Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 30 ottobre 2014

I Limiti della Crescita descritti in termini narrativi


“Elaborazione standard” dall'edizione del 1972 de “I Limiti dello Sviluppo”

Di Ugo bardi

Nel 1972, “I Limiti dello Sviluppo” hanno presentato una serie di scenari per il futuro dell'umanità, che comportavano prevalentemente declino e collasso dell'economia mondiale. Questi scenari sono stati il risultato della soluzione di un insieme di equazioni differenziali accoppiate e, per la maggior parte della gente, le ragioni del comportamento dell'economia previsto è rimasto oscuro ed imperscrutabile. Di conseguenza, i risultati dello studio non sono stati né capiti né creduti. 

Come ho sostenuto in un post precedente, tendiamo a capire il mondo in termini narrativi. Pensiamo con parole, non con equazioni. E tendiamo ad usare le parole per adattare i concetti come se fossero attori che recitano in scena. Alla fine, non è un modo meno legittimo di usare equazioni per modellare il mondo. Così, ho trovato una descrizione eccelsa e compatta sul blog di John Michael Greer (“l'Arcidruido”) delle ragioni per le quali la civiltà tende al collasso. Ed ecco qua: nessuna equazione, nessun grafico, ma non poteva essere più chiaro di così.



L'Era Oscura dell'America: la fine del vecchio ordine

Di John Michael Greer

Da “The Archidruid Report”. Traduzione di MR

Ultimamente ho riletto alcuni dei racconti di H.P. Lovecraft. E' praticamente unico fra gli scrittori di horror americani, in questo suo senso del terribile sulla visione del mondo della scienza moderna. Lovecraft era un ateo convinto ed un materialista, ma a differenza di troppi credenti in quel credo, il suo atteggiamento verso il cosmo rivelato dalla scienza non era compiaciuta soddisfazione, ma terrore da brivido. Il primo paragrafo del suo racconto più famoso “Il richiamo di Cthulhu” è tipico:

“La cosa più misericordiosa del mondo è, penso, l’incapacità della mente umana di correlare tutti i suoi componenti. Viviamo in una placida isola di ignoranza in mezzo ai neri mari dell’infinito, e non siamo fatti per navigare lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora danneggiato poco; ma un giorno il mettere insieme di una conoscenza dissociata ci aprirà tali terrificanti visioni della realtà, e della nostra spaventosa posizione al suo interno, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce nella pace e nella sicurezza di un nuovo medioevo”.

E' del tutto possibile che questa intuizione di Lovecraft si rivelerà profetica e che una appassionata rivolta popolare contro le implicazioni – e forse di più, le applicazioni – della scienza contemporanea sarà una delle forze ci spingeranno nel medioevo prossimo. Tuttavia, questo è un tema per un post successivo di questa serie. Il punto che vorrei esprimere qui è che l'immagine di Lovecraft di gente avidamente in cerca di pace e sicurezza, come un'età oscura può loro fornire, non è ironica come potrebbe sembrare. Al di fuori delle élite, che hanno un destino diverso e considerevolmente più macabro degli altri abitanti di una civiltà in declino, è sorprendente raro che la gente debba essere forzata a scambiare la civiltà per la barbarie, che sia per l'azione umana o per la pressione degli eventi. Nell'insieme, per quando quella scelta arriva, la grande maggioranza è più che pronta a fare lo scambio e per una buona ragione.


Cominciamo vedendo alcuni fondamentali. Come ho evidenziato in un saggio pubblicato online nel 2005 - un PDF è disponibile qui — il processo che alimenta il collasso delle civiltà ha una base sorprendentemente semplice: la discrepanza fra costi di capitale per la manutenzione e le risorse disponibili per soddisfare quei costi. Il capitale qui si intende nel senso più ampio del termine e comprende tutto ciò in cui una civiltà investe la propria ricchezza: edifici, strade, espansione imperiale, infrastrutture urbane, risorse di informazione, personale qualificato o quello che volete. Il capitale di ogni tipo deve essere mantenuto e mentre una civiltà aggiunge alla propria riserva di capitale, i costi di manutenzione aumentano costantemente, finché il fardello che pongono sulle risorse disponibili di una civiltà non può essere più sostenuto.

Il solo modo per risolvere il conflitto è di permettere che una parte del capitale sia convertito in rifiuti, di modo che i suoi costi di mantenimento scendano a zero ed ogni risorsa utile racchiusa nel capitale possa essere passata ad altri usi. Essendo gli esseri umani quello che sono, la conversione di capitale in rifiuti generalmente non viene portata avanti in modo calmo e razionale; piuttosto, i regni cadono, le città vengono saccheggiate, le élite dominanti vengono fatte a pezzi da folle urlanti e cose del genere. Se una civiltà dipende da risorse rinnovabili, ogni giro di distruzione di capitale è seguito da un ritorno ad un relativa stabilità e il ciclo ricomincia da capo. La storia della Cina imperiale è un buon esempio di come questo succede nella pratica.

Se una civiltà dipende da risorse non rinnovabili per funzioni essenziali, comunque, distruggere parte del proprio capitale genera soltanto un piccolo rinvio della crisi dei costi di mantenimento. Una volta che la base di risorsa non rinnovabile supera il punto in cui comincia ad esaurirsi, c'è n'è sempre meno disponibile ogni anno a seguire per soddisfare i costi di mantenimento rimasti e il risultato è lo schema a gradini di declino e caduta così familiare nella storia: ogni crisi porta ad un giro di distruzione di capitale, che porta ad una rinnovata stabilità, che apre la strada alla crisi quando la risorsa di base diminuisce ulteriormente. Ancora, essendo gli esseri umani quello che sono, questo processo non viene portato avanti in modo calmo e razionale; la differenza qui è semplicemente che i regni continuano a cadere, le città continuano a venire saccheggiate, le élite dominanti vengono massacrate una dopo l'altra in modi sempre più inventivi e coloriti, finché la contrazione finalmente abbia proceduto sufficientemente che il capitale rimasto possa essere sostenuto dalla riserva disponibile di risorse rinnovabili.

Questa è una descrizione sommaria della teoria del collasso catabolico, il modello di base di declino e caduta delle civiltà che sta alla base del progetto generale di questo blog. Incoraggerei coloro che hanno domande sui dettagli della teoria ad andare avanti e di leggere la versione pubblicata e linkata sopra. Nel cammino, spero di pubblicare una versione della teoria sviluppata molto più accuratamente, ma quel progetto è ancora nelle prime fasi proprio ora. Ciò che voglio fare qui è approfondire un po' di più le implicazioni sociali della teoria.

E' comune oggigiorno sentire la gente insistere che la nostra società è divisa in due e solo due classi, una classe di élite che riceve tutti i benefici del sistema e tutti gli altri, che ne portano tutti i fardelli. La realtà, nella nostra così come in ogni altra società umana, è parecchio più sfumata. E' vero, naturalmente, che i benefici si spostano verso il vertice della scala della ricchezza e del privilegio e i pesi vengono spinti verso il basso, ma in gran parte dei casi – il nostro incluso a pieno titolo – bisogna andare molto in giù sulla scala prima di trovare gente che non ha alcun beneficio.

Bisogna ammettere che ci sono state alcune società umane nelle quali la maggior parte della gente ha tali benefici dal sistema in quanto consentirà loro di continuare a funzionare finché non cadranno. I primi tempi della di schiavitù nelle piantagioni negli Stati Uniti e nelle isole dei Caraibi, quando la vita media di uno schiavo dall'acquisto alla morte era al di sotto dei 10 anni, ricadeva in quella categoria, come alcune altre – per esempio, la Cambogia sotto i Khmer Rossi. Questi sono casi eccezionali. Emergono quando il costo del lavoro non specializzato scende vicino allo zero e sia i profitti abbondanti sia le considerazioni ideologiche rendo il destino dei lavoratori una questione di indifferenza totale ai propri padroni.

Sotto una qualsiasi serie di condizioni, tali accordi sono antieconomici. E' più redditizio, nel complesso, consentire tali benefici aggiuntivi alla classe operaia in quanto permetterà loro di sopravvivere e metter su famiglia e per motivarli a fare più del minimo sindacale che sfuggirà alla frusta del sorvegliante. Questo è ciò che genera l'economia contadina standard, per esempio, in cui il povero contadino paga i proprietari terrieri col lavoro e con una parte della produzione agricola per avere accesso alla terra.

Ci sono moltissimi accordi simili, in cui le classi lavoratrici fanno il lavoro, le classi dominanti permettono loro l'accesso al capitale produttivo e i risultati vengono suddivisi fra le due classi in una proporzione che permette alle classi dominanti di diventare ricche e alle classi lavoratrici di cavarsela. Se ciò suona famigliare, deve. In termini di distribuzione di lavoro, capitale e produzione, le ultime offerte del mercato del lavoro odierno sono indistinguibili dagli accordi fra il proprietario terriero Egiziano e i contadini che piantavano e raccoglievano nei loro campi.

Più una società diventa complessa, più diventa intricato il sistema di caste che la divide e più vari sono i cambiamenti che vengono giocati su questo schema di base. Una società medievale relativamente semplice potrebbe tirare avanti con quattro caste – il modello feudale giapponese, che divideva la società in aristocratici, guerrieri, contadini e una categoria generica di commercianti, artigiani, intrattenitori e cose simili, è un esempio come un altro. Una società stabile prossima alla fine di una lunga era di espansione, per contro, potrebbe avere centinaia o persino migliaia di caste distinte, ognuna con la propria nicchia nell'ecologia sociale ed economica di quella società. In ogni caso, ogni casta rappresenta un equilibrio particolare fra benefici ricevuti e pesi pretesi e data una economia stabile interamente dipendente da risorse rinnovabili, un tale sistema può proseguire intatto per molto tempo.

Includiamo il processo di collasso catabolico, tuttavia, e un sistema altrimenti stabile diventa una fonte di instabilità a cascata. Il punto che deve essere afferrato qui è che le gerarchie sociali sono una forma di capitale, nel senso ampio menzionato sopra. Come le altre forme di capitale incluse nel modello del collasso catabolico, le gerarchie sociali facilitano la produzione e la distribuzione di beni e servizi ed hanno dei costi di manutenzione che devono essere soddisfatti, Se i costi di manutenzione non vengono soddisfatti, come con qualsiasi altra forma di capitale, le gerarchie sociali vengono trasformate in rifiuti; smettono di adempiere alla loro funzione economica e diventano disponibili per il recupero.

Questo suona molto diretto. Ecco come spesso, comunque, è il fattore umano che lo trasforma da semplice equazione alla materia prima della storia. Mentre i costi di manutenzione del capitale di una civiltà cominciano a salire verso il punto di crisi, gli angoli vengono tagliati e la negligenza maligna diventa l'ordine del giorno. Fra le varie forme di capitale, però, alcune danno benefici alla gente sulla scala della gerarchia sociale più che alla gente su altri livelli. Quando il bilancio di manutenzione si restringe, la gente di solito cerca di proteggere le forme di capitale che gli danno benefici diretti e spinge i tagli in forme di capitale che invece danno benefici ad altri. Siccome la capacità di ogni persona di influenzare dove vanno le risorse corrisponde in modo molto preciso alla posizione di quella persona nella gerarchia sociale, ciò significa che le forme di capitale che danno benefici alla gente in fondo alla scala vengono tagliate prima.

Ora naturalmente questo non è quello che sentite dire agli americani oggi e non è ciò che sentite dire dalla gente di una società che si avvicina al collasso catabolico. Quando la contrazione si instaura, come ho osservato qui in un post due settimane fa, la gente tende a prestare più attenzione a qualsiasi cosa sta perdendo che qualsiasi perdita più grande sofferta da altri. Gli americani della classe media che reclamano lo stato sociale per i poveri a pieni polmoni mentre chiedono che i finanziamenti per Medicare e Sicurezza Sociale rimangano intatti, sono all'altezza delle aspettative, così come, del resto, lo sono gli altri americani della classe media che denunciano gli eccessi dichiaratamente assurdi del cosiddetto 1% mentre trascurano con cura di osservare l'immenso differenziale di ricchezza e privilegio che li separano da coloro che si trovano ulteriormente in basso nella scala.

Questa cosa è inevitabile in una lotta per le fette di una torta che si restringe. Mettiamo da parte l'inevitabile retorica, comunque, e una società che si dirige verso il collasso catabolico è una società in cui sempre più persone ricevono sempre meno benefici dall'ordine esistente della società, mentre è previsto che si sostenga una sempre crescente quota dei costi di un sistema barcollante. Per coloro che hanno pochi benefici o nessuno in cambio, i costi di manutenzione del capitale sociale diventano rapidamente un fardello intollerabile e mentre la fornitura di benefici ancora disponibili da un sistema barcollante diventa sempre più appannaggio delle parti alte della gerarchia sociale, quel fardello diventa un fatto politico esplosivo.

Ogni società per la propria sopravvivenza dipende dall'acquiescenza passiva della maggioranza della popolazione e dal sostegno attivo di un'ampia minoranza. Quella minoranza – chiamiamola classe sorvegliante – sono le persone che manovrano i meccanismi della gerarchia sociale: i burocrati, il personale dei media, la polizia, i soldati ed altri funzionari che sono responsabili del mantenimento dell'ordine sociale. Non provengono dalla élite dominante. Nell'insieme, provengono dalle stesse classi che dovrebbero controllare. E se la loro parte di benefici dell'ordine esistente barcolla, se la loro parte di fardelli aumenta in modo troppo visibile, o se trovano altre ragioni per fare causa comune con chi al di fuori della classe sorvegliante contro la élite dominante, allora la élite dominante si può aspettare la scelta brutale fra la fuga in esilio ed una brutta morte. La discrepanza fra i costi di mantenimento e le risorse disponibili, a sua volta, rende alcune di tale svolte degli eventi estremamente difficili da evitare.

Una élite dominante che affronta una crisi di questo tipo ha almeno tre opzioni a disposizione. La prima e di gran lunga la più facile, è quella di ignorare la situazione. Sul breve termine, questa è in realtà l'opzione più economica. Richiede il minore investimento di risorse scarse e non richiede di armeggiare con sistemi sociali e politici potenzialmente pericolosi. Il solo svantaggio è che una volta che finisce il breve termine, questa praticamente garantisce un destino orribile per i membri della élite dominante e, in molti casi, questo è un argomento meno convincente di quanto si possa pensare. E' sempre facile trovare un'ideologia che insista sul fatto che le cose si rivelano diversamente e siccome i membri di una élite dominante sono generalmente ben isolati dalle realtà spiacevoli della vita della società che presiedono, di solito è molto facile per loro convincersi della validità di una qualsiasi ideologia che decidano di scegliere. Vale la pena di dare un'occhiata al comportamento dell'aristocrazia francese negli anni che anno portato alla Rivoluzione Francese, in questo contesto.

La seconda opzione è quella di provare a rimediare alla situazione aumentando la repressione. Questa è l'opzione più costosa e generalmente è anche meno efficace della prima, ma le élite dominanti con una passione per gli stivali militari tendono a cadere nella trappola della repressione piuttosto spesso. Ciò che rende la repressione una cattiva scelta è che questa non fa niente per affrontare le fonti dei problemi che cerca di sopprimere. Inoltre, aumenta i costi di manutenzione della gerarchia sociale in modo drastico – polizia segreta, meccanismi di sorveglianza, campi di prigionia e cose del genere non sono a buon mercato – e impone il minimo comune denominatore di obbedienza passiva mentre fa molto per scoraggiare l'impegno attivo della gente al di fuori della élite nel progetto di salvare la società. Uno studio del destino delle dittature comuniste dell'Europa dell'Est è un buon antidoto all'illusione che una élite con sufficienti spie e soldati possa restare al potere a tempo indeterminato.

Ciò lascia alla terza opzione, che richiede che la élite dominante sacrifichi parte dei propri privilegi e prerogative di modo che coloro che sono più in giù nella scala sociale abbiano ancora una buona ragione per sostenere l'ordine della società esistente. Questo non è comune, ma succede. E' successo negli Stati Uniti negli anni 30, quando Franklin Roosevelt ha condotto i cambiamenti che hanno risparmiato agli Stati Uniti il tipo di conquista fascista o di guerra civile avvenuti in così tante altre democrazie fallite dello stesso periodo. Roosvelt ed i suoi alleati fra i molti ricchi si sono resi conto che riforme piuttosto modeste sarebbero state sufficienti per convincere gran parte degli americani che avevano più da guadagnare nel sostenere il sistema di quanto avessero da guadagnare nel rovesciarlo. Alcuni progetti per creare lavoro e misure di alleggerimento del debito, alcuni programmi di assistenza e alcune visite in carcere ai più palesi dei truffatori dell'era precedente e il ripristino di una senso di unità collettiva abbastanza forte da vedere gli Stati Uniti in una guerra globale per il decennio successivo.

Ora, naturalmente Roosvelt ed i suoi alleati avevano vantaggi enormi che nessun progetto comparabile sarebbe in grado di replicare oggi. Nel 1933, anche se ostacolata da un sistema finanziario collassato e dal declino ripido del commercio internazionale, l'economia degli Stati Uniti aveva ancora l'infrastruttura industriale più produttiva e grande del mondo ed alcuni dei più ricchi depositi di petrolio, carbone e molte altre risorse naturali. Ottanta anni dopo, l'infrastruttura industriale è stata abbandonata decenni fa in un'orgia di delocalizzazioni motivate dalla ricerca del profitto a breve termine e quasi ogni risorsa che la terra americana offriva in abbondanza è stata estratta o pompata fino all'ultima goccia. Questo significa che un tentativo di imitare le imprese di Roosvelt nelle condizioni attuali avrebbe di fronte ostacoli molto più irti e richiederebbe anche che la élite dominante rinuncia ad una parte molto più grande delle proprie attuali prerogative e privilegi di quella necessaria ai giorni di Roosvelt.

Potrei sbagliarmi, ma non penso nemmeno che verrà tentata questa volta. Proprio in questo momento, la consorteria litigiosa dei centri di potere in competizione che costituiscono la élite dominante degli Stati Uniti sembra impegnata in un approccio a metà strada fra le prime due opzioni che ho delineato. La militarizzazione delle forze di polizia interne statunitensi e la spirale in aumento di violazione dei diritti civili portata avanti con entusiasmo da entrambi i partiti politici mainstream ricadono nel lato repressivo della scala. Allo stesso tempo, per tutti questi gesti in direzione della repressione, l'atteggiamento generale dei politici e dei finanzieri americani sembra essere che non possa realmente succedere loro o al sistema che fornisce loro il potere e la ricchezza niente di così brutto.

Si sbagliano, e a questo punto probabilmente è una scommessa sicura che un gran numero di loro morirà per questo errore. Di già, una grande percentuale di americani – probabilmente la maggioranza – accetta la continuazione dell'ordine esistente della società negli Stati Uniti solo perché deve ancora emergere una alternativa praticabile. Mentre gli Stati Uniti si avvicinano al collasso catabolico e il fardello di puntellare uno status quo sempre più disfunzionale preme sempre più intollerabilmente su sempre più persone al di fuori del circolo ristretto di ricchezza e privilegio, l'asta che ogni alternativa deve saltare sarà posta sempre più in basso. Prima o poi, qualcosa farà quel salto e convincerà sufficientemente la gente che c'è una alternativa fattibile allo status quo e l'acquiescenza passiva dalla quale dipende il sistema per la propria sopravvivenza non sarà più qualcosa che si possa dare per scontata.

Per una tale alternativa non è necessario essere più democratica o più umana dell'ordine che cerca di sostituire. Può esserlo considerevolmente di meno, basta che imponga costi minori sulla maggior parte della gente e distribuisca i benefici più ampiamente di quanto non faccia l'ordine esistente. E' per questo che negli ultimi giorni di Roma, così tanta gente dell'impero al collasso ha accettato così prontamente la legge dei signori della guerra barbari al posto del governo imperiale. Quel governo era diventato irrimediabilmente disfunzionale al tempo delle invasioni barbariche, centralizzando l'autorità in centri burocratici lontani non in contatto con la realtà corrente e imponendo fardelli fiscali sui poveri così pesanti che molte persone erano costrette a vendersi come schiavi o a fuggire in zone spopolate di campagna per intraprendere una vita incerta da Bacaudae, mezzi guerriglieri e mezzi banditi, e ricercati dalle truppe imperiali, quando avanzava loro del tempo dalla difesa delle frontiere.

Al contrario, il signore della guerra locale barbaro poteva essere brutale e capriccioso, ma era sulla scena e così era improbabile che mostrasse il sereno distacco dalla realtà così comune negli stati burocratici centralizzati al temine della loro vita. Inoltre, il signore della guerra aveva una buona ragione per proteggere i contadini che mettevano pane e carne sulla sua tavola e il costo del suo sostentamento e del suo seguito nel relativamente modesto stile della monarchia barbara era considerevolmente meno caro del fardello di sostenere le complessità barocche della burocrazia del tardo Impero Romano. Ecco perché i contadini e gli schiavi agricoli del tardo mondo Romano hanno accondisceso così silenziosamente all'implosione di Roma ed alla sua sostituzione con un mosaico di piccoli regni. Non era solo un mero cambiamento di padroni, era che in un gran numero di casi i nuovi padroni erano un peso considerevolmente minore di quanto fossero stati quelli vecchi. .

Possiamo aspettarci che si dispieghi più o meno lo stesso processo in Nord America, in quanto gli Stati Uniti attraversano la propria traiettoria di declino e caduta. Prima di tracciare i modi in cui potrebbe funzionare il processo, comunque, sarà necessario passare in rassegna alcune idee sbagliate comuni  e ciò ci richiede di esaminare i modi in cui le élite dominanti distruggono sé stesse. Ce ne occuperemo la prossima settimana.

mercoledì 29 ottobre 2014

La versione romena di "Extracted"



La presentazione "ufficiale" del libro si terrà oggi a Bucharest. Con la sponsorizzazone della sezione romena del Club di Roma


lunedì 27 ottobre 2014

Un'astronave chiamata Escatologia

DaResource Crisis”. Traduzione di MR

Questo articolo è apparso su “Virgin.com” il 12 agosto 2014.


Immagine: NASA 


Di Ugo Bardi

“Escatologia” è una parola di origine greca che significa “la scienza della fine”. Nei tempi antichi era popolare presso i teologi, ma oggi sembra aver raccolto interesse per descrivere diversi tipi di catastrofi che potrebbero accadere in futuro. Cose come asteroidi giganti che cadono sulla Terra o, in un futuro lontano, il Sole che diventa così forte che causerà l'evaporazione degli oceani e spazzerà via tutta la vita.

Ora, se l'escatologia significa cambiamenti intensi, rapidi ed irreversibili, possiamo arguire che stiamo attraversando un evento escatologico a tutti gli effetti proprio adesso. E' un'escatologia minerale causata dagli esseri umani. Gigantesche quantità di minerali sono stati estratti, trattati e dispersi nell'atmosfera, negli oceani e nella terra. Ci sono voluti milioni di anni per creare i depositi minerali che abbiamo distrutto in pochi secoli. Centinaia di milioni di anni serviranno per ricrearli – se questo accadrà mai. La Terra non è più quella che era quando gli esseri umani sono apparsi per la prima volta e non sarà mai più la stessa.

Sembra che abbiamo costruito un'astronave chiamata escatologia che ci sta trasportando in un pianeta alieno in un viaggio di sola andata. Un pianeta più caldo di quello in cui siamo abituati a vivere a causa dei gas serra generati dall'attività estrattiva e dalla combustione di combustibili fossili. Un pianeta con molte caratteristiche che potremmo trovare assai sgradevoli: dalle inondazioni provocate dalla fusione dei ghiacciai all'inquinamento persistente causato dai metalli pesanti e dai minerali radioattivi che abbiamo disperso ovunque. Ma forse la differenza maggiore è che in questo nuovo pianeta non troveremo più i ricchi depositi minerali che ci hanno fornito l'energia e le risorse che abbiamo usato per costruire la nostra civiltà industriale.

Potremmo essere in grado di adattarci ad un pianeta più caldo, anche se questo potrebbe significare una sofferenza enorme per la specie umana. Entro certi limiti, possiamo anche ripulire l'inquinamento che abbiamo generato. Ma come vivere in un pianeta senza risorse minerali a buon mercato? E' vero che i minerali non vengono mai distrutti – quindi saranno ancora lì e, in parte, potrebbero essere recuperati dai rifiuti industriali. Ma, sul lungo termine, per continuare ad produrre minerali avremmo bisogno di estrarli dalla crosta indifferenziata e questo sarebbe impensabile: troppo costoso in termini di energia necessaria. Per non parlare del disastro che sarebbe in termini di inquinamento. L'essenza dell'evento escatologico in cui stiamo vivendo è che il tempo dell'estrazione mineraria è quasi finito per noi, almeno nella forma in cui l'abbiamo conosciuto per secoli. Cioè, nella forma di minatori con elmetti e piccozze nei profondi tunnel sotterranei. I minatori sono ormai parte della storia planetaria che non tornerà mai più, come i tirannosauri e i pteranodonti.

Ma se escatologia significa la fine di qualcosa, potrebbe anche significare l'inizio di qualcos'altro. Se l'estrazione mineraria sta per finire, possiamo ancora avere i minerali se siamo disposti a cambiare i modi dispendiosi ed inefficienti che abbiamo usato per ottenerli. Dobbiamo chiudere il ciclo di sfruttamento e riciclare completamente ciò che usiamo. E' possibile, ma serve energia – molta di più di quella che ci serviva per estrarre dai depositi minerari puri. Questa energia non può provenire dal carbonio fossile: accelererebbe semplicemente l'esaurimento e peggiorerebbe il problema climatico. Ci serve energia pulita ed inesauribile: principalmente dal sole e dal vento.

E' improbabile che questa energia sarà mai così a buon mercato ed abbondante quanto l'energia che ci è stata fornita dai combustibili fossili all'inizio del loro ciclo di sfruttamento. Quindi, dovremo usarla in modo saggio. Dovremo essere molto più efficienti di quanto lo siamo oggi: dovremo creare prodotti industriali più duraturi, usare con attenzione l'energia e sostituire i minerali rari con quelli più comuni sulla crosta terrestre.

Energia pulita, riciclaggio ed efficienza. Quest'insieme di strategie è il nostro biglietto per la sopravvivenza in questo viaggio interplanetario. Alla fine, l'astronave Escatologia potrebbe darci una possibilità di abbandonare la civiltà sempre in crescita e mai felice di oggi e creare una nuova civiltà che potrebbe avere sufficiente saggezza da vivere e prosperare su ciò che c'è e nulla di più.


Ugo Bardi è docente di Chimica Fisica all'Università di Firenze ed autore di Extracted: come la ricerca della ricchezza minerale sta saccheggiando il pianeta (Chelsea Green Publishing, 2014).


domenica 26 ottobre 2014

Capitale globale per sconfiggere gli interessi privati che fermano l'azione climatica


DaIndiegogo”. Traduzione di MR 

Di Jeremy Leggett

Sono un imprenditore sociale che ha sempre lottato per l'azione sul cambiamento climatico per 25 anni.

Il nostro tempo è scaduto. Dobbiamo accelerare. La mia idea inizia con la pubblicazione di una dichiarazione su un quotidiano internazionale, firmata da più di un centinaio dei vincitori di premi ambientali internazionali, dicendo perché crediamo che la comunità globale non può più ritardare un'azione significativa sul riscaldamento globale e facendo appello a fondazioni e filantropi di buttare almeno una parte delle loro dotazioni nella lotta, finché c'è ancora tempo.

Se qualcuno di loro risponde, ciò fornirebbe la prima delle due nuove riserve di capitale per finanziare l'azione climatica. Se le aziende e gli investitori vedono le fondazioni e i filantropi andare in questa direzione, potrebbero unirsi anche loro.

Dato che gran parte delle emissioni di gas serra provengono dall'uso di combustibili fossili, gran parte di questi soldi freschi andrebbero per costruire nuovi progetti energetici ed aziende pulite e per dare impulso a quelle esistenti. La chiave della seconda parte dell'idea è che i beneficiari del nuovo capitale riceverebbero quei soldi soltanto se donano il 5% dei propri profitti alla stessa missione: combattere il riscaldamento globale. Ciò fornisce la seconda nuova riserva di capitale.

Se il progetto ha successo, il premio sarà enorme e duraturo. Se l'energia pulita riesce a rimpiazzare i combustibili fossili nella misura in cui sarà necessario per vincere la guerra contro il riscaldamento globale nei prossimi anni, alcune aziende di energia pulita cresceranno come le stelle dell'era di Internet ed altri nuovi tipi di aziende verranno improntate, molte di loro basate sulla proprietà di comunità. Così come combattono il riscaldamento globale, i profitti di tutte queste entità promuoveranno lo sviluppo nei paesi poveri, alla grande.

So che questa idea può funzionare, in linea di principio. Io l'ho fatto, in piccolo, con l'azienda di energia solare che ho approntato a causa delle mie preoccupazioni riguardo al riscaldamento globale ed altri aspetti della dipendenza da combustibili fossili: Solarcentury. Diamo il 5% dei nostri profitti annuali ad una organizzazione di beneficenza che abbiamo creato, SolarAid, che ha a sua volta creato un marchio al dettaglio, SunnyMoney, che è diventato il più grande rivenditore di illuminazione solare in Africa in soli pochi anni, mettendo fuori combattimento l'uso di petrolio per l'illuminazione. Mentre cresciamo, SunnyMoney riciclerà il 100% dei nostri profitti per la missione.

Per avviare la campagna, devo raccogliere 30.000 sterline entro il prossimo mese. Gran parte di queste pagheranno la pubblicazione della dichiarazione. Quello che rimane andrà per una campagna pubblicitaria per favorire i firmatari della dichiarazione – molti degli ambientalisti più rispettati e dalla più lunga esperienza nel mondo – a dare un seguito alla dichiarazione. (E sì, sono già stati d'accordo nel firmarla!)

Perché Solarcentury non può pagare queste 30.000 sterline? Perché possiedo solo il 9% dell'azienda. Perché non può pagare SolarAid? E' un'idea del tutto nuova. Non la lanciamo ai nostri finanziatori già esistenti.

Se avete qualche domanda, terrò un Domanda/Risposta sul mio sito Web:
http://www.jeremyleggett.net/about/campaign/

La mia e-mail è jeremy.leggett@solarcentury.com

Per favore, aiutateci se potete.

giovedì 23 ottobre 2014

Perché Jeremy Rifkin sbaglia strada


Di Philippe Bihouix

Traduzione di MR

 


E' una buona decina di anni che Jeremy Rifkin parla di economia all'idrogeno e di tante altre meraviglie ma, fino ad ora, non si è visto niente di concreto. Ultimamente, si è messo a parlare di "Fine del Capitalismo" sulla base dei nuovi sviluppi della tecnologia. In questo articolo,  originariamente pubblicato su "Les Echos," Philippe Bihouix fa notare a Rifkin che le cose potrebbero non essere così semplici (UB)




Jeremy Rifkin è tornato alla carica: dopo la “Terza rivoluzione industriale”, adesso propone nientemeno che la fine del capitalismo o quasi, per via della gratuità universale delle comunicazioni, dell'energia e degli oggetti, i cui costi di produzione tenderanno allo zero. Dopo la rivoluzione tecnologica delle comunicazioni, verrà quella di un Internet dell'energia – basato sul dispiegamento massiccio delle rinnovabili, lo stoccaggio attraverso l'idrogeno e la “smart grid” - e quella di un Internet degli oggetti, collegati e prodotti a volontà da stampanti 3D.

La tesi seduce, ognuno ci trova qualcosa di proprio: vendicatori di un fordismo sfruttatore, edonisti che non ci vedono la messa in discussione del consumo o della mobilità (al contrario, tutto sarà gratuito), industriali allettati da nuovi mercati, ecologisti ingenui che fanno leva su un'energia pulita ed abbondante... Come sembra radioso il futuro! Sfortunatamente, Rifkin ha una tendenza comune presso gli economisti: in nessun caso si occupa della questione della disponibilità delle risorse fisiche, o della realtà materiale delle sue riflessioni.

E' il caso delle potenzialità delle stampanti 3D, il cui principio è quello di depositare strato dopo strato di polimeri o metalli. Una tecnologia senza dubbio rivoluzionaria e che apre delle prospettive. Da lì a farne la macchina a vapore del XXI° secolo o dichiarare la sparizione della produzione classica, ce ne corre.

Poiché le stampanti non possono sostituire gli impianti per le materie prime, gli altoforni, le raffinerie (anche bio), le vetrerie e persino le materie riciclate. Non possono fabbricare oggetti multi-materiali o assemblati: si può stampare la carrozzeria di un'automobile in resine, ma non un pianoforte o un computer. Per fondere la polvere di metallo, si usa un laser a fasci di elettroni, una tecnologia costosa, inimmaginabile per i privati, quindi le stampanti per consumatori a resina non fabbricano né chiodi né viti.

Infine, solo le materie prime che consentono la fusione sono utilizzabili: si continuerà a tessere e cucire i tessuti... Come fabbricherà Rifkin gratuitamente le bobine di rame dei motori elettrici per Google Cars, il silicio dei pannelli solari o le camicie di cotone? Ecco ciò che rende la sua prospettiva ben poco credibile. Peccato, poiché ha anche delle buone idee, come sulla condivisione ed il rapporto con la proprietà.

Ma è sulla componente energetica che Rifkin rimane di gran lunga irrealistico. La sua metafora di un Internet dell'energia sente l'odore dell'economia “dematerializzata” e gli permette di evitare le questioni troppo concrete. Sfortunatamente, non si immagazzina l'energia facilmente come i byte, non esiste una legge di Moore dell'energia. Per produrre, immagazzinare e trasportare l'elettricità, anche “verde”, servono grandi quantità di metalli: platino delle pile a idrogeno, neodimio dell'eolico e delle automobili elettriche, selenio ed indio dei pannelli solari... ed altri metalli rari già utilizzati in elettronica, quindi la domanda esploderebbe con una generalizzazione delle “smart grid”, degli oggetti in rete e di Big Data. La disponibilità mineraria, già in contrazione, non potrebbe stare al passo.

Al contrario, stiamo perdendo tempo prezioso. Poiché non stiamo affatto andando verso la gratuità e l'abbondanza, ma verso l'impoverimento e la penuria, il nostro sistema industriale è basato su uno stock di riserve limitato, specialmente minerale. Poiché siamo affascinati dalle novità high-tech, mentre queste in realtà ci allontanano dalle possibilità di un riciclaggio efficace e dovremo al contrario innovare con delle basse tecnologie, più basiche e dalle prestazioni inferiori. Bisognerà certamente passare per la sobrietà, poiché non ci sono soluzioni miracolose al vicolo cieco ambientale attuale. E di grazia, signor Rifkin, visiti uno stabilimento o una miniera!




Philippe Bihouix, ingegnere, è l'autore di “L'era del low tech” (Seuil, 2014)


Philippe Bihouix, ingegnere, è l'autore di “L'era del low tech” (Seuil, 2014)



mercoledì 22 ottobre 2014

Barbastro chiama la Terra

Barbastro chiama Terra

DaThe Oil Crash”. Traduzione di MR


di Antonio Turiel

Cari lettori,

gli scorsi 9 e 10 ottobre ha avuto luogo a Barbastro (una piccola località situata vicino ai Pirenei, nella Spagna nordorientale) il Secondo Congresso Internazionale sul Picco del Petrolio. Hanno partecipato come relatori alcune notevoli personalità internazionali del mondo del picco del petrolio, a cominciare dal Presidente dell'Associazione per lo Studio del Picco del Petrolio e del Gas (ASPO), Kjell Aleklett, e mezza dozzina di specialisti del livello più alto. Ci sono stati anche dei relatori di profilo meno tecnico ma che si sono dedicati a fare divulgazione su questo tema, come degli assistenti. Su richiesta di molti lettori ho elaborato questa breve relazione, del tutto soggettiva, sul contenuto delle relazioni che abbiamo potuto ascoltare in questi giorni. Quando saranno disponibili i video, ,metterò il collegamento sui nomi dei relatori.

La prima delle relazioni, la conferenza inaugurale, è stata presentata da un assistente. Un grande onore ed impossibile essere all'altezza di chi lo ha fatto tre anni fa: Mariano Marzo. Io mi sono limitato a fare un ripasso degli eventi che consideravo più significativi nel mondo dell'energia negli anni che sono passati dalla prima edizione e a discutere brevemente le tendenze del futuro più prossimo, abbastanza terribili a mio modo di vedere, finendo con un appello ad agire e ricordando il manifesto “Ultima Chiamata”. Nonostante il suo tono, alla fine la mia presentazione non si è rivelata essere la più pessimista...

Dopo di me ha parlato Mikael Höök. Ha fatto una presentazione didattica e rigorosa sulle diverse risorse, le loro caratteristiche e i loro limiti. Ha evidenziato vari punti interessanti, come per esempio la difficoltà di indicare il picco del petrolio tenendo conto delle definizioni multiple di idrocarburi liquidi, o di come il futuro del carbone verrà determinato da quello che succederà in Cina, la cui produzione sembra stia giungendo al suo zenit. Il suo grafico di come si impila la produzione dei giacimenti a cominciare dai più grandi e proseguendo con quelli più piccoli e di produzione più difficile è stato particolarmente esplicativo.

A seguire è intervenuto in video-conferenza Dave Hughes. La sua presentazione si è riferita agli idrocarburi non convenzionali, principalmente a quelli estratti con la tecnica del fracking, ed è scorsa lungo i percorsi prevedibili per chiunque abbia letto il suo libro “Trivella, ragazza, trivella”. Ha fornito, questo sì, dati aggiornati sui ritmi di declino e sugli scenari di produzione negli Stati Uniti, evidenziando l'allarmante ritmo di declino della produzione di gas di scisto ad Haynesville. Anche una mappa di una piccola area molto sfruttata che mostrava tutte le perforazioni orizzontali che formano una pelle straordinariamente spessa è risultata di grande impatto.

E nel pomeriggio è intervenuto Kjell Aleklett. Questa relazione me la sono persa perché ho dovuto rilasciare due interviste realizzate dalla UNED (con la squadra di Barbastro ed una con un inviato speciale da Madrid). Da come mi hanno raccontato, Kjell ha fatto una presentazione classica e molto didattica degli aspetti chiave del picco del petrolio e del fracking, per evidenziare come il crescente contributo del petrolio leggero di roccia compatta (Light Tight Oil) estratto negli Stati Uniti, essendo inutile per produrre diesel, sta aggravando il picco del diesel

A seguire c'è stata una tavola rotonda sul fracking con due geologi spagnoli, Marcos Aurell e José Luis Simón, e un ingegnere, José Luis Rubio. Mi sono perso anche questa, praticamente tutta, per stavo assistendo i ragazzi del documentario. Così sono giunto a sentire che, nonostante che alcune delle persone sedute lì non si definivano “anti-fracking”, era chiaro per tutti che in Spagna questo tipo di risorsa non aveva grandi prospettive e che difficilmente il suo sfruttamento risulterebbe redditizio.

L'ultima presentazione di giovedì è toccata a Pedro Prieto. Con una dialettica irrefrenabile e alla Cervantes come al solito, incubo dei poveri traduttori, Pedro ci ha fatto ridere amabilmente con un tema tanto serio e tanto grave come la nostra impossibilità di trovare fonti di energia alternative ai combustibili fossili. Ha dedicato un'attenzione speciale (e un intenzione speciale) ad una presentazione dei molti problemi e limiti dell'energia nucleare, ma non si è risparmiato quando è stato il momento di smontare qualsiasi mito rinnovabile, compresa quella del solare a concentrazione. Impagabile e imprescindibile


Il venerdì è cominciato con una presentazione minuziosa e splendida di Alicia Valero sull'uso sempre più intenso della tavola periodica, il picco produttivo delle miniere da dove stiamo estraendo questi materiali e la nostra incorreggibile tendenza a disperderli o a usarli in modo tale da renderli impossibili o molto difficili da riciclare. Il tema è di una serietà e di una gravità difficile da disprezzare ed Alicia ha presentato la sua analisi esaustiva in modo brillante. Oltre al problema dei metalli di uso industriale, merita una menzione particolare il problema del picco del fosforo e il suo impatto sull'agricoltura, del quale abbiamo già parlato in varie occasioni su questo blog. Ha coronato la sua presentazione con un video preparato dal suo centro, il CIRCE, per sensibilizzare sul problema. Non ho potuto evitare di ricordare che tre anni fa dal CIRCE (non da Alicia, questo è certo) è stato mandato un messaggio molto più positivo sulle possibilità di futuro. E' stata forse Alicia la prima relatrice a pronunciare la parola che, ripetuta tante volte, avrebbe segnato la seconda giornata: “collasso”.

A seguire, Gorka Bueno ha presentato la sua analisi sul futuro del trasporto nel Paese Basco, dettagliato e minuzioso, valutando 5 scenari diversi e sempre con evidente l'intento di riuscire ad ottenere obbiettivi di riduzione di emissioni di CO2 e di adattarsi ai problemi di esaurimento dei combustibili fossili, che non erano il centro del suo lavoro ma del quale Gorka era ovviamente ben consapevole. La cattiva notizia è che nessuno scenario riusciva ad ottenere gli obbiettivi fissati per il 2050 e la conclusione di Gorka, che avevano già abbozzato Pedro e Alicia e che si sarebbe ripetuta diverse volte, è che manca di più che la tecnologia per risolvere questo problema e che di fondo ciò di cui stiamo parlando è un cambiamento sociale. Triste, e pessimista, la riflessione di Gorka secondo il quale finché non ci sbatteremo contro, non reagiremo.

Quindi è arrivato Gonzalo Escribano. Questo professore di economia della UNED, direttore anche del programma di energia e cambiamento climatico del politicamente influente Real Instituto Elcano, ha preso la sua agenda ed ha parlato parecchio di più dell'ora che gli era stata assegnata, intessendo temi al volo senza un ordine particolare e senza mostrare grafici o dati coi quali dare fondamento alle sue affermazioni audaci di fronte a un gruppo di specialisti che, da come ho capito, conoscevano molto meglio di lui di cosa stava parlando. Il suo intervento è stata una breve parentesi di BAU e di irrealismo, più una professione di fede religiosa che una presentazione scientifica. Lasciando da parte affermazioni che egli vedeva come del tutto naturali anche se in realtà facevano trapelare una certa ideologia, è stato scioccante sentirgli dire che l'Arabia Saudita ha una capacità inattiva di più di 3 milioni di barili al giorno grazie a Ghawar (quando chiunque si prenda il disturbo di guardare i dati vedrà che oltre alla messa in produzione di Manifa e alla resuscitazione di Khurais e Shaybah all'Arabia Saudita non rimane nulla da aggiungere, mentre a Ghawar esce più acqua che petrolio e probabilmente è già esaurito per un 90%). Altro esempio: secondo Escribano negli Stati Uniti non consumano già quasi più carbone grazie alla rivoluzione dello scisto, nonostante che le statistiche dell'annuario statistico della BP non sembrano dargli ragione (la cosa sbagliata di fare affermazioni esagerate e di non quantificarla: ovviamente il consumo è diminuito, ma non fino a scomparire).


Perlomeno Escribano ha riconosciuto che la febbre del fracking non durerà molto negli Stati uniti e che non c'è da aspettarsi granché da questo tipo di risorsa in Spagna. Non gli è passato per la testa che l'affare fosse una rovina, specialmente con prezzi del gas così bassi (cosa che considerava il risultato della perfetta e meravigliosa competizione in un mercato che crede libero). Terminata la sua presentazione l'ho ringraziato per la sua esposizione, poiché ci aveva mostrato chiaramente come pensano i gestori politici e gli ho chiesto del picco del petrolio, dato che il congresso parlava di questo. Ha risposto che non ne sa niente di questo perché è un economista e non un geologo (!!), ha proseguito col meme ridicolo de “sono 30 anni che ci rimane petrolio per 30 anni” (il vecchio errore P/Q) ed ha ribattuto con la battuta ancora più vecchia e stupida secondo cui l'età della pietra non è finita perché sono finite le pietre. In sostanca, prendendoci per degli emeriti imbecilli per non aver ascoltato e rifiutato mille volte argomenti tanto banali e conosciuti. Mi è sembrato chiaro che a questo signore la prossima ondata recessiva e di forte volatilità del prezzo del petrolio lo coglierà di sorpresa, anche se date le sue capacità oratorie troverà sicuramente la scusa del giorno per cavarsela. Dopo aver svicolato su varie altre domande sé è allontanato senza aspettare la relazione successiva, dalla quale avrebbe potuto apprendere qualcosa su quello di cui crede di essere esperto. Se ne è andato senza essere consapevole della figura ridicola che aveva fatto.

L'ultima relazione della giornata è toccata a Gail Tverberg. Precisa, incisiva, demolitrice, Gail ha dato i dettagli dei suoi già famosi 12 principi della connessione fra energia ed economia, non adatti ad economisti “bautomatici”. Il grafico più terrificante di questa presentazione sicuramente lo conoscete già: la previsione di Gail sulla rapida discesa della disponibilità di tutte le forme di energia nei prossimi anni.






La cattiva notizia è che il ragionamento di Gail sulla forma di questa curva è abbastanza solido, senza altre fonti di energia sostitutive, sarà impossibile mantenere i livelli produttivi massimi teorici una volta che comincia il declino. E questo sarà piuttosto brusco. Una cosa che potremo verificare nei prossimi anni.

La presentazione successiva, nelle prime ore del pomeriggio, è stata fatta da ugo Bardi. Grandissimo comunicatore, Ugo sa conquistare il pubblico nei primi minuti con trucchi da prestigiatore sperimentato, per poi portarli in un viaggio attraverso dei modelli semplificati ma sempre più complessi. Dopo aver mostrato in maniera convincente che la dinamica dei sistemi permette di capire la semplice complessità che soggiace alle nostre due  sfide di sostenibilità proprio adesso, cioè, l'esaurimento delle risorse e il cambiamento climatico, è giunto alle sue conclusioni... cioè nessuna conclusione. Non c'è conclusione, non c'è la sfera di cristallo, non c'è un'uscita semplice. Il suo discorso è finito in modo repentino, un poco triste, senza indicare direzioni concrete, ma aprendo questa discussione per trasformarla in una riflessione collettiva.

Dopo una conclusione così sconfortante, è arrivata Marga Mediavilla che in un certo modo ha finito il lavoro. Marga ha spiegato i dettagli del modello che hanno sviluppato all'Università di Valladolid per fare la diagnosi del futuro dell'energia e dei suoi usi nei prossimi anni. Per alimentare il suo modello hanno preso i migliori valori possibili, non considerano l'EROEI delle fonti di energia, ecc. Ma anche così, si vede che c'è una deviazione considerevole fra gli scenari di crescita e ciò che possono darci le nostre fonti di energia, persino con la sostituzione ideale con le rinnovabili, in un periodo di circa 20 anni. Ma la cosa terribile arriva quando si esaminano i trasporti: le deviazioni sono già insuperabili, in tutti gli scenari considerati, prima del 2020 (proprio per questo in questa edizione i valladolidensi hanno dedicato il loro eccellente corso annuale al tema dei trasporti). Margarita esponeva i suoi risultati quasi scusandosi, come a voler dire: “Non è questo che vorrei proporvi, ma è quello che c'è”. Da lì alla fine della sua presentazione è andata snocciolando una serie di caratteristiche del nostro sistema economico e come siamo caduti in questa trappola. E' stato lì che ho definito il problema col suo nome e, quando è venuto il mio turno per una domanda, ho detto che in realtà il nostro problema più grande per superare la situazione attuale è che quello che diciamo contraddice le tesi fondamentali capitalismo. E non ho chiesto nulla. 

Finalmente c'è stata la tavola rotonda, con tre esposizioni brevi ed un dibattito con i tre relatori. Il primo è stato il mio compagno ed assiduo contributore di questo blog, Antonio García-Olivares, che con la sua voce ferma e la sua abituale solidità intellettuale ha snocciolato le ragioni obbiettive per le quali il capitalismo si trova nella sua fase terminale e quali possano essere le alternative alla sua fine. Relazione breve ma molto tecnica e molto raccomandabile per coloro che ancora credono in un futuro del capitalismo. 




A seguire ha parlato Xoan Ramón Doldán, presidente dell'associazione galiziana Véspera de Nada ed economista ecologico, che con tono da galiziano pacioso è andato assestando colpi dialettici dopo colpi dialettici alle basi concettuali e pratiche del nostro attuale sistema economico, praticamente senza risparmiare nessuno. Forse il tono continuo della voce e la rapidità espositiva non facilitavano un'adeguata digestione di tanta informazione. 

Per ultimo Juan del Río, come rappresentante di Cardedeu in Transizione, ha fatto una presentazione molto leggera, più attivista e meno tecnica rispetto a tutte le precedenti, per spiegare che c'è futuro e speranza se ci crediamo. Le domande del pubblico durante la tavola rotonda erano valide, anche se (o forse esattamente per questo) si trattavano temi poco gradevoli come quello della violenza durante la transizione.

Il riassunto di questa edizione è che il pessimismo è diventato assoluto. Nella prima edizione la maggioranza delle relazioni respirava un certo tecno-ottimismo, con diverse relazioni che discutevano di fonti alternative per ottenere energia e/o di scenari più o meno adattivi. In quella occasione facevo parte di un gruppo ridotto di catastrofisti che vedeva all'orizzonte una difficoltà insormontabile o un'altra. Io non ho modificato molto la mia posizione, forse sono un po' più pessimista ora di allora, ma curiosamente adesso molti di quelli che allora mi prendevano per allarmista mi hanno superato in questa discesa agli inferi. La parola più ripetuta in questi giorni è stata “collasso”, cosa che la maggior parte dei relatori danno per certo. Per ripetere lo scherzo che abbiamo fatto in quei giorni, chi di noi si trovava lì poteva essere raggruppato in tre categorie: :pacos, mocos e cocos (a seconda se eravamo parzialmente, moderatamente o completamente “collassisti” - l'unico escluso da questa classificazione era Gonzalo Escribano, che potremmo definire coquaco: “Collasso? Quale collasso?)

Non vorrei concludere questa relazione senza fare una menzione, breve, alla componente umana del congresso, alle persone che erano lì ad ascoltare il modo in cui i relatori stavano progressivamente minando le loro speranze di futuro. Come nell'edizione passata, molte persone anonime hanno partecipato a Barbastro, facendo un grande sforzo personale, visto che il congresso ha avuto luogo in giorni lavorativi. Alcuni rappresentavano diversi collettivi consapevoli della problematica dell'esaurimento del petrolio e delle conseguenze cui sta portando questa folle corsa in avanti. I più attivi, erano quelli dei collettivi anti-fracking. In particolare mi è sembrato rimarchevole la maturità particolare in questa attività dei ragazzi di Fracking Ez, che anche se non sono intervenuti nei turni di domande, hanno preso contatti e nota di tutto ciò che veniva detto. Dall'ultimo congresso di Barbastro sono passati tre anni e mezzo e la società spagnola è più povera, quindi molti dei partecipanti sono arrivati in modo precario, alcuni dormendo nel furgone col quale sono venuti. La solidarietà e il coordinamento fra i partecipanti ha reso possibile che molti di loro, con più volontà che mezzi, potessero godersi queste giornate. E, addirittura, un piccolo gruppo di entusiasti ha approfittato per girare un breve documentario. Come la volta scorsa, l'organizzazione del congresso è stato un aiuto continuo ed efficace nei mille dettagli che continuavano ad emergere ogni giorno. Grazie di nuovo a Carlos, Marta, Pili e soprattutto a David, che nel suo ruolo molteplice di coordinatore, moderatore e conduttore del congresso, ha dato un volto umano al collegamento istituzionale. 

Tutto indica che il collasso sarà rapido e anche di più, data la cecità di coloro che consigliano i nostri governi credendosi esperti senza esserlo. La cosa preoccupante è che il collasso può essere imminente, come alcuni esperti hanno indicato. Barbastro ha inviato un messaggio, forte e chiaro, alla Terra, una specie di “Ultima Chiamata” dalla collina. Speriamo che stavolta ci sia qualcuno dall'altra parte ad ascoltarla. 

Saluti.
AMT