Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 21 agosto 2014

Il declino della resa degli investimenti nell'industria petrolifera

Da “The Telegraph”. Traduzione di MR

La spesa totale cumulativa nell'esplorazione e produzione energetica negli ultimi sei anni è stata di 5,4 trilioni di dollari, eppure né è uscito ben poco. 




Gli investimenti in petrolio e gas sono volati negli Stati Uniti a 200 miliardi di dollari all'anno. Foto Reuters 


L'epicentro del comportamento irrazionale nei mercati globali è passato al complesso dei combustibili fossili di petrolio, gas e carbone. E' qui che gli investitori hanno buttato gran parte dei soldi buoni oltre a quelli cattivi. E' probabile che questi investitori rimarranno con in mano un pugno di progetti senza valore mentre le tecnologie rinnovabili si insinuano inosservate e l'asse Washington-Pechino abbraccia un'agenda più verde. I dati della Banca d'America mostrano che gli investimenti in petrolio e negli Stati Uniti sono volati a 200 miliardi di dollari all'anno. Hanno raggiunto il 20% dell'investimento privato fisso degli Stati Uniti, la stessa percentuale della costruzione di case. Ciò non è mai accaduto prima nella storia degli Stati Uniti, persino durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la produzione di petrolio era un imperativo strategico. La IEA dice che l'investimento globale nell'offerta di combustibili fossili è raddoppiata in termini reali a 900 miliardi di dollari dal 2000 al 2008 quando il boom ha preso piede. Da allora si è stabilizzato in un plateau molto alto, quasi 950 miliardi di dollari lo scorso anno.


La spesa totale cumulativa nell'esplorazione e produzione energetica negli ultimi sei anni è stata di 5,4 trilioni di dollari, eppure né è uscito ben poco. La produzione dei giacimenti convenzionali ha raggiunto il picco nel 2005. Nessun singolo grande progetto è entrato a regime ad un costo di pareggio al di sotto degli 80 dollari al barile per almeno tre anni. “La cosa scioccante è che i costi a monte dell'industria petrolifera sono triplicati dal 2000 ma la produzione è aumentata di solo il 14%”, ha detto Mark Lewis di Kepler Cheuvreux. Il danno è stato mascherato finora in quanto le grandi compagnie petrolifere hanno prelevato dalle loro riserve economiche preesistenti. “Devono cercare il petrolio nei giacimenti di alto mare al largo di Africa e Brasile, o nell'Artico, dov'è molto più difficile. Il costo marginale di molti impianti di scisto ora va da 85 a 90 dollari al barile”. Un rapporto di Carbon Tracker dice che le compagnie stanno impegnando 1,1 trilioni di dollari per il prossimo decennio per progetti che richiedono prezzi al di sopra dei 95 dollari al barile per fare a pari. Le sabbie bituminose canadesi in gran parte vanno in pareggio a 80-100 dollari. Per parte dei progetti dell'Artico e di alto mare servono 120 dollari. Per diversi ne servono 150. Ptrobras, Statoil, Total, BP, BG, Exxon, Shell, Chevron e Repsol stanno scommettendo insieme 340 miliardi di dollari in questi mari ostili.



Martijn Rats, di Morgan Stanley, dice che i più grandi gruppi petroliferi europei (BP, Shell, Total, Statoil ed Eni) hanno speso 161 miliardi di dollari in operazioni e dividendi lo scorso anno, ma hanno generato 121 miliardi di dollari in flusso di contante. Affrontano un deficit di 40 miliardi di dollari anche se i prezzi del greggio Brent galleggiavano intorno i 100 dollari, a causa delle interruzioni in Libia, Iraq e parti dell'Africa. “Lo sviluppo del petrolio è così costoso che molti progetti non hanno senso”, ha detto. Ci sono, naturalmente, altri candidati per il premio della bolla dell'attuale ciclo economico, ora nel suo 22simo trimetre e che affronta le turbolenze della stretta monetaria negli Stati Uniti. Il boom dell'edilizia cinese ha echi dello scoppio di Tokyo del 1989 ed è quattro volte più tesa dei subrime statunitensi del 2006, sulla base del rapporto prezzi-redditi. L'era della mode del 2007 delle obbligazioni sovrane del Club Med arriva nonostante l'aumento dei rapporti di debito, resi peggiori dall'inflazione incipiente. Questa scommessa si basa interamente sulla premessa che la Germania lascerà stampare denaro alla Banca Centrale Europea a oltranza, un calcolo politico che confina con la pia illusione. Eppure la vastità della “azioni bloccate” e le potenziali svalutazioni nell'industria dei combustibili fossili fanno sollevare le sopracciglia. Il Global Insight di IHS ha detto che il ritorno medio sull'esplorazione di petrolio e gas in Nord America è crollato al 8,6%, più basso che nel 2001 quando il petrolio veniva scambiato a 27 dollari al barile. Cosa succede se il petrolio crolla di nuovo a 80 dollari mentre la Libia finisce per forza maggiore il suo bacino petrolifero e l'Iran si riunisce all'economia mondiale? Una grande fetta dell'investimento statunitense sta andando in avventure di gas di scisto che sono o in perdita o a malapena in pareggio, vittime del loro stesso successo nel creare una sovrabbondanza di offerta. Un capo esecutivo ha acidamente detto alla conferenza TPH sullo Scisto Globale che il solo momento in cui la sua azienda di scisto abbia mai avuto flusso di contanti al di sopra dello zero è stata il giorno in cui l'ha venduta – ad un forestiero ingenuo.


L'Istituto per gli Studi Energetici di Oxford dice che il giacimento di gas secco di Eagle Ford, il WC t2 di Marcellus e il “c” Counties, il Powder River e il Cotton Valley, fra gli altri, stanno perdendo soldi all'attuale prezzo Henry Hub di 4,50 dollari. “La benevolenza dei mercati di capitale statunitensi non può durare per sempre”, ha detto. Ciò non significa che lo scisto è stato un fallimento. Gli ottimisti sperano ancora che raggiungerà un “punto di inflessione positivo” in più o meno cinque anni, lo schema tipico per un'industria nascente. Alcuni trivellatori sono passati ai progetti di tight oil che sono molto più redditizi perché il greggio è più strettamente collegato ai prezzi globali. Eppure il frutto più basso è stato raccolto e i costi stanno aumentando. Three Forks McKenzie in Montana ha un prezzo di pareggio di 91 dollari. Né questo significa che l'America abbia fatto un errore. Lo scisto è stato un colpo tempestivo che ha aiutato l'economia statunitense a raggiungere una “velocità di fuga” dalla grande Recessione, a differenza dell'Europa, che è tornata a sbandare in una doppia recessione. Ha ridotto l'attuale deficit di bilancio degli Stati Uniti, che ora è solo il 2% del PIL. I costi del gas a buon mercato – un terzo dei prezzi europei ed un quarto dei prezzi asiatici – hanno salvato l'industria statunitense da una quasi morte, forse sufficientemente a lungo da dare all'America altri due decenni di ascendente da superpotenza. Ma fare soldi dallo scisto è un'altra storia.

Anche se le compagnie dei fossili navigano nella prossima recessione globale più o meno intatte, si trovano nella posizione insostenibile di prenotare vasti patrimoni che non possono mai essere bruciati senza violare gli accordi globali sul cambiamento climatico. La IEA dice che due terzi delle loro riserve diventano fittizie se ci fosse un limite vincolante ai livelli di CO2 di 450 ppm, il massimo ritenuto necessario per fermare l'aumento della temperature del pianeta di più di 2°C al di sopra dei livelli preindustriali. Ha superato la soglia dei 400 ppm questa primavera, il livello più alto in più di 800.000 anni. “Sotto un accordo climatico globale coerente con un mondo a 2°C, stimiamo che l'industria dei combustibili fossili rischia di perdere 28 trilioni di dollari di introiti lordi nei prossimi due decenni, in confronto al business as usual”, ha detto il signor Lewis. L'industria petrolifera da sola affronterebbe beni bloccati di 19 trilioni di dollari, concentrati in giacimenti d'alto mare, sabbie bituminose e scisto. Sulla base delle loro azioni, le compagnie petrolifere rifiutano implicitamente gli impegni climatici solenni dei leader mondiali come atteggiamento, anche se gli azionisti stanno cominciando a chiedere perché la gestione sta sprecando così tanto i loro soldi in progetti con tele rischio politico. Questa noncuranza sta facendo la corte al destino. Il nuovo piano d'azione del presidente Barack Obama punta a tagliare le emissioni statunitensi del 30% sotto i livelli del 2005 per il 2030. La sua legge per l'aria pulita è un assalto drastico alle centrali a carbone, “sabotaggio industriale per via legislativa” nelle parole della lobby industriale. Anche la Cina sta cercando di liberarsi dal carbone dopo le proteste anti-smog nelle città della costa orientale. Sta chiudendo i suoi impianti a carbone a Pechino quest'anno. C'è un divieto per nuove centrali a carbone nelle regioni chiave.

Il piano quinquennale del partito comunista punta a limitare la domanda a 3,9 miliardi di tonnellate all'anno fino al 2015. Siccome il paese consuma la metà dell'offerta mondiale di carbone, ciò ha lasciato l'industria del carbone australiano a bocca asciutta, prova numero uno dei beni bloccati da un'improvviso cambiamento di politica. Il picco della domanda di carbone è in arrivo. In ogni caso, gli impressionanti miglioramenti dell'energia solare – e presto anche delle batterie di stoccaggio – minaccia di tagliare l'industria petrolifera alla velocità della luce, forse un una corsa con l'energia nucleare a buon mercato da una generazione di reattori a sale fuso in arrivo. Il Laboratorio nazionale di Energia Rinnovabile degli Stati Uniti ha già catturato il 31,1% dell'energia del Sole con un chip solare, ma i record continuano ad essere infranti. I brocker di Sanford Bernstein dicono che stiamo entrando in un'era di “deflazione energetica globale” in cui i miglioramenti delle tecnologia solare devono inesorabilmente erodere la redditività del nexus fossile, visto che va in una sola direzione. Le trivellazioni in alto mare diventeranno inutili. Possiamo lasciar perdere l'Artico. Una volta raggiunto il punto di incrocio – e l'energia fotovoltaica compete già col petrolio, col gasolio e col gas naturale liquefatto in gran parte dell'Asia senza sussidi – deve sicuramente trasformarsi in una fuga precipitosa. La mia ipotesi è che il panorama energetico mondiale sarà già radicalmente diverso nei primi anni 20 del 2000. Il signor Lewis di Cheuvreux le grandi compagnie petrolifere con le utility europee prese alla sprovvista 10 anni fa dal passaggio all'eolico e al solare, la loro sopravvivenza è in dubbio, i loro prezzi azionari sono stati tagliati di due terzi dal 2008 e ora stanno affrontando una crisi esistenziale”, ha detto. Lord Browne della BP è stato deriso per aver abbracciato il solare e per aver rinominato la sua azienda “Oltre il petrolio” nel 2000. I suoi successori hanno ripudiato la sua visione, notoriamente tornati alle origini. Potrebbe avere la sua dolce vendetta, dopo tutto.



martedì 19 agosto 2014

Earth Overshoot Day 2014

Da "Global Footprint Network". Traduzione di MR

In meno di 8 mesi, l'umanità ha esaurito il budget annuale della Terra.

Il 19 agosto è l'Earth Overshoot Day 2014, il giorno che segna la data in cui l'umanità ha esaurito il budget della natura di un anno. Per il resto dell'anno sosterremo il nostro deficit prelevando da riserve di risorse locali ed accumulando biossido di carbonio nell'atmosfera.
Funzioneremo in modalità overshoot (superamento). Proprio come un estratto conto bancario traccia gli introiti per contrastare le spese, il Global Footprint Network misura la domanda da parte dell'umanità e la disponibilità di risorse naturali e di servizi ecologici.

E i dati fanno riflettere. Il Global Footprint Network stima che ogni otto mesi circa richiediamo più risorse rinnovabili e sequestro di CO2 di quelle che il pianeta può fornire nell'intero anno.

L'Earth Overshoot Day è il marcatore annuale del momento in cui cominciamo a vivere oltre i nostri mezzi di un dato anno. Anche se è solo una stima approssimativa delle tendenze di tempo e risorse, l'Earth Overshoot Day è quanto di più la scienza possa avvicinarsi nella misura del divario fra risorse e servizi e a quanto il pianeta possa fornire.

Il costo dell'eccesso di spesa ecologica

Durante gran parte della storia, l'umanità ha usato le risorse della natura per costruire città e strade, per fornire cibo e per creare prodotti e per assorbire il nostro biossido di carbonio ad un tasso che rientrava di gran lunga nel budget della Terra. Ma a metà degli anni 70, abbiamo attraversato una soglia critica: il consumo umano ha cominciato a superare quello che il pianeta poteva riprodurre.

Secondo i calcoli del Global Footprint Network, la nostra domanda di risorse ecologiche rinnovabili e dei servizi che forniscono ora equivale a quella di più di una Terra e mezza. I dati ci dipingono sulla via di richiedere due pianeti ben prima della metà del secolo.

Il fatto che stiamo usando , o “spendendo”, il nostro capitale naturale più rapidamente di quanto questo si
possa rigenerare è simile all'avere spese che eccedono di continuo gli introiti. In termini planetari, i costi della nostra eccessiva spesa ecologica stanno diventando più evidenti giorno dopo giorno. Il cambiamento climatico – un risultato dei gas serra emessi più rapidamente di quanto non possano venire assorbiti da foreste ed oceani – è il risultato più ovvio e probabilmente più pressante.

 Ma ce ne sono altri – riduzione delle foreste, perdita di specie, collasso della pesca, prezzi dei beni più alti e disordini civili, solo per nominarne alcuni. La crisi ambientale ed economica che stiamo vivendo sono sintomi di una catastrofe incombente. L'umanità sta semplicemente usando più di quanto il pianeta possa fornire.


Metodologia e proiezioni

L'Earth Overshoot Day è una stima, non un dato esatto. Non è possibile determinare col 100% di precisione il giorno in cui esauriamo il nostro budget ecologico. Delle correzioni alla data in cui andiamo in overshoot sono dovute alla revisione dei calcoli, non ai miglioramenti ecologici da parte dell'umanità. Man mano che la metodologia del Global Footprint Network cambia, le proiezioni continueranno a spostarsi. Ma ogni modello scientifico usato per conteggiare la domanda umana e l'offerta da parte della natura mostrano una tendenza coerente: siamo ben oltre il budget e il debito si sta aggravando. Si tratta di un debito ecologico e l'interesse che stiamo pagando su quel debito montante – scarsità di cibo, erosione del suolo e accumulo di CO2 nella nostra atmosfera – è accompagnato da costi umani e monetari devastanti.

Calcolate la vostra Impronta Ecologica personale ed imparate cosa potete fare per ridurla con il nostro Calcolatore d'Impronta. Per richiesta da parte dei media, contattate la Direttrice delle Comunicazioni Ronna Kelly.


lunedì 18 agosto 2014

sabato 16 agosto 2014

mercoledì 6 agosto 2014

La disfatta e la deriva

DaThe Oil Crash”. Traduzione di MR


Di Antonio Turiel

Cari lettori,

questa settimana la televisione spagnola ha trasmesso un programma sullo stato del Mediterraneo e sull'intenzione di alcune multinazionali di cercare il petrolio in alcune zone ed eventualmente si estrarlo. Alla fine del programma viene trasmessa un'intervista che mi è stata fatta qualche mese fa (dove a proposito mi presentano col titolo sfacciato ed inappropriato di “esperto riconosciuto internazionalmente”). I punti attualmente caldi per l'estrazione del petrolio in alto mare in Spagna sono nella baia di Roses (Girona), a Fuerteventura e a Lanzarote (Canarie). In tutti i casi stiamo parlando di giacimenti che contengono, ad essere molto ottimisti, riserve fra i 500 e i 1000 milioni di barili di petrolio, il che è un'inezia in confronto al consumo mondiale di 90 milioni di barili al giorno (mb/g).

Effettivamente, tutto il petrolio contenuto i quei giacimenti basterebbero per un numero di giorni da 5 ad 11 di consumo mondiale. Inoltre questo petrolio non può essere estratto in un'unica soluzione, ma i giacimenti seguirebbero, come qualsiasi altro, una curva di estrazione, con una fase iniziale di minore produzione, un picco ed una progressiva diminuzione finale della produzione. Alla fine, data la dimensione dei giacimenti e a giudicare dalla produzione di altri giacimenti in mare c'è da sperare che al massimo possano fornire, nel loro insieme e non per molto tempo, non oltre i 20.000 barili al giorno. Potrebbe sembrare molto (tenendo conto che ogni barile contiene 159 litri), ma se si confronta anche solo al consumo spagnolo è piuttosto poco:



Consumo (linea nera) e importazioni (curva ombreggiata in rosso) della Spagna. Grafico generato da Flujos de Energía.


Come si vede, anche nonostante la sinistra diminuzione del consumo di petrolio in Spagna di quasi un 25% dal massimo del 2008, si consumano ancora 1,2 mb/g, cioè, 60 volte di più di quello che ci si può aspettare di produrre nei giacimenti attualmente in esplorazione. Questo senza contare che questi giacimenti hanno un EROEI molto basso, con le gravi implicazioni che questo comporta. In realtà, questi giacimenti, se alla fine sono economicamente sostenibili, saranno una buona fonte di guadagno per coloro che li sfruttano senza che aiutino affatto ad alleviare la grave crisi energetica in cui è coinvolta la Spagna, ragione fondamentale per la quale l'attuale crisi economica non finirà mai. In realtà, siccome i luoghi di estrazione vivono attivamente di turismo, la maggioranza dei detrattori temono che la loro immagine si potrebbe vedere pregiudicata dall'apparire di un'industria tanto sporca – senza vedere che in ogni caso il turismo a sua volta non ha un gran futuro in un mondo in crisi permanente ed irreversibile. Ha più senso preoccuparsi per lo stato di salute del mare in questo mondo profondamente malato, anche se coloro che pensano a questi temi sono una minoranza. 

Perché adesso prendiamo in considerazione questi giacimenti che disdegnavamo solo un decennio fa? Perché ci concentriamo su risorse così poco – o per nulla – redditizie come le sabbie bituminose del Canada o il fracking? Perché come riconosce la stessa IEA, la produzione di petrolio greggio convenzionale non supererà mai il livello del 2006, perché in realtà la produzione di petrolio greggio convenzionale sta già diminuendo e perché senza un grande investimento aggiuntivo la caduta sarà molto rapida... ma questo investimento non sta arrivando. Questo aumento imprescindibile dell'investimento non si verifica perché si moltiplica l'instabilità in paesi che tradizionalmente hanno vissuto molto bene degli introiti del petrolio ma che con la diminuzione della sua produzione ora sono immersi in gravi problemi: Egitto, Siria, Yemen, Iraq, Nigeria, Venezuela... Soffiano forti venti di cambiamento. Per l'Europa la situazione in Ucraina ha implicazioni pericolose, principalmente per la fornitura di gas russo che attraversa quel paese (anche se non si deve perdere di vista che il 46% del petrolio consumato in Europa è di origine russa: non conviene contrariare l'orso russo). In Spagna si continua a sognare di alleviare la situazione europea esportando il gas che importiamo dall'Algeria, paese che ha già superato il proprio picco del petrolio e del gas (la produzione algerina di gas è già scesa del 18%) e dove la disperazione di versi ridotta questa fonte di introiti li ha portati a cominciare a testare il fracking. E nonostante questo, ogni giorno esce una nuova e ridicola fantasia quotidiana che ci annuncia che gli Stati Uniti esporteranno petrolio e gas, o che il fracking salverá il mondo, fantasie che non resistono alla benché minima analisi critica.

E mentre gli uomini si affannano nell'obbiettivo impossibile di mantenere un sistema sociale che deve consumare sempre di più per mantenersi in vita, rastrellando le ultime briciole di combustibili fossili, le conseguenze di tanto spreco si fanno sentire sempre di più. Sta succedendo qualcosa all'estate; non sappiamo cos'è, non vogliamo vedere cos'è, ma la cosa ovviamente non migliora. Continui fronti di pioggia ed aria fresca passano per il terzo nord della Penisola Iberica e sferzano l'Europa, Cade grandine in grandi quantità in moltissime località diverse... Niente è insolito preso separatamente, ma lo è se preso insieme e a causa della sua ripetizione. La corrente a getto polare (jet stream), che organizza la circolazione del terzo nord del pianeta e che dipende dalla differenza di temperatura fra il Polo e l'Equatore, si trova completamente destrutturato in conseguenza dell'aumento delle temperature nell'Artico: 



Disgraziatamente, il fatto che la corrente a getto polare si destrutturi favorisce a sua volta il fatto che la temperatura dell'Artico aumenti di più, per cui il problema non fa che aggravarsi. Ciò è dovuto al fatto che la corrente a getto polare disorganizzata favorisce una serie di fenomeni che contribuiscono ad una maggiore distruzione del ghiaccio artico e, siccome il ghiaccio artico riflette la luce mentre l'acqua la assorbe, meno ghiaccio significa più riscaldamento. La superficie occupata dal ghiaccio artico è ora stesso al minimo, già molto vicino ai minimi storici del 2012:


Ma il fatto è che il ghiaccio ora ha uno spessore molto ridotto, per cui è molto fragile. Nel 2012, la responsabilità del rapido declino del ghiaccio artico è stata una tormenta che è durata più di un mese che ha fatto a pezzi gran parte del ghiaccio stesso; nel 2014 la superficie coperta dal ghiaccio è già quasi ai livelli del 2012, per cui l'arrivo di una forte tormenta potrebbe fare a pezzi il record precedente e avvicinare ancora di più ad una situazione di un Artico senza ghiaccio in estate.



Spessore della calotta di ghiaccio artico durante questo mese di luglio. Immagine proveniente da Arctic News.


E in questo stato di cose, all'improvviso l'uragano Arthur, già trasformatosi in tormenta tropicale, girerà verso nordest ed entrerà in pieno nell'Artico, nei prossimi giorni:



Previsione dell'evoluzione di Arthur secondo il National Hurricane Center.


E' normale che un uragano, nel suo naturale corso di diminuzione, entri nell'Artico? No, è inaudito, non normale: in generale, per ragioni geofisiche (conservazione della vorticità potenziale, orografia, presenza della corrente a getto polare), la cosa normale è che girino verso est e si esauriscano nell'Atlantico nordoccidentale (vedete, per esempio, l'evoluzione degli uragani della stagione 2005, una delle più intense degli ultimi anni):




Cosa succederà? Nessuno lo sa, ma le prospettive non possono essere più inquietanti. In nautica la rotta è la traiettoria che segue una nave per arrivare da un punto all'altro, mentre la deriva è la deviazione dalla rotta, attribuibile all'effetto dei venti e delle correnti. Se me lo permettete, io direi che attualmente la deriva che stiamo seguendo rispetto alla nostra rotta (in spagnolo, derrota) porta ad una deriva che ci garantisce la nostra disfatta (in spagnolo, ugualmente, derrota).

Saluti.
AMT