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domenica 8 giugno 2014

Università Italiana: l'effetto dei ritorni decrescenti della complessità



Immaginatevi un ministero della difesa impegnato a finanziare il terrorismo internazionale. Immaginatevi un ministero del turismo impegnato a far saltare in aria con la dinamite i monumenti nazionali. Immaginatevi un ministero della salute impegnato nello sviluppo di armi batteriologiche. Esagerazioni, ovviamente, ma il concetto di infliggere quanti più possibili danni all'entità che si dovrebbe salvaguardare è stato sviluppato con grande efficacia dai vari ministeri che hanno gestito la ricerca in Italia. Ci sono riusciti imponendo una serie di leggi e regole assurde che in questi ultimi tempi stanno finendo di distruggere il sistema di ricerca italiano, già in grave difficoltà per mancanza di fondi. Sembra che ci sia poco da fare contro i "ritorni decrescenti della complessità" descritti da Tainter.

Sullo sfascio dell'università italiana, il collega Nicola Casagli relaziona in questo post da "roars.it


Vent’anni dopo



Se penso a tutto questo mi sento responsabile. In questi venti anni ho fatto parte del sistema, sono stato direttore di Dipartimento e membro del Senato accademico. Mi rendo conto di non aver fatto abbastanza per contrastare questa progressiva deriva burocratica che sta inesorabilmente distruggendo l’Università e la ricerca nel nostro Paese. In questi venti anni si sono succeduti al MIUR Ministri di destra e di sinistra, alcuni erano stati Rettori, molti erano professori. Eppure nessuno ha arginato tutto questo, nemmeno un po’. L’unico Ministro che ha fatto qualcosa di buono, a mio parere, è stato ….

Ho letto e apprezzato il documento del Consiglio Universitario Nazionale denominato “Semplifica Università: per cominciare” a cui ho fornito anche un piccolo contributo attraverso i nostri rappresentanti. È solo l’inizio e seguiranno altre richieste. Spero che le Istituzioni ascoltino il “grido di dolore” dell’Università e che intervengano con fatti concreti. Ho scritto quanto segue nella speranza di contribuire un po’ a far capire l’urgenza e la gravità della situazione.
Venti anni fa completavo il mio dottorato di ricerca e iniziavo la mia carriera accademica come assistente alla cattedra di Geologia Applicata, svolgendo didattica integrativa di supporto all’insegnamento di Geologia Applicata del Corso di Laurea in Scienze geologiche.
Oggi sono professore ordinario del settore concorsuale 04/A3 – settore scientifico disciplinare GEO/05 e sono titolare di 9 CFU dell’insegnamento B015668 del Corso di laurea triennale B035 nel primo semestre e di 6 CFU dell’insegnamento B016195 della magistrale B103 nel secondo semestre. Va già meglio, qualche anno fa mi trovavo nella schizofrenica situazione di coprire in un anno 29 CFU di 5 insegnamenti diversi.

Codici, ordinamenti, regolamenti, aule e programmi cambiano praticamente tutti gli anni.
Sono le conseguenze, a lungo termine, della riforma Berlinguer varata con la legge 10 febbraio 2000 n. 30 “Legge Quadro in materia di Riordino dei Cicli dell’Istruzione” e della controriforma Moratti, ovvero dalla legge 28 marzo 2003 n. 53 “Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale”.

Siamo proprio sicuri che di “riordino” e di “miglioramento delle prestazioni” si sia trattato?
La disoccupazione per tutti i tipi di laurea è aumentata inesorabilmente e sta continuando a crescere raggiungendo, nel 2014, il 26,5% tra i laureati triennali e il 23% fra i giovani in possesso di una laurea magistrale.

Solo negli ultimi dieci anni le Università italiane hanno perso 78 mila immatricolazioni, pari al 23% del totale. Forse anche un po’ perché nessuno ci capisce più nulla?
Venti anni fa, quando entravo in aula un custode mi salutava con “buongiorno professore” (e non ero professore) e io lo ringraziavo per aver pulito la lavagna, aggiunto i gessi nuovi, fotocopiato e distribuito le dispense agli studenti. Il corso durava un anno e si teneva sempre nella stessa aula, equipaggiata con le attrezzature necessarie.

Oggi entro in aula e chiedo agli studenti: “Chi siete? Cosa vi devo insegnare?“ Mi rispondono con codici e acronimi, ordinamenti e regolamenti. Per ogni aula mi devo procurare le chiavi, le attrezzature didattiche, il computer portatile (sperando che il videoproiettore funzioni) e i pennarelli per la lavagna (sperando di trovare almeno la cimosa). I custodi non ci sono più: sorveglianza e pulizie le fanno le cooperative del CONSIP: giovani, spesso laureati, spesso sottopagati con contratto precario che cambiano continuamente e seguono gli appalti. L’assistenza ai docenti ce la facciamo da soli.

Sono gli effetti, tra l’altro, della legge finanziaria per l’anno 2001 (legge 23 dicembre 2000 n. 388 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato”) che ha istituito il programma per la razionalizzazione degli acquisti della Pubblica Amministrazione, con “l’obiettivo di razionalizzare la spesa di beni e servizi delle pubbliche amministrazioni, migliorando la qualità degli acquisti e riducendo i costi grazie all’aggregazione della domanda, e di semplificare e rendere più rapide e trasparenti le procedure degli acquisti pubblici”.

Nel frattempo la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di oltre il 69%.
Venti anni fa facevo ricerca e pubblicavo in modo normale. Gran parte del mio tempo era impiegato nello studio e nella scrittura di articoli scientifici. Avevo il tempo di leggere le pubblicazioni scientifiche dei colleghi e i colleghi avevano il tempo di leggere le mie. Per ogni pubblicazione si consegnavano gli estratti alla biblioteca, dove erano disponibili per gli studenti e per tutti.

Oggi passo gran parte del mio tempo a cercare di comprendere e a compilare bizzarri moduli e formulari, a partecipare a commissioni di valutazione e a gruppi di lavoro, a scrivere relazioni che giustificano le mie normali attività di insegnante e di ricercatore.

Oggi è di gran moda la valutazione della ricerca. Si combatte con un’astrusa e macchinosa piattaforma informatica denominata U-GOV-Ricerca predisposta dal CINECA con criteri e logiche obsolete. Si inseriscono le pubblicazioni, verificando attentamente gli obblighi del copyright, si calcolano le citazioni e gli indici H, si analizzano mediane realizzate con dati sempre incompleti e mai verificabili. Abbiamo l’ANVUR, la VQR e l’ASN. Giochiamo con i numeri e con la vita delle persone: perché tutto questo serve a distribuire le risorse, sempre più esigue, e i posti, sempre più scarsi e sempre più precari.

Sono gli effetti perversi, tra l’altro, della Legge del 24 novembre 2006 n. 286 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, recante disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria“. La valutazione delle Università in Italia nasce come provvedimento urgente di natura fiscale e questo la dice lunga su come è poi stata implementata.

Venti anni fa per ogni insegnamento si scriveva un programma di un paio di pagine, si indicavano i libri di testo, e lo si distribuiva agli studenti. Il corso era annuale e c’era il tempo per pensare, studiare, discutere, insegnare e imparare. I docenti facevano lezioni e trasmettevano conoscenze basate sull’esperienza e sull’attività di ricerca. Alla fine dell’anno gli studenti compilavano la scheda di valutazione del corso e la consegnavano ai docenti in forma anonima. Con una breve lettura si era subito in grado di capire cosa migliorare.

Oggi, all’inizio di ogni modulo didattico, dobbiamo riempire un bizzarro formulario che, per ogni codice/insegnamento, ci richiede: CFU erogati per tipologia di attività formativa, contenuti, obiettivi formativi, conoscenze acquisite, competenze acquisite, capacità acquisite, prerequisiti, modalità di verifica dell’apprendimento. Ancora non ho capito, come molti colleghi, la differenza tra conoscenze, competenze e capacità. Sono concetti che sfuggono alla mia conoscenza o alla mia competenza o alla mia capacità, chissà!

I docenti oggi non fanno più lezione, bensì “erogano CFU”: si deve fare velocemente, in modo standardizzato, si devono dare le dispense, non si studia più quasi sui libri, gli studenti non sono più abituati a consultare in modo critico le conoscenze a loro disposizione (non c’è tempo!), devono solo assimilare un pacchetto preconfezionato di CFU.

La valutazione del corso si fa on line. Gli studenti riempiono un questionario prima dell’esame, a volte a distanza di mesi dalla frequenza delle lezioni. Il docente deve andare su un sito web, ricercare il codice del suo insegnamento e cercare di capire qualcosa in una selva di indicatori di qualità e di performance.

Una quantità straordinaria di tempo è, e sarà sempre di più, dedicata alla strana pratica dell’autovalutazione: con i GAV, l’AVA, l’AQ, l’AP, la SUA, le CEV e il TECO. Si riempiono formulari si incontrano certificatori della qualità, da poco usciti dalle nostre stesse Università, che valutano i processi, come se fossimo un’industria manifatturiera che produce pezzi meccanici. A nessuno interessa cosa si insegna in aula, interessa solo la qualità del processo formativo, il mezzo e non il fine.

Si tratta delle conseguenze a lungo termine della burocratica via italiana per l’implementazione del Processo di Bologna per la “costruzione dello spazio europeo dell’istruzione superiore e della ricerca”, e della strategia di Lisbona per “rafforzare l’occupazione, le riforme economiche e la coesione sociale nel contesto di un’economia fondata sulla conoscenza”.

Il risultato è che lo “spazio europeo” lo abbiamo costruito davvero con la fuga all’estero dei nostri 
laureati che sta raggiungendo proporzioni dilaganti: oltre 5 mila per anno. Il 7% dei laureati che trovano impiego a un anno dalla laurea, lo trova fuori dal Paese. L’“economia della conoscenza” poi pare essere rimasta nelle dichiarazioni, visto che l’Italia è l’ultimo dei 28 Paesi dell’Unione europea per giovani laureati in percentuale sulla popolazione e tra i primi per ragazzi che abbandonano precocemente gli studi.

Venti anni fa se c’era da acquistare un apparecchio di laboratorio riempivo un modulo con indicazione del fornitore, del prodotto, del prezzo e del progetto su cui chiedevo di imputare la spesa. Consegnavo il modulo in segreteria e dopo qualche giorno ricevevo quanto ordinato.

Oggi se devo acquistare un apparecchio da pochi euro per il mio laboratorio inizia l’incubo. Mi chiedono di andare sul MEPA, su un sito dall’architettura informatica arcaica e illogica. Se ho la “sfortuna” di trovare l’oggetto sul MEPA lo devo per forza acquistare con questo strumento bizantino, a un prezzo fuori mercato, con tempi di consegna intollerabili. Se invece sono “fortunato”, e l’oggetto non è presente sul MEPA, devo riempire un modulo per certificare che non c’è, e poi devo contattare cinque – dico cinque – fornitori diversi per farmi fare delle offerte. Sono obbligato a scegliere la più bassa senza guardare alla qualità. Alla fine la pratica si compone di una trentina di moduli e di una quindicina di firme. Per indicare su quale fondo imputare la spesa devo inserire un codice incomprensibile, del tipo CSGPRN11 che codifica il progetto di pertinenza.

A causare tutto questo sarebbero le norme sui contratti pubblici che recepiscono in modo burocratico un paio di direttive europee sulla trasparenza degli appalti. Leggo con sconforto i 257 articoli, suddivisi in 42 fra titoli, capi e sezioni, e i 38 allegati, del decreto legislativo coordinato e aggiornato del 12 aprile 2006 n.163. “Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE”. Mi chiedo che cosa c’entra tutto questo con i laboratori universitari e proprio non capisco perché nelle Università i piccoli acquisti non si riescono più a fare in modo ragionevole, mentre nel nostro Paese i grandi appalti continuano a non essere trasparenti e la corruzione dilaga.

Venti anni fa, quando ci veniva approvato un progetto, nell’attesa dello stanziamento dei fondi, si poteva anticipare la spesa su un altro fondo e poi stornarla sul progetto di pertinenza al momento dello stanziamento. Si poteva iniziare a lavorare subito e raggiungere per tempo gli obiettivi richiesti.
Oggi questa cosa banale non si può più fare. È sopravvenuta la Legge del 13 agosto 2010 n.136 “Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia”, poi seguita dalla Legge del 17 dicembre 2010 n.217 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge n.187 del 12 novembre 2010 recante misure urgenti in materia di sicurezza”. Le relative norme anti-riciclaggio impediscono gli storni di fondi fra progetti diversi perché impongono un CUP per ciascun progetto e un CIG per ciascuna acquisizione di beni o servizi.

Mi chiedo cosa c’entra l’antimafia con la ricerca nell’Università? Mi chiedo se il legislatore ha pensato all’impatto di questa burocratica norma sulle cose normali che si facevano tutti i giorni? Adesso per fare una spesa su un progetto di ricerca non basta più l’approvazione, bisogna attendere lo stanziamento. E spesso questo avviene quando il progetto è già concluso. Nessuna conseguenza però: perché nessuno controlla il buon esito del progetto di ricerca, la qualità e la quantità dei risultati ottenuti. Basta solo rendicontare correttamente le spese per l’audit, con il CUP e i CIG al posto giusto.

Questa è apparentemente l’unica cosa che interessa allo Stato Italiano o, meglio, interessa solo il contenimento della spesa. Il concetto di base è quello di rendere estremamente complicato spendere soldi della Pubblica Amministrazione. Peccato che nessuno abbia spiegato ai burocrati governativi che per i progetti di ricerca i fondi non spesi non possono essere incamerati nel bilancio delle Università o dello Stato. Se non spendo i fondi di un progetto europeo il risultato è che la Commissione Europea trattiene i fondi inutilizzati e poi tutti si lamentano se il nostro Paese non è capace di utilizzare i finanziamenti europei che riceve.
Venti anni fa se un professore aveva bisogno di un collaboratore faceva qualche colloquio e affidava un incarico di collaborazione che poteva essere rinnovato a piacimento, sulla base delle esigenze e dei risultati.

Oggi se ho bisogno di un collaboratore devo preparare un bando pubblico, devo inviarlo alla Corte dei Conti per un parere preventivo di legittimità che arriva in genere dopo un paio di mesi, devo poi pubblicare il bando e seguire le procedure dei concorsi pubblici (quelle pensate per le assunzioni a tempo indeterminato). Devo riunire una commissione per tre/quattro sedute, valutare titoli con burocratici punteggi, fare una prova orale con domande scritte e sorteggiate, fare verbali in triplice copia originale firmati da tutti i commissari su tutte le pagine. Ci vogliono otto mesi di tempo per completare la procedura, al termine dei quali magari il collaboratore non serve più o è scaduto il progetto per cui lo avevo richiesto.

Se ho la fortuna di riuscire a farlo, il contratto, e se alla fine del progetto ho ancora bisogno del collaboratore, devo ricominciare tutto da capo. Proroghe e rinnovi si fanno solo per casi eccezionali a fronte della presentazione di un’incredibile mole di giustificazioni.

Apprendo che il presunto obbligo del controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti – definito dal CUN come “aberrante nuova lettura delle procedure di controllo negli Atenei” – è stato introdotto dalla Legge n.102 del 3 agosto 2009 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge n.78 del 1 luglio 2009 riguardante provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali”. Apparentemente per reperire fondi per rifinanziare le 18 missioni militari all’estero del nostro Paese si è pensato bene di far controllare tutti i contratti di collaborazione dalla Corte dei Conti, compresi quelli dei giovani ricercatori universitari. Chiaro no?
Venti anni fa per ogni professore che andava in pensione l’Università bandiva un posto di ricercatore. Il risparmio per il bilancio degli Atenei era comunque garantito, stante la differenza stipendiale, e un giovane collaboratore poteva avere una prospettiva chiara di accesso alla carriera universitaria. Poteva fare progetti, darsi obiettivi, costruirsi un’opportunità.

Oggi abbiamo le limitazioni sul turn-over e il complicato sistema PROPER per la programmazione del personale, paragonabile a uno dei peggiori prodotti della burocrazia sovietica. Le persone sono diventate punti-organico o frazioni di questi. I punti-organico vengono distribuiti agli Atenei e poi ai Dipartimenti con modelli di ripartizione straordinariamente complicati e nessuno ci capisce più niente.

Quando va bene si ricevono 0,5 punti-organico e possiamo bandire un concorso di ricercatore per dare un futuro a uno dei nostri giovani. Ma anche questo sarebbe stato troppo semplice: i ricercatori a tempo indeterminato non esistono più, sono stati aboliti dalla legge Gelmini. Possiamo bandire solo posti di RTD tipo A, contratti triennali rinnovabili una sola volta per ulteriori due anni, che eventualmente potranno diventare RTD tipo B triennali con pseudo-tenure-track per la sospirata posizione a tempo indeterminato di professore associato. Per ogni passaggio c’è un concorso pubblico o almeno una procedura di valutazione. Si riuniscono commissioni, si valutano indici e indicatori. E intanto i giovani più bravi scoraggiati da questo delirio burocratico scappano all’estero, dove sono assunti nelle Università e nei Centri di Ricerca inviando il curriculum per email e con un’intervista con skype.

Sono gli effetti dell’incredibile serie di provvedimenti sul turn-over e sul reclutamento iniziati con la Legge 6 agosto 2008 n. 133 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”. Il famigerato decreto-Tremonti disponeva provvedimenti per ridurre del 20% in cinque anni il finanziamento ordinario alle Università, con un taglio di 1,5 miliardi di euro. Curiosamente all’Art.14 lo stesso decreto autorizzava spese per un importo corrispondente per finanziare l’Expo di Milano 2015. I risultati sono noti e sono notizia di cronaca di questi giorni: sono state create enormi difficoltà alle Università italiane e sono stati sprecati 1,5 miliardi con l’Expo ancora in alto mare.

Venti anni fa potevamo invitare esperti e conferenzieri per seminari e corsi brevi nel nostro Dipartimento. Potevamo rimborsare loro le spese di viaggio, vitto e alloggio, magari, aggiungendoci anche un piccolo compenso.

Oggi no. Non lo possiamo più fare. Se invito un esperto straniero devo pubblicare un avviso preventivo. Devo fare una relazione scritta che spieghi perché sto invitando proprio lui e non un altro. Devo allegare il curriculum e procurargli un codice fiscale italiano. Il rimborso spese è incomprensibilmente assimilato a un reddito di lavoro autonomo e viene assoggettato alle voraci aliquote del fisco italiano. Mi chiedo perché e non capisco. Capisco solo che si tratta di norme anti-evasione fiscale. Ci vogliono 3 mesi nella mia Università per completare l’iter necessario per invitare un conferenziere. Il risultato è che non li invitiamo più.

La situazione paradossale è stata determinata da una scellerata risoluzione dell’Agenzia delle Entrate del 21/03/2003 n. 69 in risposta a un interpello dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica. Ci hanno messo dieci anni per ammettere che avevano preso un abbaglio, come dimostra la risoluzione dell’11 luglio 2013 n.49 della stessa Agenzia in risposta all’Istituto Italiano di Tecnologia, che ribalta completamente la precedente interpretazione, ristabilendo almeno la logica. Peccato che per 10 anni tutte le Università e gli Enti di ricerca siano stati lasciati nel caos e che tutti i conferenzieri stranieri nel frattempo siano stati impropriamente tassati.

E intanto l’ultima stima sui capitali italiani esportati all’estero si attesta per difetto su 200 miliardi di euro, pari al 10% del PIL. Se le misure anti-evasione sono queste, temo che il problema sia destinato a non essere risolto.
Venti anni fa frequentavano il nostro Dipartimento studenti e ricercatori di varie nazionalità: albanesi, etiopi, eritrei, somali, messicani. Studiavano e facevano ricerca a Firenze, si specializzavano e poi tornavano nel loro Paese portando le esperienze fatte. Rimanevamo in contatto e questo contribuiva a internazionalizzare le nostre attività e anche a renderle utili da un punto di vista sociale.

Oggi ospitare uno studente o un ricercatore extra-comunitario è un’avventura tormentata. Nel frattempo è infatti arrivata la legge del 30 luglio 2002 n.189 “Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo”, cosiddetta Bossi-Fini.

A un nostro dottorando cinese con borsa triennale europea (Programma Marie Curie), per motivi a me ancora incomprensibili, non è stato riconosciuto il permesso di soggiorno né per motivi di lavoro subordinato né per finalità di studio o formazione. Il dottorato di ricerca non è evidentemente contemplato dalla nostra burocrazia anti-immigrazione. Il risultato è stato che per 4 anni il nostro studente ha dovuto far richiesta di permessi semestrali di soggiorno, con lunghe code in Questura. Ogni volta il permesso di soggiorno non gli veniva rilasciato subito, bensì dopo qualche mese dalla richiesta. In questi periodi di “attesa” secondo la legge egli poteva stare in Italia ma non poteva viaggiare all’estero. Il suo progetto europeo prevedeva però dei corsi di formazione in vari Paesi e ben presto egli ha trovato da sé una soluzione nel caos burocratico nazionale: sembra infatti che, viaggiando in aereo con biglietto elettronico e check-in on line, nessuno controlli i documenti in Italia e anche chi non è in possesso del permesso di soggiorno può viaggiare dove e come gli pare. Anche questo andrebbe spiegato a chi ha scritto la Bossi-Fini, che probabilmente pensava che gli extracomunitari viaggiassero solo sui barconi!
Venti anni fa per svolgere attività di ricerca fuori sede o per partecipare a un congresso scientifico, bastava una domanda di autorizzazione preventiva e un modulo di richiesta di rimborso spese. Se spendevo 20.000 Lire dopo un mese ricevevo un rimborso di 20.000 Lire.

Oggi devo spiegare per scritto perché sto facendo una missione, giustificare per scritto ogni scontrino, riempire 4-5 pagine di moduli per ogni missione. Se spendo 20 Euro dopo 6 mesi ricevo un rimborso di 15 euro, chissà perché?: alcune spese infatti sono inspiegabilmente equiparate a reddito e quindi tassate, altre non vengono riconosciute perché gli scontrini non sono abbastanza “parlanti”. Ora tutto mi aspettavo quando ho iniziato a fare questo lavoro, tranne il fatto che il destino mi riservava anche di dover “parlare” con gli scontrini. Capisco che anche qui si tratta del combinato disposto delle norme sul contenimento della spesa pubblica e sul contrasto all’evasione fiscale e quindi non mi stupisco che le stime sull’entità di quest’ultima si attestino a oltre 180 miliardi di euro, ponendoci al primo posto in Europa.
Venti anni fa il personale amministrativo delle Università era impiegato per fare un lavoro normale, che richiedeva competenze normali per cui gli impiegati erano preparati, avevano studiato ed erano stati selezionati nei concorsi: un po’ di contabilità, partita doppia, gestione degli inventari, contratti pubblici e poco altro.

Oggi il personale amministrativo è obbligato a lavorare con norme astruse e sistemi informatici cervellotici. Gli amministrativi devono fare i giuristi e gli informatici per poter svolgere il loro lavoro. E per questo frequentano continuamente corsi di formazione, dove vengono depressi dalle sempre più illogiche innovazioni introdotte per le finalità più disparate, ma mai per il miglioramento dell’amministrazione dell’Università. A causa di ciò, essi hanno sviluppato uno strano linguaggio, comprensibile solo fra di loro, dove i termini sono: U-GOV, DURC, DUVRI, CUP, CIG, MEPA, CONSIP, PROPER, PERLAPA.

Quest’ultimo, PERLAPA, escogitato dal Ministero della Funzione Pubblica per implementare il Piano Nazionale Anticorruzione, merita il premio per l’“acronimo più originale”. Insieme ad AVA, PERLAPA è la dimostrazione del carosello burocratico in cui ci dibattiamo, utile solo a fare il “lavaggio del cervello che più bianco non si può” a chi lavora nelle Università.

Apprendo che il Piano Nazionale Anticorruzione è stato predisposto ai sensi della legge 6 novembre 2012 n. 190 “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”.

Cerco di capire qualcosa fra gli 83 commi che formano l’articolo 1 e capisco solo perché l’Italia genera la metà del giro d’affari della corruzione in Europa, con un costo per la collettività di 60 miliardi di euro per anno.
Venti anni fa i tecnici universitari si occupavano dei laboratori e delle apparecchiature scientifiche. Facevano funzionare gli strumenti per dare supporto alla ricerca e alla formazione. Se portavano gli studenti a fare attività sul campo, bastava riempire un modulo in segreteria per aver garantita la copertura assicurativa.

Oggi i pochi tecnici rimasti si occupano per lo più di norme di sicurezza, di codice degli appalti e di gestione della qualità. Il loro linguaggio è fatto di DVR, DUVRI, DPI, RSPP, RLS, AQ e ISO9000. L’importante è che tutto sia a norma e che risponda ai burocratici requisiti imposti dalla legge. A nessuno invece interessa se gli strumenti funzionano bene, se forniscono risultati interessanti, se servono per fare ricerca e per insegnare qualcosa agli studenti.

Di nuovo si confonde il mezzo con il fine. Per portare gli studenti in campagna o in laboratorio, oltre che di moduli, dobbiamo dotarci di DPI, caschetti, occhiali, scarpe con suola metallica (che regolarmente si stacca) e altri curiosi accessori venduti a caro prezzo sul MEPA e sul CONSIP.
Tento di leggere il “Testo Unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro” (decreto legislativo 9 aprile 2008 n.81) scorrendo i suoi 306 articoli, suddivisi in 13 titoli, e i 51 allegati, e non lo capisco. Mi chiedo se l’introduzione di tutte queste regole abbia prodotto concreti benefici? Se gli incidenti sono diminuiti? Poi leggo che l’Italia detiene il record europeo di incidenti sul lavoro.
Venti anni fa si stava diffondendo l’uso della posta elettronica e si apriva un mondo nuovo. Potevamo comunicare attraverso il computer a costo zero risparmiando tempo, carta e spostamenti. Immaginavamo un futuro più semplice e più intelligente, come in effetti si è verificato in tanti altri Paesi.

Oggi in Italia, e solo in Italia, le comunicazioni istituzionali avvengono mediante PEC. Un sistema inutilizzabile con le normali applicazioni di gestione delle email, concepito in maniera burocratica e irrazionale, al di fuori di ogni standard internazionale.

L’obbligo della PEC è sancito dalla Legge del 28 gennaio 2009 n.2 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, recante misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale”. Obiettivo raggiunto, non ci sono dubbi! E intanto siamo terzultimi in Europa, davanti a Grecia e Cipro, per lo sviluppo della banda larga. Ma ci possiamo consolare con la PEC per l’uso della quale siamo primi e unici, in Europa e nel Mondo.

Venti anni fa quando si stipulava un contratto di ricerca si riceveva dalla segreteria una copia del contratto firmata dalle parti. C’era bisogno di una penna e di una fotocopiatrice.

Oggi i contratti con la Pubblica Amministrazione si siglano con firma digitale tramite l’uso di una costosa macchinetta venduta dalle aziende del CONSIP e utilizzabile solo dal direttore del Dipartimento. Non c’è verso di fare una copia dell’atto finale firmato dalle parti. A breve avremo enormi problemi di rendicontazione e si genererà contenzioso all’infinito. Questo è uno dei tanti effetti della tanto decantata “digitalizzazione della P.A.”.

L’obbligo di firma digitale deriva dalla legge del 17 dicembre 2012 n.221 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge n. 179 del 18 ottobre 2012 recante ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”. Evidentemente avevamo proprio bisogno di questo per rilanciare l’economia ormai in cronica recessione.

Venti anni fa per dare il via libera al pagamento di un bene acquistato, dopo averne verificato la corretta rispondenza ai requisiti e il funzionamento, si apponeva un visto sulla fattura.

Oggi sta per arrivare la fattura elettronica per la Pubblica Amministrazione e non oso immaginare come faremo a vistarla. Mi immagino dotazioni di apparecchietti, smart card e firme digitali, acquisiti a caro prezzo sul CONSIP.

Si tratta di un’eredità della legge finanziaria 2008 n. 244 del 24 dicembre 2007 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato”, provvidenzialmente tenuta in sospeso fino al 2014. Adesso che la fattura elettronica obbligatoria parte per davvero, aspettiamo con ansia di constatarne i benefici in termini di risanamento del bilancio dello Stato.

Venti anni fa mi ero appena sposato. Io e mia moglie, entrambi precari, possedevamo due auto italiane, un motorino italiano, un computer italiano, un costosissimo telefono cellulare italiano, una TV italiana e un certo numero di elettrodomestici italiani.

Oggi la mia famiglia possiede due auto giapponesi, uno scooter giapponese, quattro computer americani, tre smartphone americani, due tablet americani, due TV sud-coreane e un certo numero di elettrodomestici tedeschi.

La crisi dell’Università riflette la crisi del nostro Paese. Ne è la cartina di tornasole e l’inascoltato campanello di allarme.

Se penso a tutto questo mi sento responsabile. In questi venti anni ho fatto parte del sistema, sono stato direttore di Dipartimento e membro del Senato accademico. Mi rendo conto di non aver fatto abbastanza per contrastare questa progressiva deriva burocratica che sta inesorabilmente distruggendo l’Università e la ricerca nel nostro Paese.

In questi venti anni si sono succeduti al MIUR Ministri di destra e di sinistra, alcuni erano stati Rettori, molti erano professori. Eppure nessuno ha arginato tutto questo, nemmeno un po’. L’unico Ministro che ha fatto qualcosa di buono, a mio parere, è stato il primo: Antonio Ruberti, già Rettore della Sapienza e padre della legge sull’autonomia universitaria, la n.168 del 9 maggio 1989 che all’art.6 comma 2 recita: 

Nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge, le università sono disciplinate, oltre che dai rispettivi statuti e regolamenti, esclusivamente da norme legislative che vi operino espresso riferimento.

Basterebbe applicare questo semplice concetto, liberando le Università Italiane da norme vessatorie sviluppate per altri contesti che con le Università proprio non c’entrano niente. Si può infatti facilmente verificare come le leggi che causano burocrazia non sono affatto “norme legislative che operano espresso riferimento” all’Università e agli Enti di Ricerca. Esse infatti disciplinano argomenti disparati ed eterogenei, quali: revisione della spesa pubblica o spending review, rafforzamento patrimoniale del settore bancario, contratti e appalti pubblici, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, normativa antimafia e anticorruzione, sicurezza e ordine pubblico, provvedimenti anticrisi, contrasto all’evasione fiscale, immigrazione, asilo politico, missioni militari all’estero.

A volte penso che basterebbe una circolare del MIUR di poche righe per risolvere magicamente tutto:
Nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge n.168 del 9 maggio 1989, non si applicano alle Università tutte le norme genericamente riferite alla Pubblica Amministrazione che non facciano espresso riferimento alle Università stesse.
Ma non sarebbe giusto. Anche il resto della Pubblica Amministrazione avrebbe il diritto di essere liberato da questo pesante fardello di assurdità.

Firenze, 30 maggio 2014