mercoledì 5 luglio 2017

Stagnazione italiana

Di Jacopo Simonetta.
Articolo già apparso su Crisis, what crisis? 17/05/2017

Nei giorni scorsi è apparso un ennesimo articolo sulla crisi economica italiana.   Ho scelto questo come spunto per una riflessione perché è stato pubblicato su “Econopoly”, una rubrica del Sole 24ore. Dunque su di un giornale che certamente non condivide i miei presupposti ecologici e fisici, ma che indubbiamente è molto competente sugli argomenti economici e finanziari.  Insomma, un giornale da cui mi separa un baratro a livello per-analitico, ma da cui c’è sempre da imparare.
In sintesi, l’autore dell’articolo, Alessandro Magnoli Bocchi, prospetta tre scenari possibili per il prossimo decennio:
“Scenario 1 (probabilità: 75 %) – Status quo e accettazione di fatto della leadership tedesca. In pratica, continuare sull’andazzo degli ultimi 10 anni.
Scenario 2 (15 %) – Riforma dell’Unione Europea e attuazione di riforme incisive in Italia.  Un mix di investimenti pubblici, semplificazioni burocratiche, riforme politiche, liberalizzazione economiche che dovrebbero "rilanciare la crescita".
Scenario 3 (10 %) – Uscita dall’euro. Bancarotta, ristrutturazione del debito e poi chissà?
Purtroppo, mi trovo sostanzialmente d’accordo sul fatto che questi sono i tre scenari possibili, ma aggiungerei che i primi due condurrebbero con ogni probabilità al terzo.   Dunque, in tempi magari un poco più lunghi, la bancarotta sembrerebbe una specie di fato ineluttabile.   La causa principale di si foschi presagi sarebbe, secondo l'autore, il ritardo e l’inerzia nel portare avanti sostanziali riforme liberali al sistema.
Senza nulla voler togliere all’effettivamente asfissiante inefficienza di tanta parte del nostro sistema, siamo sicuri che non ci sia dell’altro?

Volendo dare una risposta che non sarà letta, vorrei far notare a dr. Magnoli Bocchi che la crisi economica, sia pure in modo molto diverso da caso a caso, sta gradualmente interessando tutti i paesi del mondo.   Perfino la Cina che, sotto molti aspetti, svolge oggi il ruolo di “faro ideale” per la nostra classe dirigente. Un po’ come in passato lo furono l’URSS per i comunisti e gli USA per i liberali.   A mio avviso ciò significa che, al di la delle situazioni contingenti ad ogni realtà nazionale e locale, sono all’opera fattori globali afferenti, purtroppo, alla tragica realtà dei “Limiti allo Sviluppo” nei suoi vari aspetti.
Ciònondimeno, è vero che l’economia tedesca si sta dimostrando più dinamica e resiliente di quelle degli altri paesi UE e, soprattutto di quella italiana.   Un dato di fatto che meriterebbe un approfondimento.   Fra i numerosi aspetti della questione, vorrei qui attirare l’attenzione su di un argomento mai preso in considerazione quando si parla di “competitività” internazionale e, viceversa, critico; oltre che irreparabile.

La sindrome del posacenere.

Un mio vecchio amico una volta mi disse: “Vedi l’urbanistica è come un posacenere.   Se tutte le cicche sono dentro un piattino di vetro, la stanza è pulita e funzionale.  Se le stesse cicche le spargo dappertutto, l’avrò resa uno schifo impraticabile."
Chi si voglia prendere la briga di osservare su Google le foto satellitari delle periferie urbane, scoprirà una cosa sorprendente.   In alcuni paesi, ad esempio la Germania, le città sono state complessivamente costruite con un certo ordine e criterio.   Ad esempio separando la campagna, le aree industriali, quelle commerciali e quelle residenziali.   A titolo d'esempio, qui vediamo Friburgo (220.000 abitanti).

Friburgo (Germania) e dintorni
Esattamente l’opposto di quello che abbiamo fatto in Italia e, in misura ancora maggiore, in tanta parte della Spagna e della Grecia.   Per essere furbi, abbiamo fatto praticamente tutto dappertutto, creando suburbi vasti come intere provincie, dove si mescolano e si accavallano villette e capannoni, piazzali e condomini, magazzini e centri commerciali.   Mentre sul “retro della città” agonizzano i frammenti di quella che avrebbe potuto essere campagna; gradualmente invasi da baracche, depositi più o meno abusivi, piazzali e tutto l’armamentario del degrado sub-urbano.   Sempre a titolo di esempio, qui vediamo Prato (190.000 abitanti che consumano forse il quadruplo della superficie rispetto a Friburgo).
Prato e dintorni.
Certo, costruire in questo modo ha permesso ai privati di abbattere i costi di costruzione e di urbanizzazione, tanto delle casette, quanto dei capannoni e dei piazzali industriali.   Ma ora, esaurito questo effimero vantaggio, ci troviamo con una situazione ingestibile ed irreparabile.   Molto semplicemente, avere costruito così le nostre città ha delle conseguenze che si possono riassumere così:
  • Maggiori costi e minore efficienza di tutti i servizi di rete (elettricità, acqua, gas, fognature, trasporti pubblici, ecc.) al punto che spesso non sono neppure realizzabili (tipicamente le fognature e la depurazione).
  • Maggiori costi di gestione della rete idrica e maggiore rischio idrogeologico.
  • Maggiori costi e tempi di trasporto.  Sulle medesime strade si incolonnano tir, automobili, apette e ciclisti, assieme ad autobus e pedoni.   Il pericolo è costante, l’efficienza minima.
  • Maggiori costi di intervento per qualunque opera di manutenzione, integrazione o ammodernamento, sia delle reti, che di impianti, case, ecc.   Al punto che spesso si rinuncia a farli (tipicamente: aree verdi urbane, piste ciclabili, parcheggi scambiatori, ecc.).
  • Necessità di uso dell’auto privata e del camion, con le conseguenze del caso.
  • A parità di altri fattori, maggiori tassi di tutti i tipi di inquinamento e conseguenti costi diretti ed indiretti.
  • Elevato disturbo ed intralcio reciproco fra le diverse attività che si accatastano a casaccio nello stesso posto.
  • Degrado paesaggistico ed impraticabilità turistica di zone che, magari, contengono oggetti di del pregio storico od artistico delle ville lucchesi o di quelle venete.
  • Massima distruzione di suolo, soprattutto agricolo e perlopiù di eccellente qualità.   In questo modo infatti, non solo le aree artificializzate vengono rese irreversibilmente sterili, ma anche ben più vaste superfici che diventano inutilizzabili a causa della frammentazione e della difficoltà di accesso.
  • Isolamento delle residue aree agricole e naturali che perdono così buona parte della loro biodiversità e resilienza.
Nel complesso, non sarei in grado di quantificare il danno, ma in un contesto in cui i margini di guadagno sono sempre più sottili e la competizione sempre più esacerbata, credo che questo genere di costi, moltiplicati per un intero paese, abbiamo un peso rilevante.  Perché dunque nessuno ne parla?
Credo sia per due ragioni principali: La prima è che oramai non c’è più niente da fare.  Non possiamo immaginare di demolire e rifare i due terzi dell’edificato nazionale.
La seconda è che la responsabilità ricade sull’intera popolazione.  Dal privato cittadino che ha voluto farsi la villetta dove aveva ereditato un pezzetto di terra; all’industriale che per i suoi capannoni ha comprato terreno agricolo per poi farsi cambiare la destinazione d’uso. Fino al tizio che trova comodo accumulare i suoi rifiuti in un cantuccio dietro la città, invece di conferirli secondo norma.   Passando per il palazzinaro che spara le sue villette a schiera dove il terreno costa meno, ciò dove è più lontano dai servizi essenziali.
Insomma, fino agli anni ’60 il “laissez faire, laissez passer” ha funzionato.  Abbiamo fatto le stesse cose dei tedeschi e dei francesi, con costi minori.  Si sa che gli italiani sono furbi!   Ma col passare del tempo, abbiamo dovuto cominciare a fare i conti con l’oste e scoprire che chi aveva speso di più per costruire meglio si trovava poi ad avere dei costi di gestione ridotti ed una maggiore produttività.
Oh perbacco! Ma non è che per caso sul Sole 24ore si parla spesso di inefficienza e scarsa produttività?



sabato 1 luglio 2017

Marta Russo: come uccidere la verità


Questo è il libro di Vittorio Pezzuto che nessun editore italiano ha voluto pubblicare - se l'è dovuto pubblicare da solo. Bene, proprio per questo l'ho comprato e me lo sono anche letto, non proprio tutte le sue 660 pagine, ma quasi tutte. Ed è un bel libro, anche di ottima qualità editoriale, in barba agli editori professionali. Racconta in dettaglio la storia dell'assassinio di Marta Russo, nel 1997, e della condanna dei suoi presunti assassini, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Sulla copertina, c'è scritto "di sicuro c'è solo che è morta", ma io aggiungerei un'altra cosa sicura: un'altra vittima di questo omicidio è stata la verità

Il libro di Pezzuto racconta una storia che ormai dovremmo già sapere bene, perché è già successa tante volte: per Enzo Tortora in Italia, per le "armi di distruzione di massa" in Iraq e per tanti altri casi. Ritroviamo lo stesso meccanismo con la storia di Marta Russo e della colpevolizzazione di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, condannati senza uno straccio di prova, in aperta contraddizione con i risultati dei test sulla famosa "particella di bario e antimonio" che avrebbe dovuto dimostrare che il colpo era partito dalla loro stanza. Entrambi sono stati linciati dai media sulla base della spasmodica necessità di trovare il "mostro" da condannare. E' di nuovo la storia di "Sbatti il mostro in prima pagina," il titolo di un film del 1972 di Marco Bellocchio. In epoche appena un tantino più remote, Scattone e Ferraro li avrebbero impiccati all'albero più vicino. Oggi, si sono limitati ad appiccicargli addosso per sempre l'etichetta di "assassini" e rendere impossibile per loro una vita normale.

E' colpa dei giornalisti? Forse, ma è anche vero che abbiamo disperatamente bisogno di mostri e quando li non ne troviamo di veri, ce li inventiamo. Non so se è una coincidenza, ma in questi giorni mi stavo anche rileggendo il libro "Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo" di René Girard (1978). E' un libro dedicato alla tradizione del sacrificio nella storia umana, ovvero a come nei momenti di crisi la società reagisce cercando una vittima, un "capro espiatorio", sul quale scaricare le colpe di quello che sta accadendo. In certi periodi storici, bastava una capra. In altri, si usava un essere umano. E con tutta la nostra razionalità, la nostra tecnologia, il nostro Internet e tutto il resto, non sembra che ci siamo allontanati da quel livello. Siamo sempre alla ricerca di mostri da creare per poi ucciderli. Si tratta di vedere chi sarà il prossimo.



(h/t Luca Pardi)



giovedì 29 giugno 2017

Ci sarà un politico che ogni tanto fa qualcosa di buono? Si, c'è, e lo fa per il fotovoltaico....



Un politico che fa qualcosa di utile: Gianni Girotto del M5S che si è impegnato in un tentativo di rimuovere le assurde regole punitive nei riguardi del fotovoltaico in Italia; il risultato di una crociata contro l'energia rinnovabile nella quale il governo di Renzi si è impegnato con passione. Ne sono venute fuori una serie di sanzioni draconiane che mandano automaticamente in fallimento una ditta, un privato, o un intero comune, per il minimo dettaglio fuori posto. Per esempio, è sufficiente una discrepanza nel numero di serie di un pannello.

Questà è una follia per tante ragioni. Oltre ad aver danneggiato moltissime persone che avevano investito in buona fede nell'industria fotovoltaica, ha anche eliminato decine di migliaia di posti di lavoro e distrutto un intero comparto industriale in Italia. Oggi, dopo questa ventata di sanzioni, chi investirebbe ancora in un impianto fotovoltaico sapendo che questo ti può far diventare un criminale agli occhi del governo?

Renzi e i suoi sono stati giustamente puniti dagli elettori per questo e tanti altri motivi. Ora, bisogna assolutamente eliminare queste inutili norme per far ripartire l'industria fotovoltaica in Italia e dare a questo paese l'energia di cui ha bisogno.




FOTOVOLTAICO: M5S, SANZIONI SPROPORZIONATE GSE METTONO A RISCHIO BILANCI DI COMUNI E IMPRESE

Roma, 28 giu - “Le regole sul fotovoltaico vanno cambiate per evitare di mandare gambe all’aria i bilanci di Enti pubblici, privati e operatori del settore che hanno scelto le buone pratiche delle rinnovabili. A causa di strumenti normativi inadeguati il GSE applica sanzioni sproporzionate sulle irregolarità per gli impianti fotovoltaici incentivati negli anni scorsi. È sufficiente un banale vizio di forma a far scattare una penale eccessiva. È il caso ad esempio del Comune di Avolasca (AL), a cui il Gestore dei servizi elettrici ha chiesto la restituzione di 1.200.000 euro, non per aver infranto le regole ottenendo maggiori guadagni, ma per un semplice errore formale. Quelle regole, dunque, vanno cambiate immediatamente per evitare ulteriori storture che mettano a rischio gli investimenti del settore. Chi agisce in buona fede va tutelato, non punito”. Lo dichiara il senatore del Movimento 5 Stelle Gianni Girotto, che ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri dello Sviluppo economico e delle Finanze.

“Sono potenzialmente decine i Comuni italiani nella stessa situazione di Avolasca. Non possiamo permettere che le sanzioni – per giunta retroattive – si espandano a macchia d’olio solo perché la norma è sbagliata. Dai dati sui controlli pubblicati dal GSE si evince che nel 2016 si sono rilevate irregolarità per il 35% dei controlli effettuati, una quota più che tripla rispetto al 10% del 2015. Le verifiche del 2016 sono state effettuate su oltre 4.000 impianti per quasi 3 GW di potenza. Con la conclusione dei procedimenti si è ridotto il costo di tutti gli incentivi di circa 39 milioni di euro”, insiste Girotto.

 “La legge impone la decadenza degli incentivi e la loro restituzione in caso di irregolarità. E fin qui nulla da dire. Ma qui siamo al paradosso che una svista nella compilazione di un documento equivale alla truffa architettata per rubare i soldi degli incentivi. In questo caso vengono sanzionate ugualmente con la sospensione della tariffa e l’obbligo di restituire quanto ricevuto”, spiega il senatore 5 Stelle.

 “Nel caso ad esempio dei Comuni questo rischia di trasformarsi in un doppio danno per la collettività: da una parte si condannano soggetti sostanzialmente incolpevoli, dall’altra si privano gli impianti della spinta finanziaria a continuare la produzione, minando di fatto il raggiungimento degli obiettivi internazionali per le fonti rinnovabili e rischiando l’abbandono di una parte sostanziale degli impianti più recenti ed innovativi costruiti in Italia. Calenda e Padoan intervengano con urgenza per modificare il regime sanzionatorio, bloccando il rischio di sanzioni sproporzionate relative alle verifiche sugli impianti a fonte rinnovabile, nel rispetto e degli sforzi da parte di Enti pubblici e privati”, conclude Girotto.



Gianni Girotto
X Commissione Industria, Commercio, Turismo, Energia - Senato
Ufficio: piazza San Luigi dei Francesi n. 34, terzo piano, stanza 305. Interno: 4123.
sito web: www.portavocegirotto.it
e-mail
: giannipietro.girotto@senato.it
fisso: 06.67064123 

lunedì 26 giugno 2017

Darwinismo Sociale


Questo post di Filippo Musumeci è parte di una serie di storie molto brevi che riprendono figure storiche di scienziati e di filosofi, viste in modo spesso umoristico e satirico. Qui, Musumeci prende bonariamente in giro Darwin e sua moglie, Emma, nota per le sue idee religiose e per la sua critica alle teorie del marito. Il soggetto di questo post è leggermente al di fuori di quello del blog "Effetto Risorse", ma credo che questa passeggiata intorno al concetto di "Darwinismo sociale" sia particolarmente appropriata in relazione ad alcuni concetti che ho esposto riguardo alla reazione umana rispetto al cambiamento climatico. Se la situazione è così brutta come sembra essere, allora la reazione dello straccivendolo descritta da Musumeci è quella più efficace, anche se non necessariamente quella moralmente accettabile. Vedi "Cambiamento Climatico: quanto si può essere disperati?" Per contattare l'autore: film2012ct(spirulina)yahoo.it


Guest Post di Filippo Musumeci

Darwinismo sociale (Titolo originale: Darwinian Tea-time*).

Down House, Downe, Kent, UK – 1846 (tarda primavera):

-Ancora un po’ di tè, caro?

-Grazie, Emma; ne prenderò un’altra tazza, se non ti spiace.

Una perfetta scena di gioiosa vita familiare in un pomeriggio Inglese pieno di sole. Mentre le voci dei bambini intenti a giocare sulla veranda facevano da contrappunto al cinguettio dei passeri, la giovane donna servì la bevanda fumante al marito, che scorreva la pagina del times.

-Scusami Charles, posso interromperti per qualche minuto?

-Oh … certamente cara. Cosa posso fare per te?

-Ecco, c’è una domanda che mi gira in testa da stamane. Ci ho pensato mentre ero intenta a riordinare i tuoi appunti.

-Si?

-Bene, come mi hai spiegato tempo addietro, tu sostieni di aver trovato la maniera di conciliare l’idea della comparsa di forme sempre nuove della vita nel corso del tempo con l’evidenza mostrata dall’osservazione della natura nel nostro tempo.

-Infatti, Emma. Ricordi cosa sostiene monsieur de Lamarck nella sua Philosophie zoologique? Egli postula l’esistenza di uno sforzo attivo delle creature, uno slancio vitale che le spingerebbe a migliorare se stesse, chi in maggiore chi in minor misura, una spinta ad ottenere più cibo, più spazio vitale e … un maggior numero di piccoli, naturalmente. Questo impulso, in modi che non conosciamo nei dettagli, avrebbe affinato nel corso del tempo i corpi dei più sagaci e determinati tra loro, come un rasoio viene affilato dalla mola; nel corso di molte generazioni, questo processo renderebbe i loro muscoli più forti e scattanti, i sensi più acuti e le menti più pronte, fino a quando l’ennesima generazione discendente dai migliori esemplari della specie diverrebbe così diversa dai discendenti dei meno dotati da costituire, di fatto, una specie separata. Qualcuno sostiene anche che si tratterebbe di una specie migliore della sua progenitrice. Tuttavia io non sono tra costoro; in quale senso una giraffa sarebbe migliore di un daino, infatti?

-Solo che questa idea contrasta con quanto è scritto nella Genesi.

-Emma cara, anche il fatto che la Terra ed i pianeti orbitano intorno al Sole contrasta con le Scritture. Eppure, Newton ha dimostrato che il mondo va così. Non possiamo certo reprimere ogni aspirazione alla conoscenza della natura e delle sue leggi, e rimanere vincolati da parole scritte migliaia di anni fa da uomini che probabilmente non conoscevano neppure la più elementare geometria, per quanto, essendo divinamente ispirate, esse meritino comunque il nostro rispetto. Che ne sarebbe allora del progresso? Che ne sarebbe del nostro dominio sui mari, sui popoli selvaggi, della nostra civiltà? La Bibbia non è un libro di filosofia naturale, ecco tutto, con buona pace di quel che ci vorrebbero imporre il Papa o l’arcivescovo di Canterbury. So come la pensi su queste cose, mia cara, ma ti assicuro ...

-Oh, no Charles. Non temere, non si tratta dei miei soliti timori. Stavolta non intendo affatto ammonirti  a proposito delle conseguenze che il tuo lavoro potrebbe avere per te. Quel che non mi da pace è una cosa diversa.

-Allora spiegati meglio.

-Ecco, tu concordi con coloro che attribuiscono a questo nostro mondo una età ben più lunga di quella riconosciuta dalle genealogie della Bibbia; fino a questo punto, sono d’accordo anch’io.

-Non si tratta di concordare, Emma, ma di riconoscere l’evidenza. Come il professor Lyell e molti altri hanno dimostrato oltre ogni dubbio, non c’è modo naturale in cui le montagne, i letti dei fiumi, le grandi pianure, possano essersi formate in un tempo così breve. Occorrono milioni di anni, cosa che corrisponde a milioni di generazioni della vita.

-Lo so, caro. Ho detto che questo mi trova perfettamente d’accordo.

-Anche la spontanea apparizione di esseri che, nati da genitori tipici di una specie, mostrano tuttavia una complexion che non corrisponde a quella canonica della loro specie, è una realtà indiscutibile. Troppe testimonianze autorevoli e troppi reperti la confermano, per poterne dubitare.

-Non sarò io a metterlo in dubbio, Charles. Dopotutto, non hai sposato una contadina ignorante che si segna e invoca la Beata Vergine quando nasce un vitellino con due teste. Quel che mi rende perplessa invece, è la tua spiegazione della forza che chiami selezione naturale.

-Ti rende perplessa? Ma se quella è la parte della mia tesi che ha le fondamenta più salde. Emma, io sto rimandando da anni la pubblicazione perché so molto bene come verrò criticato e attaccato da ogni parte: dai bigotti, dagli umanisti, dai filosofi di scuola Francese, dai socialisti. Cerco una conferma dopo l’altra, in ogni possibile forma vivente, animale o vegetale, che colleghi le specie l’una all’altra, che ne mostri la derivazione, lo sviluppo. Voglio rendere le mie tesi inattaccabili, a costo di farne un testo così monumentale da indurre alla noia. Ma il processo della selezione naturale è il solo punto ineccepibile, basato su una logica ferrea. Infatti è il solo su cui tutti gli amici che ho messo a parte del mio lavoro abbiano concordato in modo unanime.

-Ma Charles, io non discuto affatto la validità scientifica di questa “selezione naturale”. E’ il suo aspetto morale che non condivido.

-Morale?

-Si, caro. Non ti accorgi che essa fa sì che il successo sia determinato dalle peggiori qualità morali?

-Adesso sono io a restare confuso, Emma. Vuoi spiegarti meglio?

-Beh … posso raccontati una storia che ho sentito da un’amica?

-Fai pure.

-Bene, ma ti avverto che non è una storia che sta bene sulle labbra di una signora.

-Oh,… qualcosa di licenzioso, Emma cara? Stavolta mi hai proprio incuriosito.

-No, non proprio. Si svolge in India. Potremmo chiamarla una storia proprio così*.

-Sentiamo.

“Nel folto della jungla, due uomini corrono a rotta di collo, inseguiti da una ferocissima tigre mangiatrice d’uomini. Vengono dallo stesso villaggio ma non viaggiavano insieme; non prima di questo assai spiacevole incontro, almeno.Uno di essi è un sacerdote indù della casta più elevata, Sanjay Savitar Sekar, il cui nome significa raggio di Sole vittorioso sul picco**. L’altro è uno straccivendolo sudicio chiamato Naveen Naga, che vuol dire novello serpente; e ti assicuro che mai nome fu più azzeccato di questo.A un certo punto, il più intelligente tra i due dice all’altro: -Temo che siamo spacciati, amico Naveen. Ormai siamo troppo lontani dal villaggio per ricevere soccorso gridando aiuto, e sai bene che non c’è uomo che corra più veloce di queste bestiacce, quando sono affamate. Tra un minuto buono ci avrà raggiunti, e per noi sarà la fine.Lo straccivendolo, che corre al suo fianco, sembra pensarci per qualche secondo. Poi, d’improvviso, allunga il piede a fare lo sgambetto al bramino, che cade rovinosamente gridando per la sorpresa, e prosegue nella sua corsa spedito come prima”.

-Oh Emma, ma ti sembra una bella storia questa? Mi raccomando, non raccontare mai nulla del genere ai bambini.

-Non ne ho alcuna intenzione Charles, credimi. Ma tu cosa ne dici? Non vedi come questa stupida storia esemplifichi l’aspetto morale della tua “selezione naturale”?

-In effetti può darsi che lo faccia, in un certo senso. Però c’è qualcosa che non mi è affatto chiaro. Mi sembrava di aver capito che il sacerdote è il più intelligente dei due, non è così che hai detto?

-Infatti, caro. L’altro, lo straccivendolo, è solo il più carogna; ma è lui a sopravvivere. Del resto, non c’è da stupirsene. Tu, ad esempio, sei certamente più intelligente di me, Charles, ma suppongo che ricordi bene come va a finire ogni volta ci sfidiamo al Backgammon.

-D’accordo, Emma; anche questa volta la vittoria è tua. Ah, se penso che sei tu a temere che io possa meritare la dannazione eterna per la mia poca fede ...




Note

Il titolo originale è un omaggio al bellissimo racconto Biliardo darwiniano o L’eterno interrogativo (Darwinian pool room - 1950) di Isaac Asimov.

Le Storie proprio così (just so stories for little children) sono racconti fantastici per bambini della narrativa Inglese d’epoca vittoriana/edoardiana. Ne fu autore Rudyard Kipling (prima pubblicaz. 1902) ed hanno di solito, ma non sempre, per protagonista un animale, del quale un aneddoto mitico spiega come esso abbia acquisito una particolare caratteristica, attraverso un intervento di tipo magico o per intervento dell’uomo, oppure come avvenne per la prima volta un determinato evento o come l’uomo inventò qualcosa. Eccone alcuni esempi:

Come nacque la paura – (1895) in “Il secondo libro della jungla”;
La triste storia del vecchio padre canguro;
Come la balena ebbe la gola stretta;
Come fu scritta la prima lettera;
Come il leopardo ebbe le sue macchie.


I significati dei nomi Hindi sono autentici.


Ritengo che questa storia di fantasia meriti un commento:

Il “Darwinismo”, termine che descrive l’insieme delle teorie che si fanno risalire a Darwin e Wallace da una parte con i successivi contributi da parte di Mendel, Morgan, Müller e di tutti i biologi evoluzionisti e  i genetisti fino ad oggi, è notoriamente materia di grandi e inestinguibili controversie, e lo è fin dall’inizio; soprattutto quando Darwin pubblicherà (il racconto precede quel momento) i suoi risultati circa l’origine dell’Uomo. Ora, questa controversia non si è sviluppata tanto in sede scientifica e accademica, ma nell’ambito politico.

I detrattori di Darwin e delle sue idee sostenevano che esse fossero false perché negavano la creazione divina dei regni della natura vivente e, in special modo, quella dell’Uomo. Col passare degli anni, l’accumularsi delle osservazioni, degli esperimenti, ha costretto tutti tranne i più facinorosi (quelli pronti a negare perfino l’evidenza dei sensi pur di difendere le loro posizioni a priori) ad ammettere che il binomio mutazioni casuali-selezione naturale è dimostratamente in atto nel mondo naturale. Essi si sono perciò rifugiati su posizioni di retroguardia (ricordiamo l’Intelligent Design di oggi, il Lamarckismo, il Micurinismo di Lysenko) e su tutta una serie di teorie che vorrebbero rimpiazzare l’evoluzionismo.

Quel che gli “avversari” dell’evoluzione non riescono a digerire della teoria – sul piano, appunto, delle idee – sono due punti in particolare:

1) la casualità delle mutazioni, che per loro è una negazione del “piano divino”, se il loro attacco parte da posizioni di fede cristiana, islamica o ebraica, oppure la negazione di una qualche idea di “progresso naturale” nella storia (appunto, naturale) del mondo.

2)l’origine dell’uomo da animali inferiori mediante accidenti naturali, che, come al punto 1), negherebbe Dio o la “dignita umana” o entrambe.

Ora, non vi è chi non veda in questi attacchi, la vera ragione, quella psicologica. Darwin e i suoi continuatori hanno leso non tanto l’Onnipotente e la nostra fede in Lui, quanto la nostra vanità. E nel frattempo, impegnati a polemizzare su di essa, non ci accorgiamo che l’evoluzione contiene in sé idee che hanno la forza dirompente di una bomba (e in confronto alle quali i suesposti punti 1) e 2) fanno l’effetto di innocui petardi).

Cominciamo dal punto 2). Posto che uno sia credente, mi chiedo chi mai potrebbe proibire a Nostro Signore di “creare” l’uomo a partire da “animali inferiori”, e mediante i lunghi processi naturali esposti dagli evoluzionisti? Solo la nostra vanità, è la risposta.

Il fatto che la Bibbia descriva le cose in modo diverso, non fa testo, dato che la Bibbia descrive parecchie cose a modo suo (che è, in verità, il modo in cui la gente comune immaginava il mondo tre o quattromila anni fa), a cominciare dall’universo e dal sistema solare. Se dobbiamo stare al passo con la Bibbia, beh, allora buttiamo via anche Galileo e Copernico, anche Harvey e la circolazione del sangue, insieme a TUTTA la ricerca scientifica fin da prima di Aristotele. Impediamo, anzi, ogni ricerca scientifica, aboliamola per sempre. Nella Bibbia (o nel Corano, magari) ci sono già tutte le risposte, giusto? Inginocchiamoci e preghiamo invece, fratelli. Smettiamo di cercare “verità” ulteriori, che possono mettere in pericolo le nostre anime. Finis.
Se invece decidiamo di continuare a cercare una qualche verità con i mezzi naturali che abbiamo (la nostra testa) non ci sono altre alternative; finché non troviamo qualcosa di meno zoppicante dell’evoluzione, dovremo tenercela; un po’ come per le libere elezioni.

L’evoluzione dell’uomo dalla scimmia urta la sensibilità di molti perché il nostro immaginario collettivo, in realtà, non è affatto cristiano (né musulmano o ebraico); è hollywoodiano. La nostra vanità pretenderebbe che le vicende narrate nella Genesi fossero ambientate non sulla Terra ma sul pianeta Kripton, con tutti quei meravigliosi effetti speciali in funzione, le luci colorate e in sottofondo il miglior Beethoven, ché la creazione dell’uomo non merita meno. Non paghi di esserci autoinnalzati a sapiens, in realtà crediamo di essere già Homo Superior, come i mutanti del fumetto X-Men. Il fatto che il Salvatore dei cristiani sia nato figlio di un falegname qualsiasi e non di un re (o che il Profeta Muhammad fosse un cammelliere, non un principe) non dice nulla alla dura cervice che ci contraddistingue (qualcuno ha scritto che l’Uomo sembra essere progettato apposta per non credere nell’evoluzione). Tengo comunque a ripetere che la fede non proibisce a nessuno di pensare che l’evoluzione sia parte integrante del “piano divino”, qualunque esso sia.

Veniamo poi al punto 1). La casualità delle mutazioni. Mi meraviglia il fatto che questo concetto (il caso) possa urtare chi dice di credere in un dio onnipotente ed onnisciente. Possibile che non vi venga in mente che il caso possa essere tale per noi umani, che osserviamo gli eventi coi nostri sensi imperfetti e li interpretiamo col nostro intelletto imperfetto, ma giammai potrà essere tale per il Creatore? Chi può tutto, sa tutto, vede tutto (e fa tutto, tutto quel che accade: “non muove foglia che Dio non voglia”, ricordate) non può, per definizione, essere soggetto alla casualità, a meno che non lo voglia Egli stesso. Anzi, qualcuno ha scritto che “Il caso” è lo pseudonimo che Dio usa quando non vuole che gli venga attribuito il merito (o magari la colpa) delle Sue azioni. Perciò, chi ha fede, può benissimo riconoscere la casualità delle mutazioni senza per questo rifuggire al pensiero che il mondo e l’umanità siano in balia del caso, vale a dire di un volgare fenomeno asettico e anaffettivo, privo di legge, di volontà, di amore.

La Selezione Naturale, invece, è cosa ben diversa; è una brutta bestia, la selezione naturale. Con essa, il darwinismo ci condanna a combattere senza pietà, che lo vogliamo o meno. E’ una guerra di tutti contro tutti, (anche se non viene combattuta solo ed esclusivamente con armi che feriscono e uccidono, tuttaltro), dalla quale non si può uscire in nessun modo. Se ci pensate bene, “sopravvivenza del più adatto” significa anche che il meno adatto soccombe; e il meno adatto potreste essere proprio voi, se non vi date da fare (ad esempio, secondo i naturalisti, nella maggior parte delle specie di mammiferi, un buon terzo dei maschi muore privo di discendenza perché, semplicemente, non riesce mai ad accoppiarsi nel corso della sua breve vita; le lotte tra maschi, anche quando sono incruente come un torneo di braccio di ferro, ottengono questo bel risultato).

Le religioni ci abituano sì a sentirci attori in una sorta di campo di battaglia, ma quest’ultimo è di natura morale; la lotta (eterna) tra il Bene e il Male. Nell’evoluzione invece il successo si misura in questa vita, in termini puramente materiali. “Massimizzare il proprio successo riproduttivo” è la legge ferrea, vale a dire quanti più figli possibile, il più in salute possibile, e non conta con quali mezzi si arrivi all’obiettivo. Non ha importanza chi inganni, tradisci, sfrutti, depredi o uccidi.

Questo è davvero un concetto che si scontra frontalmente con l’essenza di ogni religione. Inconciliabile, nel vero senso della parola.

Del resto ricordiamo che Hitler e i suoi nazisti si facevano vanto che la loro ideologia fosse l’unica pienamente conforme all’evoluzione (in quanto virilmente priva di “illusioni romantiche” e sentimentalismi umanitari e “cristiani”), che essi sostenevano essere una suprema legge di natura, alla quale era giusto inchinarsi. E cosa prendevano a esempio dall’evoluzione? La casualità delle mutazioni non li interessava più di tanto, anzi, si riempivano la bocca di parole come “destino” e “progresso” (in senso anche biologico) dell’Uomo “ariano”. La discendenza dell’Uomo dagli animali li vedeva indifferenti, quando non larvatamente ostili; erano costretti ad accettarla obtorto collo per motivi di coerenza con la teoria, ma la casualità, che esclude l’esistenza di una scala lineare di “superiorità”, faceva a pugni con la loro idea di miglioramento del genere umano attraverso la lotta (cioè la guerra razziale). Hitler stesso si riteneva sotto la protezione della divina provvidenza (ad esempio quando scampava agli attentati). La selezione naturale era invece il loro cavallo di battaglia ideologico, il principio che avrebbe dovuto rendere giusto il dominio di una razza sulle altre e l’eliminazione della razza nemica, così come quella degli imperfetti, come con l’Aktion T4.

Il concetto di selezione naturale tende a giustificare i peggiori aspetti della “cultura” e delle ideologie. Può fare da pezza di appoggio al razzismo, allo schiavismo puro e semplice, all’immutabilità dei rapporti di forza tra le classi sociali. Ad esempio può sostenere quell’altra ideologia pseudoreligiosa di destra tipica della classe abbiente Americana e non solo, secondo cui la prosperità economica, cioè l’essere ricchi sfondati, è un segno tangibile della benevolenza di Dio verso l’individuo che la possiede; idea molto propagandata, sotto la quale si nasconde il disgustoso pensiero che Dio voglia più bene ai ricchi e meno ai poveri. E’ una forma di razzismo anche questa, oppure può fare da appoggio ideologico al principio che nulla e nessuno debba frenare la libera concorrenza (no regulations), per il quale sul libero mercato ogni cosa è lecita, ogni cosa (e di conseguenza ogni persona) ha un prezzo, è merce, e che se nella corsa al denaro fallisci, se precipiti nella miseria, è colpa tua. Questo modo di considerare le cose confonde volutamente la corsa al successo con il bisogno elementare di vivere, di essere liberi di scegliere, e di consumare quel minimo necessario a vivere in modo decente che ogni essere umano ha in quanto creatura viva, negando brutalmente il secondo.

Se vogliamo, la selezione naturale dà torto anche a chi si rende conto che abbiamo raggiunto i limiti fisici di sfruttamento delle risorse e invoca il contenimento dei nostri appetiti, una decrescita individuale e collettiva. Il saccheggio delle risorse naturali, l’estinzione delle specie, la trasformazione dell’ambiente vitale in un ambiente letale, inquinato e surriscaldato, non sono forse  cose normali, conformi alla selezione naturale? Non è forse vero che tutte le specie prima o poi si estinguono, ma nessuna ha mai scelto consapevolmente e spontaneamente di “decrescere”? Non è forse vero che il primo “inquinante” fu l’ossigeno, e portò quasi all’estinzione gli organismi anaerobici di allora, che oggi possono sopravvivere solo in piccole nicchie ecologiche, ad esempio nel tetano?

A vederla in maniera evoluzionisticamente corretta, hanno financo ragione i popoli del terzo mondo quando fanno una caterva di figli per ciascuno, e abbiamo torto noi occidentali ricchi a crescita zero. Verrà, l’ecatombe, la sesta estinzione di massa, e con questo? Se qualche Homo Sapiens sopravviverà, sono loro, con il loro tasso insostenibile di incremento della popolazione, ad avere più probabilità di noi di restare vivi (sempre intendendo la specie, non il singolo individuo. Anzi, in questo caso la razza; ecco il tema nazista che ricompare), e ripopoleranno la Terra (mentre noi periremo, si sottintende). E se questo li fa vivere in miseria con grandi sofferenze, ebbene la selezione naturale non è un pranzo di gala.

Ma la selezione naturale è una condanna senza appello? Siamo anche noi suoi schiavi, come lo è il resto del mondo biologico? E’ fisicamente impossibile sfuggirle nello stesso senso in cui è impossibile superare la velocità della luce? Non ne sono certo al di là di ogni dubbio, ma temo proprio di sì.

Se per semplificare le cose volessimo paragonare l’Uomo, come individuo, ad una multinazionale, una grande impresa commerciale, allora in essa tutti i posti sia del Consiglio di Amministrazione che dell’Assemblea degli Azionisti sarebbero occupati dalle ambizioni e dalle fisime, dagli istinti atavici e dagli appetiti, da quello che Freud chiamava il principio del piacere e dalla brama shakespeariana di potere. La ragione, di cui tanto ci piace vantarci, svolgerebbe in azienda un ruolo molto subordinato, diciamo quello del Reparto Contabilità; il suo vero compito è sempre stato quello di rappezzare a posteriori una scusa che giustifichi il nostro comportamento di fronte agli altri e alla nostra vanità, ma quanto a potere decisionale, ZERO.

Questo ci porta anche ad una diversa considerazione, a proposito della nostra intelligenza. Essa non è, come tendiamo a vantarci, di tipo galileiano, fatta per esplorare il mondo e trarne delle regole di funzionamento, ma è invece machiavellica, destinata a fottere il prossimo (ed anche a fottere il mondo, in senso lato). La scienza, l’arte, la filosofia, la letteratura, ne sono più che altro dei sottoprodotti, dei tools di programmazione sviluppati al servizio del vero obiettivo, quello indicato dalla selezione naturale. Nei primi minuti di “2001 Odissea nello spazio” di Kubrik c’è una scena emblematica: l’ominide prescelto subisce la misteriosa azione del monolite alieno che “cambia la sua mente”, facendo scattare in essa l’idea nuova dell’uso dello strumento (un po’ datato come esempio emblematico; già ai tempi si sapeva che parecchie specie di scimmie, e non solo antropomorfe, usano bastoni e pietre, ma Hollywood ha il suo modo di fare le cose). Ma è nella scena successiva che si rivela la morale della favola. Che uso fa il protagonista della sua nuova capacità? Ovviamente se ne servirà come arma, per colpire a morte i membri del branco avversario nella disputa per la sorgente d’acqua (fottere il prossimo) e poi per uccidere quei tapiri che rappresentano simbolicamente tutte le altre specie animali (fottere il mondo). Ed è quello che stiamo ancora facendo, alla grande.

A volte vorrei che Charles Darwin fosse vissuto ancora per diversi anni, e che invece di occuparsi di studiare, ad esempio, i cirripedi, l’allevamento di animali o le espressioni fisiognomiche del volto e il linguaggio del corpo, avesse affrontato di petto questo problema. Darwin è morto, e questa è solo materia per gli universi alternativi della fantascienza, ma sarebbe ora che qualcuno si occupasse della cosa con il suo estremo rigore scientifico.


venerdì 23 giugno 2017

L'insostenibilità della sostenibilità



SM 3812 — L’insostenibilità della sostenibilità — 2015

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gli asini29, 39-44 (settembre-ottobre 2015)
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Gli anni sessanta del Novecento sono stati anni di grandi rivoluzioni: i paesi liberatisi dal colonialismo si sono messi in testa di rivendicare prezzi più equi per le loro risorse naturali — rame, gomma, cobalto, fibre tessili, uranio, petrolio — che fino allora erano stati sfruttati dai loro colonizzatori; in tanti nel mondo avevano imparato a osservare la Terra, fotografata dai satelliti artificiali, e quella sfera nello spazio era apparsa come l’unica casa per gli esseri umani, grande ma limitata nei suoi continenti e nelle sue ricchezze; alcuni economisti avevano ironizzato sul significato del PIL mostrando che questo indicatore ufficiale della ricchezza e del benessere non è capace di tenere conto dei costi e dei dolori provocati da sempre più frequenti inquinamenti o alluvioni; alcuni sociologi avevano mostrato tutti i limiti della società dei consumi; alcuni biologi aveva denunciato che la popolazione terrestre stava crescendo troppo rapidamente rispetto alla disponibilità di cibo, di spazio, di acqua. La terribile parola, “limite”, aveva fatto la sua comparsa nel vocabolario, con grande spavento per gli economisti ufficiali, per capitalisti, imprenditori e uomini politici.
Si poteva capire che gli esponenti di una gioventù ribelle nei campus universitari cavalcassero questa insoddisfazione, che gli operai nelle fabbriche fossero insoddisfatti delle condizioni e dei pericoli del lavoro. Ma che un club proprio di intellettuali borghesi e di imprenditori e governanti si fosse messo in testa di ordinare un libro che, nel 1972, spiegava che sarebbe stato necessario porre dei “Limiti alla crescita” della popolazione, delle merci e della produzione — questo passava tutti i segni.
Tanto più che la velenosa idea fece una qualche presa nel mondo; anche nei paesi industriali, nel mondo politico, non solo nei giovani ribelli. Qualche governante considerò con attenzione la analisi dei “Limiti alla crescita”, circolò il termine austerità, in Italia rapidamente soffocato; perfino i dirigenti sovietici parlarono di “uso parsimonioso delle risorse”, per non parlare del mondo cattolico in cui circolavano inviti a minori sprechi.
Bisognava provvedere, e i rappresentanti del potere economico crearono una Commissione che elaborò un rapporto, tradotto in italiano col titolo: “Il futuro di noi tutti”, che ha lanciato su larga scala la moda della sostenibilità, definendo “ufficialmente” sostenibile lo svi­luppo che consente alla nostra generazione di usare le risorse del pianeta lasciando, alle generazioni future, un patrimonio di risorse che assicuri anche a loro un uguale sviluppo. Per vostra tranquillità ve lo trascrivo nell’originale inglese: “Development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs”.
Ci sono senza dubbio problemi ambientali, di inquinamento, di impoverimento delle riserve naturali, ma la società capitalistica — questa la tesi sottintesa — è capace di assicurare lo stesso lo sviluppo economico, pur con alcune correzioni, uno sviluppo duraturo, sostenibile, appunto. Purtroppo c’è una insanabile contraddizione in termini in tale definizione: se usiamo oggi una parte delle risorse terrestri non rinnovabili, questa parte non sarà più disponibile per le generazioni future, per coloro che nasceranno fra venti o quarant’anni. Una espressione popolare americana spiega che non si può mangiare la torta e averla ancora. “Can’t eat a pie and have it”.
Inoltre c’è confusione fra sviluppo e crescita dei beni materiali, quelli appunto che si possono ottenere soltanto usando e modificando le risorse fisiche della natura. Lo “sviluppo” consiste nel diritto di avere una vita dignitosa, per le donne e per gli uomini, di disporre di abitazio­ni, di cibo e di acqua decenti, di avere accesso all’informazione, alla conoscenza, al lavoro e di godere il diritto della libertà.
Ancora peggio: per il principio di conservazione della massa tutte le materie estratte dalla natura, dalla biosfera, durante e dopo la trasformazione in beni materiali, in merci, alla fine “finiscono” sotto forma di scorie e rifiuti gassosi, liquidi e solidi nei corpi naturali: aria, acque, suolo. In questa circolazione quegli stessi corpi naturali da cui trarre le risorse necessarie per la vita risultano peggiorati: l’aria meno respirabile, l’acqua meno bevibile, il suolo meno fertile.  Se anche una parte dei rifiuti solidi può essere trattata per trarne qualche materia ancora utilizzabile per produrre altre merci, tali merci “riciclate” sono inevitabilmente in quantità inferiore a quella dei rifiuti riciclati (altri rifiuti si formano nel riciclo) e sono di qualità peggiore delle merci originali.
Nella definizione “ufficiale” di sviluppo sostenibile si fa riferimento alla crescita dell’uso delle risorse naturali che sono, lo spiega bene l’ecologia, limitate fisicamente. Se si traggono petrolio o gas naturale dai pozzi, carbone dalle miniere, inevitabilmente se ne lascia di meno alle generazioni future; se si aumenta la produzione di cereali o di soia si lascia, inevitabilmente, un terreno impoverito di sostanze nutritive e esposto all’erosione; se si usano i fiumi come ricettacolo dei rifiuti e delle scorie delle attività umane non si può sperare e preten­dere di avere acqua potabile a valle.
La nostra società di mercato stabilisce che è bene, anzi obbligatorio, fare aumen­tare il prodotto interno lordo, cioè la quantità di denaro che ogni anno circola attraverso una economia. Ma tale indicatore aumenta soltanto se aumenta la produzione e l’uso e il consumo  di automobili, di cereali, di benzina, di cemento, di scarpe, di telefoni e computer, di elettricità, carta, eccetera, tutte cose che possono essere ottenute soltanto estraendo dalle miniere o dai campi o dalle foreste risorse naturali che non saranno più disponi­bili alle generazioni future; tutte cose che inevita­bilmente generano, come si è detto, scorie che peggiorano la qualità delle risorse naturali (acqua, aria, suolo, mare) che lasciamo alle generazioni future.
Per farla breve, le attuali regole economiche fanno sì che l’attuale società — italiana, europea, mondiale — sia intrinsecamente insostenibile. Ci stiamo prendendo in giro, con le grandi attestazioni di amore per lo svi­luppo sostenibile, per la sostenibilità, in un mondo in cui le regole di base dei rapporti umani e economici sono insostenibili. E la situazione è tanto più grave in quanto le stesse regole economiche sono state assimilate dai paesi ex-socialisti e vengono puntiglio­samente esportate nei paesi emergenti come Cina, India, Brasile e anche in quelli poveri del mondo.
Eppure la speranza di poster continuare sulla gloriosa strada della crescita merceologica, si è diffusa non solo nella borghesia imprenditoriale, ma anche nel mondo ambientalista, quello da cui era nata la grande contestazione degli anni sessanta. E così ci sono stati volonterosi sforzi per attuare un ambientalismo scientifico, per proporre soluzioni tecnico-scientifiche “verdi”, “compatibili”, coerenti con il disegno di ipotetico sviluppo sostenibile, nella doverosa possibilità di produrre e consumare e disporre di più beni materiali.
Se le abitazioni sono strutture che divorano energia e cemento e acqua è possibile immaginare nuovi materiali da costruzione, tecniche di isolamento termico, l’inserimento di pannelli solari sui tetti, pensare e proporre città e case “sostenibili”.
E’ vero che i consumi di energia sotto forma di prodotti petroliferi, di carbone e gas naturale immettono nell’atmosfera crescenti quantità di gas, come l’anidride carbonica, che modificano la composizione chimica dell’atmosfera e provocano mutamenti climatici disastrosi; è vero che sarebbe ragionevole diminuire le emissioni dei gas serra, consumando di meno energia, ma di energia c’è bisogno ed ecco le proposte sostenibili di filtrare i gas dai camini delle fabbriche e delle centrali, di immettere tali gas nel sottosuolo, di sostituire le fonti fossili con quelle rinnovabili, ed ecco un proliferare di pale eoliche, di pannelli fotovoltaici, di centrali alimentate con la biomassa, magari con oli importati dai paesi tropicali, tutto grazie a provvidenziali finanziamenti pubblici, ed ecco nuove proficue fonti di affari e di crescita finanziaria, pur di far correre automobili sostenibili in congestionate città sostenibili, con grattacieli sostenibili sempre più svettanti nel cielo.
E’ vero che molte merci inquinano durante la produzione e durante il “consumo”, è vero che, a conti fatti, non si consuma niente, che le attività umane non fanno altro che trasformare le merci in rifiuti gassosi, liquidi e solidi — quattro chili di rifiuti per ogni chilo di merce prodotta e usata — ma anche qui — dicono — le soluzioni sostenibili non mancano. E’ possibile trarre elettricità e affari dal trattamento e dal riciclo dei rifiuti, è possibile utilizzare materie alternative biodegradabili e “verdi” tratte dalla biomassa vegetale in alternativa a quelle derivate dal petrolio.
Anche se, col procedere verso improbabili soluzioni sostenibili si è poi visto che si usciva da una trappola per cascare in un’altra; la produzione su larga scala di carburanti sostenibili, alternativi alla benzina, dal mais o dallo zucchero sconvolgeva l’agricoltura dei paesi poveri; l’uso di grassi vegetali per la produzione di carburanti diesel provocava la distruzione delle foreste tropicali per fare spazio a piantagioni di palma. Al punto da riconoscere che si toglieva il cibo di bocca ai paesi poveri per far correre i SUV dei paesi industriali.
Pochi numeri aiutano a mostrare la insostenibilità della sostenibilità. La produzione primaria netta — cioè il peso di materiali vegetali formati attraverso la fotosintesi (detratte le perdite per la respirazione vegetale) — è, sulle terre emerse, di circa 100 miliardi di tonnellate all’anno.
Di questa ricchezza in gran parte rinnovabile, rigenerata ogni anno dai cicli della natura, per l’alimentazione umana e degli animali da allevamento e come legno e altre materie vengono prelevati circa 30 miliardi di tonnellate all’anno. Il peso del carbone, del petrolio e del gas naturale portati via ogni anno dalle viscere della Terra ammonta a oltrecirca 12 miliardi di tonnellate, a cui vanno aggiunti circa 60 miliardi di tonnellate all’anno di minerali, materiali da costruzione, tutti non rinnovabili. La trasformazione di tutti i materiali, tratti dalla natura, da parte degli oltre sette miliardi di esseri umani esistenti nel 2015, e che aumentano in ragione di circa 60 milioni di persone all’anno, genera ogni anno circa 35 miliardi di tonnellate di gas anidride carbonica, oltre a miliardi di tonnellate di altri gas che finiscono nell’atmosfera alterandone la composizione chimica e accelerando i mutamenti climatici; e genera miliardi di tonnellate di sostanze organiche e inorganiche che finiscono nelle acque prelevate dai corpi naturali e restituite inquinate alla natura in ragione, nel mondo, di circa 4000 miliardi di tonnellate all’anno; e genera scorie e residui solidi che finiscono sul suolo. Una parte infine, soprattutto di minerali e metalli e rocce, resta immobilizzata nella tecnosfera — nell’universo delle cose fabbricate, edifici, macchinari, oggetti a vita media e lunga — che si dilata continuamente e irreversibilmente.
In un piccolo paese come l’Italia la sola massa dei rifiuti solidi ammonta a circa 0,2 miliardi di tonnellate all’anno, quella dei gas di rifiuto ammonta a oltre mezzo miliardo di tonnellate all’anno, la massa di acqua che entra nelle fabbriche, nelle case e nei campi e ne esce contaminata da rifiuti e agenti vari ammonta a circa 60 miliardi di tonnellate all’anno.
Volenti o nolenti, comunque di cose materiali gli esseri umani hanno bisogno, in quantità crescente anche per l’inarrestabile aumento della popolazione mondiale. Tutto quello che si può fare per attenuare la insostenibilità dovuta all’impoverimento e al peggioramento della qualità ecologica delle risorse naturali, è cominciare a chiedersi: chi ha bisogno di che cosa ?
Davanti a circa 2000 milioni di abitanti della Terra che sono sazi di beni e di merci, talvolta obesi di sprechi, ci sono sulla Terra circa 3000 milioni di persone che, nei paesi di nuova industrializzazione, stanno correndo a tutta velocità nell’aumento insostenibile della produzione e del consumo di energia, di metalli, di cemento, di automobili, di apparecchiature elettroniche, e poi ci sono altri 2000 milioni di persone povere e metà di queste non dispongono di una quantità sufficiente di cibo, di acqua di buona qualità, sono povere di libertà e dignità, beni che richiedono anch’essi beni materiali, perché non si può essere liberi e non si può vivere una vita dignitosa se mancano abitazioni decenti, letti di ospedale, banchi di scuola. Una mancanza che è giusta fonte di rivendicazioni, di violenza, di pressioni migratorie verso paesi opulenti che non vogliono spartire la loro opulenza. Una mancanza che può essere sanata soltanto con la terribile e improponibile proposta di imporre ai ricchi di consumare di meno per lasciare ai poveri una maggiore frazione di beni materiali che gli consenta di avere una vita minimamente decente.
Resta la domanda: quanto a lungo può durare una società insostenibile ? Da quando gli esseri umani hanno abbandonato la loro condizione di animali cacciatori e raccoglitori, in relativo equilibrio con i cicli rinnovabili e sostenibili delle risorse naturali, è cominciato un inarrestabile cammino verso l’aumento della popolazione, l’aumento dei desideri di questi nuovi animali speciali, gli umani, e, di conseguenza, il crescente impoverimento delle riserve di “beni” naturali e il peggioramento delle condizioni, della qualità, dei corpi naturali. L’insostenibilità è la punizione di cui parla la Bibbia per coloro che hanno osato mangiare il frutto della conoscenza.
E’ del tutto vano chiacchierare su quanto a lungo potrà durare la storia dell’uomo sulla Terra, su quanto potranno durare le riserve di petrolio o di minerali, su quanti gradi aumenterà la temperatura del pianeta o su quanti metri si solleveranno gli oceani, sul massimo numero di esseri umani che la Terra può sopportare. Nove miliardi di persone a metà del XXI secolo ? dieci o undici alla fine del XXI secolo ? Come vivranno e dove saranno questi in futuro ? Finirà un giorno l’avventura degli esseri umani su questo pianeta ? Domande futili perché anche dopo la scomparsa degli esseri umani, dei nostri arroganti grattacieli e delle nostre fabbriche e centrali, e anche quando le scorie radioattive che lasciamo alle generazioni future si saranno stancate di liberare radioattività, continuerà la vita, quella si, sostenibile, a differenza delle cose umane, fino a quando il Sole anche lui, non si sarà stancato di gettare calore nello spazio. Per ora, nel brevissimo (rispetto ai tempi della natura) spazio di una o dieci o cento generazione, accontentiamoci di ammirare il mondo che ci circonda e, se possibile di rispettarne le meraviglie.

sabato 17 giugno 2017