Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


lunedì 4 luglio 2016

L’economia della navicella spaziale “Terra”



Riassunto e chiose di Jacopo Simonetta.


"Chiunque creda che la crescita esponenziale può durare per sempre all'interno
di un mondo delimitato è un pazzo, oppure un economista."














Ho sempre trovato interessante andare ogni tanto a rileggere ciò che hanno detto persone particolarmente intelligenti in un passato più o meno remoto. Qui vorrei proporre il riassunto di un importante articolo di Boulding, frutto di un accorto “taglia e cuci” del testo originale, lungo circa il doppio. Prego notare che è del 1966, dunque parecchi anni prima che fosse pubblicato “I limiti dello Sviluppo”.  Mi sono permesso di inserire qualche chiosa personale basata sul quello che è successo nei circa 50 anni seguenti la prima pubblicazione di questo storico articolo.


Boulding era un economista e, soprattutto,  uno studioso di dinamica dei sistemi (come i Meadows), ma era anche un filosofo ed un mistico.  Una rara combinazione che rende il suo pensiero particolarmente stimolante.

Oggi ci troviamo nel mezzo di un lungo processo di transizione circa l’immagine che l’uomo ha di se stesso e dell’ambiente che lo circonda. Gli uomini primitivi, e in gran parte anche gli uomini delle civiltà antiche, immaginavano di vivere in uno spazio virtualmente illimitato. C’era sempre qualche altro posto dove andare quando le cose si complicavano per il deterioramento dell’ambiente o delle strutture sociali.  L’immagine della frontiera è probabilmente una delle più antiche del genere umano e non ci deve quindi sorprendere se facciamo fatica ad abbandonarla.

(Anche nell'antichità spesso emigrare voleva dire farsi largo con le armi.   Una dinamica che accomuna moltissime specie, ma che nella nostra è particolarmente importante )

Tutti gli organismi viventi, compreso l’uomo, sono dei sistemi aperti.   Devono cioè prelevare dall'esterno input in forma d’aria, cibo, acqua e restituire output in forma di urina ed escrementi. La mancanza d’input, come l’aria, è fatale; ugualmente la mancanza di capacità di espellere gli output è fatale in un tempo relativamente breve. Tutte le società umane sono dei sistemi aperti.   Esse ricevono input dalla terra, atmosfera e acqua e restituiscono output in questi stessi ambienti. I sistemi possono essere aperti o chiusi in rapporto alle classi di risorse che operano da input ed output.

Ci sono tre classi principali di risorse: materia, energia ed informazione.   Strettamente connesse fra loro dal fatto che possono essere in parte trasformate le une nelle altre, ma soprattutto perché il flusso di tutte e tre provoca un aumento di entropia che danneggia il sistema, a meno che non venga scaricato all'esterno del medesimo.   Parlando di società umane, questo di solito avviene a danno della Biosfera, ma anche a scapito di altri popoli e paesi, oppure classi sociali subalterne e pesino di future generazioni.

L’attuale economia mondiale è aperta rispetto a tutti tre.   Possiamo pensare l’economia mondiale, o “econosfera”, come sottocategoria della categoria “mondo”, la quale ingloba tutto.  Quindi pensiamo l’econosfera come lo stock di capitale totale.   Cioè lo stock di tutti gli oggetti, persone, organizzazioni, ecc. rilevanti dal punto di vista del sistema di scambio.   Questo stock di capitale totale è chiaramente un sistema aperto, con input ed output: la produzione, come input, aggiunge valore allo stock di capitale e il consumo, come output, ne sottrae valore.

Dal punto di vista materiale, nel processo di produzione osserviamo oggetti che passano dal campo non-economico verso quello economico.   Allo stesso modo, osserviamo prodotti che escono dal campo economico man mano che il loro valore tende a zero.Così osserviamo l’econosfera come un flusso di materia che inizia con la scoperta e l’estrazione delle materie prime e finisce quando gli effluenti del sistema confluiscono come inquinamento nelle riserve non economiche quali, ad esempio l’atmosfera e gli oceani.

Dal punto di vista del sistema energetico, l'econosfera comprende input di energia, disponibili sotto forma di potenza idraulica, combustibili fossili e luce solare, che sono necessari alla creazione della totalità dei materiali e per generare il passaggio della materia dal piano non economico a quello economico o, nuovamente, al di fuori di esso.   Inoltre, l'energia stessa è condivisa dal sistema in forma, meno fruibile, di calore. Nelle società avanzate lo sfruttamento della fotosintesi è potenziato in modo esponenziale dall'uso dei combustibili fossili, che rappresentano in pratica uno stock di energia solare immagazzinata.  Grazie a questa riserva di energia, negli ultimi due secoli, si è potuto disporre di un input di energia molto più consistente di quanto si sarebbe potuto ottenere sfruttando soltanto l'energia solare.   Ma questo contributo supplementare è per sua stessa natura esauribile.

Gli input ed output di informazione sono più subdoli da individuare, ma rappresentano in ogni caso un sistema aperto che si relaziona con la trasformazione di materia ed energia. La maggior parte del sapere e della conoscenza è in-generata dalla società umana.

(Qui Boulding sembra dimenticare l’immensa quantità di informazione contenuta nel genoma e nei tessuti degli organismi viventi. Uno stock di informazione che è attualmente in caduta libera a causa dell’estinzione di massa in corso. All'epoca in cui scriveva Boulding la “mass extinction” era già cominciata, ma procedeva assai più lentamente di ora e non se ne parlava ancora.)

E' la conoscenza generatasi all'interno del pianeta, ad ogni modo, e in particolare quella generata dall'uomo stesso, che costituisce la maggior parte del sistema del sapere.  Possiamo pensare al sapere, o come lo indica Teilhard de Chardin, la "noosphere", e considerarlo un sistema aperto, che cede nozioni con l'invecchiamento e la morte e ne acquisisce con la nascita, l'educazione e l'esperienza ordinaria di vita.

Dal punto di vista umano, il sapere (o conoscenza) è di gran lunga il più importante dei tre sistemi. La materia acquisisce significato ed entra nella sociosfera o nell'econosfera in proporzione al suo divenire oggetto dell'umana conoscenza.   Possiamo così pensare al capitale come a una forma di conoscenza imposta al mondo materiale sottoforma di imperfetta organizzazione, mediante la dissipazione di energia.   L'accumulo di conoscenza, che consiste nell'eccesso di produzione rispetto al suo consumo, è la chiave di ogni tipo di sviluppo del genere umano, in particolare di quello economico.
Per "conoscenza" intendo, ovviamente, la totalità della struttura cognitiva, che include valutazioni e motivazioni, così come le immagini del mondo reale.

Il concetto di entropia, usato in un senso alquanto ampio, può essere applicato a tutti e tre questi sistemi aperti. Nel caso della materia, possiamo fare la distinzione tra i processi entropici, che prendono materia concentrata e la disperdono.   E processi anti-entropici, che prendono materia disgregata e la concentrano, dissipando però energia durante il processo.

Per quanto riguarda l’energia, non si può che fare riferimento alla seconda legge della termodinamica.  Se non ci fossero input di energia, sulla terra sarebbe impossibile qualunque processo di sviluppo.   Il principale input di energia, ottenuto con il combustibile fossile, è temporaneo. La questione del tempo è una questione complessa ma intrigante, che corrisponde in qualche maniera all'entropia nel sistema dell’informazione.

 (fu poi Prigogine a dimostrare la stretta correlazione fra l’entropia e la freccia del tempo).


Ci sono sicuramente molti esempi di sistemi sociali e culture di cui abbiamo perso conoscenza nel passaggio da una generazione ad un'altra, con effetti degenerativi.  Un esempio è la migrazione della cultura popolare dei contadini appalachiani verso le città americane.   Vi si vede una cultura che ha avuto origine da una cultura popolare europea del periodo elisabettiano relativamente ricca perdere nel giro di dieci generazioni le sue abilità, adattabilità, i racconti e le canzoni e quasi ogni elemento di ricchezza e complessità.

D’altro canto, nella maggior parte della storia dell’umanità, la crescita del sapere nella sua interezza sembra essere stato un processo continuo, anche se ci sono stati periodi di crescita lenta e altri più rapidi. Ci sono particolari condizioni che generano la crescita generale del sapere.   Si tratta di fattori molto sofisticati e complessi per i quali è difficile individuare elementi specifici che accrescono o provocano il declino del sapere. Un esempio di questo è ad esempio, l’avvento delle scienze nella società europea del XVI° secolo, piuttosto che in Cina, che all’epoca era senz’altro più progredita. Questa è una questione cruciale nella teoria dello sviluppo sociale che, bisogna ammettere, è assai poco compresa.

Forse il fattore più significativo è l’esistenza di sfasature nella cultura che permettono una divergenza da modelli consolidati e facilitano azioni destinate a cambiare la società. La Cina infatti era troppo ben organizzata e aveva sfasature troppo piccole per produrre l’accelerazione che troviamo nella società europea: più povera, meno organizzata, ma più diversificata,.

(Un’altra differenza importante fu che in Europa già esistevano lingue scritte relativamente semplici e fu sviluppata la stampa a caratteri mobili.   Il Cinese dell’epoca aveva l’immenso vantaggio che, scritto, era quasi una lingua universale in quanto le lingue di tutti i popoli assoggettati e confinanti potevano essere scritte in caratteri cinesi e lette in qualsiasi altro idioma. Ma questo era stato realizzato a costo di un sistema estremamente complesso di ideogrammi che poteva essere compreso solo da specialisti. Questo e la mancanza di metodi di stampa a buon mercato resero il flusso di informazione molto più modesto di quel che contemporaneamente avveniva in Europa.)

La terra chiusa del futuro richiede principi economici diversi da quelli della terra aperta del passato. Sia pure in modo pittoresco chiamerò ‘economia del cowboy’ l’economia aperta.   Il cowboy è il simbolo delle pianure sterminate, del comportamento instancabile, romantico, violento e rapace che è caratteristico delle società aperte.

L’economia chiusa del futuro dovrà rassomigliare invece all'economia dell’astronauta. La Terra va considerata una navicella spaziale in cui la disponibilità di qualsiasi cosa ha un limite; sia per quanto riguarda la possibilità di uso, sia per la capacità di accogliere i rifiuti. In questa navicella, bisogna perciò comportarsi come in un sistema ecologico chiuso, capace di rigenerare continuamente i materiali, usando soltanto un apporto esterno di energia.
Le differenze tra i due tipi di economia diventano più evidenti nell'atteggiamento verso il consumo. Nell'economia del cowboy, il consumo è considerato cosa positiva e la produzione altrettanto. Il successo dell’economia è misurato sulla produttività dei fattori di produzione parte dei quali, ad un certo prezzo, sono estratti dalle riserve di materie prime e di beni non di mercato.   Mentre un’ altra parte è output che va a costituire le riserve di inquinanti. Se vi fossero riserve infinite da cui estrarre le materie prime e in cui depositare gli effluenti, allora la produttività sarebbe una misura attendibile del successo dell’ economia.

Il prodotto interno lordo è una rozza misura della produttività.  Dovrebbe essere possibile distinguere la parte del PIL originata da risorse irriproducibili rispetto a quella originata da risorse riproducibili, così come la quota di scarti nel consumo rispetto alla quota di beni di riciclo.  Nessuno, a quanto so, ha mai tentato di suddividere il PIL in questo modo, malgrado l’interesse e l’importanza di questo esercizio. Di contro, nell'economia dell’astronauta, la produttività è considerata come qualcosa da minimizzare, piuttosto che massimizzare. La misura essenziale del successo dell’economia non sono la produzione ed il consumo, ma la natura, l’estensione, la qualità e la complessità dello stock totale di capitale.   Comprese le risorse umane nella loro dimensione fisica e mentale. Nell'economia dell’astronauta siamo fondamentalmente interessati alla conservazione degli stock e ogni cambiamento tecnologico che dia come risultato il mantenimento di un dato livello totale degli stock con una diminuzione del prodotto (cioè meno produzione e meno consumo) è un vantaggio. L’ idea che sia la produzione che il consumo siano un male più che un bene è molto strana per gli economisti che sono ossessionati dal concetto di flusso di reddito, spesso fino all'esclusione del concetto di stock di capitale.

(Interessante come molte economie del passato erano organizzate in questo modo, avendo come scopo principale la stabilità e non la crescita.)

La questione coinvolge molti problemi delicati ed irrisolti.  Ad esempio se il benessere umano debba essere considerato uno stock o un flusso.  Esso in realtà sembra comprendere qualcosa di entrambi ma, per quanto ne so, non ci sono praticamente stati studi diretti ad identificare queste due dimensioni della soddisfazione umana. Ad esempio, è più corretto parlare di mangiare o di sentirsi sazi? Il benessere economico è misurato dall'avere bei vestiti, belle case, buone attrezzature e così via, o dal continuo ricambio di questi beni?
Tendo a considerare il concetto di stock come fondamentale, il che significa considerare più importante essere ben nutrititi che mangiare; oltre che considerare essenziali quei servizi che portano al ripristino del capitale psichico.
Procedendo con il ragionamento, noi mangiamo innanzitutto per ripristinare l’omeostasi del nostro corpo, ovvero per mantenere una condizione di sazietà.   In questa visione non c’è assolutamente nulla di desiderabile nel consumo.   Se avessimo vestiti che non si logorano, case che non si deteriorano e se potessimo persino mantenere la nostra condizione fisica senza mangiare, potremmo stare meglio.

Tuttavia, rispetto a quest’ultima considerazione, occorre fare una riflessione.   Per esempio, desidereremmo veramente un’operazione che ci permetta di nutrire il nostro corpo cibandoci per endovena mentre dormiamo? Certamente desideriamo delle variazioni. Altrimenti non ci sarebbero richieste di varietà di cibo, di scenari, di proposte di viaggi, di contatti sociali, e cosi via. La richiesta di varietà può, certamente, essere costosa, qualche volta anche troppo per essere tollerata o legittimata.  Come nel caso di partner sessuali, dove il mantenimento di uno stato omeostatico nella famiglia è di solito considerato molto più desiderabile della varietà e dell’eccesso di libertinaggio. Questi problemi sono stati trascurati con particolare testardaggine dagli economisti che continuano a pensare ed agire come se le strategie di produzione, di consumo, dei processi di lavorazione e del PIL siano una sufficiente ed adeguata ricetta per il successo economico.

Ci si può chiedere: perché preoccuparsi di tutto ciò, quando l’economia dell’ “uomo dello spazio” è ancora lontana (almeno rispetto al nostro tempo di vita), tanto da permetterci di mangiare, bere, dormire, estrarre risorse ed inquinare, essere più felici possibile e lasciare che le generazioni future si preoccupino dell’astronave terra.   (Mica tanto, sono passati solo cinquant’anni.) E’ sempre un po’ difficile trovare una risposta convincente alle persone che dicono “Cosa hanno fatto i posteri per me?” Coloro che propugnano la conservazione hanno sempre risposto insistendo su principi etici piuttosto generali, che postulano l’identificazione dell’individuo con comunità o società i cui valori si estendono non solo nel passato, ma anche nel futuro.   Se l’individuo non si identifica con questi principi, il concetto di conservazione è “irrazionale”.

L’unica risposta che posso dare è puntualizzare che il benessere di un individuo dipende dalla misura in cui riesce ad identificarsi con gli altri, e l’identità individuale più soddisfacente è quella che riesce ad identificarsi non solo con la comunità nello spazio ma anche con le comunità estese nel tempo, dal passato al futuro.  Se questo genere di identità è apprezzato, i posteri avranno una voce.   E nella misura in cui la loro voce potrà influenzare le nostre decisioni, anch'essi decideranno. L’intero problema è collegato con quello più grande della definizione di un’etica, di una legittimità e delle radici di una società.   C’è un grande accordo sull'evidenza storica che suggerisce che una società che perde la sua identificazione con le generazioni future e che non possiede una positiva immagine del futuro, perde anche la capacità di affrontare i problemi del presente, e presto si avvierà al declino.

(Ricordo che l’articolo è del 1966.   All'epoca sarebbe stato teoricamente possibile stabilizzare popolazione e consumi, perlomeno dal punto di vista tecnico.   Non è detto che fosse possibile dal punto di vista politico, visto che c’era un rischio molto concreto di guerra totale con l’URSS.)

Se ammettiamo che sia importante considerare le esigenze delle generazioni future nell’affrontare i nostri problemi attuali, dovremmo di conseguenza affrontare il problema della discontinuità di tempo e della correlata incertezza.   Ma è ben noto il fenomeno per cui gli individui tendono a non considerare il futuro nel loro agire quotidiano. Se  ci preoccupiamo poco del nostro futuro, è logico che non ci preoccuperemo della nostra discendenza, anche se le attribuiamo un grande valore. Questo spiega forse perché le politiche conservatrici danno sempre priorità ad obiettivi immediati che vengono spacciati per urgenti, lasciando sempre in subordine le politiche che riguardano il futuro.

Da vecchio pensatore sul futuro non posso accettare questa visione.   Per di più, sostengo che il domani non solo è molto vicino, ma per alcuni versi è già qui.   Infatti l’ombra della futura navicella spaziale si allunga già sopra i nostri allegri spendaccioni.  Abbastanza stranamente, sembra che il problema dell’inquinamento abbia il sopravvento su quello delle esaurimento delle risorse.  Los Angeles è a corto di aria e il lago Erie è diventato un pozzo nero.   Gli oceani stanno diventando pieni di piombo e di DDT e l’atmosfera può diventare il problema maggiore delle prossime generazioni, visto che la stiamo riempiendo di rifiuti.

(Geniale anticipazione.   Ad oggi sono poche le risorse che effettivamente scarseggiano, mentre i danni derivanti dalla crescita dell’entropia terrestre sono già devastanti  - clima, perdita di biodiversità, inquinamento, ecc.)

Argomenterei con forza anche sul fatto che la nostra ossessione per la produzione e il consumo non tiene conto degli aspetti dello stato sociale, con l'effetto di distorcere il processo di cambiamento tecnologico verso esiti indesiderabili. Consideriamo ormai abituali i processi di obsolescenza pianificati, la pubblicità competitiva e la bassa qualità dei beni di consumo.   Quello che è chiaro è che nessun serio tentativo è stato fatto per stimare l'impatto sull'intera vita economica del cambiamento della durabilità, esaltando così la sola dimensione del reddito immediato. Sospetto che, nella nostra società spendereccia, abbiamo sottovalutato i guadagni derivanti dall'aumento di durabilità e che questo punto meriti una correzione supportata da ricerche patrocinate dal governo.

I problemi che la nave spaziale Terra dovrà affrontare non  sono tutti nel futuro, e molto può essere fatto per prestar loro attenzione oggi, al contrario di ciò che stiamo facendo. Il nostro successo nel trattare con i maggiori problemi, tuttavia, non è estraneo allo sviluppo di esperienza nel risolverne di immediati e forse meno complessi.   Spero, pertanto, che una successione di "crisi crescenti", in particolare legate all'inquinamento, desti l'opinione pubblica e mobiliti il sostegno alla soluzione di problemi immediati.   Un processo di apprendimento che verrà attivato e potrà portare ad un apprezzamento e forse a soluzioni maggiori.

(Vana speranza)

Un modesto ottimismo, ma forse un ottimismo modesto è meglio del pessimismo.



18 commenti:

  1. "Chiunque creda che la crescita esponenziale può durare per sempre all'interno
    di un mondo delimitato è un pazzo, oppure un economista."


    Oppure un Papa, demente, 23 volte demente.

    Bisogna ricordare sempre questo fatto nella speranza che prima o poi i più (campa cavallo) capiscano di quale folle ideologia é stato impregnato l'Occidente portandolo all'attuale disastro.
    Tutto é nato Oltre Tevere, non nellla Massoneria, non nelle Banche.

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    1. Hai ragione: è (la pretesa di) dominio dell'uomo sulla natura alla base della malattia...
      Giordano Bruno l'aveva capito
      http://www.locchiodiromolo.it/blog/giordano-bruno-la-falena-dello-spirito.html

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  2. R "Spero, pertanto che una successione di "crisi crescenti", in particolare legate all'inquinamento, desti l'opinione pubblica e mobiliti il sostegno alla soluzione di problemi immediati. " ...L'inquinamento ed il global warming sono la principale sfida termodinamica, ma la sovrappopolazione vi si intreccia come principale sfida morale; dacchè anche inquinamnento e global warming sono antropogenici, ne consegue che la principale sfida è morale tout court.

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  3. Sono dell'idea che qualsiasi politica in direzione dell'ecosostenibilità debba essere preceduta prioritariamente dal calo drastico della popolazione mondiale. La politica del figlio unico seguita dalla sterilizzazione obbligatoria. Ed eventualmente banche del seme e degli ovuli per chi non può concepire la prima volta o subisce la perdita del figlio.
    Siamo troppi homo sapiens sul pianeta per ridurre l'impatto ambientale significativamente.
    Ma scordiamoci di poter fare tutto ciò in un contesto democratico. È evidentemente logico che se mai si realizzasse questa decrescita di tutto, specie la politica globale del figlio unico, solo un mondo totalitario potrebbe esserne l'artefice.
    Ma poi di che parliamo se il tempo per attuare ipoteticamente le suddette politiche quasi sicuramente non ce l'abbiamo? Il pallino del comando è in mano al pianeta, o meglio ai suoi limiti delle risorse, e saranno esse a 'terminare' il parassita umano e a riportarlo numericamente a termini più compatibili con l'ambiente.

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    1. Perfetto; non resta che sperare non "che io me l cavo", ma che il piante perda meno biodiversità possibile...Certo però, chi riuscirà ad esserne spettatore, vedrà un vero e proprio ribaltamento di segno del sentire morale comune...

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  4. Off-Topic ? Forse no :

    "potenziale aumento di temperatura GLOBALE di oltre 10°C rispetto ai tempi pre-industriali in meno di dieci anni da adesso."
    Riscrivo :
    "potenziale aumento di temperatura GLOBALE di oltre 10°C rispetto ai tempi pre-industriali in meno di dieci anni da adesso."
    La situazione è grave e richiede un'azione efficace e completa.

    https://www.facebook.com/SamCarana/posts/10156991579435161?notif_t=notify_me&notif_id=1467694199228331

    Gianni Tiziano

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    1. Tiziano Gianni :
      "this adds up to a potential temperature rise of more than 10°C or 18°F compared to pre-industrial times in less than ten years time from now".
      TEN CENTIGADE : Global Warming or Local Warming of Arctic ?

      Sam Carana :
      That's a global rise, Tiziano

      Tiziano Gianni :
      Thanks for the answer, Sam.
      It is terrible.
      Is it the end of a large part of life on planet Earth, right?

      Sam Carana
      It would be, that's why it's so important to implement the ClimatePlan, to prevent such a rise taking pace.

      Tiziano Gianni :
      Thank You, Sam.

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    2. Articoli del genere non fanno altro che discreditare il lavoro di molti scienziati seri, che evitano di scrivere certe fesserie.

      Come: il ghiaccio si scioglie, i raggi solari vengono assorbiti dagli idrati di metano nei fondali marini, che si liberano e procurano un innalzamento delle temperature di 10°C.

      Cavolate!
      I raggi del sole non arrivano nei fondali marini in quanto sono troppo in profondità e quindi, non cambia niente.
      Potrà esserci un pò di ghiaccio in meno, ma nessun disastro nei prossimi 10 anni.

      Al solito, si dicono sciocchezze per portare acqua al proprio mulino...
      ormai la verità è diventato un opzional a disposizione di chi ne può trarre un beneficio.

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    3. Entro 10 anni il riscaldamento globale sarà sicuramente un problema urgente. Ma non è detto che l'attuale sistema economico, che è responsabile dei rilasci di gas serra nell'atmosfera, potrà resistere ancora tutto questo tempo senza collassare.
      Certo le rinnovabili stanno avendo un incremento notevole e attirano investimenti.
      http://www.rinnovabili.it/energia/rinnovabili-crescita-investimenti-2015-666/
      Però bisogna tener presente che il settore energetico è il primo pilastro dell'attuale società .
      È il triplo di quello finanziario.
      Con prezzi del petrolio stabilmente sotto i 50 dollari molti produttori operano in perdita.
      Sono pesantemente indebitati. E non c'è sufficiente richiesta di combustibili a causa della recessione. (e di altri fattori)
      Alla fine, per quanto si potrà andare avanti in queste condizioni?
      C'è chi prevede un crollo già nel 2016
      Se questo dovesse succedere (speriamo di no), il global warming sarebbe l'ultimo dei nostri pensieri.
      Angelo

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    4. Concordo con Angelo.

      Si deve misurare l'intensità dei fenomeni e l'urgenza.
      I problemi climatici sono nel LUNGO periodo, ogni tanto se ne escono con articoli che gridano al pericolo imminente perché sanno che se no, la gente non li sta a sentire.

      Il problema è che: se si guarda troppo lontano si rischia di non vedere i pericoli più vicini che possono fare anche più danni.

      Tra cui abbiamo:
      1) L'instabilità geopolitica internazionale (USA, UE, Russia, Cina)

      2) Un possibile crollo finanziario di portata notevolmente superiore al precedente del 2008;

      3) Una probabili disoccupazione strutturale di massa nei prossimi anni;

      4) La carenza di sufficiente flusso di energia nel medio periodo (le fonti non sono ancora esaurite, ma riescono a produrre una quantità inferiore rispetto ai bisogni della società e quindi si va in crisi economica);

      ecc.

      C'è un grafico a 4 quadranti in economia/psicologia, che insegna che:
      I problemi Importanti e Urgenti (breve periodo) debbono essere affrontati subito per primi;
      poi si lavora ai problemi Importanti ma non urgenti (lungo periodo), in modo che non diventino urgenti e possano essere affrontati adeguatamente.

      Noi abbiamo parecchi problemi Importanti e Urgenti (i problemi 1, 2, 3);
      Importanti e mediamente urgenti (4), e poi abbiamo quelli di lungo periodo (Ambiente e clima).

      Si devono affrontare TUTTI, ma hanno priorità diverse.
      abbi

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    5. E' molto logico e sensato quello che dici ovvero stabilire delle priorità tra problemi. Io però non lascerei nel lungo periodo la questione climatica (cosa intendi esattamente per lungo periodo?) visto che questi problemi sono per loro natura complessi e spesso il cambiamento climatico ne è concausa. Per esempio la questione geopolitica non può prescindere dall'analisi climatica come dimostrano eventi che hanno avuto un forte impatto destabilizzante:
      1) http://www.lescienze.it/archivio/articoli/2016/03/02/news/siria_i_rifugiati_del_clima-2987998/ (Probabile sequenza di cause ed effetti in maniera grossolana: siccità eccezionale in Siria+picco petrolio+regime totalmente inadeguato+fondamentalismo islamico=guerra e milioni di rifugiati verso l'Europa=disordini sociali in Europa, spinta al nazionalismo e alle destre estreme, Brexit.....)
      2) La stessa primavera araba ha avuto nella micccia scatenante anche la siccità in Russia del 2010 (ci furono +40 gradi e oltre con incendi diffusi) che provocò un aumento del prezzo del grano e una risposta autarchica della Russia verso le esportazioni:
      https://it.wikipedia.org/wiki/Primavera_araba
      http://www.ecoblog.it/post/61975/primavera-araba-e-guerra-in-siria-tutta-colpa-del-surriscaldamento-globale

      Infine recenti studi pubblicati su riviste prestigiose suggeriscono che per contenere il riscaldamento a +2, dobbiamo agire già oggi (il +1,5 sembra già una lotta persa):
      http://www.qualenergia.it/articoli/20160705-clima-vincere-la-sfida-serve-implosione-controllata-dell-industria-delle-energie-fossili

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    6. In realtà per poter agire efficacemente sul clima avremmo dovuto iniziare decenni fa, non rimandare alle calende greche, come continuiamo a fare.

      Ora tutti i nodi verranno al pettine contemporaneamente e, naturalmente, si avrà l'impressione che la prima bomba a esplodere sia quella finanziaria.

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  5. mi meraviglio dell'ingenuità di quelli che scrivono e commentano: nella mentalità di circa 5 - 6 mld il problema della sovrappopolazione non esiste, perchè questo se lo pongono al limite solo gli occidentali. Per gli altri la soluzione è già pronta: basta eliminare quelli che sono di troppo. Parlando con uno di quelli, mi sono reso conto che temono l'atomica e forse è solo per questa paura che non hanno già cominciato la grande eliminazione. E' la legge della giungla, che non ammette discussioni: il più forte, o il gruppo più forte, ha il diritto di sopravvivere. Gli altri devono essere sterminati.

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  6. Proviamo a immaginare l'atomica 'pulita'. Un ordigno di potenza equivalente, sufficientemente piccolo in dimensioni e che non generi radiazioni.
    Oggi vivremmo in un mondo molto diverso, con diversi miliardi di persone in meno e in perenne stato di macerie, conseguenza degli innumerevoli conflitti locali e almeno un terzo mondiale nucleari (e senza inquinamento radioattivo conseguente).
    Paradossalmente dobbiamo ringraziare la bomba atomica classica se c'è ancora una parte di mondo sviluppata e che ha potuto sperimentare una democrazia di facciata.
    In sostanza, il perenne stato di macerie globale è stato ritardato. Ma ormai ci siamo, il muro dei limiti delle risorse è in vista.

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    1. Compared with other nuclear events: The Chernobyl explosion put 400 times more radioactive material into the Earth's atmosphere than the atomic bomb dropped on Hiroshima; atomic weapons tests conducted in the 1950s and 1960s all together are estimated to have put some 100 to 1,000 times more radioactive material into the atmosphere than the Chernobyl accident
      Anche in fatto di radioattività non ci siamo mai fatti mancare niente.
      Forse è per questo che siamo tutti un po'fuori di testa.
      Angelo

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  7. Bell'articolo, scritto nel 1966 (50 anni fa).
    Preveggente (+), prudente (+), riflessivo (+).
    Antropocentrico (-).

    Gianni Tiziano

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  8. Una parte dei seri problemi ecologico-demografico-sociali attuali molto probabilmente deriva dal fatto che, per riprendere l'efficace metafora proposta da Boulding, la figura "idealistico-romantica" del Cowboy ha esercitato e continua ad esercitare un maggiore fascino rispetto a quella "razionale" dell'Astronauta...

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  9. Da "australian cargo" di alex roggero, feltrinelli.

    Sembrava proprio di attraversare un eden, un giardino celeste miracolosamente scampato all'aggressione degli uomini. Questa era l'Australia che aveva dato il benvenuto al nonno e a tanti altri uomini che, come lui, erano venuti qui a cacciare, a respirare e guardare orizzonti liberi.

    In questi immensi silenzi avevano ritrovato la loro voce, capito che l'Australia era un paese dove si poteva ancora essere uomini.

    Tornare a esserlo, forse.

    E' il grande paradosso del rapporto irreale che l'uomo occidentale ha con la natura: solo quando è circondato dalla wilderness (credo sia la più bella parola del vocabolario inglese) egli recupera la propria identità. Ma la sua e' una conquista fugace, che si consuma in una generazione.

    Anni fa avevo letto un articolo, pubblicato da una nota rivista di antropologia americana, dove si ipotizzava la presenza di due diverse figure umane: il fuorilegge e lo sceriffo. Il primo era l'esploratore, l'uomo libero che apriva nuove frontiere e senza volerlo spianava la strada al secondo, che lo inseguiva trasformando ogni cosa con le sue regole, i suoi divieti, la sua infinita mania di controllo.
    L'articolo si concludeva con una riflessione semplicissima, ma piuttosto acuta: forse le leggi dello sceriffo erano, semplicemente, leggi sbagliate.

    Affacciato al finestrino della mia cabina, mi sono immaginato questi due personaggi che si contendevano il mondo, e mi sono chiesto a quale squadra potessi appartenere.
    A nessuna delle due, ovviamente.

    Perché oggi il mondo è dominato da un'altra tribù: la nostra. Osservatori passivi, turisti, cittadini alienati e confusi che di fronte alla wilderness non sanno bene cosa fare.

    La guardiamo imbambolati, la fotografiamo e poi, tristemente, ce ne torniamo nei nostri appartamenti.

    Per questo mi sarebbe piaciuto vedere l'Australia con gli occhi del nonno: da attore, piuttosto che da semplice spettatore.

    Dopo cena, in cabina, ho pensato al treno come a un'astronave piena di alieni che attraversavano un pianeta, bellissimo, che non era il loro. Ho letto un po'. Poi ho spento la luce, mi sono raggomitolato in quella cuccetta larga poco più delle mie spalle e mi sono addormentato.

    Di botto.

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