteratura che propone di rilocalizzare la produzione di cibo spingendosi fino al portarla anche nelle città.

    L'esperienza di Cuba, che dopo il collasso dell'Unione Sovietica ha dovuto affrontare una drastica penuria di petrolio, dimostra che può funzionare, con risultati molto interessanti. Per una introduzione e per ulteriori riferimenti a questo sistema di "organopónicos", come vengono chiamati a Cuba, si legga l'articolo su Wikipedia inglese: http://en.wikipedia.org/wiki/Organop%C3%B3nicos

    Simili esperienze si possono trovare anche in altri paesi che ci ostiniamo a chiamare sottosviluppati o in via di sviluppo. Di fatto in questi paesi l'orticoltura (più che agricoltura), anche urbana, è l'unica possibilità di sopravvivenza per certe fasce di popolazione, dato che i prodotti dal gigantismo dell'agribusiness non hanno prezzi a loro accessibili.

    Ovviamente non sostengo che da noi la conversione sia facile o esente da problemi, ma è senza dubbio uno sviluppo interessante e promettente.

    Un paio di riferimenti di carattere generale:

    * URBAN AND PERI-URBAN AGRICULTURE
    http://www.fao.org/unfao/bodies/COAG/COAG15/X0076e.htm

    * What is urban agriculture?
    http://www.ruaf.org/node/512

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  28. PARTE V bis

    In Italia ho notizia di un'iniziativa dell'Università del Molise, "Mediterranean Waterfront, EcoCluster Cooperation", che vorrebbe sperimentare la coltivazione diffusa anche sui tetti delle città (sottolineo: sui tetti; le "vertical farm" sono invece un'idea balorda - provate ad immaginare il bilancio energetico di acquacoltura dentro un grattacielo...). Però le notizie che circolano in merito sono poche (o io non riesco a trovarle) quindi non posso entrare nel merito. Vi segnalo solo qualche link:

    * XX Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica
    http://serviziweb.unimol.it/pls/unimol/consultazione.mostra_pagina?id_pagina=7391

    * Locandina del progetto "Mediterranean Waterfront, EcoCluster Cooperation"
    http://serviziweb.unimol.it/unimol/allegati/pagine/7680/mediterranean_waterfront_EcoCluster_ottobre_2010.pdf

    * GLI ORTI SUI TETTI E LE FUNIVIE URBANE DI MEDITERRANEAN WATERFRONT
    http://www.rai.it/dl/portali/site/news/ContentItem-4a41754e-9614-44a2-afee-8f4239fb4d52.html


    Non bisogna dimenticare balconi e terrazzi - c'è un fiorire di blog che si occupano di coltivare efficacemente in contenitori e la stessa Accademia Italiana di Permacultura ci ricorda che: "La Permacultura è essenzialmente pratica e si può applicare a un balcone, a un piccolo orto, a un grande appezzamento o a zone naturali, così come ad abitazioni isolate, villaggi rurali e insediamenti urbani."

    http://www.permacultura.it/

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  29. PARTE VI

    #UB: "... irrigazione, ..."

    Consiglierei di dare una veloce lettura almeno a questo articolo:

    * Environmental impact of irrigation
    http://en.wikipedia.org/wiki/Environmental_impacts_of_irrigation

    Cito testualmente: "The effects thereof on soil and water quality are indirect and complex, water logging and soil salination are part of these, whereas the subsequent impacts on natural, ecological and socio-enonomic conditions is very intricate."

    Ovvero l'irrigazione forzata con acqua non piovana è una nota concausa della salinizzazione ed erosione del suolo. Visto che sei un chimico puoi confermarmi se ho capito bene o male: il problema, nel caso della salinizzazione, è la maggior concentrazione di sali disciolti nelle acque di superficie/sotterranee, dovute all'azione di erosione su rocce/terreno quando in movimento, rispetto all'acqua piovana? L'acqua piovana cosa cattura nella caduta, oltre a pesticidi, particolato da inquinamento ed altre schifezze simili?

    Possibili alternative, soprattutto su piccola scala, sono i sistemi di raccolta delle acque piovane (le succitate fosse livellari, gli stagni artficiali, le cisterne...) Inoltre con irrigazione a goccia e pacciamatura si può ridurre sostanzialmente il consumo di acqua e l'azione meccanica di erosione.

    Sistemando opportunamente le fonti di acqua è poi sufficiente la gravità per avere abbastanza pressione. Per fossati e stagni si può prevedere della vegetazione che faccia ombra sugli specchi d'acqua e dei tubi -anche interrati in modo opportuno- per distribuirla gradualmente.

    Un esempio di ciò che è possibile fare con gli "swale" (fosse livellari):

    * Greening the Desert
    http://permaculture.org.au/2007/03/01/greening-the-desert-now-on-youtube/

    Qui invece una versione più estesa: http://www.youtube.com/watch?v=8gPvsl9ni-4

    Questo è un esperimento molto interessante, dove viene dimostrata la possibilità di riabilitare un suolo praticamente "morto", eroso e salinizzato, in una zona estremamente arida (Giordania).

    Meritano una menzione anche le tecniche di aridocoltura.

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  30. PARTE VII

    Si evince da questi esempi che in permacultura si predilige concentrare azioni dispendiose energicamente nel momento in cui si instaura un sistema produttivo. Dopodiché "a regime" il sistema deve richiedere moderati input energetici da parte degli esseri umani che lo governano, altrimenti il gioco non vale la candela.


    #UB: "... semina, ..."

    Qui potrei cavarmela dicendo che basta la diminuzione di scala a rendere inutile la meccanizzazione della raccolta dei semi e della successiva semina. Ma voglio andare oltre:

    1) per le varietà annuali e biennali, si dovrebbe tornare, quando possibile, a varietà "rustiche", selezionando quelle piante che dimostrano di essere più adatte alla condizioni locali (clima, terreno, antagonisti, ...) e in gradi di auto-seminarsi (self-seeding) come è in grado di fare una qualsiasi pianta non domesticata. Questo è uno degli aspetti cruciali della cosiddetta "agricoltura naturale" di Masanobu Fukuoka.

    2) Perché limitarsi alle annuali quando anche le perenni potrebbero avere maggiore spazio nella nostra alimentazione?

    Why Perennials?
    http://www.pfaf.org/user/cmspage.aspx?pageid=75

    Questo articolo è tratto da un sito, "Plants For A Future", che pubblica schede di piante perenni adatte alla costituzione di un "forest garden", con caratteristiche e potenziali utilizzi alimentari e medicinali.

    L'articolo si apre citando le castagne e a me ha ricordato che in Italia abbiamo una lunga tradizione alimentare che utilizza la castagna, anche nella forma di sfarinato, sia per cibi dolci (castagnaccio) che salati (certe preparazioni dei "necci").

    Nel database del sito sono presenti un gran numero di piante spontanee che sono edibili e anche questo ci rimanda al passato (in minor misura al presente), quando la raccolta di erbe spontanee per fini alimentari era diffusa.

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  31. PARTE VIII

    Quindi di fatto spesso non si tratta neanche di inventarsi chissà quali novità, basta andare a recuperare ciò che di buono facevamo, in un passato anche recente, o che ancora facciamo. A questo proposito si legga:

    * "La permacultura secondo mia nonna"
    http://roverella.net/?p=874

    Riporto il brano più importante:

    "Proprio oggi ho imparato una tecnica di permacultura che mia nonna adopera da diversi anni, che avevo sotto al naso, ma sulla quale non avevo ancora posto la dovuta attenzione. Lei usa coltivare una piccola area a pomodori cosiddetti “pachino” da diversi anni. Come sappiamo il pomodoro ama tornare sullo stesso terreno, è un’eccezione, perché di solito le ortive si avvantaggiano enormemente da una buona rotazione colturale. Dunque da diversi anni, la nonna lascia che i pomodori rilascino i semi nel terreno per poi germogliare di nuovo nella primavera successiva, senza fare nessuno tipo di lavoro. L’unica cosa che fa è lasciar pascolare le galline in quel posto di tanto in tanto. Quello che viene fuori è incredibile, perché bisogna solo andare a raccogliere come quando a primavera ci si reca nei boschetti a prendere gli asparagi. La differenza è che i pomodori sono abbondanti e a dieci metri dall’abitazione."

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  32. PARTE IX

    #UB: "... raccolta, ..."

    Abito in una zona periferica di una cittadina. Quest'anno un gruppo di persone ha acquistato un campo in prossimità della mia abitazione, che precedentemente era adibito alla coltivazione di mais, e l'ha convertito a frutteto. La vendita è prevalentemente a soggetti privati che abitano nel circondario. La raccolta consiste in questo: l'acquirente, in un giorno stabilito -solitamente il sabato, per ovvi motivi-, si reca a piedi nel campo, si raccoglie la frutta che preferisce e poi paga. Il prezzo è competitivo con la grande distribuzione e la qualità spesso più alta (nonostante non utilizzino pesticidi, le occasionali macchie sui frutti non turbano gli acquirenti).


    #UB: "... trattamenti vari. Queste cose devono essere meccanizzate. ..."

    Per esempio questo genere di meccanizzazione?

    * Colour Vision Systems
    http://www.cvs.com.au/

    Trattamenti vari che, per esempio, selezionano prodotti dall'apparenza perfetta ma dal sapore che lascia molto a desiderare (eufemismo); senza contare le eventuali sostanze che vengono applicate per aumentarne la capacità di conservazione. Per non dimenticare quella grandiosa invenzione che è il packing: a volte uno si domanda "ma qual'è il prodotto che mi stanno vendendo? Il contenuto o il contenitore??" No, grazie, questo tipo di meccanizzazione non ci serve.

    Di metodi di conservazione del cibo ne abbiamo inventati a bizzeffe in passato, senza nessuna necessità di meccanizzazione ad oltranza e megaimpianti industriali.

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  33. PARTE X

    #UB: "... E' vitale, altrimenti ritorniamo ai servi della gleba di una volta e ai contadini di 50 anni curvi a 90 gradi da una vita passata a zappare la terra. Una meccanizzazione che deve essere sostenibile e basata sull'energia solare, ma ci deve essere."

    Spero di aver quanto meno intaccato questa baldanzosa certezza che ti urla in testa "industrialismo o barbarie!"

    Questo medioevo prossimo venturo che tu immagini sarà uno scenario *possibile* proprio se le nostre società "avanzate" non abbandoneranno il feticismo della "meccanizzazione" massiccia ad ogni costo e un gusto un po' sovietico (o, per essere più al passo coi tempi, da "socialismo di mercato" cinese) per la centralizzazione estrema e la scala grande o grandissima.

    Qual'è il livello di meccanizzazione secondo te auspicabile? Perché c'è una bella differenza tra il fare un uso oculato della tecnologia e basare su di essa la propria sopravvivenza, soprattutto quando si tratta di tecnologia che richiede, mi ripeto, abbondante energia e materie prime e la presenza di una rete fitta e complicatissima di infrastrutture tecnologiche, fragile per definizione.

    In questo momento è puro gioco d'azzardo puntare sul "facciamo finta di cambiare tutto per non voler cambiare niente": chi è che può dire con *sicurezza* che questo tipo di infrastruttura tecnologica e l'organizzazione sociale (istituzioni, economia, finanza) che si regge su di essa possano stare in piedi coi livelli di energia e materie prime che avremo a disposizione fra 10/20/50/100 anni?

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  34. PARTE XI

    Certo, riguardo l'energia ci può scappare il miracolo tecnologico che ci permetterà di produrre energia da materiali abbondanti e facilmente reperibili, ma non mi pareva fossi propenso a scommettere su questo (vedi tua posizione sull'E-cat).

    Ma soprattutto, le alternative che funzionano pare proprio che ci siano ed esiste anche un nucleo di pionieri entusiasti che le stanno sperimentando volontariamente in varia misura. Perché non assecondare (se non accompagnare) questa tendeza già in atto, anziché ostacolarla con pregiudizi infondati?

    Questo vale per la produzione di cibo come per altri ambiti fondamentali (approvvigionamento e gestione dell'acqua, edilizia, smaltimento di scarti -concetto che ci siamo inventati di sana pianta, in natura non esiste-, trasporti...).

    Dovremmo usare energia e materie prime che abbiamo ancora a disposizione per prepararci ad un futuro incerto, in cui non siamo sicuri che avremo a disposizione abbastanza energia e materie prime per riparare la megamacchina ipertecnologica che abbiamo lasciato correre sparata senza limiti, sempre più veloce.

    Siccome tu stesso Ugo scrivi che il declino sarà più rapido della crescita ti chiedo: che elementi hai per ritenere che queste tecnologie per la produzione di energie "alternative", le quali a loro volta per essere prodotte e rimanere operative hanno bisogno di una rete infrastrutturale vastissima e di un sacco di energia e materie prime, possono garantirci un EROI (Energy Return On Investment) decente?

    Ma anche qualora ci riuscissimo, ci converrebbe? A te questo sistema così com'è piace tanto da non ritenere opportuno tentare qualcosa di diverso?

    A voi piace davvero affannarvi tanto correndo dentro una ruota come criceti cretini, senza andare da nessuna parte?

    Mi fermo qui perché il commento è già fin troppo lungo.

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  35. Credo sarà necessario rifarsi alle considerazioni di Massimo ma credo anche sarà una strada molto lunga e in salita quella verso l'autoproduzione del cibo. Bardi e massimo non sono in contrasto mi sembra solo stiano guardando in avanti in due punti differenti, Bardi al medio periodo, Massimo al lungo.
    Al momento oltre il 50% della polazione vive in città e con case che rendono impossibile la coltivazione sui tetti. I balconi poi ... Sono roba d'altri tempi. Il punto è (credo io) che il sistema attuale non è smontabile in due giorni se anche tutti fossero convinti a farlo (e credo i nuovi latifondisti non lo siano). se vogliamo sfamare la popolazione dobbiamo quindi modificarei il sistema attuale e renderlo sempre più sostenibile, per arrivare, presumibilmnete e probabilmente ma in un tempo lungo alla visione di Mollison, Fukuoka e ... Massimo.

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  36. Per motivi di tempo,non posso entrare nel merito.
    Comunque, come sostenitore della Permacultura, vedo anch'io un futuro della produzione di cibo libera dai combustibili fossili e dalla meccanizzazione.
    Però la cosa non può avvenire in tempi troppo rapidi. C'è un enorme settore da riqualificare e convertire a qualcosa che nessuno (o quasi) conosce ancora.
    Peraltro, la Permacultura ha già una buona tradizione nel mondo anglosassone e in alcune aree tropicali (Cuba: The power of Community), ma è ancora tutta da sperimentare alle nostre latitudini (anche se ci sono molti volonterosi pionieri che lo fanno).
    Questo si può verificare leggendo un qualsiasi testo classico sul tema, dove si parla di banane o di climi dell'Australia, cose che non ci sono quasi di alcun aiuto nella progettazione integrata dei nostri suoli e coi nostri climi.
    Dragogio credo abbia afferrato bene il punto; non sbaglia il prof. Bardi e non sbaglia Massimo, parlano semplicemente di orizzonti temporali diversi. La Transizione da un'agricoltura industriale alla Permacultura non può avvenire che in un processo, durante il quale abbiamo bisogno, per continuare a sostenerci, di destinare gran parte dell'energia rimasta a scopi agricoli (meccanizzandola, appunto).
    Credo che Antonio Turiel parlasse in questi termini.
    Non si può sempre chiarire ogni punto, specie quando se ne toccano così tanti.
    E poi, non ha scatenato tutto sto popo' di discussione? Non mi pare sia da buttare :-)

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  37. P.S. A chi volesse approcciare la Permacultura, consiglio il percorso di Rebecca Hosking nel suo splendido documentario "A Farm for the Future":
    lo trovate qui:
    http://www.youtube.com/watch?v=icZFYghEeUE
    E' molto adatto alla divulgazione e, dopo ben 3 cineforum, ho notato che coinvolge realmente le persone. Grazie a questo film, nelle prossime settimane avremo un corso di agricoltura sinergica!

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  38. Scusate una domanda: Ma l'avete mai avuta una zappa in mano per ore sotto il sole cocente? Una mia conoscente cubana, badante qui da noi, da anni, mi ha detto che a Cuba, nonostante la possibilità di raccogliere tutto l'anno i prodotti dell'orto, la gente ha una fame che muore. Mio padre, che era agricoltore, ha sempre detto che un contadino si tira su fin da piccino. E a quei tempi non esisteva la meccanizzazione. Quindi attenti a non parlare di cose che non si conoscono, se non da forum e conferenze.

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  39. Anch'io sono di famiglia contadina, so cos'è una vanga e faccio l'orto (seppur molto ridotto, vivendo in centro).
    Il tutto mentre lavoro 10 ore al giorno come idraulico/elettricista...
    Il punto, rispetto alla Permacultura, però non è questo. E' un approccio molto diverso dal nostro, legato alla mezzadrìa ed alla fatica anche imposta da un sistema tardo-feudale.
    La Permacultura viene chiamata anche l'agricoltura dei pigri, poichè, a fronte di un grande lavoro iniziale di osservazione e progettazione dell'ambiente, fornisce cibo con sforzi minimi, perlopiù legati alla raccolta.
    Ovviamente il discorso è piuttosto complesso da affrontare qui e comporta, fra le altre cose, un cambiamento importante nel regime alimentare. Inoltre la Permacultura, non conteplando l'aratura e quindi riducendo drasticamente la quota di cereali nell'alimentazione, è ulteriormente soggetta ad una lunga transizione, almeno qui da noi. Nel documentario ci sono esempi di fattorie in Permacultura funzionanti e reali, quindi niente teoria. Dacci un occhio.

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  40. Molti dei cubani che coltivano quesgli orti che piacciono tanto a Massimo A, se potessero scapperebbero negli USA, per vivere accanto al più vicino supermercato.
    Credo che la permacultura sia una cosa ottima, ma o è praticata da persone che la vivono come una passione, o , per produrre cibo in massa, deve essere praticata da persone che in buona parte sono obbligate (dalla fame, dalla mancanza di alternative o dal sistema politico) a stare a lavorare negli orti, sotto il sole, la pioggia, al freddo e al caldo, che abbiano voglia o meno.
    Temo quindi che un sistema come lo immagina (da quanto ho capito) Massimo A, non porterebbe a un mondo pieno di permacultori sorridenti (come nei manifesti della Corea del Nord...), ma a un sistema autoritario, che costringerebbe buona parte della popolazione a vivere nei campi, con tutte le trappole picologico-propagandiste usate in questi casi (elite militare destinata a comandare, scarsa educazione, religione complice, mitologia del destino, ecc, ecc), declinate in salsa ambientalista.

    Le macchine, con tutti i loro difetti, ci hanno liberato da molti lavori ripetitivi, insalubri, pesanti. E, in fondo, anche dalle tirannie.
    Non vedo perchè non dovremmo utilizzarle anche in futuro, una volta adattate alle nuove condizioni di agricoltura e sistema energetico sostenibili.
    Il loro rifiuto, più o meno a priori, mi puzza più di ideologia "passatista", che di razionalità.

    La cosa si può estendere anche ad altri campi: per esempio, io mi riscaldo a legna, tagliando alberi nel mio bosco (per lo più già morti).
    Se dovessi usare ascia e sega a mano, da solo non ce la farei o dovrei passare 9 mesi a fare la legna, probabilmente rovinandomi la schiena dopo una stagione.
    Uso quindi una motosega e (se possibile, certe volte mi tocca pure spostarla a mano...) mi faccio portare la legna a casa dal vicino che ha un trattore.
    Mi devo vergognare?
    Direi di no, perchè l'alternativa sarebbe andare con il GPL, proveniente dalla Libia o dal Qatar.
    Il mio sistema non è perfetto, ma è già un passo avanti.
    Che può essere ancora migliorato, quando prima o poi ci sarà la possibilità di alimentare le motoseghe e trattori con biocarburanti o, meglio ancora, di comprare modelli elettrici con batteria, che potrò ricaricare con i miei pannelli fotovoltaici.
    Allora sarò vicino alla sotenibilità, senza punirmi con un ritorno al medioevo...

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  41. Il medioevo era l'unica possibile soluzione adattativa dopo il crollo dell'Impero Romano...
    Questo non significa che sia una cosa negativa.
    Il medioevo è stato un periodo controverso ma non ha avuto solo aspetti negativi. Inoltre, con il bagaglio culturale che l'umanità ha messo insieme e sostituendo la competitività con la cooperazione, abbiamo la possibilità di crearne uno di gran lunga più luminoso e felice di quello storico, basato su scarsissime conoscenze scientifiche e su un paradigma cultural-religioso estremamente opprimente.
    Per quanto si possa prolungare la vita dell'agricoltura industriale oltre il declino dei combustibili fossili, a mio avviso per il lungo termine non ci sono soluzioni al problema.
    I biocarburanti, se prodotti a livelli tali da alimentare il comparto agricolo, praticamente lo saturerebbero in termini di superfici coltivate (quindi sono condannati ad essere marginali), mentre alimentare un parco macchine come quello dell'agricoltura industriale odierna è impensabile, poichè la meccanizzazione elettrica non dipende solo dal Sole, ma da tutta una serie di materiali di cui disponiamo in quantità limitate (minerali e metalli) o limitatissime (terre rare).
    Non si tratta di punirsi o sentirsi in colpa, non ci servono queste categorie in questo passaggio difficile della nostra storia.
    Si tratta invece di guardare le cose in modo il più possibile integrato a tutto il resto e sistemico.
    Se lo facciamo, ci rendiamo conto di quanto sia insostenibile l'agricoltura industriale a lungo termine.
    Salvo miracoli tecnologici (che mi pare di aver capito, sono assai improbabili).
    Quindi, giusto assegnare all'agricoltura di transizione la priorità sull'uso dei combustibili fossili rimasti, ma senza escludere la ricerca di un modo per farne completamente a meno.
    Che sia la Permacultura o qualcos'altro poco importa, l'importante è che cominciamo, già da ora, a pensarci.

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  42. Parte I

    Massimiliano, sono d'accordo con te che il medioevo aveva dei lati positivi, per esempio la sua capacità di estrarre le risorse necessarie alla sopravvivenza localmente, elaborando così tecniche in grado di rendere sostenibile sul lungo termine lo sfruttamento dei terreni. I prezzi pagati per questo, però, erano spaventosi, sotto forma di sofferenze, sporcizia, superstizioni, violenza a ogni livello, oppressione femminile e infantile, mancanza di libertà di pensiero, crudeltà verso gli animali, ingiustizie.... O almeno sembrano tempi spaventosi a noi che li guardiamo dall'esterno, da una situazione di vita materiale molto migliore. Per noi un ritorno tout court a quel periodo, ci sembrerebbe inaccettabile.
    Forse saprai che la BBC una volta fece un programma invitando una famiglia a vivere per un mese come fossero agli inizi del XX°secolo. Si arresero dopo due settimane....figuriamoci vivere come nel medioevo...

    Ora, il punto è se possiamo ricostruire un "medioevo gentile", prendendo il meglio di quell'epoca, scartandone le brutture.
    Per me si può anche fare, ma solo mantenendo una società scientificamente, tecnicamente e industrialmente avanzata.
    L'abbandono dell'industria (e quindi di beni standardizzati, a basso costo) vorrebbe dire inevitabilmente tornare ad un'epoca di "macchine per pochissimi", con masse di persone che lavorano con le mani, per lo più sui campi, per strappare la sopravvivenza.
    Un mondo simile sarebbe quasi inevitabilmente molto ingiusto, con una elite tecnocratico-amministrativa che vive molto meglio del resto della popolazione, e richiederebbe per esistere delle filosofie di "rassegnazione", che tengano buono chi sgobba. Insomma un mito ambientalista del "non si può che vivere così, pena una terribile catastrofe, rassegnamoci", che sostituisca il ruolo (quasi) sempre conservatore, del cristianesimo nella società medioevale o del comunismo in quelle socialiste-reali.
    Al mito si dovrebbero accompagnare altre tre misure per il mantenimento dell'ordine: la repressione della mobilità sociale verticale (tranne rari casi di talenti eccezionali), la scarsa educazione per le masse e la repressione dell'eccentricità. Il primo eviterebbe che un eccessivo spirito imprenditoriale, si rimetta a creare quella società capitalistico-industriale che è stata abolita. Il secondo è funzionale a mantenere all'oscuro di nuove e diverse possibilità di vita, chi suda sui campi. Il terzo evita la messa in discussione, o anche la semplice satira, dell'elite al potere e dei suoi dogmi, cosa pericolosa in una società che vivrebbe sempre al limite della sopravvivenza.

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  43. Parte II

    E' inevitabile, in un'ottica di sostenibilità, l'abbandono della società industriale, e quindi l'abbattimento di quella diga che ha allontanato per un paio di secoli l'oscurantismo e ampliato le possibilità dell'individuo di realizzare i propri sogni, seguendo le proprie inclinazioni?

    Ovviamente non lo so, però non sarei così pessimista sulle possibilità della tecnologia di riplasmare in ottica sostenibile una società industriale-tecnologica, ovviemente meno sprecona e distruttiva dell'attuale. Il discorso è estremamente complesso, ma per limitarsi ai due esempi fatti da Massimiliano, i biocarburanti, per esempio, non vanno per forza coltivati, si possono anche ricavare da alghe o da scarti vegetali. Certo non sostituiranno il petrolio, ma potrebbero servire per quegli impieghi dove servano necessariamente combustibili liquidi ad alta densità energetica.
    La scarsità di alcuni elementi, invece, può essere aggirata con nuove tecnologie (per esempio, il famoso indio dei touch screen, verrà quasi certamente rimpiazzato da film di nanotubi di carbonio, che non rischiano certo di scarseggiare), con il ritorno al riparare le cose, invece di gettarle, con il destinare le cose rare ai prodotti importanti, con il riuso e con il riciclo.

    Secondo me un "medioevo tecnologico" è quindi possibile, anche se non saprei disegnarlo nei dettagli (così un uomo del '700 non avrebbe mai potuto immaginare il mondo di due secoli dopo).
    In fondo, siamo appena agli inizi dell'applicazione della tecnologia alla sostenibilità...non scoraggiamoci già a un metro dalla partenza....

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  44. @Alex Saragosa: mi rendo conto che il mio messaggio è lunghissimo, ma leggerne qualche riga qua e là può portare ad equivocare. Ti riporto per tua comodità un passaggio dove, ad esempio, accenno all'uso di un escavatore per creare gli "swale":

    "Naturalmente ciò non vuol dire che qualsiasi aiuto tecnologico è da rifiutare, la permacultura non è un dogma: per esempio, quando si volessero scavare degli "swale" (fosse livellari), che raccolgono acqua piovana, è comodo disporre di un piccolo escavatore. Ma questi sono interventi "una tantum" o davvero sporadici - immagino che in questo contesto l'utilizzo di un escavatore potrebbe essere condiviso localmente fra molte realtà produttive, alimentato a biocarburante e, con opportuna manutenzione, potrebbe durare molto a lungo."

    Ripeto il concetto: un conto è fare un uso oculato delle tecnologie, un altro è dipendervi per la propria sopravvivenza.

    Applicato all'esempio degli swale: qualora l'escavatore si scassasse e non avessi più modo di ripararlo ciò non vuol dire che non potresti più scavare. Potresti farlo con mezzi più semplice, metterci più tempo e più fatica; ma è un'operazione che fai una volta sola e valuterai se i vantaggi che porta valgono lo sforzo.

    Ma quando invece hai impostato le cose in modo tale che dipendi dalla tecnologia (o meglio, da una rete complicatissima di tecnologie), quella fallisce a livelli spettacolari (sto parlando non di piccoli incidenti, ma di un fallimento a cascata) e non hai previsto un sistema "di backup" a bassa tecnologia o "manuale", allora che si fa?

    Sono più di 20 anni che mi occupo di automazione (software nello specifico) e la mia impressione è che ci siamo messi in questa situazione e vedo solo segni di peggioramento. Tutto si complica (cioé si aggiunge complessità inutile) e quindi diventa fragile; spesso i sistemi diventano talmente complessi che non c'è più una singola persona che comprende il sistema nell'insieme. Quando si interviene a modificare o espandere un sistema in queste condizioni l'esito è incerto e non è raro che possano capitare disastri.

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  45. @Anonimo del 03 settembre 2011 10:14 amante delle zappe: ti do una notizia, la maggiorparte delle usuali lavorazioni del terreno sono controproducenti perché disturbano la fertilità del suolo.

    Poi mi sfugge per quale motivo ti devi mettere a fare un lavoro pesante sotto il sole cocente: di solito si fanno o al mattino presto o dopo il tramonto.

    Visto che ti interessa molto la mia biografia: la zappa non mi è mai servita, uso la vanga ognitanto nell'orto dei miei ma non mi metto a rivoltare la terra, per i motivi scritti sopra. Non ho origini contadine, veniamo dalla città, ma questo non ci impedì di cominciare a fare un piccolo orto più di 20 anni fa. Forse proprio perché del tutto ignoranti, ci avviammo inconsapevolmente verso l'uso di quelle tecniche di cui parlo sopra.

    Quel piccolo orto non garantisce la completa autosufficienza alimentare sia perché fin'ora sono state coltivate poche varietà, si sono usate sementi industriali, si è puntato tutto sulle annuali (se si escludono gli alberi da frutto), sia per il tipo di alimentazione (i cereali hanno bisogno di molto spazio), sia per limitazioni autoimposte (niente piccoli animali da cortile). Nonostante questo da delle discrete soddisfazioni.

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  46. Riguardo Cuba: era un esempio del fatto che è possibile produrre cibo su larga scala all'interno di una città, NON E' un esempio di applicazione della permacultura. Tant'è vero che c'è chi va ad insegnare permacultura a Cuba.

    Riguardo il presunto "passatismo": scrivere che ci sono delle cose positive che sono andate perdute e che potremmo recuperare dal passato non significa voler tornare al passato. Non sarebbe possibile neanche se lo volessimo (semplicemente perché moltissime cose sono diverse dal passato) e sono il primo a dire che non sarebbe neanche desiderabile.

    @dragogio: una differenza c'è - io sostengo che la conversione verso una produzione a bassa intensità energetica vada accelerata. Per i motivi che ho esposto, che non riguardano solo la disponibilità di energia e materie prime. Si dovrà farlo in modo graduale ma è importante cominciare.

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  47. @Alex
    il medioevo al quale andiamo incontro non sarà nemmeno lontanamente paragonabile a quello storico, gli umani nel frattempo sono cambiati in tutto, anche nella fisiologia.
    Inoltre quel mediovevo tocca a noi sognarlo, condividerlo e costruirlo, non è ancora stato scritto.
    Io credo che il collasso della società industriale sia inevitabile, ma non lo vedo affatto come una condanna o un'Apocalisse.
    "L'Apocalisse è quello che c'è già", dicevano i CSI in uno dei loro ultimi pezzi.
    Credo che, se lo sappiamo sognare bene, il futuro sarà molto meglio di quello che viviamo ora, anche con un decimo delle risorse che abbiamo ora.
    Sta a noi fare in modo che non si torni alla schiavitù di paradigmi totalitari e totalizzanti. Se sapremo portare con noi i frutti migliori di questi 150 anni di homus petrolicus (e ce ne sono tanti), adattarci come comunità alle nuove condizioni e ritrovare la nostra resilienza, la vita sarà molto meglio di prima. E la tecnologia farà parte della nostra vita, contrariamente a quanto accade ora che la vita è un'appendice della tecnologia.
    Io ci credo e mi piace lavorare per questo.
    D'altra parte, anche se non dovesse funzionare, che altre alternative abbiamo?

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  48. @ Massimo A. Mi avete incuriosito con la permacultura e ho visto i video. Mi ricorda tanto l'agricoltura di 50 anni fa e sicuramente quello era il mondo in cui è cresciuto mio padre, che è nato e morto in quel mondo. Un mondo in cui venivano sedani di 2 Kg e dove gli abitanti erano si e no 2 miliardi. Ora sedani così non vengono più sotto l'Ombrone pistoiese, per cause che non sto qui a spiegare, ed il mondo ha 7 miliardi di bocche da sfamare e i contadini non possono più fare la rotazione delle colture, altrimenti la produzione agricola da triplicata in 50 anni ritornerebbe subito a quella appena sufficente a sfamare i vecchi 2 miliardi. Il mio orto è 1000 mq e non è certo sufficente a sfamare la mia famiglia di 4 persone, nemmeno grazie agli idrocarburi, figuriamoci solo con la zappa e la vanga, che sono espressione di forza fisica, abnegazione, costanza, sacrificio e coraggio. E per questo meritano rispetto, come coloro che ne hanno fatto una ragione di vita, prima di noi, che ci facciamo tanti scrupoli, avendo tante possibilità grazie ai 22 miliardi di schiavi petroliferi che lavorano per noi tutto l'anno per 24 ore al giorno. In definitiva, penso che la permacultura non possa sostituire efficacemente l'agricoltura attuale, a meno di una consistente diminuzione della popolazione mondiale e di una consistente riduzione dell'aspettativa di vita. Anch'io vorrei vivere in mezzo a quelle belle e verdissime colline incontaminate del Devon, ma ormai cemento ed asfalto hanno deturpato per i prossimi 10.000 anni l'ambiente dove sono nati i miei vecchi. Forse lì è possibile la permacoltura o una forma di agricoltura tradizionale a bassissimo impatto, come quella pre idrocarburi, ma ho paura che le differenze con la nostra società sarebbero troppo grandi e difficili da accettare e sopportare. Sarebbe meglio cominciare fin da ora a ridurre volontariamente i consumi, risparmiando risorse, riducendo la popolazione mondiale limitando le nascite, producendo solo il necessario per vivere in modo da arrivare alla fine di questo secolo con un mondo sostenibile, ma a parte quei pochi che leggiamo questi blog, nessuno accetterebbe volontariamente nemmeno lontanamente una soluzione del genere.

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  49. c'è gente che pensa a come pagare la prossima rata del suv e qui si parla di permacultura :)..
    c'è una differenza culturale planetaria tra quello che si scrive qui e la società, impermeata da tv e cavolate commerciali..
    è verissimo che ci sono nobili intenti e tante persone che hanno capito qual'è la strada giusta..ma se il max per moltissime persone viene ancora rappresentato dall'evitare il prossimo autovelox, sinceramente non vedo decrescita ma un declino lento lento che come ultimo obiettivo avrà il distacco da ciò che abbiamo oggi..
    ciao,
    stefano

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  50. @massimo: mi spiace, la visione del documentario non ti è stata di aiuto a capire cosa sia la permacultura, lo si capisce da ciò che scrivi.
    Non è sicuramente "l'agricoltura di 50 anni fa". Meglio: NON E' AGRICOLTURA (il titolo del video in italiano su YouTube è ingannevole e non corrisponde al titolo originale del documentario che è "A farm for the future", "Una fattoria per il futuro").

    Nello specifico: l'agricoltura impoverisce la fertilità del suolo, lo degrada, sino nei casi più gravi ad arrivare a fenomeni di desertificazione. Questo era vero nell'antichità (si legga quel benedetto articolo di Toby Hemenway a cui faccio riferimento sopra) ed è tanto più vero con l'agricoltura industriale.
    L'agricoltura industriale è quell'attività che GIA' DA UN PEZZO non è capace di sfamare consistenti fette della popolazione mondiale.
    [Si, siamo d'accordo, la popolazione mondiale dovrà diminuire, ma ho il sentore che non siamo d'accordo sul come...]


    Qui si sta parlando di un'altra cosa: di tecniche colturali che preservano (o recuperano, nel caso di suoli desertificati) la fertilità del suolo e nello stesso tempo danno, a parità di superficie, un output cumulativo di produzione maggiore all'agricoltura ed anche all'orticoltura "tradizionale".
    Cosa voglio dire con "output cumulativo"? Che non pianterai un campo di patate, ma creerai, per esempio, un "forest garden" con decine e decine di piante diverse, la maggiorparte perenni. Sottolineo PERENNI: non c'è bisogno di riseminare ogni anno. A chi interessa approfondire l'argomento e conosce l'inglese consiglio il volume in due tomi "Edible Forest Gardens" (http://www.edibleforestgardens.com/about_book).

    [Nota a margine; ripeto nella speranza che giovi a qualcuno: la permacultura NON E' una tecnica colturale, è una disciplina che si occupa di progettazione ecologica di insediamenti umani sostenibili. La permacultura si occupa anche di bioarchitettura, tanto per fare un esempio.]

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  51. Tornando alla questione della produttività: c'è un modo per farvi notare la nota relazione inversa fra estensione della superficie coltivata e produttività? Cioè a maggior estensione coltivata corrisponde minore prodotto ottenuto. Ho inserito dei link a degli studi pubblicati ma evidentemente è comodo ignorarli quando si vogliono conservare i propri pregiudizi.

    @Massimiliano Rupalti: certo che se fra anche quelli che si occupano in qualche modo di problemi energetici l'atteggiamento è questo non c'è da stare allegri.

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  52. C'è da osservare che in ragione del un basso costo dell'energia (dalla meccanizzazione alla chimica) l'agricoltura estensiva ha compensato con una produzione maggiore il calo di produttività:certo finché dura.

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  53. Posso inserire questo articolo nel mio blog citando la fonte? (sono un'insegnante e mi rivolgo ai miei studenti)
    in www.segnali-di-fumo.blogspot.com

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  54. Certamente, e grazie per l'interesse

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  55. come agronomo e orticoltore amatoriale su piccola scala condivido ogni parola detta da @Massimo A.
    e @Massimiliano Rupalti (Rupo).

    Posso solo aggiungere che basta un orto di 200, 300 mq per soddisfare le esigenze di una famiglia di 5 persone (in un post precedente un altro massino riferiva che con il suo orto di 1000 mq non era sufficente a sfamare la sua famiglia di 4 persone)

    e 2 o 5 ore settimanali di tempo (ma se siè bravi anche molto di meno!), meglio se distribuite durante la settimana, 30 minuti ogni giorno (quando l'aria è fresca d'estate! viceversa d'inverno).

    Inoltre non serve chi sa quale prestanza fisica,
    (basta sapere cosa fare)

    Sempre per esperienza personale posso assicurare che tantissime pratiche agronomiche tradizionali sono superflue se non dannose, quindi evitarle comporta un risparmio di fatica, tempo e risorse (anche economiche) in generale.

    L'immagine del contadino piegato letteralmente in due alla fatica non è affatto detto che corrisponda per forza al vero. Non è un destino inevitabile affatto. Conosco diversi settantenni e ottantenni agricoltori 8per di più tradizionali) in perfetta forma.

    Giuseppe

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