Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 30 luglio 2014

Il vero ostacolo alla diffusione dell'energia rinnovabile.



E' uscito di recente un rapporto del Wuppertal Institute sulla "rinnovabilità delle rinnovabili". Ovvero, se è vero che l'energia rinnovabile è rinnovabile per definizione, lo sono altrettanto le risorse minerali utilizzate negli impianti? Questo punto è oggetto di molto dibattito e ha generato anche tante leggende negative. Ma la risposta del Wuppertal Institute è sostanzialmente affermativa - come del resto ho sostenuto anch'io nel mio recente libro "Extracted". A parte alcune tecnologie particolari, nel complesso le energie rinnovabili - in particolare l'energia fotovoltaica - non sono limitate dal consumo di risorse minerali, supponendo, ovviamente, che queste vengano usate con cautela e riciclate. Insomma, nonostante le tante leggende che girano imperterrite per il Web, l'unico vero ostacolo alla diffusione dell'energia rinnovabile è la stupidità umana. 

Qui di seguito, il resoconto di "Qualenergia" sul rapporto del Wuppertal Institute. E' sostanzialmente corretto anche se forse un tantino ottimista se confrontato col più cauto riassunto dello studio (che trovate in Inglese in fondo a questo documento)



I minerali non sono un fattore limitante per lo sviluppo delle rinnovabili in Germania

Un progetto del Wuppertal Institut, realizzato per conto del Ministero degli affari economici ed energetici tedesco, analizza per la prima volta quali siano i minerali più critici per la diffusione di rinnovabili elettriche, termiche e biocarburanti al 2050 in Germania. Molte le variabili in gioco, ma per le tecnologie più importanti non ci dovrebbero essere grossi problemi.
Uno degli aspetti meno affrontati nello sviluppo delle rinnovabili e della transizione energetica è la disponibilità di risorse minerarie. Un tema che va trattato con molta cautela soprattutto quando le prospettive sono di lungo periodo, dove diverse variabili entrano in gioco. Un progetto tedesco, KRESS (Critical Resources and Material Flows during the Transformation of the German Energy Supply Systempdf in tedesco, 277 pp.), elaborato dal Wuppertal Institut e realizzato per conto del Ministero degli affari economici ed energetici, analizza per la prima volta quali siano i minerali più critici in una prospettiva di diffusione delle rinnovabili elettriche, termiche e biocarburanti al 2050 con un target di copertura dei fabbisogni energetici totali pari al 60% (80% per l’elettrico) secondo gli obiettivi governativi.

L’analisi (in allegato la sintesi in inglese), che non è una previsione in senso stretto, è stata condotta non solo sulla disponibilità di lungo termine delle risorse, ma in base ad altre valutazioni come le opzioni di riciclo dei materiali e gli aspetti ambientali legati alla loro estrazione. Le conclusioni del report mostrano che la disponibilità geologica dei minerali non rappresenta tuttavia un fattore limitante per la roadmap tedesca delle rinnovabili.

Tra le tecnologie oggetto di investigazione quelle che hanno dimostrato di essere, con molto probabilità, le “non critiche” riguardo all’offerta di minerali da utilizzare nei processi produttivi sono da annoverare soprattutto nell’ambito elettrico. Dunque, l’idroelettrico, le turbine eoliche che non utilizzano magneti rari, fotovoltaico a silicio cristallino, solare termodinamico. Tra le rinnovabili termiche, il solare e la geotermia a bassa entalpia non hanno particolari problemi. Nelle infrastrutture nessun impedimento di risorse si riscontra per le reti elettriche e per alcune tipologie di accumuli. Sulla tecnologie delle biomasse o biocarburanti, che comunque esulano dallo studio, l’aspetto critico è da ricercarsi soprattutto nell’uso competitivo della terra.

Nello specifico del fotovoltaico, ad esempio, si sono valutati i consumi di indio, gallio, selenio, argento, cadmio e tellururo. Per quanto concerne il fotovoltaico cristallino, che oggi copre quasi il  97% degli acquisti in Germania, nessun fattore critico è stato appurato. Nel caso dei film sottili non risulterebbe problematica la quantità di cadmio e tellururo richiesta fino al 2020; in seguito tuttavia la domanda di questa specifica tecnologia FV dovrebbe declinare. Per celle e moduli CIGS (rame, indio, gallio e diselenide) il discorso è leggermente diverso. Non ci sono garanzie, ad esempio, che nel lungo periodo la domanda di indio potrà essere soddisfatta vista la forte competizione con la produzione di LCD, in decisa crescita mondiale, e l’elevata dipendenza da un unico paese fornitore, la Cina. Secondo gli autori del report, anche se l’attuale mercato tedesco di celle CIGS non supera neanche il 3%, in futuro non sarà facile mantenere tale quota. L’utilizzo di alternativi substrati conduttori per le celle a film sottili, che dovrebbe comunque essere nei prossimi decenni una delle tecnologia FV con le migliori prospettive, potrebbe trovare maggiori sviluppi, ma si richiedono ulteriori ricerche nel campo. Una soluzione indicata per tutte le tecnologie fotovoltaiche, oltre al riciclo, è nel ridurre i materiali consumati integrando sempre di più celle e moduli in altre strutture o applicazioni, come facciate, tetti, pensiline, ecc.

Per lo storage diversi sono i minerali presi in considerazione, come litio, vanadio, potassio, lantanio, ittrio. Al momento, secondo lo studio, sembrano avere meno criticità in termini di disponibilità le batterie agli ioni di litio e gli impianti di stoccaggio ad aria compressa per l’accumulo di breve periodo. Più complessa è considerata la situazione per le batterie redox al vanadio, per gli accumuli su grande scala. Queste sfruttano la capacità del vanadio di esistere in soluzione in quattro diversi stati di ossidazione; si può realizzare così una batteria con un solo elemento elettroattivo anziché due. Il vantaggio principale è che si può ottenere una capacità pressoché illimitata semplicemente usando serbatoi molto grandi. Ma il vanadio è un elemento raro ed è fondamentale per le leghe soprattutto in metallurgia, quindi in forte competizione per il suo utilizzo.

In generale, anche se la disponibilità dei minerali per le tecnologie più importanti non è un problema, alcune criticità potrebbero presentarsi nei casi in cui i produttori siano concentrati in pochissimi paesi o nel caso di usi competitivi. Una delle raccomandazioni ‘politiche’ dello studio è ovviamente quella di focalizzarsi, almeno nel medio periodo, sul loro utilizzo efficiente e su strategie di riciclo, sfruttandone tutte le potenzialità, anche se non sempre è facile ai fini della qualità del prodotto finale o per gli alti consumi energetici. Prolungare il ciclo di vita dei sistemi energetici a fonti rinnovabili dovrebbe essere comunque considerato un altro aspetto chiave. Un approccio che richiederà una sempre più stretta cooperazione tra ricerca e industria.

La notizia che ci sembra però interessante sottolineare è proprio l’aver realizzato uno studio per conto del governo sulle possibili traiettorie delle risorse minerarie in una visione strategica e di lungo periodo in tema energetico. C’è chi guarda al prossimo mese, chi prova invece a vedere oltre di due o tre decenni.

giovedì 24 luglio 2014

Il solare vince in Australia!

DaThe Guardian”. Traduzione di MR

di


Per il 2018, il solare potrebbe essere economicamente in grado di alimentare le grandi città. Per il 2040 oltre la metà di tutta l'elettricità potrebbe essere generata nello stesso luogo in cui viene usata. I grandi impianti centralizzati a carbone sono al tramonto.


In una democrazia energetica guidata dal solare, anche il carbone anche se libero non avrebbe valore. Foto: AAP

La settimana scorsa, per la prima volta che io ricordi, il prezzo all'ingrosso dell'elettricità nel Queensland è passato in territorio negativo – a metà giornata. Per diversi giorni il prezzo, normalmente intorno ai 40-50 dollari per megawatt/ora, si è aggirato intorno allo zero. I prezzi si sono sgonfiati durante la settimana, in gran parte a causa dell'influenza di una delle più nuove e grandi centrali dello stato – il solare su tetto. I movimenti del “prezzo negativo”, per come sono conosciuti, non sono rari. Ma devono accadere solo di notte, quando gran parte della popolazione dorme, la domanda è bassa e gli operatori dei generatori a carbone sono riluttanti a spegnere. Quindi pagano altri per raccogliere la loro produzione. Questo non deve accadere all'ora di pranzo. I prezzi giornalieri devono riflettere la maggior domanda, quando la gente è sveglia, gli edifici adibiti ad uffici sono attivi, le fabbriche stanno producendo. E' in questo momento che i generatori a combustibili fossili farebbero normalmente gran parte dei loro profitti. L'influsso del solare su tetto ha trasformato questo modello dalla sua testa. Ora ci sono 1.100 MW di solare su più di 350.000 edifici nel solo Queensland (3,400 MW su 1,2 milioni di edifici nel paese). Produce elettricità proprio nel momento in cui i generatori a carbone facevano profitti (mentre il sole splende).

L'impatto è stato così profondo, e i prezzi all'ingrosso spinti così in basso, che pochi generatori a carbone in Australia hanno fatto un profitto lo scorso anno. Difficilmente qualcuno di loro farà profitti quest'anno. I generatori di proprietà dello stato come Stanwell incolpano in modo particolare il solare su tetto. Tony Abbott, il primo ministro, ama dire che l'Australia è la terra dell'energia a buon mercato ed ha ragione, almeno per metà. Non costa molto spalare una tonnellata di carbone in una caldaia, generare vapore e spingerlo in una turbina per generare elettricità. Il problema per i consumatori australiani (e per gli elettori) viene dal costo di dispacciamento di quegli elettroni – attraverso le reti di trasmissione e distribuzione, dai costi al dettaglio e dalle tasse. Questo è il costo che porta le famiglie a mettere il solare sul tetto, in proporzioni tali che il livello del solare su tetto è previsto dagli stessi modelli del governo, e da gruppi privati come Bloomberg New Energy Finance, in aumento nel prossimo decennio. Le famiglie vengono consigliate a spendere fino a 30 miliardi di dollari in moduli sui tetti. La settimana scorsa l'Operatore del mercato indipendente WA (West Australia) ha previsto che il 75% degli appartamenti scollegati o semi scollegati e il 90% delle imprese commerciali potrebbero avere il solare su tetto per il 2023/24. L'impatto sui mercati del Queensland della scorsa settimana è una delle ragioni per cui le utility, i generatori e i venditori al dettaglio di elettricità in particolare vogliono franare lo sviluppo del solare. Le giravolte dei prezzi all'ingrosso dell'elettricità raramente si riflettono nelle bollette dei consumatori. Ma immaginiamo che il prezzo all'ingrosso dell'elettricità crolli a zero, e rimanga lì, e che i benefici venissero passati ai consumatori. Di fatto, quell'energia prodotta dal carbone diventerebbe improvvisamente libera. Potrebbe poi competere col solare su tetto?

La risposta è no. Solo i ricarichi della rete e quelli dei venditori al dettaglio da soli assommano a più di 19c/kWh, secondo il commissario dell'energia australiano. Secondo le stime dell'industria, il solare va da 12c/kWh a 18c/kWh, a seconda dalle risorse solari dell'area. Quei costi sono previsti in discesa ulteriore, fino a circa 10c/kWh e più bassi. Il carbone, naturalmente, non sarà mai libero. E la rapida adozione del solare su tetto – soprannominata la democratizzazione dell'energia – sta portando la più grande sfida al sistema di generazione di energia elettrica centralizzato da quando è stato istituito più di un secolo fa. Gli operatori di rete del Queensland, realizzando la domanda repressa di solare su tetto, ora stanno permettendo ai consumatori di installarne quanto ne vogliono, alla condizione che non esportino il surplus di elettricità indietro alla rete. Le famiglie e le imprese hanno un piccolo incentivo ad esportare il surplus di energia. Non vengono pagati granché per questo in ogni caso. La Ergon Energy ammette che questo è probabile che incoraggi le famiglie a installare batterie di stoccaggio. Il passo successivo, naturalmente, è che le famiglie e le imprese si scolleghino completamente dalla rete. In aree remote, questo potrebbe avere senso, perché il costo di dispacciamento è alto e in stati come il Queensland e il WA è massicciamente sussidiato dai consumatori della città. La prospettiva realmente spaventosa per i generatori a carbone, tuttavia, è che questa equazione diventerà economicamente conveniente nelle grandi città.

La banca di investimento UBS dice che questo potrebbe avvenire già nel 2018. Il CSIRO, nel suo rapporto sulla rete del futuro dice che più della metà dell'elettricità nel 2040 potrebbe essere generata, ed immagazzinata, dai “pronsumatori” nel punto di consumo. Ma avvertono che a meno che le utility in carica non possano adattare i loro modelli commerciali per abbracciare questo cambiamento, il 40% dei consumatori lascerà la rete. Anche se gli operatori di rete e i venditori al dettaglio imparano come competere – dalle imprese di telecomunicazioni, dagli specialisti di dati e software come Google e Apple e dagli esperti di gestione dell'energia – non è chiaro come la generazione centralizzata a combustibili fossili si possa adattare. In una democrazia energetica, il carbone persino se libero non ha valore.

martedì 22 luglio 2014

L'ipotesi non provata dei 6 milioni di barili al giorno di petrolio iracheno per il 2020

Da “Crude Oil Peak”. Traduzione di MR

Dato il tumulto etnico in Iraq provocato dalla recente presa da parte di ISIS di alcune città a nord e a ovest dell'Iraq, non è certo in che modo questo avrà un impatto sulla produzione di petrolio nel sud controllato dalla Shia, da dove provengono la maggior parte delle esportazioni irachene. Al momento, le esportazioni di petrolio dai nuovi terminali petroliferi di Basrah non sembrano essere state condizionate dai disordini, ma questo può cambiare. Non sappiamo cosa succederà, specialmente se questo conflitto si allarga la guerra virtuale fra Arabia Saudita e Iran che è stata finora limitata alla Siria (dove la produzione di petrolio aveva già raggiunto il picco). Sarebbe prudente per i governi che stanno ancora pianificando nuove strutture dipendenti dal petrolio come strade ed aeroporti accantonare questi progetti e prepararsi piuttosto alle carenze di petrolio.

Quasi un anno fa ho scritto questo articolo: 9/8/2013 Le esportazioni di petrolio greggio dell'Iraq bloccate in mezzo agli attacchi agli oleodotti

http://crudeoilpeak.info/iraq-crude-oil-exports-stall-amid-pipeline-attacks

Questo post è un aggiornamento.


12/6/2014 I residenti di Mosul scappano dall'ISIS e cercano di attraversare il fiume Tigri verso est

Una mappa del Centro per l'Informazione sulla Politica Energetica (Washington) descrive la situazione strategica del petrolio:

L'Iraq potrebbe “rispedire chi fa le previsioni economiche al tavolo da disegno”
13/6/2014


Fig 1: Mappa che mostra i recenti avanzamenti dell'ISIS e le infrastrutture petrolifere

http://energypolicyinfo.com/2014/06/iraq-disruption-could-%E2%80%9Csend-economic-forecasters-back-to-the-drawing-board%E2%80%9D/ 

La pianificazione energetica torna al punto di partenza

E' importante capire che la IEA ipotizza in tutte le sue proiezioni che l'OPEC coprirà sempre il divario fra la produzione non OPEC e la crescita della domanda di petrolio prevista come risultato della crescita del PIL (rivolgersi all'OPEC). E l'Iraq gioca un ruolo centrale in questo concetto, come mostrato in questo grafico usando i dati dello scenario delle nuove politiche della IEA del suo ultimo WEO (novembre 2013):


Fig 2: Contributo ipotizzato dell'Iraq alla produzione di petrolio del Medio Oriente dell'OPEC

In particolare, nel periodo fino al 2020, si presume che l'Iraq contribuisca con 5,8 milioni di barili al giorno (mb/g) alla produzione globale di petrolio. Notate che nello scenario delle nuove politiche la domanda di petrolio (e – su definizione della IEA – le forniture) in quel periodo si presume che crescano ad un tasso molto modesto del 1,1% (in confronto al  1,4% dell'attuale scenario). La IEA ha anche lavorato sui propri calcoli secondo i quali la produzione del petrolio di scisto statunitense crescerà fino a 4,3 mb/g per il 2025 (p 476)

http://www.worldenergyoutlook.org/publications/weo-2013/ 

Un anno prima il WEO del 2012 della IEA (Capitolo 13 “L'Iraq oggi: energia ed economia”) aveva quest'idea della produzione e del consumo futuri dell'Iraq:


Fig 3: scenario centrale del WEO del 2012 della IEA per l'Iraq

http://www.iea.org/publications/freepublications/publication/WEO2012_free.pdf

Lo scenario centrale è lo scenario delle nuove politiche. L'ipotesi era di 6,1 mb/g per il 2020, non molto diverso dal WEO del 2013.

Produzione di petrolio greggio dell'Iraq




Fig 4: Produzione di petrolio greggio e Liquidi del Gas Naturale (LGS) fino a dicembre 2013

Quando ho scritto questo post, i dati mensili più recenti della IEA arrivavano solo al dicembre 2013. Possiamo vedere che la produzione nel 2012 ha cominciato a superare il massimo precedente ottenuto nel 2000. I LGN sono trascurabili. Dati più recenti suggeriscono che la produzione media nei primi 4-5 mesi del 2014 è stata di 3,1 mb/g (tavola 5.5 “comunicazione diretta” nel rapporto mensile del mercato del petrolio dell'OPEC) e di 3,3 mb/g (tavola 3 del rapporto mensile del mercato del petrolio della IEA).

Esportazioni di petrolio da Nord


Le esportazioni di petrolio dal Nord sono già terminate a causa dei continui attacchi agli oleodotti verso la Turchia all'inizio dell'anno.


Fig 5: Esportazioni di greggio dell'Iraq dai giacimenti del Nord e del Sud.

I dati provengono da qui: http://somooil.gov.iq/en/ 

Operatività delle raffinerie nel Nord

L'azienda delle raffinerie del Nord http://www.nrc.oil.gov.iq/ comprende:
(1) Il complesso della raffineria di Baiji (310.000 b/d)

  • Raffineria di Salahuddin 1 70.000 b/d
  • Raffineria del Nord 150.000 b/d + 20.000 b/d
  • Raffineria Salahuddin 2 70.000 b/d
  • Unità di polimerizzazione 20.000 b/d (da luglio 2011)
  • 2 treni di lubrificazione dell'impianto  125 kt pa

(2) Raffineria di Kirkuk 30.000 b/d
(3) Raffineria di Siynia 30.000 b/d
(4) Raffineria di Kisik 20.000 b/d
(5) Raffineria di Qaiyarah 34.000 b/d
(6) Raffineria di Hadithah 16.000 b/d
(7) Raffineria di Aljazirah 20.000 b/d

Il complesso della raffineria di Baiji è stato attaccato dall'ISIS ma sembra che sia tornato sotto il controllo del governo. I soldati Peshmerga curdi hanno occupato la postazione abbandonata dell'esercito a Kirkuk con la sua raffineria. La situazione potrebbe rapidamente cambiare. Baiji è già stata attaccata nel febbraio 2011. Le raffinerie devono essere mantenute in funzione altrimenti tutte le parti finiranno benzina a gasolio per spostarsi. L'Istituto per lo Studio della Guerra (Washington) segue tutti gli eventi da vicino

http://www.understandingwar.org/ e http://iswiraq.blogspot.com.au/

Notate che il giacimento di Kirkuk ha superato il proprio picco del petrolio:
21/1/2013

“I problemi coi curdi sono ulteriormente aumentati quando Baghdad ha annunciato un nuovo piano per avere il doppio della produzione dei giacimenti petroliferi di Kirkuk che si trovano nella zona contesa. La produzione dal giacimento di Kirkuk, che è stato scoperto nel 1927, è diminuita a 260.000 b/g da un massimo di 900.000 b/g di 15 anni fa ed ha fortemente bisogni di ricupero”.

http://peak-oil.org/2013/01/peak-oil-review-january-21-2013/

Gestione degli investimenti petroliferi di Baghdad

Secondo il WEO della IEA del 2012 (Capitolo 13 “L'Iraq oggi: energia ed economia”) l'industria del petrolio e del gas irachena ha bisogno di 20 miliardi di dollari americani all'anno fra il 2015 e il 2020 per aumentare la produzione di petrolio dell'Iraq fino a 6,1 mb/g per il 2020 e costruire raffinerie per soddisfare la domanda locale. Il governo locale di Baghdad sarà in grado di gestire un tale programma di investimento se è occupato a combattere l'ISIS mentre è sotto pressione dell'agitazione dei sunniti? Chi investirà in Iraq in circostanze del genere?



Fig 6: Investimenti richiesti per l'industria del petrolio e del gas irachena

http://www.iea.org/publications/freepublications/publication/WEO2012_free.pdf

Nella recente Panoramica sull'Investimento Mondiale in Energia della IEA

http://www.iea.org/publications/freepublications/publication/name,86205,en.html 

gli investimenti totali richiesti nel Medio Oriente per sviluppare e produrre petrolio fino al 2035 è di 2 trilioni di dollari (tavola 1,3). Usando i numeri del grafico sopra, quasi il 20% di questo investimento dovrebbe avvenire in Iraq.

Coinvolgimento dell'Iran 



Fig 7: Petrolio sotto-prodotto dell'Iraq

Dobbiamo confrontare la storia della produzione di petrolio dell'Iraq con quella dell'Iran. La produzione di petrolio dell'Iran ha raggiunto il picco a metà degli anni 70 (produzione eccessiva sotto lo Shah), cosa che ha innescato la seconda crisi petrolifera nel 1979. L'Iran ora si trova al suo secondo ed ultimo picco petrolifero, acuito dalle sanzioni. La produzione totale cumulativa fra il 1965 e il 2012 è stata di 63 Gb. Al contrario, la produzione petrolifera dell'Iraq durante lo stesso periodo è stata molto minore, 32 Gb. E' diminuita durante la guerra Iran/Iraq negli anni 80 e poi durante il programma 'petrolio in cambio di cibo' negli anni 90. Entrambi i paesi dichiarano di avere approssimativamente lo stesso volume di riserve. Il geologo petrolifero irlandese Colin Campbell ha avvertito che quelle riserve ufficiali sono in realtà quelle originali, non quelle che rimangono. Ciò significa che la produzione cumulativa doveva essere sottratta dalle riserve ufficiali. Dovrebbe pertanto essere chiaro che l'esaurimento del petrolio iracheno è molto minore di quello iraniano. La sotto-produzione di petrolio dell'Iraq è la ragione delle forti aspettative sulla futura produzione petrolifera dell'Iraq.

Esportazioni petrolifere dal Sud

Per ora, non sembra che l'avanzata dell'ISIS nel Nord dell'Iraq abbia avuto un impatto sulla produzione e sull'esportazione di petrolio nel Sud. Ma questo potrebbe cambiare.


Fig 8: Giacimenti petroliferi e terminal di esportazione nel Sud dell'Iraq

Per usare le parole di Dick Cheney del suo discorso “il petrolio non è uno svago” del 1999: Ecco dove si trova alla fine il premio.

http://www.resilience.org/stories/2004-06-08/full-text-dick-cheneys-speech-institute-petroleum-autumn-lunch-1999

Ignorati i primi avvisi

Nell'agosto 2007 su un programma televisivo a tarda sera sulla ABC:

Un giornalista britannico discute l'intervista con Bin Laden

TONY JONES: … lei scrive di una strategia progettata, di fatto, dallo stratega militare di Al Qaeda, lo stesso uomo che ha aiutato a progettare ciò che sta succedendo in Iraq con l'insorgenza lì a l'infiltrazione della gente di Al Qaeda in Iraq, ha messo in piedi un piano che lei ha pubblicato e che arriva fino al 2020. A che punto siamo del piano? Dove si propone di arrivare quel piano?

ABDUL BARI ATWAN: Stiamo affrontanto un problema enorme in Medio Oriente. …penso che nel 2020 vedremo un Medio Oriente del tutto diverso...

http://www.abc.net.au/lateline/content/2007/s2013661.htm

Apparentemente, ci sono nuovi attori in questo piano. La confusione viene descritta meglio da Robin Fisk, un giornalista che ha vinto molti premi sul Medio Oriente che vive a Beirut:
12/6/2014 “La storia dell'Iraq e la storia della Siria sono uguali – politicamente, militarmente e giornalisticamente: due capi, uno sciita, l'altro alawita, che combattono per l'esistenza dei loro regimi contro il potere di un crescente esercito musulmano sunnita internazionale”.

http://www.independent.co.uk/voices/iraq-crisis-sunni-caliphate-has-been-bankrolled-by-saudi-arabia-9533396.html

4 anni dopo, in un documentario televisivo sulla crisi petrolifera, il capo economista della IEA Fatih Birol ha veertito che dovremmo lasciare il petrolio prima che lui lasci noi:
28/4/2011 Avviso di crisi petrolifera della IEA: i governi dovrebbero averci lavorato 10 anni fa

http://crudeoilpeak.info/iea-oil-crunch-warning-governments-should-have-worked-on-it-10-years-ago

La panoramica di quest'anno sull'Iraq della IEA (maggio 2014)

La produzione irachena è aumentata di 140.000 b/g fino a 3,34 mb/g in aprile a seguito della partenza di nuova produzione nelle regione meridionale del paese e nonostante la sospensione continua di flussi degli oleodotti dai giacimenti del nord al porto mediterraneo di Ceyhan, in Turchia. Le esportazioni di greggio sono aumentate di 110.000 b/g, con spedizioni del greggio di Basrah dai terminali di esportazione del Golfo che hanno coperto tutte le esportazioni lo scorso mese. Ciò ha segnato un record massimo per il gigantesco giacimento di West Qurna‐2 nel sud dell'Iraq, partito a fine marzo con una produzione iniziale che si attesta sui 120.000 b/g. Tuttavia, le esportazioni del sud dell'Iraq potrebbero rimanere limitate a 2,5-2,6 mb/g per il resto dell'anno a causa di vincoli tecnici.

http://omrpublic.iea.org/omrarchive/15may2014fullpub.pdf

Conclusione

Nel decimo anno del picco della produzione di petrolio, i disordini in Medio oriente si allargano. Anche prima che si possa vedere il picco del petrolio (annuale) nello specchietto retrovisore delle statistiche petrolifere, la lotta per le riserve di petrolio rimaste e sui flussi petroliferi si sta intensificando. Ora, si sta finalmente intravedendo nei governi l'ipotesi di lasciare il petrolio prima che il Medio oriente lasci noi?


domenica 20 luglio 2014

Ultima Chiamata – Il manifesto

Da “ultimallamadamanifiesto”. Traduzione di MR

Questa è qualcosa di più di una crisi economica e politica: è la crisi della civiltà.

Fra i cittadini europei non è raro credere che il nostro attuale società dei consumi possa (e debba) “progredire” nel futuro. Nel frattempo, la maggioranza degli abitanti del pianeta sognano di raggiungere il nostro stesso livello di comfort materiale. Tuttavia, il nostro livello di produzione e consumo è stato raggiunto al prezzo di esaurire le risorse naturali (energia compresa) e distruggendo l'equilibrio dell'ecosistema terrestre.

Ma queste non sono novità. I ricercatori più lucidi e gli scienziati hanno avvertito, sin dagli anni 70, che se gli esseri umani avessero mantenuto le attuali tendenze di crescita (economica, demografica, di uso delle risorse, di inquinamento e di aumento delle disuguaglianze) , la conseguenza più probabile durante il 21° secolo sarebbe stato il collasso della civiltà.
Oggi ci sono prove crescenti fra le notizie che indicano quanto la via della crescita illimitata sia simile ad un lento genocidio. La fine dell'energia a buon mercato, gli scenari catastrofici del cambiamento climatico e i conflitti geopolitici per le risorse naturali illustrano che gli anni del progresso apparentemente illimitato sono finiti per sempre. Per affrontare questa sfida, il mantra inconsistente dello sviluppo sostenibile non è sufficiente, né lo è scommettere in tecnologie eco-efficienti, né una supposta transizione a qualsiasi “economia verde”. Di fatto, tutte queste versioni dello sviluppo amico nascondono piani per la mercificazione generale delle risorse naturali e dei servizi ecosistemici. La soluzioni tecnologiche che si suppone affrontino le così numerose crisi ambientali, o il declino della produzione di energia, sono insufficienti. Inoltre, la crisi ecologica non è un problema accidentale, ma un problema essenziale, che colpisce molte questioni sociali: cibo, trasporti, industria, urbanizzazione, conflitti militari... Di fatto, riguarda la base della nostra economia e delle nostre vite. Siamo intrappolati nelle dinamiche perverse di una civiltà che non funziona se non cresce, anche se la crescita distrugge le risorse che mantengono la civiltà. La nostra cultura, completamente dipendente dalle soluzioni tecnologiche e di mercato, ha dimenticato che, di fatto, di base siamo parte di un ecosistema interdipendente. La nostra società orientata alla produzione – e al consumo – non può essere sostenuta dal pianeta. Dobbiamo costruire una nuova civiltà in grado di assicurare la dignità di una popolazione umana enorme e in costante crescita (oggi di più di 7,2 miliardi) in un mondo di risorse in diminuzione. Questo sarebbe possibile solo dopo cambiamenti radicali nel nostro stile di vita, nelle forme di produzione, nella progettazione urbana e nell'organizzazione dei territori. Ci serve una società che si concentri sul recupero dell'equilibrio con la biosfera usando la ricerca, la tecnologia, la cultura, l'economia e la politica per progredire verso questo fine. Tuttavia, per fare questo avremo bisogno di tutta l'immaginazione politica, della generosità morale e della creatività tecnica che siamo in grado di mettere in campo. Una tale Grande Trasformazione dovrà affrontare due ostacoli: l'inerzia dello stile di vita capitalistico e gli interessi dei gruppi privilegiati. Tuttavia, per evitare il caos e la barbarie che ne deriverebbero se dovessimo mantenere le nostre attuali tendenze, ci servono sia una rottura dell'attuale sistema politico istituito sia l'istituzione di un'economia i cui obbiettivi siano la soddisfazione dei bisogni sociali all'interno dei limiti imposti dalla biosfera  e non l'accumulo di profitto privato.

Fortunatamente, sempre più persone stanno resistendo alle tentazioni delle élite di far pagare loro le conseguenze della crisi. Oggi, in Spagna, il risveglio della dignità a della democrazia emerso dal movimento 15M (durante la primavera del 2011) sta creando un processo costituente che apre possibilità per altre forme di organizzazione sociale. Tuttavia, è fondamentale che i vari progetti di società alternativa diventino pienamente consapevoli delle implicazioni dei limiti della crescita. Questo è il solo modo in cui sarebbero in grado di progettare proposte valide per un cambiamento sociale durevole. Le crisi economica e politica sono superabili soltanto se si supera la crisi ambientale. In questo senso, le vecchie politiche keynesiane sono ben lungi dall'essere sufficienti. Quelle politiche ci hanno portato, nei decenni che sono seguiti alla Seconda guerra Mondiale, ad un ciclo di espansione che ci ha portati al limite del superamento dei limiti planetari. A questo punto, qualsiasi nuovo ciclo di espansione non è impraticabile: non c'è la base materiale, lo spazio ecologico o le risorse naturali per sostenerlo.

Il 21° secolo sarà decisivo nella storia dell'umanità. Sarà una grande prova per culture, società e persino per la specie nel suo complesso. Sarà una prova che deciderà la nostra continuità sulla Terra e se è appropriato qualificare la futura organizzazione sociale come “umana”. Stiamo affrontando una trasformazione analoga ai grandi eventi storici come la rivoluzione neolitica e la rivoluzione industriale. Ma attenzione: la finestra di opportunità si sta chiudendo. Ci sono certamente molti movimenti sociali nel mondo che perseguono la giustizia ambientale (l'organizzazione Global Witness ha registrato quasi un migliaio di ambientalisti assassinati durante lo scorso decennio, uccisi durante dimostrazioni contro l'estrazione mineraria o i progetti petroliferi o contro le persone che difendono la loro terra e la loro acqua). Ma abbiamo al massimo 5 anni per introdurre un ampio dibattito sui limiti della crescita e per costruire alternative democratiche, ecologiche ed energetiche che siano sia rigorose sia soluzioni praticabili. Dobbiamo essere capaci di convincere le grandi maggioranze disponibili a promuovere un cambiamento nei modelli economici, energetici, sociali e culturali. Non si tratta soltanto di combattere contro le ingiustizie frutto dell'esercizio del dominio e dell'accumulo di ricchezza, stiamo parlando della definizione di un nuovo modello di società che riconosca la realtà, che faccia pace con la natura e renda possibile la buona vita antro i limiti ecologici della Terra.

Una civiltà sta finendo e dobbiamo costruirne una nuova. Fare niente, o troppo poco, ci porterà direttamente al collasso sociale, economico ed ecologico. Ma se cominciamo oggi, possiamo ancora diventare protagonisti di una società che sia unita, democratica e in pace col pianeta.

— Scritto in molte località della Penisola Iberica, nelle Isole Baleari e Canarie, durante l'estate 2014.


Vignetta di El Roto: “La soluzione alla crisi è molto semplice: dobbiamo semplicemente consumare di più per riattivare l'economia e consumare di meno per non rovinare il pianeta”.

venerdì 18 luglio 2014

Italia: come ci si adatta al collasso

Da “Resource crisis”. Traduzione di MR


Il nuovo centro commerciale San Lorenzo a Firenze. Un'area all'americana progettata principalmente con in mente il turismo internazionale. E' un esempio del tentativo dell'economia italiana di adattarsi al collasso in corso dei sui settori produttivi tradizionali, cercando di sfruttare nuove risorse di guadagno. Finora, questa modalità nuova modalità sembra aver avuto successo. Sfortunatamente, tuttavia, persino i turisti stranieri potrebbero essere una risorsa insostenibile. 

Se vi capita di visitare Firenze, in questi giorni, potreste notare il centro commerciale nuovo di zecca al piano superiore del vecchio mercato centrale. E' una grande ristrutturazione di ciò che era una volta un mercato ortofrutticolo, che veniva frequentato principalmente dalla gente del posto. Ora è una una “zona ristorante” tipicamente americana con molti ristoranti diversi che condividono gli stessi tavoli. Per la mia esperienza personale, posso dirvi che il cibo in questo luogo è di qualità media; troppo caro, ma non terribilment. E' il tipo di cibo che i turisti stranieri sono giunti ad attendersi a Firenze, lo chiamerei cibo misto con una vena fiorentina. Notate che non ho intenzione di scoraggiarvi dal provare questo posto. Al contrario, perlomeno è un modo di evitare le molte abominevoli trappole per turisti che in cui potreste imbattervi a Firenze se siete abbastanza sfortunati (vi potrebbe piacere anche dare un'occhiata ad alcune mie osservazioni sull'antica cucina fiorentina). Volevo solo osservare come la nuova zona ristorante sia un esempio delle tendenze attuali dell'economia italiana.


Ho già discusso del collasso italiano in post precedenti (uno e due). Il collasso continua a procedere e gli ultimi risultati provenienti dall'ISTAT indicano che l'Italia ha perso il 25% della propria produzione industriale dopo il 2008, senza nessun segno di miglioramento in vista. I politici blaterano di “far ripartire la crescita”, ma c'è poco che si possa fare di fronte a un tale disastro. La cosa migliore che sembrano in grado di concepire è di truccare le statistiche per creare l'apparenza di una ripresa inesistente.

Il collasso è il risultato principalmente del fardello sempre più pesante dei beni minerali importati sull'economia italiana. Questo fardello supplementare ha distrutto la competitività dell'industria manifatturiera italiana. Di conseguenza, il sistema economico italiano si sta attivamente riadattando, cercando di trovare nuove risorse. Deve trovare mercati di nicchia “leggeri”, aree in cui non servono grandi quantità di energia e di minerali perché vengano gestite. Li sta trovando principalmente nelle industrie della moda e e in quella alimentare.

Se vivete in Italia, specialmente a Firenze, non potete evitare di notare come stia prosperando l'industria della moda; lo potete vedere anche da iniziative fortemente discutibili come il "vestimento" del Battistero a Firenze come se fosse un gigantesco foulard. I tradizionali centri manifatturieri sono andati e con loro se ne è andato gran parte del tradizionale potere finanziario italiano. Il Monte dei Paschi è sopravvissuto alla Morte Nera nel Medio Evo, ma potrebbe non sopravvivere al picco del petrolio! Persino il celebrato nuovo Primo Ministro italiano, Matteo Renzi, è una conseguenza del nuovo equilibrio del potere economico in Italia.

Anche il turismo sta rapidamente guadagnando un nuovo status di risorsa fondamentale nell'economia italiana. Il turismo è sempre stato un'industria tradizionale in Italia, ma ora sta diventando qualcosa di nuovo: con gli italiani impoveriti che viaggiano sempre meno, il turismo internazionale sta diventando dominante. Ma non è più il tempo in cui i visitatori internazionali rimanevano in Italia per mesi o anni, per esplorare l'antica cultura ed il paesaggio. Ora i turisti restano pochi giorni al massimo ed hanno poco interesse o nessuno nel visitare altre cose rispetto alle visite guidate nelle città d'arte: Venezia, Firenze e Roma. Il risultato è la concentrazione del turismo in aree in cui può essere sfruttato efficientemente da iniziative come l'area ristorante a Firenze di cui parlavo. Al di fuori di questi centri il turismo è a sua volta in pericolo.

Finora, le economie in espansione di alcuni paesi, principalmente la Cina, stanno fornendo un flusso di turisti in aumento verso le principali mete turistiche italiane. Tuttavia, ci vuole poco ad esporre la fragilità di questo piccolo boom economico in Italia. Pensate alla possibilità di una nuova crisi finanziaria, come quella del 2008, e potete immaginare cosa succederà. Il piano superiore di San Lorenzo tornerà ad essere quello che era? Forse, e la mia impressione che abbiamo davvero perso qualcosa smantellando il vecchio mercato ortofrutticolo.